Emiliano, Morselli e Melucci: "Ora stiamo insieme". Della serie al ridicolo non c'è mai fine - Il Corriere del Giorno

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Emiliano, Morselli e Melucci: "Ora stiamo insieme". Della serie al ridicolo non c'è mai fine - Il Corriere del Giorno
Emiliano, Morselli e Melucci: "Ora
stiamo insieme". Della serie al
ridicolo non c'è mai fine... !

                                     ROMA – Ci sarebbe voluta la
presenza di Roberto Giacchetti durante un assemblea per le primarie
del PD quando disse ad Emiliano : “avete la faccia cole il culo”,
alla conferenza stampa “farsa” di ieri     con  l’ad Arcelor Mittal
Italia Lucia Morselli , il governatore Michele Emiliano e il sindaco
Rinaldo Melucci nella consueta parte degna del suo soprannome di
“Sergente Garcia” con il quale ormai viene chiamata ed indicato da
tutta Taranto .

Ascoltare Emiliano dire che “per la prima volta mi sono sentito a
casa” e Melucci aggiungere “Momento di ricucitura” e la Morselli
affermare “L’acciaieria non finisce con un perimetro, esce da questa
cerchia in cui sembra definita ed entra nelle case di tutti i
dipendenti – ha dichiarato la numero uno di Am Italia per la prima
volta dal suo subentro al cospetto della stampa locale (profumatamente
“legata” cioè retribuita pubblicitariamente dal gruppo franco-
indiano) – abbiamo costruito una comunione d’intenti e sappiamo che
stiamo insieme“.
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Dire “Adesso sappiamo che stiamo insieme”, il giorno dopo in cui la
Regione Puglia ed il Comune di Taranto si sono costituiti nel giudizio
di Milano contro Arcelor Mittal Italia, relativo al ricorso cautelare
presentato dai commissari contro il tentativo di sottrarsi agli
obblighi contrattuali stipulati del gruppo franco-indiano.

La conferenza stampa fortemente voluta da Emiliano a fini elettori (a
giugno 2020 si vota per il rinnovo del Consiglio regionale) come di
consueto ha quindi rasentato il ridicolo. La Morselli ha dichiarato
sulla questione pagamenti che c’è stata “qualche difficoltà nei giorni
scorsi, non voglio minimizzare perché sono cose molto serie. Con
l’aiuto del presidente e del sindaco siamo riusciti a trovare
rapidamente una soluzione. Una soluzione anche immaginando un percorso
di coordinamento tra realtà produttiva locale e acciaieria di
Taranto“. Sarà cioè costituita una specie di task force tra i
fornitori dell’indotto ed appalto e l’amministrazione di Arcelor
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Mittal per evitare malintesi e difficoltà: si incontreranno con
cadenza mensile “ma faccio un invito a loro per qualsiasi chiarimento,
dubbio: siamo aperti e disponibili tutti i giorni”.

Resta da chiedersi, visto che nessun giornalista in conferenza stampa
si è degnato di domandarlo, cosa c’entrino un governatore regionale ed
un sindaco nelle procedure di pagamento di un’azienda facente parte di
un Gruppo come Arcelor Mittal Italia quotato in Borsa . E sopratutto
come mai siano “aperti e disponibili tutti i giorni” allorquando nei
giorni precedenti, come dimostrato su alcuni programmi televisivi
nazionali, ai loro centralini amministrativi non rispondeva nessuno,
fino al vero intervento risolutivo e cioè quello delle procure di
Milano e Taranto .

In serata è arrivata la notizia da Milano      l’udienza della causa
civile a Milano che si è svolta ieri mattina all’interno della quale è
stata   comunicata il cronoprogramma per il riassortimento dei
magazzini. Il giudice Claudio Marangoni ha manifestato in apertura di
udienza il proprio apprezzamento verso ArcelorMittal che rispettato
l’invito, contenuto nella sua decisione del 18 novembre scorso, a non
svolgere attività che potessero avere effetti irreversibili e
danneggiare l’azienda. Fonti presenti all’udienza hanno riferito che
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Lucia Morselli Ad di ArcelorMittal Italia “ha garantito il normale
funzionamento degli impianti e la continuità produttiva” e quindi
nessuno stop degli altoforni, con una ripresa del riassortimento dei
magazzini nel prossimo mese con una produzione che da 10,5 kiloton che
aumenterà fino a 12 kiloton in quattro settimane.

Adesso ArcelorMittal qualora la mediazione con il Governo non dovesse
portare ad un accorso, avrà tempo fino al 16 dicembre per depositare
una propria memoria nel procedimento sul ricorso cautelare presentato
dai commissari. Quindi se il 20 dicembre ci sarà una convergenza sul
contratto definitivo, che non sarà più quello originario ma dovrebbe
contenere una serie di modifiche, la causa si estinguerà con un “non
luogo a procedere”. nel procedimento sul ricorso d’urgenza dei
commissari ILVA in A.S. contro l’addio di ArcelorMittal, presenti
come parti la Procura di Milano, la Regione Puglia e il Comune di
Taranto. I legali dell’associazione di consumatori del Codacons hanno
annunciato di essersi costituiti nel procedimento civile.

All’udienza erano    presenti per Am InvestCo (Arcelor Mittal) gli
avvocati Giuseppe Scassellati, Ferdinando Emanuele, Roberto Argeri,
Roberto Bonsignore (dello studio Cleary Gottlieb), De Nova, Enrico
Castellani e Marco Annoni per l’ ILVA in Amministrazione
Straordinaria. La Procura di Milano , intervenuta nell’udienza di
ieri, parallelamente continua a lavorare nell’ambito dell’inchiesta
penale con le ipotesi di reato di aggiotaggio informativo e falsa
dichiarazione dei redditi nei confronti del gruppo franco-indiana.
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Si indaga per frode per le spese
pazze per la nuova sede del
Consiglio Regionale della Puglia

                                           BARI – Il reato ipotizzato
dalla pm Savina Toscani della Procura di Bari che indaga su alcuni
costi relativi alla realizzazione, ormai ultimata, della nuova sede
del Consiglio Regionale della Puglia, in via Gentile a Bari, è di
“frode in pubbliche forniture” come anticipato dall’edizione barese
del quotidiano La Repubblica. L’esistenza dell’indagine era nota da
mesi, da quanto il Codacons ha presentato una denuncia, ed il gruppo
dei consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle hanno integrato un
proprio esposto già depositato in estate, mettendo a disposizione
degli inquirenti un elenco dettagliato delle presunte spese ritenute
folli ed inutili.

L’inchiesta coordinata dal pm Toscani è tuttora nei confronti       di
ignoti, è stata delegata alla Guardia di Finanza che è al lavoro sulla
documentazione acquisita negli uffici regionali. Gli investigatori
delle Fiamma Gialle stanno ricostruendo l’iter amministrativo relativo
alla realizzazione della struttura, per verificare i costi previsti
dal capitolato d’appalto e la presenza di eventuali aumenti
illegittimi degli stessi. Sulla medesima vicenda sono in corso gli
accertamenti anche della Corte dei Conti, che ipotizza un conseguente
eventuale danno erariale.
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Secondo quanto denunciato     alcuni costi della sede del Consiglio
Regionale sarebbero stati sovrastimati, realizzazione ha comportato
un investimento complessivo di 87 milioni di euro, un costo quasi
triplicato rispetto ai 39 milioni e mezzo, a partire delle famose
1.600 plafoniere che sono costate al contribuente 637 euro l’una, che
ha fatto crescere la spesa complessiva da 199 mila euro a 1 milione
42mila euro. Un aumento di 56 euro al metro quadro è stato calcolato
invece per il miglioramento acustico dei pannelli del controsoffitto,
mentre 112mila euro è l’aggravio per la scelta delle pareti divisorie.
Le parcelle dei progettisti, la cui entità è lievitata nel corso degli
anni da 3 a 12 milioni di euro (in quanto legata all’importo dei
lavori), e alle spese per il canone di locazione della sede di via
Capruzzi prolungato di ulteriori 4 anni per un ammontare di 6 milioni
350mila euro.
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Il presidente della Regione Michele Emiliano dopo l’avvio
dell’inchiesta penale, e dopo la pessima figura fatta in televisione a
Non è L’ Arena (La7) condotta da Massimo Giletti, dalla sua “stretta”
collaboratrice Barbara Valenzano, ha istituito un collegio di
vigilanza per verificare la congruità dei prezzi i cui esiti saranno
trasmessi all’autorità giudiziaria. Inutilmente, in quanto l’operato
della Guardia di Finanza è sicuramente più affidabile e competente.

Come giustificherà la Regione Puglia i 1000 giorni di sospensione dei
lavori senza alcuna giustificazione per un’opera ritenuta strategica e
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continue varianti avvenute sia in fase di progettazione (dal 2003 al
2010) che in corso d’opera (dal 2012 ad oggi) per un totale di circa
54 milioni di euro. L’ultima, da 19 milioni e 579mila euro è stata
approvata dalla Giunta Emiliano nel 2015 e tra le spese esaminate,
sono state evidenziate “scelte che non rispettano – principi di
economicità, efficacia ed efficienza a cui deve conformarsi l’attività
della pubblica amministrazione”.

Pignoramento da 300mila euro al
Codacons che si appella al governo:
"Così chiudiamo"
ROMA – La notizia ha destato scalpore mettendo a nudo il “modus
operandi” dell’associazione di consumatori Codacons per il mancato
versamento del contributo unificato che riguarda gli atti legali
presentati.

                                 Conseguentemente l’    Agenzia delle
Entrate ha pignorato 300mila euro al Codacons, che dando notizia
dell’accaduto, ha lanciato un appello al presidente del consiglio
Giuseppe Conte, ed ai vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini ed al
Ministro dell’economia Giovanni Tria, auspicando e chiedendo che si
possano sbloccare le risorse congelate e salvare l’associazione di
consumatori romana “dall’estinzione“.

Il Codacons punta i riflettori della vicenda sostenendo che “al centro
della questione” il problema reale sarebbe “il contributo unificato
che il Codacons, in qualità di Onlus, non è tenuta a pagare sugli atti
legali portati avanti a difesa della società e della collettività, ma
che il fisco italiano continua a richiedere in modo ossessivo fino ad
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arrivare al recente pignoramento, deciso sulla base di interpretazioni
della norma totalmente errate“.

                                    A metà giugno, la rivista
telematica Fisco Oggi, però, ha pubblicato una nota sulla questione
che mettendo in discussione (ed in crisi) la posizione del Codacons:
“Onlus, qualche esenzione sì ma non dal contributo unificato”, si
legge. E ancora: “Non basta la qualifica, il beneficio diventa
legittimo solo in base a un criterio di meritevolezza in funzione
della solidarietà sociale e dell’oggetto del giudizio“. Argomentando
nei particolari, Fisco Oggi specifica che “in materia di agevolazioni
tributarie le ONLUS non sono esenti dal pagamento del contributo
unificato ai sensi del combinato disposto degli artt. 10 del DPR n.
115 del 2002 (TU Spese di Giustizia) e 27-bis della tabella B allegata
al DPR n. 642 del 1972, atteso che, da un lato, il termine ‘atti’ deve
riferirsi esclusivamente a quelli amministrativi e non anche a quelli
processuali giusta la necessità di un’interpretazione restrittiva
quanto ai benefici fiscali e, dall’altro, che l’esenzione dal
contributo suddetto è giustificabile alla luce dell’art. 10 del citato
DPR n. 115 solo in base ad un criterio di meritevolezza in funzione
della solidarietà sociale, dell’oggetto del giudizio e non in
considerazione della qualità del soggetto, anche in ragione di
esigenze costituzionali di parità di trattamento e comunitarie di non
discriminazione”. In poche parole, la gratuità degli atti processuali
non sarebbe garantita.

Il presidente del Codacons, Carlo Rienzi, si oppone proprio a questo e
spiega oggi al quotidiano La Repubblica che: “E’ una interpretazione
gravissima, perché la causa in Tribunale è la più importante fase di
difesa del cittadino, durante la quale si esplica il ruolo sociale
delle associazioni come la nostra. Se non avessimo gli strumenti per
difendere un consumatore da una grande azienda fino al Tribunale, come
potremmo fare il nostro mestiere?“. E soffermandosi alla lettura della
norma, Rienzi aggiunge: “Le commissioni tributarie di primo grado e in
sede regionale hanno valutato il nostro caso spaccandosi: la metà ci
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ha dato ragione e la metà torto”.

Dalla complicata ed imbarazzante si è arrivati all’appello odierno
alle istituzioni per fare chiarezza alla vicenda e determinare la
gratuità degli atti giudiziari: “Abbiamo avuto un incontro ufficiale
con il legislativo del Ministero dell’Economia, in particolare con il
capo dell’ufficio Glauco Zaccardi” – racconta Rienzi –       Ci hanno
riferito che avrebbero fatto un’istruttoria per valutare di inserire
questa norma nella legge di Bilancio. Non deve pesare sulle casse
pubbliche, ma già prima del processo telematico le Onlus erano esenti
dai bolli per le carte legali: non vedo perché ora dovrebbero lucrare
su di noi”.

Popolare di Bari. Il comitato degli
azionisti ottiene decisione
favorevole dall’ Arbitro per le
Controversie Finanziarie

                                           ROMA – Con la decisione
n.138 del 5 dicembre, l’ Arbitro per le Controversie
Finanziarie istituito dalla Consob ha accertato e dichiarato che la
Banca Popolare di Bari ha violato alcuni obblighi nella vendita delle
azioni nei confronti di una cliente, difesa dall’Avv. Antonio Pinto.
Questo nonostante l’azionista avesse firmato vari documenti contenenti
dichiarazioni a se sfavorevoli. Ha altresì condannato la Banca
Popolare di Bari a risarcire parzialmente l’azionista per i danni
subiti a causa dell’inadempimento. L’ACF ha quantificato i danni in
una misura pari alla differenza fra il prezzo di acquisto e l’ultimo
valore delle azioni risultante dalla quotazione attuale di 6,30 euro.
Oltre ad interessi e rivalutazione monetaria. L’Acf non ha invece
accolto la domanda di invalidità del contratto di acquisto e quindi
l’azionista rimane titolare delle azioni.

                                            Il presidente del Comitato
Canio Trione ha sottolineato che è la prima decisione ottenuta dai
legali del Comitato degli azionisti della Banca Popolare di Bari ,
composto da sette associazioni di consumatori, Codici, Codacons,
Adusbef,    Adiconsum,    Unc,    Assoconsum    e   Confconsumatori.
“Auspichiamo che la banca assieme al Comitato pervenga al più presto
alla individuazione di soluzioni di “sistema”,che vadano incontro alle
richieste dell’intera platea dei risparmiatori-azionisti della banca.
Sforzo che, ove necessario, deve coinvolgere anche le Istituzioni
pubbliche.“
L’Avv. Vincenzo Laudadio (Adusbef) ha precisato che: “se la banca non
dovesse ottemperare alle decisioni dell’ACF, come Comitato proporremo
di fare quello che la legge ci consente, ossia chiedere a un
Tribunale, con un procedimento di cognizione sommaria ex art. 702 bis
c.p.c., di condannare la banca a risarcire quanto dovuto“.
L’Avv. Alessandro Amato (Codacons) chiede che la banca descriva al
Comitato ed agli azionisti l’operazione di cessione dei crediti
deteriorati, di cui il 5 dicembre sono stati divulgati sul sito BPB
alcuni termini, chiarendo meglio i contenuti dell’operazione e le
conseguenze sul prossimo bilancio.
Il Comitato degli azionisti della Banca Popolare di
Bari inoltre ha reso noto che la Corte Costituzionale ha fissato per
il prossimo 20 marzo 2018 l’udienza per la discussione sulla
costituzionalità della legge di conversione 3/2015 del D.L. 33/2015
sull’obbligo di trasformazione in SPA delle Banche Popolari con attivo
patrimoniale netto superiore ad 8 mld di euro e sulla relativa
compressione del diritto di recesso prevista dalle suddette norme,
ricorso che ha visto tra i promotori la stessa Adusbef.
Il ministro Calenda non fa piena
trasparenza su Laghi. Perchè ?
di Gianni Dragoni

Niente trasparenza sulle carte della nomina di Enrico Laghi a
commissario di Alitalia. Il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, ha
accettato il “Diktat” del professor Laghi, che aveva chiesto
il’“totale oscuramento dei dati personali” contenuti nella sua
autocertificazione e vietato la diffusione del “parere legale
allegato”.

nella foto, il ministro Carlo Calenda

Carte con omissis

Giovedì scorso è scaduto il termine per la consegna delle carte a chi
aveva richiesto l’accesso civico. A Poteri Deboli risulta che il
ministero     dello    Sviluppo    (Mise)    ha   consegnato     solo
l’autocertificazione firmata da Laghi, ma con numerosi omissis per
oscurare i dati personali che l’interessato non vuole pubblicizzare. E
non è stato consegnato neppure il parere legale allegato da Laghi, a
supporto della sua tesi che non vi sia incompatibilità con l’attività
precedente svolta dal medesimo, in particolare presidente di Midco, la
società che controllava il 51% dell’Alitalia-Sai finita in dissesto e
commissariata e consigliere della Cai, che possiede il 51% di Midco.
Sulla comunicazione il Mise non ha diffuso informazioni.

ll deputato M5S Davide Crippa

“Vuoto cosmico”

Il deputato dei Cinque Selle Davide Crippa, che nei mesi scorsi aveva
chiesto l’accesso alle informazioni su Laghi, ha parlato di “vuoto
cosmico” quando ha ricevuto le carte fornite nella risposta da
Calenda. E’ stato Calenda, il 2 maggio scorso, a nominare Laghi
commissario di Alitalia, insieme a Luigi Gubitosi e Stefano
Paleari. Ora l’ex collaboratore di Luca Cordero di Montezemolo difende
la nomina dalle contestazioni di incompatibilità e conflitto
d’interessi.

Il decreto Passera sulle incompatibilità

Il decreto del 10 aprile 2013, firmato dall’allora ministro dello
Sviluppo Corrado Passera, dice all’articolo 4: “Non può essere
nominato commissario giudiziale o commissario straordinario: a) chi ha
esercitato funzioni di amministrazione, direzione o controllo
nell’impresa insolvente ovvero si è in qualsiasi modo ingerito nella
medesima; (…) d) chi, nei due anni anteriori alla dichiarazione dello
stato di insolvenza, ha prestato a qualunque titolo la sua attività
professionale a favore dell’impresa insolvente”.

La lettera di Laghi al Mise

Il decreto stabilisce che chi viene nominato commissario deve
presentare al Mise un’autocertificazione per dichiarare l’assenza di
incompatibilità. Tra i documenti di cui è stata chiesta la
pubblicazione al Mise c’è l’autocertificazione che Laghi ha dovuto
firmare, come gli altri due commissari, Gubitosi e Paleari.

Laghi si è opposto alla divulgazione di tutte le carte sulla nomina
con una lettera inviata il 5 settembre al Mise. Poteri Deboli ne ha
riferito il 7 settembre nei due articoli “Alitalia, le opacità di
Laghi”. La lettera viene qui riprodotta nel testo integrale. Laghi
nega il consenso alla pubblicazione di dati personali e del “parere
legale allegato”, dicendo che è coperto da segreto professionale e gli
serve per difendersi al Tar dal ricorso del Codacons.

Partita anche al Tar

La questione della presunta incompatibilità di Laghi rimane aperta,
come i rilievi agli altri commissari, sebbene più blandi. Secondo il
M5S “analogo discorso vale anche per il dott. Luigi Gubitosi e il
prof. Stefano Paleari”. Gubitosi perché dal 15 marzo, su indicazione
delle banche creditrici e azioniste, era consigliere di
amministrazione di Alitalia-Sai, poi finita in insolvenza.

Inoltre la legge Gelmini – hanno affermato M5S e il Codacons –
  stabilisce che la posizione di professore universitario “è
incompatibile con l’esercizio del commercio e dell’industria”. Laghi è
professore universitario, come Paleari.

Quanti incarichi?

Come Poteri Deboli ha ricordato negli articoli precedenti, Laghi
ricopre almeno una dozzina di incarichi in società ed enti privati e
pubblici, oltre ad essere docente ordinario di economia aziendale
all’università La Sapienza di Roma, commercialista, valutatore di
aziende, perito per il Tribunale.

Laghi è anche commissario del gruppo siderurgico Ilva, presidente
dell’immobiliare Beni Stabili, società quotata in Borsa che fa capo a
Leonardo Del Vecchio, presidente del collegio sindacale di Acea
(voluto da Francesco Gaetano Caltagirone), revisore dei conti del
Coni, consigliere di amministrazione di Burgo Group e di B4 Holding
Srl.

Sul Corriere della sera in maggio Sergio Rizzo è arrivato a contare 24
incarichi. Fonti vicine a Laghi replicano che gli incarichi effettivi
sarebbero di meno, perché quelli nello stesso gruppo (in particolare
nel grappolo di società dell’Ilva) per Laghi sono da considerare un
unico incarico. Ne rimangono comunque una buona dozzina. E Laghi si è
dimesso da sindaco di Unicredit e consigliere di Cai.

Vendita Alitalia: offerte entro venerdì

Alitalia vive giorni delicati. La gara per la vendita è nella fase
calda. Entro la mezzanotte di venerdì 15 settembre i gruppi
interessati devono presentare le manifestazioni d’interesse
all’acquisto ai commissari. Non siamo ancora alle offerte vincolanti,
per quelle c’è tempo fino al 2 ottobre. Gli interessi principali sono
diretti o alle attività di volo (Lotto Aviation) o alle sole attività
di assistenza aeroportuale (Lotto Handling). Un’offerta unitaria per
tutta l’azienda non dovrebbe esserci. Più probabile lo spezzatino.

Forte interesse di Lufthansa

E’ forte l’interesse di Lufthansa, che venerdì ha mandato dei suoi
dirigenti a Fiumicino a informarsi sulle atività di manutenzione e
logistica, come rivelato da Poteri Deboli nell’articolo “Vendita
Alitalia, Lufthansa plana su Fiumicino”. In pista anche Ryanair per lo
spezzatino, easyJet, Etihad, che potrebbe unirsi a Lufthansa, alcuni
fondi tra cui Elliott. Da confermare la presenza di Delta con Air
France-Klm.

Una domanda per Laghi

Una domanda semplice per il commissario contestato. Con tutti questi
incarichi, il professor Laghi troverà il tempo di occuparsi di
Alitalia?

* giornalista del Sole 24Ore, commento tratto dal suo blog

Popolare Bari, la rabbia dei
clienti: “Rovinati dalla banca le
istituzioni ci aiutino”
ROMA – Mentre il deputato
democratico Francesco Boccia si preoccupava nei giorni scorsi di
tutelare la banca ed il “gruppo” (famiglia Jacobini) di controllo, i
veri danneggiati e cioè gli azionisti della Banca Popolare di Bari
chiedono con decisione l’intervento delle istituzioni a partire dalla
Regione Puglia ed il Comune di Bari.
I clienti ed azionisti si sono radunati nella sede del Comitato per la
tutela degli azionisti della Bpb, una stanza un pò piccola per
ospitarli tutti ed i partecipanti arrivavano sino al marciapiede di
via Dante, nel pieno centro del capoluogo pugliese. Sono per la
maggioranza pensionati. Ma anche dei ragazzi che accompagnavano alla
riunione i rispettivi genitori anziani . Nella prima fila gente seduta
che prendeva appunti. A convocare la riunione era stata convocata nei
giorni scorsi dalle associazioni dei consumatori che compongono il
Comitato.
L’ulteriore preoccupazione nasce all’indomani della notizia della
nuova indagine nei confronti dei vertici della Popolare, che ha
coinvolto il presidente Marco Jacobini ed i suo figli figli Gianluca e
Luigi che con lui “governano” la banca barese . Le indagini della
Guardia di Finanza delegata dalla Procura di Bari hanno fatto emergere
anni di bilanci in perdita, di gestioni irregolari         e prestiti
“allegri”. I reati contestati ai vertici della Bpb, infatti sono molto
pesanti e vanno dall’ associazione per delinquere alla truffa, alle
false dichiarazioni in prospetto informativo.
E’ stata proprio la presenza di quest’ultima imputazione di reato che
ha indotto le associazioni dei consumatori a intervenire in quanto,
qualora le accuse dovessero rivelarsi fondate, in tal caso negli anni
scorsi gli azionisti della Popolare      avrebbero acquistato titoli,
 sulla base di dati non attendibili e quindi falsati. Nel comunicato
distribuito è scritto      “Sarebbero legittimati a domandare il
risarcimento dei danni direttamente subiti e la restituzione delle
somme investite al momento dell’acquisto le risultanze dell’inchiesta
penale consentirebbero anche di acquisire elementi per rafforzare le
domande di restituzione“.

                               Questa la ragione che ha indotto le
associazioni dei consumatori Adusbef, Adiconsum, Codacons, Codici,
 Confconsumatori, Unione nazionale Consumatori e a riunire i loro
associati. Secondo i loro avvocati “Da oggi si apre una fase nuova
che prima non era consentita. Inviateci tutta la vostra
documentazione, in modo tale da far partire i ricorsi sia in sede
civile che penale. Non c’è alcun motivo di dover aspettare la
conclusione delle indagini“. Vi sono stati momenti di accesa tensione
con una signora presente , che non è pugliese, ha preso la parola ed
urla “Loro non hanno avuto pietà di noi perché noi dobbiamo avere
pietà di loro ? “. ha raccontato a chi le stava seduto accanto di
essere vedova e che aveva investito tutta la sua eredità         circa
500mila euro, utilizzati per acquistare le azioni della Popolare.
“Sono distrutta” dice mentre con fatica uscva dalla sede del Comitato,
ma è svenuta cascando per terra. La gente subito è accorsa in suo
soccorsoPoi l’arrivo dell’ambulanza: “Un malore temporaneo, per stress
e stanchezza, per fortuna” rassicurano gli infermieri dell’ambulanza
del 118 arrivata sul posto.
Alla fine dell’incontro Alessandro Amato, presidente del Codacons
commenta :” C’è una forte disperazione e rabbia, comprensibile buona
parte degli azionisti che hanno acquistato con i risparmi di una
vita i titoli nella consapevolezza di fare un investimento per poi
poterli rivendere e utilizzare quei fondi per il matrimonio o la
laurea dei figli. Gente che ha versato il proprio trattamento di fine
rapporto, “.
Adesso i rappresentanti del Comitato si rivolgono alle istituzioni,
partendo dalla Regione ed Comune di Bari chiedendo loro di farsi
avanti e sostenere gli azionisti: “Chiediamo il coinvolgimento delle
istituzioni a tutti i livelli — aggiunge ancora Amato — perché ci
aiutino nell’interlocuzione con la banca, una forte realtà che ha dato
tanto al territorio e che non abbiamo alcun interesse a far sparire.
Questo sarebbe un danno soprattutto per i soci».
Sul tema è tornato a parlare in serata anche il segretario del Pd
Matteo Renzi: “Non si può dire che il problema del sistema bancario
italiano sono quattro banche popolari, di cui noi abbiamo salvato i
correntisti, quando il vero scandalo è stato fatto qualche anno fa con
Monte dei Paschi di Siena, con Antonveneta, con alcune banche
pugliesi“. Banca Popolare di Bari compresa, nonostante il
“fiancheggiamento” dell’ on. Boccia.

L’ Autorità Nazionale
AntiCorruzione solleva dubbi ma
archivia l’esposto del Codacons su
Alitalia

                                            ROMA – Con delibera del 13
luglio 2017, l’ANAC si è pronunciata       su una segnalazione     del
Codacons in merito ad un presunto conflitto di interessi in capo ad
Enrico Laghi, nominato con decreto del Ministro dello Sviluppo
Economico del 2 maggio 2017 nell’ambito della terna commissariale
preposta alla amministrazione straordinaria di Alitalia.

L’ANAC ha rilevato la propria incompetenza e archiviato la
segnalazione. ANAC ha tuttavia sollevato dubbi sulla corretta
applicazione della normativa che regola il regime di incompatibilità
dei commissari e ha rimesso alla valutazione del Ministro dello
sviluppo economico la verifica della legittimità dell’atto di nomina.
Il Ministero dello sviluppo economico, fino ad oggi non coinvolto nel
procedimento instaurato presso l’ANAC, comunicherà all’Autorità la
documentazione comprovante i presupposti per l’atto di nomina e le
valutazioni effettuate ai fini della verifica in ordine all’assenza
di profili di incompatibilità e provvederà ad investire della
questione anche l’Avvocatura dello Stato, attesa la pendenza di un
ricorso avanti al TAR, avverso l’atto di nomina.

Le associazioni dei consumatori:
“Si specula sui prezzi”. A Bari la
Prefettura attiva la Guardia di
Finanza
L’ associazione di consumatori   Codacons ha presentato oggi a 104
procure della Repubblica di tutt’ Italia un esposto      con sui si
denunciano le vergognose speculazioni registrate in questi giorni e
legate al maltempo,    sui prezzi di frutta e verdura venduti al
pubblico. Il Codacons in un comunicato afferma che “Le condizioni
meteorologiche avverse che hanno interessato le regioni del centro-
nord stanno avendo pesanti ripercussioni sui listini dell’ortofrutta
all’ingrosso e al dettaglio. In sostanza, come già avvenuto in
passato, schizzano alle stelle i prezzi di numerosi prodotti
ortofrutticoli venduti nei mercati o presso gli scaffali dei
supermercati, e i rialzi vengono giustificati con il maltempo che ha
interessato le coltivazioni e la riduzione delle produzioni. Nella
realtà, tuttavia, la maggior parte dei prodotti oggi in vendita è
stata raccolta nelle settimane scorse, quando cioè non vi era alcuna
emergenza neve e freddo. Addirittura vengono spacciate per nazionali
frutta e verdura provenienti da paesi esteri, allo scopo di poter
rincarare i prezzi con la scusa del maltempo”.

Il Codacons le definisce nel suo comunicato delle “vere e proprie
speculazioni intollerabili sulla pelle dei consumatori e degli
agricoltori ” aggiungendo che “per tale motivo abbiamo chiesto a 104
Procure di aprire indagini su tutto il territorio alla luce del reato
di aggiotaggio, e di individuare gli speculatori che determinano
rincari ingiustificati dei listini all’ingrosso e al dettaglio”.

Sulla base di questo esposto i finanzieri del Comando Provinciale di
Bari della Guardia di Finanza, guidato dal generale Nicola Altiero,
d’intesa con la Prefettura di Bari , hanno avviato un piano coordinato
d’intervento operativo in materia di “lotta al carovita” al fine di
verificare i corretti adempimenti amministrativi da parte degli
esercizi commerciali nella vendita dei prodotti di largo consumo.
L’azione, a carattere preventivo per la tutela dei consumatori finali,
nel ribadire la presenza degli Organi di polizia economico-finanziaria
sul territorio, ha lo scopo di dissuadere taluni operatori dal porre
in essere manovre speculative irregolari in periodi di evidente
criticità, a causa delle recenti abbondanti nevicate che hanno colpito
la Regione Puglia. Le condotte illecite oggetto di monitoraggio sono
quelle che si sostanziano nell’aumento ingiustificato e spropositato
dei prezzi dei prodotti di prima necessità o di largo consumo.

Puglia. famiglie e piccole imprese
sommerse dai debiti. Possibile
ridurli fino al 50 per cento
di Marco Ginanneschi
La crisi economica che ha investito
l’Italia negli ultimi anni ha portato un numero crescente di famiglie
e piccole imprese a ritrovarsi sommerse dai debiti cui non si riesce,
purtroppo, a fare fronte. Una situazione che coinvolge migliaia di
consumatori e società anche in Puglia. Esiste tuttavia nel nostro
ordinamento una legge pressoché sconosciuta il cui obiettivo è proprio
aiutare consumatori e aziende a ridurre il carico di debito accumulato
negli anni . Si tratta della legge n. 3 del 27 gennaio 2012, che
introduce le procedure di composizione della crisi da sovra-
indebitamento, strumenti per mezzo dei quali ai cittadini e alle
piccole imprese è data la possibilità, con l’intervento del giudice,
di ridurre i debiti diventati eccessivi fino al 50% del loro importo.

Proprio a tutela delle famiglie e delle piccole imprese in difficoltà,
il Codacons ha lanciato oggi anche in Puglia una azione legale contro
il sovra-indebitamento: tutti i cittadini e i piccoli imprenditori
strozzati dai debiti, seguendo la procedura indicata sul sito
www.codacons.it, possono ottenere l’aiuto di uno staff di legali ed
esperti dell’associazione, che valuteranno le singole posizioni e
assisteranno consumatori e aziende nell’iter da avviare per ottenere
la riduzione fino al 50% dei debiti accumulati.

La legge infatti prevede tre diverse procedure a favore dei soggetti
sovra-indebitati: l’accordo di ristrutturazione dei debiti, il piano
del consumatore e la liquidazione di tutti i beni. Tutte le famiglie e
le imprese della Puglia strozzate dai debiti possono verificare
attraverso il Codacons se ricorrano i presupposti per ottenere i
benefici previsti dalla legge e valutare la procedura più adeguata da
avviare per salvare il proprio patrimonio.
Italia avvolta da smog, domenica
primi blocchi a Roma e Milano.
Gas di scarico delle auto, riscaldamenti domestici, emissioni
industriali, alta pressione. Una cappa di smog opprime la penisola e
soffoca principalmente le città, complice anche il combinato tra
cambiamenti climatici e ridotta disponibilità di spazi verdi che
contribuiscono a combattere le polveri sottili e gli inquinanti
gassosi. Scattano allora in diverse città i primi blocchi alla
circolazione per i mezzi più inquinanti. Da domani a Roma e Milano.

Roma, domani prima domenica ecologica
Nella Capitale tornano le domeniche ecologiche, mentre i limiti alle
auto più inquinanti, da Euro 2 a scendere, nella cosiddetta fascia
Verde sono scattati già l’8 dicembre dalle 7.30 alle 20,30. La prima
delle quattro domeniche programmate dal Campidoglio prevede il divieto
totale della circolazione ai veicoli con motore endotermico nella
Fascia Verde dalle 7,30 alle 12,30 e dalle 16,30 alle 20,30. Sono
esentati dal blocco i veicoli con carburanti a basso impatto
ambientale metano e GPL, oltre a quelli a trazione elettrica, ibridi
ed Euro 6. L’allarme inquinamento a Roma ha fatto scendere in campo il
Codacons che, puntando il dito sulle ”12 centraline su 13 che hanno
superato i limiti massimi di Pm10 nell’aria”, ha annunciato per domani
la presentazione di un esposto in Procura contro l’amministrazione
comunale.
Milano, blocco alla circolazione domenica
Misure di blocco alla circolazione sono previste domani anche a Milano
dal ‘Protocollo regionale sulla qualità dell’aria’. Nella città
infatti è stato superato il limite giornaliero di PM10 di 50
microgrammi per metro cubo per sette giorni consecutivi. Stop quindi
ai veicoli Euro 0 benzina e Euro 0, 1 e 2 diesel, anche nelle giornate
di sabato, domenica e festivi, dalle ore 7,30 alle ore 19,30. Le auto
private Euro 3 diesel senza filtro antiparticolato invece non potranno
circolare in città dalle 9,00 alle 17,00, mentre i veicoli commerciali
Euro 3 diesel senza filtro antiparticolato saranno bloccati dalle 7,30
alle 9,30. I provvedimenti saranno sospesi dopo due giorni consecutivi
sotto i limiti di 50 microgrammi per metro cubo.

Torino, primi blocchi scatteranno da mercoledì
Emergenza anche a Torino, dove da qualche giorno è già scattato il
‘semaforo giallo’ della Regione, che viene acceso quando la soglia di
50 mg/m3 viene superata per oltre 7 giorni. I primi blocchi
scatteranno però da mercoledì prossimo.

Napoli, continuano i diviti alla circolazione previsti in alcuni
giorni
Aria pesante pure a Napoli, dove è vietata da tempo la circolazione ad
alcuni veicoli ad esclusione, fra gli altri, delle auto Euro 4 e
successive e delle alimentazioni elettriche, a Gpl o metano. Al fermo
già previsto per le giornate di lunedì, mercoledì e venerdì (dalle 9
alle 12,30 e dalle 14,30 alle 16,30) si è aggiunto il martedì. In
questa giornata il divieto di circolazione resterà in vigore fino al
31 dicembre 2016, mentre per tutti gli altri durerà fino al 31 marzo
2017.

A Taranto, città in cui tutti danno solo colpa dell’inquinamento all’
ILVA, dimenticando la Raffineria ENI e lo stabilimento Cementir,
invece tutto tace. Per il Sindaco Stefàno va tutto bene. A lui basta
scrivere una letterina al Ministro della Salute….

Banca Popolare di Bari cerca un
accordo con i 69mila azionisti.
Rischiando grosso…

                                           Il Comitato per la tutela
degli azionisti della Banca Popolare di Bari che a poche settimane
dalla sua nascita conta già più di mille iscritti, rappresentato dalle
associazioni dei consumatori          Adusbef, Codacons, Codici,
Confconsumatori e Unione nazionale consumatori , ed i vertici e legali
della banca barese stanno cercando una soluzione per evitare un crack
bancario che potrebbe travolgere entro la fine dell’ anno i risparmi
di 69mila soci della Bpb. Ed è per questo motivo che le parti si sono
incontrate nei giorni scorsi. I rappresentanti della banca hanno
deciso di aprirsi al confronto per la prima volta per cercare di
trovare delle soluzioni “di solidarietà per i soci che si trovino in
difficoltà“.

La Banca Popolare barese si è manifestata disponibile con un
comunicato anche “ad aderire alla raccomandazione Consob e quindi a
soluzioni alternative per la negoziazione delle proprie azioni, che
possano garantire la maggiore liquidabilità del titolo e a valutare
soluzioni di moratoria dei finanziamenti, nonché a studiare la
fattibilità della piena applicazione della norma che consente di
sospendere il pagamento della sorte capitale dei mutui”. Ma cosa è
successo per arrivare a questo punto ? Era soltanto lo scorso giugno
quando Marco Jacobini l’ultimo erede della famiglia che da oltre mezzo
secolo controlla la Popolare di Bari parlava di “sviluppo, crescita,
espansione”    e per allontanare incubi e fantasmi la banca si
aggrappava a un’altra acquisizione:”Vogliamo CariChieti” la piccola
banca abruzzese azzerata dal decreto del governo del novembre scorso,
dichiarava Jacobini, candidando l’istituto che presiede all’acquisto .

A Bari, si cercava di confondere le acque per calmare gli azionisti. A
fine aprile 2016 era arrivato il deprezzamento del valore delle
azioni, con una perdita secca del 21 per cento in un sol colpo, con le
azioni che crollavano da 9,53 a 7,5 euro, con. Un tracollo difficile
da accettare per gli oltre 70 mila soci della Popolare di Bari, che
con 385 filiali ed oltre 3 mila dipendenti, quasi 15 miliardi di
attivi, rimane la più grande banca del Sud, una delle poche banche
ancora indipendenti. Va ricordato che negli ultimi tre anni la Banca
barese guidata da Jacobini aveva raccolto quasi 800 milioni piazzando
titoli tra migliaia di risparmiatori.
Nel 2014 sono state vendute
anche 200 milioni di obbligazioni subordinate, un investimento con
un alto rendimento (6,5 per cento annuo) ma anche meno sicuro dei
classici bond, come hanno scoperto nei mesi scorsi i clienti degli
istituti liquidati a loro spese, primi tra tutti quelli di Banca
Etruria. Il risultato fu che le fila dei soci di Popolare Bari si
ingrossarono a gran velocità.Il capitale era diviso nel 2010 tra meno
di 50 mila investitori, rispetto agli attuali 70 mila, con una
differenza: le azioni dell’istituto barese non sono quotate in Borsa.
Quindi un azionista che vuol vendere o comprare le azioni, deve
pertanto rivolgersi in banca. Solo che il prezzo è fatto “ad hoc”, nel
senso che di anno in anno la quotazione viene stabilita dagli
amministratori e successivamente sottoposta al giudizio dell’assemblea
per il via libera definitivo. In pratica lo stesso meccanismo   che ha
già dato una pessima prova di sé nelle recenti crisi della
Banca Popolare Vicenza e di Veneto Banca, letteralmente travolte dalla
fuga in massa degli azionisti.

                                           A Bari fino al 2015 quasi
tutto era andato bene, controllato dietro le quinte. Poi molti soci ,
avevano chiesto di liquidare in parte o completamente il proprio
investimento dopo essere stati allarmati dalle varie crisi e dai
 ribaltoni esplosi nel settore bancario . Come risulta dagli stessi
prospetti informativi degli ultimi aumenti di capitale della Popolare
barese, il prezzo delle azioni messe in vendita negli anni scorsi
venne calcolato in base a parametri di bilancio simili, anche se di
poco inferiori, a quelli di altri istituti non quotati come le già
citate banche in crisi che come ben noto non hanno dimostrato di
poter fronteggiare le rispettive crisi. Nel corso del 2015 l’istituto
bancario con sede a Bari per far fronte alle richieste, ha comprato
azioni proprie per un controvalore di quasi 15 milioni, che erano
state messe in vendita dai soci.

Jacobini e i suoi collaboratori provarono a gettare acqua sul fuoco
dichiarando “Tutto sotto controllo” . Ma non avevano fatto bene i
conti con i propri azionisti, infatti lo scorso 18 marzo in una sola
giornata passarono di mano oltre 2 milioni di azioni della Popolare.
Un vero e proprio boom senza precedenti nella storia della Banca.
Infatti nei primi due mesi dell’anno 2016 , tra gennaio e febbraio il
“mercatino” interno riservato ai soci aveva aperto i battenti e
negoziato     solo    cinque    volte,    con   scambi    irrisori:
soltanto alcune decine di migliaia di azioni. La “sorpresa” per gli
azionisti arrivò dopo l’asta del 18 marzo che       è stata l’ultima
occasione per poter vendere i titoli della Popolare di Bari al prezzo
di 9,53 euro.

Gli scambi ripresero solo lo scorso 13 maggio. Solo che nel frattempo,
il 24 aprile, l’assemblea fissò la nuova quotazione, che scese come
detto, a 7,5 euro. In poche parole semplici, il numero dei soci in
uscita esplose proprio alla vigilia del ribasso. Una circostanza a dir
poco strana che bastò ed avanzò per alimentare legittimi sospetti e
dubbi sull’identità dei fortunati venditori, i quali hanno incassato
circa 20 milioni di euro in totale . A rilevare i titoli, secondo
quanto spiegano alla Popolare di Bari, fu il gruppo assicurativo
Aviva, che aveva siglato un’alleanza commerciale con l’istituto barese
soltanto qualche settimane prima. Ma anche la posizione dei
nuovi acquirenti risultò piuttosto singolare ed equivoc. In pratica
Aviva d’accordo con i vertici della banca guidata dalla
famiglia Jacobini , avrebbe comprato titoli che nel giro di un mese
si sono svalutati del 20 per cento per decisione della banca stessa.
Operazione che non sembrava un affare degno per poter sigillare e
festeggiare l’intesa strategica appena firmata.

Infatti la Popolare di Bari alla fine dello scorso marzo ha annunciato
il bilancio peggiore di tutta la sua vita: 475 milioni di perdite,
scese a 297 milioni grazie ad alcune partite fiscali positive (ed “una
tantum”) per 177 milioni. Un pesante ed evidente peggioramento
rispetto al bilancio 2014, che si era chiuso con 24 milioni di
profitti, in realtà generati in parte grazie alle rettifiche (271
milioni) sui valori di alcune attività in bilancio. Un esempio per
tutti, la quota di controllo nella Cassa di Orvieto e una rete di
filiali e sportelli comprati in precedenza e pagati a peso d’oro, ed
oggi molto svalutati alla luce di una situazione di mercato molto più
complicata. Anche nel portafoglio crediti arrivarono delle
 importanti “pulizie” contabili . Rispetto al 2014, gli accantonamenti
sui prestiti a rischio erano più che raddoppiati, arrivando a 246
milioni.

                                           Nel 2014 la Popolare
barese è sbarcata in Abruzzo per scongiurare il “crac” di Banca
Tercas, istituto con sede a Teramo, a sua volta distrutta da anni di
gestione dissennata. Il salvataggio venne finanziato in parte dal
Fondo interbancario di tutela dei depositi che ha modificato in corsa
il suo intervento (con 265 milioni di contributi) dopo lo stop
 ricevuto dalla Commissione europea per un presunto aiuto di Stato.
L’istituto barese aveva investito nell’operazione Terca, sino a quel
momento circa 325 milioni , ma tutto procedeva ancora a rilento.
L’anno scorso il bilancio si è chiuso in utile per 10 milioni soltanto
grazie a 56 milioni di benefici fiscali straordinari.

Il   presidente     della    banca    Popolare    di   Bari,    Marco
Jacobini “controlla” un consiglio di amministrazione blindato composto
fedelissimi, dopo essersi assicurato la successione con l’avvenuta
discussa nomina dei suoi due figli: Gianluca, 39 anni,
 venne   nominato condirettore generale mentre il fratello Luigi,
diventò vicedirettore generale. Un vertice tutto in famiglia con un
assetto del top management che non ha eguali nel variegato mondo del
credito bancario . Nel 2015 il posto di amministratore delegato
ricoperto in precedenza da Vincenzo De Bustis, un banchiere di lungo
corso, partito dalla Banca del Salento per arrivare nel 2000 al
vertice del Monte Paschi di Siena grazie alla benedizione politica di
Massimo D’Alema, allora potentissimo , venne affidato ad un esperto
manager, Giorgio Papa, 60 anni, una carriera con incarichi importanti
nel gruppo Banco Popolare e successivamente in Finlombarda, la holding
controllata dalla Regione Lombardia quest’ultima una nomina
“politica”, decisa dalla giunta regionale lombarda di centrodestra
nella gestione di Roberto Formigoni.
De Bustis, insediatosi nel
2011, dette le dimissioni ad aprile 2015 venendo liquidato con una
buonuscita (nelle carte definito “incentivo all’esodo“) di 975 mila
euro.   Incredibilmente proprio nell’anno “nero” e peggiore della
Popolare di Bari, tutti i manager al vertice hanno visto il loro
stipendio lievitare, a partire dal presidente Marco Jacobini, che ha
guadagnato 700 mila euro (50 mila in più rispetto al 2014. Busta paga
ancor più pesante per i figli del presidente: il condirettore generale
Gianluca ha guadagnato 453 mila euro ( 354 mila del 2014) mentre il
fratello Luigi è arrivato a 410 mila euro, un aumento di oltre 50 mila
euro rispetto all’anno prima. I manager, insomma, non
potevano lamentarsi: più soldi per tutti. Ben diversa e più critica la
situazione per i soci, le cui azioni valevano il 20 per cento in
meno che videro i risparmi di una vita di fatto “bloccati” in banca.
Migliaia di famiglie che non potevano attingere al loro tesoretto in
titoli. Inutili le domande, suppliche, ricorsi, esposti in tribunale.
Tutto va avanti così da mesi con un esercito di piccoli azionisti
delusi e inferociti.

Ma dietro le quinte di questa storia di risparmio tradito, con i soci-
azionisti della Popolare di Bari che non riescono più a vendere le
loro azioni, in realtà c’è molto di più. Un intreccio complicato di
prestiti incagliati, conflitti d’interessi, perdite in bilancio. E
sullo sfondo l’ombra (in tutti i sensi) della Banca d’Italia, che
dopo una lunga ispezione, già tre anni prima, aveva segnalato
importanti “criticità“, per definirla con il garbato linguaggio della
Vigilanza, sulla gestione dell’istituto barese. Eppure poche settimane
dopo quella severa reprimenda, proprio da Bankitalia era arrivato a
Bari nell’ottobre del 2013,    l’invito a farsi carico di Tercas, la
vecchia Cassa di Teramo che dopo un lungo commissariamento affondava
sempre di più travolta dalle perdite. L’intervento di salvataggio
grazie alla Popolare barese, avvenne con l’esplicito appoggio del
governatore Ignazio Visco, si formalizzò e concretizzò . E così la
banca gestita dai Jacobini si è trovata a gestire, non solo i propri
crediti incagliati, ma anche quelli dell’istituto appena comprato con
un investimento complessivo di 300 milioni. operazione che è
stata scaricata sul bilancio 2015, chiusosi con 297 milioni di
perdite, che come detto arrivano a 475 milioni escludendo alcune poste
una tantum di natura fiscale.

Lo scorso ottobre ispettori della Banca d’Italia sono ritornati a
verificare i conti e l’operato dell’istituto pugliese proprio mentre è
in atto la trasformazione della Popolare in Spa, così come
previsto dal decreto legge sul riordino bancario varato nel gennaio
2015 dal governo di Matteo Renzi. Una trasformazione che va
effettuata, possibilmente, con i conti in regola.

Il settimanale L’ Espresso in una attenta e come sempre documentata
inchiesta , riepiloga con ordine ed attenzione tutta la vicenda.
Ritorniamo    quindi all’inizio 2013, quando i funzionari della
Vigilanza si presentarono al quartier generale della banca barese per
restarci, nel corso di tre successivi interventi, quasi otto mesi. Va
segnalato innanzitutto che il voto finale attribuito al termine
dell’ultima ispezione alla Banca Popolare di Bari (cioè quella
conclusasi ad agosto 2013) è stato pari a 4, che in una scala di
punteggio che va da 1 (il massimo) a 6 corrisponde “parzialmente
sfavorevole”. In pratica, la Banca d’Italia non sembrava affatto
soddisfatta dell’operato di Jacobini e dei suoi manager. Dalle carte
dell’ispezione, che il settimanale l’Espresso ha potuto consultare,
vengono formulati pesanti rilievi alla gestione della Popolare di
Bari.
Ad esempio la relazione degli
ispettori della Vigilanza contestava “eccessiva correntezza” nei
crediti verso alcuni gruppi. La “correntezza” nel linguaggio bancario,
è la velocità con cui viene sbrigata una pratica. In pratica, alcuni
prestiti importanti e di rilievo sarebbero stati erogati senza le
dovute adeguate verifiche sulla solidità del cliente. Gli ispettori
hanno segnalato il caso dei gruppi Fusillo e Curci, che controllano
insieme la holding Maiora group. Nelle carte si evince e legge che
in favore di questa società, sono stati accordati finanziamenti per
importi notevoli “non sempre sufficientemente vagliati” e
neanche “esaustivamente rappresentati al consiglio“. In poche parole,
denaro “facile” ed allegro….. E non a caso alla fine del 2013 la
holding Maiora group, aveva già accumulato debiti con la Banca
Popolare di Bari per 131 milioni di euro.

Chiaramente tutto ciò sul quotidiano regionale La Gazzetta del
Mezzogiorno, non è venuto mai alla luce. ed è facile capire il perchè
! I Fusillo, che controllano il 50% metà del capitale sociale della
holding Maiora group, nel capoluogo pugliese sono costruttori ben
noti e sopratutto influenti,        A partire da Nicola Fusillo,
ex parlamentare del centrosinistra, candidatosi alle regionali nel
2015 nelle liste del candidato vincente, Michele Emiliano. Gli altri
componenti della famiglia Fusillo solo per citare le iniziative più
importanti è cresciuto a gran velocità realizzando centri commerciali,
villaggi turistici, un grande polo della logistica a Rutigliano .
Va ricordata tra le attività dei Curci, invece, la partecipazione del
30 per cento nel capitale sociale della Edisud s.p.a. società editrice
del quotidiano di Bari “La Gazzetta del Mezzogiorno”, . Al momento
questa quota risulta ceduta in pegno alla Banca Popolare di Bari
guidata da Jacobini. Coincidenza…che spiega il silenzio assordante
sulla vicenda !

                                            Gli ispettori di Banca
d’Italia segnalano nel loro rapporto anche “la prassi di sottoscrivere
quote di fondi comuni che investono in immobili venduti da clienti
finanziati dalla banca stessa“. Operazione, questa, che di fatto
rende possibile all’istituto di credito barese di azzerare la propria
esposizione trasformandola, in parole povere, in quote del fondo. Tra
quelli citati dalla Vigilanza vi è un esempio eclatante. Sin dal 2011,
Banca Popolare di Bari, aveva sottoscritto tutte le quote del fondo
Tiziano, “comparto San Nicola”, che è gestito dal gruppo romano
Sorgente, cioè lo stesso fondo che ha poi acquistato proprio dalla
società Fimco (controllata dai Fusillo,come abbiamo visto grandi
debitori della Popolare di Bari,    il “Grande Albergo delle Nazioni”,
uno degli immobili storici del capoluogo pugliese, affacciato sul
Lungomare Nazario Sauro.    La banca barese guidata dai Jacobini ha
quindi sostituito i propri crediti con le quote dei veicoli
d’investimento targati Sorgente. La stessa Fimco ha successivamente
ceduto al Fondo Donatello, gestito anche questo da Sorgente, un altro
palazzo di pregio come l’Hotel Oriente, ubicato nel centro storico del
capoluogo di regione.

Analizzando i bilanci alla mano, l’investimento in fondi immobiliari
costituisce una presenza e partecipazione non indifferente del
portafoglio titoli della Banca Popolare di Bari, voce questa nei conti
del 2015, che vale 122 milioni e rispetto all’anno precedente ha già
provocato perdite per 13 milioni     questa voce . La presenza della
famiglia Fusillo, ricorre anche nella triste vicenda      della Banca
Popolare di Vicenza, annientata da perdite ben superiori al miliardo e
che da mesi è al centro di un’indagine in corso della magistratura.
Alcune società della famiglia dei costruttori      Fusillo in passato
hanno ricevuto da fondi offshore con base a Malta finanziamenti
milionari . Finanziamenti a loro volta “sponsorizzati” e
sostenuti dalla banca veneta all’epoca dei fatti guidata da Gianni
Zonin. Le   strane coincidenze ed intreccio di interessi però non
finiscono qui. Vincenzo De Bustis, da fine 2011 ad aprile 2015
direttore generale della Popolare di Bari ha ceduto nel 2013 una sua
società personale alla holding Methorios, partecipata dall’ex
candidato sindaco di Roma, Alfio Marchini. E guarda caso anche
Methorios è stata finanziata da quegli stessi fondi maltesi che sono
intervenuti per sostenere i Fusillo grandi clienti della Popolare di
Bari.

                                Un intreccio di prestiti e affari,
su cui indagano i magistrati a Roma e a Vicenza, può riservare non
poche sorprese. L’ex candidato sindaco di Roma Alfio Marchini infatti
è stato indagato dalla Procura di Roma nell’inchiesta che ha portato
nei giorni scorsi a 19 perquisizioni nelle sedi di società collegate
proprio alla Methorios Capital spa, società a lui riconducibile. Il
reato contestato dai pm della Capitale è quello di “concorso in false
comunicazioni sociali” delle società quotate in ordine ai bilanci
(consolidato e di esercizio) della Methorios chiusi al 31 dicembre del
2014 e del 2015.
Fin dal 2013, la Vigilanza di Banca Italia aveva preso atto dei
crediti a rischio dell’istituto pugliese, e gli aspetti critici della
gestione erano stati sintetizzati in un giudizio, quel “parzialmente
sfavorevole”, che avrebbe dovuto stroncare sul nascere i progetti di
espansione di Jacobini e del suo direttore generale , e gli aspetti
critici della gestione erano stati sintetizzati in un giudizio, quel
“parzialmente sfavorevole”, che avrebbe dovuto stroncare sul nascere i
progetti di espansione della Popolare di Bari e del suo direttore
generale De Bustis.

Ma Tercas andava salvata in ogni caso. Alla fine del 2013 la Banca
d’Italia era alla ricerca di un compratore per l’istituto abruzzese,
solo che nessun banchiere però intendeva accollarsi gli oneri cioè i
costi dell’operazione, che erano pari ad almeno 600 milioni. E’ stato
proprio A questo punto si è fatto avanti Jacobini con la Popolare di
Bari . Siamo nell’ottobre 2013 quando si è appena conclusa,
l’ispezione con esito negativo della Vigilanza. A quanto pare nessun
problema …. E nell’ agosto 2014 la Popolare di Bari si prese la Tercas
con tutto il suo carico di debiti incagliati . L’operazione viene
pagata per metà dal Fondo interbancario di tutela dei depositi
(Fidt), quindi finanziato da tutte le banche nazionali. Ma il
salvataggio di sistema non bastava per chiudere l’operazione. E fu
così che la Popolare Bari non trovò di meglio che farsi finanziare dai
propri soci, piazzando nel novembre 2014 azioni per 300 milioni     ed
obbligazioni subordinate per circa 200 milioni di euro.

                                           Nella primavera del 2015
andò in porto un altro collocamento da 50 milioni. I risparmiatori
aderirono in massa. I soci della banca superavano a fine 2013 di poco
quota 60 mila, e due anni dopo diventarono circa 70 mila. Ma le
cattive notizie arrivano ad aprile di quest’anno. La Popolare Bari
prima annuncia la maxi perdita nei conti del 2015 dovuta in buona
parte agli oneri del salvataggio Tercas, ed anche il valore delle
azioni viene tagliato , stabilito di anno in anno dalla banca stessa
con una procedura già oggetto di molte critiche, come nei casi della
Banca Popolare Vicenza e di Veneto Banca, e ribassato circa del 20 per
cento : da 9,53 scende a 7,5 euro.
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