La Copertina d'Artista - Il Futuro è aperto 2020 - Smart Marketing

Pagina creata da Edoardo Scotti
 
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La Copertina d'Artista - Il Futuro è aperto 2020 - Smart Marketing
La Copertina d’Artista - Il Futuro è aperto
2020
Un hashtag alquanto bizzarro fa bella mostra di sé sulla copertina del 69° numero del nostro
magazine che apre un nuovo decennio di pubblicazioni.

Fedele alla natura di “aggregatore tematico” dell’hashtag, l’artista di questo mese, al secolo
Costantino De Sario, amalgama diverse visioni, codici, linguaggi e significati in una potente
immagine, quasi un’icona laica della nostra contemporaneità.

L’artista ha fatto del suo meglio per addensare, stratificare, destrutturare e manipolare i materiali
che compongono l’immagine finale, come se cercasse una maniera di nasconderci i suoi riferimenti,
le sue fonti, che però emergono potenti dappertutto nella sua opera.
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Riconosciamo le pitture rupestri di Altamira in Spagna e Lascaux in Francia con cavalli, tori, uri e
le impronte in negativo delle mani disseminati su tutta l’immagine, in basso a sinistra vediamo la
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Venere di Willendorf, qui e là altri elementi più difficili da interpretare, come la cartina geografica
di una porzione del Sud Africa, il volto di una bambina, forse dai tratti orientali, che piange disperata
e le scritte di un manifesto cinematografico.

L’artista omaggia anche il nome ed il logo del nostro mensile ed il titolo di questo numero: “Il
futuro è aperto”.

Insomma, siamo di fronte ad un’immagine davvero fitta di elementi, della quale non comprendiamo
immediatamente il significato, ma che non di meno ci attrae e ci incatena al suo mistero.

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no De Sario.

La domanda che ci poniamo immediatamente è: ma perché se il tema ed il titolo del giornale è “il
futuro è aperto” l’artista ci rappresenta soprattutto elementi arcaici, come le pitture rupestri e una
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delle sculture più antiche, come la Venere di Willendorf?

E poi ancora: cosa significano la bambina che piange e la cartina geografica?

Come sempre ci chiediamo: che cosa vuole dirci l’artista?

Questa volta la complessità della rappresentazione ci costringe a qualche volo pindarico, nondimeno,
però, noi sappiamo che il significato ultimo di qualsiasi opera lo attribuisce lo spettatore, e con la
consapevolezza di questa verità noi azzardiamo un’interpretazione, partendo dalle nostre più
immediate sensazioni, dal nostro istinto, dalla nostra prima impressione.
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L’opera di Costantino De Sario pare un omaggio all’arte come supremo patrimonio dell’uomo; per
parlarci di futuro, l’artista ci immerge nel nostro più recondito passato, con la nascita stessa del
gesto artistico e dell’arte. Come una macchina del tempo, l’hashtag del De Sario ci trasporta nel
passato e ci racconta di come l’uomo si affranchi dalla mera sopravvivenza e cominci davvero a
vivere, proprio quando inizia a rappresentare artisticamente il mondo intorno a lui.

Prima della scrittura, prima della storia, prima dell’epica, prima di tutto quanto, l’uomo si distacca
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dal mondo animale quando comincia a dipingere e scolpire. È in quel momento che l’uomo diventa
sapiens, che l’uomo diventa il dio del suo destino, diventa l’alfa e l’omega.

L’arte ci ha permesso, ci dice l’artista, di scrollarci di dosso la nostra bestialità, ci ha definitivamente
consacrato come individui, attraverso l’arte ci siamo evoluti e proprio l’arte ci ha aperto le porte del
progresso e quindi del futuro.

E, probabilmente, in tempi come i nostri, persi nel flusso caotico dell’informazione, sommersi dai
dati, assillati dalle immagini, l’hashtag del De Sario ci ricorda che l’arte, quella antica e quella
contemporanea, può, o meglio deve, essere il punto di partenza per un nuovo rinascimento
dell’umanità.
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L’arte che dischiude il nostro futuro, carico di promesse, pieno di opportunità, è finalmente aperto
davanti a noi.

L’artista sarebbe stato d’accordo con Winston Churchill, quando scrisse che “Più si riesce a
guardare indietro, più avanti si riuscirà a vedere”, e noi non possiamo che convenire con loro.
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Costantino De Sario è nato a Terlizzi in provincia di Bari, dove vive e opera. Ha studiato
all’Accademia di Belle Arti di Bari ed ha esposto in numerose mostre, personali e collettive, in Italia
ed all’Estero. È un artista che si occupa di tematiche legate alla comunicazione visiva, da sempre
attento indagatore dei linguaggi contemporanei. La sua ricerca artistica si muove fin dagli esordi,
negli anni ’80, nel solco della pop art, che gli ha permesso di sperimentare una moltitudine di
tecniche e materiali, dalla tela dei jeans ai pannelli pubblicitari, dai manifesti cinematografici alle
lattine, dalle luci intermittenti ai monitor televisivi.

Ultime mostre

2019

“Coming soon”, Mediateca Regionale Pugliese, Bari (Personale)

2016

“Parola d’Artista”, Pinacoteca De Napoli, Terlizzi (Bari)

2014

“Look in my heart” Mostra Antologica (Opere dal 1984 al 2014), Pinacoteca De Napoli, Terlizzi (Bari)
(Personale)

2011

“Meridiana Face” Studio- abitazione Lucia Buono, Bari e Ra comunicazione totale, Terlizzi (Bari)

Per informazioni e per contattare l’artista Costantino De Sario:
www.costantinodesario.it

www.saatchionline.com/Costantino De Sario

Ricordiamo ai nostri lettori ed agli artisti interessati che è possibile candidarsi alla
selezione della quinta edizione di questa interessante iniziativa scrivendo ed inviando un
portfolio alla nostra redazione: redazione@smarknews.it

Il futuro è aperto - L'editoriale di Ivan
Zorico
La Copertina d'Artista - Il Futuro è aperto 2020 - Smart Marketing
Viviamo nell’era della personalizzazione.
Tutto è pensato per soddisfare ogni piccola singola
esigenza perché ognuno di noi, indistintamente, si aspetta
di ricevere un prodotto/servizio su misura.

Quando acquistiamo un prodotto, soprattutto online, ci aspettiamo di poterlo comporre come più ci
aggrada: colore, taglia, inserti vari, modelli, ecc.. L’aspettativa è quella di poter avere un prodotto
quanto più vicino a quello che avevamo in mente; certo le opzioni sono preimpostate da qualcun
altro, ma il punto non cambia: vogliamo poter decidere. E lo facciamo. Siamo ben convinti di cosa
vogliamo e se una data offerta non ci soddisfa, cambiamo rivenditore senza pensarci due volte.

Stessa cosa vale quando ci approcciamo all’acquisto di un servizio. Vogliamo avere la sensazione
che quel servizio sia stato pensato appositamente per noi. Per cui ci informiamo sulle
condizioni e le modalità di fruizione, stando bene attenti all’esperienza che andremo a vivere. Ancora
una volta, se la tale offerta non dovesse incontrare i nostri gusti, passeremmo ad un competitor in
grado di soddisfarci.

Quindi che sia un prodotto o servizio, poca importa. Sappiamo bene cosa vogliamo e non accettiamo
sconti. Ed è giusto che sia così

Immagino che sin qui siamo tutti d’accordo.
Quello che non mi torna però è vedere molte di quelle stesse persone non mettere la medesima
determinazione per orientare qualcosa di ben più importante di una scelta d’acquisto: la propria
vita.

Giornalmente vediamo e incrociamo persone (forse anche noi stessi) non soddisfatte della propria
vita che non fanno nulla per modificarla. Li vediamo lì, passivi, a condurre esistenze che non
vorrebbero, a replicare schemi non propri e ad accettare condizioni che non li soddisfano.

  Il futuro è molto aperto, e dipende da noi, da noi tutti. Dipende da ciò che voi e io e molti altri
  uomini fanno e faranno, oggi, domani e dopodomani. E quello che noi facciamo e faremo dipende
  a sua volta dal nostro pensiero e dai nostri desideri, dalle nostre speranze e dai nostri timori.
  (Karl Popper)

Viaggiano con una sorta di pilota automatico verso direzioni non bene specificate e comunque ben
lontane dalle cosiddette “coordinate delle felicità”. Coordinate uniche, come unici siamo tutti
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noi.
E se è così, ed è così, allora perché ci ostiniamo a seguire strade e percorsi non decisi da noi?

         Scopri il nuovo numero > Il futuro è aperto
A questa domanda potremmo dare più di una risposta plausibile.
Tra le tante credo che una, più di tutte, possa avere diritto di cittadinanza: abbiamo paura. Porsi
una domanda così pesante ci obbliga a dare una risposta altrettanto pesante e, evidentemente, non
abbiamo davvero il coraggio di farcela. O, meglio, di fare i conti con la relativa risposta.

La paura del cambiamento è assolutamente umana.
Qualche anno fa mi sono imbattuto in questa frase di Raphaelle Giordano “La tua seconda vita
comincia quando capisci di averne una sola” ed ho avuto come una illuminazione. Pensiamo sempre
di avere tempo per realizzare i nostri sogni, pensiamo sempre di avere mille possibilità da
percorrere, pensiamo sempre di poter iniziare a vivere, “uno di questi giorni”, davvero la vita che
vorremmo, salvo poi svegliarci una mattina e comprendere che nulla è cambiato, che nulla
abbiamo fatto per cambiare.

  Tra vent’anni sarai più infastidito dalle cose che non hai fatto che da quelle che hai fatto. Perciò
  molla gli ormeggi, esci dal porto sicuro e lascia che il vento gonfi le tue vele. Esplora. Sogna.
  Scopri. (Mark Twain)

Il futuro è aperto ed è la verità. Ma non ci viene incontro. Siamo noi a doverlo costruire. Le
possibilità ci sono, le opportunità pure. Come anche le difficoltà insite al cambiamento o alla
semplice presa di coscienza di quello che vogliamo dalla nostra vita.

E qui torniamo al punto di partenza. Dobbiamo cercare con vigore quello che vogliamo e non
accontentarci di altro. Magari non sarà qualcosa che raggiungeremo subito, ma nel frattempo
saremo già entusiasti del nuovo percorso intrapreso. E questo mi sembra già abbastanza per farlo
veramente.

Buona lettura,

                                                                                             Ivan Zorico

Ti è piaciuto? Hai qualche considerazione in merito? Fammelo sapere nei
commenti. Rispondo sempre.
Se vuoi rimanere in contatto con me questo è il link
giusto: www.linkedin.com/in/ivanzorico

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Il Futuro è aperto – L’editoriale di
Raffaello Castellano
Nell’ultimo numero del nostro magazine chiudevo il mio
editoriale con una citazione del famoso filosofo della scienza
Karl Raimund Popper, tratto dal libro “La lezione di questo
secolo”:

“Il futuro è molto aperto, e dipende da noi, da noi tutti. Dipende da ciò che voi e
io e molti altri uomini fanno e faranno, oggi, domani e dopodomani. E quello che
noi facciamo e faremo dipende a sua volta dal nostro pensiero e dai nostri
desideri, dalle nostre speranze e dai nostri timori. Dipende da come vediamo il
mondo e da come valutiamo le possibilità del futuro che sono aperte.”
Ragionando e riflettendo su questa citazione con l’amico e collega Ivan Zorico, abbiamo deciso di
partire proprio dall’augurio del filosofo austriaco per il tema di questo nuovo numero di Smart
Marketing, che apre un nuovo anno e un nuovo decennio.

Era un po’ di tempo che ragionavamo sull’esigenza di creare un tema fisso per il numero di gennaio,
mese che, sia per consuetudine che per definizione, è quello dei buoni propositi, delle decisioni e
delle scelte che molti di noi si pongono sul futuro. Non potevamo rischiare però di fare un altro
“#Ripartitalia”, anche se i temi e gli obbiettivi erano per lo più gli stessi del nostro abituale
numero di settembre, con una differenza sostanziale tuttavia: lì dove “#Ripartitalia” si occupa delle
idee per far ripartire un sistema, un’economia, il Paese, qui, nel numero di gennaio, ci sembrava che
la riflessione riguardasse gli “individui”.

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Insomma, si trattava di trovare un argomento che, ogni gennaio, ci desse gli spunti, le motivazioni e
gli strumenti per affrontare il nuovo anno con una marcia in più ed una ritrovata e rinnovata fiducia.

Sarà stata la citazione di Popper o il cambio del decennio, o entrambe le cose, ma questo gennaio
siamo riusciti a trovare una sintesi prendendo a prestito proprio la prima parte della citazione del
filosofo, che è anche il titolo di un libro scritto a 4 mani con il celebre etologo Konrad Lorenz e
quindi, da questo gennaio 2020, il nostro numero si chiamerà “Il Futuro è aperto”, proprio perché
sposa perfettamente la nostra filosofia aziendale, la nostra mission, il nostro inguaribile ottimismo.

Però, qualcuno dei più disincantati fra i nostri lettori si potrebbe chiedere: ma
davvero questo “inguaribile ottimismo” è la strategia giusta per affrontare il
futuro, aperto o chiuso che sia???

La fiducia nelle nostre possibilità, la speranza nelle nostre potenzialità, la
certezza del nostro valore sono ben riposte???

Insomma, non sarebbe più funzionale un sano pessimismo???
In fondo, questo gennaio 2020 non è proprio cominciato con i migliori auspici, tre crisi su tutte: la
concreta e non ancora scongiurata guerra fra gli USA e l’Iran; il fallimento del World
Economic Forum di Davos sulle tematiche green e sulle politiche sul riscaldamento globale;
l’esplosione in Cina dell’epidemia di Coronavirus.
Scopri il nuovo numero > Il futuro è aperto
Insomma, c’è poco da stare allegri: in fondo rischiamo una guerra fra uno stato fondamentalista e
un’America sempre più guerrafondaia ed imperialista; il riscaldamento globale continua ad essere
ignorato, nonostante i disastri ambientali e fenomeni climatici estremi che ormai periodicamente ci
affliggono; infine, l’epidemia del “coronavirus” ha messo in ginocchio il gigante economico cinese
che, secondo le previsioni, perderà 1,2 punti del PIL e che già sta vedendo la chiusura delle grandi
multinazionali come McDonald e Starbucks e la sospensione dei voli da e per la Cina delle maggiori
compagnie del mondo.

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Vuoi vedere che io, l’amico Ivan, Karl Popper e Konrad Lorenz non abbiamo capito la
gravità della situazione e ci stiamo sbagliando???

Ma quale fiducia, speranza ed ottimismo, qui la situazione è tragica!
Beh, permettetemi di argomentare un attimo la mia risposta: essere ottimisti non vuol dire ignorare i
problemi, sottovalutarli o simili, essere ottimisti significa sapere quanto si vale e sapere che, alla
fine, si può fare la differenza, essere ottimisti significa affrontare quegli stessi problemi, sicuri di
riuscire a risolverli, sbagliando ed imparando da quagli stessi sbagli, essere ottimisti non significa
essere immuni o al sicuro dall’errore, ma, paradossalmente, significa imparare ad “amare” i nostri
errori, perché è proprio quando erriamo che impariamo qualcosa di nuovo, di utile e di funzionale
per le nostre vite.

E, su questo argomento, Karl Popper la pensava allo stesso modo, sentite cosa ha scritto per noi e
per se stesso:
“Evitare errori è un ideale meschino. Se non osiamo affrontare problemi che
sono così difficili da rendere l’errore quasi inevitabile, non vi sarà allora sviluppo
della conoscenza. In effetti, è dalle nostre teorie più ardite, incluse quelle che
sono erronee, che noi impariamo di più. Nessuno può evitare di fare errori; la
cosa grande è imparare da essi.”
Fatemelo ripetere: “Nessuno può evitare di fare errori; la cosa grande è imparare da essi”.
Ecco, questo è, alla fine, quello che differenzia un’ottimista: sapere che, anche sbagliando, qualcosa
s’impara, forse la cosa più importante, s’impara a non sbagliare più ed a trovare altre vie per
risolvere i nostri problemi.

Quindi vi lascio, fiducioso di avervi convinto ed attirato al mio – al nostro – ideale ottimistico, e se
non ci sono riuscito, se mi sono sbagliato, se sono in errore, pazienza, non mi arrendo, troverò altre
strade per persuadervi che “essere ottimisti” è meglio per tutti.

Buona lettura.

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Perché’ il coach sarà la professione del
futuro
“Cosa fai nella vita?” se a questa domanda ti senti rispondere “faccio il coach” è il caso che
approfondisci la conversazione. In Italia la professione del coach non è ufficialmente riconosciuta e
certamente non ha tutele e limiti legali, ma la sovrabbondanza di corsi e master professionalizzanti
ci spinge a chiederci qualcosa di più.

Purtroppo nel nostro Bel Paese chiunque può avvalersi di questo titolo, almeno per il momento, ma
questo non deve neanche per sbaglio farvi pensare che la facilità con cui il titolo viene auto
attribuito sia sinonimo di inutilità o superficialità della professione. A livello Europeo esiste un albo
riconosciuto che vede iscritti anche tutti i coach italiani che hanno conseguito master e percorsi
professionalizzanti per specializzarsi in una disciplina che, non ho dubbi, diventerà popolarissima in
breve tempo.

Ma a questo punto chiediamoci “cosa è il coach?”.
L’International Coach Federation (ICF) definisce il coaching come una partneship con il cliente che,
attraverso un percorso collaborativo di riflessione e stimoli, accompagna l’assistito a sviluppare il
suo potenziale in maniera piena, migliorando la qualità della propria vita. A differenza di altre
professioni quali lo psicoterapeuta o il counseulor, il coaching si concentra esclusivamente sul
presente e sul futuro. Non serve ad alleviare il dolore psicologico derivante da nodi non risolti del
passato e tantomeno ad analizzare disturbi emotivi o cognitivi. Come suggerisce proprio la parola
coach, questo ruolo è quello dell’allenatore, del mister che ti prepara nel campo della vita. Lo sport,
dove questa disciplina oltre al nome è nata, si presta benissimo a spiegare i meccanismi che
supportano tale approccio.

I veri campioni nelle discipline sportive, quelli che toccano i record mondiali, che vincono numerose
medaglie alle olimpiadi o che fanno la storia della loro disciplina non sono solo atleti. Per diventare
dei grandi campioni non basta avere un fisico allenato e possente, una tecnica efficace e strategica.
Per diventare “qualcuno da ricordare” devi avere la testa focalizzata su quello che desideri
raggiungere. Il nostro cervello è una macchina fantastica, ma il suo obiettivo principale è quello di
proteggerci. È per questo che vede pericoli e fallimenti ovunque, è per questo che tende a pensare
negativo, è per questo che ci spinge ad essere conservativi piuttosto che coraggiosi nelle scelte di
tutti i giorni. Ed è così, spesso senza accorgercene, che ci troviamo rinchiusi in gabbie
immaginarie costruite da noi stessi senza ricordare come e quando questo processo di
ingabbiamento sia cominciato.

         Scopri il nuovo numero > Il futuro è aperto
Il coaching ti aiuta ad esplorare le tue possibilità, a risvegliare i tuoi talenti, a trovare il
coraggio di vivere la tua vita in modo pieno e appassionato assecondando i tuoi desideri e non le tue
paure. Un allenatore, appunto, di potenzialità che attraverso una serie di domande e di esercizi ti
aiuta ad esplorare il tuo essere. Avere una visuale diversa e imparare ad osservare i nostri limiti ci
aiuta a darci delle chances. Noi per primi, purtroppo, siamo i peggiori critici e boicottatori di noi
stessi.

È facile allora dedurre come mai la professione del coach da molti è considerata in crescita e in una
vera e propria fase di esplosione. Viviamo nel paradosso di avere un mondo pieno di
opportunità e la paura costante di non essere all’altezza dei nostri sogni. Sappiamo di poter
realizzare ciò che vogliamo, ma annaspiamo nell’incubo del fallimento. La società ci guarda, ci
giudica, ci condanna ancor prima che le nostre azioni si compiano e il timore dell’essere “fuori dal
gruppo” ci costringe ad una vita piatta e senza colpi di scena. Così si perdono occasioni, si lascia
passare il tempo, ci si accontenta di quello che arriva, anche quando si potrebbe essere destinati a
molto di più!

Partendo da se stessi, lavorando sulla propria autostima, analizzando le situazioni da ottiche diverse
e mettendosi in discussione, si può arrivare a capire le azioni da compiere per essere pienamente
consapevoli e attori protagonisti del proprio futuro. La guida di un coach non fa altro che
incentivare, sostenere, incoraggiare e accompagnare in un percorso di liberazione dagli
schemi mentali e dai limiti che ci si auto infligge.

Pensare ad un coach è come pensare ad un compagno di viaggio che non conosce la strada ma sa
aiutarti a trovarla.

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LinkedIn: 4 consigli per creare un
business di successo
Che cos’è LinkedIn? Una piattaforma per la ricerca del lavoro? Un network di professionisti per lo
scambio di idee e opinioni?

Non solo. LinkedIn è un’opportunità.
Lo è per le aziende tanto quanto per le persone, perché accende i riflettori sulle abilità e sulle
competenze personali, offre la visibilità che ci permette di emergere in una platea di dita sollevate in
cerca di attenzione.

Così è iniziato il boom d’iscritti
Sembra che oggi in tanti si siano accorti dei suoi innumerevoli vantaggi. Basta cliccare sull’icona
“lavoro”, digitare una località e un profilo ricercato per vedere in quanti minuti il numero di
candidati per quella posizione schizza da 30 a 150. Chi è in cerca di un’occupazione lo sa bene e
probabilmente non apprezza una concorrenza così consistente, ma ciò è dovuto all’inarrestabile
crescita del social network negli ultimi anni. Una crescita che ha fatto schizzare, nel 2019, il numero
di utenti a oltre 660 milioni distribuiti in 200 paesi diversi.

Non male vero?
Sono state l’acquisizione da parte di Microsoft e l’introduzione di nuove funzionalità, come i video in
diretta, a far aumentare il numero di iscritti. Così LinkedIn è stato incoronato re tra gli
strumenti professionali di ricerca e consolidamento del lavoro. Ma non tutti quelli che hanno
riconosciuto la sua leadership sanno davvero utilizzarlo. Molte funzionalità sono sconosciute o poco
sfruttate dagli utenti.

Come si supera la prova della visibilità
Non esiste una guida definitiva che dica come interagire o trovare lavoro su LinkedIn, ma possono
valere alcuni suggerimenti pratici.

La prima cosa da fare per chi ha un profilo su questa piattaforma o ha intenzione di crearne uno, è
curarla nei minimi dettagli.

Banale? Forse solo all’apparenza.

Sia che si tratti di una pagina Corporate che di una privata, bisogna prestare attenzione
all’immagine di copertina e alla foto profilo, scegliere quella che meglio ci identifica perché sono il
nostro biglietto da visita. Stessa cosa vale per tutte le sezioni in cui possiamo parlare di noi
(sommario, riepilogo, percorso professionale e accademico, traguardi raggiunti, competenze, etc.).

Poi non va dimenticato che tutte le azioni che compiamo sulla “home” vengono incorporate tra le
nostre attività e il nostro potenziale recruiter vedrà a quali contenuti prestiamo attenzione e quali
sono le nostre idee in merito a un argomento.

         Scopri il nuovo numero > Il futuro è aperto
La seconda regola d’oro per avere un profilo che sa farsi notare è coinvolgere con articoli o
contenuti interessanti per il proprio target o per i propri dipendenti, nel caso delle aziende.

Un esempio su tutti? Marco Montemagno.

Un imprenditore del web che ha compreso perfettamente le dinamiche di tutti i social network (il
suo canale YouTube ha 529.000 iscritti). Montemagno parla la lingua del suo pubblico, appare
sempre schietto e spontaneo, anche se magari ha preparato per una settimana il suo discorso e sa
interagire perfettamente su LinkedIn, che ultimamente sta utilizzando per promuovere un libro su
come prepararsi ai lavori del futuro.

Non esistono contenuti adatti a tutti i contesti, almeno nella maggior parte dei casi, e adeguarli
all’ambito di destinazione è il primo passo per raggiungere l’obiettivo della visibilità.

  Leggi anche:

  ■   Cercare il lavoro nell’era di LinkedIn, di Google e del digitale: guida e consigli pratici.

Punto tre: fare investimenti. Per avere una cassa di risonanza davvero ampia è utile fissare un
budget e investire in Talent Solution o Marketing Solution, due diverse opzioni che LinkedIn offre, a
prezzi elevati rispetto agli altri social, questo va detto, per reclutare risorse o fare pubblicità.

Il funzionamento è più o meno identico a quello di Facebook Business Manager. Si fanno
sponsorizzazioni profilate, con target e obiettivi precisi per favorire quello che viene comunemente
definito inbound marketing (per cui sono i clienti che trovano il prodotto e non il contrario, come nel
marketing tradizionale).

L’ultimo suggerimento: misurare e pianificare.

Non si possono ottenere risultati significativi senza avere ben chiari il punto di partenza e quello di
arrivo. Monitorare i progressi e fare previsioni su quanto accadrà nel prossimo futuro, secondo le
priorità stabilite, aiuta a immetterci sulla strada del nostro obiettivo.

Se elaborare una timeline operativa ci sembra troppo ambizioso, allora possiamo limitarci
semplicemente a fissare delle scadenze, delle date precise in cui, se non si è verificato quello che
speravamo, cambieremo strategia.

Se il futuro è aperto e una via d’accesso è fornita da strumenti che facilitano percorsi
difficili, come LinkedIn, allora non resta che rimboccarsi le maniche e cogliere le opportunità per
accendere i riflettori di cui abbiamo bisogno per distinguerci da quelli che sembrano come noi, ma
non lo sono affatto.

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Anche il made in Italy ha la sua “Silicon
Valley” soprattutto se parliamo di Food
Tech: le start up innovative
nell’agroalimentare.
E’ già da qualche anno che si sente parlare di start up, a voler identificare nella new economy una
azienda, di solito di piccole dimensioni, che si lancia sul mercato sull’onda di un’idea innovativa,
soprattutto nel campo delle nuove tecnologie. Ma ancor di più è una nuova azienda con un
business model e un potenziale tale da poter espandersi velocemente dove la
sperimentazione è un must.

Tutto nasce nella lontana Silicon Valley, in California, culla dell’innovazione e dell’I-value
company, un luogo di scambio continuo di conoscenze e risorse, un flusso costante di nuovi
imprenditori, ingegneri, programmatori, economisti, marketers dove vi è l’incontro continuo di
aziende e università.

E’ tutta un’altra aria, e la si respira a pieno, tanto da arrivare anche un po’ oltreoceano e
scatenando un viralismo che ha portato diverse città europee a muovere i primi passi
nell’aspirazione di diventare “incubatori” di progettualità innovative.
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Anche l’Italia ci prova e i primi risultati sembra diano ottimi frutti.

Le start up made in Italy sono infatti diverse e seguono delle logiche ben precise in diversi
campi. Spaziano dall’automotive alla domotica, dall’health food alla comunicazione, fino
all’innovazione spinta del digital tech che utilizza IOT (internet delle cose) e AI
(intelligenza artificiale). Qui la lista delle start up made in Italy più cool presentate
all’evento CES, una delle più importanti fiere al mondo per quanto riguarda la tecnologia e
l’innovazione.

        Scopri il nuovo numero > Il futuro è aperto
Un settore che certamente ne sta subendo il fascino e l’influsso è quello dell’agroalimentare, dove si
sta creando un nuovo settore, il “food tech”, che fa leva su tecnologie digitali innovative per la
produzione, conservazione, lavorazione, confezionamento, controllo, distribuzione del cibo,
soddisfacendo nuovi modelli di consumo, l’ideazione di nuovi prodotti alimentari, il
packaging innovativo.

Ne abbiamo ben 17 di realtà che stanno prendendo piede velocemente, creando un vero e proprio
Business perché capaci di far incontrare la tradizione con l’innovazione, soddisfacendo un bisogno
esistente e trasformandolo in una necessità nuova.
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Basta pensare a Feat food, l’operatore integrato multichannel che produce, vende e distribuisce cibi
salutari e bilanciati soprattutto per una dieta a sostegno di una vita sportiva. O a Fruitapps, un
canale digitale dedicato alla compravendita di frutta e verdura, e perché non farsi incuriosire da
Mashscreen che ha ideato un innovativo processo di produzione che permette anche una nuova
esperienza per il consumatore? In questa start up il gelato è preparato in maniera espressa
direttamente di fronte agli occhi del cliente, che sceglie gli ingredienti, personalizzando un gelato
del tutto esclusivo.

E se poi si resta senza idee per una cena speciale My cooking Box mette a disposizione in una
scatola tutti gli ingredienti per fare un piatto replicando una ricetta gourmet.

Sono diverse e davvero tante le idee che puntano a diventare aziende e molte di loro troveranno
spazio di realizzazione nel primo Food Tech Accelerator di Deloitte a Milano, pronte a consolidare
il proprio modello di business e ad affrontare ipotetici investitori.

Non sarà solo il food ad essere inondato di novità, ma diversi i mercati e settori che si apprestano a
vivere questa grande ondata di cambiamento, sempre più saranno gli incubator e accelerator che
nasceranno per scovare l’idea più brillante e farla diventare Business.

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Come avere successo? Tutto nasce dalla
giusta mentalità
Oggi tutti gli esperti di crescita personale concordano con il fatto che raggiungere il successo sia
una questione di mentalità, dato che queste persone sono costantemente focalizzate sulla
soluzione dei problemi, sul miglioramento continuo e sulla crescita personale. Tutto il contrario di
chi si caratterizza per una mentalità non flessibile, che ritiene il successo una conseguenza di
caratteristiche personali e abilità possedute dalla nascita e, pertanto, non modificabili.

La caratteristica predominante di una mentalità rigida è il lavoro costante per evitare il fallimento e
per rimanere in un porto sicuro, in cui si è considerati intelligenti ed esperti. La persona di successo,
invece, ama le nuove sfide e affronta ogni ostacolo negli affari e nella vita come opportunità di
crescita personale. In poche parole, la capacità di avere o meno successo dipende da come ci
avviciniamo alla vita, proprio come la possibilità di essere felici.
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Non solo, anche la visione che si ha di se stessi cambia il modo di vivere: solo noi possiamo decidere
se diventare chi vogliamo essere realmente, anche se ci sono alcuni consigli per avere successo,
come afferma Carol Dweck.

I 5 punti che caratterizzano la mentalità di successo

Carol Dweck ha lavorato a lungo per giungere alla sintesi delle cinque caratteristiche della
mentalità di una persona di successo.

1. L’intelligenza può essere sviluppata con il proprio sforzo: la persona di successo prova molto
   entusiasmo nel lavorare duramente e nell’imparare quante più cose possibili.
2. La persona di successo crede che tutti possano aumentare la loro capacità intellettiva e ci siano
   differenze tra le persone che sanno e quelle che non sanno, ma soprattutto tra quelle che
   imparano velocemente.
3. La persona di successo ama imparare sempre qualcosa di nuovo, a costo di sembrare meno
   intelligente degli altri e di porsi ad un livello inferiore.
4. Le sfide sono eccitanti per chi ha una mentalità vincente e, anche chi ha poca fiducia nelle sue
   capacità, ama svolgere attività complesse, dandosi obiettivi personali e studiando le strategie per
   raggiungerli.
5. La persona di successo si sente intelligente quando è impegnata in una nuova attività, mentre
   fatica per imparare qualcosa o affina le sue conoscenze per un obiettivo più grande.

Questi cinque punti sono anche i cinque pensieri che condizionano costantemente la vita della
persona di successo, che cerca sempre di dare il meglio di sé per se stesso e per il prossimo.
Scopri il nuovo numero > Il futuro è aperto
Per avere successo nella vita, dunque, è bene scegliere di approcciarsi ad essa con una mentalità di
crescita, credendo nella possibilità per ognuno di aumentare le proprie capacità. Non
dimentichiamoci, ad esempio, che anche Einstein ha dovuto combattere con le difficoltà della vita.

3 consigli per avere successo nella vita

Ora che conosci le caratteristiche della mentalità di successo, ecco anche tre consigli da mettere
subito in pratica per ottenere quello che desideri.

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1. Abbi fiducia in te stesso, anche confrontandoti con il fallimento

Il motivo? È stato dimostrato che la scarsa fiducia in se stessi si traduce in inerzia. Come fare?
Lavorando duramente e scontrandosi anche con i piccoli e grandi fallimenti della vita.

2. Migliora le tue abilità sociali

Gli imprenditori di grande successo si contraddistinguono per eccellenti capacità cognitive, ma
anche per le abilità sociali, dato che queste caratteristiche aumentano la possibilità di trovare
lavoro.

3. Ritarda le gratificazioni

Chi sa resistere alle tentazioni da adulto sviluppa migliori abilità sociali, ha una migliore forma fisica
e resiste di più allo stress. Comincia a ritardare le gratificazioni, come mangiare cibo spazzatura,
dalle piccole cose, impegnandosi a fare qualcosa ogni giorno. Darsi una routine permette di essere
perseveranti anche nel raggiungere i propri obiettivi, evitando di farsi prendere dal panico nelle
piccole e grandi urgenze o di cadere nella procrastinazione e nella perdita di motivazione.

Come vedi diventare una persona di successo è possibile e tutti noi possiamo realizzare i nostri
obiettivi, allenandoci giorno dopo giorno a vivere con la giusta mentalità. Non ci resta che augurarti
di realizzare i tuoi progetti in questo 2020 appena cominciato!

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Una nuova era del marketing: come riparte
il 2020. Intervista a Massimo Petrucci.
Il 2020 segna l’ingresso di un nuovo decennio e nell’aria si respira una voglia di cambiamento
diversa da quella che abbiamo visto fino ad oggi. Si parla sempre più di etica nel mondo del
marketing, di persone e di bisogni reali, di autenticità.

Il post-digitale è qui e ora.
Ci troviamo in un’era post-digitale dove è scontato che le aziende e le persone abbiamo adottato
strumenti e abitudini connessi al mondo del web e della tecnologia, un’era dove bisogna fare un
passo ulteriore ed essere protagonisti del proprio destino.

Tutto questo emerge in modo evidente dal report Accenture Technology Vision 2019 che detta i
trend dei prossimi 3-5 anni. Il focus di questa edizione è proprio l’era post-digitale che segna il
passo verso un cambio di paradigma: essere digitali, adottare le tecnologie, vivere il web, non è più
un tratto di differenziazione, non è più il vostro vantaggio competitivo, è la base da cui partire.

Le tendenze evidenziate dal report sono 5:
■   DARQ, acronimo che indica Distributed Ledger, Artificial Intelligence, Extended Reality e
    Quantum Computing. Guideranno la trasformazione di interi settori e saranno il volano
    dell’innovazione futura, rappresentano il prossimo set di tecnologie che ogni azienda dovrà
    padroneggiare.
■   GET TO KNOW ME, identificare l’unicità dei consumatori e cogliere nuove opportunità. Imparare
    a cogliere le nuove opportunità di mercato offerte da un’identità digitale in continua evoluzione,
    pensando a livello di persona non di mero consumatore;
■   HUMAN + WORKER, trasformare l’ambiente di lavoro e valorizzare le persone. La tecnologia sta
    cambiando le mutate modalità di lavoro e di interazione uomo-macchina, le persone stanno
    acquisendo nuove competenze grazie alle macchine e questo cambiamento va gestito e supportato;
■   SECURE US TO SECURE ME, uno dei fattori più sentiti è la sicurezza e le aziende ne sono
    responsabili;
■   MY MARKETS, soddisfare le esigenze dei consumatori in tempo reale. La tecnologia sta creando
    esperienze fortemente personalizzate e on demand.

           Scopri il nuovo numero > Il futuro è aperto
In questa era post-digitale, si sente il bisogno di tornare ad essere umani, di riscoprire i valori come
la fiducia, la sicurezza legata soprattutto alla privacy, perché le persone contano in quanto singoli
individui e non aggregati di massa.
Il nuovo fattore critico di successo e vantaggio competitivo è il purpose, inteso come insieme di
valori, storia e scopi che mettono al centro la persona, non il consumatore. Il nuovo modo in cui le
aziende vogliono iniziare a relazionarsi con gli utenti, il nuovo modo in cui gli utenti pretendono di
essere coinvolti dalle aziende.

In questo contesto vediamo come i contenuti siano sempre più forti e importanti per brand e
customer, sono il vero tesoro di ogni azienda.

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ci, fondatore e CEO di 667 agency
Intervistiamo Massimo Petrucci, fondatore e CEO di 667 agency, per parlare proprio di questo
2020, delle sue tendenze e di come i marketer contemporanei devono muoversi in questo nuovo
decennio.

D. Buongiorno Massimo, lei è conosciuto come uno dei primi 100 professionisti al mondo
su Lead Generation e Copywriting, qual è il suo segreto?

R. Il segreto è che non esiste nessun segreto. La parola magica è perseveranza nell’applicare un
concetto molto semplice che i giapponesi chiamano Kaizen ovvero piccolo, lento e costante
miglioramento. Ogni giorno mi impegno a migliorare un po’, a volte basta davvero poco: leggere un
nuovo articolo, una nuova pagina di un libro, guardare un video. Se da un lato la perfezione non
esiste, l’eccellenza invece sì. Mi piace pensarla come Jigoro Kano, che anche quando tutti lo
ritenevano il più grande maestro di judo perché ne era stato il fondatore, quando morì volle farsi
seppellire con la sua cintura bianca. Il messaggio era chiaro: il più grande esponente del judo
abbracciava l’emblema del principiante per la sua vita e oltre, perché riteneva che il viaggio
dell’allievo che cerca l’eccellenza per tutta la vita non dovesse finire mai. Ecco, il giorno che pensi di
essere arrivato, di sapere tutto ciò che c’è da sapere, quello è il tuo ultimo giorno da professionista.

D. Ha scritto libri, manuali e compendi su copywriting, lead generation, neuromarketing e
molto altro. Quali sono le tendenze del 2020 per i marketer del nuovo decennio?

R. Nel 2020 il marketer deve superare il paradigma della “conquista”, sto personalmente lanciando
la sfida di un marketing prima di tutto etico, perché quello di “lancia la rete e trascina chiunque”
ormai non ha più ragione di esistere per un semplice motivo: non funziona più!

A partire dal 2020 assisteremo ad una nuova trasformazione da “Cacciatori” a “Coltivatori”, infatti
il marketing del 2020 deve superare la grande sfida dell’attenzione, ma prima di tutto deve
superare il concetto di “catturare” l’attenzione. Pensare alla “cattura” fa pensare ad una
trappola, ad una rete gettata su qualcuno per poi trascinarlo là dove non vuole andare. Invece la
grande sfida è imparare a “coltivare” l’attenzione.

I titoli d’assalto, folcloristici, da gossip vanno bene per “catturare” l’attenzione, vanno bene solo per
generare un clic tanto per fregare gli inserzionisti dei giornali online con migliaia di visualizzazioni
inutili (inutili perché corrispondono a tempi di permanenza sulla pagina davvero irrisori). Inutili
perché non riescono a trattenere le persone poiché nella maggior parte dei casi non c’è nulla di
davvero interessante da leggere o “consumare”.

Se invece impari a coltivare l’attenzione vuol dire che impari a coltivare la fiducia e se mi
fido di te allora sono davvero disposto ad ascoltarti. Se ti ascolto, allora hai davvero sedotto la
mia attenzione e se mi fido di te allora per me sei diventato un brand. Nel momento in cui sei
diventato un brand, allora sei diverso dagli altri e se per me sei diverso dagli altri allora non ne farò
più una questione di prezzo.

Lascia che te lo dica in maniera diversa: Se mi fido di te allora per me sei diverso dagli altri e sei
speciale. Se per me sei speciale, con te io mi sento speciale. Se solo con te mi sento speciale, allora
sei un brand. Se per me sei un brand, allora sono disposto a pagarti di più.
Leggi anche le nostre rubriche:

  ■   Interviste
  ■   Social e New Media

D. Il suo podcast “Mai dire 30 min. di Marketing!” è molto seguito, quali sono le tematiche
che interessano maggiormente i suoi ascoltatori?

R. All’inizio tutti erano alla ricerca di un pulsante magico, una formula magica per ottenere clienti.
Tuttavia, dopo un anno di lavoro costante, Giuseppe Franco ed io, abbiamo lavorato ad un concetto
fondamentale: non esistono scorciatoie. Chi ti vende l’idea di “clienti a costo zero”, “ricco in 21
giorni”, “scrittura ipnotica per vendere qualunque cosa a chiunque anche se non la vuole”, ti sta
truffando. Oggi chi segue le nostre puntate sa che sono vere sedute di formazione, con un linguaggio
leggero, a volte divertente, ma sempre ricche di contenuto di alto valore formativo. Quello che ci
richiedono più spesso sono temi sulla scrittura persuasiva (copywriting), sulle strategie per ottenere
clienti, sul personal branding e, più in generale, sulla comunicazione efficace.

D. Quali progetti possiamo svelare per questo 2020 ruggente?

R. In questo 2020 mi focalizzerò molto di più sulla formazione, in molti me lo stanno chiedendo e
fino ad ora ho sempre mantenuto al minimo questo tipo di attività. Eppure è ciò che amo più di ogni
altra cosa, mi piace dare, divulgare e far comprendere alle persone come ottenere risultati grazie
alla comunicazione, al copywriting e alla lead generation. Ad ottobre 2020 condividerò il palco con
uno dei più grandi esperti mondiali di marketing, parlo di David Meerman Scott e lo farò per il
secondo anno consecutivo. È un grande onore per me e sono orgoglioso di rappresentare l’Italia in
questo evento. Anche per questo ho deciso di focalizzarmi di più sulla formazione e, magari, anche
sul mio nuovo libro, ho in mente qualcosa di strepitoso!

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Corsi di formazione: ecco come
riconoscere quelli FUFFA!
Per molti, se non per tutti, l’inizio del nuovo anno corrisponde ad una serie di bilanci ed analisi che
inevitabilmente portano alla stesura di una lista più o meno lunga di buoni propositi.
Tra le prime voci che sicuramente tutti i professionisti del marketing inseriscono è quella, più
importante per qualificarsi, della FORMAZIONE.

Storytelling, content marketing, lead generation sono solo alcuni dei nuovi nomi di corsi di
formazione che negli anni si sono susseguiti nelle nostre caselle di posta elettronica. Per non
parlare dei tanto ammirati guru del marketing che sbucano alla velocità della luce e che
sono pronti a condividere con il mondo tutti i loro segreti.
Promesse di fama e successo sono dietro l’angolo, basta scaricare un ebook, un corso social o la
guida che ti cambierà la vita. E tutto questo per pochi euro.

Bene quando vedete uno di questi annunci, ascoltate il mio
consiglio, scappate alla velocità della luce… perché è solo
FUFFA!
Lasciatemi passare questo termine (che forse non esiste) ma è quello giusto per indicare quello che
vogliono e cercano di venderci ogni giorno, in attesa che qualche malcapitato abbocchi alla
fregatura dell’anno.
Attenzione non vi sto dicendo che la formazione non sia importante, anzi al contrario, per chi fa il
nostro mestiere, e che quindi si trova a dover operare in un contesto che cambia alla velocità della
luce, la formazione non solo è importate è vitale. Ma bisogna saper scegliere e non farsi
ingannare, non per una mera questione economica, ma per non perdere il proprio tempo.

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Un vero guru del marketing, ma ancor di più della vita, una volta mi ha detto che anche il mio tempo
è importante e che quindi doveva essere impegnato nel modo migliore, altrimenti anche quella
poteva essere considerata una perdita economica.
Acquistare un corso a pochi euro, certo non vi farà diventare poveri e non ammazzerà il vostro conto
in banca, ma alla fine cosa sperate di imparare? Assolutamente nulla! E quel nulla non ha
comportato una perdita del vostro tempo e per di più con le stesse conoscenze di quando avete
iniziato?

Chi non opera in modo serio, ovvero i “falsi guru”, sono coloro che copiano le tecniche di marketing
da paesi stranieri, effettuandone una semplice traduzione senza prima averli provati. Se lo noti,
molti di loro non hanno delle prove tangibili di quello che dicono. Non fanno vedere dati o
recensioni, non c’è alcun riscontro in ciò che affermano. Ogni operazione di marketing richiede una
conoscenza della rete molto profonda e mai superficiale. Il vero guru, organizza corsi di
formazione trasparenti, calibrati sul grado di conoscenza delle persone che vi partecipano.
E soprattutto non sono GRATIS.

3 sono le cose che potete analizzare prima di cliccare sul
tasto acquista:
1. Accertatevi dei contenuti. Prima di acquistare un corso, siate sicuri di quali argomenti tratterà.
Solo così potete capire se è davvero un corso serio e quindi strutturato. La trasparenza dei contenuti
fa sì che il cliente finale possa sapere se realmente quel corso fa al caso suo, gli argomenti che
tratterà ed infine il tempo che vi dovrà dedicare.

2. Fai una ricerca su Google e trova le recensioni di persone che si sono imbattute nel tuo
stesso corso. Sui canali social di solito ci sono tracce di chi ha già frequentato un corso, magari
puoi lasciare un appello sui tuoi canali per avere opinioni da chi ti segue. Se vi sono dei nomi
altisonanti tra i partecipanti prova a contattarli o a guardare la loro storia, capirai se sono reali
oppure no.

3. La formazione non è gratis. A tutti sarà capitato di dover andare a ripetizione durante l’anno
scolastico. Quelle lezioni le avete pagate e più si andava avanti negli anni, i gradi della scuola
aumentavano e anche i professori cambiavano la loro tariffa. Perché per i docenti di marketing non
dovrebbe essere lo stesso?
Diffidate da corsi che costano pochi euro e da quelli addirittura gratis. Vi faranno perdere solo del
tempo e quella sì che sarà una vera perdita economica e non solo!

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Il profitto del futuro sarà green
Per ogni azienda, piccola o grande che sia, il senso del proprio essere è la massimizzazione del
profitto. Ma per fare ciò, per ottenere il meglio, distinguersi e perdurare nel tempo, ogni azienda sa
che deve tenersi al passo con i tempi, la società è in continua evoluzione, e quello che andava bene
ieri non lo è più oggi, come probabilmente, ciò che funziona oggi non lo farà domani.

I consumatori, grazie soprattutto al web, si informano, discutono tra loro, e premiano i
comportamenti delle aziende che ritengono migliori. La connessione globale ha reso la reputazione
dell’azienda un asset intangibile di grande valore, una vera e propria strategia da seguire, che
si orienta verso l’ascolto del consumatore-cittadino, che non punta più solo alla soddisfazione del
momento, ma ha un’ottica di lungo periodo, che realizzi nel consumo il benessere individuale e
collettivo, attraverso un green marketing attento all’impatto ambientale e sociale, rivolto ad un
utilizzo consapevole e dignitoso della forza lavoro. Sull’onda di Greta Thunberg, il cliente si
dimostra sempre più attento all’impatto ambientale del prodotto, ai materiali del packaging, e
al riciclaggio in generale. Il marketing tradizionale non è quindi la strada da continuare a
percorrere, si parla piuttosto di un marketing sostenibile.

La sostenibilità non è più solo una moda, né un elemento per differenziarsi dalla concorrenza,
quanto una via da seguire per rimanere competitivi, con una predisposizione all’innovazione e al
cambiamento continuo. Non è facile cambiare atteggiamento, e l’errore di molti è cadere nel
fenomeno del “greenwashing”, credere di essere sostenibili senza in realtà esserlo veramente: la
sostenibilità non si esaurisce in una singola azione di marketing, ad esempio la sponsorizzazione di
una associazione umanitaria, o l’installazione di pannelli solari; la sostenibilità è una filosofia
aziendale, puntare alla sostenibilità economica perseguendo il profitto.

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Come poter assumere una mentalità sostenibile per
trasformare la propria azienda?
“Punta a far sembrare normali i prodotti e i servizi sostenibili e non a far sembrare sostenibili quelli
normali” è la risposta di John Grant, che dieci anni fa lanciato le basi del green marketing con la
pubblicazione del libro “Il Manifesto” (Francesco Brioschi Editore, 2009), nel quale postula
l’incontro fra due mondi apparentemente contrapposti, l’ecologia e il marketing, in realtà una
potenziale unione di grande profitto che si riassume in pochi punti utili:

■   Informarsi costantemente sulle questioni ambientali con l’aiuto di professionisti del settore
■   Comprendere la rottura con la vecchia visione del business e fare scelte coraggiose
■   Saper comunicare con efficacia la visione di ecosostenibilità dell’azienda, ricordando che
    comunicare non necessariamente vuol dire comunicare nel modo giusto. Per aiutarsi nella
    costruzione del messaggio potrebbe essere utile seguire il modello delle 5 I: il messaggio deve
    essere intuitivo, per risultare chiaro al consumatore; integrante, cioè far coincidere aspetti
    economici e sostenibili; innovativo, per sottolineare la rottura con il passato; invitante, ossia
    proporre un miglioramento che possa essere tangibile per il consumatore; informato, deve
    contenere informazioni dettagliate per porre il consumatore nella posizione di operare scelte
consapevoli.

È innegabile che negli ultimi anni vi sia stato un risveglio delle coscienze e la crescita della paura
rispetto ad un mondo che abbiano avvelenato, metaforicamente e non. Il futuro appare per molti
versi nero, ma non tutto è perduto, anche a partire dal mondo del business si possono modificare i
propri comportamenti, ricordando che l’azione di uno non è una goccia nel mare, ma un tassello per
completare il puzzle.

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Anch’io guardo Sanremo: pensieri sparsi
aspettando il 70° Festival della Canzone
Italiana
“Non credo di esser superiore anche io guardo Sanremo”, per dirla alla The Zen Circus e come la
migliore tra “i qualunquisti”, ad occhio e croce, ho memoria di una trentina di Festival.

Ogni anno, è più o meno la stessa storia, declinata, nella caccia al conduttore perfetto, al totobig dei
cantanti in gara, alla ricerca spasmodica di notizie sulle nuove promesse canore, all’annuncio di
roboanti novità ed ospiti strepitosi.

Insomma, il solito baraccone di sempre, che man mano che si avvicina al fatidico giorno d’inizio, è
sempre più arricchito di particolari più o meno succulenti, immancabili polemiche ed outfit non
azzeccati.
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