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INNOVAZIONE
Periodico: Primo Mag - Reg. Tribunale di Pesaro N° 2/2019 - Diffusione gratuita
1 settembre 2021 - Anno III - Numero IV
Direttore Responsabile: Luca Petinari
Editore: Mattia Ferri - Via Gallone, 6 - 61122 Pesaro
Grafica: Andrea Gamberini T41B - Stampa: T41B
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IL WELFARE A PESARO

                      DALL’ASSISTENZA
                      ALLA RETE SOCIALE
                      Breve storia dei servizi alla persona a Pesaro.
                      Gli anni del dopoguerra (dal 1946 al 1960) e quellli del boom economico e
                      della partecipazione (dal 1960 al 1980).
                      Prima fase (1946–1960): in questo periodo il problema primario è il disagio socioeconomico, raccontato con “vocabolario” tradizionale che
                      non teme la parola “povero”. Ricoveri di mendicità, istituti di beneficenza: è il mondo dell’esclusione nel dopoguerra e si opera con metodi e
                      organizzazioni non molto diversi da quelli del secolo precedente. Se poi per gli interventi di aiuto non sono sufficienti i fondi messi a bilancio
                      dal Comune, si ricorre a entrate straordinarie: lotterie, tombole, fiere di beneficenza. Dal territorio del disagio emerge la condizione dell’in-
                      fanzia e dell’adolescenza. Il problema è dove collocare un’infanzia sbandata, sola, povera. Prevale la cultura degli istituti che ospitano bam-
                      bini, adolescenti senza famiglia e chi, dalla famiglia, non può avere sostegno. A Pesaro l’orfanotrofio maschile è in Corso XI Settembre, che
                      nel 1946 ha 130 posti letto. Le guerre uccidono a centinaia di migliaia i maschi adulti e altrettanti ne lasciano feriti, nella mente e nel fisico.
                      La gestione del problema è a carico dell’Ospizio Invalidi, che nel 1946 ha 100 posti letto e la sede in via Mazza.
                      La ricostruzione: Pesaro è in emergenza. Miseria, disoccupazione, mancano le case. Il bilancio comunale è in condizioni disastrose e la
                      pubblica amministrazione cerca un difficile equilibrio fra risorse disponibili e risposte per costruire un futuro migliore. Qualcosa si deve fare
                      e con urgenza, per gestire la disgregazione sociale che è fonte di sofferenza, accelera la spinta verso la disperazione e crea problemi di
                      ordine pubblico. Gli strumenti immediati d’intervento sono i sussidi di assistenza e il 24 maggio 1946 è nominata la Commissione Comu-
                      nale per la “revisione dell’elenco dei poveri”. C’è il problema della salute, quello dell’igiene e della precaria cura delle malattie, tutti temi di
                      assoluta emergenza. Faticosamente nasce una rete d’interventi sociali di aiuto. Difficile distinguere tra urgenze ed emergenze, ma si co-
                      mincia a intravedere un’azione articolata: l’urgenza è l’aiuto a infanzia, invalidi, malati, a chi è in povertà assoluta; l’emergenza è il processo
                      di ricostruzione: case e lavoro. Prendono avvio le politiche per l’occupazione, concentrate sui lavori pubblici. Il sistema di protezione sociale
                      ha un’articolazione essenziale: massicci interventi di assistenza economica; prevenzione delle emergenze più gravi (igiene e malattie infet-
                      tive); interventi mirati per casa e lavoro, un tetto come riparo, un lavoro come fonte autonoma di sostegno. È la prima bozza del “sistema
                      welfare“ pesarese. Il passaggio obbligato è l’investimento sul futuro, sulle nuove generazioni: tutela, prevenzione, sostegno della condizione
                      dei bambini. Si comincia da salute e scuola: il 13 agosto 1946 è nominato il “Comitato Comunale per la maternità e l'infanzia”. Singolare la
                      composizione: “presidente il Sindaco, vice il presidente dell’E.C.A., un direttore didattico o un maestro elementare, un rappresentante U.D.I.,
                      un rappresentante C.I.F., un sacerdote designato dal Prefetto, l’ufficiale sanitario”. Un’equipe multidisciplinare con amministratori, educatori,
                      referenti di associazioni e preti. Moderna per quanto riguarda l’integrazione di competenze, “vecchia” per i ruoli messi in rete. Il 9 dicembre
                      1947, una delibera di Giunta assicura che “è intenzione dell’Amministrazione Comunale che nel Capoluogo, in ogni Delegazione e Frazioni,
                      sia istituito un Asilo Comunale con personale insegnante ed inserviente di nomina comunale”.

                      Seconda fase (1960–1980): si viaggia in Vespa, in casa c’è il frigorifero, c’è la scolarizzazione di massa, ma il boom economico non elimi-
                      na la povertà. Nel 1966 l’Ente Comunale Assistenza (ECA) ha in carico “oltre mille famiglie normalmente assistite”. I tempi stanno cambian-
                      do. La “rivoluzione del maggio” investe l’Europa. Il ‘68 impatta su certezze appena ricostruite, su istituzioni poco ancorate a tradizioni demo-
                      cratiche. Studenti e operai gridano la loro voglia di giustizia sociale. Pesaro, 1968: nella “relazione della Giunta Comunale sul Bilancio”, si
                      trovano note su “condizione operaia, miglioramento delle condizioni di sicurezza, salubrità, fatica nel lavoro, livello dei salari (…) particolare
                      sfruttamento cui è soggetto il lavoro femminile”. La fatica di vivere non è compensata dalla Tv, dalla 600, dai mobili a rate, ma nel territorio
                      si vive un miglioramento della qualità della vita, con cambiamenti che modificheranno l’immagine della città. Il sistema welfare cresce: nel
                      1968 si aprono quattro farmacie comunali, in estate si autorizza l’apertura degli asili e delle scuole materne, su richiesta di “un rilevante nu-
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IL WELFARE A PESARO
mero di madri (…) impegnate in lavori permanenti”. È boom demografico: il 14 marzo 1969 si festeggia il “raggiungimento degli 80.000
abitanti”. Il decennio finisce con l’agricoltura segnata da una crisi generale, si fugge dalle campagne in cerca di lavoro nel settore turisti-
co e nelle aziende artigiane. C’è del nuovo: nel 1969 gruppi di giovani s’incontrano, nascono aggregazioni sul modello delle Comunità di
Base e si sviluppa una rete tra parrocchie (Loreto, Duomo, Villa S.Martino, Porto). Qui si formano i futuri amministratori e i dirigenti prota-
gonisti del welfare locale. Anticipa tutti Don Gianfranco Gaudiano, profetico promotore di servizi per disabili, tossicodipendenti, immigrati.
Il mondo cattolico è protagonista del sociale e i laici non sono da meno: “sessantottini” e “verdi” organizzano, con i “cattolici progressisti”,
la breve ma intensa stagione del “coordinamento dei gruppi di base”. Crescono le richieste di partecipazione. Il decentramento avviato
dal Comune è lo strumento giusto e il suo spazio sta nei quartieri. Il Consiglio Comunale approva il regolamento dei “Consigli di Quartie-
re” (marzo 1967), in risposta “all’esigenza sentita nei cittadini di interessarsi e di intervenire col pensiero e con l’azione nell’amministra-
zione della cosa pubblica”. Intanto aumenta l’offerta di servizi: altre scuole per l’infanzia, eliminazione di “pluriclassi” nelle elementari, più
scuolabus, assistenza medica e controllo psicopedagogico, sostegno alla spesa per i libri nella scuola media.
L’innovazione nelle politiche sociali: una tra tutte, sostegno e inclusione dei disabili. Paradossalmente le premesse dell’inclusione, par-
tono dall’esclusione. In una nota del Comune (gennaio 1965) si legge che “la Giunta Comunale ha deliberato l’istituzione di una Scuola
Materna differenziale per bambini disadattati e quindi bisognosi di un particolare tipo d’insegnamento e assistenza”. Così si faceva in Ita-
lia, ma una corretta valutazione di questi percorsi portò all’integrazione scolastica, a leggi di sostegno importanti come la 104 del 1992 e
la legge regionale n.18 del 1996, che in buona parte fu scritta da operatori sociali pesaresi.
Si organizzano i servizi sociali: per capire i processi di sviluppo e le differenze con il presente, ricordiamo alcune “dichiarazioni program-
matiche della Giunta” (aprile 1965), dalle quali si evidenzia come il termine “servizi sociali” in prevalenza significhi “servizi sanitari”, “servizi di
condotta medica ed ostetrica” e “servizi di medicina scolastica”. I primi professionisti dei Servizi Sociali Comunali provengono dalla sanità. Il
primario del Centro di Igiene Mentale e Psichiatra era consulente del Comune per l’individuazione di bambini con problemi di disadattamento
(psichico) nella scuola elementare, si facevano “test mentali” negli asili comunali, colloqui con le madri e le maestre, si somministravano
questionari sul comportamento dei bambini. Presto ci si rende conto quanto sia necessario affiancare alle figure sanitarie, professionalità
sociali. La prima assistente sociale del Comune di Pesaro è assunta nel 1965, l’assessorato di riferimento si chiama “Igiene e Sanità” e il
responsabile è un medico. Nel 1967 arrivano i rinforzi, sono le tirocinanti dalla Scuola di Servizio Sociale di Urbino. Nuove risorse professio-
nali per nuovi impegni. Sempre nel ‘67 si avviano azioni per conoscere e sostenere i cittadini anziani: analisi sociali e statistiche. Il problema
degli anziani è evidenziato in una relazione del gennaio 1970: “una indagine è stata fatta sulle persone anziane che vivono sole nel centro
storico. I circa 300 intervistati lamentano in gran parte la limitazione economica e in genere rifiutano il ricovero o la convivenza in collettività.
Il Comune è impegnato pertanto in proposte per la creazione di gruppi di appartamenti per gli anziani”. Cresce una nuova coscienza sul tema
dell’assistenza alle persone anziane. Si poneva attenzione al ruolo della famiglia come risorsa per evitare l’istituzionalizzazione e al valore
dell’integrazione nel proprio contesto di vita. La risposta di contrasto al “ricoverare il vecchio in istituti” è il servizio domiciliare. Arrivano le
prime assistenti, “prelevate” dalle scuole comunali. Negli anni ’80 si consoliderà l’organizzazione, sviluppando l’assistenza domiciliare con
l’assunzione di operatrici dedicate. Resta il problema della casa. Il centro storico è in degrado. Con la presenza di veri e propri tuguri abitati
da persone anziane, il Comune avvia alcune ristrutturazioni. Con l’inizio degli anni ’70 c’è anche modo di organizzare la “promozione del be-
nessere”: sono del 1973-74 le prime esperienze di vacanze per anziani.
Nuove competenze sociali passano ai Comuni, in particolare con lo scioglimento di alcuni enti di assistenza (1975 e 1976).
Tra queste, le competenze sui minori. Arrivano anche altre assistenti sociali. La nascita delle Regioni (1970) ha come effetto la crescita
del ruolo sociale del Comune. Dopo l’area d’intervento anziani, si sviluppano politiche in favore della famiglia. Siamo nel 1975, l’anno
della “riforma del diritto di famiglia”. Nel nostro territorio agisce l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, con un ufficio provinciale di Servi-
zio Sociale e con una rete di consultori materno-pediatrici. Queste competenze vengono assorbite dai Consultori Familiari istituiti in Italia
nel 1975 (dalla Regione Marche nel 1977). La transizione dagli “Enti” ai Comuni ha l’effetto di modificare sostanzialmente l’organizza-
zione del welfare locale. Nel maggio 1994 si procede con lo “scioglimento” dell’IRAB (Istituti Riuniti di Assistenza e Beneficenza), cessa
l’attività anche l’ONPI (Opera Nazionale Pensionati Italiana) e con le loro strutture, il personale e gli utenti, si organizza un nuovo servizio
dedicato alla residenzialità degli anziani. Le competenze di legge orientano verso scelte innovative, oltre la situazione di emergenza vis-
suta fino a pochi anni prima. Si attivano i primi interventi di prevenzione con i Consultori familiari, è operativo il CMAS (Centro Medico di
Assistenza Sociale) che interviene sulle tossicodipendenze, nell’area “salute mentale” il Comune mantiene specifiche competenze relative
ai trattamenti sanitari obbligatori (TSO), si collabora con i “medici condotti” per le competenze igienico sanitarie. Arriva la riforma sanitaria
(legge 833 del 1978) che prevede l’istituzione della Unità Sanitaria Locale (USL) e il trasferimento di competenze dal Comune alla Sanità
(medici, igiene e sanità, mattatoio, consultori, Cmas, equipe socio pedagogiche per i disabili, ecc.). Suddivisione salutare, che regola ruoli
e competenze, organizzazioni e responsabilità.

                                                                                                                                 Giuliano Tacchi
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ONE HEALTH:
POTENZIALITÀ
E SFIDE PER IL
BENESSERE NEL
NOSTRO TERRITORIO
L’emergenza pandemica e quella ecologica hanno confermato la vulnerabilità e nello stesso tempo le potenzialità della nostra società. Le
mascherine si sono frapposte tra le espressioni dei nostri volti e gli abbracci, le bombe d’acqua e le tempeste di vento hanno raggiunto le
nostre città e le nostre montagne. Al centro delle due emergenze ci sono la nostra salute e il nostro benessere.
La necessità di una visione integrata tra le politiche è un tema molto familiare a chi si occupa di sociale, dalla legge 328/2000: necessità
e chimera allo stesso tempo. Nel contesto delle attuali emergenze, l’integrazione tra le politiche pubbliche, tra le azioni e gli interventi, è di-
ventata una esigenza tanto necessariamente intuibile, quanto difficilmente attuabile. L’attenzione per le relazioni tra benessere e salute di un
ecosistema e benessere degli esseri umani, sembra tanto banale e condivisibile, quanto non più procrastinabile.
Dal punto di vista teorico, politiche fortemente integrate e coordinate, trovano nell’approccio One Health un ancoraggio internazionale con-
diviso (promosso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità), con un esplicito riferimento anche nel nostro Piano Nazionale di Ripresa e Re-
silienza (a pagina 224 del PNRR). La prospettiva One Health pone la relazione tra benessere animale, degli esseri umani e dell’ecosistema,
al centro del suo orientamento, legittimando le posizioni dei più giovani (vedi Greta Thunberg), che sembrano più onesti degli adulti: non può
esserci una condizione di benessere degli esseri umani, se non nella relazione con l’ambiente. Cosa sarebbe perseguire quello degli esseri
umani in un contesto ambientale malsano, flagellato da allegamenti e frane, inquinato, contaminato, inaridito, infestato da esalazioni tossiche
di sostanza chimiche?
L’esempio del Friuli Venezia Giulia, segnalato dall’Ordine nazionale degli assistenti sociali, ci permette di comprendere la portata del cam-
biamento della prospettiva One Health, nella sua semplicità di approccio e possibilità di realizzazione. Il punto di partenza è stata la se-
gnalazione da parte dei veterinari, dello stato di malessere e denutrizione degli animali nelle malghe di montagna. Attività economiche non
sufficientemente redditizie, a fronte di impegni e condizioni di vita pesanti, hanno portato a uno spopolamento di quei territori montani. Lo
spopolamento ha indotto il venir meno di quella azione di cura nei confronti degli animali e di manutenzione del territorio con i conseguenti
impatti in termini di frane, smottamenti e di animali denutriti. La segnalazione dei veterinari in merito al malessere degli animali, è stata
letta e condivisa a livello di azienda sanitaria e questo ha attivato l’azione del servizio sociale professionale a favore della popolazione di
quei territori spopolati. E da quella segnalazione sono partite una serie di iniziative: «abbiamo iniziato a fare le riunioni nelle stalle» (queste le
parole dell’assistente sociale che ha coordinato, insieme all’Università di Udine la sperimentazione). La storia si chiude in maniera virtuosa:
l’intervento ha riattivato un circolo efficace, che trova nella vendita del formaggio nei mercati, nei paesi e nelle cittadine a valle, un adeguato
riconoscimento economico che ha permesso il benessere degli uomini e delle donne che vivono in montagna, ma anche di quelli a valle (che
si nutrono di cibo di qualità), degli animali e dell’ecosistema nel suo insieme.
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Se da una parte l’esigenza di integrazione è tanto intuibile quanto necessaria, dall’altra le sfide a una
                                        sua effettiva sperimentazione sono diverse. La prima riguarda la barriera che ogni organizzazione incon-
                                        tra nell’avviare e realizzare un processo di cambiamento, quella che in termini accademici definiamo la
                                        path dependence. In altre parole, se un'organizzazione che eroga servizi di welfare da anni risponde in
                                        quella maniera e ha consolidato quel sistema di risposta, fatica a modificare la sua azione anche a fron-
                                        te di un bisogno che è cambiato, si è evoluto, ha delle sfaccettature diverse o forse è stato anche molto
                                        stravolto negli ultimi anni, anche a seguito dell’emergenza pandemica.
                                        La seconda barriera verso politiche più coordinate, integrate tra loro, verso una risposta più armonica al
                                        bisogno dei cittadini, risiede nella storia delle singole aree delle politiche di welfare: nelle scelte fatte nel
                                        corso dell’800 e del 900 rispetto alla gestione collettiva dei rischi individuali. A fronte del rischio di ma-
                                        lattia sono nate le politiche sanitarie, rispetto al rischio della vecchiaia sono nate le politiche pensionisti-
                                        che, per fronteggiare la perdita del lavoro sono state definite delle politiche per il lavoro e per risponde-
                                        re al rischio povertà le politiche di assistenza sociale. Le politiche e i servizi, hanno quindi preso forma
                                        intorno a una visione semplificata, quasi manichea dei rischi sociali, in quei determinati contesti sociali
                                        e culturali. Oggi la complessità e l’interazione del rischio individuale e dei relativi bisogni, è sempre
                                        più manifesta. Il legame tra condizioni di lavoro, di salute e di povertà, è ampiamente documentato dal
                                        punto di vista scientifico. Documentato sì, ma non per questo di fatto tradotto in politiche effettivamente
                                        coordinate tra loro. In questo contesto la prospettiva One Health rappresenta una novità, promuovendo
                                        traiettorie di politiche convergenti verso obiettivi integrati, dopo anni di azioni parallele. È proprio questo
                                        riposizionamento tra le politiche che rappresenta la seconda sfida alla riuscita del progetto One Health.
                                        Ogni singola area di welfare è chiamata a proseguire il suo lavoro volgendo però l’attenzione alle poli-
                                        tiche affini per costruire obiettivi e strategie operative condivise. Chi sarà il primo a volgere lo sguardo
                                        verso le altre aree di policy? Chi coordinerà il processo di cambiamento: veterinari, medici, assistenti
                                        sociali, esperti di ecologia? Se a questo aggiungiamo la presenza di una gerarchia tra gli attori in cam-
                                        po, diveniamo consapevoli di una complessità aggiuntiva: la salute degli esseri umani conta più della
                                        salute degli animali? E la salute e il benessere dell’ambiente, appannaggio di scienziati della terra, che
Angela Genova è ricercatrice            posizione acquisirà nella relazione con le politiche per la salute degli esseri umani? A ciascuna di que-
presso il dipartimento di               ste aree di policy sarà richiesto di mollare la presunzione di una centralità, che nella storia si è trasfor-
Economia Società Politica               mata in una autoreferenzialità asfittica, a favore di una nuova visione integrata e coordinata.
dell'Università degli Studi di          Queste prime due sfide attengono alle dimensioni regolative e organizzative delle politiche e dei servi-
Urbino dove insegna “politiche          zi, quelle che in gergo sociologico definiamo le dimensioni macro e meso. Ma è a livello micro che si
sociali” e “politiche per la salute”.   gioca forse la partita più importante e la differenza sarà data dalla capacità del sistema di riconoscere
Svolge attività di ricerca sulle        e valorizzare i potenziali imprenditori di policy. Si tratta di dirigenti, ma anche di operatori dei servizi
politiche sociali territoriali in       pubblici o degli enti del terzo settore, capaci di intuire la possibilità di risposte nuove a un bisogno di-
prospettiva comparata europea e         ventato emergenza: come quel veterinario e quell’assistente sociale del Friuli. Si tratta di lasciare che
nazionale.                              i professionisti dei nostri territori possano emergere. Perché è da loro che ci credono che è necessario
                                        partire. Sono loro i nostri imprenditori di policy, capaci di una visione integrata e coordinata, foriera di
                                        innovazione per costruire insieme risposte nuove a bisogni nuovi e vecchi. Sono imprenditori perché
                                        investono nel coltivare l’idea e costruire progetti anche delle risorse personali, trascendendo il ruolo di
                                        dipendenti esecutori. Nel campo delle politiche a questi imprenditori non viene chiesto un esborso eco-
                                        nomico, le risorse ci sono e ci saranno. A questi imprenditori spetterà il compito di tessere relazioni e
                                        valorizzare il potenziale che è già presente nei nostri territori. Dal 2008 lavoro con i protagonisti del wel-
                                        fare territoriale e i potenziali profili imprenditoriali sono più o meno chiari. Hanno i volti degli attori della
                                        cooperazione, di alcuni dirigenti e coordinatori di ambito territoriale sociale, di alcuni amministratori, di
                                        alcuni volontari. Ma non solo, nell’università si stanno formando i nuovi protagonisti del welfare territo-
                                        riale, che non potrà che essere integrato. Ai vecchi e ai nuovi protagonisti del welfare territoriale va la
                                        nostra piena fiducia, perché il rilancio della programmazione sociale territoriale possa essere lo spazio
                                        e il tempo dove seminare e prendersi cura della nuova visione integrata, One Health, delle nostre politi-
                                        che, per il benessere integrato del nostro territorio. In ogni incontro di un tavolo di co-programmazione
                                        e di co-progettazione, risiede il potenziale di innovazione al quale volgere l’attenzione. Ai coordinatori di
                                        ambito territoriale sociale va la supervisione di questa nursery delle idee e delle progettazioni.
                                        A ciascuno il suo ruolo ed è a loro che spetta quello del coordinamento di questi processi.

                                                                                                                                  Angela Genova
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MONDO CRITICO   L’INNOVAZIONE DEL
                FUTURO È LA PARITÀ
                DI GENERE, MA IL
                CAMBIAMENTO DEVE
                AVVENIRE SOPRATTUTTO
                A LIVELLO SOCIALE
                La pandemia ha stravolto il nostro modo di vivere,        Nello specifico:                                                    Innovazione di genere = uguaglianza di genere
                rendendo necessario un cambiamento radicale sia           • È stato introdotto con un emendamento il Fondo per il             L’innovazione di un paese passa dall’innovazione di
                della società che dei mezzi di sostentamento.                   venture capital, per sostenere investimenti in capitale di    genere. Un paese che lascia indietro l’imprenditoria
                Sebbene, in genere, serva tanto tempo per concre-               rischio, in progetti di imprenditoria femminile a elevata     femminile, è un paese destinato a rimanere muti-
                tizzare la trasformazione tecnologica, in tempi di              innovazione tecnologica. Le risorse a disposizione dell’i-    lato. Anche a livello europeo, nonostante gli innu-
                crisi le misure devono essere tempestive. La parola             niziativa ammontano a 3 milioni di euro.                      merevoli sforzi compiuti per promuovere la parità di
                chiave che caratterizza queste trasformazioni è           • È stato creato il Fondo impresa femminile, con una do-            genere nei cosiddetti settori STEM (scienza, tecno-
                innovazione, sia tecnologica (nuovi strumenti) che              tazione finanziaria di 20 milioni di euro per ciascuno de-    logia, ingegneria e matematica), la partecipazione
                sociale (nuovi interventi per fronteggiare le difficol-         gli anni 2021 e 2022. L’obiettivo è quello di promuovere      femminile è costantemente sottorappresentata.
                tà). In questo modo lo smart working, la didattica              e sostenere la diffusione dei valori di imprenditorialità e   Nel 2018 il numero di uomini laureati che hanno
                a distanza e, in generale, il ricorso agli strumenti            lavoro tra le donne, massimizzando il loro contributo allo    seguito un ciclo di istruzione terziaria era 2,6 volte
                informatici, sono diventati parte integrante del                sviluppo economico e sociale del Paese.                       maggiore, rispetto a quello delle donne, nei settori
                nostro quotidiano, concretizzando il “cambiamento         • È stato creato il Fondo per il sostegno della parità sala-        legati all’ingegneria, all’industria manifatturiera e
                digitale” da sempre auspicato.                                  riale di genere, con un budget di 2 milioni di euro annui     alle costruzioni; e 3,9 volte maggiore nelle tecnolo-
                Il Covid ha messo a nudo la necessità, da parte di              dal 2022, come esempio di sostegno e riconoscimento           gie dell’informazione e della comunicazione (analisi
                governi, istituzioni e aziende, di ripensare il pianeta         del valore sociale ed economico della parità salariale di     Eurostat). Ben vengano quindi le iniziative di
                e di finanziare in maniera considerevole modelli di             genere e delle pari opportunità sui luoghi di lavoro.         stampo economico e gli incentivi finanziari che cer-
                sviluppo resilienti e alternativi. Non solo: VC Hub       La Manovra 2021, inoltre, rifinanzia con 15 milioni di euro         cano di tendere la mano all’imprenditoria femmi-
                Italia ha dimostrato come, questa crisi, abbia avuto      l’iniziativa Donne in campo, il regime di aiuto istituito dalla     nile. Tuttavia, ci si rende conto che il cambiamento
                conseguenze anche nel mondo delle startup (il             legge di Bilancio 2020 a favore dell’imprenditoria fem-             dovrebbe avvenire soprattutto a livello sociale.
                58% ha aumentato il personale e il 27% una cre-           minile in agricoltura, per la concessione di mutui a tasso          Occorre smetterla col considerare alcuni settori
                scita dei ricavi). Come spesso avviene, a pagare il       zero fino a 300mila euro.                                           come prettamente maschili ed è necessario creare
                costo di questo salto tecnologico sono state le im-       È stata infine disposta l›istituzione, presso il Ministero          una società in cui la parità di genere non vada rico-
                prese femminili: dopo anni nei quali ogni trimestre       dello Sviluppo Economico, del Comitato Impresa Donna.               stituita, ma rappresenti piuttosto la base costitutiva
                evidenziava crescite superiori rispetto alle imprese      Tra gli obiettivi del comitato rientrerà la formulazione di         stessa di una società che si va costruendo.
                maschili, tra aprile e settembre 2020 questa mag-         raccomandazioni relative allo stato della legislazione e            Se per innovazione si intende “ogni novità, muta-
                giore velocità è andata via via scomparendo.              dell’azione amministrativa, nazionale e regionale, sulla            mento, trasformazione che modifichi radicalmente
                A causa certamente di un calo della domanda, le           presenza femminile nell’impresa e nell’economia.                    o provochi comunque un efficace svecchiamento in
                donne d’impresa hanno mostrato di avere maggiori          Le imprese che possono beneficiare delle agevolazioni               un ordinamento politico o sociale” (Treccani), non vi
                problemi di liquidità.                                    devono essere:                                                      è miglioria più auspicabile che la piena realizzazio-
                Le iniziative                                             • costituite da non più di sessanta mesi, alla data di              ne dell’uguaglianza di genere.
                Per i motivi evidenziati si è sentita la necessità di           presentazione della domanda di agevolazione;
                intervenire, con misure mirate, per tutelare queste       • di micro e piccola dimensione;
                imprese economiche. La legge di Bilancio 2021 ha          • costituite in forma societaria;                                                         Sara Valentina Natale
                infatti introdotto un ricco pacchetto di misure per       • composte, per oltre la metà, da donne di età compre-
                incentivare l’imprenditoria femminile.                          sa tra i 18 ed i 35 anni.
                                                                                                                                                                              Alice Mauri
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ATS1
CO-PROGETTAZIONE E
WELFARE LOCALE,
IL FUTURO È GIÀ QUI
Drago, coordinatore ATS 1: «Rapporti più flessibili e rete sociale, per superare il modello
committente-fornitore»
Co-progettare con il territorio come sistema innovativo delle politiche sociali. Un tema attuale, che nella provincia di Pesaro e Urbino getta basi importanti, quasi
pioneristiche, per lo sviluppo del terzo settore. Ne abbiamo parlato con Roberto Drago, coordinatore dell’ATS 1 di Pesaro, a cui fanno riferimento anche i comuni di
Gabicce Mare, Gradara, Mombaroccio, Montelabbate, Tavullia e Vallefoglia.
Cos’è l’ATS e cosa fa il coordinatore?
«L’Ambito Territoriale Sociale è uno strumento di lavoro di gruppo, nel nostro caso composto da sette comuni (il più ampio della regione Marche) e l’obiettivo di fondo è
quello di gestire in maniera integrata le politiche sociali, socio-sanitarie ed educative. Il mio compito è quello di coordinare le varie realtà, per il bene del welfare locale e
per promuovere il benessere del territorio».
Nel corso degli anni come si è evoluto il rapporto con il territorio, per ciò che riguarda la lettura e l’analisi dei bisogni?
«La rivoluzione più grande è stata questa: negli anni l’ente locale ha esternalizzato i propri servizi. Il pubblico è diventato committente e il terzo settore è diventato fornitore.
L’idea a cui stiamo lavorando è quella di cambiare il rapporto tra ente e terzo settore: non più tra committente e fornitore ma tra partner. In questo senso, il terzo settore, ha pari
diritti rispetto al pubblico negli interventi che si possono fare nel territorio. E i partner possono riformulare gli interventi in base all’evoluzione delle esigenze del territorio».
Quali sono le esigenze più incalzanti di questo periodo?
«I cambiamenti socioeconomici sono sicuramente i fattori più incisivi sulle esigenze del territorio, ma questo vale un po’ per tutta l’Italia, a partire dalla crisi del 2008 fino
a quella legata al Covid. Il tema delle nuove povertà è il più evidente. Un altro problema, derivato dall’emergenza pandemica, è quello legato agli adolescenti. E spazia
dal ritiro sociale fino all’aggregazione trasgressiva. Come Ambito Sociale, come educatori e come adulti, dobbiamo cambiare la nostra testa. Non possiamo più ragionare
senza pensare al Covid e al suo impatto, negativo per tutti e devastante per i giovani».
L’ATS aveva già anticipato i tempi sulla co-progettazione: come sta procedendo questo modello di sviluppo?
«Nel nostro territorio non si parlava di co-progettazione, perché non esisteva come nome giuridico. Si parlava più di “progettazione partecipata”. Due esempi su tutti: uno
più istituzionale, quello relativo al percorso fatto nel Dipartimento Dipendenze Patologiche; l’altro, il progetto nato dal basso dello Zoe Microfestival. Attualmente abbiamo
più di quaranta tavoli di lavoro attivi rispetto a specifiche tematiche che vanno dalla disabilità alla non autosufficienza, fino ai minori. Grazie a dei percorsi giuridici ora si
parla di co-progettazione e questo permette di strutturare rapporti più flessibili rispetto al modello committente-fornitore. Non c’è più l’appalto di determinati servizi che
vengono rendicontati nel tempo, ma ci sono lo studio e l’analisi periodica delle esigenze e del modo in cui affrontarle».
Alcuni progetti attualmente in atto?
«Nel 2021 sono partiti alcuni nuovi progetti: uno è il progetto "Gim Ben" che vede coinvolto direttamente lo Zoe Microfestival; il Centro antiviolenza è stato dato in co-
progettazione, così come il percorso "Dopo di Noi" rivolto a persone disabili, per dar loro una risposta abitativa; poi c’è il servizio Sollievo per persone con problematiche
psichiatriche che hanno bisogno di un intervento socio-sanitario. Ma questi sono solo alcuni esempi».
Che futuro vedi per gli ATS? Che ruolo giocheranno?
«Per prima cosa dobbiamo proteggere il nostro territorio coniugando protezione e promozione, guardando quindi in prospettiva. Il Covid non ci deve schiacciare nel
presente, ma deve spingerci a un’inevitabile apertura al futuro. In secondo luogo, l’ATS non deve chiudersi verso una deriva puramente amministrativa. Il coordinatore non
deve gestire i servizi ma deve fare rete. È necessario e doveroso promuovere nel territorio una passione per la cura dei nostri cittadini. È questo il nostro compito».

                                                                                                                                                                   Luca Petinari
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GOVERNANCE E
CO-DESIGN, TRA
UTOPIA E REALTÀ
Sono le 9 del mattino. Sto uscendo di casa senza chiudere a chiave, come si faceva una volta: nel complesso abitativo dove                    Tommaso Sorichetti, User Experience
vivo, oltre al mio spazio privato, ci sono cucina, sale, lavanderia e un terrazzo in condivisione con tre amici. Siamo anche parte            Designer e facilitatore per vocazione,
di una rete di circa 150 persone che autogestisce diversi servizi. In collaborazione con alcune cooperative e coi servizi pubblici            per convinzione e per curiosità,
diffusi, siamo riusciti a dotarci di una mensa, di un servizio di assistenza per persone anziane, di un asilo e a rotazione ci oc-            nel 2010 ne fa un’impresa e poi
cupiamo del verde del nostro distretto, dove coltiviamo anche frutta e verdura. Insomma un ambiente niente male.                              un’avventura da freelance. Gestisce
Dicevo, esco e prendo la bicicletta. In dieci minuti sono a lavoro, in una struttura dove in venti condividiamo lo stesso spazio.             e facilita team sia per aziende private
È una struttura pubblica rigenerata, lo chiamiamo Creative Lab e dentro ci sono una cooperativa che fa progetti sociali, un                   sia per pubbliche amministrazioni,
laboratorio di produzione e riparazione tessile, una sala dove si fanno corsi di formazione e aggiornamento, un’officina educa-               progetta e realizza workshop e
tiva sul digitale dove si riparano anche componenti elettroniche. Disseminati nel nostro spazio ci sono anche oggetti museali                 formazioni con l’obiettivo di attivare
e storici, attorno ai quali lavora una squadra di persone che si occupano di storia, urbanistica, architettura, antropologia, arte            processi di change management nelle
e design (ne facciamo parte anche io e un mio collega esperto in intelligenza artificiale), e che sperimentano con chi abita in               organizzazioni, migliorare e innovare
città e con turisti curiosi progetti di rigenerazione urbana.                                                                                 prodotti e servizi, coinvolgere gli utenti
State respirando con me il benessere di questo idillio? Bene, ho una notizia cattiva, una buona e una buonissima. La cattiva                  nei processi di ideazione, sviluppo e
notizia è che purtroppo questa non è la normalità per tante persone. E fin qui niente di nuovo. La buona notizia è che nel mon-               testing.
do ci sono infinite pratiche che già vanno in questa direzione e fanno anche molto di più. La buonissima notizia è che, un po’
per necessità un po’ per intelligenza, si stanno sbriciolando i confini tra chi lavora, chi fa le leggi, chi si occupa di teoria, chi
fa attivismo, chi produce bellezza, chi fa pianificazione urbana. Quello della co-costruzione di politiche e di pratiche è un pre-
supposto fondamentale affinché l’idillio si realizzi, affinché si riducano le disuguaglianze, si producano azioni e comportamenti
sostenibili e rispettosi del sistema in cui viviamo.

Ottobre 2021, FeltrinelliCamp, Milano.
Una discussione corale sul futuro delle città e dei territori è proprio quello che è avvenuto l’8 e il 9 ottobre, alla Fondazione        1. Gli stimoli sono stati innumerevoli, dalle
Feltrinelli. Una due giorni dedicata alle Broken cities, le città rotte, da riparare nel presente e in vista di un futuro che si pro-       teorie alle pratiche, da Melbourne al Sahel e
spetta pieno di complessità.                                                                                                                per chi volesse immergersi nelle riflessioni
Sono intervenute politiche, accademiche, attivisti, giornalisti, urbaniste, architetti, designer, e in una serie di interventi in ple-      di relatori e relatrici, può farlo da questo link:
                                                                                                                                            https://fondazionefeltrinelli.it/brokencities/.
naria e in sottogruppi, abbiamo discusso di cosa significhi oggi “diritto alla città”, come affrontare le diseguaglianze crescenti,         A breve Fondazione Feltrinelli pubblicherà il
come rendere i territori luoghi in cui esprimere le proprie potenzialità, come rendere effettiva ed efficace la governance parte-           report finale che raccoglie le suggestioni dei
cipativa, come garantire inclusività e democrazia nella transizione socio-ecologica che stiamo vivendo1.                                    sottogruppi di lavoro.
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In conclusione, ogni sottogruppo ha prodotto un documento che presto sarà pubblicato sul sito web di Fondazione Feltrinelli e,                   2. Come ad esempio il progetto di Sineglossa
per quanto mi riguarda, ancora alcune frasi cruciali mi rimbombano in testa:                                                                        IAQOS, che ho portato come caso studio,
“Quanto le attività delle nostre organizzazioni sono trasformative? Quanto sono trasformativi i nostri progetti?” (Laura Saija, Uni-                http://iaqos.sineglossa.it, o il lavoro che
versità di Memphis);                                                                                                                                sta svolgendo Nadina Galle sull’internet
                                                                                                                                                    della natura, www.nadinagalle.com.
“Quanto agiamo in ottica sistemica? È il momento di smettere con le buone prassi e agire sull’ordinario” (Carla Tedesco, Uni-                    3. Vedi il caso Superblocks di Barcellona
versità IUAV di Venezia);                                                                                                                           o il suo piano sulle case popolari, www.
A sentire queste suggestioni, mi si sono accesi i neuroni legati a un pensiero letto di recente sulla valutazione d’impatto inter-                  barcelona.de/en/barcelona-superblocks.
pretata come una mitologia degli ultimi anni, “che ha prodotto più lavoro consulenziale che cambiamenti organizzativi” (Gian-                       html, o anche 11th Street Bridge Park di
                                                                                                                                                    Washington, https://bbardc.org/the-park/.
franco Marocchi su "Appunti per la progettazione sociale", ed. Pacini, 2021).
                                                                                                                                                 4. Saskia Sassen, Richard Sennett
Il tema del sottogruppo a cui mi avevano assegnato era “Participation, digital innovation and co-design of territories”, e più mi                   e Ananya Roy ne hanno parlato
confrontavo con queste urbaniste, attivisti, architette, curatrici, antropologi, più avevo la sensazione che una serie di traiettorie               diffusamente, qui il suo intervento al
si stessero incrociando in modo incredibilmente generativo: big data, arte e intelligenza artificiale al servizio delle comunità2,                  TedxBerkeley https://www.youtube.com/
piani di sviluppo urbano creati da pubblico, privato e abitanti3, il dibattito su povertà, ingiustizia, proprietà privata e le sue dram-            watch?v=pKASroLDF0M, o gli incredibili
                                                                                                                                                    numeri del social housing a Singapore,
matiche conseguenze4. Ne sono uscito stordito, esaltato, impressionato dalla complessità che un territorio porta con sé, e allo                     dove l’80% della popolazione vive in
stesso tempo lucidamente convinto che ognuno di noi abbia delle competenze che, se espresse in modo sostenibile, collettivo e                       abitazioni gestite dallo Stato e concesse
con bellezza5, possono imprimere una piccola spinta affinché il futuro prenda la piega migliore possibile.                                          per 99 anni, https://www.globalurban.org/
                                                                                                                                                    GUDMag07Vol3Iss1/Yuen.htm e https://
                                                                                                                                                    en.wikipedia.org/wiki/Public_housing_in_
Pieghe future e co-design di territori e processi
                                                                                                                                                    Singapore.
In che città desideriamo abitare? Con quali servizi e come li vogliamo godere? Come inserire le grandi aziende nel processo                      5. Non a caso beautiful, sustainable, together
decisionale comunitario, in modo da non schiacciare gli altri soggetti col loro peso economico? E ancora prima, quali valori di                     sono le tre parole chiave dell’iniziativa
fondo vogliamo che indirizzino le strategie locali, nazionali e globali?                                                                            europea New European Bauhaus. Tre
All’ombra di queste domande capitali, mi chiedo anche che ruolo svolga chi fa il mio mestiere6, cioè facilitatori e facilitatrici di                principi trasversali che secondo l’Europa
                                                                                                                                                    dovranno porsi alla base di ogni politica, a
processi organizzativi, gente che pratica il leggendario co-design e lo User Experience Design, per creare servizi orientati al benes-              tutti i livelli, creando uno spazio di incontro
sere della persona e delle comunità. Concedetemi una piccola deviazione, strumentale sia per prendere aria dopo domande così                        tra arte, cultura, inclusione sociale,
enormi, sia per arrivare a un punto importante. Siete stati in Salento di recente? L’interesse mediatico è sceso negli ultimi anni,                 scienze e tecnologia. Questo è il sito
ma il batterio della Xylella continua a fare enormi danni. Per centinaia di chilometri si incontrano solo muretti a secco e migliaia e              web istituzionale: https://europa.eu/new-
                                                                                                                                                    european-bauhaus/index_en.
migliaia di ulivi completamente secchi, tragicamente morti, attorcigliati su loro stessi in una posa disperata che ricorda la scultura
                                                                                                                                                 6. Per chi volesse curiosare nella sterminata
del "Laocoonte e i suoi figli". Lande piatte desertificate, spettrali. L’ulivo è stato per secoli il petrolio della Puglia, il simbolo iconico      galassia dello User Experience Design,
di un territorio che ha stabilito la sua economia su campi infiniti di una sola monocoltura. Ecco il punto: monocoltura. È bastato un               Service Design e della facilitazione,
batterio per far collassare un intero sistema basato su una sola risorsa, su una sola tipologia di pensiero, su una sola specie. Basa-              sostenibili e inclusivi, suggerisco qualche
re un sistema su una monocoltura significa destinarlo alla fragilità. Cosa significa “monocoltura” per il nostro sistema umano? Può                 spunto che è giusto la punta dell’iceberg:
                                                                                                                                                    https://www.communitydesign.org/,
significare persone che credono a una sola verità dogmatica e la impongono sulle altre. Può significare imprese che lavorano solo                   https://www.interaction-design.org/
in ottica di profitto e sfruttamento del lavoro. Ma anche un uso della tecnologia dedicato esclusivamente a estrarre dati in favore                 literature/topics/ux-design, https://
di pochissimi soggetti che ne fanno enormi profitti. O città che impostano il proprio futuro solo su alloggi, turismo, mobilità, eco-               www.interaction-design.org/literature/
nomie vampiresche, che generano aumento delle disuguaglianze e della povertà. Può significare un terzo settore lasciato da solo                     topics/service-design, https://
                                                                                                                                                    www.complexityinstitute.it/, https://
a “coltivare” i servizi socio-sanitari. O una cultura intesa solo come spettacolo e movida, e non anche come elemento cardine per
                                                                                                                                                    designjustice.org/.
la rigenerazione dei territori. E può significare infine una pubblica amministrazione che emette solo bandi al massimo ribasso, per              7. Per contaminazione intendiamo lo
poi ottenere servizi scadenti e persone sempre più sfiduciate. Per scardinare i rischi e le prevedibili conseguenze delle “prospettive              scambio che può avvenire tra discipline,
monocolturali”, possono esserci di supporto l’approccio e la filosofia inclusiva del co-design. Sta già avvenendo (ricordate? Erano la              metodologie, approcci e strumenti, una
notizia buona e quella buonissima) e dovremo continuare con sempre più energia a spingere il presente in questa direzione. Aiutare                  volta dato un obiettivo comune, che
                                                                                                                                                    può essere relativo alla progettazione
soggetti diversi a immaginare un futuro insieme, esprimendo al meglio le proprie potenzialità, con un’ottica di sistema. Sostenere                  e realizzazione di politiche territoriali,
chi si occupa di progettazione sociale nel creare e poi raccontare quello che fa e le conseguenze positive dei suoi progetti. Fare                  innovazione aziendale, evoluzione
dell’arte e della contaminazione7 la chiave di volta di ogni tipo di processo, pubblico o aziendale che sia. Favorire l’assunzione e                organizzativa.
la diffusione delle responsabilità collettive sui beni comuni, che siano l’acqua, gli alberi, un palazzo o un quartiere. Immaginare riti
collettivi di liberazione e non più di depressione individuale.

                                                                                                               Tommaso Sorichetti
INNOVAZIONE - DigitalOcean
VALUTAZIONE E
INNOVAZIONE,
QUALI
PROSPETTIVE?
Pina De Angelis: «Negli interventi
innovativi ci si assume un rischio
calcolato, si mette in conto che solo una
piccola parte di questi abbia successo.
Ma anche pochi successi possono
rendere un programma degno di essere
attuato per aprire strade nuove».
Pina De Angelis, sociologa, si occupa di formazione e valutazione.
Lavora da anni, con le persone, sul modo di relazionarsi nelle organiz-
zazioni per il raggiungimento di un obiettivo comune. Ha lavorato per
l’Unione Europea in qualità di valutatrice di programmi per la gioventù,
poi si è specializzata nello sviluppo di sistemi e programmi di valutazio-
ne nel campo delle politiche pubbliche, in particolare in quelle di natura
sociale. Svolge attività di formazione sui temi della valutazione per ad-
detti alla progettazione, implementazione e monitoraggio di programmi
e progetti sociali.

Con lei abbiamo parlato di valutazione e innovazione, partendo
dagli spunti emersi nel recente Congresso nazionale dell’AIV (As-
sociazione Italiana di Valutazione). Su quali elementi ruota attual-
mente il dibattito sull’innovazione in relazione alla valutazione?

«Il titolo del Congresso era: “La valutazione per la resilienza: attori, pra-
tiche e contesti”. Appare chiaro che ci si sta interrogando su quale va-
lutazione può essere intrapresa per gli scenari attuali, sapendo che esi-
ste un forte rapporto tra le politiche (policy, programmi, progetti, ecc.)
e il ruolo della valutazione stessa ai fini del miglioramento dell’azione. Il
dibattito sulla valutazione va di pari passo con l’evoluzione del contesto
esterno e del welfare state. Per intenderci, c’è stato il periodo dell’otti-
mismo dei programmi, che va dalla metà degli anni Sessanta a quella
degli anni Settanta, che corrisponde all’ottimismo della valutazione:
grandi sperimentazioni sociali dove si pensava che la valutazione fosse
in grado di dimostrare l’impatto dei programmi o la loro validità, tramite
una metodologia appropriata finalizzata a vedere se gli obiettivi decli-
nati in fase di costruzione erano raggiunti grazie al programma: un
approccio positivista-sperimentale. Cosa sta avvenendo ora? Gli anni
appena passati e quelli che stiamo in qualche modo ancora vivendo
hanno minato l’ottimismo, aumentato in modo esponenziale le incer-
tezze e la percezione di democrazia nel nostro paese, mettendo a nudo
le tensioni istituzionali. La necessità di rispondere in modo tempestivo
alle emergenze sanitarie, economiche, educative, ha portato a fare
delle scelte politiche per “tamponare” la crisi generata dalla pandemia
e i temi svelati sono quelli dello sviluppo sostenibile, dell’attenzione
all’ambiente, dell’inclusione sociale, e soprattutto dell’interdipendenza
dei diversi settori d’intervento e della partecipazione dei cittadini alle
scelte politiche. Possiamo dire che ci stiamo spostando verso una fase
successiva, dove bisognerebbe utilizzare approcci valutativi che aiutino
a comprendere cosa può funzionare meglio in determinati contesti e
non solo a pensare agli effetti. Se ci si sofferma esclusivamente su
questi (azione comunque virtuosa) non si è in grado di comprendere
quali sono i meccanismi che li hanno generati e perché, ad esempio, il
processo dia effetti più importanti in alcuni territori rispetto ad altri».
Seguendo il tuo ragionamento, si potrebbe affermare che oggi vi
state concentrando sui meccanismi interni ai processi più che su-
gli effetti che essi producono?

«Direi di si. Se guardiamo le caratteristiche della complessità attuale,
possiamo condividere alcune criticità sul fronte dei programmi: non si
conoscono le risposte ai nuovi problemi (sanità) o alle nuove dimensioni
del problema (socio-economico); le risposte avviate fino ad oggi sono a
comportamenti stagni (sanità, lavoro, scuola); le azioni sono state emer-
genziali e a breve raggio temporale. Interventi frammentanti e scomposti
in cui si sono ridotti gli spazi di elaborazione. Poi è comparso il PNRR che
al momento è un grande programma di spesa, ma gli scenari prefigurano
programmi integrati dove non è facile identificare le variabili indipendenti
di riferimento.
Per questi motivi la “Valutazione basata sulla Teoria” (Theory-based eva-
luation - Carol Weiss, 1997), può essere un contributo utile perché invece
di soffermarsi solo sul capire se il programma funziona, cerca di capire
cosa c’è in un programma che lo fa funzionare per determinati soggetti in
determinati contesti. Il disegno di valutazione tende così a stabilire in che
modo si possono raccogliere dati che aiutino a capire quali combinazioni
di meccanismi funzionano meglio in un determinato contesto: occorre
aprire la black box relativa ai legami tra input e risultato, perché tale lega-
me può essere dovuto a tante cose».

In sintesi, per quella che è la tua esperienza, quali strumenti, quali
modelli e approcci valutativi sono oggi da considerare innovativi e
quali superati?

«Non parlerei di approcci valutatavi innovativi o superati, ma di approcci
valutativi utili in relazione all’oggetto della valutazione, ai programmi in
atto, alla situazione specifica. Come anticipato, in una fase di grande
incertezza e in scenari mai sperimentati prima, i programmi di intervento
saranno nuovi, cercheranno soluzioni poco sperimentate, investiranno
somme ingenti, allora si dovrà capire cosa avverrà. La valutazione, più
che a costruire ulteriori dispositivi di controllo, deve servire a creare oc-
casioni di apprendimento, accompagnandole con le evidenze scientifiche,
la raccolta di dati, l’analisi dei processi. E più che a guardare agli impatti,
è chiamata ad accompagnare le nuove strade di welfare coinvolgendo
gli stakeholders, i cittadini, i responsabili dei programmi. Gli approcci di
valutazione più utili in questa fase, sono quelli che individuano cosa può
essere appreso nonostante i risultati generati dai progetti, perché gli ap-
prendimenti possono giocare un ruolo significativo nel promuovere una
cultura dell’innovazione. Le innovazioni sono per loro natura imprevedibili.
Negli interventi innovativi ci si assume un rischio calcolato, si mette in
conto che solo una piccola parte di questi abbia successo. Ma anche
pochi successi possono rendere un programma degno di essere attuato
per aprire strade nuove, per generare risposte che al momento nessuno
è in grado di prefigurare con metodi tradizionali. Per poter accedere alle
eccezioni positive bisogna aprirsi alla “serendipity”. Le tecniche sono sia
quantitative che qualitative e i metodi possono essere quelli convenzionali.
E l’apprendimento potrà avvenire sia in caso di successo che di fallimento
dell’azione. D’altra parte la valutazione che promuove lo sviluppo, si con-
centra su programmi innovativi e di nicchia. Il concetto di sviluppo di que-
sto tipo di programmi non si identifica con il miglioramento. La valutazione
che promuove lo sviluppo presuppone un atteggiamento pragmatico da
parte del valutatore e si impegna in un dialogo con gli innovatori, ponendo
domande specifiche sui processi di sviluppo, per aiutare chi è impegnato
nell’innovazione a esaminare gli effetti delle proprie azioni».

Una battuta finale: PNRR e valutazione…

«Lo scorso maggio è stata inviata alla Presidenza del Consiglio dei Ministri
una lettera aperta sottoscritta da sei società scientifiche italiane, Associa-
zione Italiana di Sociologia (AIS), Associazione Italiana di Valutazione (AIV),
Società Italiana di Antropologia Applicata (SIAA), Società Italiana di Statisti-
ca (SIS), Società Italiana di Sociologia Economica (SISEC) e Società Italiana
di Scienza Politica (SISP), al fine di incoraggiare il Governo a investire nella
valutazione delle politiche di rilancio del Paese (https://valutazioneitaliana.
eu/2021/05/17/lettera-aperta-al-presidente-del-consiglio-dei-ministri/).
In riferimento al ruolo che la valutazione può e deve svolgere nei confronti
delle politiche e dei programmi che saranno finanziati, una delle attenzioni
poste è che si creino spazi di condivisione e occasioni di riflessione sia
istituzionale che pubblica, per la capitalizzazione a ogni livello dei risultati
delle diverse valutazioni che saranno realizzate in un’ottica di accountabi-
lity dell’azione e del ruolo di sostegno dello stesso PNNR».

                                                         Simone Bucchi
"SHARING GENIUS LOCI "
E "MONTEFELTRO
VEDUTE RINASCIMENTALI"
Quando la promozione di un territorio fa rima con innovazione
Tecnologia e promozione del territorio. Innovazione e valorizzazione del patrimonio
storico, culturale e artistico. È questo il contesto ideativo nel quale si inseriscono
due tra i progetti più interessanti degli ultimi anni: “Sharing Genius Loci”, ovvero
un sistema di narrazione digitale del San Bartolo tramite storytelling e realtà
aumentata; e “Montefeltro Vedute Rinascimentali”, che si basa sulla ricostruzione
digitale degli scenari del Montefeltro, che fanno da sfondo ad alcune delle più
conosciute immagini e opere del Rinascimento. A coordinare entrambi i progetti è
Davide Barbadoro ed è lui stesso a raccontarli. «Sharing Genius Loci fa parte di un
progetto più ampio chiamato “Su Strade Preziose”, che riprende il mito del viaggio
americano, ovviamente in chiave italiana. Si sviluppa sull'area del San Bartolo ed è
un modo per far vedere quei luoghi in un’ottica un po’diversa. Sharing Genius Loci
non ha precedenti nel nostro paese. Propone una diversa chiave di lettura che
si rivolge a viaggiatori attenti, impegnati, senza troppi filtri culturali che cercano
curiosità e aneddoti».
Aspetto evocativo e tecnologia si uniscono, sfruttando al meglio le potenzialità
offerte della realtà virtuale. «Volevamo creare un progetto che partisse dal basso
– spiega Barbadoro - dove cioè gli attrattori culturali potessero raccontare il
Parco San Bartolo da un punto di vista storico e ambientale, ma anche turistico.
In alcuni video, gli abitanti del parco fungono proprio da attrattori, raccontando
piccole e grandi storie che nessuna guida turistica potrà mai raccontare. Non solo.
Grazie alla realtà aumentata e virtuale, ad esempio, sarà ricostruita l’essicazione
del Mediterraneo avvenuta 6 milioni di anni fa. E di questo periodo, il fossile di
un pesce Aphanius, conservato al museo di Fiorenzuola, è una importante prova
scientifica». E per quanto riguarda le tempistiche? «Il progetto prenderà vita nella
primavera del 2022 – risponde Barbadoro - e creerà un senso di appartenenza
incredibile, perché il residente si sentirà coinvolto nella fase di creazione, mentre
il viaggiatore si sentirà accolto, accompagnato come da un amico, nelle parti più
o meno note di un borgo e del Parco. In definitiva, la realtà virtuale ci permette
di ricostruire parti non più visibili, che possono essere solo raccontate». Come
avverranno in pratica questa esperienza e questo “viaggio” nel territorio e nel
tempo? «Concretamente, il turista prenderà il visore per la realtà aumenta a
Pesaro o a Gabicce e lo riconsegnerà dalla parte opposta, dopo avere esplorato
il territorio. In base a dove lo spettatore punterà lo sguardo troverà ricostruzioni,
informazioni inedite e storie. Dai rapaci che attualmente popolano il parco fino
alle specie estinte, passando per i racconti dei pescatori di Fiorenzuola. Tutto
ricostruito e tramandato virtualmente. Il progetto poi sarà anche ampliato e
arricchito nel tempo con nuove scoperte».

Il progetto Montefeltro Vedute Rinascimentali invece, nasce una decina di anni
fa e si basa sui paesaggi rappresentati nelle opere di Piero Della Francesca.
«Tramite alcune installazioni – spiega Barbadoro - riproponiamo le vedute che
hanno ispirato alcune delle opere del grande artista, grazie alla raccolta di decine
e decine di dettagli. Questo progetto è talmente importante da aver contribuito a
cambiare i libri di storia dell'arte. I paesaggi non sono sempre immaginari, anzi.
Raccontano e delimitano in maniera certosina i territori dei signori del tempo. Non
a caso Piero Della Francesca era già allora un grande cartografo. Questo progetto
nasce grazie a due “cacciatrici di paesaggi” come Rosetta Borchia e Olivia Nesci
che, nel 2012, notano alcuni dettagli nella Gioconda di Leonardo e riconducono
lo sfondo del quadro al Montefeltro, tanto da spingere il più grande storiografo di
Leonardo ad affermare che Monnalisa fosse una cortigiana urbinate».

                                                                  Luca Petinari
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