Ed è per questo che dovremmo ri-vederlo

Pagina creata da Alessandro Tedeschi
 
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Ed è per questo che dovremmo ri-vederlo
Sesso & Potere di Barry Levinson già 25
anni fa ci mostrava cosa può fare un
potere corrotto quando vuole influenzare
l’opinione pubblica e confondere la verità,
ed è per questo che dovremmo ri-vederlo
Vi ricordate il film Sesso & Potere del 1997 diretto da Barry Levinson?

Il titolo originale, “Wag the Dog” (letteralmente scuoti il cane), era anche il titolo di un album e di
una canzone del 1998 di Mark Knopfler, autore della colonna sonora.

Il film mi è tornato in mente in questi giorni di guerra, non solo militare, ma anche mediatica e
propagandistica a cui stiamo assistendo fra la Russia e l’Ucraina.

Credo che il film, tratto dal romanzo American Hero di Larry Beinhart, anche se non è uno dei
migliori di Barry Levinson andrebbe rivisto oggi, perché mette in scena il potere che ha la politica di
influenzare cinicamente, attraverso i media, l’opinione pubblica.

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tin Hoffman), Winifred Ames (Anne Heche) e Conrad Brean (Robert De Niro) in una scena
del film.

Al centro di tutto c’è uno scandalo sessuale che ha coinvolto il presidente degli Stati Uniti, che a
pochi giorni dalle elezioni viene accusato di molestie ed abusi da parte di una giovane ragazza scout
mentre era in gita alla Casa Bianca.

Per distogliere l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica da questo scandalo, lo spregiudicato
spin doctor Conrad Brean (un bravissimo Robert De Niro), insieme al suo staff di addetti alle
pubbliche relazioni, decide di ingaggiare un produttore di Hollywood, Stanley Motss (uno
spumeggiante Dustin Hoffman), per organizzare la messa in scena di una finta guerra contro
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l’Albania.

Le scene più incredibili e, in un certo modo, scioccanti sono quelle in cui il teatro di guerra viene
ricreato all’interno di uno studio cinematografico con l’ausilio del blue screen e della computer
grafica che, ricordiamolo, nel 1998 era ancora agli inizi.

Riflettevo proprio su questo quando ho rivisto il film nei giorni scorsi: quanto sia facile, disponendo
di risorse economiche e tecnologie adeguate, confezionare delle realtà “alternative” da dare in pasto
all’opinione pubblica.

All’epoca non si parlava ancora di fake news, ma Sesso & Potere di Levinson è davvero profetico
nell’illustrare cosa possa fare il potere quando vuole distogliere la nostra attenzione, confondere la
realtà o addirittura inventare un’altra verità.

Ma il film fu profetico anche per un altro motivo: a pochi mesi dall’uscita del film nelle sale
statunitensi, l’allora amministrazione americana fu sconvolta dallo scandalo del Sexgate che
travolse l’allora presidente Bill Clinton a causa della sua relazione extraconiugale con la stagista
Monica Lewinsky.

Nel pieno di questo scandalo il presidente fronteggiò anche una crisi geopolitica dovuta ad alcuni
attentati alle ambasciate statunitensi in Africa che lo costrinsero ad ordinare un’immediata risposta
militare.

Quando si dice che la realtà supera, e di molto, la fantasia degli artisti.

Sesso & Potere resta emblematico per il fatto che nel film sia uno stato democratico al centro di
questo inganno, figuriamoci cosa possa fare (e sta già facendo) uno stato autocratico e simil-
dittatoriale come ad esempio la Russia, la cui triste cronaca di questi giorni sta ampiamente
dimostrando.

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linton e la stagista Monica Lewinsky al tempo del Sexgate.

La propaganda ha da sempre impiegato sia armi sottili come stiletti che grosse come i missili al solo
scopo di influenzare l’opinione pubblica, e se prima dovevamo guardarci solo dalla stampa, dalla TV
e dal cinema, oggi sono i social ed il web i nuovi teatri di guerra dove si gioca la partita per
catturare, allo stesso tempo, la nostra attenzione e la nostra distrazione.

A noi “spettatori” resta solo l’arma dell’approfondimento per cercare di fronteggiare questo
gigantesco spettacolo dell’infotainment.

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La guerra Russo-Ucraina: cause, scenari e
responsabilità - Intervista al prof. Silvio
Labbate, docente di Storia Contemporanea
all’Università del Salento ed esperto in
Storia delle relazioni internazionali
Con l’invasione dell’Ucraina da parte delle forze armate russe, decisa da Vladimir Putin, del 24
febbraio scorso la guerra è tornata nel cuore dell’Europa, portando morte e devastazione,
sconvolgendo equilibri ed alleanze geopolitiche fragili e causando “la crisi di profughi più grave e
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veloce in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale”, come ha sottolineato in un tweet l’Alto
Commissario dell’ONU per i rifugiati, Filippo Grandi.

La guerra, mentre ultimo di scrivere quest’intervista (14 marzo alle ore 18:30), imperversa da 19
giorni, e secondo l’agenzia di stampa britannica Reuters fino ad ora ci sono almeno 14.835 morti,
1930 feriti, almeno 2,8 milioni profughi, circa 1736 edifici distrutti e danni materiali per 119
miliardi di dollari.

Numeri crudi ed terribili che fotografano le dimensioni di questa guerra.
L’infodemia, che già avevamo visto all’opera nei primi mesi del 2020, allo scoppio della Pandemia
da Covid19, è tornata più potente e pervasiva che mai: interi telegiornali nazionali dedicano ogni
edizione quasi interamente al conflitto Russo-Ucraino ed i salotti televisivi e i talk più disparati si
occupano esclusivamente della guerra, dove sedicenti “esperti di geopolitica” e simpatizzanti di
Putin hanno scalzato i virologi dai loro scranni mediatici.

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orevas da Pexels.

Chiunque, senza formazione specifica in storia o studio alcuno in geopolitica, si è arrogato il diritto
di dover dire la sua sulle ragioni del conflitto, le questioni economiche e le responsabilità
dell’Occidente, causando un indistinto chiacchiericcio che sovrasta ed inghiotte ogni speranza di
realismo e ricerca della verità.

Noi di Smart Marketing, benché siamo un magazine verticale dedicato alla comunicazione, al
marketing e ai social media, non potevamo come organo di stampa esimerci dall’affrontare la
questione, ma abbiamo cercato di farlo senza urlare e cercando noi per primi di comprendere la
questione.

Per aiutarci a dipanare questa intricata matassa di informazioni, notizie e fake che si rincorrono ed
ammassano abbiamo chiesto aiuto ad un vero esperto: il prof. Silvio Labbate, docente di Storia
Contemporanea all’Università del Salento ed esperto in Storia delle relazioni internazionali, che
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avevamo già intervistato nel 2020 in merito agli scenari geopolitici dopo la prima ondata della
pandemia di Covid19.

Sembra che la guerra scoppiata il 24 febbraio scorso fra l’Ucraina e la Russia abbia colto
tutti di sorpresa, invece la crisi fra questi due Paesi risale al 2014 e riguardava lo status
della Crimea e della regione del Donbass e la possibile adesione dell’Ucraina alla NATO.
Come mai l’Unione Europea, la NATO e l’Occidente più in generale hanno sottovalutato le
ripetute minacce di Vladimir Putin?

Prima di rispondere a questa domanda devo specificare che non sono un esperto di questioni russo-
ucraine. Inoltre, da storico baso le mie valutazioni sulla scorta di documentazione che,
evidentemente, ad oggi non è disponibile. A ogni modo, pur rimandando le sentenze definitive ai
posteri, mi pare evidente che la debolezza dell’Occidente abbia giocato un ruolo importante nelle
scelte di Putin. Ormai è da tempo che gli statunitensi stanno portando avanti una politica di
disimpegno in quelle aree considerate meno strategiche; l’abbandono repentino dell’Afghanistan
rappresenta in questo senso l’esempio più eclatante. Ritornando alla triste attualità di questi giorni,
invece, a dire il vero la NATO aveva da tempo ipotizzato un’aggressione di Mosca nel Donbass a
sostegno dei russofili nelle province di Donetsk e Lugansk. Tuttavia la minaccia non è stata
considerata reale e imminente; verrebbe da domandarsi il perché. Io credo che la risposta possa
essere trovata in errori commessi nel passato recente dalla diplomazia americana e occidentale in
genere. Mi vengono in mente le famose armi di distruzione di massa di Saddam Hussein – mai
scovate e molto probabilmente mai esistite – che hanno giustificato l’intervento armato e la
deposizione del dittatore iracheno, scatenando il caos più totale nel paese e l’ascesa dell’IS – o ISIS,
ancora oggi non sconfitto completamente. Ma anche l’intervento in Libia, messo in atto senza una
ponderata analisi sul post-Gheddafi, o la gestione della guerra in Siria che i media nostrani hanno
fatto cadere nell’oblio. Queste situazioni – come tante altre – hanno verosimilmente avuto un peso,
da una parte nel rendere difficile una scelta unanime e preventiva nel campo occidentale, dall’altra
nell’alimentare in Putin la sensazione che la NATO non sarebbe intervenuta.
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Ed a proposito di NATO e Occidente, ci sono responsabilità “estere” sul precipitare della
crisi che ha portato alla guerra?

Quando ci si trova di fronte a un’aggressione del genere, con la violenza di questa portata contro la
popolazione civile inerme, gli ospedali e i corridoi umanitari, non si può parlare di responsabilità
esterne. Lo dico più chiaramente a scanso di equivoci: la Russia di Putin è l’unica responsabile di
questo massacro. Detto questo, possiamo parlare di errori di valutazione del mondo occidentale e
della NATO; si è sottovalutato il secolare senso di insicurezza dei Russi che parte almeno dalla
campagna di Napoleone, passando dall’aggressione nazista della seconda guerra mondiale, la
cosiddetta Operazione Barbarossa. Questi eventi hanno profondamente segnato la storia del popolo
russo, fino alla volontà di creare zone cuscinetto lungo i propri confini. Del resto quale paese
vorrebbe missili nemici lungo i propri confini? Gli stessi Stati Uniti reagirono fortemente nel 1962 a
Cuba quando Mosca stava costruendo una base missilistica sull’isola caraibica. Il vero errore fu fatto
dopo il 1991 con la caduta dell’URSS: la NATO, sorta in funzione antisovietica, non aveva più motivo
di esistere; avrebbe dovuto trasformarsi in qualcosa di diverso e rispettare l’impegno verbale preso
con Gorbaciov di non allargarsi a Est. La stessa richiesta di Eltsin di entrare nell’Alleanza fu fatta
cadere nel vuoto. Al contrario, la NATO ha continuato a esistere e ha accettato le richieste di
adesione liberamente presentate – è importante sottolinearlo – dagli ex paesi dell’URSS. Basta
vedere su una cartina questa evoluzione per rendersi conto che, eccezion fatta per la Bielorussia –
stretta alleata di Mosca – l’Ucraina rappresenti di fatto l’ultimo Stato dell’area non appartenente
all’Organizzazione con sede a Bruxelles. Ed è proprio attraverso la pianeggiante terra ucraina che
sono avvenute le principali invasioni contro la Russia nel passato. Infine, non posso esimermi dal
constatare come la NATO e il mondo occidentale abbiano prima armato – e continuano a farlo – e poi
abbandonato l’Ucraina nel momento del bisogno; certo, un intervento diretto avrebbe scatenato la
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terza guerra mondiale, ma in questo modo si è mandato al massacro il popolo ucraino. Stesso dicasi
per Zelensky che, incitando il popolo a resistere, sta mandando a morire la propria gente. Non sto
dicendo che sia sbagliata la resistenza, ma ora sembra troppo tardi per altre soluzioni, quindi,
sarebbe meglio evitare ulteriore spargimento di sangue. La cosa che si può dire con certezza è che
siamo di fronte al fallimento più completo delle Nazioni Unite e del mondo delle relazioni
internazionali così come lo conosciamo oggi; una riforma dell’ONU non è più rimandabile.

Che cosa sta succedendo e succederà, a guerra finita, all’economia russa, già fortemente
penalizzata dalle sanzioni più numerose ed aspre della storia moderna e dall’isolamento
con cui la stanno punendo i grandi brand e le Big Tech di internet?

Non è facile ipotizzare il dopo. In passato, contro ogni previsione, la Russia è sempre riuscita a
trovare un nuovo equilibrio, sopravvivendo alle sanzioni. Di certo quelle imposte ora sono molto
devastanti per l’economia russa, ma se l’obiettivo è quello di creare le condizioni per far cadere
Putin e generare i presupposti per una successione al potere, temo non sarà così. La leadership
putiniana è saldamente al potere e non penso possa essere minimamente scalfita; ogni scelta è
condivisa con gli altri poteri e incontestabile. Chi si oppone viene internato, non c’è alternativa; a
soffrirne di più, quindi, sarà ancora il popolo russo. Inoltre, sono già in atto tentativi per ovviare al
mercato occidentale che potrebbero far superare – non senza conseguenze, ovvio – le sanzioni
imposte. Il timore è quello della creazione di un polo russo-cinese alternativo all’Occidente. Oltre
alle conseguenze economiche di questa scelta, bisognerebbe valutare anche quelle politiche: in
passato contrapposizioni così forti hanno sempre portato a conflitti bellici. Quindi c’è da augurarsi
che ciò non accada.

Che cosa significa e cosa implica per l’Europa e soprattutto per alcuni Paesi come
Germania ed Italia la dipendenza dal gas e dal petrolio russo?

La dipendenza dalle fonti energetiche russe è aumentata sempre più nel corso degli ultimi decenni;
tuttavia si è sviluppata nel pieno della guerra fredda e non ha mai rappresentato un problema
concreto di condizionamento politico. Oggi se ne parla nel quadro delle sanzioni che si vogliono
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imporre a Mosca, ma non è facile trovare alternative valide immediate. Per quanto concerne l’Italia,
dobbiamo registrare il fallimento di ogni Piano energetico nazionale sorto all’indomani della prima
crisi petrolifera del 1973. A quasi cinquant’anni, quindi, non siamo stati capaci di diversificare
concretamente le nostre fonti. Si riparla di rigassificatori, di raddoppio del tanto contestato TAP, di
far ripartire gli impianti di estrazione del gas naturale abbandonati a sé stessi e addirittura di
nucleare. Tutte queste scelte comportano tempo per essere attuate e non risolverebbero la
dipendenza energetica del nostro paese. L’unica vera soluzione è rappresentata, a mio avviso,
dall’energia alternativa; essa libererebbe davvero l’Italia e l’Europa da ogni dipendenza esterna, con
ovvie ricadute positive sull’ambiente. Perché non dotare, per esempio, ogni edificio governativo – sia
esso una scuola, una prefettura, un ufficio pubblico, ecc. – di impianti fotovoltaici e non investire
concretamente risorse per ricerche sull’accumulo di energia per quei pochissimi giorni in cui la
nostra terra non viene baciata dal sole? È chiaro che sto semplificando il problema, ma è tempo di
scelte del genere e non di investimenti su altre forme di energia fossile.

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In ultimo, cosa pensa dei vari Paesi che stanno cercando di fare da mediatori diplomatici
per risolvere la crisi? Per primo ci ha provato il primo ministro di Israele Naftali Bennett,
poi è toccato al presidente della Turchia Recep Tayyip Erdoğan, ed adesso pare che sia la
Cina, il principale alleato economico e politico della Russia, a voler fare la sua parte per
risolvere il conflitto. Quali sono secondo lei le reali motivazioni e gli interessi in gioco?

Molti interlocutori si sono affacciati o si affacciano alla crisi per scopi politici interni; in Francia, per
esempio, in aprile ci sono le elezioni presidenziali. La Cina, invece, è stata chiamata in causa dagli
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USA forse proprio per il timore della creazione di quel polo russo-cinese alternativo all’Occidente di
cui parlavo prima. Sinceramente non vedo interlocutori politici realmente imparziali e con una tale
forza contrattuale capace di fermare la guerra. Forse l’unico potrebbe essere Erdoğan, che ha
interessi reali in un conflitto che si svolge di fronte al proprio paese, sul Mar Nero; tuttavia non
dobbiamo dimenticare che la Turchia fa parte della NATO. Anche Israele, a mio avviso, non possiede
le carte giuste. Gli interessi in gioco sono tanti e variano da paese a paese; resta la speranza che le
molte pressioni esercitate riescano a convincere Putin a fermare questo massacro.

  Silvio Labbate (Taranto, 1977), è ricercatore
  presso il Dipartimento di Storia, Società e Studi
  sull’uomo dell’Università del Salento. Ha
  conseguito il dottorato di ricerca in Storia delle
  relazioni internazionali presso l’Università “La
  Sapienza” di Roma. Si è occupato di guerra fredda
  in Medio Oriente, con particolare riferimento alla
  questione dei petroldollari, ai problemi energetici
  nazionali e internazionali, al dialogo euro-arabo e
  alla politica estera dell’Italia agli inizi degli anni
  Ottanta. È autore dei volumi Il governo
  dell’energia. L’Italia dal petrolio al nucleare
  (1945-1975), Illusioni mediterranee: il dialogo euro-arabo e della curatela Al governo del
  cambiamento. L’Italia di Craxi tra rinnovamento e obiettivi mancati; ha scritto saggi per
  diverse riviste internazionali, fra cui «Ventunesimo Secolo», «Nuova Rivista Storica», «Storia e
  problemi contemporanei», «European Review of History», «Journal of European Integration
  History», «Middle Eastern Studies», «The International History Review» e «Meridiana».

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Stai lontano dai discorsi da bar.

Ce li hai presente i discorsi da bar?
Sono quelli nei quali spesso ci piace raccontare cose che hanno (o per meglio dire avrebbero) la
possibilità di accadere, ma che per un qualche motivo non prendono mai forma (o molto di rado):
“vorrei fare un periodo di studio/lavoro all’estero il prossimo anno, ma non so…”; “avrei voluto
dimagrire se…”; “avrei intrapreso quella nuova attività se avessi…”; “vorrei leggere di più, però…”.

Non so se te ne sei accorto, ma il modo verbale tanto caro a questa tipologia di discorsi è il
condizionale. La peculiarità di questo modo verbale, come afferma la Treccani, è quella di indicare
“il desiderio o la possibilità che un fatto si compia in dipendenza dell’avveramento di certe
condizioni” e “per attenuare la formulazione di un desiderio” (ce ne sarebbero anche delle altre, ma
soffermiamoci su queste due).

Insomma, usando il condizionale stiamo dicendo che quello che
vogliamo (vorremmo) è subordinato a qualcos’altro o che in realtà non ci
crediamo abbastanza. Ci avevi mai pensato?
Usando questo modo verbale, in pratica, hai già determinato che la responsabilità del
raggiungimento di quell’obiettivo non è propriamente tua e che il suo conseguimento, di fatto,
non ti importa poi molto; non ci credi abbastanza. E questo si verifica anche se sei mosso dalle
migliori intenzioni. Per il solo fatto di usare il condizionale, aumenti le possibilità di non riuscita. Se
vogliamo, già prefiguri il fatto che non ce la farai.

Stai a guardare…mettiamo a confronto due semplici espressioni/azioni: “vorrei
leggere di più” Vs “voglio leggere di più”.
Nella prima credo ti sia venuto istintivo prefigurare nella tua testa una possibile giustificazione al
fatto di non poter leggere, vero? Avrai pensato: “vorrei leggere di più, MA o SE qualcosa (la più
comune è la mancanza di tempo)”. Mentre nel secondo caso non ci sono eccezioni: l’azione è chiara
e decisa: vuoi qualcosa e fai quel qualcosa. Fine, non ci sono divagazioni.

Fai questo esperimento, ogni qualvolta starai per usare il condizionale in ogni sua forma e
proposizione, prova ad aggiustare il tiro e a riformulare la tua espressione con un modo verbale che
ti toglie gli alibi e ti esorta a realizzare quello che stai dicendo. Sembra un gioco banale, ma in
realtà è molto potente.

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Cosa ti giochi ogni giorno.
Ogni giorno facciamo delle promesse e ogni giorno ci giochiamo un pezzetto di reputazione.
Questa considerazione vale sia a livello personale che professionale, e sia a livello corporate:
“Rispondo alla mail entro fine giornata” ma poi arriva il giorno seguente; “Il prodotto sarà
consegnato entro 48 ore” mentre poi aspettiamo per più di 72; “Prenoto io al ristorante” ma poi non
lo si fa; e così via.

Se ci fai caso, ci sono persone di cui ti fidi ciecamente ed altre molto meno. E se ci fai caso, ci sono
brand che hanno la tua stima (o nei quali addirittura ti riconosci) ed altri che non hanno la tua
massima fiducia. Sui primi sai di poter contare e sai che faranno di tutto per supportarti e per non
deludere le aspettative; sui secondi sai di non poter fare affidamento. E lo spazio che si crea tra
gli uni e gli altri prende il nome di valore.

Ti sei mai chiesto come mai?
La caratteristica in comune che hanno sia le persone che le aziende di valore è quella di mantenere
le promesse che fanno. Attraverso una serie di attività ripetute nel tempo riescono a costruire un
rapporto di fiducia non basato su facili proclami, ma su azioni tangibili. Danno corpo alle loro
dichiarazioni facendo qualcosa di “semplice”: le rispettano. Ed è proprio grazie a questa
caratteristica che scegliamo un brand piuttosto che un altro, un professionista piuttosto che un altro,
etc.

Oggi, sia che tu sia un brand, un libero professionista, una persona che lavora per un’organizzazione
o che “solo” vuole costruire e mantenere relazioni di valore, per emergere non serve fare qualcosa di
eccezionale, basta soltanto far coincidere quello che dici con quello che fai e rispettare quel
patto di fiducia che si è venuto a creare nel tempo.

E questo non significa essere o trasformarsi in dei robot. A tutti può capitare un inciampo, è
naturale. Ma se sarai stato in grado di mantenere le tue promesse nel tempo, vedrai che ti sarà
perdonato.

La costruzione della tua reputazione, e quindi del tuo valore, passa da questa piccola
consapevolezza. Non giocarci, tienilo a mente.

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100 anni fa nasceva Pier Paolo Pasolini,
artista versatile ed intellettuale impegnato
che si distinse in svariati ambiti culturali.
Noi vi proponiamo un percorso di scoperta
attraverso tre opere + 1
Poeta, scrittore, traduttore, regista, drammaturgo, intellettuale: tutto questo è stato PPP, ovvero
Pier Paolo Pasolini, che nasceva il 5 marzo del 1922, esattamente 100 anni fa.
Riuscì a distinguersi in svariati ambiti culturali, grazie ad una curiosità e ad una versatilità uniche e,
se come scrittore, poeta e drammaturgo la sua fama fu soprattutto nazionale ed europea, come
regista travalicò i confini, giungendo con i suoi film fino negli Stati Uniti. Ancora oggi, a 47 anni
dalla morte, in America, e non solo, la sua filmografia è spesso al centro di rassegne e corsi
cinematografici universitari.

Pasolini fu un anche un attento e profondo osservatore dei cambiamenti della società italiana dal
secondo dopoguerra sino alla metà degli anni settanta; il suo pensiero lucido e mai allineato suscitò
spesso forti polemiche e accesi dibattiti per la radicalità dei suoi giudizi, assai critici in merito alle
abitudini borghesi, alla nascente società dei consumi, alla televisione ed ai media di massa in
generale, come pure nei confronti del Sessantotto e dei suoi protagonisti.

Pasolini fu anche un omossessule dichiarato e convinto in un’epoca, ricordiamoci che la Democrazia
Cristiana era al potere, in cui non solo non era alla moda, ma era anche pericoloso.

Definire ed incasellare un intellettuale dissidente, anticonformista e originale come Pier Paolo
Pasolini non è cosa semplice, ma forse basterebbero tre opere, appartenenti a tre media diversi, alla
letteratura, al cinema ed al giornalismo, per cominciare ad approcciarlo e comprenderne la
grandezza e scoprire il suo pensiero.. Stiamo parlando del romanzo “Ragazzi di vita” del 1955, del
film “Il Vangelo secondo Matteo” del 1964 e dei suoi articoli, soprattutto sulle pagine del Corriere
della Sera, del Tempo illustrato e de Il Mondo, raccolti poi nel saggio “Scritti Corsari” del 1975.

Noi di Smart Marketing, vogliamo introdurvi al pensiero di questo grande intellettuale
approfondendo queste tre opere e proponendovi un bonus in più, lo stralcio di un intervento
televisivo, nella trasmissione “Terza B facciamo l’appello” di Enzo Biagi, dove Pasolini parla, fra
le altre cose, proprio della televisione come medium di massa e del suo potere di mercificare ed
alienare gli spettatori, un intervento che sarebbe perfetto anche oggi per parlare del potere dei
social network e del capitalismo della sorveglianza più in generale.

Ragazzi di vita è il romanzo d’esordio di Pasolini, che
contiene già molti degli elementi del suo pensiero e della sua
poetica; il libro racconta la vita quotidiana di un gruppo, ma
meglio sarebbe dire di una banda, di ragazzi delle borgate
romane. Noi lettori vediamo la miseria ed il degrado estremo
del secondo dopoguerra attraverso gli occhi del protagonista
Riccetto. Gli anni del boom economico stanno per arrivare,
da qualche parte stanno già facendo sentire i loro effetti, ma
la maggior parte della popolazione vive di stenti, espedienti e
piccoli e grandi crimini, i ragazzi di vita di Pasolini sono la
cartina di tornasole di un intero Paese. Vero e proprio
romanzo neorealista, “Ragazzi di vita” finì sotto processo per
“oscenità” e “pornografia” nel 1955 perchè parlava
apertamenete di prostituzione maschile. Il processo finirà poi
con una sentenza di assoluzione con formula piena.
Il Vangelo secondo Matteo è considerato da molti critici e
storici del cinema come il capolavoro di Pasolini. Benché
l’autore fosse dichiaratamente laico, questo film presenta
uno dei ritratti di Gesù più intenso, profondo e potente mai
realizzato. Un film che, benchè avesse ricevuto diverse ed
aspre critiche perché colpevole di aver rappresentato un
Cristo troppo umano, fu, con il tempo, rivalutato e lodato
persino dagli ambienti ecclesiastici che non nutrivano
particolare simpatia per le opere di Pasolini. Girato, come
per altri film del regista, con attori non professionisti, Il
Vangelo secondo Matteo richiese un grande lavoro di
ricerca ed individuazione delle location. Dopo diversi
sopralluoghi, anche in Israele, il regista deciderà di girarlo
nel sud Italia, con il grosso delle riprese fra la Basilicata e la
Puglia. Sarà Matera a diventare la scenografia naturale
perfetta per il film, insieme ad altre scene girate nelle
gravine di Ginosa e nei vicoli di Massafra, in provincia di
Taranto.

Scritti Corsari è un saggio pubblicato dall’editore Garzanti
nel 1975, che raccoglie gli articoli di Pasolini pubblicati fra il
1973 ed il 1975, principalmente sulle colonne del Corriere
della Sera e delle riviste Tempo illustrato, Il Mondo, Nuova
Generazione e Paese Sera. Si tratta di una raccolta di
interventi sulle trasformazioni sociali, economiche e politiche
della società Italiana. Pasolini indaga con profonda passione e
tagliente lucidità quel mondo di perbenismo e conformismo che
ritiene responsabile del degrado culturale della società
consumistica. Da vero analista controcorrente, egli riesce ad
esprimere tesi politiche di grande attualità, trattando
tematiche sociali alla base dei grandi scontri culturali
dell’epoca, come l’aborto, il divorzio, il potere della Chiesa, la
rivoluzione del ‘68.

Terza B facciamo l’appello era una trasmissione televisiva di Enzo Biagi che raccoglieva intorno
ad un tavolo personaggi della cultura e della politica italiana invitati a parlare degli argomenti più
importanti ed attuali della società italiana. Nel 1971 Pier Paolo Pasolini viene invitato e risponde alle
domande incalzanti di Biagi con una lucidità e acume non comuni, particolarmente significativa per
noi rimane la sua profonda analisi della televisione come medium di massa alienante e mercificante.
La puntata fu censurata e “sospesa” per quasi 4 anni, a causa di alcune faccende giudiziarie che
riguardavano Pasolini, e fu trasmessa solo nel 1975. La versione integrale dell’intervista è
disponibile sulla piattaforma di Rai Play a questo link.

Insomma, Pier Paolo Pasolini, che nasceva a Bologna il 5 marzo del 1922, è stato uno dei più
grandi ed “impegnati” artisti italiani del 20 secolo: il suo pensiero, il suo incessante scandagliare la
società consumistica e piccolo borghese attraverso i media più disparati tratteggiano la figura di un
vero intellettuale, originale, scomodo, controcorrente, che seppe gettare uno sguardo lucido,
profondo e affilato sui tanti vizi e le poche virtù di una nuova classe dirigente, quella dei baby
boomer, che si andava costituendo e che è quella che oggi detiene le posizioni apicali e di potere
nella politica, nell’economia e nella cultura del nostro Paese.

Riscoprire Pier Paolo Pasolini oggi, attraverso le sue poesie, i suoi articoli, i film ed i libri, ci farà
capire da dove veniamo, come ci siamo arrivati e dove “probabilmente” ci porterà la strada che
stiamo percorrendo sempre più velocemente.

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Come migliorare più velocemente.
“Sbagliando si impara” recita un vecchio adagio. E in effetti molte delle lezioni che abbiamo
appreso nella nostra vita sono dovute proprio ai nostri errori. O meglio, non tanto all’errore in sé,
tanto quanto alla nostra capacità di scomporlo, analizzarlo ed imparare da esso.

Quando si parla di errori da cui comprendere qualcosa, spesso si fa riferimento a grandi sbagli: un
progetto imprenditoriale fallimentare, una scelta di vita sbagliata, etc. Certo più grande è l’errore e
più saremo costretti a farci i conti e, quindi, a lavorarci su. Ma la vita non è fatta solo da grandi
errori. Quotidianamente commettiamo piccoli errori che, se corretti, sono in grado di arricchire
sensibilmente la nostra vita: una risposta sbagliata ad un collega che potrebbe inclinare un rapporto
di collaborazione, una dimenticanza nella vita privata, ignorare alcuni piccoli segnali del nostro
corpo (stanchezza o stress) e così via. Piccoli errori quotidiani che, se non perpetrati, possono fare la
differenza tra una vita sana e felice e una completamente opposta.

Se ci pensi, quindi, ogni giorno abbiamo la possibilità di migliorare facendo attenzione ai nostri
errori.

Ma come si fa a migliorare più velocemente? …sbagliando di più? Anche,
ma non solo.
Sin qui abbiamo parlato degli errori che possiamo compiere nella nostra vita, ma puoi migliorare
molto più velocemente osservando gli errori degli altri. Il mondo intorno a te non è perfetto come
sembra, non siamo quello che accade su Instagram dove tutto è bello e pettinato. Le persone
attorno a te compiono errori dai quali puoi imparare. Cerca di sintonizzarti su questa
frequenza, non certo per puntare loro contro il dito (anzi se puoi offrire il tuo aiuto non esimerti dal
farlo), ma per cercare di trovare spunti di miglioramento per la tua vita.

Un altro modo è quello di iniziare a leggere le biografie delle persone di successo. Come vedrai
molte sono costellate da errori. Errori che dopo un lungo percorso di crescita li hanno portati a
raggiungere i loro obiettivi. Puoi pensare che le loro vite non siano paragonabili alla tua, e magari
può essere anche vero dato che ci sono sempre mille variabili diverse, ma quello che ti devi portare a
casa è l’atteggiamento che hanno adottato di fronte a quelle situazioni.

Fai tesoro degli errori, dei tuoi e di quelli degli altri, e migliorerei molto più velocemente.

  Piccola nota: anche se dovrebbe essere superfluo dirlo, è bene ricordare che dagli errori
  possiamo imparare solo se non li minimizziamo, ci prendiamo la responsabilità, non li
  ricommettiamo e, quando serve, chiediamo scusa.

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commenti. Rispondo sempre.
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Che strategia stai usando?

Ciao, ti sei accorto che di come sta passando veloce il tempo?
Tante cose sono cambiate: le giornate si sono allungate, il clima si sta via via mitigando e
parafrasando Riccardo Garrone, “…anche questo Sanremo se lo semo levati…”. Sembra ieri che era
inizio gennaio e si parlava di buoni propositi, mentre ora sono passati già un paio di mesi. Te ne sei
reso conto? Ne parlavo proprio qualche giorno fa con un mio amico che mi ha detto “sì,
praticamente è già estate”. In effetti, se non ci fai caso, il tempo vola.

E tu cosa hai fatto in questo tempo?

Il tempo passa, è inevitabile e lo fa per tutti allo stesso modo. Ma c’è chi lo riempie di
significato e di senso e c’è chi lo vede trascorrere. I primi vivono a pieno ogni singolo giorno, mentre
i secondi lo vivono con indifferenza.

Se c’è una cosa positiva nel tempo che passa è che possiamo utilizzare questo flusso a nostro favore.
Se ad esempio a inizio anno avessi avuto il desiderio di scrivere un libro, ti sarebbe bastato scrivere
cinque pagine al giorno per completarlo (dopo cinquanta giorni avresti scritto duecentocinquanta
pagine). Inserendo anche una piccola routine quotidiana, quasi senza accorgetene, puoi ricavare
moltissimo dalle tue giornate.

Tornando all’esempio del libro, sperare di riuscire a scrivere un libro o di raggiungere un
qualsiasi obiettivo in pochi giorni è pura fantasia e, sicuramente, non è una strategia, come
direbbe Chris Voss.

E ora che puoi fare?
Davanti a te hai due scelte: iniziare ad introdurre una piccola abitudine potenziante per migliorare
un qualsiasi aspetto della tua vita (professionale e non) o continuare a sperare che le cose
magicamente cambino e si trasformino in meglio. La domanda che devi realmente farti è questa: tra
qualche mese, guardandoti indietro, vorrai vedere solo un tempo trascorso o un tempo vissuto?
Rispondi tu, a te la scelta.

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La Copertina d’Artista - Marketing in Love
Un travolgente abbraccio avvolge la coppia protagonista della Copertina d’Artista di Febbraio del
nostro magazine.

Pennellate dense e materiche tratteggiano il corpo di una ragazza dai voluttuosi capelli rossi che è
cinta in vita e da una gamba da un aitante ragazzo biondo. I colori vividi e caldi completano la
sensazione che quella che vediamo è una scena d’amore piena di sensualità. Tutto in quest’opera
trasuda erotismo: le labbra turgide, gli occhi socchiusi, i corpi frementi.

Dalla posa sembrerebbe che la coppia sia intenta in un ballo voluttuoso, ma alcuni elementi stridono
e richiamano la nostra attenzione: il ragazzo ad esempio ha un arco a tracolla, e l’ampio tatuaggio
che gli copre la spalla sembra raffigurare piume e penne di un’ala, sensazione che ci è confermata
anche dallo strano orecchino che indossa, anch’esso fatto con una lunga piuma.
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realizzata da Rosa Cacace.
La coppia ha in sé un che di moderno ed allo stesso tempo antico, quasi ancestrale, e ci trasmette la
sensazione di qualcosa che conosciamo, ma che non riusciamo subito a definire; il titolo dell’opera,
“Amor et Psyche Novam Generationem”, come spesso succede con l’arte contemporanea, ci
aiuta a dipanare il mistero di questa scena.

                Scopri il nuovo numero: “Marketing in love”
    La festa degli innamorati è da sempre capace di catalizzare l’attenzione delle persone; attenzione
    che i brand cavalcano (a volte) sapientemente sfruttando le peculiarità del marketing dell’amore.
       Attraverso il nostro particolare punto di vista approfondiremo il marketing dei sentimenti e
      dell’amore. E chissà quanto, in questo particolare momento storico, ne avvertiamo il bisogno!

Tutti conosciamo la storia di Amore e Psiche, narrata nel libro di Apuleio “Le Metamorfosi”:
Psiche era una ragazza dalla bellezza straordinaria, con la quale insidiò il primato della dea Afrodite,
che per punirla inviò sulla terra suo figlio Amore affinché la facesse innamorare dell’uomo più brutto
e avaro della Terra. Ma nel momento in cui Amore scagliò la sua freccia, per sbaglio colpì il suo
stesso piede e da quell’istante si innamorò perdutamente della ragazza. Da allora e per molte notti
Amore e Psiche bruciano la loro passione in un amore che mai nessun mortale aveva conosciuto, ed
infatti Psiche, che significa anima, è la personificazione dell’anima gemella.

Rosa Cacace, l’artista dietro a quest’opera, ci ricorda, qualora lo avessimo scordato, che l’amore è
l’emozione più forte di tutte ed è quella che fa girare il mondo, ed il suo intervento non poteva
essere più in sintonia con il tema di questo numero di Smart Marketing, che, come sapete, è
“Marketing in Love”.

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1) della serie “L’arte racconta”.

Un tema, quello di questo numero, e quindi anche la Copertina d’Artista, che sono stati concordati
ad inizio mese. Purtroppo per noi il precipitare della crisi russo-ucraina, che ha portato allo scoppio
della guerra il 24 febbraio scorso, benché ampiamente prevedibile, ha colto un po’ tutti di sorpresa;
ma attenzione a pensare che parlare di amore in un momento come questo sia “anacronistico”, mai
come adesso, quando gli esseri umani sembrano smarrire i propri valori, i propri sentimenti, la
propria umanità, si avverte il bisogno “impellente” di Amore e Psiche.

  Rosa Cacace (classe 1973), in arte RosaKa, è un’artista
  tarantina, sviluppa una passione per l’arte già dalla giovane
  età. Diplomata al Liceo Artistico Lisippo di Taranto nel 1992,
  si dedica inizialmente alla realizzazione di copie d’autore su
  richiesta e altri lavori, costantemente alla ricerca di
  un’identità pittorica che la potesse definire. Nonostante la
  sua attività artistica non sia stata costante, la passione per
  l’arte l’ha sempre accompagnata, ed assiduo è stato
  l’impegno negli anni nell’insegnare pittura ai bambini,
  cercando di trasmettere loro l’amore verso la disciplina.

  Dopo una lunga pausa da pennelli e tele, Rosa Cacace si è riavvicinata alla pittura durante il
  periodo di lockdown della pandemia.

  Dal 2020 ad oggi ha realizzato più di 70 opere, tutte basate sullo studio e l’approfondimento di
  storie, leggende, racconti, tragedie, commedie di svariati autori o vicende di personaggi storici
  realmente esistiti, che l’artista ha raggruppate in varie serie, come:

  “Metamorfosi”, dedicate a racconti di miti e leggende legate alla natura, sia nel mondo vegetale
  che in quello animale; “Shakespeare in love”, incentrata sulle opere del grande scrittore inglese;
  “L’Arte racconta”, dedicata all’interpretazione di numerosi libri, racconti, balletti o opere;
  “Identità”, basata sulla personale interpretazione di personalità immaginarie o reali che l’hanno
  colpita; “Miti”, impegnata nella rappresentazione di miti dell’antica Grecia.

  La sua è una pittura che nasce con una forte connotazione cromatica e dagli echi surrealisti e
  simbolici che traspone in opere potenti, passionali ed emozionanti.

  Per informazioni e per contattare l’artista: rosaka73@gmail.com

Ultime mostre
2021

“Gaia-the Origin”, Mads Gallery, Milano;

“Biennale dei Castelli Romani”, Nemi;

Premio Domiziano “100 artisti”, Stadio Domiziano a Piazza Navona, Roma;

“Sfumature armoniche”, Palazzo Colonna, Roma;

“Interazioni narrative” (personale), Galleria Comunale del Castello Aragonese, Taranto.

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Marketing in love - L'editoriale di Ivan
Zorico
Se c’è un aspetto che non deve essere mai dato per
scontato, è che quando si affronta il tema “marketing e
comunicazione”, non si parla tanto di numeri e di strategie,
ma di persone. Sono le persone l’inizio e la fine delle
nostre attività: si parte dall’ascolto attivo, si passa dalla
costruzione di una relazione sino ad arrivare al
consolidamento di un rapporto di fiducia basato sul
reciproco scambio.

Non è infatti un caso che quando si parla di marketing si parla di soddisfare i bisogni delle persone o
addirittura di crearne. Dalla “piramide di Maslov” in avanti, è stato tutto un susseguirsi di teorie
che hanno stressato appunto la necessità di lavorare sui bisogni delle persone, su ciò che desiderano
e che le fa emozionare.

E se parliamo di emozioni e desideri credo ci siano due grandi appuntamenti all’anno in grado di
risvegliarli. Il primo è indubbiamente il Natale: con la sua carica emozionale ed una esposizione
mediatica unica, il Natale è la festa per eccellenza in grado di cavalcare i nostri bisogni e di parlare
alle nostre emozioni. E restando in tema di emozioni, il secondo non può che essere San
Valentino: per quest’occasione tutti abbiamo regalato almeno una volta un fiore al nostro partner,
siamo usciti a cena, abbiamo fatto regali, preso treni, etc.

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   La festa degli innamorati è da sempre capace di catalizzare l’attenzione delle persone; attenzione
   che i brand cavalcano (a volte) sapientemente sfruttando le peculiarità del marketing dell’amore.
      Attraverso il nostro particolare punto di vista approfondiremo il marketing dei sentimenti e
     dell’amore. E chissà quanto, in questo particolare momento storico, ne avvertiamo il bisogno!

Se ci pensi, quello che vedi sui social, in televisione e nei negozi per il Natale, lo osservi anche in
occasione di San Valentino: pubblicità di profumi e di gioielli; meme e video ironici; allestimenti e
promozioni. La festa degli innamorati porta con sé un carico emozionale importante, forse il
più importante. E il marketing lo sa.

Si spinge molto sia sul principio di riprova sociale (“se tutti fanno qualcosa per San Valentino,
perché proprio io devo restarne fuori?”) sia su quello di scarsità (quando la data si avvicina l’ansia di
restare fuori aumenta e quindi siamo portati all’azione). E lo storytelling imperversa.

“Marketing in love” è il nostro numero di approfondimento su quello che è il marketing
emozionale, con l’amore quale leader indiscusso.
Permettetemi una nota. Parlare di amore, di marketing e di San Valentino può sembrare fuori
  luogo in questo particolare momento storico, nel quale ci troviamo giocoforza a vivere delle
  pagine di storia che avremmo ampiamente evitato di dare alle stampe. Lo so e ne sono
  consapevole. Come però sono anche consapevole dei rischi che può correre la nostra salute
  mentale se ci focalizziamo solo ed esclusivamente sui terribili fatti che stanno accadendo in
  Ucraina. Come ho scritto in un recente post su LinkedIn, il surplus informativo può avere gravi
  ripercussioni. Stiamo attenti e facciamoci forza.

Buona lettura,

                                                                                      Ivan Zorico

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Marketing in Love - L’editoriale di
Raffaello Castellano
“Ed alla fine la guerra arrivò.

  Non fu annunciata da un angelo con la sua tromba, ma dalla sirena della contraerea.

  Non arrivò galoppando su quattro cavalli, ma sui cingoli dei carri armati.

  Non cadde nessuna grande stella dal cielo ma solo missili e razzi.

  Non fu un giudizio universale, ma la folle decisione di un dittatore.

  Alla fine la guerra arrivò, con i suo carico di morte, devastazione, fame e pestilenza”.

  Non ho trovato che queste parole per descrivere il mio stato d’animo di questi giorni, è strano che
  proprio io, appassionato di scienza e filosofia, oltre che convinto agnostico, per scrivere questo
  incipit mi sia ispirato ad un passo della celebre Apocalisse di Giovanni.

Come annunciato da un mio articolo del 13 febbraio scorso e con un card di un paio di giorni fa,
questo numero del nostro magazine è dedicato al “Marketing in Love”; attraverso i nostri articoli e
con l’aiuto dei nostri contributor volevamo analizzare la comunicazione, i dati e le cifre della festa
degli innamorati, che sempre di più negli ultimi anni è diventata un appuntamento atteso dai brand e
dalle aziende direttamente interessate dall’evento.

Poi la crisi russo-ucraina, cominciata con la svolta europeista del governo di Kiev del 2014, ha visto
il precipitare degli eventi nelle prime ore del 24 febbraio 2022, quando il presidente russo Putin
ha annunciato un’operazione militare in Ucraina.

Spesso il problema con un mensile online come il nostro è che il macro-argomento di ogni numero
viene sempre deciso nei primissimi giorni del mese e che se un avvenimento come una guerra
scoppia negli ultimi giorni dello stesso non è possibile modificare niente e si rischia di essere
anacronistici, se non proprio indelicati verso quanto sta succedendo nel mondo.

A qualcuno dei nostri affezionati lettori, quindi, l’argomento scelto per questo mese, “Marketing in
Love”, potrà sembrare quanto meno avulso dal contesto che stiamo vivendo e, nella migliore delle
ipotesi, troppo anticonformista, al limite della spocchia.
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Ma credo che mai come ora parlare di marketing delle emozioni,
marketing dell’amore e di sentimenti in generale sia “necessario”.
In questi giorni stiamo assistendo ad una nuova ondata di infodemia; in un paese come il nostro,
dove da sempre i media mainstream sono avari di notizie e servizi dall’estero e poco interessati alla
geopolitica internazionale, se non quando comporta possibili flussi migratori, i nostri palinsesti sono
diventati i nuovi feudi di storici, diplomatici ed esperti di geopolitica che hanno scalzato dai loro
troni mediatici e dal dibattito pubblico in generale tutti gli esperti di virologia e immunologia che
dominavano stabilmente l’infosfera fino a pochi giorni fa.

In questo scenario mediatico, che troppo assomiglia a quanto successo nei primi mesi della
pandemia da Covid19, rischiamo tutti di essere sommersi da questa valanga di informazioni e
opinioni, senza riuscire a prendere la giusta distanza dalla questione per poterla analizzare con
obiettività e lucidità.

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che i brand cavalcano (a volte) sapientemente sfruttando le peculiarità del marketing dell’amore.
      Attraverso il nostro particolare punto di vista approfondiremo il marketing dei sentimenti e
     dell’amore. E chissà quanto, in questo particolare momento storico, ne avvertiamo il bisogno!

Ripetere gli errori del passato è un attimo, come ci dimostra il panico
che ci ha colpito e che risulta evidente nelle file davanti ai distributori di
benzina e ai supermercati.
Parlare di “Marketing in Love”, di comunicazione emozionale, quindi, non è una scelta elitaria e
spocchiosa, ma forse una delle migliori alternative possibili: dovremmo sforzarci, ora più che mai, di
pensare, creare ed analizzare una comunicazione più in sintonia con la parte migliore di noi. Anche
adesso che l’ansia ci assale, adesso che abbiamo paura, dobbiamo sforzarci di immaginare un mondo
migliore. Perché, come ha detto il cardinale Matteo Maria Zuppi: “Il contrario della paura non
è il coraggio, ma l’amore”.

Ma, se giunti alla fine di questo editoriale non vi ho ancora persuasi dell’importanza dell’amore e
delle emozioni nelle nostre vite e ancor di più nel nostro lavoro di marketers, permettetemi di farvi
un esempio di cosa possano fare lo storytelling, la comunicazione ed il marketing quando vengono
applicate a uno spot istituzionale.

Quello che vedete in questo articolo è lo spot delle Forze Armate Ucraine del 2014 (l’anno in cui
inizia la crisi russo-ucraina), ridiventato virale sui social in questi giorni, che attraverso uno
storytelling emozionale e con una messa in scena reale e documentaristica ci dice che: “Nessuno di
noi è nato per la guerra, ma siamo qui per proteggere la nostra libertà”. A dircelo sono i soldati
stessi, che scopriamo essere i nostri fratelli, i nostri amici, i nostri vicini, persone vere, con vere vite,
ma pronte a rischiarle per restare liberi.

Uno spot che è più attuale oggi di quando fu ideato e che ci dimostra l’universalità di certe
tematiche, come l’amore e le emozioni, che non scadono e non invecchiano.

Sono debitore per questo incredibile contenuto che non conoscevo ai post di Fabiano Pagliara e
Marco Silvestri apparsi su LinkedIn il 26 e 27 febbraio e che ringrazio di vero cuore per la
condivisione.

Mai come ora allora restate fedeli alla vostra parte più umana, restate fedeli alle vostre emozioni,
restate fedeli alla vostra idea di amore, perché vi assicuro che vi porterà più lontano, nella vita e nel
lavoro, di qualsiasi nuova idea alla moda abbiate appreso nell’ultimo corso che avete frequentato o
libro che avete letto.

Buona visione e buona lettura, con l’augurio che ciascuno di voi, attraverso il suo lavoro, costruisca
la pace.

                                                                                  Raffaello Castellano
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Quando il marketing parla d’amore!
“Love is in the air, everywhere I look around”, canta John Paul Young (eh sì, lo so che hai letto
canticchiando!), l’amore è ovunque e di questo si è accorto anche il settore del marketing.

Anche se, apparentemente, potrebbe non sembrare, l’amore e il marketing rappresentano un
binomio vincente, d’altronde “al tocco dell’amore, tutti diventano poeti” sosteneva Platone, e così,
anche le campagne pubblicitarie addolciscono la comunicazione in vista del giorno più romantico
dell’anno.

Non a caso il 14 febbraio si celebra quella che ormai è considerata una delle maggiori feste
commerciali, per questo snobbata da molti, ma non da chi fa marketing. Chi lavora nel settore, o ne
è appassionato, non può fare a meno di notare la creatività che i brand sviluppano proprio in questa
occasione, e di quanto questa sia andata modificandosi nel tempo.

Così come in qualsiasi storia d’amore che si rispetti, l’azienda deve corteggiare, suscitare emozioni e
far innamorare il cliente, cercando di mantenere duratura la relazione di fedeltà.

Se vuoi vendere emoziona
L’emozione è proprio la leva del marketing emozionale, filone di studi recenti, che, appunto,
stimola l’emotività del cliente per stabilire una connessione con esso, influenzandone le decisioni di
acquisto. Si tratta di una comunicazione che punta a stimolare sentimenti già provati, che rivivono
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