I Romani sfidano il corona virus nel racconto di Martina Buccheri

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I Romani sfidano il corona
virus nel racconto di Martina
Buccheri
E’   la   cassiera   di   ascendenze   campane   con   il   fratello
Sebastiano in servizio a Persano, che si trova in prima linea
in uno dei Todis della capitale, tra orde di gente

Di GIULIA IANNONE

Romani in strada, domenica, a fare jogging, in coppia, in
bicicletta, aggregati in gruppo, strade vuote e con molti
posti auto liberi, indizio che la gente non è rimasta a casa,
ma ha approfittato per andare in giro. Nel quartiere di
Talenti, nei pressi di Largo Pugliese, il Conad di zona, ed il
Carrefour più grande, aperto giorno e notte, sono
inaccessibili: la fila arriva spesso fin oltre la strada.
Stesso scenario per farmacia e parafarmacia di zona,
blindatissime, che segnalano, con appositi cartelli affissi
all’esterno, che mascherine e guanti in lattice non sono più
reperibili e che l’accesso è consentito a sole tre persone
alla volta. Conosco questo      quartiere da molti anni, ci
abitavano i miei nonni fin dagli anni 50. Il “mio”
supermercato più vicino è divenuto il Todis, sito altezza
garage, a pochissimi metri da casa. Ci conosciamo tutti,
frequentandolo abitualmente da anni. Nella discesa verso
l’ingresso, c’è la fila organizzata e richiesta finanche dai
cartelli. Si entra a gruppi di 10, con guanti e mascherine.
Dipende dai giorni, il rispetto e la serenità della coda, in
base al sentore di allarme dato dai telegiornali o dai social
network. La gente, a giorni alterni, presa dal delirio,
svaligia e svuota gli scaffali, compra di tutto, ogni genere
alimentare. Prevalentemente verdura, surgelati, pane e pasta.
Venerdì, quando sembrava che i supermercati chiudessero per il
week end, abbiamo assistito all’ennesima ondata di persone in
preda al panico. Sugli scaffali, non sono più arrivati, guanti
in lattice, mascherine, disinfettanti. Lunedì poi, il
supermercato, straripava di clienti: abbiamo riconosciuto il
cuoco e l’aiuto cuoco del ristorante di fronte, che ormai
lavora solo con consegne a domicilio, ed abbiamo visto, un
piccolo venditore al dettaglio di zona, assicurarsi varie
cassette di olio, scatolette di legumi di diversa tipologia,
che poi ripropone ai suoi clienti a ben altro prezzo. Alla
cassa c’è la nostra “amica” Martina Buccheri, che ormai lavora
al Todis da 4 anni. Giovanissima, 29 anni, padre napoletano e
madre romana. E’ nata nella capitale, ma si sente
napoletanissima, infatti, nei modi è estroversa, socievole,
simpatica, solare sempre allegra e gioiosa. Tifosissima del
Napoli, quando gioca la sua squadra di calcio del cuore, la
postazione della cassa è addobbata con sciarpa e gagliardetto
azzurro. Suo fratello Sebastiano, lavora quasi da un anno,
alla Caserma di Persano, vicino Eboli, impegnato nel servizio
civile, adesso “strade sicure”. Sta andando avanti ed
indietro, tra Salerno e Roma, in base alla chiamata della
caserma. “L’atmosfera lavorando in un supermercato è molto
difficile – ci   ha raccontato Martina – le persone    non
rispettano la distanza di un metro, litigano spesso, non si
sanno comportare, sono maleducati, vogliono andare di fretta,
non mostrano buon senso e comprensione del grave momento che
stiamo vivendo, tutti noi, nella comunità, non
individualmente. Fanno folla e confusione, ed a me, a noi
operatori del negozio, mettono ansia e tensione. Temo che la
gente non abbia capito che bisogna restare a casa il più
possibile, sono tutti al supermercato a fare la spesa. Quando
mi capita il turno lungo, trovo le stesse persone sia al
mattino che di pomeriggio, che adducono la scusa banale, di
essersi scordati qualcosa di urgente. Dunque, si comprende,
che escono solo per fare una passeggiata. “

Hai paura e come hai accolto questa situazione straordinaria
per noi, di pandemia?
“ Certo che ho paura! Noi che lavoriamo all’interno di un
supermercato, stiamo molto a rischio. Mi dispiace vedere e
toccare con mano, che la gente non è solidale o sensibile nei
nostri confronti. Noi siamo molto esposti al rischio contagio
di questo virus, aggressivo e sconosciuto. Vengono in negozio,
litigano perché non vogliono fare la fila, e se ne
disinteressano delle nostre esigenze umane”

Cosa vuol dire fare un intero turno, con addosso mascherine e
guanti. Quali sono le precauzioni che vi hanno impartito a
lavoro?

“Ci hanno assegnato più di una mascherina, i guanti in
lattice, dobbiamo pulire la cassa con amuchina o sgrassatore a
limone o al marsiglia, e metterci ogni tanto lo sgrassatore
sui guanti, per fare meno contatto con la gente e con oggetti.
Comunque, è alquanto difficile lavorare con la mascherina,
perché ogni tanto non respiro, devo bere molto, perché
altrimenti mi si secca la gola. I guanti non arrecano troppo
disagio, ma è la mascherina che è davvero problematica”

Tu in passato hai dovuto affrontare una rapina, mentre eri in
turno. Puoi fare un paragone con le due situazioni?

“La rapina, per assurdo, è stata più tranquilla, se posso
usare questo termine. In questo stato di emergenza da virus,
vedo la gente affollarsi, accalcarsi, spingere, pensare solo a
se stessi. La rapina è stata un attimo, mi hanno obbligata ad
aprire un cassetto, ho consegnato tutti i soldi e sono
scappati. Qui dobbiamo vivere in questo stato, giorno per
giorno e non si sa quanto durerà.”

Ti aspettavi che facendo la cassiera di un supermercato, ti
saresti trovata in prima fila, come categoria di lavoratore?
ti piacerebbe restare a casa, come gli altri?

“No, non me l’aspettavo proprio di dover essere impegnata in
questa emergenza del nostro paese, restando salda e forte al
mio posto. Vorrei ripetere, nel mio piccolo, che bisogna
uscire solo per reali e motivate necessità. Pensate anche, a
chi, come me deve garantire un servizio importante ed
infermabile, a favore della collettività. Il mio lavoro lo
faccio nel migliore dei modi, mi aspetto che la gente pensi
anche a non contagiare quelli come me. Noi siamo molto a
rischio. Questo virus infetta tutti, non conta età e categoria
sociale. Appena finirà tutto, saremo liberi insieme di fare
quello che vogliamo”

Hai avuto momenti di sconforto?

“Venerdì scorso, sono dovuta uscire dal negozio repentinamente
perché mi è venuto un attacco di pianto ed una crisi di
sconforto. Credo sia stata la visione di tutta questa folla
che si ammucchiava e accalcava alle casse, con carrelli buste
e generi alimentari, non ce l’ho fatta più! Il direttore ha
chiamato i miei genitori che sono giunti a darmi un supporto
emotivo tangibile. Ho visto la mia famiglia e sono riuscita a
calmarmi. “

Napoletana di origine e nel cuore. Lo spirito del Sud, che
porti dentro di te, in che modo subentra, quando ci sono
momenti di emergenza, come questo?

“Secondo me, i meridionali hanno più calore e spirito di
sopravvivenza, più coinvolgimento umano nel vivere le cose
insieme, sono più socievoli e proiettati verso gli altri. Il
senso della famiglia e dell’altruismo è molto spiccato. Nel
sud Italia, il vicino di casa, il passante di strada, l’uomo
comune è già parte di noi e della nostra famiglia”.

Vogliamo citare e ringraziare tutti i colleghi del discount di
via Jacopone da Todi?

“Ringraziamo Giacomo, Danilo, Simone, Pamela, Giada, Emilia,
Perla e Francesco, tutti i miei colleghi che condividono con
me questo lavoro, nonché il Direttore, Alessandro Morganti”.
Voci dal Serraglio: Antonio
Dell’Isola rubrica a cura di
Olga Chieffi

  Una gabbia d’oro è pur sempre una
               gabbia
Continua la nostra rubrica Voci dal Serraglio con i ricordi di
Antonio Dell’Isola

Lo scrivere queste brevi note crea già un sentimento di
profondo dolore. Da uomo maturo e con testa bianca rifletto e
ricordo, personalmente, e credo nella maggioranza ampia quanti
abbiano vissuto questo triste percorso nell’ Orfanotrofio
Umberto I, devono ringraziare la fortuna nell’avversità, di
aver ricevuto un’accoglienza. Un’ opportunità che ha dato a
molti di noi un’ educazione, un mestiere ed una carta da
giocare al tavolo della vita. Io ero stato impostato sul
clarinetto e ricordo che il maestro di solfeggio Sevosi mi
sgridava di continuo,    ma molti sono diventati Maestri di
musica e hanno fatto parte di prestigiose orchestre, qualcuno
è diventato un direttore d’orchestra, molti hanno trovato
sbocco nelle Istituzioni Pubbliche, tanti hanno trovato
sviluppo in imprese personali o presso terzi, con lo sguardo
in avanti e testa alta sempre, in considerazione di quel seme
piantato da quell’accoglienza, certo un’accoglienza difficile
da digerire. Una mia qualità? La caparbietà e credo
caratteristica della maggioranza di quanti abbiano varcato la
soglia di quell’ Istituto, ricevendo questo bagaglio di
conoscenza e affetti, che ha permesso loro di riuscire nella
vita con orgoglio e prestigio. La mia personale esperienza
durata nove anni, vissuti nel Serraglio, ha segnato un solco
profondo ed indelebile nel mio essere, ciò mi ha permesso di
valorizzare tutto ciò che la vita mi ha donato e conquistato e
di viverlo intensamente. E’ stata una esperienza dura e
faticosa, ma una volta uscito dal quel guscio mi sono trovato
ad affrontare una realtà molto più severa e spietata: la
società, totalmente diversa dalla vita in collegio, una
società che non regala niente e non perdona. Grazie a quelle
fondamenta ricevute al Serraglio sono riuscito, con fatica ma
sono riuscito a realizzare i miei progetti. Uscito dal
collegio nel 1966 quindicenne, e non trovando risposte alle
mie aspettative a Salerno sono partito con destinazione Nord.
Amo   Milano che mi ha accolto. Lì       iniziai    una nuova
avventura per costruire un futuro, avendo opportunità di
studio e di crescita personale e culturale. E’ stata dura,
solo in una metropoli, ho incontrato delle belle persone, ma
anche cartelli con scritto “affittasi non a meridionali”,
oppure “Cercasi apprendista con esperienza non meridionale”.
Piano piano mi sono inserito nel tessuto sociale, dedicandomi
anche alla pittura e alla scultura, pur conservando nel mio
cuore la nostalgia dei miei luoghi natii.     Oggi nonno, la
stanza dei ricordi è stracolma, la pagina di Fb del Serraglio
ha aperto una porta ed è in atto un continuo scavo nei ricordi
e nei volti delle persone ormai mature e mutate dal tempo.
C’è un’immagine che è emblematica nella sua lettura: un bimbo
solo, impaurito davanti ad uno spazio grande e vuoto, deve
uscire dall’ombra (grembo materno) e affrontare la vita,
questo è stato l’impatto vissuto che ancora tutt’ora ricordo,
quel giorno triste e pieno di paura, solcai l’ingresso del
Serraglio ed il portone si chiuse dietro di me. Un dolore
profondo, sperso e privo del calore materno e familiare, un
profondo vuoto che non dimentico.
De Luca: chiusi cantieri in
Campania sino il 3 aprile
2020
Vincenzo De Luca ha chiuso con un’ordinanza la n. 19 della
Regione (del 20/03/2020) tutti i cantieri della Campania fino
il 03 aprile 2020 che non sono legati a servizi essenziali o
all’emergenza sanitaria. Il governatore campano provvede anche
a chiudere tutti gli uffici pubblici perché, a suo dire, non è
possibile vedere ancora gente che chiede il certificato di
nascita negli uffici anagrafe dei vari comuni.In sostanza
nella Regione saranno interrotti tutti i lavori che non sono
strettamente necessari alla gestione dell’emergenza come
quelli per adattare gli ospedali alle nuove esigenze. I
cantieri sono i luoghi di lavoro dove forse è più complesso
mantenere le distanze di sicurezza viste le condizioni non
facilissime presenti sui ponteggi. La chiusura dei cantieri
limiterà ancora di più il numero di persone ”autorizzate” a
circolare e quindi i controlli saranno sulle certificazioni
false dovrebbero essere più semplici per carabinieri e polizia
schierati in strada. Lo scopo del governatore è cercare quanto
più possibile di evitare un contagio di massa in Campania per
non dover far fronte a un’emergenza sanitaria insostenibile
per la Regione.Per le conseguenze economiche della chiusura ai
cantieri si potrà in molti casi far uso della cassa
integrazione in deroga prevista nel decreto ”Cura Italia”.
Pontecaganano:        grave
incidente sul lavoro, muore
operaio 26enne
Gravissimo incidente sul lavoro a Pontecaganano Faiano. In un
capannone e’ morto un ragazzo di 26 anni colpito da un rullo
metallico caduto da molti metri. Sul posto intervenuti i
sanitari che non hanno potuto fare altro di constatare il
decesso del giovane. Sull’episodio indagano le forze
dell’ordine.

Coronavirus,   smentita                                 la
morte del dottor Toro
Smentita la notizia della morte del dottor Toro, primario a
Villa malta di Sarno e colpito dal Covid 19. Lo chiarisce la
figlia con un post dopo l’annuncio della notizia da parte di
una tv.

Coronavirus:      i      dati
aggiornati, 749 positivi. 115
nel salernitano
L’Unità di Crisi della Regione Campania comunica il riparto
per provincia dei positivi al Coronavirus con il dato
aggiornato alle ore 15 di venerdì 20 marzo.
Provincia di Napoli: 416
Provincia di Salerno: 115
Provincia di Avellino: 97
Provincia di Caserta: 96
Provincia di Benevento: 8
Altri in fase di verifica da parte delle Asl: 17
Totale positivi in Campania: 749
Totale tamponi effettuati: 3845
Totale deceduti: 17
Totale guariti: 30 (di cui 3 totalmente guariti e 27 divenuti
asintomatici per risoluzione della sintomatologia clinica
presentata

Il Covid fa un’altra vittima,
muore prof di San Valentino
Torio
Non ce l’ha fatta l’insegnante di San Valentino
Torio, Raffaele Bifulco, risultato positivo al Covid-19 lo
scorso 6 marzo. Si trovava all’Ospedale Cotugno di Napoli.
L’uomo insegnava all’Istituto comprensivo D’Assisi – Don Bosco
di Torre del Greco.         Il sindaco di San Valentino
Torio, Michele Strianese ha dichiarato il lutto cittadino.
Vincenzo Monaco  alla guida
del comune di Ispani
Si è insediato il nuovo commissario prefettizio, che ha preso
il posto di Vincenzo Amendola. La sua prima ordinanza è una
barriera a quanti possano azzardare una “discesa” nelle case
estive in questi giorni di quarantena. Capitello e tutto il
golfo si è trasformato in un “Carcere ‘e mare”

Di OLGA CHIEFFI

Ci eravamo lasciati con l’immagine del mare d’inverno, il 13
febbraio, data in cui dopo la messa in minoranza del sindaco
di Ispani, Marilinda Martino, dai consiglieri Amerigo Pierro,
Antonio Altomonte e Francesco Giudice di concerto con i
consiglieri di opposizione del gruppo “LeAli per Ispani”,
Piernicola Lovisi, Salvatore Avagliano e Antonio Pecorelli,
rea a loro dire di aver portato avanti una politica
accentratrice e poco affatto democratica, si era insediato il
viceprefetto di Salerno, Vincenzo Amendola. Il commissario era
in comune una volta la settimana, e la reggenza, se pur con
diverse azioni da programmare, in vista della bella stagione,
quando il comune da 1000 residenti quintuplica l’accoglienza.
Poi, il corona virus è diventato un malefico incantesimo, e
dopo una settimana dal mandato del commissario di ferro
Amendola, in quel di Pagani, si è insediato in Ispani il nuovo
commissario prefettizio Vincenzo Greco, che abbiamo raggiunto,
assiso alla scrivania, in procinto di emanare un’ordinanza
dedicata proprio alla pandemia che sta affliggendo il mondo. “
Sono qui solo da stamane – ha affermato con determinazione – e
oggi me ne andrò soltanto quando avrò firmato l’ordinanza, che
limiti i rientri qui, in comune, dei proprietari di seconde
case, specialmente nei week-end, come è capitato lo scorso
fine-settimana a Villammare. Per questo ho già avvertito il
comandante dei Carabinieri di Vibonati di pattugliare la zona
con attenzione, in particolare nei giorni festivi, oltre a
scoraggiare gli spostamenti non necessari”. “Lei conosce bene
la zona? Frequenta questo territorio?”. “Si certo da vent’anni
faccio parte della commissione mandamentale di Sapri e
confesso che quando mi è stato dato il mandato di commissario
qui ad Ispani ero in ferie, poiché dal 1 maggio sarò in
pensione e avevo delle ferie non godute”. “Spostata ad ottobre
la data delle elezioni lei andrà via il 1° maggio?” “No di
certo, porterò a compimento questo traghettamento, venendo qui
per i primi 15 giorni di lavoro solo il mercoledì in presenza
del segretario comunale, naturalmente in assenza di
emergenze”. “Stiamo riempiendo le pagine di notizie buie, ora
da lei desidererei un pensiero positivo per il futuro
prossimo, magari un progetto per la bella stagione che sta
entrando e di cui questa giornata rappresenta la chiave”.
“Vorrei tanto indicare una data certa che possa dare il La
alla programmazione estiva. In tempi normali questo era il
periodo giusto riuscire ad incastrare nelle caselle eventi di
tutti i generi, servizi e quant’altro, per organizzare
un’accoglienza tale da invogliare i turisti ad affollare la
nostra spiaggia, i nostri bei luoghi. Se tutti rispettiamo le
ordinanze e svolgiamo i compiti assegnati ne usciremo in tempi
utili. Grazie al buon operato dei sindaci e di tutti i
cittadini dell’intero Golfo di Policastro, qui casi di corona
virus non ce ne sono. Dirigenti e cittadini continueranno a
mantenere questa condotta severa per far uscire tutti noi
indenni da questo castigo ma, per iniziare una qualsivoglia
programmazione, saremo sempre sottoposti ai dettami del
governo centrale di Roma e del consiglio regionale che,
veramente sta cercando con tutti i mezzi di far restare tutti
a casa, non ultimo invocando la partecipazione dell’ Esercito
Italiano. Sarà una splendida estate e speriamo che giunga
presto”. Intanto, la frazione marina di Capitello, si è
trasformata in un “Carcere ‘e mare”, per dirla con Scugnizzi.
La popolazione dell’intero comune di Ispani che annovera anche
la frazione montana di San Cristoforo, conta sulla carta solo
1000 residenti e a vederli tutti in spiaggia o a Lungomare,
la distanza del metro potrebbe essere ampiamente rispettata.
Ma qui, le ordinanze si rispettano e le immagini del corso
principale del paese, quasi sempre deserto, rivela balconi e
porte cui sono appesi arcobaleni e gonfaloni con l’immagine di
Sant’ Antonio, con qualche lumino sempre acceso dinanzi a
diversi portoni. Segno, questo, di timore nei confronti di un
nemico invisibile che non si conosce e sembra sempre più
difficile da sconfiggere. “Ho paura – confessa Filomena
Giudice titolare di uno dello storico market nel centro del
paesino La tua dispensa – ogni volta che vedo un viso nuovo,
sconosciuto. Seguo ligia le regole e ripeto a tutti di
rispettarle. Io fermerei tutto, escluso i rifornimenti
medicinali e alimentari, neanche le sigarette farei circolare
e desidererei tanto poter chiudere nel pomeriggio, tanto non
passa un’anima. Ne usciremo ne sono sicura, ma ci vorrà tempo
poiché noi, purtroppo, non abbiamo la fermezza del popolo
cinese”.

Fortuna ed Elena: chi                                  può
tener Testa a Pina?
Le due figlie d’arte si raccontano schizzando la Signora della
Danza, iperattiva, emotiva, metodica

Di Elena Renna e Fortuna Capasso

Descrivere nostra madre, Pina Testa, la Signora della Danza,
non è cosa semplice. Ovviamente non è una madre come le altre,
come quelle che ti chiamano 50 volte al giorno per sapere se
hai mangiato; anzi lo fa, ma per ricordarti di non mangiare!
Nostra madre ha un infinità di difetti, è testarda, è molto
agitata, spesso per parlarti urla, e se fai una battuta in un
momento secondo lei sbagliato, puoi stare certa che il litigio
è assicurato, anche per giorni. La mattina non è concesso
riposare, e ama svegliare tutta la casa con un bel concerto di
pentole. L’iperattività che la contraddistingue, non le
consente di tornare a casa la sera e riposarsi come le persone
normali: la giornata si deve concludere con la programmazione
della giornata che segue. Nostra madre si commuove spesso. Si
commuove se vede una bambina con i capelli rossi, forse perché
le ricorda sua figlia Fortuna, da piccola, o forse perché
inconsciamente vuole diventare nonna; si commuove se le dicono
“Elena è tale a quale a te mentre danza”; si commuove quando
parla dell’incidente che le ha stravolto la vita. Insomma è
una persona molto emotiva, anche se non le piace darlo a
vedere. Pina Testa ha solo un unico grande amore, la danza.
Nonostante la sua età, diciamo che non è più una ragazzina,
non riesce a stare ferma. Questa quarantena è un fulmine a
ciel sereno per tutti noi, ma per lei è una punizione divina.
Lei ha bisogno di ritmi serrati, di lezioni continue, di
allievi che le girano intorno, la condanna domestica “a
cucinare”, in realtà cucino io Fortuna, proprio non le va.
Come potevamo crescere noi se non ambiziose e frenetiche? Mi
presento sono Elena Renna ho 19 anni e sono una allieva
dell’Accademia Nazionale di Danza, con l’aspirazione di
ballare in una bella compagnia, perché no, anche all’estero.
Le mie giornate si alternano tra lezioni di contemporaneo,
lezioni di tecnica classica, anatomia e quant’altro. Come mia
madre, per un periodo ho frequentato la scuola di ballo del
“Teatro di San Carlo di Napoli”. Un momento importante di
crescita. E’ bello pensare che mia madre, abbia trascorso i
suoi anni più intensi tra quelle stesse prestigiose mura, ed è
per questo che quando si entra in luoghi storici quali il San
Carlo o il Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli, dove
da un lato c’è il pianoforte ove studiò Vincenzo Bellini, si è
spronati ancor più a percorrere le orme di chi ti ha
preceduto, per meritare di studiare in quegli stessi spazi.
Per il diploma mi sono trasformata in Odette, il cigno bianco,
immedesimazione trasfigurante di pathos e amore. La mia
aspirazione più grande, è rendere fiera mia madre, sperando di
diventare brava almeno la metà di lei. Io sono Fortuna, ho 28
anni, e non sono propriamente una ballerina. Amo la danza, mi
nutro di essa, ma il mio fisico non mi ha consentito di fare
una grande carriera. Da mia madre ho preso tante cose, come la
caparbietà, l’iperattività, purtroppo, non il fisico. Mi
considero una valida insegnante di danza. Amo le mie allieve e
non si può immaginare quanto mi manchino in questo momento
buio.
Ormai già da sei anni, sono coreografa delle produzioni di
diverse compagnie: La Compagnia dell’Arte, Le compagnia
“Animazione 90” e “Teatronovanta” e La Stabile del Teatro
delle Arti. La danza, essendo una disciplina meravigliosa che
affianca diverse arti, mi ha portato al teatro.
Mi sono riscoperta, già in tenera età, innamorata del
palcoscenico ina qualsiasi sua espressione, su cui mi sento a
mio agio. Mi piace ricoprire diversi ruoli: dalle dolci
principesse, a brillanti personaggi di carattere,
cabarettistici e comici, all’amante disinibita. Diciamo che mi
sento una attrice poliedrica. Ci sono ruoli che ti
appartengono, ti entrano nelle ossa; e altri alla quale ti
affezioni dopo un po’. E’ sempre interessante però aprire un
nuovo copione e scoprire chi diventerai. Un giorno mi
piacerebbe interpretare “Filumena Marturano”, un personaggio
di cui sono innamorata, per quel suo profilo di una donna e
madre, che lotta con sacrificio per il valore sacro della
famiglia, che è in grado di reggere lo sguardo degli uomini
che la giudicano. La mia più grande aspirazione però, è il
cinema. Incrociamo le dita e rimbocchiamoci le maniche.
Intanto, un grande amore, conosciuto sulle note delle
zingarelle del “La Traviata”, il tenore Salvatore Minopoli, mi
ha avvicinato all’opera lirica. Per anni ho lavorato al Teatro
Municipale Giuseppe Verdi, coreografata proprio da mia madre
(dimostrazione che facciamo tutto insieme), ma non apprezzando
mai l’opera, che fino a qualche tempo fa ritenevo pesante e
noiosa (anche se confermo il mio giudizio su alcuni titoli).
Purtroppo il mio peggior allievo, è proprio Salvatore, che
indossando il frac del suo amato conte Danilo, protagonista
de’ “La vedova allegra”, ha tradito il “giro” del più famoso
dei valzer. Anche se noi due nutriamo ambizioni disegnando
progetti differenti, abbiamo un grande comune denominatore:
l’amore per nostra madre. Siamo tre donne molto simili ma
diverse, unite da un legame di sangue, e forse da uno più
potente, la passione per la danza, nate sulle tavole di un
palcoscenico e cresciute appoggiate alla sbarra di una magica
sala.

Francesca Pantano: quando
tutto finirà balleremo tanto
intensamente da emanare luce
La testimonianza di una studentessa di Sapri dove          la
sorveglianza contro il corona virus è strettissima

Di Francesca Pantano

Scrivo questa pagina, traendola da un quaderno che avrei usato
da settimane per prendere appunti all’Università. Vi
chiederete: ‘Perché il condizionale? ’Perché le Università, le
scuole, i parchi, i bar, le gelaterie, i negozi e tanto altro
sono chiusi per decreto nazionale. Il 21 febbraio, proprio
poche ore prima del mio compleanno, un ragazzo di 38 anni si è
sentito male, a Codogno –paese che molti prima non
conoscevano- ed è stata riscontrata la positività al
COVID-2019. Immaginando di scrivere per voi –i miei posteri-,
vi chiederete cosa sia questa strana sigla. Ebbene, nello
specifico non lo sappiamo neppure noi. Sembra che sia una
nuova malattia respiratoria, a tratti grave, soprattutto per
gli anziani. In Italia oggi i contagiati sfiora la cifra di
27.000 i guariti e i morti si rincorrono, toccando quota 2500.
I Paesi di tutto il mondo sono colpiti, nessuno escluso, a tal
punto che l’Oms ha dichiarato la Pandemia. Il virus è partito
dalla Cina, sembra che sia arrivato all’uomo dai pipistrelli o
dai serpenti, non si è capito bene.      Mi auguro che voi a
queste parole riderete e direte: ‘Ah sì, ora ricordo questa
sigla strana! Ma esiste un vaccino da molti anni! Se potrete
dirlo, sarà la nostra più grande vittoria, perché, vi
assicuro, qui stiamo combattendo davvero tutti. Ci è fatto
divieto di uscire, se non per motivi strettamente necessari, e
dunque si verificano fenomeni fino a qualche settimana fa
impensabili: ci sono famiglie separate da barriere prima
inesistenti, fidanzati che non possono vedersi pur abitando
nello stesso paese, proprio come me e Alfredo. Ogni giorno
passa un’auto con un altoparlante; sentendolo da lontano, mi
illudo per qualche secondo che sia il solito disturbatore del
tipo ‘è arrivato l’arrotino! Vendiamo pezzi di ricambio per le
cucine a gas’, e invece, aprendo il balcone, si può udire una
voce severa, priva di entusiasmo, che, con perentoria
autorità, annuncia: ‘Attenzione! Il sindaco comunica ai
cittadini il divieto di uscire, pena una quarantena
domiciliare di 14 giorni e chi non la rispetta verrà punito
con il carcere fino a tre mesi e con un’ammenda di 206 euro’.
Capita così che, seduta alla mia scrivania con l’intenzione di
studiare per esami che chissà come e quando potrò sostenere,
sento il bisogno di descrivere la situazione irreale che tutti
stiamo vivendo. Chi esce per la spesa –motivo tra i pochi
riconosciuti dal Governo- indossa una mascherina e un paio di
guanti, soffrendo dinanzi alla vista, da lontano, del
lungomare, bene incommensurabile per noi sapresi, a cui è
vietato l’accesso. Infatti il virus si diffonde con le
goccioline che tutti noi emettiamo respirando, per cui occorre
mantenere una distanza di almeno un metro, evitare strette di
mano, non scambiarsi abbracci. Al telegiornale, che ormai è un
appuntamento atteso quotidianamente con speranza e timore, è
stata trasmessa un’intervista a un gruppo di giapponesi, i
quali hanno paragonato gli alberi in fiore, la cui visione è
loro impedita, all’abbraccio per gli italiani: un gesto
ancestrale, nazionale, colorato di tricolore, che profuma di
casa e di amore. Mi direte: ‘Ma non esistevano già i telefoni,
i social network?’ Certo, esistono da tempo, ma non possono
essere che supplenti provvisori, il cui assiduo utilizzo non
fa che insegnarci quanto sia eterno l’attimo di uno sguardo e
di un sorriso dal vivo. Avevamo tutti dimenticato, dandola per
scontata, la fortuna di abitare sul mare; ce ne accorgiamo
solo adesso, quando il vederlo lontano, indifferente, calmo o
agitato, ci fa soffrire ancora di più, facendo sì che lo
percepiamo come una meta irraggiungibile, simbolo di una
libertà che chissà quando riacquisteremo. Ci siamo affacciati
al balcone e, uniti, abbiamo fatto un applauso per i medici e
gli infermieri che stanno combattendo per noi. Non mi
crederete, ma il viso dei fruttivendoli sotto casa non era mai
stato così bello, forse perché non lo avevamo mai guardato.
Alle 18.00 tutta Italia sui balconi e alle finestre intona
l’inno, sentendosi guerriera, fiera e convinta che sarà il
calore dell’estate e della gente a vincere la prima battaglia,
quella contro la paura, prima ancora che contro il virus. Un
calore connaturato all’essere italiani, un calore trasversale,
in grado di oltrepassare i muri delle case, di cantare sotto
le mascherine. E’ tempo di scoprire, o meglio, di ritrovare
modi dimenticati di stare insieme, come raccontare la propria
giornata e i propri pensieri alla signora che abita di fronte,
aiutare mamma a fare il sugo, scherzare con mio fratello,
guardare la televisione con papà. Quando ci ricapiterà di
essere legittimati legalmente a fermarci, ad ascoltare e non
solo a sentire, a riflettere e non solo a pensare? Non nego di
provare angoscia e malinconia, pensando alla spensieratezza
del caffè a Viale Ippocrate con gli amici, ai selfie sul
lungomare con Alfredo, quando ancora ci si poteva stringere
senza contare i centimetri. A 23 anni si dovrebbe vivere
fuori, viaggiare con un panino in mano, senza paura di offrire
un morso al compagno di avventure. Sono convinta che quando
tutto questo finirà, tutti avremo una voglia di ballare così
intensa da emanare luce, come accadde dopo la guerra, secondo
le parole di Guccini. Tutti allora festeggeremo in spiaggia,
ringraziando il mare per averci aspettato.
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