Perché festeggiare ancora il 25 Aprile?

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Perché festeggiare ancora il
25 Aprile?
Perché festeggiare ancora il 25 aprile?

Risponde con il suo stile chiaro ed efficace il prof.
Alessando Barbero, in un breve video registrato nel 2020. Di
seguito il testo dell’intervento; in alternativa si può
scegliere di guardare il filmato linkato in fondo
all’articolo.

 “Perchè il 25 Aprile? Non è una domanda oziosa. E credo che
 anche la risposta non sia ovvia,

 In Italia oggi – ma in realtà già da parecchi anni – le
 celebrazioni del 25 Aprile stanno attraversando una fase di
 transizione. Quelli che c’erano son rimasti in pochi; non c’è
 quasi più nessuno che ricordi davvero cosa volesse dire
 vivere nell’Italia di allora e che cosa sia stata quella
 guerra. Oggi viviamo in un mondo diverso: la stragrande
 maggioranza della gente è nata dopo e vive in un presente
 carico di preoccupazioni, ha davanti a sé un futuro pieno
 d’incognite se non di paure ed è anche comprensibile che per
 tanta gente questi fatti così lontani nel tempo non vogliano
 più dire molto. E anzi, io credo che noi storici dovremo
 accettare l’idea che verrà un giorno in cui il 25 Aprile, la
 Resistenza in generale, sarà ricordata come oggi ricordiamo
 il Risorgimento: un avvenimento storico, di cui si parla nei
 libri. Conosciamo i nomi di quei personaggi, di quegli eroi,
 di quelle battaglie perché le abbiamo studiate a scuola, ma
 non riusciamo più a capire veramente chi fossero, a
 condividere la loro visione del mondo, a capire perché erano
 disposti a farsi ammazzare.
 Succederà anche alla Resistenza e non c’è niente da fare,
 bisogna accettarlo.
Però il 25 Aprile, nell’Italia di oggi, non è a rischio per
l’indifferenza di una moltitudine di persone che vivono in un
mondo diverso e, legittimamente, pensano al futuro e non al
passato. Non è questo il punto.

A me sembra che il 25 Aprile, nell’Italia di oggi, sia a
rischio soprattutto perché c’é una parte del Paese che ha
imparato dalle proprie famiglie che il fascismo non era poi
così male, e che Mussolini in fondo ha governato bene, ha
fatto tante cose buone. E che i partigiani invece erano dei
poco di buono, dei delinquenti. E che tutta la retorica che
si è fatta da allora in poi sulla Resistenza è esagerata,
insopportabile…
Poi ci sono quelli che fanno finta di credere che la
Resistenza l’abbiano fatta solo i Comunisti. Come se a Torino
la Liberazione, la “Casa del fascio” presa dai Partigiani,
non fosse stata ribattezzata “Palazzo Campana” in onore del
Marchese Cordero di Pamparato: ufficiale di carriera,
medaglia d’argento in Africa, nobile, cattolico e comandante
partigiano.
Ci sono quelli che, siccome sono di destra e nazionalisti,
arricciano il naso quando sentono Bella Ciao: “Una canzone
comunista!” Quando questa è una canzone che parla di un
Italiano che si sveglia al mattino e trova il Paese invaso
dallo straniero, e decide di andare a combattere.
Bel modo di essere Italiani, ostentare disprezzo per questa
canzone!

Ma è proprio a questa gente, io credo, che il 25 aprile
dovrebbe parlare. E’ a loro che dobbiamo rivolgerci per
dirgli: “I vostri padri, i vostri nonni sono stati fascisti?
Hanno creduto in Mussolini? E va bene. Un sacco di gente
perbene è stata fascista e ha creduto in Mussolini. Questo
nessuno ha paura di dirlo. Ma voi, voi davvero avreste
preferito che vincessero Hitler e Mussolini? Davvero avreste
voluto che le camere a gas continuassero ad ingoiare gente?
Davvero preferireste vivere nell’Italia delle leggi
razziali e della camicia nera invece di questa nostra Italia
 uscita dalla Resistenza?”

 Io credo che anche queste persone che ostentano disprezzo per
 il 25 aprile e rifiutano di celebrarlo farebbero molta fatica
 a rispondere a queste domande.

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 parole semplici

La verità sulle foibe
L’analisi, come sempre lucidissima, del professor Alessandro
Barbero in occasione della ricorrenza del Giorno del Ricordo
delle foibe

Cosa sono le foibe?

Alla fine della guerra, sui confini orientali d’Italia,
l’esercito partigiano jugoslavo comunista, avanzando in un
territorio che da molti anni era occupato degli Italiani e
dove quindi abitava un gran numero d’Italiani (Dalmazia,
Istria, fino a Trieste), fa fuggire davanti a sé la
popolazione italiana terrorizzata e uccide effettivamente
migliaia di Italiani civili, gettando poi i cadaveri in queste
forre del terreno che ci sono sono da quelle parti. Le foibe,
appunto.
Un eccidio di molte migliaia di civili.

I partigiani jugoslavi comunisti stanno dalla parte dei
vincitori, combattono dalla parte “giusta” quindi per molto
tempo di questa cosa non è che non se ne parli – se ne parla
eccome – ma a livello ufficiale nessuno si sognerebbe che sia
una cosa di cui si debba fare un giorno del ricordo, per
esempio. Perché è uno dei tanti casi in cui i vincitori, che
avevano ragione e stavano dalla parte giusta, hanno fatto
delle porcate.
Cosa che succede normalmente, perché nella realtà non è che ci
sono i buoni e i cattivi come nei film americani. La realtà è
più complicata di così e i vincitori, che stanno dalla parte
giusta, fanno un sacco di porcate: buttano la bomba atomica su
Hiroshima    e poi, come se non bastasse, ne hanno ancora
un’altra e buttano anche quella e distruggono un’altra città.
E ciò non impedisce affatto di dire che “meno male che han
vinto loro” perché avevano ragione loro, in base ai nostri
valori di oggi.

Poi cosa succede? Succede che quella parte dell’Italia che per
tanto tempo ha vissuto male il 25 aprile, la celebrazione
della Resistenza, perché “erano famiglie come la mia” dove ci
si era schierati dall’altra parte, sempre più sentono di avere
più spazio e che il pendolo si è spostato e chi la pensa così
ha sempre più importanza, e a un certo punto un Governo che –
non lo può dire – ma è fatto da gente che in realtà si sentiva
più dalla parte dei fascisti che non dei Partigiani, decide
che bisogna equilibrare il 25 aprile.
C’è questa grande festa che piace a quelli della sinistra? E
allora facciamo anche un altro giorno del ricordo per
ricordare invece un’altra cosa dall’altra parte.

E nasce il giorno delle foibe.

Non ci son state le foibe? Certo che ci sono state.
E’ stata un’atrocità? Certo che è stata un’atrocità.
Non bisogna parlarne? Certo che bisogna parlarne, La storia si
occupa di tutto e va a vedere tutto. E la storia fatta bene
viene fatta senza preoccuparsi di dire “ah, ma quella
schifezza lì l’han fatta i miei amici, quindi non ne parlo”.
La storia fatta bene vuol dire precisamente: “io vado a vedere
tutto, perché voglio sapere tutto. Perché a me interessa la
verità di quello che è successo“.

Questo nei Paesi dove la storia è libera, naturalmente. In una
dittatura, una delle prime cose che la dittatura censura è la
ricerca storica. Una delle prime cose che in una dittatura si
va a vedere è: “cosa dicono i libri di storia che si studiano
a scuola? Riscriviamoli. Quella cosa lì non ci piace che venga
detta. Togliamola”
Nelle dittature è normale; dei libri di chimica non frega
niente a nessuno. La chimica è una cosa oggettiva e quindi non
vengono censurati. I libri di storia sì, perché come capite ci
sono tante cose che si può decidere di dire o non dire, sono
molto importanti e le mettiamo al centro oppure “ci sono state
però ragazzi, ne son successe tante di cose…”
Le foibe sono appunto uno di quei casi in cui se uno lo vuole
dire… cioè, uno lo deve sapere ovviamente. E gli storici le
hanno sempre studiate.

Dopodiché si tratta di dire: “Dobbiamo mettere al centro del
discorso pubblico quell’episodio lì, perché è emblematico, è
da quello che si capisce davvero cos’era quell’epoca e cioè
che i partigiani comunisti erano molto cattivi e che gli
Italiani sono stati ingiustamente perseguitati e sterminati”?

Oppure dobbiamo discutere di quella cosa lì per vederne tutti
gli aspetti? Se discuti di quella cosa lì per vederne tutti
gli aspetti scopri – aldilà del fatto che è successo quello
sterminio in un mondo dove la gente crepava tutti i giorni,
continuamente, dappertutto, dove le città venivano bombardate,
la gente bruciata viva dai bombardamenti, la gente moriva nei
lager, morivano i soldati in combattimento a migliaia tutti i
giorni e questo già ti rimette un po’, come dire, le cose in
prospettiva – scopri che se i comunisti jugoslavi erano così
incazzati con gli Italiani è perché gli Italiani quei
territori lì li avevano occupati nel 1918 dopo aver vinto la
Prima Guerra Mondiale, e avevano cominciato a bastonare gli
abitanti slavi, a proibirgli di parlare nella loro lingua, a
decidere che quei paesi lì dovevano diventare italiani e
dimenticarsi di essere stati slavi, e così via, e che dopo
vent’anni di divieti, di bastonate e di abusi la popolazione
slava locale odiava gli Italiani. E a quel punto, come
succede, li odiava tutti: non è che stava a dire quello lì è
buono, quello lì è cattivo, quello lì è fascista, quell’altro
no: odiava gli Italiani.
E questo non vuol dire che chi prendeva le famiglie, gli
sparava alla nuca e li buttava nei crepacci non debba
rispondere davanti alla sua coscienza di quello che ha fatto.
Però vuol dire che noi sappiamo un po’ di più di quel che è
successo e del perché è successo.
Quella è la storia.

Creare invece un giorno della memoria per controbilanciare
l’altro, quello è l’uso della memoria che fa la politica.
Tutto quello che a me interessa è che abbiate gli strumenti
per distinguere le due cose. Poi ognuno si schiera e può anche
dire: “A me quell’uso politico della memoria mi sta bene,
anch’io penso che i comunisti erano degli schifosi bastardi e
mi va bene che si celebrino le loro vittime”.
Però bisogna saper distinguere.

Guarda il video
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“Bella ciao”. Insegnanti e
CGIL AQ contro le ingerenze
della politica
Fa fronte comune l’Istituto Mazzini Patini dell’Aquila, finito
al centro delle polemiche per la presa di posizione del
consigliere comunale Daniele D’Angelo che ha denunciato come
una insegnante, nell’ora di musica, abbia fatto cantare ‘Bella
ciao’ alla sua classe, un brano tra l’altro inserito, come
affermato dallo stesso consigliere, nel libro di testo;
d’altra parte, il tema non è certo la canzone popolare
piuttosto l’ingerenza in un mondo, quello della scuola, che
dovrebbe essere lasciato al riparo da contrapposizioni
politiche.

Va tutelata in ogni modo la libertà d’insegnamento dei
docenti, sancita dall’articolo 33 della nostra Costituzione,
va preservata con forza l’autonomia degli istituti scolastici,
il ruolo dei presidi che sono responsabili dell’indirizzo
educativo; l’uscita del consigliere comunale ha messo in
imbarazzo una intera comunità, quel mondo delicatissimo fatto
della relazione tra studenti, insegnanti e genitori che non
può essere in alcun modo strumentalizzato. Figurarsi per
motivi politici.

Di certo, D’Angelo si è fatto portavoce del malcontento di
qualche genitore: tuttavia, è con gli insegnanti e i presidi
che ci si dovrebbe confrontare per discutere delle modalità
d’insegnamento.

“Sono    amareggiato    dell’entrata     a   gamba   tesa   e
dell’intromissione della politica nella scuola. La libertà di
insegnamento è uno dei cardini della Costituzione italiana,
che va difeso con i denti. La canzone in oggetto non è
scandalosa, semmai è l’inno che celebra l’atto di nascita
della nostra democrazia“, le parole del preside dell’Istituto
Marcello Masci.

Solidale con l’insegnante di musica il corpo docente della
Mazzini-Patini: “Esprimiamo vicinanza, affetto e solidarietà
alla nostra collega per l’attacco del tutto fuori luogo da
parte di un personaggio politico. Ribadiamo la nostra fedeltà
ai valori della Repubblica e alla sua Costituzione, nata
grazie al coraggio delle donne e degli uomini che si opposero
alla dittatura. Oggi, noi, donne e uomini liberi e
democratici, docenti ed educatori al servizio di quei valori,
ci opponiamo con fermezza a chiunque tenti di condizionare la
libertà di insegnamento, strumentalizzando finanche una
canzone come ‘Bella Ciao’, che è di parte e divisiva, sì,
perché separa gli antifascisti dai fascisti, i democratici
dagli antidemocratici, la libertà dalla dittatura e che, come
ribadito dal nostro dirigente scolastico, è l’inno che celebra
la nascita della nostra democrazia“.

“Sono un genitore della classe finita all’onore delle cronache
per questa becera vicenda assolutamente veicolata dal
consigliere D’Angelo“, ha aggiunto il papà di uno
studente.“Vorrei puntualizzare che non esiste nessun gruppo di
genitori, essendo mia moglie rappresentante di classe e quindi
a conoscenza dei fatti, e che il consigliere è portavoce
soltanto della sua persona e di nessun altro. Non si può
mettere alla gogna una insegnante ed una professionista che
tutti i giorni si prodiga per la sana crescita dei nostri
ragazzi. La politica si occupi di altro e soprattutto non
parli a nome di persone che non rappresenta. Giu le mani dalla
nostra Professoressa“, l’affondo.

Ancor più duro il presidente del Consiglio d’Istituto,
Maurizio Mucciarelli: “Vogliamo che il consigliere comunale
Daniele D’Angelo chieda scusa alla professoressa, al dirigente
scolastico, ma anche agli alunni, che sono le vere vittime
della sua inaccettabile strumentalizzazione politica“, la
presa di posizione del presidente che parla a nome della
componente genitori del Consiglio. “Con convinzione prendiamo
le distanze e ci dissociamo da quanto dichiarato dal
consigliere comunale D’Angelo, sottolineando che non esiste
alcun gruppo di genitori che condivide le sue accuse.
Riteniamo invece doverose le sue scuse alla professoressa
ingiustamente coinvolta in questa vicenda, al dirigente
scolastico Marcello Masci che ha difeso la libertà
d’insegnamento e soprattutto ai nostri figli, utilizzati per
fini politici. La politica, a nostro avviso, non deve entrare
nelle scuole e non deve prendere di mira gli insegnanti che
ogni giorno si prodigano per accompagnare la crescita dei
nostri figli”.

 Più chiaro di così.

CGIL L’Aquila: “Piena solidarietà all’insegnante e al preside”

‘Dietro ogni articolo della Carta Costituzionale stanno
centinaia di giovani morti nella Resistenza. Quindi la
Repubblica è una conquista nostra e dobbiamo difenderla, costi
quel che costi’. Sandro Pertini.

La CGIL dell’Aquila esprime “piena solidarietà all’insegnante
ed al preside della scuola secondaria Mazzini Patini che con
coraggio e fermezza difendono i valori della nostra carta
costituzionale ed il ruolo della scuola nella società
italiana. Bella Ciao è entrata a far parte di quel patrimonio
di valori del nostro paese nato dalla lotta di resistenza
contro il nazi-fascismo. Patrimonio che va difeso e divulgato
in ogni luogo. La scuola non deve informare ma formare le
nuove generazioni partendo necessariamente dalla difesa della
libertà, della democrazia e della giustizia sociale che sono
valori antitetici rispetto a quelli che sottendono alle
affermazioni dello stesso consigliere comunale che dichiarò
qualche mese fa che ‘il fascismo è uno stile di vita’”.

Aggiunge il sindacato: “Consigliamo vivamente al signor
Daniele D’Angelo di frequentare quelle tante istituzioni,
anche scolastiche, che con dedizione e abnegazione continuano
a   difendere,    divulgare    ed   affermare    il   valore
dell’antifascismo, affinché possa recuperare un senso di
appartenenza ai valori fondanti della nostra Repubblica. E se
non ci illudiamo che saprà accogliere il nostro invito,
abbiamo invece la certezza che chi canta Bella Ciao sarà
sempre dalla parte giusta, sarà nostro fratello, sarà nostra
sorella e collaborerà sempre alla difesa della democrazia e
della liberta conquistate con la lotta”.

FLC   CGIL:     “Ingerenza      del    consigliere    è   un
segnale   preoccupante”
La FLC CGIL dell’Aquila “deplora la posizione assunta dal
consigliere comunale Daniele D’Angelo che entra con arroganza
nella libertà di insegnamento, diritto individuale di ogni
docente sancito dall’articolo 33 della Costituzione. La
libertà di insegnamento rende la scuola pubblica italiana
un’alta espressione di esercizio della democrazia e le
attribuisce il carattere di officina di sperimentazione
didattica al fine dell’acquisizione della conoscenza. La
scuola prima ancora di essere luogo di istruzione è luogo di
educazione alla cittadinanza ed ogni insegnante è libero/a di
scegliere la modalità didattica che, analizzato il contesto e
valutatene le vocazioni e le possibilità, permetta il
raggiungimento dell’obiettivo formativo”.
La politica non ha competenza in fatto di insegnamento “ed è
bene che stia lontana dalle aule e si impegni, invece, nei
luoghi deputati per assicurare alla scuola pubblica la dignità
che le spetta in termini di risorse, edilizia e servizi.
Riteniamo che l’invadenza del consigliere D’Angelo sia un
segnale preoccupante del clima che si respira in città e ci
uniamo a tutte le voci che in queste ore stanno contestando un
gesto che non fatichiamo a definire di propaganda”.

FLP CGIL, per voce della segretaria generale Miriam Del
Biondo, esprime “solidarietà all’insegnante” condividendo
“pienamente la risposta del Dirigente Scolastico. Infine, ma
non per ultimo, riteniamo che insegnare e far cantare Bella
Ciao sia il segnale di un forte senso di appartenenza ai
valori dell’Italia repubblicana e democratica nata dalla lotta
partigiana e dalla Resistenza. La FCL CGIL è fiera di tutelare
lavoratori e lavoratrici di una scuola che su quei valori
costruisce la sua storia anche attraverso la trasmissione di
una memoria che si tende ad offuscare. Inoltre, persino se
volessimo spogliare Bella Ciao da ogni connotazione storico
politica rimarrebbe comunque un canto diffuso di gioia, di
impegno, di lotta e di speranza che è quello di cui,
soprattutto in questa città, abbiamo ancora tutti fortemente
bisogno. Si occupi la politica cittadina della ricostruzione
dell’edilizia scolastica se davvero vuole occuparsi di scuola.
Allora sì che sarà stata utile ed avrà fatto ciò che le
compete”.

Fonte: www.news-town.it
Cosa vuol dire “Resistenza”?
Quelle che seguono sono alcune pagine del diario segreto
scritto da Peter Moen, eroe della resistenza norvegese morto
nel 1944 a soli 43 anni durante il viaggio verso il campo di
concentramento al quale era stato destinato.

Le memorie furono scritte di nascosto nel carcere nazista di
 Oslo, sfidando i divieti (era vietatissimo leggere o
scrivere) e l’oscurità della cella. Moen riuscì ad incidere le
sue memorie su rotoli di carta igienica utilizzando un
ferretto della tenda; i suoi “diari” furono nascosti in una
griglia dell’areazione e ritrovati solo dopo la guerra. In
tutto oltre mille pagine, scritte tra il 10 febbraio e il 4
settembre 1944, che in questi giorni vengono pubblicati per la
prima volta in Italia con il titolo: “Møellergata 19” (il nome
del carcere nazista)

Peter Moen aveva studiato matematica e di professione faceva
l’impiegato assicurativo: una persona comune, uguale a tante
altre, certo non una specie di supereroe. Peter era stato
arrestato in quanto redattore di un giornale clandestino. Agli
occhi degli oppressori nazisti, si era reso colpevole del più
temuto dei crimini: raccontare i fatti. Allora, come oggi,
nulla fa più paura della verità a a chi vuole controllare il
popolo.

Quello riportato è un breve estratto, ma basta a capire quali
pensieri potessero affollare la testa di chi si batteva per la
libertà: nelle sue parole troviamo la paura, gli sforzi della
mente per restare attiva e non crollare, i dubbi (ne vale la
pena?), il dolore e il dispiacere per non essere abbastanza
forte. E nonostante tutto c’è l’orgoglio, la convinzione di
aver fatto la scelta giusta e anzi il rammarico per non aver
fatto di più. La consapevolezza della morte, conseguenza
inevitabile della lotta contro un nemico che in quel momento è
troppo più forte.
L’Europa di oggi, il nostro Paese, esistono grazie alla
generosità e alla forza d’animo di migliaia di persone come
Peter, capaci di affrontare la paura, il dolore, nella
certezza che fosse l’unica strada possibile. Capaci di
battersi per noi, per darci una libertà che non avrebbero mai
più conosciuto perché sapevano che la loro vita sarebbe finita
a breve.

Come utilizziamo questa libertà?     Per esempio insultando o
dimenticando chi si è sacrificato per regalarcela, come nel
nostro Paese si permettono di fare alcuni ministri, indegni
della Repubblica alla quale hanno giurato di essere fedeli.

Festeggiare il 25 aprile significa ricordare Peter, ma anche i
tanti detenuti nelle prigioni naziste italiane (come quella di
Via Tasso a Roma) che seppero affrontare le loro peggiori
paure per regalarci un futuro che a volte dimostriamo di non
meritare.
Il minimo che possiamo fare è ricordarli e ringraziarli.

 Giovedì 4 febbraio – 21° giorno

 Stamattina andrò probabilmente alla V.T. (Victoria Terrasse,
 un edificio nel centro di Oslo, dal 1940 utilizzato dalla
 Gestapo come luogo di interrogatori, tortura e detenzione,
 ndr). È qualcosa di assolutamente mostruoso. Ho paura dei
 maltrattamenti. Prego Dio di aiutarmi. Lui ora è il mio unico
 sostegno.

 Donnerwetter ha fatto una perquisizione! Non ha trovato il
 mio diario. Sta ordinatamente attaccato sul chiodo della
 carta igienica. Non ha trovato la mia penna. È un perno della
 tenda da oscuramento. I miei “scacchi” erano nel calzino sul
 gancio proprio davanti al suo naso. Perquisizione nella nuda
 cella di un prigioniero – anche questo è Gestapo… Ho sete e
 faccio pipì. Angoscia e tensione. Signore mio! Presto sarà
 un’abitudine avere paura. Facciamo una dura lotta. Forse me
la caverò.

Un nuovo esempio della pressione psicologica qui: il postino
mi mostra dallo sportello il mucchio di lettere – mi porge
una lettera e dice: È per te? Naturalmente c’era un altro
nome. Bisogna essere idioti per non capire lo scopo di certe
cose. Spero che i miei compagni comprendano questi piccoli
trucchi. Se compresi sono innocui. I piccoli uomini che hanno
inventato certe cose vogliono dominare il mondo. Nonostante
tutte le loro chiacchiere su Gross e Reich i tedeschi sono
limitati. Per non parlare della Gestapo. Non c’è accenno a
una “morale del dominatore”… Che Dio mi aiuti – e aiuti tutti
gli altri. È terribile.

4 marzo – 30° giorno

“La tirannia nazista” è una realtà per noi “delinquenti”
politici. Sappiamo cosa significa e proprio per questo siamo
disposti a sacrificare molto nella lotta contro di essa. Io
sono preparato a morire per questa causa. La morte è una
conseguenza amara ma “pulita”. Quelli che io e probabilmente
tutti i prigionieri dei nazisti temiamo più della morte sono
i maltrattamenti. Non ci sono parole capaci di esprimere i
miei sentimenti nei confronti della tortura di massa che qui
viene esercitata. Mi priva di ogni fede. Io dico: come può
Dio lasciare che questo accada? Il pensiero si ferma di
fronte a questo problema. Alcuni forse vengono condotti sulla
via della riflessione tramite la sofferenza ma i più? Si può
finire rapidamente nella disperazione e nel rinnegamento. Due
dei boia sono stati qui oggi.

15 marzo – 41° giorno

Il giorno della morte del tiranno (Giulio Cesare, ndr)! Ma il
mondo partorisce sempre nuovi tiranni. Nelle prigioni ci sono
sempre uomini che hanno alzato la voce o la mano contro
ingiustizia e violenza. Vale la pena allora di fare questa
lotta? Sì e ancora sì. Ogni libertà sarebbe presto soffocata
senza di essa e senza le vittime che richiede. La lotta
norvegese per la resistenza ha portato noi 300 qui al numero
19. Non mi pento di niente di ciò che ho fatto o scritto e mi
dispiace solo di ciò che non ho fatto. Nelle prigioni dei
nazisti devono esserci degli uomini. Se io non fossi qui ci
saresti tu – tu che ancora sei libero. Ansimo sotto il giogo
– ma non vorrei non aver fatto ciò che ho fatto… C’è quasi
sempre semioscurità… La gente sta in cella di punizione. È un
po’ più duro di come sto io – giaciglio più scomodo e mai una
passeggiata nel cortile per l’aria. Sì – è dura – ma non ci
spezzeranno…

Voglio scrivere ancora qualche parola oggi – solo per
consolarmi un po’. La solitudine consuma le forze per pensare
– perché il pensiero è abituato a stimoli esterni. Ora per
esempio ho faticato per giorni con un integrale
trigonometrico… Inoltre ho il cuore pesante. “Non si trova
pace”. È difficile in queste condizioni non cedere al bisogno
di pigrizia o sogni a occhi aperti. Devo impegnarmi molto per
evitarlo. Non capisco bene il mio carattere. Sono debole e
sentimentale – ma riesco a superare queste avversità… per
ora.

19 marzo – 45° giorno

Anche io avrei voluto essere un uomo coraggioso. Non lo sono.
Avrei potuto lasciare che le bestie della V.T. mi facessero a
pezzi e tacere – tacere. Non ce l’ho fatta. L’angoscia e il
dolore mi hanno spezzato. Nel corso di una serie di
interrogatori i segreti mi sono stati tirati fuori. Mi
vergogno a tal punto di questo che non ho voglia di
incontrare nessuno dopo la guerra. Spesso penso: la cosa
migliore sarebbe una condanna a morte. Questo contiene i miei
tre desideri: il mio desiderio da Amleto viene esaudito –
Ammenda per la viltà e forse avrò la fama postuma… Se questo
dovesse finire con la morte vorrei che il mio diario fosse
salvato… Ho cercato di essere sincero – di non abbellire per
guadagnarmi una lettera dorata nella fama postuma e non
diffamarmi per avere la lode della vergogna. Scrivo sotto la
 minaccia di un pericolo che è più grande di quanto possa
 permettermi di dire. Alcuni forse avranno difficoltà a capire
 la mia angoscia per la sofferenza e il dolore se
 apparentemente sono preparato a morire. Il dolore è
 cosciente. E la morte – Già che cos’è la morte?

Graffito inciso in una cella del carcere nazista di Via Tasso
a Roma

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