LA GUERRA DEL VIETNAM SECONDO IL TIME.
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UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI PALERMO FACOLTA’ DI SCIENZE DELLA FORMAZIONE CORSO DI LAUREA IN GIORNALISMO PER UFFICI STAMPA LA GUERRA DEL VIETNAM SECONDO IL TIME. Tesi di laurea di Christopher Butera Relatrice: Num. Matricola: 0415092 Ch.ma Prof.ssa Gabriella Portalone ANNO ACCADEMICO 2009/2010
Introduzione. Qual è il ruolo del reporter di guerra? Qual è il senso di una professione che nel 2007 ha perso sessantacinque dei suoi componenti, trentadue dei quali in Iraq, che il Commitee to Protect Journalists1 definisce il «paese più letale per il mondo della stampa»2 e dove sono ancora in corso indagini per altre ventitré scomparse? Dando uno sguardo più approfondito alla dinamica delle morti dei trentadue professionisti, il caos in cui l’antico cuore della Mesopotamia versa è più comprensibile. Ci si può imbattere nella storia di Raad Mutashar: poeta, scrittore e giornalista, raggiunto verso le 14 del 7 maggio fuori Kirkuk, da un’Opel senza targa. Da questa erano partiti alcuni proiettili con sopra incisi il suo nome, quello dei suoi cognati e di un amico. L’anno prima Raad aveva rivisto suo figlio solo dopo il pagamento del riscatto e comunque con la clausola di lasciare la direzione di Al-Raad, l’omonimo media network di sua proprietà. Si può leggere del fotoreporter ventiduenne Namir Noor Elden, quinta e ultima vittima del 2007 della Reuters, ucciso il 12 luglio insieme ad altre dieci persone nella parte orientale di Baghdad; di come i testimoni parlino dell’esplosione dell’automezzo, un furgone, causata da una raffica aerea dell’aviazione americana. Esplosione avvenuta, sempre secondo i testimoni, dopo un attacco unilaterale da parte dei militari americani, diversamente da quanto emerso dalle prime indiscrezioni, che attribuivano la strage «a scontri fra rivoltosi e forze militari americane»3. Il 5 aprile del 2010 Wikileaks, un sito di attivisti che raccoglie materiale da fonti anonime, ha pubblicato il video 4 della sparatoria ripreso da uno degli elicotteri. Le immagini dimostrano che l'attacco è stato ingiustificato. Il giornale iraqeno Aswat al Iraq scrive che il sindacato dei giornalisti 1Il CPJ — Commitee to protect Journalists — è un’organizzazione non profit con sede a New York che dal 1981 «promuove la libertà di stampa difendendo il diritto di stampa nel mondo, difendendo il diritto di fare cronaca da parte dei giornalisti, preservandoli dalle paure di rappresaglie»; dal sito www.cpj.org. 2Joel Campagna, Attacks on the press in 2007: A Worlwide Survey by the Commitee to Protect Journalists, Commitee to protect Journalists, 2008, lo studio è consultabile sul sito, http://www.cpj.org/attacks07/mideast07/iraq07.html. 3http:www.cpj.org/deadly/killed07.html. 4Visibile su www.wikileaks.org/wiki/Collateral_Murder 4
iracheni ha chiesto di aprire un'inchiesta5. Si può parlare del 5 aprile e di Thaer Ahmad Jaber, vicedirettore di Baghdad TV. Di come stava lavorando nel suo ufficio mentre un “netturbino” alla guida del suo camion per la raccolta dei rifiuti, imbottito di tritolo, metteva in moto. Poco dopo il kamikaze riusciva nel suo obiettivo: lo scoppio e il tritolo squarciavano il martire, per molti, e sventravano l’edificio ospitante il canale satellitare di proprietà del principale partito sunnita iracheno6 e di Radio Dar al-Salam, sua radio. Undici feriti e due morti: a parte il vicedirettore, spariva anche il giovane collega Husain Nizaer, da poco assunto. Qual è il ruolo del reporter di guerra? Forse Raad, Namir, Thaer e Husain si svegliavano ogni mattina seguendo lo stesso spirito con cui Oriana Fallaci raccontava delle sue giornate in un diario non del 2007, ma datato 18 novembre 1967. Ho tentato un’indagine, uno ha risposto: “Voglio dimostrare a mio padre di non essere il cretino che dice”. Un altro ha risposto: “Mia moglie ha divorziato”. Un altro ha risposto: “É eccitante e sei fai la foto giusta, sei a posto per sempre”. Catherine ha risposto:“Volevo vedere com’è fatta la guerra, ne ho sentito sempre parlare”. Quasi nessun m’ha dato la sola risposta che a me sembra valida: io sono qui per capire gli uomini, cosa pensa e cosa cerca un uomo che ammazza un altro uomo che a sua volta lo ammazza. Sono qui per provare qualcosa a cui credo: che la guerra è inutile e sciocca, la più bestiale prova di idiozia della razza terrestre. Sono qui per spiegare quanto è ipocrita il mondo quando si esalta per un chirurgo che sostituisce un cuore con un altro cuore; e poi accetta che migliaia di creature giovani, col cuore a posto vadano a morire come vacche al macello per la bandiera. É da quando sono al mondo che mi rompono l’anima con la bandiera, la patria, in nome di queste sublimi sciocchezze mi impongono il culto di uccidere, di essere uccisa, e nessuno mi ha ancora detto perché uccidere per una rapina è peccato, uccidere perché hai un’uniforme è glorioso.7 Fra il 1964 e il 1975, l’intervento militare degli Stati Uniti in Vietnam ha portato con sé anche un “intervento giornalistico”. Durante il conflitto «non convenzionale» 8, durante la più lunga guerra per il gigante 5Da Attacco Ingiustificato, sulla rivista Internazionale n.841, 9/15 aprile 2010, pag.21. 6IlSunni Islamic Iraqi Party, www.iraqiparty.com. 7O. Fallaci, Niente e così sia, Bur, Milano 1997, pag.15. 8Robert Mcnamara, due volte Segretario alla Difesa U.S.A. Il conflitto nel Vietnam non venne mai formalmente dichiarato. 5
militare a stelle e strisce, la più dolorosa per numero di perdite umane — circa 55000 caduti dell’esercito U.S.A.9 , rispetto ai 4426 in Iraq e ai 1348 in Afghanistan10 —, il giornalismo della carta stampata, il foto-giornalismo e quello televisivo, quest’ultimo tramite le prime perforanti immagini in movimento trasmesse nei salotti della middle class americana e mondiale, sono riusciti ad rappresentare il senso profondo della professione del reporter di guerra. Quello di informare, facendo conoscere e comprendere «l’orrore»11 . Solo chi l’ha vissuto sul campo può comprendere, ma ad esso alcuni giornalisti sono riusciti ad avvicinarsi. Dalla sua nascita, il Vietnam è stato teatro di scontro fra i suoi abitanti e cinesi prima, francesi poi, e infine americani: contro tutti la resistenza anticolonialista è riuscita a non soccombere, a mantenere la propria unità, anche contro una forza esterna tacciata dal Fronte di Liberazione Nazionale Vietnamita di essere «neocolonialista»12. Solo durante la guerra che ha coinvolto tre amministrazioni americane, tuttavia, si è cominciato a parlare di una «una sporca guerra»13, sanguinaria e ingiusta. Questi giudizi venivano spesso gridati durante manifestazioni a Parigi, Roma, Londra così come a Washington. Solo durante la filthy war, il 30 aprile 1970, Richard Nixon, di fronte agli occhi dei suoi «concittadini americani»14 con una bacchetta puntata sulla Cambogia e dichiarando la sua determinazione a condurre attacchi nei santuari dei vietcong15 , mostrava la sua preoccupazione anche per gli «attacchi gratuiti alle grandi istituzioni»16 fra le quali «le grandi università, sistematicamente distrutte»17. E quattro giorni dopo all’università di Kent, Ohio, la guardia nazionale americana apriva il fuoco su studenti universitari che si opponevano con le stesse definizioni del conflitto urlate a Parigi, Roma, Londra e 9F.Montessoro, Le guerre del Vietnam, Giunti, Firenze-Milano 2004, pag.113. 10I dai di Iraq e Afghanistan sono aggiornati al 10 ottobre 2010 per l'Iraq e al 22 ottobre 2010 per l'Afghanistan, da http://www.icasualties.org/. 11Colonnello Kurtz, in Apocalipse Now (id.), 1979, di F.F.Coppola. 12Ibidem, pag.69. 13A.Giardina, G.Sabatucci, V.Vidotto, Profili storici dal 1900 ad oggi, Laterza 2000, Roma-Bari, pag.540. 14President Nixon’s Speech on Cambodia, April 30, 1970, http://vietnam.vassar.edu/ doc15.html. 15Ibidem. 16Ibidem. 17Ibidem. 6
Washington; e ancora, dieci giorni dopo, il 14 e 15 maggio, altri proiettili prendevano la loro traiettoria verso altri studenti, questa volta del Jackson College, Missisipi, che contestavano la dottrina Nixon in politica estera e l'incerto «disimpegno militare U.S.A.» 18. In quei tre giorni la guardia nazionale si rese responsabile di sei morti e venti feriti, fra cui uno destinato ad una paralisi a vita. Negli anni 1969 e 1970, periodo «in cui ormai due americani su tre ritenevano opportuno lasciare il Vietnam al suo destino» 19, reduci appena rientrati, veterani dell’allora recente guerra di Corea (1950-1953) e della meno recente guerra mondiale, insieme a semplici cittadini chiedevano al loro governo di ritirarsi dal conflitto. Un conflitto visto come privo di un, ma soprattutto di una, fine. Un conflitto che aveva fatto quasi impazzire il presidente Johnson e che ne aveva estirpate troppe di ossa dalla “colonna vertebrale americana”, costituita, dalle sue truppe militari. In questo processo di presa di coscienza e di reazione, di una grossa fetta del popolo americano, non di un’accozzaglia di studenti codardi che temono l’arruolamento 20, le parole e le immagini degli inviati dal Vietnam, nonché la pubblicazione, iniziata il 13 giugno 1971, degli estratti di alcuni dei Pentagon Papers del New York Times e poi del Washington Post, ebbero un ruolo determinante. «Alcune persone dovrebbero essere messe al rogo per questo genere di cose... e acciuffiamo questo figlio di buona donna»21 , parole queste, pronunciate dal trentasettesimo inquilino della Casa Bianca Nixon, in relazione all’impatto che ebbero sull’opinione pubblica le lettere dattilografate e pubblicate da Neil Sheenan del New York Times aiutato da Daniel Ellsberg del Pentagono. Una potenza d’urto in tutto simile a quella della tecnologicamente avanzata macchina da guerra americana, della quale il generale Westmoreland continuava a esaltare, come con un panno la brillantezza. 18F.Montessoro, Le guerre del Vietnam, Giunti, Firenze-Milano 2004, pag.97. 19F.Montessoro, Le guerre del Vietnam, Giunti, Firenze-Milano 2004, pag.99. 20Parole di Richard Milhous Nixon sul movimento che si opponeva alla guerra; AA. VV., Vietnam, guida Lonely Planet, EDT, Torino, 2007, pag.31. 21Dalla conversazione telefonica delle 15:09 del 13/06/1971 fra Nixon e Kissinger, The pentagon papers:secret, lies and audiotapes (The Nixon Tapes and the Supreme Court Tape), disponibili dal 5 dicembre 2005, National Security Archive, http://www.gwu.edu/ ~nsarchiv/NSAEBB/NSAEBB48/nixon.html. 7
L’obiettivo di questa ricerca è di mettere il luce come i reportage e le parole e di alcuni inviati durante la guerra degli degli Stati Uniti in Vietnam, negli anni più intensi dell’intervento americano, abbiano contribuito a far comprendere la reale situazione che le truppe americane vivevano in quell’angolo del mondo e sottolineare l’importanza, attraverso gli articoli dell’epoca, del mestiere di reporter di guerra, mettendo in luce l’importanza e l’eccezionalità della copertura giornalistica in Vietnam in un periodo in cui l’interventismo militare statunitense non sembra essersi spento. La tesi vuole ridare lustro alle parole che non hanno mancato di lacerare, come il proiettile fatto esplodere dal revolver del generale Loan nella tempia di un sospettato Vietcong, l’indifferenza di molti.22 Nei primo capitolo mi soffermerò su concetti essenziali, come la decolonizzazione e la guerra fredda, utili ad una migliore comprensione dei due conflitti che hanno investito il Vietnam nel dopoguerra. Il secondo capitolo sarà dedicato alla guerra franco-vietnamita, iniziata nel 1946 e conclusasi nel 1954; mentre poi mi soffermerò su quelle fasi transitorie fra i due conflitti che hanno proiettato gli Stati Uniti verso la sua guerra più lunga. Lo scopo è quello di fornire un quadro storico, necessario per una più corretta comprensione degli articoli del tempo. L’ultimo capitolo, infine, riguarderà un’analisi di alcuni reportage, pubblicati fra il 1964 e il 1968, il periodo più militarmente e umanamente intenso della guerra del Vietnam. I giornalisti, di cui mi farò interprete traducendone gli articoli, saranno della redazione settimanale del Time. La scelta della rivista in questione è dettata dal fatto che essa è la prima e più prestigiosa news magazine degli Stati Uniti, che vanta quattro diverse edizioni (americana, europea, asiatica e del Sud Pacifico) e venticinque milioni di lettori nel mondo23. Inoltre, l'enorme database a dispozione su internet dal 1924, offre la possibilità di leggere senza alcun tipo di filtro le parole di politici, combattenti, nonchè giornalisti del tempo. 22Cfr. Immagine 1 in appendice. 23Venti negli Stati Uniti, cinque nel resto del mondo Dal sito di Time Magine http:// www.timewarner.com/corp/newsroom/pr/0,20812,1977391,00.html. 8
CAPITOLO 1. COLONIALISMO, GUERRA FREDDA E DECOLONIZZAZIONE. 1. IL COLONIALISMO. Secondo Francesco Montessoro1, l'origine delle ultime due guerre del Vietnam qui analizzate è da ricercare negli eventi che hanno segnato la decolonizzazione dell'Indocina francese2. Da queste sue considerazioni inizia la trattazione della guerra che ha investito il Vietnam dal 19 dicembre 1946 fino al 7 maggio 1954, giorno della sconfitta francese nel campo trincerato di Dien Bien Phu. Prima della decolonizzazione occorre dare però un quadro d'insieme del fenomeno del colonialismo. Esso rappresenta solo una parte del fenomeno dell'imperialismo, che consiste nella volontà di un popolo di allargare la propria influenza su altri, dominandoli, e nel controllo massiccio del territorio conquistato. Più precisamente il colonialismo è quella forma di imperialismo che prevede l'occupazione militare di una data regione e la creazione di veri e propri protettorati politici.3 Con l'età dell' imperialismo si intende il quarantennio che va dal 1871 al 1914. La pace e la sicurezza infusa anche dalla politica delle alleanze di Bismarck in Europa, rese possibile investire in una nuova espansione coloniale. 4 Nel 1877 la regina Vittoria si proclamò "imperatrice" delle Indie, non solo cioè dell'India propriamente detta, ma di tutti i territori sotto il controllo inglese fino a quel momento.5 1Ricercatore di storia contemporanea dell'Asia Orientale presso l'Università degli Studi di Milano che da anni compie studi sul Vietnam. 2F.Montessoro, Le guerre del Vietnam, Giunti 2004, pag.9. 3G.Barone, Imperialismo e colonialismo, in Manuale di Storia Donzelli. Storia contemporanea. Donzelli editore, Roma 1997, pag.280. 4Ibidem, pag.254 5P.Viola, Storia moderna e contemporanea. Volume terzo: L'Ottocento. Einaudi, Torino 2000, pag. 200-201. 9
L'età dell'imperialismo può essere considerato il quarto "nodo" fondamentale dell'espansione coloniale europea. Nel 1770 Guillarme François Raynal, abate e intellettuale francese, scriveva in Historie Philosophique et Politique che la scoperta dell'America (1492) e la rotta marina per l'Asia (1520) erano stati gli avvenimenti più importanti nella storia dell'uomo e soprattutto per l'Europa. Sei anni dopo Adam Smith, con La ricchezza delle nazioni spiegava l'importanza di questi due eventi fino a quel periodo e per il futuro. Raynal e Smith pubblicavano durante i viaggi di James Cook in Australia, Hawaii, Nuova Zelanda, e le prime invasioni inglesi dell'India che chiudevano la seconda espansione europea iniziata con la scoperta del Nuovo Mondo. Dalla fine del XVII alla fine del XVIII secolo si registrò in Europa una transizione durante la quale il potere passò dai paesi iberici agli stati atlantici dell'Europa del Nord. Iniziavano a porsi le condizioni della nascita della Rivoluzione industriale e dell'Impero coloniale britannico; la conoscenza del mondo, dei suoi abitanti e dei suoi prodotti si ampliava e si tesseva una rete sempre più fitta di scambi multilaterali che si sarebbero intensificati col passare degli anni.6 Tra il 1871 e il 1914, infatti, avviene un'ulteriore espansione europea durante la quale l'imperialismo diventa una necessità economica e politica per affermare la potenza di una nazione nel contesto politico mondiale, per trovare mercati di sfogo ai prodotti del processo di industrializzazione7 Le "motivazioni", le apparenti finalità che i colonizzatori hanno adoperato per giustificare la loro volontà imperialistica, nel tempo, sono cambiate. Fra il 1500 e il 1600 i «conquistadores» – soldati, esploratori e avventurieri spagnoli e portoghesi resisi responsabili di veri e propri genocidi (al momento della conquista gli abitanti del Messico erano circa 30 milioni, nel 1568 il loro numero si era ridotto a 3 milioni, altre popolazioni condivisero tale destino) in America 6G. Pagano, Il dominio coloniale, in Manuale di storia Donzelli. Storia Moderna. Donzelli editore, Roma 1998, pag. 427-428. 7P. Viola, Storia moderna e contemporanea. Volume Terzo: L'Ottocento. Einaudi, Torino 2000, pag.203. 10
centrale e meridionale – e i coloni inglesi in America settentrionale, in Australia e in Nuova Zelanda, avevano legittimato l'arricchimento legato alle colonie con la giustificazione morale di evangelizzare i pagani. 8 Si parla a questo proposito di colonie di popolamento in cui la popolazione bianca si era sostituita a quella indigena distruggendola o assimilandola. Un secolo più tardi gli europei avevano pensato che non occorreva l'occupazione di vasti spazi o creare amministrazioni nei territori conquistati, ma bastava costruire delle basi lungo le coste e nei punti strategici delle rotte delle diverse compagnie commerciali, che erano state "lo strumento organizzativo preferito della politica colonialista europea fino al XIX secolo".9 Prevaleva in questi anni l'aspetto puramente commerciale e non occorreva sostenere false costruzioni ideologiche necessarie alla conquista. A metà Ottocento la situazione cambiò nuovamente: servì, come durante la prima colonizzazione, un massiccio controllo del territorio. In questo periodo, infatti, le colonie non sono più solamente riserve di prodotti, ma i flussi economici si invertono e sono gli investimenti economici alla base della politica estera delle grandi potenze: le colonie diventano territori nei quali investire per costruire nuovi mercati extraeuropei. Un funzionario britannico in Egitto scriveva: "Non è sempre necessario indagare troppo da vicino che cosa queste popolazioni, tutte più o meno minorenni dal punto di vista nazionale, giudichino migliore per se stesse. È essenziale invece che ogni specifica questione sia decisa soprattutto in considerazione di ciò che noi, alla luce della nostra esperienza occidentale, pensiamo in coscienza sia più vantaggioso per la razza assoggettata"10. I colonialisti di fine Ottocento pensavano di governare le colonie come per educarle alla modernità, alla civiltà. Nella maggior parte dei casi si trattava di colonie di sfruttamento, nelle quali i colonizzatori erano presenti sul luogo con un 8Enciclopedia UTET, La Storia: Volume 6, Dalla crisi del trecento all'espansione Europea, De Agostini Editore, Novara 2004, pag.700. 9G.Pagano, Il dominio coloniale, in Manuale di storia Donzelli. Storia Moderna. Donzelli editore, Roma 1997, pag.445. 10P.Viola, Storia moderna e contemporanea. Volume terzo: L'Ottocento. Einaudi, Torino 2000, pag.201. 11
numero limitato di persone, risiedendovi per un periodo limitato solo per garantire il dominio politico e il controllo economico delle risorse locali. Esistevano casi di colonizzazione di popolamento, gli esempi più importanti sono il Sudafrica e l'Algeria francese, dove comunque veniva sovrapposto un insediamento permanente di coloni bianchi senza sostituire le popolazioni indigene.11 Si possono distinguere due tipi di economia coloniale. La prima comprendeva le colonie di popolamento ed investiva fortemente nella produzione del paese colonizzato; in Sudafrica, per esempio, dalla fine dell'Ottocento gli olandesi e poi gli inglesi avevano pieno possesso del capitale, dell'imprenditorialità e delle terre che avevano espropriato, e sfruttavano la popolazione nera del luogo che ha fatto parte, fino al 1990, di una classe sociale inferiore per l'imperare di una legislazione prettamente razzista (apartheid), fondata sulla legittimità del dominio politico della razza bianca colonizzatrice, a discapito dei diritti e dei miglioramenti sociali ed economici delle popolazioni indigene. La seconda invece, definita economia di tratta, vedeva gli stati occidentali partecipare solo al controllo delle importazioni e delle esportazioni dei paesi dominati. Tutto ciò portò ad un profondo mutamento dell'agricoltura dei paesi colonizzati che si specializzarono nella produzione di un solo prodotto, quello che più era conveniente all'economia della madre patria: il Senegal – per esempio, sempre durante gli anni immediatamente precedenti alla prima guerra mondiale – nella coltivazione degli arachidi o il Ghana nel cacao. Ciò rendeva i paesi più dipendenti dal commercio con l'estero e dalle grandi compagnie europee (l'inglese United Africa Company o la Compagnie française de l'Afrique Occidentale) che operavano in condizioni di monopolio. Gli occidentali in questo secondo tipo di colonizzazione erano presenti in minor numero, come funzionari o come commercianti e non come coloni, e il sistema politico era meno coercitivo. 11Cfr.G.Barone, Imperialismo e colonialismo in Mauale di storia Donzelli. Storia Contemporanea. Donzelli editore, Roma 1997, pag. 257-258, e P.Viola, Storia moderna e contemporanea. Volume terzo: L'Ottocento. Einaudi, Torino 2000,pag. 199, 200, 201. 12
Fra questi due estremi esistevano forme intermedie e miste di colonizzazione, come, per esempio, in Congo dove vi erano forti investimenti stranieri senza che ciò comportasse l'insediamento dei coloni bianchi12. 12G.Barone, Imperialismo e coloniali12smo in Manuale di storia Donzelli. Storia Contemporanea. Donzelli editore, Roma 1997, pag.257-258. 13
2. IL COLONIALISMO DEGLI STATI UNITI. Particolare attenzione meritano nel contesto dell'imperialismo anche gli Stati Uniti. Dopo il modello europeo e giapponese, – che nel 1894 durante «l'era Meiji» (illuminata) giunse, seguendo un capitalismo che lo storico inglese W. G. Weasley interpretava col militarismo e colla volontà di competere con le grandi potenze, a ottenere l'abolizione dei «trattati ineguali» imposti poco meno di quarant'anni prima – gli Stati Uniti rappresentano un terzo e diverso modello di espansione. Nel corso dei primi quindici anni del 900 gli investimenti esteri degli Usa superarono quelli che venivano attuati nel territorio nazionale e ciò determinò il sorgere di attive correnti politiche e culturali favorevoli all'espansione oltremare. Seguendo il modello dell'economia di tratta gli Stati Uniti, sebbene «anticolonialisti», cioè contrari all'occupazione militare dei territori, sicuramente non erano contrari alla conquista dei mercati, agli investimenti e alla conseguente creazione di zone di influenza. Il dominio coloniale non rappresenta quindi la forma esclusiva, nè tanto meno la forma più conveniente di imperialismo economico, che, in molti casi preferisce fondarsi sul controllo indiretto e informale (indirect rule), penetrando nei paesi più deboli attraverso l'esportazione dei capitali e stabilendovi zone d'influenza. Gli Stati Uniti infatti si impegnarono solo marginalmente nella conquista di colonie, ma dopo il 1945 creeranno il più grande impero «informale» della storia.1 1G.Barone,Imperialismo e colonialismo in Manuale di storia Donzelli, Storia Contemporanea, Donzelli editore, Roma 1997, pag.262-263 e 278-279. 14
3. LA DECOLONIZZAZIONE E LA GUERRA FREDDA. Col termine decolonizzazione si intende il periodo che si intreccia alla guerra fredda e si esplica anche attraverso il terzomondismo. Esso porta allo smantellamento dell'antico sistema coloniale europeo e l’accesso all’indipendenza dei popoli afro-asiatici, "ognuno dei quali col suo governo, la sua burocrazia, il suo esercito, il suo seggio alle Nazioni Unite".1 I cinquantuno stati facenti parte della precedente Società delle Nazioni del '45, infatti, nel '65 diventano, in seno all’ONU, centoventi e gli originari dodici stati afro-asiatici crescono fino a settanta. In meno di due decenni, quindi, gran parte dell'Asia Meridionale, aree del Medio Oriente e quasi tutta l'Africa vedono aggravarsi la crisi dei grandi imperi coloniali europei.2 La vulnerabilità del colonialismo europeo si era manifestata con chiarezza in Asia quando il Giappone aveva cacciato tutte le potenze europee dal Sud-est asiatico durante la seconda guerra mondiale; inoltre, i principi di libertà e di autodeterminazione democratica, due degli otto punti dell'accordo anglo- americano, per trattare l’ingresso in guerra degli Stati Uniti (Carta Atlantica), acquistavano successivamente sempre maggior peso nelle relazioni internazionali, concorrendo a ridurre ulteriormente l'alone di legittimità del colonialismo. Infine i movimenti nazionalistici e indipendentisti nati e sviluppatisi durante la grande guerra, si erano rinforzati sia in seguito alle lotte di resistenza ai giapponesi – come in Indocina –, sia per il rinvigorimento delle borghesie commerciali, favorito dalla mobilitazione bellica dei colonizzatori che aveva dato un grande impulso alla produzione e all'attività commerciale locale – vedi l'India e l'impero britannico.3 Anche se come scrive Viola "nella maggior parte dei casi il colonizzato era un depresso, o addirittura un disperato che non intravedeva neppure una via d'uscita, e che desiderava spasmodicamente sostituirsi al colonizzatore, abitare nei suoi 1P.Viola,Storia moderna e contemporanea, Volume quarto: Il Novecento, Einaudi, Torino 2000, pag.282. 2F.Romero, Guerra fredda e decolonizzazione, in Manuale di storia Donzelli, Storia contemporanea, Donzelli, Roma 1997, pag. 483-484. 3Ibidem. 15
quartieri, parlare la sua lingua, possedere la sua forza, le sue ricchezze, le sue donne, i suoi modi, i suoi valori. Ma – continua – questo desiderio era inappagabile per definizione. L'ultimo operaio, l'ultimo contadino europeo aveva sempre potuto sperare nell'ascesa sociale dei suoi figli. Il colonizzato no, perché ostacolo insormontabile era il colore della sua pelle. Perfino in India, malgrado la raffinatezza intellettuale e politica di quel paese e il relativo autogoverno che gli inglesi permettevano, la distanza sociale fra «i gentiluomini dalla pelle scura», cioè la classe dirigente autoctona, e i funzionari o i mercanti britannici era incolmabile" 4. Guerra fredda, cioè non guerreggiata, è il termine usato dal giornalista Walter Lippmann per stigmatizzare la condizione di tensione permanente tra Stati Uniti e Unione Sovietica nel dopoguerra. Un antagonismo tra Est Europeo e Ovest che si scrutavano diffidenti e negavano a vicenda ogni reciproca legittimità, percependo l'avversario come una minaccia al proprio sistema di valori e forse, alla propria sopravvivenza: era una guerra simbolica totale in cui l'Unione Sovietica veniva paragonata dagli Stati Uniti alla Germania di Hitler e gli Stati Uniti ad un impero ansioso solo di estendere il proprio dominio sul mondo.5 Essa si combattè tramite una rincorsa al potenziamento militare delle due superpotenze, in un contesto storico che non vedeva più gli Stati Uniti come unico stato detentore di armi nucleari (nell'agosto del '49 l'U.R.S.S. fa esplodere la sua prima bomba atomica). Concretamente in Europa la guerra fredda si percepisce in vari momenti, una volta che il presidente Truman decide di agire seguendo la strategia militare del contenimento del comunismo. Il 12 marzo 1947, gli Stati Uniti sostituiscono la Gran Bretagna nei rifornimenti alla Grecia e alla Turchia, sostenendo la fazione anticomunista delle rispettive guerre civili. Truman annuncia di "volere sostenere i popoli liberi che intendono resistere a tentativi di assoggettamento da parte di minoranze armate o di pressioni esterne".6 4P.Viola, Storia moderna e contemporanea, Volume quarto: Il Novecento, Einaudi, Torino 2000, pag.287. 5F.Romero, Guerra fredda e decolonizzazione, in Manuale di storia Donzelli, Storia contemporanea, Donzelli, Roma 1997. 6 Ibidem. 16
Il Blocco di Berlino con il quale l'Unione Sovietica, il 24 giugno del '48, blocca tutti gli accessi alla città per fermare gli aiuti del Piano Marshall, programma economico occidentale i cui scopi si intrecciano con la strategia del contenimento, e i colpi di stato nei paesi dell'Est, la cosiddetta sovietizzazione, con cui le zone d'influenza sovietica, nell’Europa orientale, diventano un blocco di regimi comunisti omologhi, si spiegano solo alla luce di questo nuovo ordine bipolare che vive i suoi anni più intensi fra il 1950 e il 1953. Con l'ascesa al potere di Mao Dzedong nel 1949 Truman vede nel comunismo cinese un movimento indistinto e planetario, al pari di quello sovietico e ciò lo porta ad intervenire nella Guerra di Corea portando la guerra fredda fuori dal teatro europeo.7 7F.Romero, Guerra fredda e decolonizzazione, in Manuale di storia Donzelli, Storia contemporanea, Donzelli, Roma 1997. 17
4. LA DECOLONIZZAZIONE IN ASIA E NEL MEDIO ORIENTE Furono le popolazioni asiatiche le prime a rendersi indipendenti. 1 L’India in testa, col riconoscimento del proprio stato a maggioranza indù e quella del Pakistan, a maggioranza musulmana, nel 1947 grazie al sogno non pienamente realizzato di Mohandas Karamchand Gandhi. Il leader del Partito del congresso e del relativo movimento indipendentista non violento sperava in un unico stato laico, che avrebbe ospitato indù e musulmani, insieme. Per quanto riguarda il Sud-Est asiatico, il processo di emancipazione e gli sviluppi successivi sono stati condizionati dal confronto fra le forze nazionalistiche (conservatrici o progressiste) e i movimenti comunisti che dal 1949, con la nascita della Repubblica Popolare di Cina guidata da Mao, guardavano a questa come loro base. In quest’area gli U.S.A. concessero l’indipendenza alle Filippine nel 1946 dove governi di carattere autoritario - come quello guidato da Ferdinand Marcos al potere dal ’65 all’86 - si impegnarono a sopprimere la guerriglia condotta da forze separatiste musulmane e comuniste. L’Indonesia ottenne l’indipendenza nel 1946 grazie al movimento guidato da Ahmed Sukarno che trasferì il governo nelle mani delle forze militari nel 1965 dopo un fallito tentativo di rivolta rossa. Anche in Medio Oriente la seconda guerra mondiale accelerò, in parte, il processo di decolonizzazione con la nascita dello Stato di Israele nel 1948 aprendo così il problema di uno spazio palestinese e accendendo la prima guerra arabo-israeliana, la “Guerra d’indipendenza” per Israele, la “Nakba” - “Catastrofe” - per gli arabi. Nel 1952 il regime di Nasser in Egitto con la rivolta degli ufficiali sanciva la fine della monarchia e l’Egitto acquistava una posizione di grande rilievo fra i paesi mediorientali, soprattutto dopo la Crisi del canale di Suez del ‘56 e il conseguente abbandono del canale di francesi e inglesi. 2 1Cfr.Cartina n.1 in appendice. 2F.Romero, Guerra fredda e decolonizzazione, in Manuale di storia Donzelli, Storia contemporanea, Donzelli, Roma 1997. 18
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