SENECIO - Saggi, Enigmi, Apophoreta - Direttore Andrea Piccolo e Lorenzo Fort - Senecio.it
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SENECIO Direttore Andrea Piccolo e Lorenzo Fort Saggi, Enigmi, Apophoreta
Senecio www.senecio.it direzione@senecio.it Napoli, 2021 La manipolazione e/o la riproduzione (totale o parziale) e/o la diffusione telematica di quest’opera sono consentite a singoli o comunque a soggetti non costituiti come imprese di carattere editoriale, cinematografico o radio-televisivo.
Nei giardini di Flora di Maria Grazia Caenaro Mater, ades, florum, ludis celebranda iocosis! (Ovidio, Fasti 5. 183) I. “Madre dei fiori, assistimi ”, invoca Ovidio accingendosi a descrivere la prima festa di maggio nel calendario romano, i Ludi dedicati a Flora, antica divinità italica protettrice degli orti e dei giardini, e Flora, veridica musa ispiratrice del poeta, gli risponde benevola effondendo assieme alle parole profumo di rose di primavera (dum loquitur, vernas effluit ab ore rosas, v. 194): rivela il significato del suo nome, la sua remota origine, i suoi poteri, e rievoca l’istituzione a Roma del suo culto e dei giochi che si celebravano dal 28 aprile al 3 maggio in un anfiteatro naturale, la valletta tra Quirinale (il colle “sabino”) e Velia (il colle dei giardini)1: Ora chiamata Flora, ero in realtà Clori: la lettera / greca del mio nome fu guastata dalla pronuncia latina. / Ero Clori, ninfa dei campi felici dove hai udito / che in passato ebbero la loro dimora uomini fortunati. / Dire quale sia stata la mia bellezza, sarebbe sconveniente / alla mia modestia: ma fu essa a trovare come genero per mia madre un dio. / Era primavera, vagavo; Zefiro mi vide, cercai di allontanarmi; / m’insegue, fuggo; ma egli fu più veloce. / E Borea, che aveva osato rapire la preda dalla casa di Eretteo, / aveva dato al fratello piena licenza di rapina. / Tuttavia fa ammenda della violenza col darmi il nome di sposa, / e nel nostro letto non ho mai dovuto lamentarmi. / Godo d’una eterna primavera, è sempre splendido l’anno, / gli alberi hanno sempre le fronde e sempre ha pascoli il suolo. / Possiedo un fiorente giardino nei campi dotali, / l’aria lo accarezza, lo irriga una fonte di limpida acqua: / il mio sposo lo ha riempito di copiose corolle, e ha detto: / “Abbi tu, o dea, piena signoria sui fiori”. / Spesso io volli contare le loro specie, / ma non vi riuscii: il loro numero superava il conteggio. / Appena sono scosse via dalle foglie le gocce di rugiada, / e le variopinte corolle s’intiepidiscono ai raggi del sole, / si radunano le Ore cinte di vesti ricamate, / e raccolgono in lievi canestri i nostri doni. / E subito giungono le Càriti, e intrecciano ghirlande / e serti destinati a cingere le loro celesti chiome. / Fui io la prima a spargere nuovi semi tra popoli immensi: / prima di allora la terra era di un solo colore; / per prima mutai in fiore il sangue del terapneo Giacinto, / e sui petali restano ancora scritti i suoi lamenti. / Anche tu, o Narciso, hai fama nei coltivati giardini, / poiché sventurato non eri un altro e insieme un altro tu eri. / Che dire poi di Croco, e di Attis, e del figlio di Cinira, / dal cui sangue per mia arte sorse primaverile bellezza? (Fasti 5. 195-228). Nella luminosa sequenza iniziale dell’epifania di Flora, tutta improntata alla serenità e all’armonia, anche il ricordo della violenza subita si stempera, appena evocata attraverso la vicenda – analoga 1 Cfr. Fasti 5.183-378. La bella traduzione dei passi citati è di Luca Canali in Publio Ovidio Nasone, I Fasti. Introduzione e traduzione di L. Canali. Note di M. Fucecchi. Testo latino a fronte, Milano 1998. All’inizio del libro V Ovidio immagina di interrogare le Muse sul nome del mese di maggio, collegato da Polimnia a Maiestas, figlia di Honor e Reverentia, che assistita da Pudor e Timor regge il mondo intero al fianco di Giove, ordinatrice della vita civile, da Urania alla reverenza per l’assennatezza degli anziani (maiores) che indusse Romolo a istituire il collegio dei patres; Calliope lo collega invece alla pleiade Maia, madre di Ermes/Mercurio, nato in Arcadia ma onorato nel Lazio da quando, per consiglio della madre Carmenta, vi pose la sua dimora l’esule Evandro.
ma di segno opposto – di Orizia, figlia del re di Atene rapita da Borea, il vento del Nord apportatore di tempesta, narrata diffusamente da Ovidio nelle Metamorfosi2. Zefiro, il vento che soffia da ponente a primavera, nella poesia latina è spesso salutato come apportatore del bel tempo che riapre i porti alla navigazione e scioglie le zolle dalla morsa del gelo3, ma il motivo del rapimento della ninfa Clori è probabilmente invenzione di Ovidio, come spesso le digressioni eziologiche nei Fasti (e anche l’identificazione di una greca Cloris con la latina Flora, poco plausibile in chiave fonetica, non è attestata da altre fonti): il poeta ricalca intenzionalmente il mito notissimo di Borea4, caratterizzando però il vento primaverile (il Favonio dei Romani) come mite e gentile, all’opposto del violento fratello: infatti rapisce a primavera la ninfa Clori (= Verde) dall’antica sede dei beati (Chloris eram, nymphe campi felicis ubi audis / rem fortunatis ante fuisse viris) ma a risarcimento della violenza le dona la condizione di sposa, e a sua volta la sposa, nella romanizzazione del mito, porta in dote un fertile giardino (est mihi fecundus dotalibus hortus in agris) accarezzato dalla brezza e irrigato da una limpida fonte, che Zefiro riempie di corolle e affida alle sue cure (“Arbitrium tu, dea, floris habe!”): dunque Clori divenuta Flora trasferisce nella sua dimora nuziale italica l’età dell’oro e i saturnia regna5. La celebrazione gioiosa della natura risvegliata dal soffio vivificatore del vento primaverile, tradotta molti secoli dopo a Firenze nelle splendide immagini della Primavera di Botticelli (1481-82)6, è un inno alla bellezza che dalla morte rifiorisce (per me de volnere surgit honor, vanta la dea): gigli purpurei, narcisi, crochi, viole, anemoni che punteggiano i prati a primavera con i loro colori 2 Ovidio racconta che l’impetuoso vento Borea (Aquilone per i latini), non riuscendo a ottenere da Eretteo la giovane di cui si è invaghito, impaziente e iroso la ghermisce in un turbine vorticoso e la trascina lontana dalla casa paterna nella Tracia selvaggia, dove darà alla luce i gemelli Calais e Zeto, in tutto simili alla madre ma, alle soglie dell’adolescenza, dotati di ali come il padre e pronti alla grande avventura della conquista del vello d’oro assieme agli Argonauti (Metam. 6. 677-721). L’episodio ovidiano riprende e dilata la sequenza conclusiva del catalogo degli eroi del poema di Apollonio Rodio (Arg. 1. 213-223). 3 Cfr. Catullo, c. 46. Lucrezio, De rerum natura 1. 1-20. Virgilio, Georg.1. 43-46; 2. 315-345. Orazio, c. 1. 4. Ovidio celebra la rigenerazione della natura a primavera già in una breve sequenza all’inizio dei Fasti (1. 151-159), cfr. infra nota 21. 4 Il mito è narrato anche nel Fedro platonico (229b-c), e già Erodoto (7. 179) vi accenna, raccontando che, per riconoscenza verso la città della sposa, Borea aveva portato aiuto nella guerra contro i Persiani agli Ateniesi che gli dedicarono un altare. In Esiodo Borea, figlio – come Zefiro e Noto – di Eos (l’Aurora) e di Astreo (Teogonia 378-380; 870-871), sferza uomini, animali e piante nella lunga stagione fredda (Opere 504-565). Il pittore preraffaelita Waterhouse esprime efficacemente l’antitesi fra i due venti e le loro stagioni raffigurando il rapimento di Clori (1898) e di Orizia (1903). 5 Nella descrizione del giardino di Clori confluiscono echi delle Isole dei Beati di tradizione greca (cfr. Omero, Od. 4.561-569; Esiodo, Op. 166-173; Pindaro, Ol. 2. 68-78) e delle Isole Fortunate di tradizione romana (Orazio, Epodi 16. 41-64), tutte caratterizzate da clima perennemente mite e spontaneo rigoglio della natura. Il racconto ha spiccata impronta greca, ma una ninfa di nome Clori non è nota da fonti letterarie o iconografiche: solo nel Catalogo delle donne esiodeo è nominata una mortale, madre dei Neleidi, e di matrice esiodea è la raffigurazione delle Cariti e delle Ore (che in Opere 73-75 ornano di collane e incoronano di fiori di primavera Pandora, la prima donna inviata dagli dèi sulla terra). 6 Botticelli si ispira a Ovidio, forse per suggerimento di Poliziano che proprio in quegli anni commentava i Fasti nello Studio Fiorentino, arricchendo la scena di significati ermetici variamente interpretati (Warburg, Panofskj, recentemente Reale-Sgarbi). Anche molti dei numerosissimi fiori dipinti (di 138 specie, probabilmente riprodotti da erbari medievali) secondo gli studiosi avrebbero funzione allegorica. 2
smaglianti evocano infatti tragiche storie di giovani bellissimi mutati in fiori dagli dèi, narrate diffusamente o accennate come note nelle Metamorfosi7, tutte variazioni dell’ archetipo mitico del ritorno dall’Ade, a primavera, di Persefone/Proserpina, simbolo di rinascita dalla morte nell’eterno ciclo naturale delle stagioni8. Ma il pensiero fugace della morte è presto dissipato dal tono gioioso con cui Flora rivela al poeta il suo merito più grande: la nascita di Marte, concepito in virtù del fiore che a lei e alla primavera è più intimamente collegato, il più prezioso del suo giardino – una rosa? – colto in prati remoti e favolosi (oleniis ab arvis) per consentire a Giunone, adirata con il re degli dèi, di generare un figlio senza padre9: vinta dalle preghiere della grande dea, Flora le aveva toccato il grembo con un ramo di quella pianta preziosa facendole subito concepire Marte: e il dio, venuto alla luce in Tracia, per riconoscenza aveva promesso a Flora di dedicarle un tempio nella città di Romolo: Persino Marte, se lo ignori, fu generato per opera mia: / ma prego che Giove non lo sappia, come non lo seppe finora. / La sacra Giunone, essendo nata Minerva priva di madre, / si dolse che Giove non avesse bisogno di lei. / E andava per lamentarsi con Oceano dell’azione dello sposo; / affaticata dal cammino si fermò presso la nostra soglia. / Appena la vidi, dissi: “O Saturnia, che cosa ti ha spinto fin qui?” / Ella mi espone verso qual luogo si dirige, / e aggiunge il motivo. / Io cercavo di consolarla con parole amiche. / “Il mio affanno”, dice, “non si può consolare con parole. / Se Giove è diventato padre senza congiungersi con la sposa, / e da solo si è appropriato del nome dell’uno e dell’altra, / perché io devo disperare di essere madre senza marito, / e di partorire restando casta, senza virile contatto? / Proverò tutte le misture esistenti nella vasta terra, / a costo di esplorare fin i mari e gli abissi del Tartaro.” / Ero sul punto di parlare; ma avevo il volto di chi esita. / Mi disse: “Non so cosa, o ninfa, ma mi sembra che tu possa qualcosa.” / Tre volte volli prometterle aiuto, ma tre volte la lingua s’arrestò: / l’ira di Giove era la grande ragione del mio timore. / Disse: “Aiutami, ti prego: il soccorritore rimarrà segreto, / e mi sarà testimone il dio della palude stigia.” / “Ciò che chiedi”, risposi, “lo darà un fiore che mi giunge / dai campi olenii: esso è unico nei miei giardini; / chi me lo ha dato disse: ‘Se tocchi con esso una giovenca sterile, / diverrà madre’: la toccai e senza indugio diventò madre.” / Subito con il pollice colsi il fiore ben radicato; con esso / tocco Giunone, ed ella nel grembo toccato concepisce. / Ormai gravida penetra nella Tracia e nella parte sinistra della Propontide; / il voto diviene efficiente, e Marte è dato alla luce. / Egli, memore d’essere nato per mia arte, dice: / “Avrai anche tu sede nella città romùlea.” (5. 229-260). 7 Giacinto (Metam. 10. 162-219), ucciso involontariamente da Apollo durante una gara di lancio del disco sulle rive dell’Eurota, è trasformato nel fiore purpureo simile a un giglio (amarillide?) nei cui petali è scritto il grido AIAI. Narciso (Metam. 3. 340-510), innamorato della sua immagine riflessa nell’acqua di una fonte, si consuma nel vano desiderio di afferrarla fino a dissolversi e di lui rimane un fiore dalle corolle bianche con il cuore croceo. Croco (Metam. 4. 283), innamorato della ninfa Smilace, è trasformato dall’invidia degli dèi nel piccolo fiore dello zafferano. Il frigio Attis, consacrato a Cibele, tradisce per amore di una ninfa il voto di castità e, reso folle dalla dea, si evira (Fasti, 223-244; cfr. Catullo c. 63): dalle gocce del suo sangue fioriscono viole, secondo la versione più nota del mito, ma in Ovidio il giovane è mutato in pino (Metam.10. 103-105). Adone (Metam. 10.503-739), nato dall’incesto di Mirra con il padre Cinira, amato da Venere e ucciso da un cinghiale per volontà di Marte geloso, è mutato in un anemone dai petali fragili come la sua vita. Flora circondata dai giovani che farà rinascere in forma di fiori è raffigurata da Poussin in Il regno di Flora (1631, Dresda). 8 Sono gli stessi fiori che, assieme a molte rose, Proserpina raccoglieva con le compagne nei prati di Enna quando fu rapita da Ade (Fasti 4. 419-446; Metam. 5. 341-571) e nell’Inno a Demetra omerico nella pianura di Nisa (1-21; 417- 432). 9 Ovidio non dice il nome della pianta “profondamente radicata nel terreno” per circondare di mistero l’operazione magica, ma nelle raffigurazioni antiche e moderne (Botticelli, Tiziano, Rembrandt e tanti altri) Flora è ornata di tralci di rose e regge una cornucopia colma di rose. Nel mito greco la rosa è sacra ad Afrodite, dea dei giardini: nata bianca dalla schiuma del mare assieme alla dea, divenne purpurea alla morte dell’amato Adone azzannato dal cinghiale (cfr. Bione, Compianto di Adone). 3
Ovidio collega dunque l’istituzione del culto di Flora a Roma all’aiuto prestato un tempo dalla madre dei fiori alla regina degli dèi. Anche questo prodigioso concepimento di Marte, padre di Romolo mitico fondatore della città, non compare in altre fonti ma è modellato sul noto racconto esiodeo di Efesto concepito senza padre da Era, adirata per la nascita di Atena dal capo di Zeus senza madre, e al tempo stesso evoca, rovesciandolo maliziosamente, l’episodio omerico dell’inganno di Era che sulla cima del monte Ida, indossando il magico cinto prestatole da Afrodite, riaccende il desiderio amoroso di Zeus10. Nel racconto di Flora, condotto da Ovidio con gusto spiccatamente callimacheo, gli echi letterari si mescolano all’evocazione di pratiche e credenze arcaiche sul potere magico delle piante: toccare con un ramo fiorito il ventre di giovenche sterili (e quindi per analogia anche della dea, alla quale in Roma si sacrificava appunto una giovenca) è un tipico rito di magia simpatetica propiziatorio della fecondità, così come è una pratica magica apotropaica spazzare la soglia con un ramo spinoso di biancospino – un tempo dono di Giano alla ninfa Crane – per allontanare il malocchio e scacciare le streghe (Fasti 6. 100-167). E non differisce molto dal rito dei Lupercalia (istituito da Romolo per consiglio di Marte e di recente ripristinato per volontà di Augusto) nel quale a metà febbraio le giovani spose, inginocchiate nel bosco sacro a Giunone Lucina, a un ordine del capo sacerdote venivano percosse sulle spalle da uomini-capri con strisce (februa) di pelle caprina a scopo purificatorio per eccitarne la fecondità, e dopo la simbolica flagellazione invocavano la dea protettrice dei parti (Fasti 2. 423-452)11. Come è noto, era un tratto tipico della religiosità arcaica romana la connessione fra fertilità della terra e fecondità di animali, di uomini e perfino (lascia intendere Ovidio) di dèi. Dal magico concepimento nasce dunque Marte, dio dei campi, invocato nelle lustrazioni di fine inverno dai Fratres Arvales assieme a Flora, e non solo dio della guerra nella tradizione romana e italica12. Proprio questo Mars inermis era onorato alle calende di marzo, il mese a lui consacrato, assieme a Giunone protettrice delle madri e delle partorienti nei Matronalia, che si celebravano – in ricordo della pace tra Romani e Sabini ottenuta per le suppliche delle donne rapite – nell’anniversario della consacrazione del tempio di Giunone Lucina sull’Esquilino da parte delle nuore latine: “Mia madre ama le spose, la folla delle madri celebra la mia festa” (Mater amat nuptas: matrum me turba frequentat) afferma il dio invitando le donne a offrirle fiori e cingersi il capo di corone d’erba (Fasti 3. 167-258). La promessa del dio, nato per le arti di Flora (per nostras editus artes, vanta la dea), costituisce dunque per Ovidio l’aition del culto della dea in Roma, secondo le fonti antiquarie introdotto dal re sabino Tito Tazio che le dedicò un tempio – o piuttosto un sacello (aedes) – sul Quirinale, il colle 10 Cfr. Esiodo, Teogonia 921-929 e Omero, Iliade 14. 153-351. Alla nascita di Atena da Zeus accenna più volte già Omero (Iliade 5. 875, 880; 15. 154). Anche per Ovidio la dea è nata sine matre (Fasti 3. 841), ma naturalmente sorprende l’assenza di Giove nella procreazione di Marte, tanto più che nel poema sono dedicati pochi e brevissimi cenni ai dies festi a lui consacrati (1. 56; 4. 621; 6. 650), mentre è dato molto risalto al culto di Giunone. 11 Il complesso rituale è minutamente descritto da Plutarco nella Vita di Romolo (21. 4-0) e da Dionigi d’Alicarnasso nelle Antichità Romane (1. 80. 1-3). Cfr. D. Feeney, Letteratura e religione nell’antica Roma. Culture, contesti e credenze, Roma1999. J. Scheid, La religione a Roma, Roma-Bari 2001. 12 Proprio Marte che, vinto d’amore, aveva sedotto la vestale Silvia (Fasti 3. 1-167) aveva suggerito al figlio Romolo di rapire le donne delle città vicine per assicurarsi la discendenza e popolare la città. In calendari laziali nel ventitreesimo giorno del mese dedicato a Marte si festeggiavano le sue nozze con la dea sabina Neriene (= la forza, il vigore), mentre a Roma in quella data si celebravano i Tubilustria, cioè la purificazione lustrale delle trombe di guerra (Fasti 3. 849- 850), rito ripetuto il 23 maggio (5. 725-726) nel giorno dedicato a Vulcano, perché le trombe sono opera del dio (nella tradizione italica sposo di Maia). 4
dove si insediò con la sua gente dopo la pace con Romolo13. Ma il culto di Flora oltre che tra i Sabini è attestato anche presso altre popolazioni italiche, i Vestini e i Sanniti, e in Campania a Pompei e a Nola. In una iscrizione sannita in lingua osca la dea dei fiori è associata a Cerere, la dea delle messi (Flusiai Cereai = Flora [ministra] di Cerere): sono entrambe volti della Madre Terra (la daedalea Tellus lucreziana) per gli antichi popoli italici che ancora percepivano e onoravano la sacralità della natura nell’avvicendamento delle stagioni14. Flora, infatti, non solo per prima ha sparso nuovi semi tra infiniti popoli e abbellito la nera terra di mille colori, e non solo al tocco magico del suo fiore più prezioso ha reso gravida la regina degli dèi, ma propizia il fiorire delle messi e protegge il delicato momento della fioritura delle piante da frutto, specialmente delle viti e degli ulivi: insomma presiede al risveglio primaverile di tutta la natura, che alcune piante genera per nutrimento e utilità dell’uomo, altre per dargli diletto, e gioisce e si rallegra del piacere infinito della sua variopinta fecondità15. Dopo la lirica evocazione dei prati che fa fiorire a primavera, Flora passa con romana concretezza ad esaltare l’abbondanza dei frutti prodotti dalla terra coltivata, fonte della ricchezza buona nella semplice economia d’un tempo, quando negli horti – dice la dea stessa – assieme ai fiori che forniscono prezioso nutrimento alle api erano coltivati legumi e ortaggi, viti e ulivi, come nel piccolo podere del senex coricius virgiliano16: Forse ritieni che il mio potere si eserciti soltanto sulle tenere / ghirlande dei fiori? Il mio nume influisce anche sui raccolti. / Se bene saranno fiorite le messi, l’aia sarà ricca; / se bene sarà fiorita la vigna, trionferà Bacco; / se bene saranno fioriti gli ulivi, l’annata risulterà splendida: / e i frutti costituiranno il provento della fiorente stagione. / Una volta danneggiato il fiore, periscono le vecce e le fave, / e periscono anche le tue lenticchie, o straniero Nilo. / Anche i vini riposti alacremente nelle grandi cantine / fioriscono, e vapori ricoprono la sommità dei dogli. / Il miele è mio dono: sono io a invitare le api / che daranno il miele alle viole, al citiso e ai bianchi timi. / E sono ancora io a fare la 13 Varrone, De lingua latina 5. 74. Probabilmente antica è anche l’istituzione del Flamen floralis, uno dei dodici sacerdoti preposti in Roma al culto delle divinità minori. A Pompei, dove il culto di Flora è attestato da ritrovamenti archeologici, il sacerdote della dea era chiamato Flamen iuventutis. 14 In uno dei frequenti elogi della Roma primitiva, Plinio loda gli antichi che consideravano gli alberi templi degli dèi e attesta che ancora ai suoi tempi la gente di campagna, che conservava i semplici riti di una volta, consacrava a un dio l’albero più bello del podere; inoltre, in passato, a un dio particolare era stata dedicata ciascuna specie arborea (a Dioniso la vite e a Minerva l’ulivo, perché il succo dei loro frutti ha addolcito l’indole degli uomini), ma ancora si immaginava che Silvani e Fauni e dee d’ogni sorte si prendessero cura delle foreste, come se divinità particolari fossero state loro assegnate per volontà del cielo (Nat. Hist. 12. 3-5). 15 Plinio il Vecchio, Nat. Hist. 21. 1. Cfr. G. Bianco, Tellus. La sacralità della terra nell’antica Roma, Roma 2019. M. Bettini, in Terrantica, Catalogo della mostra Terrantica. Volti, miti, immagini della Terra nel mondo antico (Roma, 23 aprile -11 ottobre 2015), a cura di M. Bettini - G. Pucci, Milano 2015, pp.10-41. 16 Sugli horti nella tradizione italica cfr. Catone, De agri cultura 1. 1-5. Nei pochi iugeri di terreno arido e inadatto alle messi e alle viti del senex virgiliano presso Taranto crescono rigogliosi, assieme agli ortaggi, i fiori – gigli, verbene, papaveri, rose, giacinti – e ci sono alberi da frutto (peri, prugni) assieme a tigli, pini e ombrosi platani (Georg. 4. 125- 146). Virgilio si augurava di poter cantare un giorno gli horti dove crescono assieme rosai e indivia, narcisi e acanto, sedano e cocomeri, edera e mirto (ibid. 116-124), ma solo un secolo dopo lo spagnolo Columella dedicò loro l’ultimo libro della sua enciclopedia, il De cultu hortorum, composto in versi in omaggio a Virgilio. In realtà ai tempi di Ovidio gli Horti sallustiani e gli Horti di Mecenate sull’Esquilino erano ben lontani da quella rustica semplicità. Cfr. M. Cima - E. Talamo, Gli Horti di Roma antica, Milano 2008. 5
stessa cosa quando / negli anni giovanili gli animi folleggiano e i corpi sono robusti (Fasti 5. 261- 274). Dunque Flora esercita la sua potenza su tutto il mondo vegetale: il suo regno, le sue proprietà dotali (dotes, campi dotales), sono horti arvaque e suo compito (officium) è proteggerli e farli prosperare. Ma per propiziare raccolti abbondanti la dea deve ricevere i dovuti onori: se trascurata, lascia languire la vita, sia nei giardini che negli orti. Dopo aver rappresentato il rigoglio della natura in fiore, Ovidio descrive ora attraverso la voce di Flora l’inaridirsi delle colture e il flagello della carestia, non voluto dalla dea ma neppure allontanato, al quale pose termine un nuovo patto fra dèi e uomini con la decisione del senato di rendere annuali le feste di Flora. Prima di tutto la dea vanta la sua natura benevola e mite, ben diversa da quella di Diana o di Venere, che inflissero terribili punizioni a Meleagro, Agamennone, Ippolito per aver trascurato il loro culto17, poi rappresenta le conseguenze del suo cruccio silenzioso e infine il rimedio escogitato dai senatori per placarla: Anche me ebbero a trascurare i Padri romani. / Che cosa dovevo fare per mostrare con evidenza il mio dolore? / e quale punizione esigere per l’offesa da me subita? / Immersa nella tristezza mi passò di mente il mio compito: / non proteggevo più i campi, né mi curavo dei fertili giardini: / i gigli erano caduti, avresti potuto vedere / le viole appassire, e illanguidire le fibre del purpureo croco. / Spesso Zefiro mi disse: “Non volere tu stessa guastare / le tue proprietà dotali”; ma di esse ormai non m’importava. / Sì, gli ulivi fiorivano, ma i protervi venti li danneggiavano; / fiorivano le messi, ma Cerere era lesa dalla grandine; / la vite lasciava sperare, ma il cielo si oscurava per gli Austri, / e i tralci venivano squassati da improvvisi scrosci di pioggia. / Non volevo che ciò accadesse, né sono crudele nell’ira, / ma non mi preoccupavo affatto di allontanare quei danni. / I Padri in assemblea fecero voto di offrire al mio nume / feste annuali, se l’anno fosse risultato fecondo. / Accettai il voto: il console Lenate e il console Postumio / serbarono fede alla promessa dei giochi in mio onore (Fasti 5. 311-330). II. Il culto antichissimo della dea, progressivamente stabilizzato, culminò infatti, molto più tardi, nell’istituzione dei Floralia, le feste celebrate in Roma già una prima volta, consultati i Libri sibillini, per stornare una carestia nel 238 a.C. e divenute annuali dal 173 a.C. nel corso di una generale riorganizzazione senatoria delle feste agrarie popolari che riguardò anche Cerealia e Baccanalia. Allestiti a cura degli edili plebei, i Ludi Florales erano sovvenzionati con le ammende inflitte ai pastori che facevano pascolare abusivamente le greggi nell’ager publicus – lo afferma la dea stessa (Fasti 5. 279-292) – e conservavano molti tratti della religiosità arcaica. Come è noto, numerose erano a Roma le feste che salutavano il ritorno della primavera e Ovidio, relegato nel barbaro paese degli Sciti, le ricorderà nelle epistole da Tomi con struggente nostalgia18: 17 Ovidio rielabora nelle Metamorfosi i celebri miti greci della punizione inflitta da Diana, dea della caccia, a Eneo e al figlio Meleagro (8. 270-546) e ad Agamennone (12. 24-39), mentre contamina fonti greche e latine nella storia di Ippolito fatto morire da Venere ma resuscitato dal dio medico Esculapio e nascosto da Diana nel bosco di Ariccia con il nome di Virbio (15. 497-546, cfr. Verg. Aen.7. 761-780). 18 Dall’esilio sul Mar Nero il poeta rimpiangeva le feste di primavera che a Roma salutavano il risveglio della natura: “Là da voi è tempo di festa e gli scontri oratori nei tre fori lasciano il posto ai giochi che si susseguono secondo il 6
a metà marzo, antico capodanno del calendario romuleo, i sacrifici pubblici e privati in onore di Anna Perenna, ad aprile i Ludi Megalenses dedicati a Cibele e subito dopo quelli in onore di Cerere e della Bona Dea, a maggio i Dies festi sacri alla pleiade Maia, madre di Mercurio; ma le feste dedicate a Flora per salutare il risveglio della forza germinativa della natura avevano caratteristiche proprie e si distinguevano sia per la durata (sei giorni tra fine aprile e inizi maggio), sia per la varietà dei divertimenti offerti: danze sfrenate, mimi licenziosi, festosi conviti rallegrati da molto vino e protratti fino a notte, scherzi salaci, mentre l’ultimo giorno era dedicato a giochi circensi con cacce incruente a piccoli animali e finte lotte di gladiatori nel Circo Massimo. Si concludevano il 3 maggio, anniversario della dedicazione del tempio eretto alle pendici dell’Aventino alla fine della prima guerra punica19. Ancora ai tempi di Ovidio i Floralia conservavano lo spiccato carattere di festa popolare di origine contadina, che il poeta descrive per esperienza diretta interpretandone anche le valenze simboliche, in particolare dando ragione del carattere lascivo degli spettacoli, che anticamente si tenevano davanti alle gradinate del tempio di Flora ai piedi dell’Aventino e più tardi si trasferirono nei teatri. Già preannunciando il Sacrum florale che iniziava alla fine di aprile (il mese dedicato a Venere) e culminava alle calende di maggio aveva evidenziato il legame della dea dei fiori ludis celebranda iocosis con la libertà delle rappresentazioni teatrali: mille venit variis florum dea nexa coronis: / scaena ioci morem liberioris habet (Fasti 4. 945-946), ora ne attribuisce il carattere giocoso e la licentia (sfrenata libertà) alla natura della dea che non ama la solennità, non è austera ma gioiosa e tutti vuole partecipi delle sue danze e lieti (non est de tetricis, non est de magna professis, / volt sua plebeio sacra petere choro): Stavo per chiedere alla dea perché durante questi giochi vi sia / maggiore licenza e scherzi alquanto salaci; / ma ricordai che ella non è divinità severa, / e i doni che reca sono anch’essi adatti ai piaceri. / Le tempie di chi ha bevuto sono cinte da ghirlande intrecciate, / e la splendida mensa è coperta da un tappeto di rose. / Danza ebbro il commensale, avvolti i capelli in fili / di tiglio, e ignaro esercita l’arte che il vino gli ispira. / Ebbro canta davanti alla soglia crudele della sua bella amica, / e la chioma profumata è adornata da molli serti. / Non si attende a seri impegni con le tempie inghirlandate, / né beve limpide acque colui che si è cinto di fiori. / Finché, o Acheloo, non fosti mischiato con il liquore dei grappoli, / non v’era alcuna delizia nell’ornarsi di rose. / Bacco ama i fiori; e che a Bacco piacquero i serti / puoi chiaramente apprenderlo dalla costellazione di Arianna. / A Flora si addicono rappresentazioni leggere: non è, credetemi, / ella non è certo da ritenere fra le dee coturnate. / E invero non è oscuro motivo da scoprire / quello per cui la folla delle meretrici frequenta questi giochi. / Ella non è divinità seriosa, non promette grandi cose: / vuole che le sue feste si aprano a compagnie plebee, calendario […]; invece dei tre fori [Romano, di Cesare, di Augusto] si sentono risuonare di applausi i tre teatri [di Balbo, di Pompeo, di Marcello]. Felice quattro volte, felice all’infinito chi può godersi la capitale perché non gli è interdetta” (Tristia 3. 12. 17-26, trad. di Francesca Lechi lievemente modificata). 19 La fondazione avvenne secondo Velleio Patercolo (1. 15. 8) nel 241, invece nel 238 per Tacito, che dà notizia della ricostruzione nel 17 d.C. del tempio di Flora assieme a quello di Libero, Libera e Cerere nella stessa zona per volontà dell’imperatore Tiberio, che completò l’opera di restauro di edifici sacri diroccati per antichità o incendi avviata da Augusto (Ann. 2. 49). Plinio (Nat. Hist. 18. 286) accenna alla consacrazione del tempio nel 278. 7
/ ed esorta a godere della bellezza della gioventù, finché essa è in fiore, / ammonendoci che siano spregiate le spine, quando appassiscono le rose (Fasti 5. 331-354). Dunque alla dea non si addice la gravità della tragedia (scena levis decet hanc [= Floram]: non est, mihi credite, non est / illa cothurnatas inter habenda deas) ma la sbrigliata giocondità del mimo in cui, a differenza che negli altri spettacoli, recitavano anche attrici (generalmente liberte) disposte, a richiesta degli spettatori, a mostrarsi in scena nude (la nudatio mimarum biasimata dai moralisti e più tardi dagli autori cristiani)20. Il significato profondo dell’intera festa – conclude Ovidio – è un invito della dea a godere del fiore della giovinezza che, come lo splendore delle rose, presto svanisce (et monet aetatis specie, dum floreat, uti; / contemni spinam, cum cecidere rosae). E ormai il poeta sa comprendere anche altre peculiarità del Sacrum florale: si indossano vesti colorate come i fiori variopinti di primavera (bianche sono invece le vesti nelle feste di Cerere, come la messe biancheggia di spighe mature), si accendono fiaccole perché fiamme e fiori sono colorati, e più ancora perché a Flora non dispiace che si folleggi fino a tarda notte (quia deliciis nocturna licentia nostris convenit, afferma la dea stessa)21. Prima di congedarsi dal poeta, Flora ne appaga un’ultima curiosità (5. 255-274): gli spiega che nel giorno conclusivo dei ludi si dà una caccia incruenta con le reti a pacifiche capre e timide lepri, non a belve feroci perché a lei, mite protettrice delle colture, sono stati affidati giardini e campi arati, non selve22. Flora si era manifestata a Ovidio annunciata da profumo di rose, fiori piovono dai suoi capelli quando scuote il capo per approvare le congetture del poeta come le rose che si spargono sulla mensa nei conviti (adnuit, et motis flores cecidere capillis, / accidere in mensas ut rosa missa solet, 5. 359-360), e dopo aver chiarito gli ultimi dubbi ovidiani svanisce nell’aria lasciando dietro di sé una scia profumata, segno tangibile della sua natura divina (omnia finierat: tenues secessit in auras, / mansit odor: posses scire fuisse deam); e Ovidio conclude, con movenza lucreziana, chiedendo alla dea il dono di far fiorire per sempre la sua poesia (floreat ut toto carmen Nasonis in aevo / sparge, precor, donis pectora nostra tuis, 5. 375-378). Con questo augurio termina armonicamente 20 Valerio Massimo (Memorab. 2. 10. 8) racconta che, mentre assisteva ai ludi scenici dei Floralia, Catone il Censore fu avvertito da un amico che il popolino, in segno di rispetto per la sua austerità e autorevolezza, non osava chiedere l’esibizione delle mime nude; allora lasciò il teatro per non impedire lo svolgimento tradizionale dello spettacolo, applaudito calorosamente perché non volle interferire con l’uso. Cfr. Marziale, Epigr.1 (praef.). 21 Cassio Dione (St. Rom. 58. 19. 1) offre una interessante testimonianza degli scherzi salaci leciti durante i Floralia: racconta infatti che, per la festa della dea, il pretore Cesiano, amico di Seiano ormai caduto in disgrazia, fece allestire spettacoli recitati fino a notte da attori calvi per irridere Tiberio che era calvo e si servì di cinquemila giovanetti con la testa rasata per accompagnare con le torce gli spettatori che volevano uscire dal teatro: il principe non punì l’offesa alla sua maestà e da allora – aggiunge lo storico – a Roma i calvi venivano chiamati Cesiani. 22 Varrone (De re rustica 3. 13. 4) precisa che si dava la caccia nel Circo Massimo ad animali erbivori dannosi alla vegetazione. Tutto concorre a definire Flora come dea della natura domata e controllata dall’uomo e dal suo sapiente lavoro: come Cerere, alla quale è spesso associata, è infatti una dea civilizzatrice. 8
la bella sequenza, che nella cornice della festa dell’antica dea evoca giardini mitici e giardini reali, fiori veri e fiori per metafora, simbolo di bellezza e di giovinezza. Come in generale nei Fasti, anche nell’illustrazione delle feste di Flora Ovidio non è animato da autentico sentimento religioso, e non avverte o comunica la sacralità della celebrazione, ma indugia piuttosto sugli aspetti rituali esteriori e fa sfoggio di erudizione antiquaria; e forse il tono leggero dei suoi versi, adatto alla natura della dea ludis celebranda iocosis, è anche segno di una sorridente presa di distanza dall’artificiosa restauratio augustea degli antichi riti. Ma nella favola bella di Clori / Flora, nella descrizione del rigoglio primaverile di orti e giardini che risveglia negli uomini il desiderio di godere in libertà e letizia di tutti i doni della bella stagione, Ovidio esprime una percezione e una capacità di rappresentazione della natura e dei suoi ritmi non convenzionali. Flora è per lui la personificazione della primavera, la stagione più piacevole e più amata, che meriterebbe – dichiara ad apertura del poema – di chiamarsi “inizio dell’anno” perché allora, dopo le buie e torpide giornate invernali, la vita si rinnova (haec anni novitas iure vocanda fuit)23. Relegato in una amara regio senza primavera, in un paese arido e desolato senza colture, senza alberi né viti né ulivi, più ancora che degli agi della capitale – confidava da Tomi a un amico – soffriva acuta la mancanza dei bei giardini di Roma con i loro specchi d’acqua e le fontane, distesi sui colli coperti di pini, e degli alberi piantati con le sue mani e curati personalmente nella villa suburbana che poteva ormai vedere solo con gli occhi della mente24. III. La bella sequenza del poema dedicata a Flora non reca solo l’impronta della sensibilità ovidiana, ma è anche testimonianza letteraria di un orientamento di gusto sempre più diffuso tra i Romani di agiata condizione e di un amore per la natura che, ormai molto diverso dall’attaccamento alla terra della società contadina, alimenta dagli ultimi decenni della repubblica all’età augustea la moda delle dimore immerse nel verde e perfino delle pareti dipinte con viridaria per dilatare gli spazi e creare l’illusione della presenza viva di alberi e di piante fiorite, di cui offrono splendida 23 Così Ovidio interroga il dio Giano che ha dato il nome al primo mese dell’anno: “Orsù, dimmi perché il nuovo anno comincia con il freddo, / mentre sarebbe cominciato meglio con la primavera? / Allora tutto è in fiore, allora la stagione si rinnova: / e nel pregno tralcio si gonfia la nuova gemma, l’albero si riveste di fronde già ben formate / e alla sommità del suolo si schiude il seme dell’erba, / gli uccelli con vari canti addolciscono l’aria tiepida, / e gioca il gregge ruzzando nei prati. Allora / il sole è mite, riappare la rondine, prima invisibile, / e sotto un’alta trave fissa il nido di fango, / il suolo si lascia coltivare e rinnovare dall’aratro. / Questa doveva chiamarsi giustamente apertura dell’anno” (Fasti 1. 149-160; sul nome di aprile da aperire cfr. 4. 87-89). Analoga descrizione della primavera ritorna nella poesia dell’esilio, cfr. Tristia 3. 12. 1-16. 24 Ep. ex Ponto 1. 8. 29-60. Ovidio allude probabilmente agli Horti Luculliani o agli Horti Agrippae e al collis hortulorum (il Pincio). Nella villa di campagna dell’amico destinatario dell’epistola il poeta fantastica un impossibile invito, e addirittura sogna una irrealizzabile vita di pastore e contadino perfino nell’ingrata terra d’esilio. Anche a Germanico, al quale dedicò i Fasti dopo la morte di Augusto nella speranza di ottenere il richiamo in patria, Ovidio confida la sua accorata nostalgia per la verdeggiante Sulmona e per il podere peligno (Fasti 4. 79-81). 9
testimonianza la grande sala sotterranea della casa di Livia a Prima Porta e l’affresco pompeiano della domus del Bracciale d’Oro25. In particolare la rosa, regina dei giardini mitici e reali, il fiore simbolo della dea e della primavera, era e continuò ad essere molto amata a Roma: non è forse un caso che il celebre Roseto di Roma, che si stende in parte alle pendici dell’Aventino, occupi proprio i luoghi dove anticamente sorgeva il tempio dedicato alla dea. Nei tempi delle origini evocati da Flora la rosa era un fiore raro – anzi, unico racconta Ovidio – ma nei giardini romani era molto diffuso, come attesta Plinio che celebra con inconsueto lirismo la bellezza incomparabile e il profumo dei fiori e i colori che neppure il più abile pittore saprebbe riprodurre, ma in particolare dedica molte osservazioni alle rose: ne elenca le varietà italiche più pregiate (le rose di Preneste e le campane) e quelle importate dall’Asia (di Mileto e di Alabanda), quindi, da botanico, le classifica in precoci e tardive, a fiore doppio o semplice; ma ne segnala anche gli usi pratici, facendo proprio il consiglio del vecchio Catone di piantare negli orti fiori per intrecciare corone, soprattutto rose e violaciocche, e annota che le corone erano impiegate in passato per onorare gli dèi, i Lari pubblici e privati, le tombe e i Mani, poi i vincitori delle gare atletiche e infine i grandi uomini ma solo per meriti eccezionali, tanto che era severamente punito chi se ne cingeva il capo per banale ornamento: quindi le corone avevano e conservarono nel tempo un alto valore simbolico26. Corone, ghirlande e festoni di fronde intrecciate di fiori ornavano le case, e sono spesso dipinte sulle pareti o raffigurate nei mosaici: a Pompei, nella casa dei Vettii, sono dipinti amorini che intrecciano corone di rose, e un mosaico della villa imperiale di Piazza Armerina in Sicilia raffigura giovani donne che intrecciano ghirlande per una festa. La pertinenza al sacro delle ghirlande fiorite è significativamente attestata da Svetonio, il quale ricorda che per ordine di Augusto due volte all’anno, in primavera e in estate, si dovevano ornare di fiori i Lares Compitales nelle edicole poste ai crocicchi delle strade27. A Roma le rose non allietavano solo i giardini delle case private: il peristilio della domus delle Vestali – fatta ricostruire dopo un incendio dall’imperatrice Giulia Domna – era abbellito da rosai e ancora oggi a primavera i cespugli fioriti che accompagnano la sfilata di severe statue delle 25 Cfr. F. Slavazzi, La rappresentazione della natura nelle residenze imperiali: le immagini dei giardini, in Mito e Natura. Dalla Grecia a Pompei. Catalogo della mostra a cura di G. Sena Chiesa - A. Pontrandolfo (Milano. 31 luglio 2015-12 gennaio 2016), Milano 2015, pp. 231-238. F. Ghedini, Realtà e illusionismo nella pittura di giardini, ibidem, pp. 255-275. Eadem, Fiori, alberi, giardini: Ovidio e l’ars topiaria, in Ovidio 2017. Prospettive per il terzo millennio, Atti del convegno internazionale (Sulmona, 3-6 aprile 2017), a cura di P. Fedeli - G. Rosati, Teramo 2018. 26 Cfr. Plin., Nat. Hist. 21. 1-14. Catone, De agri cultura 8. 2. Come in Grecia, nei banchetti i convitati si cingevano le tempie di corone di rose, la mensa era ricoperta di petali di rose, ci si cospargeva di unguento di rose a simboleggiare il distacco dalla quotidianità e la dimensione sacrale della festa; inoltre si riteneva che il profumo delle rose impedisse l’ebbrezza attenuando gli effetti del vino (bevuto comunque di regola mescolato all’acqua). 27 Svetonio (Aug. 31) tra le antiche cerimonie ripristinate da Augusto nell’ambizioso programma di restaurazione religiosa cita i Lupercalia, i Ludi Saeculares, i Compitalia che si celebravano a febbraio (cfr. Fasti 2. 615-16) e poi a maggio e giugno (Fasti 5. 140; 6. 792) nei quali il principe da pontifex maximus (12 a.C.) introdusse il culto del genius Augusti accanto a quello dei Lares compitales. 10
sacerdotesse offrono uno spettacolo di grande suggestione. Rose antiche sono state reimpiantate nel piccolo giardino della casa di Augusto sul Palatino e in onore del princeps una rosa purpurea di corredo genetico antico, battezzata Augusta Palatina, è stata di recente reimpiantata nei rinascimentali Orti Farnese, ripristinati negli anni ’30 a cura dell’archeologo e paesaggista veneziano Boni. Nella sequenza del poema dedicata alle feste di Flora, ravvivata da molteplici, abili riferimenti dotti e da felici spunti narrativi, Ovidio evoca un mondo arcaico che cerca di far rivivere con “animo che si fa antico”, ma dà anche efficaci testimonianze del suo tempo e in particolare lascia intuire il profondo legame dell’antica dea con Roma, ancora attestato da un autore bizantino d’età giustinianea, che scriveva quando ormai l’antichissima città non era più caput mundi: si legge in Giovanni Lidio (De mensibus 4. 73) che Amor era il nome segreto di Roma (da non rivelare per impedire ai nemici di impadronirsi della città) e Flora il suo nome sacro. I Floralia continuarono infatti ad essere celebrati anche dopo la diffusione del cristianesimo, suscitando la severa riprovazione degli autori cristiani che non riuscivano più a cogliere il significato delle feste di primavera e dei riti agrari legati al ciclo vegetativo, né il legame tra fertilità dei campi e sessualità umana: Tertulliano dichiara che Flora era solo una ricca prostituta che lasciò i suoi beni al popolo romano e per questo veniva stoltamente onorata, Agostino osserva che neppure Flora aveva saputo proteggere Roma da calamità e distruzioni. Eppure un calendario d’età tardo imperiale registra il restauro del tempio di Flora nel 385, ordinato per stornare una carestia da un Simmaco della celebre famiglia pagana che si oppose tenacemente all’abolizione dei simulacri degli antichi numi. Tra le feste di primavera dell’antica Roma quelle dedicate a Flora non solo ebbero lunga durata, ma si diffusero anche in tutte le province dell’impero sovrapponendosi a pratiche e tradizioni locali o assimilandole: tra le profonde tracce della festa dei fiori ancora vive nel folklore europeo basterà ricordare la diffusa consuetudine del ramo fiorito di Calendimaggio28. Ma i Floralia non si celebravano solo in ambito civile: una festa delle rose e delle insegne militari – Rosaliae signorum – si teneva a maggio, in età imperiale, nelle province dove erano di stanza legioni romane, come attestano fonti documentarie tra le quali il papiro Feriale Duranum rinvenuto nel corso degli scavi a Dura Europos, fortezza macedone e poi romana, costruita su un altopiano roccioso a picco sulla riva destra dell’Eufrate, nella provincia di Siria29. Il documento – un elenco di 28 Cfr. A. Cattabiani, Florario. Miti leggende e simboli di fiori e piante, Milano, 1996. Idem, Calendario. Le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno, Milano 1988, pp. 214-235 (in particolare sulle tre dee di maggio: Flora, Bona Dea, Maia). Sulle feste di primavera pagane, ebraiche e cristiane cfr. A. Vanoli, Primavera. La stagione inquieta, Bologna 2020. 29 Il calendario di Dura Europos registra, nella sezione superstite, le feste religiose da marzo ad agosto, in parte corrispondenti a quelle che si celebravano a Roma (Quinquatria in onore di Marte, Neptunia, Volcania, Palilia), in parte dedicate a membri della famiglia dei Severi, in parte in onore di divinità locali. Nella fortezza erano acquartierate 11
feste religiose dell’età di Alessandro Severo (222-235) – registra in due date di maggio (10 e 31) ob rosalias signorum supplicatio: in quell’occasione si facevano preghiere pubbliche, si incoronavano di rose le insegne militari e si celebrava un rito di purificazione delle armi; proprio nel mese di maggio i soldati ricevevano la seconda paga (la prima a febbraio, la terza a settembre), considerata come una conferma del giuramento militare. Appare quindi fondata l’ipotesi che le Rosaliae (o Rosariae) siano state il corrispettivo militare dei Floralia urbani e che venissero celebrate in omaggio ai commilitoni caduti, così come nel contesto civile da numerose fonti antiche e tardo antiche sono attestati a primavera il dies violationis o violatio (22 marzo) e il dies rosationis o rosatio (10 maggio): in quell’occasione si deponevano sulle tombe ghirlande di viole e di rose (i primi e gli ultimi fiori di primavera) e si cingevano di corone fiorite le urne funerarie e le olle contenenti le ceneri dei defunti. Per noi è sorprendente l’associazione delle armi, che danno morte, alle rose, che assieme al vino e all’amore simboleggiano la vita, ma non era così nell’antichità e lo attesta il calendario romano: infatti proprio nella prima metà di maggio, in tre giorni dispari “infausti” (9, 11, 13), si celebravano le feste dei morti, i Lemuria (ma in origine Remuria, racconta Ovidio), istituiti da Romolo per placare l’ombra del fratello Remo ucciso da Celere (Fasti 5. 419-602): era l’ultima festa di primavera e in quell’occasione sulle tombe dei familiari defunti si lasciavano corone di rose, forse non per un generico atto di pietas ma come implicito augurio di rinascita e comunque, per il forte valore simbolico dei fiori, come segno del legame fra il mondo dei vivi e quello dei morti30. Il 12 maggio, vigilia dell’ultimo giorno consacrato ai Silentes (gli avi defunti), si tenevano infine nel Circo i solenni ludi dedicati a Marte Vendicatore nell’anniversario dell’inaugurazione del suo primo tempio sul Campidoglio, eretto (nel 19 a.C.) per accogliere le insegne dell’esercito di Crasso restituite dai Parti e i trofei dei nemici vinti, associato nella memoria di Ovidio esule al grandioso tempio nel Foro di Augusto edificato dal princeps come ex voto per la vittoria sui Cesaricidi a Filippi (Fasti 5. 549-598). Una interessante rievocazione storica del rito della rosatio signorum si tiene a Otricoli, municipium umbro su un’ansa del Tevere, Ocriculum AD 168: nella vasta area archeologica della città per tre giorni a maggio si allestiscono scene della vita militare ai tempi dell’imperatore Marco Aurelio, le cui legioni sconfissero l’esercito dei Parti proprio sotto la fortezza di Dura Europos; il rito della rosatio si svolge in genere il 23 maggio, giorno in cui nell’antica Roma si replicava – dopo quella coorti ausiliarie palmirene e tra i reperti più importanti emersi dagli scavi figurano sei scudi dipinti da parata ovali e rettangolari. 30 Analogamente in Attica le Anthesterie erano sia feste dei fiori e del vino nuovo sia feste dei morti, ed erano seguite subito dopo dalle Dionisiache. Anche in testi letterari ed epigrafici greci ricorre il termine rhodismos equivalente del latino rosatio in riferimento a riti primaverili simili a quelli accennati, che durarono oltre la fine del paganesimo, adattati al culto e alla commemorazione dei santi martiri cristiani. 12
del 23 marzo – la cerimonia della purificazione delle trombe di guerra in preparazione alla stagione delle campagne militari, come attesta ancora Ovidio (Fasti 3. 849-850; 5. 725-726)31. Una rievocazione analoga si tiene ogni anno nell’Inghilterra del Nord, la provincia romana della Britannia Inferior o secunda: a maggio, quando nella vallata si celebra il festival delle rose, nel Museo dell’Esercito Romano, allestito a poche miglia di distanza dal forte di Vindolanda e dal tratto più pittoresco del Vallo di Adriano, il busto dell’imperatore posto all’ingresso delle sale espositive viene incoronato di rose, e le armi, i vessilli, le attrezzature militari, gli oggetti d’uso che documentano la vita dei soldati in un accampamento di confine vengono ornati di tralci di rose per rievocare l’antico rito militare della rosatio signorum: si ripete così l’omaggio a Marte, dio delle armi e della guerra “nato dalla rosa” per le arti di Flora, come racconta sempre Ovidio (Fasti 5. 229- 260). La cerimonia della rosatio signorum rievocata nel museo di Chesterholm, così come i significativi materiali relativi ai culti praticati dalle legioni in età imperiale (are, statuette, sacelli dedicati a Mars, Fortuna, Mithra, Iuno Dolichena e Iuppiter Dolichenus) rinvenuti nei castra di Vindolanda – dove erano di guarnigione coorti batave e scitiche – e nel contiguo vicus offrono una suggestiva testimonianza dell’assimilazione della religiosità e più in generale del sistema di vita “alla romana” al confine occidentale dell’impero32. 31 Nel 164 il generale romano Avieno sconfisse i Parti di Vologese a Dura Europos e di lì giunse fino alla loro capitale Ctesifonte e a Seleucia, estendendo il dominio romano su tutta la Mesopotamia fino al Tigri; sulla fortezza che per tre secoli era stata occupata dai Parti i Romani fondarono una colonia, crogiolo di religioni e culture, distrutta un secolo dopo dai Sassanidi. Sulla campagna partica cfr. Cassio Dione, St. Rom. 71. 2. Nella Hist. Aug. è riferito un omen che preannunciò a Marco Aurelio, entrato a sette anni a far parte del collegio dei Salii, i successi militari nelle guerre contro i Parti e i Germani: durante un lectisternio in onore di Marte solo la corona lanciata secondo il rito dal futuro imperatore andò a collocarsi intatta sulla testa del dio, mentre quelle lanciate dagli altri si disfacevano (Marc. Ant. 4. 1-3). 32 Cfr. G. de la Bédoyère, Roman Britain. A new History, London 2010. La vasta area archeologica del forte di Vindolanda, costruito da Vespasiano e più volte riedificato e ampliato, abbandonato solo alla fine del IV secolo, è la fonte di informazioni più ricca e più completa sulla vita nell’accampamento e nel vicus adiacente. Tra gli oggetti emersi dagli scavi ed esposti nell’interessante museo archeologico locale spiccano le sottilissime tavolette lignee scritte in latino (lettere personali, copie di decreti, atti amministrativi, contratti commerciali) che documentano con straordinaria evidenza molti aspetti della vita pubblica e privata, civile e militare in quella lontana provincia dell’impero. 13
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