CONFIMI 26 marzo 2018 - Confimi Industria Basilicata
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INDICE CONFIMI 26/03/2018 La Repubblica - Affari Finanza 5 Dazi, America contro Cina chi paga il conto di Trump 26/03/2018 Gazzetta di Mantova 8 IN BREVE 26/03/2018 Gazzetta di Modena 9 Confimi Emilia, un convegno sui temi del welfare aziendale 26/03/2018 La Voce di Mantova 10 Arriva la fibra ottica Oggi incontro da Ferrari macchine SCENARIO ECONOMIA 26/03/2018 Corriere della Sera - Nazionale 12 Cadono i dazi in Africa Ma il gigante nigeriano (per ora) sta a guardare 26/03/2018 Corriere L'Economia 14 TELECOM La guerra dei 20 anni specchio (spietato) di una nazione 26/03/2018 Corriere L'Economia 17 PAGAMENTI La grande frenata 26/03/2018 Corriere L'Economia 20 Valentina Scotti ho globalizzato il riso di famiglia 26/03/2018 Il Sole 24 Ore 22 La sharing economy fa il pieno di capitali 26/03/2018 Il Sole 24 Ore 24 Così il rischio Iva sulla spesa delle famiglie 26/03/2018 La Repubblica - Nazionale 27 Pensioni, emergenza spesa L'Europa chiederà una stretta 26/03/2018 La Repubblica - Affari Finanza 29 Buttarelli il garante Ue "Addio privacy Facebook è solo l'inizio" 26/03/2018 La Repubblica - Affari Finanza 31 I sette peccati capitali di Big Tech
26/03/2018 La Stampa - Nazionale 34 La ripresa che i cittadini non vedono 26/03/2018 La Stampa - Nazionale 36 Meno costi e tasse dimezzate Adesso per la casa c'è la permuta 26/03/2018 La Stampa - Nazionale 37 Mnuchin: no a guerre commerciali
CONFIMI 4 articoli
26/03/2018 diffusione:400000
Pag. 1 N.12 - 26 MARZO 2018
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IL CASO
Dazi, America contro Cina chi paga il conto di Trump
Eugenio Occorsio
«È come uno sciatore nella parte alta della pista, può partire con cautela ma sa che la sua velocità non
potrà che aumentare», dice Allen Sinai. «È un altro episodio della guerra delle valute, e se diventerà
globale non potrà far altro che bloccare la ripresa "sincronizzata" di tutto il mondo che tanto ci aveva fatto
esultare», aggiunge Nouriel Roubini. Il pessimismo di due fra i più prestigiosi economisti americani trova un
riscontro speculare in ciò che scrive Paul Krugman sul New York Times : «Se non si torna indietro, questa
storia dei dazi americani e del botta e risposta con Pechino significherà la fine della globalizzazione come
l'abbiamo conosciuta negli ultimi vent'anni». segue a pagina 4 segue dalla prima Tutto è successo nel giro
di poche ore, fra giovedì e venerdì della settimana scorsa, ma Trump attendeva questo momento da oltre
un anno. L'aveva addirittura preannunciato nel suo discorso inaugurale sulla scalinata del Congresso il 20
gennaio 2017. Così, dopo che il G20 finanziario di Buenos Aires, mercoledì scorso, aveva mancato
l'occasione per richiamarlo a più miti consigli, il presidente è passato all'attacco: non solo ha confermato e
reso operative le tariffe sull'import di acciaio (25%) e alluminio (10%) annunciate due settimane prima, che
realisticamente daranno un gettito relativamente scarso, ma le ha allargate a una pletora di 1300 prodotti
riuniti genericamente sotto la dizione "relativi alla proprietà intellettuale" fino a 60 miliardi di dollari. Quali
siano precisamente i prodotti lo renderà pubblico il Trade Representative Robert Lighthizer entro 15 giorni,
ma sta di fatto che dalle sanzioni simbolo si è passati a quelle vere. Trump ha però ampliato il raggio delle
nazioni esenti a quasi tutto il mondo (Europa compresa) smascherando il suo vero obiettivo: la Cina. La
quale a stretto giro ha risposto con una serie di tariffe del 25% sui prodotti americani, dalla carne di maiale
allo stesso alluminio, per un valore stimato di 3 miliardi. La prima offensiva «Non ci facciamo illusioni -
insiste Sinai - la guerra commerciale è iniziata, anche se per questa volta l'Europa si è "salvata". Altre
mosse seguiranno e, direttamente o indirettamente, l'intera economia mondiale ne risulterà sconvolta».
Roubini precisa che, dopo il soprendente e del tutto unfair annuncio due mesi fa a Davos del ministro del
Tesoro, Steven Mnuchin, che il dollaro basso stava benissimo agli Usa (gli guadagnò un severo rimbrotto
da Mario Draghi), quest'ulteriore incidente «rappresenta un nuovo grave elemento di discontinuità con
l'ordine economico internazionale che gli stessi Stati Uniti avevano contribuito a costruire negli ultimi
decenni e che si basava sul multilateralismo e su una dottrina di libero commercio e libero mercato». Che
guerra delle valute e guerra commerciale facciano parte dello stesso "pacchetto" lo conferma anche
l'economista italiano Rainer Masera, ex ministro del Bilancio e oggi professore universitario: «Questi
episodi, con tutto il loro enorme carico di possibili conseguenze imprevedibili e certo non felici - riflette - non
accadrebbero se si fosse tenuta finalmente una vera conferenza internazionale sul modello di quella del
Plaza del 1985 o perfino di Bretton Woods del 1944, designata a stabilire le regole di comportamento
internazionale: dai codici di condotta commerciale alla definizione di livelli ottimali di valuta con l'impegno di
tutti i Paesi a mantenere quanto concordato». Altrimenti, aggiunge Masera, staremo sempre a rincorrere
l'emergenza, «come avvenne precipitosamente allo scoppio della crisi finanziaria quando fu creata la
commissione De Larosière (fu chiamato a farne parte lo stesso Masera, ndr ) per studiare come rafforzare
la vigilanza finanziaria e offrire maggiori tutele ai cittadini europei ripristinando la fiducia nel sistema
finanziario». Il problema è che serve una ferma volontà politica per un'iniziativa del genere. Che sarebbe
indispensabile lo prova l'inefficacia delle istituzioni sovranazionali che pure esistono, dal Fmi allo stesso
Wto tante volte invocato in questi giorni, «un organismo del tutto inutile», taglia corto Sinai. Le colpe cinesi
Di questo vacuum etico-legislativo globale in effetti sembrano essersi avvantaggiati soprattutto i cinesi. Un
CONFIMI - Rassegna Stampa 26/03/2018 - 26/03/2018 526/03/2018 diffusione:400000
Pag. 1 N.12 - 26 MARZO 2018
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po' tutti gli analisti del settore riconoscono che il dumping di cui gli americani accusano Pechino è fatto sì di
prezzi bassi ma il viatico per questi saldi da realizzo è un mix di basso costo del lavoro, inosservanza degli
standard di sicurezza, di tutela ambientale e di lavoro minorile, ma soprattutto sovvenzioni statali a pioggia,
che sono quelle più insopportabili specie per gli Stati Uniti. «Anche l'Europa dovrebbe imparare a difendersi
dalla concorrenza sleale e a contraccare quando necessario», accusa Luigi Scordamaglia, presidente di
Federalimentare che rischia grossissimo se nel tiro incrociato della guerra commerciale dovessero
incappare anche i prodotti del food made in Italy: «In Cina la gran parte dei prodotti italiani, dalle carni
all'ortofrutta, è di fatto bandita, non con dazi ma con le più insidiose barriere non tariffarie, ovvero le mille
regole speciose imposte con il velato obiettivo di non consentire l'accesso nel Paese. E viceversa vengono
sovvenzionate pesantemente le aziende cinesi che fanno shopping all'estero anche nel settore alimentare.
Tutto questo è valido ovviamente non solo per l'Italia ma per qualunque straniero che si avventuri a
Pechino». Il caso della Boeing La preoccupazione delle aziende occidentali è che la tensione con l'America
finisca con lo scaricarsi diretttamente anche su di loro. Per ora da Pechino di nomi di società da punire se
ne fanno pochissimi, e uno di questi è Boeing. «Beh, ovviamente ci auguriamo che non facciano sul serio»,
ci dice con un filo di voce il presidente di Boeing Italia, Antonio De Palmas. «Il nostro gruppo (un colosso
che ha fatturato 93,4 miliardi di dollari l'anno scorso con 8,2 miliardi di utile netto, ndr ) ha in corso i suoi più
impegnativi programmi proprio in estremo oriente con epicentro Cina. Nel nostro piano ventennale 2017-36
è prevista la consegna di 7.240 velivoli alla Cina, per un valore di quasi 1,1 trilioni di dollari, e di 16.050
nell'intera area Asia-Pacifico. Per confronto, in Europa consegneremo 7.530 aerei e in Nordamerica 8.640.
E in Cina saranno quasi tutti aerei nuovi, di ampliamento delle flotte, e non di semplice sostituzione di
aeromobili vecchie». La Boeing, se è nel mirino dei cinesi, è in una posizione privilegiata in patria, che
peraltro non ne ha impedito uno scivolone in Borsa all'annuncio delle sanzioni. «Pochi giorni fa - dice De
Palmas - il presidente Trump è venuto a farci visita nel nostro stabilimento in Missouri per festeggiare i due
nuovi Air Force One che ci ha ordinato per un valore di 3 miliardi e mezzo di dollari. E noi nell'occasione gli
abbiamo rinnovato il nostro impegno di responsabilità sociale ed educativa per un valore di 300 milioni di
dollari». Tornando all'Europa, va considerato un altro fatto: «I dazi sull'import ci sono anche a Bruxelles, e
potenzialmente è sempre accesa la miccia su cui qualcuno potrebbe innescare una battaglia», dice Paolo
Agnelli, importatore di acciaio e soprattutto di alluminio per le sue pentole con cui fattura 150 milioni a
Bergamo, nonché presidente di Confimi Industria. «Del resto, dobbiamo difenderci: sui profilati d'alluminio, i
dazi sono del 3-6% ma abbiamo chiesto a Bruxelles di alzarli se provenienti dalla Cina in odore di dumping.
Considerate che io spendo un milione di euro l'anno per purificare acqua e aria, rispetto gli accordi di
Kyoto, garantisco un welfare di tutta dignità ai miei 300 dipendenti: quale azienda cinese può dire
altrettanto?» La catena del valore Dove la partita si fa davvero intricata è nell'infinità di prodotti, dagli aerei
Boeing agli iPhone ( vedere box in pagina ), per non parlare delle auto o dei televisori, che ormai non
hanno più nazionalità ma sono l'assemblaggio di un'infinità di parti costruite in altrettanti Paesi,
globalizzazione alla sua quintessenza. Quanto del deficit degli Usa costituisce valore aggiunto per le
aziende cinesi? Riflette Alessandro Decio, amministratore delegato della Sace: «Gli Stati Uniti accusano la
Cina di aver accumulato un avanzo commerciale di 375 miliardi di dollari (il 38% del totale del deficit
americano che è di 978 miliardi) a loro spese. Un disequilibrio sicuramente non sostenibile nel lungo
periodo, specie laddove si traduce in disoccupazione». Mentre la crisi finanziaria, aggiunge Decio, «ha
permesso di attaccare almeno nell'immediato la questione dell'eccessivo debito bancario in molti paesi e di
affrontare seppure con risultati più incerti il nodo delle diseguaglianze, non si è fatto altrettanto per risolvere
gli squilibri del commercio internazionale, preservandone il ruolo di motore di sviluppo. Un caso analogo a
quello europeo, dove ora si discute sul ruolo di preponderanza economica assunto dalla Germania». Nel
match Usa-Cina però c'è un altro aspetto: non manca chi sostiene che, più che il surplus l'obiettivo
nascosto degli Usa è di minare l'apparato industriale della Cina in settori avanzati quali prodotti It, robot,
CONFIMI - Rassegna Stampa 26/03/2018 - 26/03/2018 626/03/2018 diffusione:400000
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aerospazio, veicoli elettrici. Come una tardiva revanche . Si è lasciato che la Cina accumulasse immense
risorse finanziarie (sei delle prime 10 banche del mondo sono cinesi, tutte statali) purché comprasse titoli di
Stato Usa e investisse senza curarsi troppo di infrastrutture e assistenza. Il resto del mondo comprava: gli
Usa hanno moltiplicato per quattro i loro acquisti dalla Cina nell'ultimo decennio. Ma si ripropone ancora
una volta la stessa questione: quanto di quel made in China è veramente frutto del lavoro cinese? S. DI
MEO, FONTE SACE-ICE, KAL, LEONARDO, BOEING, CHENGFEI, KAWASAKI, LATECOERE, SAFRAN,
MITSUBISHI, FONTE UBS, UTAS, SPIRIT, SUBARU, SAAB, GE, ROLLS-ROYCE
BOEING 787 PUZZLE GLOBALE Un Boeing 787 dell'ultima generazione, "Dreamliner" è la
rappresentazione perfetta del concetto di globalizzazione, proprio quel delicato intersecarsi di competenze
ed eccellenze che la guerra commerciale che è iniziata rischia di far saltare. Come si vede, c'è anche un
po' di Italia in quest'aereo: i pannelli centrali di fusoliera sono costruiti da Leonardo-Finmeccanica a
Grottaglie di Puglia, gli stabilizzatori orizzontali di coda dalla stessa Leonardo a Foggia. Altre parti vengono
da Australia, Giappone, Sud Corea, Svezia, Canada e dalla stessa Cina.375,2 MILIARDI Il deficit
commerciale Usa, in dollari, verso la Cina. È il 38,4% del totale. Anche verso l'Italia gli Usa sono in deficit,
per 31,6 miliardi (3,2%) 6 MILIONI I posti di lavoro persi negli Usa secondo Trump, in 60mila fabbriche, per
la concorrenza sleale cinese
35 MILIARDI L'interscambio in dollari Usa-Cina oggi. Nel 2000 era di 116 miliardi. Sarebbero di più, dice
Trump, senza i limiti agli affari Usa a Pechino
Foto: I presidenti di Cina, Xi Jinping (a sinistra) e Usa, Donald Trump
Foto: Affari & Finanza tornerà in edicola il 9 aprile. A tutti i lettori l'augurio di Buona Pasqua
Foto: Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping durante la visita del presidente degli Usa a Pechino il
7 novembre 2017 Gli economisti Allen Sinai (1), Nouriel Roubini (2) e Paul Krugman (3): sono convinti che
l'incidente con la Cina sia l'inizio di una guerra commerciale di ben altra portata. L'economista Rainer
Masera, già membro della commissione De Laroisière per i mercati finanziari (4)
Foto: L'amministratore delegato della Sace Alessandro Decio (1); l'imprenditore Paolo Agnelli , titolare
dell'omonima azienda di Bergamo (2); il presidente di Boeing Italia Antonio De Palmas (3)
CONFIMI - Rassegna Stampa 26/03/2018 - 26/03/2018 726/03/2018 diffusione:19571
Pag. 11 tiratura:22676
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IN BREVE
GAZOLDO DEGLI IPPOLITILa carta d'identitàdiventa elettronicann Il Comune di Gazoldo dà l'addio ai
vecchi documenti di riconoscimento cartacei. Da stamattina il municipio emetterà solo carte d'identità in
formato elettronico. Per richiederle i residenti dovranno recarsi all'ufficio anagrafe e consegnare una
fototessera, il codice fiscale ed il vecchio documento in scadenza. La nuova carta d'identità elettronica
costa al cittadino 22,50 euro. È in materiale plastico ed è grande come una tessera bancomat. È protetta da
moderni sistemi di sicurezza. Un microchip a radiofrequenza memorizza i dati dell'utente. Associata
all'identità digitale, consente l'accesso ai servizi forniti dagli enti pubblici sulle piattaforme informatiche. La
carta d'identità elettronica è valida per l'espatrio, ma solo nei Paesi dell'Ue e in quelli aderenti ad apposite
convenzioni. Per il rilascio i minorenni devono presentarsi accompagnati da entrambi i genitori. (r.l.)
GUIDIZZOLOFibra ottica e futuroIncontro alle 10nn La fibra ottica a Guidizzolo per risolvere i problemi di
connettività. Se ne parla oggi alle 10, nella sede di Ferrari Costruzioni Meccaniche, in strada Squadri, in un
incontro organizzato da Mynet, con il supporto di Apindistria . Ci saranno Francesco Ferrari, consigliere
Apindustria e titolare della Ferrari Costruzioni Meccaniche, e il sindaco Meneghelli.
CONFIMI - Rassegna Stampa 26/03/2018 - 26/03/2018 826/03/2018 diffusione:7540
Pag. 7 tiratura:10075
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MODENA . OGGI NELLA SEDE DI VIA PASOLINI
Confimi Emilia , un convegno sui temi del welfare aziendale
Oggi alle 17 la sede modenese di Confimi Emilia in via Pasolini (Sala Auditorium) ospita un momento di
formazione organizzato in collaborazione con Cisl e con la Fondazione Marco Biagi. L'iniziativa,
denominata "Il welfare in azienda e i sistemi premianti", si pone l'obiettivo di approfondire il tema del
welfare inteso come leva strategica che «trasforma un beneficio fiscale in una serie di vantaggi, ma
soprattutto un valore reale che soddisfa i bisogni sociali dei dipendenti e dei loro familiari».Alla giornata
formativa, organizzata da Stefano Bianchi di Confimi Emilia, parteciperanno diversi rappresentanti del
mondo del lavoro oltre a protagonisti dell'economia locale e nazionale. Tra i relatori il segretario della Cisl
Emilia Centrale William Ballotta, oltre al professore Francesco Basenghi, vice presidente della
Commissione Certificazione della Fondazione Marco Biagi. Due presenze che testimoniano il rafforzamento
del filo conduttore che unisce mondo sindacale, Fondazione e l'associazione Confimi. Diverse le aziende in
prima linea in questa giornata: è previsto il contributo di manager di gruppi importanti, dirigenti che
parleranno della loro esperienza personale in materia di welfare fornendo ulteriori spunti utili ad alimentare
il dibattito. Al momento formativo sarà presente anche il dottor Alessandro Toppi, responsabile dello
sviluppo commerciale di Partnership Edenred Italia srl: l'intervento del manager è previsto per le 18.30
circa. A seguire salirà sul palco di Confimi Emilia la dottoressa Alessandra Caretto, responsabile del
personale di Cantine Riunite & Civ. Prima del dibattito con il pubblico prenderà la parola il dottor Marco
Marcolini, responsabile delle relazioni della Bormioli spa. L'evento è aperto alle aziende associate e non.
Per informazioni e per ulteriori dettagli è possibile telefonare alla segreteria di Confimi Emilia al numero
059-894811. Per partecipare accreditarsi a segreteria@confimiemilia.it.
CONFIMI - Rassegna Stampa 26/03/2018 - 26/03/2018 926/03/2018 diffusione:9000
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GUIDIZZOLO
Arriva la fibra ottica Oggi incontro da Ferrari macchine
Quando si fa rete l'Italia non ha eguali al mondo. E a Guidizzolo la sinergia tra Comune, grazie al lavoro
della commissione attività produttive, e aziende ha fatto sì che la fibra ottica, che garantisce internet ad
elevata velocità, stia finalmente arrivando. Per questo nella sede dell'azienda Ferrari Costruzioni
Meccaniche di Guidizzolo in collaborazione con Mynet e con il supporto di Apindistria, è previsto per questa
mattina alle 10 un incontro per presentare il progetto. All'incontro parteciperanno Francesco Ferrari ,
consigliere Apindustria e titolare della Ferrari Costruzioni Meccaniche, G i ova n n i Zorzoni , Giorgio Intonti
e Alberto Zecchini di Mynet e il sindaco Stefano Meneghelli . Sarà possibile assumere in anteprima
informazioni utili a valutare tempi, opportunità e costi del progetto fibra ottica. Si tratta di un intervento che
Mynet, azienda del settore internet solutions con sede a Mantova, completerà nei prossimi mesi grazie ad
una serie di importanti investimenti in nuove infrastrutture in fibra già iniziate per la connessione di alcuni
edifici pubblici e di un punto in zona industriale. «La soluzione prevista per la zona industriale prevede
l'implementazione di un accesso Ip in tecnologia di rete metro ethernet , con accesso al cliente in fibra
ottica vera. Si potranno valutare accessi con capacità a partire da 10 megabit al secondo fino a un gigabit
al secondo», spiegano gli organizzatori. Info: 0376-221823.
CONFIMI - Rassegna Stampa 26/03/2018 - 26/03/2018 10SCENARIO ECONOMIA 12 articoli
26/03/2018 diffusione:216569
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Cadono i dazi in Africa Ma il gigante nigeriano (per ora) sta a guardare
In 44 firmano lo storico trattato sulle merci Il piccolo Ruanda capofila dei «liberisti» Il «regista» Il percorso
cominciato nel 2015 si è chiuso al vertice di Kigali voluto da Kagame Buhari come Trump Abuja è tra i
leader commerciali del continente, ma teme di perdere quote di mercato
Michele Farina
«Alcuni cavalli hanno scelto di venire alla fonte, altri finiranno per morire di sete». Paul Kagame, in sella al
minuscolo Ruanda capofila della corsa liberista, non usa parole dolci per chi ha disertato il vertice di Kigali
del 21 marzo. La primavera africana è cominciata con un ambizioso accordo sul libero scambio, sulle note
di Let's get together di Bob Marley: mentre il resto del mondo dagli Stati Uniti alla Cina sembra tornare alla
guerra dei dazi, il continente da sempre campione di balzelli e dogane fa un salto in avanti contro il
protezionismo.
Un accordo storico, che comunque dovrà essere ratificato da tutti i 44 governi firmatari. E che parte già con
l'handicap: la Nigeria, che dei 55 Paesi africani è la prima e più popolosa potenza economica, ha deciso di
restare a guardare. Al vertice della settimana scorsa nella capitale ruandese i leader di 44 Paesi hanno
firmato il Continental Free Trade Area (CFTA), che promette di eliminare le tariffe che frenano il commercio
fra Stati africani su una lista che comprende il 90% dei prodotti (anche se non c'è ancora l'accordo su quali
prodotti). Ma il presidente nigeriano ha boicottato il vertice organizzato dall'uomo forte ruandese Paul
Kagame, ufficialmente perché il governo di Abuja avrebbe avuto pochi giorni di tempo per studiare la bozza
di un accordo che, nella sostanza, era già stato concordato al summit di Niamey (Niger) lo scorso
dicembre. Al traguardo di un percorso cominciato nel giugno 2015 con l'incontro di Sharm-el-Sheikh, il
forfait nigeriano (dovuto a pressioni interne) la dice lunga sulle difficoltà della corsa intrapresa.
Buhari come Trump. Come se da una decisione chiave per l'Unione Europea restasse fuori la Germania. Il
capo negoziatore nigeriano, Chiedu Osakwe, si è detto fiducioso sul fatto che Abuja salirà prima o poi sul
barcone del libero scambio. I grandi Paesi come la Nigeria in verità avrebbero molto da guadagnare
dall'abbattimento dei dazi interni (per rivolgersi a un pubblico di 1,2 miliardi di persone), ma i potentati che
hanno costruito la loro ricchezza sul freno alle importazioni dall'estero (nel caso di Abuja la conglomerata
Dangote) temono di perdere quote di mercato interno.
D'altra parte, sul fronte dei dazi l'Africa è fanalino di coda. Solo il 15-18% del commercio complessivo
avviene tra Paesi del continente (era l'11% dieci anni fa). Mentre in Nord America (Trump permettendo)
questo dato viaggia intorno al 48%, in Asia è al 58% fino a toccare quota 70% in Europa. In valori assoluti,
visto lo stallo del pil africano negli ultimi 5 anni, siamo ancora lontani dal picco dei 175 miliardi di dollari
registrato nel 2013. Ma i segnali di apertura sono incoraggianti. E i più dinamici sembrano essere i piccoli
corridori più che gli elefanti. Nei primi nove mesi del 2017, gli scambi inter-regionali sono cresciuti dell'8%,
grazie al balzo di alcuni Paesi-pesi piuma (a eccezione dell'Etiopia): i più attivi si sono dimostrati Guinea,
Burkina Faso, Sierra Leone. Non è un caso che uno dei rimorchiatori del cambiamento sia il piccolo
Ruanda, incastonato nel cuore del continente senza sbocchi al mare: Kigali si vede sempre più come un
hub tecnologico e finanziario, inserito com'è nel mercato comune dell'Eac (Comunità dell'Africa Orientale)
che dal 2000 comprende anche Uganda, Kenya, Burundi, Tanzania e Sud Sudan.
L'andamento dei Paesi Eac fa pensare a un paradosso che vale per altre aree dell'Africa. Mentre si aprono
le strade dei mercati, si chiudono gli spazi della democrazia. La tendenza, anche tra i governi più coccolati
dall'Occidente (come il Ruanda), vede leader che restano al potere oltre la scadenza del mandato (con la
bassa ingegneria delle modifiche alla Costituzione). Per una volta, è la Cina di Xi che ha copiato l'Africa
degli eterni presidenti. Fine potere mai.
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 26/03/2018 - 26/03/2018 1226/03/2018 diffusione:216569
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I Paesi firmatari L'Ego Fonte: Onu 44 paesi aderenti Pil 2.267 miliardi dollari l'anno LAVORO SETTORI La
popolazione 1,25 miliardi di persone L'AFRICA Guadagno medio per abitante 1.914 dollari l'anno Donne
Uomini 55% 75% 50,9% Agricoltura 12,9% Industria 36,2% Servizi NIGERIA RUANDA
I leader
Muhamma-du Buhari ,
75 anni (in alto), eletto presidente della Nigeria nel 2015
dopo tre elezioni perse. Musulmano con un passato da capo militare, ha la fama di essere incorruttibile. Per
i detrattori non tiene ai diritti umani Paul Kagame ,
60 anni,
è presidente del Ruanda
dal 2000.
Ebbe un ruolo fondamentale nel porre fine al genocidio nel suo Paese nel 1994. Apprezzato
da molti Paesi occidentali
ma criticato
per i metodi autoritari
La parola
cfta
La «Continental Free Trade Area», l'area
di libero scambio continentale, è stata sottoscritta da 44 Paesi dell'Unione africana su 54.
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 26/03/2018 - 26/03/2018 1326/03/2018
Pag. 2 N.13 - 26 marzo 2018
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Finanza La madre di tutte le scalate
TELECOM La guerra dei 20 anni specchio (spietato) di una nazione
Monta, smonta e rimonta: tra il 2005 e 2016 il gruppo ha pagato consulenze e professionisti per 4,75
miliardi Più 852 milioni di commissioni alle istituzioni finanziarie E i passaggi di mano dopo la
privatizzazione, dagli Agnelli a Vivendi, raccontano una storia sulle virtù e i difetti del Paese
Ferruccio de Bortoli
Quella di Telecom non è solo una tormentata storia industriale e finanziaria. È molto di più, è una perfetta
metafora del Paese. Nel bene: l'intuizione imprenditoriale pubblica delle origini, l'espansione all'estero,
l'innovazione nel mobile e nella fibra ottica, eccellenze e competenze in ordine sparso. E soprattutto nel
male: l'illusione che un debito elevato possa essere facilmente ripagato senza penalizzare gli investimenti,
l'ingerenza del potere pubblico e dei partiti forse più insidiosa dopo la privatizzazione, una prateria aperta
alle scorrerie di ogni genere di cordata, una governance ancora oggi modesta, le porte spalancate agli
stranieri. Del resto, quella che fu considerata nel 1997 come la «madre di tutte le privatizzazioni»,
rappresentò il prezzo pagato dal Paese, con l'accordo Andreatta-Van Miert, per entrare nell'Unione
monetaria. Una privatizzazione imposta dall'elevato debito pubblico che trovò il capitalismo italiano privo di
capitali ma non di appetiti.
Nocciolini e capitani
Il gruppo Agnelli entrò nel cosiddetto «nocciolino» iniziale di azionisti di riferimento (6 per cento) con una
quota irrisoria, sbagliando anche a scegliere il presidente: Gian Mario Rossignolo definito da Fabiano
Fabiani, amministratore delegato di Finmeccanica, un «estraneo al business». Il primo di una lunga serie.
La debolezza dei grandi gruppi lasciò spazio alle avventure. Eminentemente speculative come quella della
cordata dei cosiddetti «capitani coraggiosi» guidati da Roberto Colaninno con qualche stagione, troppo
breve, di tentativi industriali. Un'operazione di mercato, quella dei «capitani coraggiosi», da centomila
miliardi di lire. Un'offerta pubblica, sostenuta da Mediobanca e dal centrosinistra di governo ansioso di
apparire aperto e liberale, che però caricava fatalmente il gruppo di un debito gigantesco. Questa volta
privato e non più pubblico, e difficilmente comprimibile, al servizio del quale Telecom, oggi Tim, si è via via
rimpicciolita, vendendo pezzi pregiati e trasformandosi, nei rapporti con i concorrenti, da cacciatore in
preda. Con una catena di controllo troppo lunga, causa di fragilità proprietaria e di costi supplementari.
Da Tronchetti a Vivendi
Gli scalatori vendettero poi a Pirelli e Benetton nel 2001, alla vigilia dell'11 Settembre, e se ne uscirono con
una lauta plusvalenza. La gestione Tronchetti fu sfortunata nei tempi ma improntata a un progetto
industriale, a un'idea di media company. Non mancarono mosse discutibili (come l'acquisto delle cosiddette
minorities in contanti per 15 miliardi e la fusione con Tim). Telecom fu osteggiata dal governo Prodi, ma il
debito, seppure di poco, scese. La verità di Tronchetti su quel periodo così sofferto - che costò agli azionisti
Pirelli due miliardi («Un errore, può capitare» disse Gilberto Benetton) - è contenuta nel libro di Carlo
Bellavite Pellegrini (Il Mulino 2015). Altre analisi sono fortemente critiche sulla sindrome di Telecom, che
compra e mangia se stessa, a sostegno di azionisti che in quegli anni, specie nella gestione Tronchetti, si
sarebbe ampliata. E si arriva, con la ritirata di Mediobanca e Generali nel 2013, all'ingresso della spagnola
Telefonica, e poi all'irruzione della francese Vivendi, oggi insidiata dal fondo attivista Elliott.
Fino al bilancio del 2000 i conti erano in lire. Nel '98 Telecom aveva un fatturato di 48 mila miliardi di lire, un
Ebitda del 47,2 per cento e un debito di quasi 16 mila miliardi di lire che sarebbe balzato, dopo l'Opa dei
record a circa 37 mila nel 2000. Il debito netto avrebbe poi sfiorato, nel suo massimo, i 40 miliardi di euro
nel 2005 per poi scendere gradualmente, nel 2017, a 25 miliardi, con un Ebitda del 39,3 per cento e ricavi
per quasi 20 miliardi. Nel '98 il debito era meno di un terzo del fatturato. Oggi è quasi una volta e mezzo. La
Telecom pubblica si espanse in Brasile, Argentina, Turchia e in altri Paesi. Oggi è soltanto Italia e Brasile.
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Una fibra forte
L'ex monopolista ha dovuto ovviamente lasciare spazio a una concorrenza agguerrita della quale il
consumatore si è avvantaggiato. Nel fisso la quota dell'incumbent era nel 2010 ancora del 72 per cento,
oggi è al 54. Nel mobile Tim ha il 30,7 per cento del mercato, Vodafone il 30,3. Il gruppo nato con la fusione
tra Wind e Tre è al 35 per cento. Un mercato estremamente competitivo nel quale è annunciato l'arrivo in
estate dell'operatore low cost francese Iliad. E dunque i margini tendono a comprimersi per tutti. Ma nella
fibra Telecom è ancora di gran lunga il primo operatore e nell'Internet veloce cresce a ritmi superiori alla
concorrenza.
Il futuro assetto del gruppo è legato anche alla disponibilità espressa dall'attuale amministratore delegato
Amos Genish, di separare la rete. L'effetto sul patrimonio varierà a seconda della scelta della struttura
finanziaria nel quadro regolatorio italiano ed europeo. Una scissione e una successiva quotazione in Borsa
della rete sul modello Inwit, la società che raggruppa le torri di trasmissione, potrebbe essere una soluzione
percorribile, visto anche l'interesse a investire nel settore dei fondi strutturali stranieri. Un'ipotesi in tal senso
è contenuta in uno studio di Mediobanca Securities. Il tema del futuro proprietario della rete coinvolge
anche il destino incerto di Open Fiber, creata da Enel, su pressione del governo, per favorire connessioni
più veloci e avanzate.
Cornucopia per tanti (non tutti)
Investire in Telecom è stato conveniente in tutti questi anni? Se guardiamo alla quotazione al momento
della privatizzazione, equivalente in lire a 5,67 euro, e la confrontiamo, seppur grossolanamente, con quella
attuale intorno a 0,8 (il minimo è stato di 47 centesimi nel 2013) la risposta non può che essere negativa.
Ne sono usciti, al contrario, molto bene, i troppi manager, scelti a volte con criteri discutibili. Negli ultimi
cinque anni si sono succeduti quattro amministratori delegati mentre la durata media di un capo azienda nel
settore in Europa è di 5-6 anni. Flavio Cattaneo, che aveva fatto risalire la redditività, è stato congedato
dopo 15 mesi con 25 milioni di euro. Non possono lamentarsi nemmeno le banche d'affari e la schiera
infinita di consulenti a vario titolo. Per loro Telecom ha rappresentato una splendida cornucopia. Monta,
smonta, rimonta. Se sommiamo i costi delle consulenze e delle prestazioni professionali, estratti dai bilanci
consolidati Tim/Telecom dal 2005 al 2016, arriviamo alla cifra di 4 miliardi 751 milioni. Erano 530 milioni nel
2005, sono scesi a 186 nel 2016. Per quanto riguarda l'andamento delle commissioni finanziarie passive,
nel medesimo periodo, sempre dai dati consolidati, tocchiamo 852 milioni. Ora si apre un nuovo capitolo di
una vicenda nella quale ritroviamo mischiati a casaccio virtù e difetti del Paese.
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1997
Foto:
È la madre di tutte le privatizzazioni: il primo governo Prodi ( foto ) mette sul mercato il 35,26% per 26 mila
miliardi di lire. Presidente Gian Mario Rossignolo, ceo Franco Bernabè
La vicenda
Si attende l'assemblea del 4 maggio prossimo per capire quale sarà la sorte di Tim. L'ex Telecom Italia
della quale Vivendi ha il 23,94% ha visto dimettersi la scorsa settimana dal consiglio tutti i rappresentanti
del socio francese, a partire dal presidente Arnaud de Puyfontaine. Una mossa per arginare il fondo
americano Elliott, azionista al 5% di Tim (e socio in Italia anche di aziende come Ansaldo Sts) che ha
chiesto la revoca di sei consiglieri.
Le deleghe affidate a Giuseppe Recchi su sicurezza e Sparkle sono andate a Franco Bernabé. 1999 2001-
05 2013-16
In febbraio l'Olivetti di Roberto Colaninno ( foto ) lancia un'Opa da 61 mila miliardi di lire. Avrà il 51,02%.
Il Tesoro non la ferma. Per il premier D'Alema sono «capitani coraggiosi»
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Colaninno passa la mano a Olimpia (Benetton, Intesa, Pirelli, Unicredit). Presidente Tronchetti Provera (
foto ). Lascia dopo l'Opa su Tim e il controllo a Telco (Telefonica e soci italiani)
Telefonica rileva il controllo
di Telco, disimpegnando i soci italiani. Vivendi di Vincent Bolloré ( foto ) diventa il primo azionista
e sale fino a circa il 25%
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Economia Politica La pubblica amministrazione
PAGAMENTI La grande frenata
I comuni tornano a saldare i conti con fornitori e aziende a 95 giorni, due mesi di ritardo sui termini di legge.
E l'Europa non sta a guardare Si è interrotto il processo avviato dal governo Monti per rendere più efficiente
lo Stato con l'applicazione della direttiva Ue del 2011, in vigore dal 2013: il termine generale è di 30 giorni
Federico Fubini
L'Italia s'è desta, poi però è tornata ad assopirsi un po'. La grande rincorsa per accelerare i tempi con i
quali la pubblica amministrazione paga le proprie controparti sta chiaramente generando una ricaduta sulla
struttura fragile delle amministrazioni comunali: dopo i primi miglioramenti in molti casi i ritardi sono tornati a
crescere, come se l'istinto dei rami dello Stato fosse comunque di rallentare il proprio ritmo.
Emanuele Padovani e Francesco Bergamaschi, rispettivamente docenti di amministrazione pubblica e
sistemi informatici all'Università di Bologna, hanno appena pubblicato un lavoro che getta una luce piuttosto
cruda sull'efficienza dei comuni italiani. Il loro metodo è innovativo: anziché contare il tempo che passa
dalla presentazione di una fattura al giorno del pagamento, Padovani e Bergamaschi fanno ricorso alla
banca dati internazionale di Bureau van Dijk (gruppo Moody's) per una stima complessiva che valuta spesa
corrente, impegni di spesa e i residui passivi, ovvero quanto resta da pagare a ciascuna amministrazione. È
il metodo utilizzato di solito nell'analisi di bilancio delle imprese da parte delle banche. Persino alcuni grandi
fornitori dello Stato vi fanno ricorso per stimare il rischio di liquidità al quale sono esposti.
Ne emerge che l'Italia si è fermata: i tempi di pagamento dei comuni, sempre troppo alti, nella maggioranza
dei casi sono tornati a crescere dopo i primi progressi all'uscita della Grande recessione. Dall'analisi di
Padovani e Bergamaschi emerge però anche un altro dato che potrebbe far riflettere questo neonato
Parlamento privo ancora di maggioranze: in un Paese politicamente diviso, la qualità delle amministrazioni
cittadine è legata più spesso al grado di spirito civico presente sul territorio che al partito di governo in ogni
località. In sostanza, sembra contare il senso di comunità che prevale nei singoli comuni, più che la cultura
politica di parte di ciascuna giunta comunali.
La retromarcia
Non è un'analisi senza conseguenze. A dicembre l'Italia è stata deferita alla Corte di giustizia dell'Unione
europea perché i tempi di pagamento della pubblica amministrazione restano ancora troppo superiori alle
norme. Per la legislazione europea non dovrebbero superare i trenta giorni, ma per molte amministrazioni
italiane questa resta un'utopia. Adesso i rischi per il bilancio pubblico sono alti, in caso di condanna in Corte
Ue, perché lo Stato a quel punto dovrebbe pagare interessi di mora dell'8% annuo su ritardi nei saldi per
decine di miliardi di euro.
È vero che lo studio di Padovani e Bergamaschi, in termini legali, non fa testo: per la procedura europea
valgono solo i saldi ai fornitori di beni e servizi, mentre i due studiosi bolognesi includono anche i pagamenti
a altri enti pubblici, alle società partecipate e persino al personale. Ma quest'ultimo fattore dovrebbe in
teoria contribuire ad abbassare le medie dei ritardi, invece i risultati sono una sorpresa negativa: ancora nel
2016 i comuni italiani pagavano in media a 95 giorni di distanza, dunque con oltre due mesi di ritardo sui
termini di legge. Ed è del tutto improbabile che nell'ultimo anno (per il quale mancano ancora i dati) il
quadro sia migliorato molto, perché l'evoluzione risulta in senso opposto: i tempi tornano ad allungarsi.
Nel 2012 ed ancor più nel 2013 la situazione per gli 8 mila comuni d'Italia era drammatica, con ritardi in
media nazionale a 135 giorni (248 medi in Calabria, con un record di 668 a Pomezia in provincia di Roma).
Da allora i successivi governi, sostenuti dalla Ragioneria dello Stato, hanno cercato sbloccare lo stallo con
notevoli forniture di liquidità. E i primi risultati si sono visti: dal 2013 al 2015 i tempi medi di pagamento dei
comuni si accorciano di 44 giorni, meno 32,6%. Ma da allora, come se i comuni fossero esausti per lo
sforzo già compiuto, la tendenza si inverte. L'anno dopo, il 2016, in tredici regioni italiane i tempi medi di
pagamento delle amministrazione comunali ricominciano a crescere (del 19% in Abruzzo, ma anche del 5%
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in Lombardia e del 7% in Umbria). I progressi continuano solo nelle sue ragioni a statuto speciale del Nord-
Est, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia, e in Basilicata forse grazie al settore dell'energia
rinnovabile e tradizionale.
Di certo anche le città con i tempi più rapidi restano sopra la soglia di 30 giorni prescritta dalla legge
europea per i versamenti ai fornitori: Cuneo e Bolzano scendono a 44 giorni, Ferrara e Ragusa a 47 (la città
siciliana partendo da lontanissimo, 277 giorni). Ci sono poi le giunte che, malgrado tutto, fra il 2012 e il
2016 riescono a peggiorare enormemente: non solo Afragola (in provincia di Napoli) che allunga da 277 a
464 giorni; anche Treviso va male, passando da 51 a 84 giorni; Benevento sale da 150 a 245 e la milanese
Sesto San Giovanni allunga il suo ritardo da 102 a 142 giorni.
I partiti e i tempi
Risulta evidente da questo breve catalogo che il partito di governo locale non è il fattore che permette di
prevedere il grado di efficenza a colpo sicuro: Movimento 5 Stelle, centrodestra e centrosinistra presentano
tutti sia buoni che pessimi risultati. Contano piuttosto il capitale sociale, il senso civico e lo spirito di
comunità diffuso in ogni singolo territorio, questo sì: il Trentino Alto-Adige e il Veneto, aree dense di
associazioni culturali e produttive e di vita aggregata, fanno meglio della Lombardia, del Piemonte o della
Toscana (dove questi fattori sono più attenuati) e decisamente meglio della Calabria, della Campania o del
Lazio (dove spesso l'associazionismo è debole o assente).
Contano però anche le dimensioni, perché i comuni sopra i 50 mila abitanti a Nord-Est o al Centro risultano
più efficienti e riescono ad accorciare i propri tempi di pagamento più delle piccole realtà. Commentano
Padovani e Bergamaschi: «I comuni di piccolissime dimensioni, sotto i tremila abitanti, hanno migliorato in
misura meno marcata degli altri e continuano ad avere performance peggiori rispetto alla media delle aree
nelle quali si trovano». Varie le cause: difficoltà finanziarie o mancanza di personale con la preparazione
adeguata. Questo problema dei piccoli centri, notano i due studiosi, «può portare a situazioni di stress
finanziario con varie possibili soluzioni: tagli drastici ai servizi, fusione con altri comuni, richiesta di accesso
alle procedure di riequilibrio o anche alla dichiarazione di dissesto». In Italia ci siamo raccontati per molti
anni che piccolo e particolarista era bello, in tutte le sue declinazioni.
Ma se mai tornerà a prendere forma un'agenda di riforme in questo Paese, potrebbe ripartire proprio da
qua: mettendo in dubbio questa rassicurante verità.
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Promossi e bocciati I tempi di pagamento medi per regione nel 2016 Velocità a Nord Est I tempi di
pagamento medi per regione nel 2016 Tempi pagamento Area politica al governo Numero Comuni Lista
Civica Centro Destra Centro Sinistra/sinistra Centro Movimento 5 Stelle Altro Totale 80 77 80 - 69 69 77
614 77 109 - 7 319 1.126 Tempi pagamento Area politica al governo Lista Civica Centro Destra Centro
Sinistra/sinistra Centro Movimento 5 Stelle Altro Totale 131 102 99 108 159 117 120 Numero Comuni 484
16 171 2 8 129 810 Quanto conta chi governa I tempi di pagamento medi in giorni per area politica nel
2016 Le migliori Le peggiori Fonte: analisi di Emanuele Padovani e Francesco Bergamaschi su dati Aida
PA, Bureau van Dijk - A Moody's Analytics Company (al 08/01/2018) Note: Campione pari a circa l'85%dei
comuni italiani in termini di numerosità o popolazione. Per media si intende il valore mediano Nord Est
Molise Sicilia Campania Lazio Calabria 128 133 153 153 175 Trentino-Alto Adige/Südtirol Veneto
Lombardia Sardegna Friuli-Venezia Giulia 51 69 80 80 84 Giorni Centro 80 100 120 140 160 180 2012
2013 2014 2015 2016 Centro Nord-Est Nord-Ovest Sud e Isole giorni i tempi medi di pagamento 95 Tempi
pagamento 128 164 124 104 106 124 124 Numero Comuni 1.275 43 102 10 7 500 1.937 Tempi pagamento
Numero Comuni Tempi pagamento Numero Comuni Italia Nord Ovest Sud e isole 95 84 95 99 99 99 95
4.540 262 490 13 28 1.386 6.719 84 73 88 44 84 88 84 2.167 126 108 1 6 438 2.846 PAGAMEN Sfida tra
campanili I tempi di pagamento medi delle città con più di 50.000 abitanti nel 2016 Afragola (Napoli)
Marano di Napoli (Napoli) Guidonia Montecelio (Roma) Reggio di Calabria Tivoli (Roma) 464 445 372 343
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310 Cuneo Bolzano Ferrara Vittoria (Ragusa) Imola (Bologna) 44 44 47 47 51 Giorni Le migliori Le peggiori
s.F. TI
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Made in Italy Il personaggio
Valentina Scotti ho globalizzato il riso di famiglia
A capo dell'avamposto internazionale del gruppo, ha trovato la formula tra snack e format ristorativo E ora
esporta i prodotti della casa in Cina
Severino Salvemini
N on è mai un processo facile l'affiancamento della nuova generazione imprenditoriale in un'azienda
familiare. Lo è ancor meno se l'impresa conta sei generazioni, essendo stata fondata nel 1860. Meno che
mai se il settore di cui stiamo parlando si radica in quella cultura agricola e contadina di forte tradizione
patriarcale. Una famiglia di imprenditori, da sempre uomini.
Eppure, proprio qui, a Pavia, nel Gruppo Riso Scotti, che ormai è un colosso globale del riso bianco, con
diversificazioni nella pasta di riso, negli snack, nei biscotti, nei drink vegetali, nei prodotti del benessere e
nella ristorazione, si staglia una brillante quota rosa. E' Valentina Scotti, 34 anni, la maggiore delle tre figlie
del presidente Dario, il doottor Scotti! del celebre claim pubblicitario.
Bocconiana, esperienze in Lavazza negli Usa e poi in Deloitte come consulente di imprese alimentari, è
oggi l'amministratrice delegata di Riso Scotti Danubio, il più importante avamposto internazionale del
gruppo (la Romania è un mercato di forti consumatori di riso e l'Est Europa è un bacino potenziale di 350
milioni di persone) e anche la responsabile del progetto di ristorazione con il marchio So'Riso, che prevede
aperture diffuse di bistrot a base di riso in Italia e nel mondo.
Immagine
E' lei il volto nuovo dell'azienda. L'intero gruppo Riso Scotti, detenuto in maggioranza di controllo dalla
famiglia Scotti e per un 40% dalla multinazionale spagnola Ebro Foods, ha avuto nel 2017 un fatturato
consolidato di più di 200 milioni di euro con un ebitda di circa 17 milioni. Fa il 50% dei ricavi all'estero,
sull'onda di un andamento favorevole della materia prima e di un trend salutistico legato al riso, che fa
percepire questo ingrediente come un alimento sano, aperto alle innovazioni e facilmente digeribile.
Il prodotto, grazie anche alla predisposizione particolare per la comunicazione del presidente Dario Scotti, è
passato nelle ultime decadi dalla concezione di un prodotto semplice e tradizionale (una antica e statica
commodity) ad un sistema di prodotti differenziati con crescenti contenuti di servizio. E molto ha contribuito
allo sviluppo aziendale il processo produttivo tecnologicamente all'avanguardia che controlla l'intera filiera e
riusa gli scarti di lavorazione come biomasse riutilizzabili per la produzione di energia.
Ora il percorso prospettico è disegnato: verso nuovi settori e verso nuovi paesi. La responsabilità passa per
la nuova generazione. Valentina Scotti è determinata: «Abbiamo cercato di toglierci il cappello dell'industria
e calarci nel retail», con il progetto imprenditoriale So'Riso, partito nel 2014 come format ristorativo aperto a
Milano e ad Assago nel Centro commerciale e ora replicato in altre localizzazioni milanesi. Gli elementi
vincenti della proposta sono il legame tra riso e benessere (i trend del food - cereali antichi, veganesimo, all
grain - sono inarrestabili) e ricette appetitose. Pochi ingredienti, grande creatività, attenzione al gusto in
chiave gourmet, apporto calibrato di carboidrati e proteine.
Il gruppo aveva già tentato la strada della ristorazione con esperimenti precedenti quali la Risotteria Casa
Scotti e la catena Steak and Rice, ma con risultati non in linea con le aspettative e strutture difficili da
replicare geograficamente. Oggi con So'Riso il successo è finalmente arrivato. Curioso non avere sfruttato
il brand Riso Scotti, ma essere partiti con una nuova insegna: «Veramente - dice Valentina - mio padre non
si è ancora del tutto rassegnato. Per lui il marchio avrebbe dovuto essere quello».
Diversità
E non è l'unica divergenza con la generazione precedente che la giovane Scotti ricorda: «Con mio padre ci
sono stati momenti difficili. Appena entri in azienda, sei piena di energie: vuoi dire, vuoi fare e non hai
ancora ruolo. Io sono un carattere esuberante, per cui erano scontri continui». Poi la dura iniziazione e la
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fiducia del genitore che le affida il compito di pilotare l'internazionalizzazione e la revisione del format dei
bistrot. Lei è un esempio anche per le due sorelle più giovani. Una ventata di rinnovamento che ha spinto
anche la seconda sorella Francesca ad entrare in azienda e seguire anch'essa il progetto So'Riso e ad
occuparsi di un'altra diversificazione: la distribuzione di prodotti biologici a chilometro zero.
E nel suo ruolo di capitana d'industria per l'area est-europea, Valentina Scotti non rinuncia alla sua
vocazione femminile: «Quell'area è una geografia difficile, ma anche piena di opportunità e di sorprese
positive, se vogliamo sfidare il mercato con prodotti benessere. A cominciare da un vantaggio di fondo: è
una società matriarcale, piena di donne che lavorano e che portano avanti la famiglia, nella quale nessuno
si meraviglia di vedere una donna al comando di un'azienda. Ho tenuto a circondarmi di collaboratori
giovani, per lo più donne, e ho cercato di valorizzarli il più possibile».
Il sogno ambizioso per domani? Fare il percorso del salmone nei paesi stranieri. A ritroso. Arrivare alla Gdo
passando per il retail e completare il passaggio da marchio di risotti e marca di riso. «Ho in mente il
processo fatto a Londra dal marchio Nando's, una catena di ristoranti afro-portoghesi che oggi ha anche i
suoi prodotti sugli scaffali dei supermercati». La visione della nuova imprenditrice è un orizzonte di
lunghissimo termine. Intanto il padre, ancora saldamente al comando, vigila e gongola di orgoglio paterno.
E, come nella famosa barzelletta dei ghiaccioli venduti in Groenlandia, la Riso Scotti aumenta il suo
fatturato di riso venduto ai cinesi. Partono oggi per il Celeste Impero container di risotti, gallette di riso, olio
e latte di riso. Con aspettative di ordini potenziali che sicuramente l'azienda farà fatica a soddisfare nel
prossimo futuro. Ma questo sarà un problema della settima generazione.
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I conti del gruppo... Migliaia di euro, bilanci consolidati Gruppo Scotti La nuova produzione Volumi della
Riso Scotti spa, dati in migliaia 2013 Riso (kg) Diversificazione (pezzi) Totale (pezzi) 134.039 26.717
160.756 155.280 42.872 198.152 +16% +60% +23% 2017 Var. 2013 2016 Var. Ricavi netti Margine
operativo lordo 184.453 216.517 +17% 13.088 16.890 +29% ... e della capogruppo Migliaia di euro, Scotti
spa 2013 2017 Var. Ricavi netti Margine operativo lordo 154.566 180.000 +16% 9.670 13.000 +34% s.F.
1860
A Mulino di Marudo, nel cuore della Pianura Padana, Pietro Scotti fonda un'azienda agricola che raccoglie
riso grezzo
1992
Vengono eliminate le confezioni tradizionali e introdotto il sottovuoto; Gerry Scotti diventa testimonial
2004
Viene inaugurato il nuovo polo
(135 mila metri quadrati). Inizia la diversificazione produttiva
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Pag. 1.11 tiratura:130903
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PANORAMA
La sharing economy fa il pieno di capitali
Enrico Netti
Sono 195 le start up della sharing economy nel mondo, secondo uno studio del Politecnico di Milano. Negli
ultimi anni investiti quattro miliardi $. Premiate le realtà asiatiche del bike sharing. pagina 11 Accesso
contro possesso. Difficile immaginare quale modello si affermerà. Per il momento il primo è protagonista di
una corsa apparentemente inarrestabile all'insegna della sharing economy. In quest'ambito negli ultimi
cinque anni sono nate 195 start up che nel bienno 2016-2017 hanno ottenuto almeno un round di
finanziamento. L'importo complessivoè stato di quasi4 miliardi di dollari. Sono invece 26 quelle censite in
Italiae hanno ricevuto 23 milioni di dollari. Quali sono gli ambiti più gettonati? Metà di queste realtà operano
nella Gig economy, ovvero la fornitura di piccoli servizi spot, e nel p2p lending. I servizi di e con
professionisti pesano per un altro 17%, al pari della pooling economy, la condivisione di beni e servizi tra
consumatori. C'è poi lo pseudo sharing (al 16%) che riguarda beni messi a disposizione da una azienda.
Quest'ultimo (si veda l'infografica accanto ndr) è quello che nel tempo ha rivelato la migliore capacità di
attrarre finanziamenti. Lo provanoi tre miliardi di dollari raccolti su un totale mondiale di quattro. Qui si
concentrano fenomeni legati alla mobilità in chiave bike sharing come Ofo, Obikee Mobike. Tutte start up di
origine asiatica perché l'Asia, con 28 start up, sembra essere una potente calamita peri capitali di rischio.
Sulla regione si sono riversati ben 3,3 miliardi di dollari, alle 85 start up censite in Europa sono andati 202
milioni men- tre le 70 realtà Usa hanno ricevuto 282 milioni. Di start up legate alla condivisione se ne parlerà
oggi a Milano durante il convegno «Sharing Economy: dal possesso all'accesso», organizzato dagli
Osservatori digital innovation della School of management del Politecnico di Milano. «La sharing economy
sta modificando il nostro sistema socioeconomico, portando mutui benefici alle parti coinvolte - dice
Alessandro Perego, direttore del dipartimento di Ingegneria gestionale del Politecnico di Milano -. Chi offre
condivide per far fruttare risorse scarsamente utilizzate, chi utilizza aggira i costi del possesso del bene
tramite un pagamento a consumo». Un modello che ha iniziato ad affermarsi all'inizio della grande crisi
finanziaria del 2008. «La transizione verso l'accesso è parallela alla caduta di salari e redditi della classe
media- spiega Fabio Sdogati, professore di Economia internazionale del Politecnico di Milano -. Il puntoè
capire se siamo di frontea un cambiamento di bisogni e abitudini dei consumatori, in particolarei giovani, o
se il ruolo dominante è la caduta del reddito presentee futuro». La conferma indirettamente arriva
dall'analisi del prodotto o servizio oggetto dell'offerta. Per i beni tangibili, area in cui opera il 40% delle start
up, il podio è conquistato dai veicoli, gli oggetti e gli spazi che raccolgono il 95% dell'offerta. Un mix di beni
il cui acquisto richiede sempre un certo impegno di capitale quasi impossibile da recuperare per i millenial.
Nel caso degli asset intangibili spicca il know how, le competenze condivise tra utenti come nel caso degli
interpreti che offrono il loro servizio on-demand ad aziende, con il 39%, le consegne (24%) e il trasporto al
13%. Dal mix tra prodotto e la parte servizio emerge preponderante il peso della mobilità dove un utente
offre un servizio ad un altro mettendo a disposizione una risorsa tangibile cioè il veicolo. La sharing
economyè comunque in costante evoluzione e dall'auto "al minuto" si è arrivati ai veicoli commerciali. La
scorsa settimana la piattaforma di Eni ha lanciato Enjoy Cargo iniziando a mettere disposizione una
cinquantina di furgoncinia Torino, Roma e Milano. Se gli utilizzatori risparmiano come si regge il modello di
business di chi fornisce i beni? Quasi sempre le società di sharing sposano il modello «chi usa e consuma
paga». Solo in pochi altri casi è previsto un abbonamento o entrambi. enrico.netti@ilsole24ore.com ©
RIPRODUZIONE RISERVATAIl business della «condivisione» Start up della shar ing economy nate negli
ultimi 5 anni che hanno ottenuto almeno un round di finanziamenti negli ultimi due Forniture di piccoli servizi
Condivisione di beni tangibili Servizi offerti da professionisti Combinazioni di beni e servizi Uso beni forniti
da un'azienda LA DISTRIBUZIONE PER TIPOLOGIA DI ASSET Intangibile Know-how Consegna
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