Cenni di storia del movimento sindacale in Italia La Cgil
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Corso di formazione
per “nuovi” quadri, delegati, RSU
Roma - Maggio 2009 -
Cenni di storia del
movimento sindacale
in Italia
La Cgil
FP CGIL – via Leopoldo Serra n. 31 – 00153 Roma
Federazione Lavoratori Funzione Pubblica Cgil di Roma e del Lazio
Via di S.Basilio, 51 - 00187 ROMA Tel. 06468431 Fax: 064684360
e-mail: fp@lazio.cgil.it sito Internet: www.fpromalazio.itLe origini della società industriale
La storia del movimento sindacale è strettamente collegata a quella dello sviluppo economico e industriale.
Già nella prima metà del 1800 l’Inghilterra, culla della rivoluzione industriale, è il Paese
economicamente più evoluto per l’alto grado di industrializzazione, i notevoli livelli di
urbanizzazione della popolazione, l’elevatissima produttività del lavoro.
Ma tutta l’Europa, dal 1850 al 1870, conosce un lungo periodo di prosperità economica,
che può essere considerato la prima fase dell’industrializzazione europea.
Settore trainante dello sviluppo sono le ferrovie Tutta la produzione industriale ne è
condizionata positivamente, specie il settore siderurgico e meccanico. Anche
l’agricoltura beneficia di un diffuso processo di meccanizzazione.
Si trasformano profondamente anche gli strumenti finanziari. In Francia, Germania,
Inghilterra sorgono diversi tipi di banche e nuove forme societarie d’impresa. La più
importante è la forma della società per azioni, che si diffonde in tutta Europa.
All’estensione dello sviluppo industriale si associa 1’urbanesimo con un massiccio
esodo dei contadini dalle campagne verso le nuove città industriali.
Si forma gradualmente la disuguaglianza fra coloro che, godendo della disponibilità di
beni capitali, detengono la proprietà, l'iniziativa ed il primato nel processo produttivo, e
i soggetti che vengono chiamati a prestare la loro opera attraverso la cessione delle loro
energie fisiche, intellettuali o miste, cessione compensata dai primi al più basso prezzo
possibile.
Fenomeno iniziale della struttura capitalistica è dunque la formazione di due classi
sociali aventi propri compiti e proprie caratteristiche; la borghesia industriale e
finanziaria, e il proletariato. Da esse viene rapidamente superato l'equilibrio economico
e sociale del mondo “pre-rivoluzione industriale”, non soltanto nei confronti degli
ordinamenti economici, ma anche per quanto riguarda i fini della vita consociata.
Per i detentori dei beni capitali si pone il fine dell’ampliamento e del consolidamento
del primato nel processo produttivo, come unica meta dell'attività economica: per quelli
che dispongono soltanto del lavoro l'obiettivo, invece, è quello di uscire dalla
condizione proletaria, ossia di sottrarsi alla generale ed umiliante condizione di
inferiorità e di precarietà di vita che ha alla base la valutazione del lavoro alla pari di
una merce.
L'entrata progressiva della macchina nel processo produttivo implica, da un lato, la
necessità di forti immobilizzi di capitale e della produzione di massa, dall'altro
l'introduzione di nuovi metodi di lavoro e di retribuzione.
Con l’introduzione delle nuove tecnologie nel sistema produttivo, comincia a cambiare
anche l’organizzazione del lavoro in fabbrica, nel senso di una sempre maggiore
divisione e parcellizzazione delle attività produttive e un sempre più ripetitivo ed
alienante adeguamento del lavoro dell’operaio ai ritmi della macchina.La macchina è il nuovo perno dell’organizzazione del lavoro. Scompaiono i vecchi
mestieri e le vecchia abilità artigianali. L’uomo svolge ora solo operazioni meccaniche,
elementari e ripetitive, ad un ritmo deciso dalla macchina e non viceversa.
Nasce la coscienza di classe
Molte sommosse nei primi tempi dell’industrializzazione rappresentano una forma di
“resistenza” alle innovazioni tecnologiche promosse dal movimento luddista, che
identifica nella macchina il nemico da combattere.
Nel mondo del lavoro industriale si cominciano a delineare processi di diversificazione
delle funzioni che si svilupperanno poi per lungo tempo facendosi sempre più evidenti:
il lavoro dipendente si caratterizzerà in un’area molto estesa formata dalla massa di
operai senza particolari qualifiche, da un gruppo numericamente contenuto di lavoratori
altamente qualificati, e da tecnici con funzioni di controllo degli apparati tecnologici.
La prima forma di organizzazione sindacale nei Paesi a più antico sviluppo industriale
(ad esempio Inghilterra e Stati Uniti) è costituita dal “sindacato di mestiere” (craft union
o trade union), che si innesta sul ceppo delle forti tradizioni corporative e artigianali
preesistenti.
Secondo questo modello organizzativo in ogni impresa operano più sindacati, tanti
quanti sono i mestieri, e quindi i gruppi professionali, presenti nel processo produttivo.
E’ la fase cosiddetta dell’ “individualismo di mercato”: l'organizzazione collettiva dei
lavoratori è limitata ai piccoli sindacati di mestiere che lottano su due fronti conflittuali:
da un lato nei confronti del padrone capitalista, ma dall'altro per arginare la pressione
dei lavoratori comuni, senza tradizione, senza qualifica, senza organizzazione, spesso
appartenenti a etnie esterne o marginali.
Ma con lo sviluppo dell’industrializzazione e con l’estensione del lavoro salariato la
classe operaia non solo aumenta di numero, ma si eleva anche culturalmente e
politicamente, maturando una nuova coscienza di classe ed una nuova cultura politica. I
lavoratori diventano sempre più consapevoli del fatto che la solidarietà di tipo
spontaneistico deve trovare strumenti più adeguati ed organizzati
Le coalizioni di lavoratori sorte sia in Inghilterra che in Francia si pongono l’obiettivo
di ottenere aumenti salariali e riduzioni dell’orario di lavoro, ma anche miglioramenti
della condizione sociale - a partire dalla protezione per il lavoro minorile e per quello
delle donne - e diritti politici, primo di tutti il riconoscimento del diritto di associazione.
La reazione dei poteri costituiti
Queste proteste urtano contro una legislazione rigida. Infatti, a seguito delle prime
agitazioni operaie, già nel 1791 viene promulgata in Francia la famosa legge Le
Chapelier, che sancisce il divieto di qualsiasi associazione professionale, anche solo di
fatto, ed anche di carattere diverso dalle antiche e già disciolte associazioni corporative
per le quali viene pure riconfermato il divieto di ricostituzione.La relazione allegata alla legge è l'espressione più chiara della reazione al formarsi del
nuovo organismo antagonista; in essa è detto, tra l'altro: "Non deve essere permesso ai
cittadini di certe professioni di riunirsi per i loro interessi comuni... nello Stato non vi ha
che l'interesse individuale di ognuno e l'interesse generale di tutti. Non è lecito ad
alcuno il rappresentare un interesse intermediario ai cittadini, né il separarli dalla cosa
pubblica con un interesse corporativo. Spetta alle libere convenzioni individuali di
fissare la giornata per ogni operaio; e spetta al singolo operaio mantenere il contratto
che ha fatto con colui che l'impiega".
Gli articoli 4 e 5 della stessa legge fissano perciò gravi sanzioni, pecuniarie e personali,
contro tutti coloro che si facciano promotori di associazioni, o di convenzioni tendenti a
rifiutare, o ad accordare soltanto a prezzo determinato, la prestazione d'opera. La legge
vieta, perciò, non soltanto il costituirsi di associazioni professionali in cui i salariati
siano separati dai datori di lavoro, ma anche ogni e qualsiasi forma di difesa collettiva,
sia pure temporanea.
Questi principi vengono ripresi nelle legislazioni di tutti gli altri Paesi in cui il sorgere
del movimento sindacale, in stretta connessione col solidificarsi della struttura
economica e sociale del capitalismo, minaccia più da vicino di alterare il rapporto di
forze costituito.
Così in Inghilterra i “Combination Acts” del 1799-1800 considerano illegali tutte le
organizzazioni professionali aventi per oggetto “restrizioni di commercio”, e vietano di
conseguenza tutte le coalizioni dirette ad ottenere aumenti di salari, riduzioni o
modificazioni nella durata del lavoro, limitazioni ai datori di lavoro nella scelta dei
propri dipendenti, ecc. Riescono a resistere solamente le associazioni operaie di mutuo
soccorso che divengono così dei centri di formazione al senso solidaristico e di
organizzazione dei lavoratori in questo periodo di clandestinità e di illegalità.
Pure negli Stati Uniti d'America, negli Stati tedeschi e nel Belgio si applica
uniformemente, negli stessi termini, la legislazione restrittiva.
Il Regno d’Italia
In Italia, dopo la graduale abolizione delle. corporazioni nei singoli Stati, una legge del
1864 stabilisce l'abolizione di “tutte le Università, compagnie, unioni, associazioni,
maestranze e simili altre corporazioni industriali privilegiate di operai esistenti nel
Regno, sotto qualsiasi denominazione”. Ma il ritardo del processo di industrializzazione
del nostro Paese non consente a questo proposito di stabilire comparazioni significative
con altri ambienti.
Al momento della proclamazione del Regno d’Italia (1861) il Paese si presenta
sostanzialmente agricolo. Le campagne risentono molto della stagionalità della
produzione e dell’oscillazione dei prezzi delle derrate alimentari, soprattutto del grano.
Le diverse regioni sono separate da secolari barriere di tradizioni culturali diverse. La
popolazione del nuovo Stato, con capitale Torino, conta circa 25 milioni di abitanti, in
larghissima parte analfabeti. Meno di un milione di cittadini parlano la lingua italiana,
mentre i restanti parlano i diversi dialetti, spesso incomprensibili l’uno all’altro. Unlimitato numero di elettori benestanti vota un Parlamento bicamerale.
Si crea un diffuso malessere, soprattutto nelle regioni meridionali. L’industria è
concentrata per lo più al Nord, in particolare in Lombardia Piemonte e Liguria. Le
regioni agricole della pianura padana sono relativamente moderne e prospere. Nel Sud
invece le regioni agricole vivono ancora in una dimensione pre-industriale.
L’unificazione dell’Italia aggiunge al Sud solo nuovi pesi, senza offrire nuove
prospettive di sviluppo economico, né speranze di trasformazione sociale
E’ ormai la frattura tra nord e sud, tra “due Italie” drammaticamente lontane.
In Parlamento siedono due gruppi:
• la Destra storica (composta dai moderati e dai liberali conservatori di impronta
cavouriana)
• la Sinistra storica (formata per lo più dai progressisti del movimento democratico,
seguaci di Mazzini e di Garibaldi)
Gli anni del governo della Destra storica (1861-1876) sono caratterizzati da una
persistente crisi finanziaria, causata dall’alto debito pubblico e dall’aumento del deficit
statale. Le misure impopolari si succedono; la tassa sul macinato (1868) ne è l’esempio
più eclatante.
Le industrie tessili sono le prime a nascere. In Piemonte (Biella) e Veneto (Schio e
Valdagno) si sviluppa il settore laniero; in Lombardia, la regione più industrializzata
d’Italia, si diffondono l’industria cotoniera e l’industria serica.
Lo sviluppo delle ferrovie permette comunque anche la formazione di una nuova
aristocrazia finanziaria che investe i propri capitali soprattutto nel settore delle industrie
meccaniche (p.es. i cantieri Ansaldo a Genova, Grondona ed Elvetica a Milano). Questo
nuovo ceto industriale comincia a chiedere con sempre maggior forza una politica
industriale diversa.
Quando la Destra decide di nazionalizzare le ferrovie, la Sinistra storica si oppone
energicamente, determinando la caduta del governo Minghetti Nel 1876 va al potere la
Sinistra storica, con Agostino Depretis.
Tuttavia, quasi ovunque la crisi dell’agricoltura genera una disoccupazione cronica. Il
dazio sul grano importato (1887) produce alcuni benefici, subito spazzati via da una
crisi economica violenta (1888-1894), culminata con lo scandalo bancario del 1893-94
che vede coinvolta la Banca Romana.
La riorganizzazione del sistema bancario, che da tale scandalo trae una spinta decisiva,
favorisce il decollo industriale italiano. Nell’ultimo decennio del diciannovesimo secolo
e nel primo decennio del ventesimo l’Italia si trasforma in Paese agricolo-industriale.
Durante il periodo giolittiano nascono le principali industrie italiane e cresce l’industria
pesante (mineraria, metallurgica, meccanica).Le prime forme di organizzazione operaia
Una delle prime forme di unione operaia furono le cooperative: gli operai acquistano,
per poterle pagare meno ed ottenere sconti maggiori, discrete quantità di merci (di solito
di tipo agricolo o manifatturiere, come riso, grano, patate, tessuti) per consumarle ed
usarle successivamente.
Le associazioni più diffuse in quel tempo, considerate i diretti predecessori dei sindacati
italiani, sono però le “società di mutuo soccorso”, che nascono, con il diffondersi della
rivoluzione industriale, in Gran Bretagna (“Friendly societies”) ed in Francia (“Secours
mutuel”), ma che poi si sviluppano soprattutto in Italia.
Associazioni di carattere volontario, ispirate a principi di mutualità, le Società di Mutuo
Soccorso sono anche uno strumento importante di formazione e di crescita della
coscienza di classe del proletariato italiano.
Finalità principale è l’erogazione, in assenza di una adeguata legislazione del lavoro, di
prestazioni agli iscritti che per motivi contingenti si trovano in caso di bisogno. Gli
operai, ogni settimana o ogni mese, versano una piccola somma in una “cassa comune”,
che serve come un salvadanaio in caso di malattia, invalidità, disoccupazione o anche in
casi di spese per funerali o nascite.
In Italia le Società di mutuo soccorso si diffondono negli anni 1840-50, soprattutto in
Piemonte, nel clima liberale della monarchia sabauda che precede l’unificazione, ma
anche in Lombardia ed in Toscana.
Dal 1861, con l’unità d’Italia, il fenomeno cresce su tutto il territorio, e il loro impegno
si allarga gradualmente all’istruzione, alla legislazione sociale, alla difesa sindacale.
All’interno delle Società di mutuo soccorso si scontrano due schieramenti principali: da
una parte i moderati, contrari all’impegno politico del movimento; dall’altra i
democratico-mazziniani favorevoli alla politicizzazione dell’organizzazione.
Nelle prime forme associative (associazioni di mestiere, cooperative, società di mutuo
soccorso) coesistono borghesi ed operai. Col tempo però la configurazione di classe,
inizialmente non molto netta, si precisa meglio. Numerose società operaie si
trasformano in quegli anni in associazioni e leghe di resistenza abbandonando la
concezione mutualistica per svolgere funzioni più specificamente sindacali.
I primi sindacati
Cominciano a nascere forme organizzative più evolute sul piano sindacale, e da queste
prime forme associative nascono i primi sindacati di categoria.
Già nel 1848 i tipografi torinesi hanno costituito la “Società dei compositori tipografi
torinesi”. Originariamente di carattere mutualistico essa sviluppa sempre più un
interesse a problemi squisitamente sindacali, fino a siglare con gli stabilimentitipografici torinesi un accordo che regola i salari, 1’orario di lavoro e gli straordinari.
Ad imitazione di quella di Torino, nel 1880 risultano fondate già almeno altre otto
società. Nel 1872 viene costituita la Federazione Nazionale dei Tipografi - la prima
Federazione nazionale di categoria - che riunisce tredici città e che, assumendo tratti
organizzativi sempre più centralizzati diviene col tempo una delle più importanti
federazioni sindacali del periodo pre-fascista.
Altre associazioni di categoria impegnate in scioperi negli anni 1860-80 sono i
panettieri, i muratori e i lavoratori dell’edilizia, ma soprattutto i tessili.
La lotta più significativa è lo sciopero degli operai tessili lanieri del biellese nella Valle
di Strona. Nel 1863-64 ben 3.000 operai lottano contro condizioni di lavoro ritenute
insopportabili e per 1’introduzione di nuovi regolamenti nelle fabbriche. Quando nel
1877 gli imprenditori tentano di imporre propri regolamenti senza consultazioni con gli
operai, viene indetto uno sciopero che dura più di 100 giorni a cui aderiscono varie
organizzazioni di mutuo soccorso e che si conclude vittoriosamente.
Sull’ondata emotiva suscitata da questa lotta, il Governo vara una Commissione di
inchiesta che conclude i suoi lavori auspicando lo sviluppo di un sistema di
contrattazione collettiva, in un clima di libertà di associazione e di organizzazione. Il
Parlamento respinge però il progetto, e il problema della legalità dei sindacati e dello
sciopero rimane aperto.
Tra il 1860 ed il 1878, secondo i risultati della Commissione di inchiesta, vengono
indetti ben 634 scioperi, specie in Lombardia e Piemonte, su questioni per lo più
salariali I settori più attivi risultano, oltre ai tessili, gli addetti ai lavori pubblici rurali, i
ferrovieri, gli edili, i tipografi ed i panettieri.
I primi sindacati dei trasporti
Nell’ultimo decennio del secolo diciannovesimo e nei primi anni del ventesimo
vengono costituite anche le prime organizzazioni sindacali nazionali dei lavoratori dei
trasporti: prima il Sindacato ferrovieri italiani (giugno 1894), poi la Federazione
nazionale tranvieri (dicembre 1901) e la Federazione nazionale lavoratori del mare
(giugno 1902).
Il Sfi rivendica per la prima volta “la concessione delle Ferrovie ai ferrovieri” con la
trasformazione in forma cooperativa, per combattere una gestione che avvantaggiava gli
interessi privati a danno dello sviluppo del Paese, suscitando consensi anche da parte di
economisti di matrice liberale come Vilfredo Pareto.
La crescita dei sindacati locali negli anni 1880-90 è cosi forte che diviene inevitabile il
loro coordinamento.
Un esempio stimolante viene in particolare dalla Francia, con le Bourses de Travail,
fondate dagli operai francesi in molte città.
Nel novembre del 1888 è indetta una riunione per progettare la costituzione di
organizzazioni analoghe in Italia.Le prime Camere del Lavoro
La prima Camera del Lavoro viene fondata a Milano nel 1891.
Il Comune accoglie la richiesta di una sede gratuita e di un sussidio annuale.
Nello stesso anno, Camere del Lavoro sono fondate a Piacenza e a Torino. Due anni
dopo, nel 1893, quando si tiene il 1° Congresso delle Camere del Lavoro, i partecipanti
sono già dodici e nel 1894 sedici (Milano, Torino, Piacenza, Venezia, Brescia, Roma,
Bologna, Parma, Padova, Pavia, Cremona, Firenze, Verona, Monza, Bergamo, Napoli).
Una crescita cosi vertiginosa si può spiegare solo col fatto che questo coordinamento
territoriale sembra rispondere in pieno alle nuove esigenze: le Camere del Lavoro
giocano sin dall’inizio un ruolo importante nella storia sindacale italiana, più che in
qualsiasi altro Paese.
Svolgono funzioni di coordinamento tra le organizzazioni locali, curano il collocamento
e la formazione professionale dei lavoratori, prestano assistenza nelle controversie di
lavoro.
Tra il 1891 ed il 1893 nessun Comune rifiuta il sussidio richiesto, anche in
considerazione del fatto che la funzione di collocamento al lavoro viene considerata un
servizio pubblico.
Nel 1893, a Parma, al 1° Congresso delle dodici Camere del Lavoro italiane, nasce anche il primo organismo di coordinamento delle Camere del
Lavoro: la Federazione italiana delle Camere del Lavoro. Questa Federazione, di fatto, ha però ridotti mezzi finanziari e scarso potere specifico
rispetto alle singole Camere del Lavoro. La sua attività è di fatto modesta e poco incisiva fino al 1900.
Nonostante che nello Statuto della Camera del Lavoro di Milano sia stabilita
l’apoliticità dell’organizzazione, la caratterizzazione politica è molto evidente già dalle
origini.
La maggior parte dei dirigenti è socialista ed i sindacati locali sono spesso affiliati
direttamente al Partito socialista (fino al 1895 il Partito socialista non si basa su adesioni
individuali, ma di associazioni, organizzazioni o sindacati locali). Movimento socialista
e movimento sindacale tendono spesso ad essere identificati, nonostante la presenza
organizzata anche del mondo cattolico.
Crispi
Nel 1894 la repressione dei Fasci siciliani dà il via ad una politica repressiva attuata su
vasta scala. Le organizzazioni sindacali e socialiste vengono sciolte insieme con le
Camere del Lavoro nel 1894-95.
Sindacati e Camere del Lavoro vengono disciolti anche nel 1898-99 col divieto di
riorganizzarsi.
Inoltre già dal ‘93 il Governo toglie ai Comuni il potere di concedere sussidi alle
Camere del Lavoro.
L’ultimo grande tentativo, prima del fascismo, di reprimere con la forza il movimento
sindacale, avviene nel 1900, con lo scioglimento della Camera del Lavoro di Genova.
Immediatamente scatta lo sciopero dei lavoratori portuali, seguito da quello dell’intera
città.
Il successo della lotta è completo.Dal 1901 al 1904, ben quaranta lavoratori vengono però uccisi e 202 feriti.
Queste ricorrenti politiche repressive non hanno comunque effetti durevoli sui sindacati,
i quali appaiono sempre in grado di riorganizzarsi prontamente, promuovendo nuove
lotte. Alla fine del secolo, parallelamente all’avanzare dell’industrializzazione, aumenta
considerevolmente il numero degli scioperi, in un clima di crescente tensione sociale.
Giolitti
Il 22 giugno 1901, in un famoso discorso al Parlamento, Giolitti si propone come
difensore della libertà contro le tendenze reazionarie. “Solo sul terreno della libertà è
possibile combattere il socialismo. La via opposta si è tentata e ne avete visti i risultati”.
In effetti, nel periodo giolittiano, il movimento sindacale non è più costretto ad
affrontare dure azioni repressive, come era avvenuto da parte dei Governi precedenti, e
le organizzazioni dei lavoratori, di fatto, possono organizzarsi liberamente, svolgere
attività di contrattazione, effettuare scioperi.
Vengono emanati in quegli anni importanti provvedimenti della legislazione protettiva e
sociale sul lavoro.
Giolitti tenta di inserire i movimenti sindacali sulla scena politica e sociale del Paese, e
di integrarli nel quadro istituzionale.
In questo contesto i sindacati maturano una crescente inclinazione al riformismo, nella
teoria e nella pratica, nonostante la presenza attiva di una minoranza di sindacalisti
rivoluzionari. Per rafforzare la corrente riformista, Giolitti incoraggia il fenomeno delle
cooperative di produzione e di consumo, concedendo loro 1’appalto di numerosi lavori
pubblici, specialmente in Emilia Romagna.
Nel 1905 il Governo Fortis, succeduto a Giolitti, fa approvare la legge per l’esercizio di
stato delle Ferrovie. L’art. 18 di questa legge stabilisce che tutti gli addetti alle ferrovie
esercitate dallo Stato, qualunque sia il loro grado e ufficio, sono considerati pubblici
ufficiali: gli si può così applicare l’art.181 del codice penale, e in caso di astensione
ingiustificata dal lavoro sono considerati dimissionari.
Il movimento sindacale comincia a darsi una dimensione nazionale
E’ del novembre 1901 la nascita della Federterra, che comprende, oltre ai lavoratori
braccianti, anche i mezzadri e i coloni e che va a costituire subito una delle realtà
sindacali più importanti.
Nei primi anni del ‘900, l’ampio sviluppo dei Sindacati di Categoria e delle Camere del
Lavoro, diffuse ormai in tutto il Paese, ripropone con forza la necessità di coordinare le
varie realtà del movimento sindacale, orizzontali e verticali.
Al Congresso Sindacale di Milano del 1902 sono istituiti a questo scopo un Consiglio
Nazionale della Resistenza, formato dai rappresentanti designati dai sindacati nazionali
di Categoria, e un Segretariato Generale di Resistenza, per coordinare le attività della
Federazione delle Camere del Lavoro e del Consiglio Nazionale di Resistenza.
Nel frattempo i rapporti tra sindacalisti riformisti e rivoluzionari diventavano semprepiù tesi. I sindacati nazionali di categoria, costretti per il loro ruolo ad un confronto più diretto con problemi specifici e più legati alla necessità di ottenere vantaggi immediati sui posti di lavoro, seguono in genere la corrente riformista (con l’eccezione del Sindacato Ferrovieri Italiani, dove prevale la corrente rivoluzionaria). Nelle Camere del Lavoro, più a contatto invece con le correnti ideologiche e politiche, ha maggiore successo la corrente rivoluzionaria. Molto popolari, le Camere del Lavoro sono considerate “le case dei lavoratori” nel filone di una radicata tradizione campanilistica italiana, e svolgono una multiforme attività che rafforza un collegamento diretto con la base. Nel Congresso del gennaio 1905, cui partecipano delegati designati sia dalle Camere del Lavoro, sia dai sindacati nazionali di categoria, i riformisti ed i rivoluzionari sostanzialmente si equivalgono. Il clima è molto teso e il dibattito è incentrato su tematiche prevalentemente politiche. La Camera del Lavoro di Milano chiede, senza ottenerla, l’approvazione di un documento che propone l’ostruzionismo ad oltranza in Parlamento fino all’approvazione di una legge contro l’intervento dell’esercito nelle vertenze sul lavoro. Il Congresso, data la situazione, non è ancora in grado di porre mano alle necessarie, ma impegnative, riforme strutturali del sindacato. Il Segretariato Generale di Resistenza si dissolve nel 1906 travolto dalle tensioni sempre maggiori tra riformisti e rivoluzionari. Queste sono acuite dalle controversie legate allo sciopero dei ferrovieri, che ricorrono all’ostruzionismo sul posto di lavoro perdendo il sostegno della pubblica opinione. Lo sciopero generale di solidarietà, richiesto dal sindacato ferrovieri, viene rifiutato dal Segretariato Generale, che però ne esce distrutto per le dimissioni dei rappresentanti rivoluzionari. La liquidazione del Segretariato centrale determina una svolta importantissima nella storia del movimento sindacale italiano. La corrente riformista infatti prende il sopravvento su quella rivoluzionaria e assume la direzione del movimento sindacale, che mantiene fino all’avvento del fascismo. Nel marzo del 1906 il Sindacato nazionale metallurgici indice un convegno di rappresentanti dei sindacati nazionali di categoria, che decide di convocare un Congresso a breve termine al fine di costituire una Confederazione del lavoro. Viene nominato un Comitato organizzativo, composto da 7 membri (4 provenienti dalle Camere del Lavoro e 3 dai sindacati nazionali), tutti di corrente riformista. D’altra parte anche il fronte padronale comincia a darsi una organizzazione: nel 1906 viene fondata la Lega industriale di Torino, e nel 1910 si costituisce la Confindustria. Vengono avviati i primi confronti tra le organizzazioni datoriali e quelle dei lavoratori.
Nasce la CGdL
Il Congresso di fondazione della Confederazione Generale del Lavoro si
svolge a Milano dal 29 settembre all’1 ottobre 1906. Sono presenti delegati
di quasi 700 sindacati locali, in rappresentanza di quasi 250.000 iscritti. I
sindacalisti rivoluzionari si alleano con quelli repubblicani ed anarchici, ma
ottengono soltanto un terzo circa dei voti.
Quando la maggioranza riformista approva la risoluzione che fonda la Confederazione
Generale del Lavoro, le opposizioni abbandonano il congresso, ma non riescono a
trovare una linea comune: alcuni decidono di opporsi alla nuova CGdL dall’esterno,
altri dall’interno dell’organizzazione.
Il primo Segretario Generale della Confederazione Generale del Lavoro è Rinaldo
Rigola, eletto nonostante la sua cecità, che rimane a capo dell’organizzazione dal 1907
al 1918.
Rigola svolge un’attività molto intensa in riunioni, convegni, discorsi, pubblicazioni,
congressi riuscendo a dare alla nuova Confederazione un ruolo di grande rilievo.
Convinto assertore dell’autonomia del sindacato dai partiti politici, afferma che la
funzione del sindacato è quella di risolvere i problemi concreti ed immediati dei
lavoratori, i problemi “del pane e del burro”.
Concreto organizzatore, si impegna a rafforzare in primo luogo l’autonomia finanziaria
della Confederazione, con un livello di contributi molto alto per quel tempo, e crea una
Cassa di Resistenza per i lavoratori scioperanti.
Rafforza inoltre le direzioni centrali dei Sindacati Nazionali di Categoria, affinché
possano gestire direttamente i contratti, proclamare gli eventuali scioperi ed utilizzare i
fondi di resistenza.
La struttura sindacale ne risulta così fortemente rafforzata, specie nello sviluppo
dell’attività contrattuale, rispetto alle altre organizzazioni sindacali del tempo: quelle ad
orientamento sindacalista rivoluzionario, quelle ad orientamento cattolico, le
organizzazioni degli impiegati sia pubblici che privati e i gruppi indipendenti locali o
regionali.
Per il tesseramento, in una prima fase si stabilisce che l’adesione alla CGdL avvenga
direttamente tramite i sindacati locali. In realtà, siccome dal 1908 i sindacati locali sono
obbligati ad aderire o alla propria Camera del Lavoro o al proprio sindacato nazionale di
categoria, il versamento dei contributi alla CGdL di solito non avviene direttamente, ma
tramite queste organizzazioni territoriali o categoriali.
In questo periodo nascono nelle aziende le commissioni interne, che vogliono un riconoscimento ufficiale. La prima legittimazione si avrà
all'Itala di Torino nel 1906. Altri riconoscimenti si avranno successivamente alla Borsalino nel 1908 e alla Fiat nel 1912.
Nel 1911, al Congresso di Padova, si decide di modificare lo Statuto, per far sì che le
Camere del Lavoro ed i sindacati nazionali di categoria possano aderire ufficialmente
alla CGdL in luogo dei sindacati locali.Dopo una fase di contese che vede prevalere nella partecipazione ai congressi la
percentuale riservata ai sindacati di categoria, a partire dal 1914 viene riconosciuta una
rappresentanza paritaria sia alle Camere del Lavoro sia ai sindacati categoriali, criterio
che è mantenuto fino allo scioglimento della CGdL con l’avvento del fascismo.
Queste vicende di carattere organizzativo si intrecciano in un reciproco
condizionamento con le lotte di quel periodo e con gli esiti che se ne determinano: basti
citare il ciclo di scioperi del 1901-1902 per il salario agricolo, lo sciopero generale del
1904 (il primo sciopero generale europeo), gli scioperi di Parma del 1908, centrati
ancora prevalentemente sul settore agricolo, e il ciclo di scioperi svoltisi a partire dal
1911 nelle aree industriali del Paese a causa della grave crisi produttiva.
Il contrasto tra riformisti e rivoluzionari
Come nel Partito socialista, anche nella CGdL è forte il contrasto tra i riformisti e i
rivoluzionari.
La linea dei riformisti si basa principalmente su una forte organizzazione, su una
autorità centralizzata e una direzione responsabile, sul versamento regolare di contributi
consistenti, sul rispetto dei contratti di lavoro e sull’uso dello sciopero come soluzione
estrema.
I rivoluzionari, invece, tendono a sottovalutare l’importanza dell’organizzazione, vista
nei suoi aspetti più deteriori come un fenomeno di “burocratizzazione”, e considerano lo
sciopero, a prescindere dai risultati immediati, come uno strumento valido in sé, come
arma capace di aggregare e di generare entusiasmo e spinte emotive.
I sindacalisti rivoluzionari hanno la loro massima influenza negli anni 1906-1908,
specie tra i contadini dell’Emilia Romagna. Le loro parole d’ordine più esaltanti e
l’esperienza della solidarietà di classe, emergente dagli scioperi generali, erano nel
complesso più accattivanti di quelle riformiste, incentrate sulla disciplina, sul senso di
responsabilità ed accompagnate da richieste di contributi alti, per rafforzare
l’organizzazione.
I rapporti tra CGdL e Partito socialista non sono in genere facili: spesso si considerano
reciprocamente come potenziali concorrenti, in una difficile distinzione di ruoli.
Un accordo di massima viene raggiunto nel 1907, sulla base delle deliberazioni del
Congresso dell’Internazionale Socialista, a Stoccarda, nello stesso anno, ed ha come
punti principali:
• la propaganda deve essere coordinata
• la CGdL dirige gli scioperi economici
• gli scioperi politici devono essere gestiti di comune accordo
• nel caso di scioperi di organizzazioni dissidenti, il partito può chiedere la solidarietà
ai lavoratori solo in caso di accordo con la Confederazione.
Il tema principale del dibattito è il rapporto tra la Confederazione ed i partiti politici. La
CGdL vuole mantenere buoni rapporti non solo col PSI, ma con tutti i partiti dellasinistra, specie il Partito Repubblicano ed il Partito Radicale.
Il Congresso del 1908 conferma le linee generali della politica sviluppata dalla direzione
della CGdL.
Nei tre anni successivi gli iscritti crescono e si rafforza la contrattazione collettiva. Dopo il Congresso del 1908, i rapporti col PSI migliorano,
anche per effetto della prevalenza dei riformisti nel PSI dal 1908 al 1912.
Nel Congresso del PSI del 1908, tenuto a Firenze, prevale infatti la linea di Turati: i
sindacalisti rivoluzionari che hanno promosso uno sciopero bracciantile nel Parmense,
rivelatosi un fallimento, vengono espulsi dal Partito.
Una lotta comune viene condotta dal PSI e dalla CGdL per il suffragio universale
maschile.
L’aggressione alla Libia comporta tra l’altro il fallimento della politica
riformista nel Paese. Nel 1912 i rivoluzionari assumono il controllo del
PSI, con le conseguenti ripercussioni nei rapporti con la CGdL e con la sua
direzione riformista. Contro l’avventura libica la CGdL proclama uno
sciopero di 24 ore il 27 settembre, ma con scarsi risultati.
Sempre nel 1912 si costituisce una nuova organizzazione sindacale, l’USI (Unione
sindacale italiana) che appare presto divisa tra una componente inarco sindacalista ed
una che si schiererà nel fronte interventista, e che più tardi, nel 1919, darà vita alla UIL.
In un clima sempre più teso, i sindacalisti rivoluzionari si staccano dalla CGdL e
fondano una loro Confederazione Nazionale ed anche Camere del Lavoro parallele
(dette Unioni Sindacali) in alcune città (Milano, Bologna, Piacenza).
Nel 1912 il Consiglio Direttivo della CGdL stabilisce l’incompatibilità tra l’adesione
alla CGdL e l’iscrizione al Comitato d’Azione Diretta, organismo nazionale di
coordinamento dei sindacalisti rivoluzionari. Le tensioni sono così acute – anche, come
già accennato, per le difficoltà create dalla crisi produttiva che determinò molti scioperi
nel settore industriale - che nel giugno del 1913 Rigola presenta al Consiglio Direttivo
della CGdL le sue dimissioni, che vengono però respinte.
Anche il 4°Congresso della CGdL, svoltosi a Mantova dal 5 al 9 maggio 1914, è
incentrato sul dibattito tra sindacalisti riformisti e rivoluzionari. Rinaldo Rigola viene
attaccato soprattutto dalle Camere del Lavoro di Milano e di Ravenna, ed è invece
difeso da molte Federazioni nazionali di categoria, e in particolare da Bruno Buozzi per
i metallurgici.
Un mese dopo il Congresso di Mantova, nel giugno del 1914, scoppia una intensa ed
estesa agitazione, chiamata la “Settimana rossa”, nel corso della quale la CGdL, esposta
ad accuse di tradimento e ad insulti estremisti in particolare da parte di Benito
Mussolini, si lascia sfuggire la situazione dalle mani e non è capace di indirizzare il
movimento né di coordinarlo.
La Prima Guerra MondialeAllo scoppio della prima guerra mondiale la CGdL, così come il Partito Socialista, si
dichiara favorevole al neutralismo, proclamando manifestazioni contro la guerra in tutto
il Paese.
Quando l’intervento diventa un fatto certo, in una dichiarazione congiunta deI 16
maggio 1915 il Partito Socialista e la CGdL dissociano la loro responsabilità da quella
delle classi dirigenti La formula scelta è quella del “non aderire né sabotare”.
La CGdL è l’unico movimento sindacale ad opporsi alla guerra, a differenza di quelli
degli altri Paesi, appiattiti sulle singole politiche governative nazionali.
Intanto la guerra del 1914 cambia molti aspetti dell’economia italiana. Viene decretata
la “mobilitazione industriale” e negli stabilimenti vengono vietati gli scioperi mentre
vengono fatte molte assunzioni nelle officine, negli uffici, nei trasporti pubblici allo
scopo di assicurare il massimo della produzione. Il potere contrattuale dei sindacati
diminuisce. Non c'è modo di avanzare richieste, né si possono effettuare manifestazioni
o scioperi. Torino diventa un centro attivo di protesta operaia. Gli operai protestano
perché i contratti scaduti sono prorogati fino alla fine del conflitto. Si hanno veri e
propri atti insurrezionali per tutta la città.
La guerra-lampo si rivela presto una illusione ed il malcontento popolare cresce
moltissimo.
Anche in trincea il fenomeno amplissimo delle diserzioni è una spia del profondo
disagio.
La disfatta di Caporetto comunque provoca una reazione patriottica di difesa della
patria, alla quale partecipa anche la CGdL.
In un convegno nel maggio del 1917, il PSI e la CGdL elaborano un programma per la
pace ed il dopoguerra, per una rivoluzione democratica e pacifica, nel rispetto dei diritti
delle nazionalità.
In sintesi si propone:
• un governo repubblicano eletto dal popolo;
• il suffragio universale;
• la libertà di associazione, di sciopero, di opinione;
• contratti collettivi di lavoro;
• un programma ampio di lavori pubblici;
• 1’esproprio delle terre incolte.
La notizia della rivoluzione di ottobre in Russia suscita un’eco profonda in particolare
tra la classe operaia, aumentando l’opposizione contro la guerra e radicalizzando le
posizioni. A volte le Camere del Lavoro vengono proclamate “soviet”.
I rapporti della CGdL con il PSI sono resi ancora più critici dall’affermarsi nel PSI delle posizioni massimaliste, rafforzatesi con l’esperienza
bellica e con l’annuncio della rivoluzione bolscevica in Russia.
Alla fine della guerra il PSI decide di abbandonare la linea moderata che aveva condotto
al programma comune del 1917, e vieta quindi ai propri rappresentanti la partecipazione
ai lavori della Commissione varata nel 1918 dal Governo proprio per affrontare i
problemi del dopoguerra.
Il PSI impone anche ai rappresentanti della CGdL iscritti al partito di dimettersi dalla
Commissione, e questo gesto provoca la protesta di Rinaldo Rigola, che, fin dalla
nascita dell’organizzazione, ha guidato la CGdL con forte senso dell’autonomia rispettoai partiti. Rigola rassegna le dimissioni da segretario, motivandole però, per evitare
strumentalizzazioni, con le cattive condizioni di salute.
In sostituzione di Rigola viene eletto Ludovico D’Aragona, di analogo orientamento
riformista, e il Consiglio Nazionale della CGdL conferma la linea di indipendenza
rispetto ai partiti.
Il 29 settembre 1918 il tentativo di chiarire i rispettivi ambiti porta la CGdL e il PSI ad
un accordo che distingue la sfera politica da quella economica, e che rimane in vigore
per 4 anni.
I problemi nella realtà restano comunque aperti perché spesso si ripropongono conflitti
di competenza. Nel dopoguerra, in effetti, il malcontento della classe lavoratrice si
presenta come un fenomeno complesso e di natura composita, ed è quindi
oggettivamente difficile stabilire una linea netta di demarcazione tra la sfera “politica” e
quella “economica”.
Il dopoguerra e il “biennio rosso”
Subito dopo la fine della guerra, nei principali Paesi europei ed anche in Italia, si
sviluppa un movimento per la giornata lavorativa di 8 ore nell’industria. Il Consiglio
Direttivo della CGdL del settembre 1918 lo assume come obiettivo principale. Il
movimento ottiene un rapido successo perché la Confindustria si dichiara presto
d’accordo in linea di principio. Nel 1919 la federazione metallurgica concede le 8 ore a
partire dall’1 maggio nell’industria meccanica e dall’1 agosto nelle acciaierie. Le altre
categorie si allineano successivamente.
Nel dopoguerra il potere d’acquisto dei salari è fortemente colpito da una inflazione
altissima e mancano generi alimentari di prima necessità.
Le agitazioni ed i tumulti esplodono in tutto il Paese.
Numerosi sono i casi di saccheggi in negozi e depositi di merce, e le occupazioni di
uffici governativi. Vengono proclamati molti scioperi insurrezionali e si realizzano
occupazioni delle terre in tutte le regioni.
Il PSI non è pero in grado di dare uno sbocco politico al malcontento, diviso com’è tra
la linea del rientro nella legalità e la tentazione di mettersi alla testa del processo
rivoluzionario.
La CGdL prende posizione il 7 luglio 1919, indicando nella carenza di beni di consumo
la causa del malcontento.
Il 20 e 21 luglio è indetto uno sciopero generale che aumenta le preoccupazioni nella
borghesia, che teme che anche in Italia si stia preparando una rivoluzione analoga a
quella russa.
Dopo la conquista delle otto ore vengono avanzate nel periodo estivo richieste
organiche di aumenti salariali, ma le resistenze della controparte sono più dure del
previsto.
In agosto inizia uno sciopero che durerà 60 giorni e che porta a risultati parziali.
Gli scioperi continuano anche nel 1920, ma disarticolati fra di loro e su obiettivi molto
vari. Numerosi sono gli scioperi di solidarietà.La forza organizzata della CGdL cresce nel “biennio rosso” dai 250.000 iscritti
registrati alla fine della guerra, a oltre 1.000.000 nel 1919 e 2.200.000 nel 1920.
Un’espansione cosi ampia nei numeri e ristretta nei tempi non favorisce un contatto
corretto tra la dirigenza riformista e la base..
Le conquiste sindacali di questo periodo sono comunque notevoli: i salari reali, caduti
nel 1918 al 65% rispetto al 1913, salgono nel 1920 al 114% e nel 1921 al 127%. Oltre
alle 8 ore sono conquistate le ferie pagate e la contrattazione collettiva si afferma come
metodo stabile di confronto tra le parti.
In molti Paesi gli operai, al ritorno dalla guerra, cercano di rovesciare i rapporti di
potere all’interno delle industrie, ottenendo il diritto di partecipare alla direzione
dell’industria stessa.
Anche le organizzazioni cattoliche e la CIL hanno nel loro programma la partecipazione
operaia ai profitti e la comproprietà delle azioni.
La CGdL, assunto questo obiettivo, cerca di ottenerlo con strumenti legislativi, ma gli
sforzi congiunti del PSI e del Partito Popolare in Parlamento non ottengono risultati.
Contrapposizione tra Commissioni interne e Consigli di fabbrica
Al Congresso della FIOM del novembre 1918 scoppia la contrapposizione tra
sostenitori delle Commissioni interne, di orientamento riformista, e sostenitori dei
Consigli di fabbrica, di orientamento rivoluzionario, come strumento rappresentativo
per la soluzione delle controversie sul posto di lavoro.
La minoranza rivoluzionaria della FIOM è contraria alle Commissioni interne, che
ritiene ideologicamente ambigue perché impostate sulla collaborazione con la
controparte.
Gramsci ed il gruppo di “Ordine nuovo” vedono nei Consigli lo strumento privilegiato
per la costruzione del processo rivoluzionario sul modello bolscevico.
Nell’aprile del 1920 viene proclamato uno sciopero per il riconoscimento dei Consigli,
convertito successivamente in sciopero generale torinese e poi piemontese, ma
l’iniziativa non ha successo.
La CGdL ed il PSI rifiutano di estendere lo sciopero a livello nazionale.
E’ un fallimento grave con inevitabile strascico di accuse reciproche di responsabilità:
Gramsci sostiene che lo sciopero, nonostante la sconfitta, ha imposto a livello nazionale
il problema del controllo operaio nell’industria tramite il movimento dei Consigli; D
Aragona afferma invece che il comportamento irresponsabile del movimento dei
Consigli aveva spinto la Confindustria ad una controffensiva vincente sulla base di una
nuova certezza: la rivoluzione in Italia può essere evitata
La FIOM presenta il 18 giugno 1920 agli industriali metallurgici una piattaforma
approvata in congresso con rivendicazioni moderate e che non toccano il problema dei
Consigli, secondo le raccomandazioni di Bruno Buozzi.
Il fronte sindacale non è compatto: l’USI dei sindacalisti rivoluzionari, la CIL cattolica e
l’UIL presentano richieste parallele a quelle della FIOM.La posizione degli industriali, dichiarata il 22 giugno, è di chiusura totale.
Buozzi e la dirigenza della FIOM cercano allora forme di lotta alternative allo sciopero: il 16 ed il 17 agosto un Congresso speciale della FIOM
lancia “l’ostruzionismo”, una specie di “sciopero bianco”, raccomandando però di evitare sabotaggi.
La produzione nazionale cala al 40% del livello normale, e il clima nel Paese si fa
incandescente.
Il 30 agosto 1920 l’Alfa Romeo di Milano decide la serrata.
Il Comitato della FIOM di Milano, prevedendo una serrata generale, ordina allora agli
operai di tutti gli stabilimenti milanesi di non abbandonare il loro posto di lavoro.
208 stabilimenti vengono occupati il primo giorno. Il movimento dilaga ovunque, specie
a Torino, suscitando profonde emozioni e il tentativo degli operai in lotta di continuare
la produzione, compatibilmente con le materie prime disponibili, sembra l’esempio
lampante della rivoluzione.
Ormai lo sciopero è inserito in un quadro nettamente politico, e lo scontro non è
componibile in una trattativa sindacale.
Giolitti prende tempo, ritenendo che, come nello sciopero del 1904, il movimento sia
desinato ad esaurirsi da solo.
Il 9 settembre in un incontro tra il Consiglio Direttivo della CGdL e la Direzione del
PSI trovano conferma i diversi orientamenti, con il PSI convinto che la situazione sia
pronta per la rivoluzione e la CGdL invece pessimista sulle possibilità di vittoria.
Il 10 settembre 1920 si riunisce il Consiglio Nazionale della CGdL, e Ludovico
D’Aragona, segretario della CGdL, si dichiara disposto alle dimissioni se ritenute utili
al PSI per realizzare il progetto rivoluzionario in cui crede.
Egidio Gennari, segretario del PSI, rifiuta l’offerta di dimissioni, lasciando al Consiglio
Nazionale la decisione definitiva.
I risultati delle votazioni conclusive danno il 54% dei voti favorevoli a D’Aragona, il
37% dei voti favorevoli alle posizioni del PSI e il 9% astenuti (tra cui la FIOM, perché
coinvolta direttamente, anche se Buozzi si dichiara d’accordo con D’Aragona).
Nonostante le dichiarazioni verbali, i risultati sono accolti con malcelato sollievo anche
nel PSI, che è favorevole alla rivoluzione, ma non si è preparato a farla. In effetti, pur
potendo in questa occasione mettersi facilmente alla testa del movimento, il PSI
preferisce coprirsi dietro gli attacchi verbali di tradimento della CGdL
Dopo le votazioni del Consiglio Generale della CGdL Giolitti si attiva per ottenere la
fine degli scioperi convocando i rappresentanti della FIOM e degli industriali.
A parte alcune concessioni economiche, l’accordo registra una sconfitta totale sul piano
delle rivendicazioni politiche.
La fine dell’occupazione delle fabbriche segna l’inizio della reazione, espressione della
voglia di rivincita degli industriali.
Le violenze fasciste e le divisioni nel movimento operaioProveniente dalle fila della sinistra rivoluzionaria allo scoppio della Prima Guerra
Mondiale Mussolini si era dichiarato favorevole all’intervento. Di qui la rottura col PSI
e la sua espulsione dal partito.
Ottenuta la direzione de “Il Popolo d’Italia”, Mussolini continua per un certo periodo a
raggruppare socialisti e sindacalisti rivoluzionari su posizioni estremiste.
Dopo la guerra, il nazionalismo diventa il nucleo principale della sua politica.
Fino al 1920 però Mussolini mantiene posizioni di sinistra sui problemi economici e
sociali. Durante l’occupazione delle fabbriche, va persino a visitare Bruno Buozzi per
dare il suo appoggio al movimento.
Tra il 1920 ed il 1921 il suo movimento, incentrato soprattutto nelle città, e in
particolare a Milano, si diffonde anche nelle campagne.
Gli agrari della Val Padana in particolare, hanno cominciato ad assoldare mercenari,
dopo le occupazioni delle terre da parte dei contadini.
Pur conservando un linguaggio rivoluzionario, unito però a formule vaghe di
programma, Mussolini sguinzaglia le sue squadracce in camicia nera, armate di
manganello e di olio di ricino, in particolare contro sindacati, cooperative, socialisti ed
anche organizzazioni cattoliche.
Le violenze fasciste si rivolgono anche contro i comuni governati dai socialisti.
Nel 1921 sia il PSI, sia la CGdL, tengono i loro congressi nella città di Livorno:
Dopo l’occupazione delle fabbriche il PSI rifiuta qualsiasi tipo di collaborazione col
Governo. La rivoluzione in Italia, sull’onda di quella bolscevica, sembra ormai
imminente.
In questo clima infuocato il segretario della CGdL D’Aragona ripropone un programma
di riorganizzazione sociale sulle linee del programma del 1919, che era stato approvato
dal Consiglio Nazionale della CGdL ma rifiutato dal PSI perché basato su un progetto
riformista e non rivoluzionario.
La discussione si incentra su tematiche prevalentemente politiche, mentre il problema
delle violenze fasciste viene sottovalutato perché considerato di natura temporanea.
Il Congresso comunque approva una mozione nella quale la CGdL invita l’USI, la
Federazione dei ferrovieri e quella dei marittimi ad entrare nella CGdL per meglio
controbattere l’offensiva fascista.
La CGdL aveva aderito alla Federazione Internazionale Sindacale (IFTU) fondata nel
1906.
Allo scoppio della Prima guerra mondiale l’IFTU entra in crisi per l’adesione delle
singole organizzazioni alle politiche governative nazionali. La CGdL rappresenta
un’eccezione perché unica organizzazione che mantiene le sue posizioni antibelliciste.
Quando dopo la guerra l’IFTU viene ricostituita, la CGdL vi aderisce nuovamente, ma
chiede uno spostamento a sinistra dell’IFTU con l’accettazione del principio della “lotta
di classe” e della socializzazione dei mezzi di produzione.
Il sindacato cattolicoGià prima della guerra si era ormai affermato il principio per cui i sindacati cattolici non dovevano essere di natura strettamente confessionale, né dipendere direttamente dall’Azione Cattolica. L’Unione Economico Sociale di Azione Cattolica indice nel marzo del 1918 un convegno, al quale partecipano i sindacati cattolici e 25 associazioni sindacali locali, nel quale viene decisa la fondazione della Confederazione Sindacale dei Lavoratori (CIL), ad orientamento cattolico ma non confessionale ed apartitica. La CIL viene presto comunemente definita “sindacato bianco”. A dirigere la CIL è preposto un Consiglio Nazionale, formato da rappresentanti dei Sindacati nazionali e locali. La CIL costruisce strutture parallele a quelle della CGdL ma con un maggior grado di centralizzazione Alle Camere del Lavoro si contrappongono in tutta Italia le Unioni deI Lavoro, coordinate tramite Segretariati confederali regionali. Per coordinare le varie Federazioni, vengono invece istituiti Segretariati Centrali per l’Industria, per l’Agricoltura, per i Pubblici Servizi, e per gli impiegati pubblici e privati. I primi anni della CIL ne vedono un rapido sviluppo. I sindacati bianchi si oppongono a quelli rossi puntando su programmi alternativi allo sciopero politico e su richieste prevalentemente salariali. Durante l’occupazione delle fabbriche del “biennio rosso” la CIL propone un programma alternativo condiviso dal PPI basato sulla comproprietà operaia delle azioni e sull’eliminazione della figura del salariato. Nell’industria comunque la CIL non ottiene mai un grande seguito, a differenza del settore agricolo. Nel 1920-21 la CIL raggiunge un totale di circa 1.250 000 iscritti, la metà degli iscritti alla CGdL. Il declino comincia nel 1921, con gli attacchi sempre più violenti del fascismo ad ogni forma di organizzazione sindacale. Nonostante lo squadrismo prenda di mira entrambe le organizzazioni, CIL e CGdL tardano a collaborare a causa delle diffidenze accumulate negli anni, e quando si decidono a farlo è ormai troppo tardi. L’ultimo leader della CIL, prima del suo scioglimento, è Achille Grandi, grande figura di sindacalista legato a principi di alta moralità e democrazia. Sotto la sua direzione la CIL non viene mai a compromessi col fascismo, a differenza del Partito Popolare Italiano. Il suo contributo al movimento sindacale sarà ancora prezioso, in quanto sarà lui, in rappresentanza dei cattolici a porre le basi della ricostruzione del sindacato unitario alla fine della Seconda Guerra mondiale, con il Patto di Roma, insieme a Di Vittorio, per i comunisti, e a Bruno Buozzi, per i socialisti. Giolitti scioglie il Parlamento nell’aprile del 1921 ed indice le nuove elezioni per il 15 maggio. Ad esse si presentano i Partiti Socialista, Comunista e Popolare, nonché un “blocco nazionale” che comprende tutti gli altri partiti e che ciecamente apre le porte anche al Partito fascista. La CGdL appoggia i candidati socialisti partecipando attivamente alla campagna elettorale. Nonostante la buona affermazione dei partiti di massa vengono eletti 35 deputati fascisti.
L’incapacità delle forze democratiche
L’aumento progressivo della violenza fascista e la crisi economica, accompagnata da un
forte aumento della disoccupazione, riducono ben presto il valore delle conquiste
ottenute dai sindacati nei primi anni del dopoguerra.
Gli industriali partono all’attacco con mezzi odiosi: licenziamenti dei “sovversivi” e
contrazione dei salari.
Il PSI continua nella sua politica intransigente di non collaborazione governativa
nonostante la CGdL lo solleciti al sostegno di un programma basato su un rilancio dei
lavori pubblici, la fissazione di minimi salariali, l’indennità di disoccupazione e
l’adozione di misure specifiche contro le violenze fasciste.
Il Governo di Bonomi (che pure era stato prima della guerra un leader socialista
riformista ma che è comunque osteggiato dal PSI) non è in grado di affrontare la
situazione sempre più difficile
Le violenze fasciste dilagano, in particolare contro le sedi sindacali. La direzione della
CGdL chiede più volte e con sempre maggior forza al PSI un cambiamento di tattica
nell’uso degli strumenti parlamentari, con una partecipazione attiva che porti ad un
Governo di garanzia delle libertà civili, ma inutilmente.
Caduto Bonomi, nel febbraio del 1922, durante il governo Facta la CGdL appoggia il
gruppo parlamentare socialista disposto a rompere la disciplina di partito per sostenere
un iniziativa governativa in difesa delle liberta fondamentali. E’ pero ormai troppo tardi
anche per una collaborazione parlamentare.
I socialisti non sembrano in effetti rendersi conto della tragedia imminente: ai primi di
ottobre del 1922, pochi giorni prima della Marcia su Roma, essi arrivano ad espellere
dal partito sotto l’accusa di collaborazionismo col Governo quasi la metà degli iscritti,
perché insistono per un’ampia collaborazione antifascista tra tutti i partiti.
Gli espulsi fondano il Partito Socialista Unitario (PSU), ed eleggono alla carica di
Segretario Giacomo Matteotti.
La CGdL tenta di impostare una collaborazione con i vari sindacati contro le violenze
fasciste. Nasce all’inizio del 1922 l’Alleanza del Lavoro, che riunisce la CGdL, l’USI
dei sindacalisti rivoluzionari, la UIL, le Federazioni di categoria dei ferrovieri e degli
scaricatori di porto.
Lo sciopero generale dell’agosto 1922, proclamato dall’ Alleanza del Lavoro per
ottenere un Governo di garanzia fallisce sotto il moltiplicarsi delle violenze fasciste e
per l’impotenza sempre più evidente del Partito socialista.
Dopo lo sciopero generale, l’Alleanza si sfalda, segnando la sconfitta del movimento
sindacale.
Il Sfi, nonostante il processo di dissoluzione in atto, prende parte attiva alla resistenza
contro il fascismo e fornisce un contributo determinante alla nascita dell’Alleanza del
Lavoro . Proprio il ruolo svolto nella lotta antifascista spiega il particolare accanimentoPuoi anche leggere