Ritorno a scuola, un evento da festeggiare - Maddalena Gissi

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Ritorno a scuola, un evento da festeggiare - Maddalena Gissi
La visione, le idee, le strade

                                                         Pensieri a voce alta

                      Ritorno a scuola,
                  un evento da festeggiare
                                  Maddalena Gissi

            Mai come quest’anno le nostre scuole hanno bisogno, ma direi
            anche diritto, di vivere in modo festoso la ripresa delle loro atti-
            vità. La pandemia purtroppo non può ancora dirsi vinta, ma l’an-
            damento della campagna vaccinale, superate difficoltà e intoppi
            di una fase di avvio nella quale non sono mancati i problemi, ac-
            cresce la speranza che se ne possa ridurre l’impatto, contenen-
            done le conseguenze più gravi e riconsegnando al Paese, dopo
            un periodo lunghissimo di sofferenze e restrizioni, una normalità
            di vita di cui la scuola avverte in particolare la necessità.
            Sin dall’esplodere dell’epidemia da coronavirus si è capito quali
            fossero i fattori decisivi su cui fondare un’azione efficace e in
            prospettiva vincente di resistenza e di contrasto alla diffusione
            del contagio: le indicazioni sorrette dalle competenze della co-
            munità scientifica, l’adeguatezza delle scelte compiute nelle sedi
            di decisione politica e l’autorevolezza di quest’ultime, la respon-
            sabilità nei comportamenti individuali. Il tutto nella dimensione
            globale di una pandemia diffusa a livello planetario.
            Avvertire e vivere più intensamente l’intreccio fra il proprio de-
            stino individuale e quello della comunità cui si appartiene do-
            vrebbe essere una delle lezioni più importanti da trarre dal-
2021-2022

                                                                Continua a pag. 26

                                                          In questo numero

                            •Pensieri a voce alta•La parola di questo mese
                                       •Con altro sguardo•Hombre vertical
                     •La poesia dei luoghi•Dibattito•Storia contemporanea
                                           •Letture•Un anno con Pinocchio
                            •Rilanci e anticipazioni da Scuola e Formazione
Ritorno a scuola, un evento da festeggiare - Maddalena Gissi
La parola di questo mese

                                    Desiderio
                                     Raffaele Mantegazza

                                                    I miei nonni non sapevano né leggere né scrivere.
                                                       I loro padri nemmeno. Una delle mie zie, pure.
                                             I miei genitori non hanno frequentato le elementari e io
                                                  le superiori. Ciò nonostante ecco che io, Frances K.
                                               Nolan, seguirò dei corsi all’università. Capisci, Francie?
                                                           Frequenti l’università! Oddio mi sento male.

                                                              Betty Smith, “Un albero cresce a Brooklyn”

In una bella scena del film “Viaggi di nozze”,         zione è una potente forza liberante, l’ha
Claudia Gerini, neo-sposa del “coatto” inter-          scritto Paulo Freire in modo definitivo. L’edu-
pretato da Carlo Verdone, commenta in que-             cazione porta nell’animo dello schiavo quel
sto modo il passaggio di una stella cadente:           desiderio di libertà che gli mancava, e in que-
“ma che tte voi desiderà?”. “Ma che cosa vuoi          sto senso il mito della caverna di Platone è la
desiderare?”; forse questa è una delle frasi           prima vera narrazione pedagogica. Lo schiavo
più tristi del film, che mostra la crisi di un         che non sa di essere tale viene risvegliato dal
gruppo di giovani sempre alla ricerca dell’ec-         suo mondo d’ombre e solo allora può in ini-
cesso e della stranezza per poi ritrovarsi inca-       ziare a desiderare la libertà. L’educazione
paci di un reale desiderio.                            dunque non lascia in pace gli schiavi, vuole
Che nella parola “desiderio” sia celata la pa-         pungolarli con il desiderio di poter essere li-
rola “stelle” (“sidera”) è cosa nota: chissà se        beri, e dunque nell’attività educativa c’è an-
si tratta di “uscire a riveder le stelle”, ovvero      che un elemento di fastidio, di sommovimen-
della possibilità di scampare a un pericolo, di        to, di risveglio dai sonni dogmatici di qualsiasi
fare un passo fuori dall’inferno quotidiano; di        tipo. Forse in questo senso il desiderio è an-
essere “puri e disposti a salire alle stelle”,         che legato alla percezione del dolore, o an-
cioè di sentirsi pronti al grande salto verso          che solo della mancanza di qualcosa, dell’in-
nuove dimensioni, verso un “trasumanare” che           compiutezza. Chi si sente arrivato, chi si ac-
porti l’essere umano oltre se stesso; oppure se        coccola nella sua schiavitù davanti alla parete
si tratta di cogliere “l’amor che move il sole e       sulla quale vengono proiettate le ombre
l’altre stelle”, in una specie di contemplazione       (quanta attualità rispetto al mondo degli
finale della bellezza dell’Universo.                   schermi!) smette di desiderare, non percepi-
Forse tutte e tre queste dimensioni del desi-          sce più lo stimolo a uscire dalla sua situazio-
derio devono entrare a far parte dell’attività         ne; qui l’educazione è la scossa da torpedine
educativa e del pensiero pedagogico.                   della quale sembra fosse maestro Socrate.
Anzitutto il desiderio di liberazione: l’educa-        Ma poi c’è anche una dimensione del deside-

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Ritorno a scuola, un evento da festeggiare - Maddalena Gissi
rio che è anelito a un grande salto, speranza
di raggiungere una dimensione altra; sulla
montagna del Purgatorio inizia un altro viag-
gio, che porterà alla Utopia, a dimensioni mai
viste e mai udite. La purificazione che porta al
desiderio consiste nel saziarsi della realtà ma-
teriale del mondo capendo però come questa
sia solamente un’anticipazione di mondi lon-
tanissimi rispetto ai quali possiamo immagi-
nare e sognare. “Perché la pace che ho senti-
to in certi monasteri/o la vibrante intesa di
tutti i sensi in festa/sono solo l’ombra della
luce” (Battiato). Ogni elemento di apprendi-
mento non è mai fine a se stesso, è sempre          scuola. La mattina a scuola i bambini e i ra-
un gradino di una scala che porta al di là di       gazzi devono dimenticarsi del mondo (anche
ste stesso. Sarebbe un tradimento della scuo-       quando lo studiano, se mai arriveremo a capi-
la e soprattutto dei ragazzi se ci racchiudessi-    re che è indecente che un ragazzo di dician-
mo nelle gabbiette delle conoscenze (magari         nove anni non studi la storia degli ultimi 50
con il furbo escamotage di chiamarle                anni) e in parte anche di se stessi; come av-
“competenze”) proponendo una scuola che             viene nel teatro, nell’immersione nella natu-
funziona come una macchinetta del caffè,            ra, nell’amore.
pronta a distribuire pezzettini di sapere che       È bello che i ragazzi desiderino stare insieme
non accennano mai al di là di se stessi.            ai loro amici, rivedere gli insegnanti, divertirsi
Infine c’è un desiderio che si potrebbe defini-     negli intervalli: ma una scuola che faccia loro
re mistico, quello nel quale il soggetto e l’og-    desiderare Leopardi e le funzioni algebriche è
getto del desiderio si fondono. Vicino forse        una scuola che riporta il desiderio alle sue
alla beatitudine che abbiamo vissuto nel            radici culturali. È la nostra cultura che ci porta
grembo materno, questo desiderio non è              a desiderare, e il desiderio è uno degli atteg-
attingibile solamente nelle esperienze religio-     giamenti più intelligenti che l’essere umano
se: guidare i bambini e i ragazzi a essere          possa mettere in campo. Desiderare è un atto
tutt’uno con quello che studiano, a fondersi        cognitivo ed emotivo allo stesso tempo. E la
con la poesia, il teorema matematico, il verbo      scuola che incrocia queste due dimensioni è
nella lingua straniera, aiutarli a immergersi in    una scuola desiderabile, una scuola che è un
ciò che studiano per poi riemergerne migliori,      diritto di tutte e di tutti esattamente come la
cresciuti, felici, è il senso del desiderio nella   felicità.

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Ritorno a scuola, un evento da festeggiare - Maddalena Gissi
Con altro sguardo

                Non possiamo abituarci
                      all’orrore
                                      Daniele Mencarelli

                                                   La fotografia di Alan con il volto nella sabbia,
                                                   bagnato dalle onde del mediterraneo, con la
                                                   sua magliettina rossa, i pantaloncini blu, ci
                                                   rimase negli occhi per settimane. Una civiltà
                                                   che permette una simile sciagura non è più
                                                   una civiltà. Questo dissero, dicemmo, tutti.
                                                   Talmente forte lo sdegno collettivo, e since-
                                                   ro, che in molti pensarono che quel sacrificio
                                                   potesse aprire un nuovo capitolo della Storia.
                                                   Una nuova era. Dove i bambini, tutti, ma pro-
                                                   prio tutti, avessero stessi diritti e possibilità.
                                                   Poi l’umanità riprese la corsa, dimenticò que-
Nel settembre del 2015 il mondo gridò di or-       gli attimi di commozione, come succede
rore. Una fotografia stravolse l’opinione pub-     sempre, in preda alla sua smania frenetica.
blica, fermò di colpo tutte le questioni inter-    Qualche giorno fa, Oscar Camps, il fondatore
ne ai singoli Stati, sembrò quasi cancellare       della Open Arms, l’organizzazione non gover-
qualsiasi forma di ordinaria amministrazione.      nativa che si occupa di aiuto ai migranti, ha
La fotografia era quella del piccolo Alan Kur-     diffuso delle fotografie scattate in Libia. Si
di, ritrovato senza vita su una spiaggia dell’E-   vedono i corpi di tre bambini. Altre foto ri-
geo. La sua famiglia, in fuga dalla Siria, tentò   traggono adulti. Tre bambini, di cui uno neo-
come altre migliaia di profughi di raggiungere     nato. Vittime di un naufragio, uno dei tanti.
l’occidente attraverso le tratte clandestine,      Dalla foto di Alan Kurdi a queste sono tra-
nel loro caso dalla Turchia verso la Grecia.       scorsi poco meno di sei anni. Un dato salta
Partirono da Bodrum, ma il loro viaggio durò       agli occhi, evidente per quanto preoccupan-
poco, pochissimo, il gommone sul quale viag-       te. Il piccolo siriano, la sua immagine stra-
giavano si capovolse per il mare grosso e il       ziante, divenne icona di una crisi che riguar-
peso eccessivo. Della famiglia Kurdi soprav-       dava tutti, perché tutti hanno una coscienza
visse solo il padre, mentre la madre e i due       e da che mondo è mondo i bambini si pro-
figli, Ghalib e Alan, affogarono.                  teggono.

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Ritorno a scuola, un evento da festeggiare - Maddalena Gissi
Perché tutto questo non è successo per quel-        wara, in Libia, e si sa, la nostra coscienza ha
li ritrovati in Libia? Perché quei tre corpi        oggi un confine geografico, e quel confine è
bambini non hanno prodotto nulla? Se ne è           proprio il Paese nordafricano, tutto ciò che
parlato per mezza giornata, poi basta. Qual-        accade da lì in poi e affare di altri, ed è sem-
siasi spiegazione è a dir poco terribile. La pri-   pre lecito. E poi, a guardare bene, quei tre
ma cosa che viene in mente è questa: nel            bambini erano dalla pelle scura. Ma delle
giro di poco meno di sei anni l’opinione pub-       spiegazioni possibili interessa il giusto. Anzi
blica, tutti noi, ha vissuto una specie di as-      niente.
suefazione-regressione all’orrore, al punto         L’orrore, un tanto al giorno, come una cura
da rendere digeribile una foto che ritrae tre       omeopatica somministrata ai nostri occhi, ci
bambini morti su una spiaggia. Un’altra chia-       sta invadendo la coscienza e non ce ne accor-
ve di lettura potrebbe essere questa, forse         giamo. È la storia. La nostra storia. Quella che
ancora più disumana della prima. Le foto            fa di ogni sciagura del passato, dai lager ai
diffuse da Camps sono state scattate a Zu-          roghi, qualcosa che deve ancora avvenire.

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Ritorno a scuola, un evento da festeggiare - Maddalena Gissi
Hombre vertical

      Si sbaglia perché imperfetti,
  si chiede scusa perché responsabili
                                       Emidio Pichelan

                                                  Già nel 2017 è successo che Angela Merkel,
                                                  figlia un pastore protestante dell’allora Re-
                                                  pubblica di Bonn, emigrato nella DDR (la Re-
                                                  pubblica Popolare dell’Est), scienziata per
                                                  formazione, chiedesse scusa alla Namibia
                                                  (Africa meridionale, tra Angola e Sudafrica)
                                                  per i crimini commessi dai colonizzatori tede-
                                                  schi contro le popolazioni Herero e Namia tra
                                                  il 1904 e il 1908. Evidentemente, Angela ave-
                                                  va studiato responsabilmente la storia del
                                                  suo Paese, inclusa la poco gloriosa storia co-
L’abbiamo incrociata piuttosto spesso in que-     loniale. Il 28 maggio scorso il “suo” ministro
sti anni Wislawa Szymborska, la poetessa po-      degli Esteri Heiko Maas ha annunciato di aver
lacca Nobel per la Letteratura. Un nome un        raggiunto con la Namibia un accordo econo-
po’ ostico per una poetessa umile e saggia        mico riparatore (1,3 miliardi di euro).
come un’amica della porta accanto. In             Anche il nostro Paese ha avuto un passato
“Chiedere scusa” sfoglia umilmente un lungo       coloniale. Ce lo ha insegnato da molti anni un
elenco di ragioni per chiedere venia: dal fatto   giornalista-scrittore curioso e impegnato, An-
di chiamare fato necessità alla dimenticanza      gelo Del Boca. Se n’è andato in questi giorni,
dei morti, all’abbattimento di un albero per      quasi centenario. Ma al di là di alcuni ambiti
dotare il tavolo delle sue quattro gambe, ai      ristretti, preferiamo cullarci con una rimozio-
limiti sostanziali dell’umana esistenza:          ne (ne è esempio convincente il mito autoas-
                                                  solutorio – caro assai alle destre – di “Italiani
  “Chiedo scusa a tutti se non so essere          brava gente”, non a caso il titolo di un suo
  ognuno e ognuna.                                fortunato saggio che smonta la favola con la
  So che finché vivo niente mi giustifica,        pazienza dell’investigatore attento ai fatti e
  perché io stessa mi sento d’ostacolo.           alla ricerca della verità), e con veri e propri
  Non avermene, lingua, se prendo in prestito     orrori. Vergognosi, imperdonabili.
  parole patetiche                                Come il deprecabile Museo di Affile (nelle vici-
  e poi fatico per farle sembrare leggere”.       nanze di Roma), dedicato all’impunito gerarca
                                                  fascista Rodolfo Graziani: un generale e un poli-

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Ritorno a scuola, un evento da festeggiare - Maddalena Gissi
tico fascista che conquistava e sottometteva              bocca di Paolo VI, Giovanni Paolo II, Papa
ricorrendo alle armi chimiche proibite dalle              Francesco.
convenzioni internazionali (su questo preciso             L’ignoranza sui nostri trascorsi coloniali non è
punto Del Boca sostenne, vittoriosamente,                 più tollerabile; lo sono ancor meno i tanti ten-
un’aspra diatriba con Indro Montanelli, che alle          tativi di rimuovere e/o ignorare e/o giustifica-
guerre coloniali aveva preso parte da soldato),           re le pagine degli errori e degli orrori, con la
alle stragi di civili (di abissini, nel 1937), alla co-   conseguenza – inevitabile – di rimanere im-
struzione di campi di concentramento (dove si             prigionati nelle scorie e negli ingombri del
moriva per fame e sfinimento), alle fucilazioni           passato. Schiavi di paure esorcizzabili solo
di massa (il massacro dei preti e dei diaconi             con le armi della conoscenza e del perdono.
copti di Debra Libanós: 449 vittime secondo i             “Il perdono libera l’anima”, diceva Nelson
resoconti ufficiali, tra le 1.500 e le 2.000 secon-       Mandela, superesperto in materia di ingiusti-
do gli studi degli anni Novanta). E, infine, pro-         zia-perdono, “rimuove la paura. È per questo
prio per non farsi mancare niente, prendendo              che il perdono è un’arma potente”. Gli faceva
parte attiva nel rastrellamento (tedesco) dei             eco Bob Marley, molto di più di un semplice
1.269 ebrei del ghetto romano (16 ottobre ’43).           chitarrista e cantautore, un altro che cono-
Persino la teocratica Chiesa Romana ha senti-             sceva bene la tragicità della spirale ingiusti-
to il bisogno, negli ultimi decenni, di chiedere          zia/vendetta: “si sbaglia perché imperfetti, e
scusa per i suoi errori. Ripetutamente. Per               si chiede scusa perché si è responsabili”.

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Ritorno a scuola, un evento da festeggiare - Maddalena Gissi
La poesia dei luoghi

      L’ogliastro millenario di Cùglieri
                                        Gianni Gasparini

Gli spaventosi incendi e le devastazioni che        so, in una posizione che dà risalto ecceziona-
hanno infierito a fine luglio scorso in Sarde-      le ai suoi venti metri di altezza e ai dieci-
gna, bruciando case e distruggendo ventimila        undici di circonferenza.
ettari di bosco e di macchia mediterranea,          È una vera apparizione. Quando gli arrivi vici-
sono stati particolarmente impressionanti           no e poi davanti, e quando ne compi lenta-
nella zona di Cùglieri e nei paesi circostanti,     mente il giro attorno, è come se questo albe-
in provincia di Oristano, a poca distanza dal       ro, che era scampato chissà come alle vicissi-
mare: qui le immagini apparse sui giornali          tudini e ai tagli che hanno interessato tutti gli
mostravano fiamme altissime e fumi scuri            altri suoi consimili coetanei, ti dicesse di os-
che facevano da sfondo                                                   servarne il portamento, di
sinistro a case e strade.                                                cogliere la bellezza del
In questa catastrofe locale,                                             tronco rugoso e dei rami
dove fortunatamente non                                                  contorti, di osservare le
ci sono state vittime uma-                                               foglie che si riproducono
ne, sono morti molti ani-                                                da innumerevoli stagioni,
mali allevati nella campa-                                               di gustare l’ombra che ti
gna e sono andati in cene-                                               offre. L’ogliastro ti sfida a
re innumerevoli esseri ve-                                               sfiorare il mistero del tem-
getali, del bosco e di quella                                            po che esso ti testimonia e
macchia che qui riveste                                                  quasi ti getta in faccia. Tem-
armoniosamente le sponde                                                 po dell’albero – dei vegeta-
del mare di Sardegna. Ho                                                 li, della natura – e tempo
pensato in modo particola-                                               dell’uomo, di quella che
re a un albero più che millenario che sono          viene chiamata storia e incede un secolo dopo
andato a conoscere pochi anni fa nella cam-         l’altro, attraverso decine di generazioni.
pagna di Cùglieri, quello di Sa Tanca Manna.        Ho avuto modo negli anni di andare a cono-
Dalla strada che unisce Alghero a Oristano si       scere gli olivastri monumentali e gli alberi più
segue un’indicazione, ci si inoltra nella cam-      antichi della Sardegna. Ricordo tra gli altri i
pagna coltivata soprattutto ad ulivi, ci si fer-    secolari ogliastri e carrubi che sono raccolti
ma a un certo punto e si lascia la macchina,        gradevolmente in una sorta di piccolo parco
proseguendo a piedi su un sentiero silenzioso       al cui centro sta l’antica chiesa di Santa Ma-
che si apre tra i coltivi. Ed ecco apparire l’al-   ria Navarrese, in Ogliastra; e gli antichissimi
bero, lui, l’olivastro di ben più di mille anni     ogliastri di Luras in Gallura, che occorre an-
che si erge completamente isolato e maesto-         dare a cercare all’interno di un bosco, quasi

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Ritorno a scuola, un evento da festeggiare - Maddalena Gissi
nascosti e protetti da molti alberi più giovani.   Cùglieri è bruciato nella catastrofe, è caduto
Ma quando ho visto l’ogliastro antico di Sa        come moltissimi altri vegetali toccati dalla
Tanca Manna ho subito pensato che fosse il         furia del fuoco: non c’è stata nessuna consi-
più straordinario tra tutti quelli che avevo già   derazione per la sua età vetusta, per la sua
ammirato, che anzi rappresentasse una delle        rara bellezza.
creature vegetali più meravigliose tra quelle      Penso che anche per la morte di un albero,
che avevo avuto modo di visitare negli am-         pur mantenendo le debite proporzioni ri-
bienti più diversi del nostro paese.               spetto alla vita dell’uomo, si possa provare
Mi accorgo che sto parlando di questo albero       sofferenza e persino dolore. Forse, perché la
come se fosse vivo, come se ancora domi-           scomparsa di un monumento della natura
nasse con la sua umile e fiera autorevolezza       come un essere vegetale millenario ci fa toc-
la campagna che precede coste dirupate e           care con mano la realtà dell’impermanenza
non molto accessibili come quelle di Porto         di tutto ciò che ci circonda, della caducità
Alabe, anch’esse raggiunte dalle fiamme nel-       delle cose del mondo in cui abbiamo avuto la
la catena di incendi di cui non è da escludere     ventura di trascorrere il nostro viaggio, anche
l’origine dolosa.                                  di quelle più antiche e resistenti all’usura del
Anche l’albero antico della campagna di            tempo.

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Dibattito
       Questo importante e solido contributo di Marco Gatto evidenzia la necessità di utilizzare
   questo tempo per una riflessione a tutto campo sui destini della scuola toccando nodi cruciali
         e delicatissimi come quello dell’Autonomia e di più ampie questioni sociali e politiche.
     Il dito dell’autore è puntato contro il rischio di una “ideologia pratico-competitiva che pone
              l’accento più sul saper operare che sul saper ragionare, distinguere, pensare”.
  Duro e senza sfumature o possibilità di appello è il giudizio su un processo che “vuole la scuola
  non come fabbrica di cittadini consapevoli, ma come perfetti ingranaggi di un mondo dominato
    dalla tecnica e dalla competizione”. Di qui il richiamo al recupero di quella radice umanistica
                   che è identità e consegna preziosa della nostra tradizione educativa.
    L’analisi e il discorso di Marco Gatto sollecitano un dibattito ampio e sereno che, superando
        possibili rigide derive e contrapposizioni semplificatorie e ideologiche, colga e cerchi di
    sciogliere i nodi operativi, curricolari e didattici di un progetto di scuola all’altezza delle sfide
                              complesse di questa difficile età di transizione.
             Per questo invitiamo tanti altri amici ad arricchire e sviluppare questo dibattito
                                       partecipandovi direttamente.

                                 Umanesimo
                                            Marco Gatto

Ci siamo lasciati alle spalle un anno scolastico         dalistico – si è passati all’evidente nesso che
complesso e difficile. Ne sta per iniziare un            stringe il sistema educativo, con i suoi meriti
altro che pone sfide e interrogativi. Mai come           e le sue falle, alle questioni sociali nel loro
in questo momento si rende necessaria una                complesso: il problema scolastico è anche il
riflessione a tutto campo sui destini della              problema di un Paese a più velocità; è anche
scuola. Una riflessione che vada oltre l’assillo         il problema di una disgregazione sociale che
tecnocratico dell’ultimo decennio e che ripri-           si fa più deleteria nelle aree povere e depres-
stini un alfabeto di pensieri capace di insiste-         se, nelle periferie come negli spazi più segna-
re sui valori, sui compiti, sulle speranze della         ti da un profondo disagio; è anche il proble-
scuola pubblica.                                         ma di infrastrutture e servizi che non si limi-
Il punto di partenza è, senza dubbio, la gran-           tano agli edifici deputati alla formazione, ma
de contraddizione scoperchiata dalla crisi sa-           coinvolgono il sistema dei trasporti, degli
nitaria. All’illusione dell’autonomia – favorita         ospedali, dei luoghi di aggregazione. La scuo-
dall’idea che la scuola possa rappresentare              la è, insomma, il punto di incontro e di sintesi
un organismo a sé, dotato di logiche proprie,            di un conflitto più vasto e generale. Il ripre-
magari legate a interessi locali e specifici,            sentarsi di questa verità lapalissiana rappre-
nonché orientate a un protagonismo azien-                senta un’opportunità da cogliere.

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Il segno reale delle contraddizioni sociali,
verso le quali sarà opportuno formulare nuo-
ve strategie di resistenza, coincide con l’ab-
bandono scolastico. L’alto tasso di dispersio-
ne è una ferita da rimarginare ed è la cartina
al tornasole della frammentazione sociale
che colpisce il Paese. La pandemia ha chiara-
mente esasperato le disuguaglianze, che pu-
re preesistevano ai dilemmi della didattica a
distanza e del gap tecnologico. Ha mostrato il
volto classista del sistema pedagogico, che si
avvia ad essere sempre più strutturale.
L’attenzione per gli ultimi troverebbe fonda-       di costruzione di una consapevolezza insieme
mento, del resto, in una scuola realmente           individuale e comunitaria, ma l’occasione per
aperta alla società. La trasformazione di que-      forgiare individui pronti a entrare, senza anti-
st’ultima in un luogo di competizione e di          corpi, nella macchina infernale della preca-
sedimentazione pervasiva delle differenze           rietà, dello sfruttamento, del mercato occu-
sociali ha ostacolato e continua a ostacolare,      pazionale. Come ha mostrato recentemente
al contrario, qualsivoglia intervento di natura     Lucia Donat Cattin, in uno scritto contenuto
egualitaria. Sicché la scuola rischia di diven-     nel bel numero sulla scuola che la rivista
tare, ancor più in un contesto di generale          “L’ospite ingrato” ha recentemente licenzia-
aggressività, un luogo in cui gli ultimi restano    to, in un contesto simile, «dove l’autonomia
tali e un’istituzione in cui gli attori sociali –   lasciata alle singole scuole, lungi dall’essere
docenti e studenti – si ritrovano a lavorare        l’istanza democratizzante nata negli anni
per mezzo di predeterminate scelte pro-             Settanta, altro non è che l’autonomia di ap-
gettuali. Non solo: il discorso sugli ultimi, os-   plicare un modello preconfezionato, declina-
sia il discorso sui valori di una società che       to secondo le esigenze del mondo imprendi-
dovrebbe pensarsi coesa e solidale, diventa         toriale, globalizzato, dove la libertà di inse-
mera retorica umanistica da accantonare, a          gnamento è sempre più un’illusione, è evi-
beneficio di un’ideologia pratico-competitiva       dente che non è facile trovare spazi di azione
che pone l’accento più sul saper operare che        possibili». Anche perché, ricorda ancora l’au-
sul saper ragionare, distinguere, pensare.          trice, siamo di fronte a una sedimentazione
La didattica fondata sulle competenze, del          valoriale di lungo periodo, fondata in larga
resto, ha rappresentato e continua a rappre-        misura       su      un    modello     didattico
sentare il veicolo di un sentire epocale che        «performante», nell’alveo del quale si sono
all’apprendimento sostituisce l’abilità, al sa-     formate generazioni di insegnanti, spinte ad
pere basilare e indifferenziato lo specialismo      aderirvi per necessità(1).
concretamente indirizzato verso la risoluzio-       Una probabile arma critica è dunque rappre-
ne particolare di un problema. La natura            sentata dalla possibilità di vedere nella scuola
strumentale ed efficientista di questo ap-          il contenitore di un conflitto ideologico che
proccio è talmente evidente che sembra oggi         può essere ancora alimentato. A patto di es-
largamente accettata senza grandi criticità.        sere netti nel dire che la scuola sia oggi anzi-
Dietro la narrazione di una scuola capace di        tutto una fabbrica antropologica, ossia la se-
dialogare con il mondo del lavoro si cela, in-      de di una costruzione egemonica di pensiero,
somma, una ristrutturazione consapevole del         il luogo in cui si predeterminano individualità.
sistema educativo: non più il lungo percorso        Lo scontro è ancora una volta tra l’orizzonte

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dominante della tecnocrazia – un apparato           evidenza. Rientra cioè in quel quadro più ge-
che si esprime attraverso una normatività           nerale di particolarizzazione dell’esperienza
operativa fatta di parole-sintomo come              individuale che descrive un mondo non solo
“competenza”, “abilità”, “saper-fare” – e l’o-      de-socializzato, ma fondato sulla presunta
rizzonte residuale dell’umanesimo democra-          autonomia del singolo: autonomia che non è
tico. Non si tratta di agitare concetti-feticcio.   conquista di uno spazio definito e coinciden-
È evidente che la dimensione scolastica sia         te con la propria realizzazione individuale,
invasa da logiche in larga parte aliene dall’e-     ma disponibilità perenne a riorientarsi co-
dificazione consapevole di un sapere disinte-       stantemente in quella dimensione flessibile e
ressato, ma è pur vero che la classe resta il       cangiante, e per questo labirintica, che oggi
luogo possibile di un incontro differente con       caratterizza il mondo del lavoro. Per dirla in
il mondo e con la realtà, mediato da una figu-      breve, è necessario costruire soggettività di-
ra, l’insegnante, che è oggi costretta a cerca-     sposte al nomadismo per incontrare i favori
re vie di fuga alternative, nuove e feconde         dell’organizzazione produttiva del mondo
possibilità di relazione, malgrado l’invasiva       neoliberale. E la scuola, a sua volta predetermi-
sensazione di operare in solitudine e in con-       nata da questo quadro valoriale, deve poter
trotendenza. Un lavoro complesso e difficile,       assolvere la funzione – paradossale – di agen-
quest’ultimo, anzitutto perché non ricono-          zia formativa di individualità disorientate.
sciuto socialmente (per non parlare dei pro-        Cosa vuol dire, allora, possibile recupero di
blemi che impone la continua precarizzazio-         un’istanza umanistica? Se la critica alle pul-
ne del personale). Eppure, rafforzare un di-        sioni autonomistiche e particolaristiche della
scorso resistenziale sembra oggi uno dei po-        nostra società e alla sua tendenza a segmen-
chi strumenti a disposizione per dimostrare il      tare ulteriormente lo spazio sociale, dando
possibile rovesciamento di ordine, per demi-        vita a nuovi e pericolosi identitarismi, è reale
stificare, cioè, quel processo che vuole la         e condivisa, se cioè dalla scuola può partire
scuola non come fabbrica di cittadini consa-        un discorso di costruttiva contestazione, a
pevoli, ma come perfetti ingranaggi di un           quale compito è chiamata quella minoranza
mondo dominato dalla tecnica e dalla com-           – chiamiamola così – che ancora si sforza di
petizione.                                          insistere su un’idea di sapere democratico,
Qui il discorso incontra una riflessione più        inclusivo, non individualistico? La scuola può
generale, che dev’essere, pur velocemente,          offrire oggi una risposta antropologica alter-
lambita. Da almeno un trentennio, nel nostro        nativa, nonostante il comprensibile sconforto
Paese ma probabilmente in tutto l’Occidente,        che qualunque insegnante si porta dietro
gli istituti di formazione sembrano indirizzati     nella quotidianità della sua azione educativa.
da sicure scelte governative verso una can-         Ma come? È necessario, forse, ricostruire un
cellazione della loro radice umanistica. Tra il     discorso di consapevolezza critica, cioè
“sapere” e il “fare” – due poli che andrebbe-       diffondere il più possibile l’idea che sia indi-
ro mantenuti in perenne reciprocità – è ve-         spensabile non arrendersi alla deriva efficien-
nuto a prodursi uno iato ideologico. Il fare        tista. Ciò significa, almeno per me, ritorno a
non si è identificato più con la realizzazione      un’idea di pedagogia generalizzata che trova
effettiva di un percorso di emancipazione in-       nella classe, intesa come comunità e micro-
dividuale, ma come mero momento di appli-           cosmo sociale, la sede di una costruzione
cazione di una serie ristretta di conoscenze,       alternativa di senso. È un lavoro sottile, per-
del tutto disarticolate da un possibile quadro      ché alle logiche più generali che predetermi-
più generale. Questa profonda scissione ha          nano mansioni e compiti, che pure ogni inse-
risultanti antropologiche e sociali di grande       gnante è necessariamente chiamato a osser-

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vare, privilegia l’intromissione benefica di               farsi veicolo di un’antropologia diversa da
un’istanza civile che penetra nella didattica,             quella svuotata e appiattita dei nostri tempi,
nella relazione con gli altri, nel sapere che              purché riparta dalla centralità della mediazio-
viene trasmesso. La scuola non può perdere                 ne e della relazione. Riempire di concretezza
questa tensione ideale, e nello stesso tempo               queste parole significa, in fondo, svolgere
pratica, verso l’unità del sapere, alla quale si           l’umanesimo, porre al centro l’uomo nell’infi-
lega, ovviamente, una resistenza a quei parti-             nità dei suoi caratteri e delle sue determina-
colarismi che generano competizione.                       zioni; lo strumento di tale svolgimento è il
Un simile orientamento si identifica, insom-               sapere come luogo ideale di incontro e di
ma, col valore eminentemente umanistico                    proliferazione di significati, che al contrario
dell’esperienza educativa. Di fronte al micro-             risulterebbero sviliti dal nozionismo autorefe-
cosmo della classe, l’insegnante è chiamato a              renziale e dal diktat dell’efficienza a tutti i
un ruolo di mediazione costante. Non può                   costi.
sfuggire che questa idea – Romano Luperini                 Come riassumere pertanto l’invito a un rinno-
parlava circa vent’anni fa, e giustamente, di              vato umanesimo scolastico? In un’epoca che
professore come intellettuale – oggi sia ag-               fa della superficie e dell’immaterialità una sor-
gredita da una più generale offensiva rivolta              ta di norma inaggirabile, il sapere ha bisogno
al concetto stesso di mediazione. Mediare                  di farsi sostanza: non però nel verso di una sua
significa giustificare il confronto, riempire di           immediata e facile applicabilità – come una
contenuti il già dato, problematizzare le que-             certa retorica funzionalistica ha cercato di sug-
stioni. Nello stesso tempo, significa rendersi             gerire, con esiti purtroppo effettivi –, ma nel
parziale, quasi scomparire e mimetizzarsi                  verso di un recupero, nel campo pedagogico,
nell’edificazione di un discorso collettivo. È             della relazione umana e sociale e del confron-
forse la scuola oggi uno dei pochi luoghi in               to che nasce dalla trasmissione di idee, conte-
cui questa possibilità sembra potersi ancora               nuti, storie. Del resto, una scuola libera e aper-
dare, purché tali presupposti umanistici ridi-             ta presuppone l’inclusione di tutto ciò che ap-
ventino patrimonio ideale condiviso. La paro-              partiene alla dimensione umana. Non sarebbe
la “umanesimo”, è vero, può rivelarsi polise-              il caso di evidenziare ulteriormente il valore
mica e ambigua, ma ha il vantaggio di assu-                alternativo di una siffatta pedagogia generaliz-
mere come radice inestirpabile la condizione               zata, se non avessimo la sensazione, ahimè
umana, e dunque sociale, dell’agire: è l’idea              sempre più concreta, di una democrazia clau-
di comunità che essa evoca e suggerisce a                  dicante e forse mai come oggi serva di logiche
costituire una meta politica. La scuola può                disumanizzanti.

—
(1) Valutare per competenze. Il lungo declino della scuola pubblica, in “L’ospite ingrato”, n. 9, 2021, pp. 108
-109.

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Storia contemporanea

                          1941
                    L’anno della svolta
                                        Paolo Acanfora

Nella storia ci sono, ovviamente, date (giorni,   razziali. Realizzati i primi due, la guerra
mesi, anni) che segnano il corso degli eventi     scoppiata nel 1939 con l’invasione della
più di altre. Possono essere avvenimenti im-      Polonia avrebbe dovuto condurre al com-
provvisi – si pensi all’attacco giapponese alla   pimento del terzo ed ultimo obiettivo.
base militare statunitense di Pearl Harbour       Questa era la posta in gioco.
del 7 dicembre 1941, che tanto peso ha an-        Quando nel giugno del 1940 la Francia venne
cora oggi nell’immaginario collettivo – oppu-     invasa, solo la Gran Bretagna rimase in piedi a
re lunghi processi che arrivano a maturazione     combattere la Germania. Nel giro di poco tem-
(tanto per fare un esempio, la proclamazione      po gran parte dell’Europa continentale fu sotto
del Regno d’Italia del 17 marzo 1861). Sono       il controllo delle autorità naziste. Il 1941 fu
eventi che consideriamo spartiacque, turning      l’anno in cui tutto inevitabilmente cambiò.
point per dirla con un linguaggio oggi interna-   Cambiarono i protagonisti, gli equilibri, le stra-
zionale. Il 1941 è senz’altro uno di questi.      tegie della guerra. Non fu, in senso stretto,
Non solo per l’attacco a Pearl Harbour.           l’anno della svolta delle operazioni militari. A
Il contesto storico di cui parliamo è la secon-   dirla chiaramente, le forze naziste continuaro-
da guerra mondiale, originata dalla sfida che     no a lungo a controllare e dominare gran parte
il nazismo tedesco ha lanciato alle democra-      dell’Europa. Tuttavia, erano entrati in scena
zie, ai regimi liberali, all’Europa, al mondo.    nuovi protagonisti che si riveleranno decisivi
Arrivato ai vertici della moribonda Weimar al     non solo per le sorti belliche ma per tutta la
principio del 1933 e divenuto “cancelliere e      seconda metà del Novecento. Se dovessimo
Fuhrer del Reich” (titolo, non dimentichiamo-     sintetizzare l’importanza del 1941 potremmo
lo, consacrato da un plebiscito popolare che      far riferimento a tre cruciali momenti. Due di
riscosse il 90% dei consensi), Hitler aveva       questi riguardano, banalmente, l’ingresso in
progressivamente mirato ai suoi tre fonda-        guerra di Unione Sovietica e Stati Uniti.
mentali obiettivi: rivedere alla radice il si-    Nel primo caso, l’antefatto da richiamare è
stema di Versailles (ossia, l’assetto interna-    naturalmente il cosiddetto patto Ribbentrop-
zionale uscito dal tavolo di pace dopo la I       Molotov. In preparazione dell’invasione della
guerra mondiale); riportare dentro i confini      Polonia (e quindi dell’avvio della guerra), la
del Reich tutti i territori abitati da tedeschi   Germania aveva stipulato un patto di non
(Austria compresa); consentire al popolo          aggressione con i sovietici. Questo patto pre-
ariano di conquistare il giusto spazio vitale     vedeva un accordo segreto di spartizione dei
(Lebensraum) al fine di costruire un ordine       territori polacchi (non dimentichiamo che la
internazionale su basi gerarchicamente            Polonia era stata ricostruita nel 1919, dopo

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ben 123 anni, da regioni liberate dal crollo          gli schieramenti. Nel caso statunitense, però,
dell’Impero austro-ungarico, da quello tede-          la logica fu diversa. L’atteggiamento dell’am-
sco e da quello zarista russo, in seguito alla        ministrazione Roosevelt, sin dall’inizio, non
rivoluzione comunista del 1917). In questo            fu semplicemente neutrale – non, almeno,
modo Hitler si copriva il fianco orientale e          nel senso di una neutralità intesa come equi-
Stalin poteva riguadagnare ampie zone per-            distanza tra i fronti combattenti. Anzi, gli Usa si
dute prima con la pace di Brest-Litovsk del           presentarono come “l’arsenale delle democra-
1918 (per porre fine alla partecipazione russa        zie”, come una potenza di sostegno allo sforzo
alla prima guerra mondiale) e poi con la suc-         franco-britannico di resistenza al nazifascismo.
cessiva guerra russo-polacca. La situazione           I finanziamenti e gli aiuti furono cospicui, in
cambiò nel giugno del 1941 con l’avvio dell’o-        questa direzione (anche forzando non poco la
perazione Barbarossa. Infastidito da alcuni           mano sul piano legislativo). E veniamo qui al
atteggiamenti sovietici e convinto di poter           terzo punto, se vogliamo meno ovvio, che ci
recuperare grandi risorse per poter far fronte        aiuta a qualificare il 1941 come un anno di
alla sfida con la Gran Bretagna, Hitler decise        svolta. Ancor prima dell’ingresso in guerra
che era venuto il momento di denunciare il            (avvenuto a dicembre), gli Stati Uniti avevano
patto di non aggressione ed invadere l’Urss. La       definito, sin dal gennaio, uno strumento im-
tempistica era un dato decisivo. Fondamentale         portante che avrebbe rappresentato una sor-
era infatti concludere le operazioni prima            ta di bussola ideale, di cartina di tornasole
dell’arrivo dell’insostenibile inverno russo. L’in-   per le potenze firmatarie: la Carta atlantica.
vasione dei suoi territori portò il gigante sovie-    Si riprendeva in essa lo “spirito” dell’ideali-
tico a pieno titolo dentro la guerra.                 smo wilsoniano del primo dopoguerra, con la
Nel secondo caso, il teatro di riferimento non        riaffermazione dei principi dell’autodetermi-
fu l’Europa ma il Pacifico. In questa regione il      nazione dei popoli, della cooperazione per la
conflitto più rilevante era quello tra Stati Uni-     sicurezza internazionale, della libertà di com-
ti e Giappone. Dopo la svolta militarista degli       mercio e delle cosiddette libertà “dalla paura
anni Trenta, il Giappone aveva avviato una            e dal bisogno”. Era su queste basi che si im-
politica aggressiva che la portava ad espan-          maginava di definire il nuovo sistema inter-
dere la propria egemonia su un’area di note-          nazionale postbellico. La Carta fu firmata ini-
vole interesse strategico per la politica estera      zialmente da Roosevelt e Churchill e, succes-
statunitense. La tensione tra le due potenze          sivamente, da Stalin. Nel momento in cui la
aveva portato a politiche di boicottaggio             guerra prese le forme di una contrapposizio-
commerciale e ad una competizione sempre              ne politico-ideologica tra fascismo e antifa-
più palese e combattiva. L’attacco improvviso         scismo, la Carta atlantica rappresentò (in li-
a Pearl Harbour era, dunque, il frutto di ten-        nea teorica) il comune riferimento dell’anti-
sioni di lungo corso e una risposta militare          fascismo. Un’alleanza, con tutta evidenza,
alla guerra commerciale già in atto. Dato il          assai fragile e con molte contraddizioni ma
patto d’acciaio che legava la potenza asiatica        che, tuttavia, restò in piedi sino alla fine delle
con la Germania nazista e l’Itala fascista,           operazioni militari e, in vari contesti nazionali
l’attacco nipponico contro gli Stati Uniti com-       (Italia, Francia, Belgio), alle primissime fasi
portò l’ingresso in guerra degli Usa anche sul        della ricostruzione. I principi espressi nella
fronte europeo.                                       Carta diventarono poi (anche qui, non senza
Invero, la questione non era così meccanica.          contraddizioni) il riferimento di un nuovo
L’Unione sovietica, ad esempio, continuò fino         atlantismo, quello della Guerra fredda, non
a poche settimane prima della fine della              più segnato dalla comune matrice dell’antifa-
guerra a non combattere contro il Giappone,           scismo ma da quella (nuova e antica allo
creando, quindi, una sorta di asimmetria ne-          stesso tempo) dell’anticomunismo.

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Letture

                  “Da cielo in terra…”
                  Come salvarsi la vita
                                          Leonarda Tola

Francesco Fioretti (1960 Lanciano, Abruzzo)         pre come una placenta virtuale”. Sullo sfon-
ha pubblicato nel 2013 un giallo su Dante (Il       do, l’esperienza familiare del professore alle
libro segreto di Dante, Newton Compton),            prese con un matrimonio che pur conoscen-
sorprendendo se stesso e l’editore per il           do crisi e fallimenti trova un esito di pacifica-
grande successo e le 20 ristampe del libro.         zione e ricomposizione interiore dei conflitti.
L’autore vanta studi danteschi, approfonditi,       Ma il libro non è solo né propriamente que-
dopo la laurea in Lettere a Firenze, presso         sto impianto narrativo: ad intervalli nella sto-
l’Università di Eichstatt in Germania, all’origi-   ria, è inserito un ciclo di dodici Lezioni sul te-
ne dei suoi molti saggi critici e dell’ultimo       ma: “La via dantesca alla felicità”; si intuisce
romanzo “Non di solo amore. La via dantesca         l’ascolto degli allievi per i quali il prof. Deaglio
alla felicità” (Piemme 2021).                       del romanzo (che deve tutto, mente e cuore,
Bisogna dire innanzitutto che il libro riguarda     al Francesco Fioretti studioso) insegue Dante
in senso stretto la scuola.                         con una domanda: “Che cos’è la felicità?”. Il
È la storia di Stefano Deaglio, professore di       professore comincia la sua prima Lezione con
italiano e latino in una scuola di provincia        la storia della parola felicità: otto pagine di
(Lombardia o Marche?): la trama tocca               etimologie e intriganti rimandi tra le lingue
l’attualità della scuola che mentre evoca l’e-      (latino e greco soprattutto) che spalancano
terno ritorno dei suoi riti impatta e si conta-     squarci di comprensione e mai si fermano
mina con un presente sconvolto da novità            alla sola evidenza terminologica.
stranianti. Lockdown, didattica a distanza e        “Prima di tutto dunque le parole. Per Dante
maturità 2020 comprese.                             sono importantissime. Ce ne accorgiamo già
Il libro è strutturato in due percorsi distinti:    leggendo l’Inferno. Il linguaggio che usano i
15 capitoli, dopo uno introduttivo numero 0,        dannati parlando col personaggio-poeta è
differenziati anche nel corsivo, raccontano la      spesso una spia rilevante della loro condizio-
scuola e le relazioni che vi si intrecciano;        ne. Le deformazioni che infliggono alla loro
alunni con nome e cognome e le disastrose           sintassi sono, in molti casi, tutt’uno con la
biografie degli adolescenti più disastrati. La      colpa e la pena… Il Paradiso invece è, prima
scuola dentro e al centro, per esplicita am-        di tutto, un paradiso linguistico”.
missione del protagonista: “Non sono mai            Il prof Deaglio (alias Fioretti) spiega, versi alla
riuscito a sgusciare fuori dall’habitat scolasti-   mano, che “il linguaggio dei beati è espressio-
co in cui sono nato e che mi accoglie da sem-       ne del loro grado di espiazione e di beatitudi-

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ne” perché “la felicità e l’infelicità sono         stero divino e alla sua bellezza che vince ogni
 (anche) questione di lessico e di sintassi”.        comprensione umana e che “solo il suo crea-
 “E l’amore? Se si tratta di Dante non si può        tore può godere appieno”.
 fare a meno di toccare questo tema”. Preva-         Respingendo come assurda e inverificabile
 lenti e trascinanti le Lezioni incentrate sull’a-   l’ipotesi che “l’universo nel quale ci troviamo
 more con le citazioni dalla Commedia (ma            ad esistere sia un’accozzaglia casuale di ma-
 anche il Convivio) in cui le parole amor ama-       teria scaturita per sbaglio da un rigurgito
 to-amar (Inferno Canto V di Francesca) fiori-       quantistico del Niente,” Dante (e noi) ce la
 scono e sono reiterate.                             vediamo con Dio: “parola di tre lettere il cui
 È osservato a trecentosessanta gradi l’univer-      significato è di troppa ampia latitudine se-
 so conoscitivo dantesco che include filosofia       mantica per essere afferrato da qualsivoglia
 e teologia con le diramazioni del sapere pos-       mente umana”.
 sibili tra Duecento e Trecento. Il richiamo         “Volgiti e ascolta;/ché non pur nei miei occhi
 implicito nella parola amore è alla felicità        è paradiso” ordina Beatrice a Dante: non solo
 agognata o negata perché l’altro nome               e non tutto negli occhi dell’amata. Ogni amo-
 dell’amore (affezione, bene, inclinazione,          re è “riflesso di una verità universale, traccia
 predilezione) è (dovrebbe sempre essere)            di un’energia e di una bel-
 felicità. Così come l’altro nome dell’odio          lezza trascendenti”.
 (disprezzo, rancore, ostilità, indifferenza) è      Il libro di Fioretti è di quelli
 infelicità.                                         che si leggono più di una
 Il prof. Deaglio nelle sue 12 Lezioni accompa-      volta: la prima per arrivare
 gna il testo poetico con ineccepibili versioni      sino alla fine, le altre per
 in una prosa limpida che fuga tutte le ombre        imparare e insegnare, Le-
 interpretative. Fino alla dodicesima: “L’amor       zione dopo Lezione, che
 che muove il sole”. Uno straordinario e atte-       studiare Dante e ogni buo-
 so finale, un crescendo di consapevolezza           na letteratura “salva la vi-
 nell’accostamento di Dante (e nostro) al mi-        ta”.

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Un anno con Pinocchio

                    Il dono di Pinocchio
                                         Gianni Gasparini

                           Il dono è una delle      vita a un essere che misteriosamente verrà al
                           categorie-chiave del-    mondo per opera sua; e dono dell’arte al
                           la vita personale e di   mondo attraverso un poeta quale sarà Pinoc-
                           quella sociale, ben      chio.
                           diversa dalla logica     Prima ancora di coinvolgere Pinocchio, prota-
                           del tornaconto utili-    gonista del racconto, il dono permea i senti-
                           taristico che si è       menti e i comportamenti esteriori dei com-
                           imposta nelle visio-     primari: non solo Geppetto, con la sua affe-
                           ni economiche e da       zione fedele al figlio ribelle o dimentico del
                           quelle del potere,       padre, ma la Fata, che lungo tutto il racconto
                           che sono dominanti       si adopera per fare di Pinocchio, secondo
nelle prospettive politologiche.                    l’ardente desiderio del burattino, un ragazzo
Senza aderire alla logica interpretativa del        in carne ed ossa. E poi vi sono altre figure
dono è impossibile – credo – arrivare al noc-       che, diversamente da quelle di segno negati-
ciolo delle Avventure di Pinocchio. Molti si        vo, esprimono al protagonista il loro dono
sono fermati a leggere in modo utilitaristico       disinteressato: come il Colombo che traspor-
le trame di questa fiaba archetipica che –          ta in groppa per mille chilometri il burattino
giunti verso la fine del nostro racconto paral-     fino al mare dove Geppetto si è imbarcato
lelo di un altro Pinocchio articolato in dodici     alla ricerca del figlio (Cap. XXIII), o il Tonno
puntate – ci pare davvero straordinaria per la      che salva Pinocchio e Geppetto esausti e li
sua capacità di attraversare indenne il tem-        porta a riva, e ancora il Grillo-parlante che
po, i luoghi e le culture differenti. Insomma,      cede al burattino e a suo padre giunti a terra
per dirla alla maniera di Giorgio Manganelli,       la propria dignitosa capanna (Cap. XXXVI).
in questo racconto bisogna cercare di legge-        In alcuni punti del racconto collodiano molti
re tra le parole, o almeno tra le righe.            hanno voluto leggere in modo esplicito la lo-
Secondo le interpretazioni correnti, Gep-           gica del do ut des, che in effetti la stessa nar-
petto sarebbe un povero falegname che in            razione richiama, come nell’episodio del cane
una modesta prospettiva di sopravvivenza si         mastino Alidoro, il quale in un primo tempo
fabbrica un burattino semplicemente per bu-         viene salvato in mare da Pinocchio mentre
scarsi “un tozzo di pane e un bicchier di vi-       sta affogando e poi a sua volta soccorre il bu-
no” (Cap. II). In realtà Geppetto con il suo        rattino che sta per essere fritto in padella dal
gesto creativo e fondativo, che come abbia-         Pescatore verde. Congedandosi, Alidoro dice
mo visto in precedenza rappresenta una co-          “Tu m’hai fatto un gran servizio: e in questo
struzione e una “poesia” (poiein), entra pie-       mondo quel che è fatto è reso” (Cap. XXVIII).
namente nella logica del dono. Dono della           In realtà, Collodi aveva scritto poco prima

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una frase rivelatrice, annotando che Pinoc-          lavoro da animali, da asini – per ottenere co-
 chio, avendo un cuore eccellente, “si mosse          me paga un bicchiere di latte al giorno da de-
 a compassione”: è dunque la compassione,             stinare a Geppetto vecchio e malaticcio. Pro-
 la misericordia il vero movente del gesto con        prio in questo frangente Pinocchio riconosce
 cui Pinocchio, abilissimo nuotatore, salva il        nel ciuchino morente ch’egli ha sostituito al
 cane che lo inseguiva ed era ormai in procin-        bindolo il vecchio amico Lucignolo. Solo Pi-
 to di affogare. E la compassione umana è             nocchio riesce a interpretare la lingua asinina
 quasi sempre la premessa del dono aperto,            e a portare un ultimo conforto al grande ami-
 disinteressato e gioioso che una persona             co che non ha avuto come lui una Fata a pro-
 compirà verso un altro essere.                       teggerlo e a consentirgli una strada di uscita
 Un altro caso di apparente do ut des è quello        dalla condizione degradata in cui entrambi
 del Tonno, quando Pinocchio uscito dal ven-          erano caduti nel Paese dei Balocchi.
 tre del mostro marino sta nuotando con il            L’ultimo dono di Pinocchio è il più completo e
 padre a lui aggrappato e sta per soccombere.         il più emozionante. Il burattino sta andando
 Il pesce in pochissimo tempo trasporta i due         al mercato per comprarsi un vestitino nuovo
 a riva e salutando il burattino gli dice di aver     con i suoi quaranta soldi di rame risparmiati:
 imparato da lui la via di fuga dal mostro,           incontra la Lumaca, l’antica cameriera della
 quella che lo ha portato a liberarsi; quindi, il     Fata che gli racconta la storia incredibile che
 Tonno afferma di sdebitarsi nei confronti di         la sua padrona, caduta in miseria, giace “in
 Pinocchio. È interessante osservare che il           un letto di spedale”. Pinocchio ci crede
 burattino che sta per annegare si rivolge al         (credulone, o uomo di fede e fiducia nell’al-
 Tonno in toni commoventi, invocando sem-             tro?), senza pensarci un attimo consegna
 plicemente un gesto di aiuto e cioè di miseri-       tutti i suoi soldi alla Lumaca per la Fata e le
 cordia: “Tonno mio, ... Ti prego per l’amore         dà appuntamento tra qualche giorno, quan-
 che porti ai Tonnini tuoi figliuoli: aiutaci, o      do con il lavoro svolto di sera a fabbricare
 siamo perduti” (Cap. XXXVI).                         cesti di giunco potrà dare un altro contributo
 Ma è con Pinocchio che il dono rifulge, per          in denaro alla sua antica quasi-mamma. Ecco
 così dire, nel racconto collodiano. Richiamo         il dono nella sua espressione più pura: impre-
 qui gli episodi a mio giudizio più significativi.    visto e in grado di sovvertire progetti a lungo
 Uno è quello della battaglia dei libri tra gli       accarezzati, totale, senza riserve, creativo,
 scolari in riva al mare, quando Eugenio viene        responsabile nei confronti del futuro. A que-
 ferito e rimane a terra inanimato: mentre            sto dono corrisponderà, non come un do ut
 tutti scappano, solo Pinocchio si ferma a soc-       des ma piuttosto nella logica di un altro do-
 correre amorevolmente il compagno e a mo-            no, quello della Fata: essa apparirà in sogno a
 tivo di questo viene ingiustamente arrestato         Pinocchio e opererà l’agognata metamorfosi
 dai carabinieri (Cap. XXVII). E poi, è nel finale,   del burattino in un ragazzino perbene e ben
 nel lungo capitolo XXXVI, che possiamo vede-         vestito, perdipiù con un borsellino ben forni-
 re all’opera l’autentica capacità di dono di         to di monete d’oro.
 Pinocchio: essa si esprime anzitutto nel lavo-       E qui, come sappiamo, finisce la storia di Pi-
 rare duramente e fedelmente al bindolo – un          nocchio, burattino-bambino.

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Rilanci e anticipazioni da Scuola e Formazione

       In un momento in cui il “problema scuola” è tornato ad essere materia di vasto interesse
    pubblico, anche in conseguenza della situazione emergenziale e di difficoltà provocata da una
   pandemia che ha pesato profondamente sul lavoro educativo e sui suoi risultati, ma più ancora
    per le prospettive di intervento e innovazione che potranno essere sostenute dal programma
      europeo Next Generation EU, è importante che la voce, l’esperienza e le competenze della
        comunità di pratica costituita dagli insegnanti e da tutto il personale scolastico vengano
      correttamente colte e valorizzate. Una necessità che non è nuova ma che troppo spesso—
       per non dire quasi sempre—è stata elusa dalla politica. Anche per questo ci sembra utile
    riproporre un bell’articolo della professoressa Maria Antonietta Vito che abbiamo pubblicato
                                in Scuola e Formazione del giugno 2016.

             La parola agli insegnanti
                                       Maria Antonietta Vito

Non vi è dubbio che la società italiana abbia          di chiusura, verso ipotesi di cambiamento sen-
un bisogno vitale di «buona scuola» e al-              tite come estranee, in quanto calate dall’alto, e
trettanto indiscutibile è che questa, per pren-        talvolta inutili o dannose.
der vita, debba appoggiarsi a una seria volon-         Una sfiducia che non investe solo la classe
tà riformatrice da parte delle istituzioni com-        politica e gli organi dirigenti, ma la stessa
petenti. Va però fatta una considerazione,             funzione docente, produce negli insegnanti
scevra da qualsiasi polemica politica o rifiuto        una sorta di ripiegamento su se stessi, entro
aprioristico: un cambiamento in profondità             un orizzonte che diviene sempre più angu-
nel mondo scolastico, una radicale revisione           sto, tra pesantezze burocratiche, crisi di le-
del modo di insegnare, non sarà possibile se           gittimità del proprio ruolo, conflittualità con
non grazie a un coinvolgimento diretto,                le famiglie, spesso ipercritiche tutrici dell’in-
un’assunzione del problema, da parte di chi            teresse esclusivo dei figli. Ai docenti più mo-
in prima persona opera nella scuola.                   tivati, che si sentono coinvolti in prima per
Questa sarà anche un’affermazione ovvia ma,            sona nel processo di formazione, resta il dato
di fatto, nella storia della scuola italiana un pro-   vitale della loro esperienza, il rapporto con
tagonismo vero dei docenti, non solo didattico,        gli alunni, fatto di trasmissione di conoscenze
ma progettuale, capace di indicare linee d’o-          ma anche d’attenzione, empatia, ascolto,
rientamento e suggerire strategie complessive,         sostegno alle fragilità di cui ciascuno di loro è
non si è quasi mai realizzato, se non in qualche       portatore.
isola felice di sperimentazione ben riuscita.          E forse proprio da questo nucleo relazionale,
Questa subalternità, che genera sentimenti di          rimasto integro, occorre partire per riflettere
marginalità, finora aggravati dal precariato,          insieme, non dall’alto, ma dal basso e dall’in-
favorisce atteggiamenti di scetticismo, se non         terno, su quali siano le vere esigenze, quali i

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