CONFIMI 26 settembre 2018

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CONFIMI
  26 settembre 2018

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INDICE

CONFIMI
  26/09/2018 La Voce di Mantova                                                       5
  Il counseling filosofico

  26/09/2018 La Voce di Mantova                                                       6
  Industria 4.0 nelle aziende: il focus parte dalla hbs di monzambano

CONFIMI WEB
  25/09/2018 impresamia.com 09:37                                                     8
  FORMAZIONE-Its Maker: la scuola vicina al mondo del lavoro

SCENARIO ECONOMIA
  26/09/2018 Corriere della Sera - Nazionale                                          10
  Manovra, l'ultima trattativa per il deficit sotto il 2 per cento

  26/09/2018 Corriere della Sera - Nazionale                                          14
  «Il petrolio salirà ancora»

  26/09/2018 Il Sole 24 Ore                                                           17
  il tempo È scaduto, subito soluzioni razionali

  26/09/2018 Il Sole 24 Ore                                                           19
  Battaglia sul decreto Genova: fondi statali a garanzia del Ponte

  26/09/2018 Il Sole 24 Ore                                                           21
  «Ritardi preoccupanti, industriali pronti a scendere in piazza»

  26/09/2018 Il Sole 24 Ore                                                           22
  Incognita riduzione debito con il deficit oltre il tabù 1,6%

  26/09/2018 La Repubblica - Nazionale                                                24
  La guerra totale di Di Maio agli uomini del Tesoro "Pronti a tutto, o noi o loro"

  26/09/2018 La Repubblica - Nazionale                                                26
  "Ecco le trappole dei nuovi contratti luce e gas Da noi un manuale di difesa"

  26/09/2018 La Repubblica - Nazionale                                                28
  TRA CINA E USA ORA L'EUROPA BATTA UN COLPO
26/09/2018 La Stampa - Nazionale                                               29
Di Maio: "Def coraggioso o non lo voto" Scontro con Tria, Conte prova a
mediare

26/09/2018 La Stampa - Nazionale                                               31
Nasce Capri, il nuovo polo del lusso con i marchi Versace, Kors e Jimmy Choo
CONFIMI

2 articoli
26/09/2018                                                                                diffusione:9000
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 NU OVO S T RU M E N TO PER GESTIRE LE RISORSE UMANE
 Il counseling filosofico

 M A N TOVA La filosofia e l'azienda sembrano tematiche molto lontane eppure il Counseling
 filosofico dimostra che non è proprio così. Apindustria propone infatti per questo pomeriggio
 alle 17.30 un incontro gratuito sulla gestione delle risorse umane sfruttando un approccio
 filosofico presso la sede di Via Ilaria Alpi. Sarà proprio lo strumento del dialogo che utilizzerà
 la dott.ssa Elena Belladelli, pro fessionista dell'area risorse umane, per raccontare di come
 grazie al confronto di esperienze, conoscenze e valori, si possa far crescere l'azienda insieme
 al proprio personale. "Se il dialogo e il confronto sono fondamentali per tutte le attività
 umane, lo sono a maggior ragione per la crescita e lo sviluppo di una buona azienda - ha
 sottolineato Giovanni Acerbi, direttore di Apindustria - la filosofia va alla radice delle cose e
 consente alle aziende di capire quali sono i punti di forza da sviluppare e come gestire i punti
 di debolezza facendo leva sulle competenze e abilità delle risorse umane." Il seminario è già
 confermato e chi volesse iscriversi può scrivere a info@api.mn.it o chiamare lo 0376221823.

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Pag. 20

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 Industria 4.0 nelle aziende: il focus parte dalla hbs di monzambano

 M O N Z A M BA N O Partono dalla Hbs di Monzambano i focus sull'industria 4.0 dedicati alle
 aziende del Mantovano. L'introduzione delle pratiche 4.0 nelle aziende arriva grazie
 all'accordo tra Apindustria Confimi e i sindacati Cgil, Cisl e Uil tramite il credito d'imposta. Un
 passo avanti importante per le aziende mantovane nel senso della modernizzazione e
 dell'introduzione di strumenti di ultima generazione. La Hbs, che ieri ha ospitato l'evento in
 collaborazione con Schneider Electric, rientra tra le aziende che possono considerarsi
 tecnologicamente avanzate, anche grazie al recente acquisto di nuovi e modernissimi
 macchinari, come pure grazie ai futuri investimenti che l'azienda ha in programma.
 «Sperimentare dal vivo le potenzialità dell'industria 4.0 vale più di mille parole - sottolinea
 Giovanni Acerbi ». l contratto territoriale sulla formazione 4.0 è uno strumento grazie al quale
 anche le imprese prive di rappresentanza potranno accedere al credito di imposta pari al 40%
 (fino alla somma di 300mila euro).

CONFIMI - Rassegna Stampa 26/09/2018 - 26/09/2018                                                      6
CONFIMI WEB

1 articolo
25/09/2018 09:37
Sito Web

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  FORMAZIONE-Its Maker: la scuola vicina al mondo del lavoro

  FORMAZIONE-Its Maker: la scuola vicina al mondo del lavoro Sabato 22 settembre, nella
  splendida cornice del Teatro Storchi di Modena, Its Maker ha alzato il sipario su quella che è la
  nuova stagione di corsi altamente specializzanti. In platea, oltre alle autorità cittadine e a
  diversi ospiti importanti erano presenti anche tantissimi ragazzi che, a seguito della
  gratificante esperienza formativa offerta da Its Maker hanno subito trovato posto nel sempre
  più esigente mondo del lavoro. Un pomeriggio all'insegna della cultura tecnica e del
  manifatturiero al fianco di partner importanti che hanno fortemente voluto la creazione di
  questa "accademia del fare", tra cui Ferrari spa, Lamborghini Automobili spa, Dallara
  Automobili spa, Bema-Elettric 80, Malagoli Aldebrando. Aziende che hanno fatto grande
  l'Emilia nel mondo e che hanno il compito di guidare i nostri ragazzi nella crescita. Con le 5
  sedi di Modena, Reggio Emilia, Fornovo di Taro (PR), Bologna e Forlì, i corsi Its Maker hanno
  l'obiettivo primario di assicurare la formazione di figure altamente specializzate, in grado di
  rispondere alla domanda di occupazione proveniente dai settori strategici dell'economia
  dell'Emilia-Romagna, in particolare nei settori chiave della meccanica, dell'industria tessile,
  chimica, alimentare. Its Maker applica i più innovativi metodi di insegnamento, utilizzati già
  da anni all'estero, come il learning by doing, che abbina ore di lezioni frontali a didattica
  laboratoriale e stage in azienda, per rendere più efficace possibile il binomio teoria-pratica. In
  prima linea anche Enrico Malagoli, imprenditore molto attivo in Confimi Emilia e titolare della
  Malagoli Aldebrando, marchio che ha fatto della formazione il suo biglietto da visita. Queste le
  sue parole: "Credo fortemente nella formazione, nella nostra azienda è impossibile non
  trovare ragazzi nel mezzo del loro percorso formativo personale. Its Maker è il miglior
  esempio di scuola concreta: grazie a questi corsi il 100% dei ragazzi trova lavoro e riesce a
  costruirsi una vita. Oggi , il mondo della metalmeccanica chiede alla scuola maggiore dialogo.
  Abbiamo bisogno di percorsi scolastici più vicini alle nostre sale di lavorazione" Dello stesso
  avviso anche Giovanni Gorzanelli, presidente di Confimi Emilia e titolare della Margen: "Ho
  partecipato con grande piacere alla presentazione di Its Maker. Il comparto manifatturiero
  lamenta una carenza di giovani preparati da inserire in azienda. Servono figure con
  competenze tecniche che oggi noi imprenditori fatichiamo a trovare. Assemblatori, saldatori,
  tecnici di produzione, disegnatori CAD: sono queste le figure che mancano. Il lavoro che
  svolge Its Maker è prezioso, spero che la scuola intera prenda come esempio quanto fatto in
  Emilia con questo progetto, Its Maker rappresenta una formazione concreta, innovativa e
  vincente"     Foto scattata sabato scorso presso il Teatro Storchi di Modena, in occasione della
  presentazione dei corsi di Its Maker. Nella foto, al centro Enrico Malagoli della Malagoli
  Aldebrando con Federica Gherardi di Its Maker » Dalla home page » FORMAZIONE-Its Maker:
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CONFIMI WEB - Rassegna Stampa 26/09/2018 - 26/09/2018                                                  8
SCENARIO ECONOMIA

11 articoli
26/09/2018                                                                                diffusione:222170
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 Manovra, l'ultima trattativa per il deficit sotto il 2 per cento
 Federico Fubini e Francesco Verderami

 A lla vigilia del varo del programma sui conti, lo scontro sul decreto per Genova tra via XX
 Settembre e Palazzo Chigi è la cartina di tornasole del clima di confusione che regna nel
 governo, dove alle «spinte rivoluzionarie» dei grillini - come le definisce un ministro della Lega
 - sul provvedimento per il capoluogo ligure, si contrappone un atteggiamento più pragmatico
 del Carroccio. Il problema non è tanto la copertura economica, ma il resto .
 continua alle pagine 6 e 7
 I l resto, per esempio, sono le urla di Giorgetti verso gli alleati a Cinque Stelle che mirano a
 nazionalizzare Autostrade: «Ma lo sapete che lì dentro ci sono anche un fondo americano e
 uno cinese? Dopo chi ce li compra i titoli di Stato?». Ed è solo uno degli interrogativi che si
 affollano sul testo. Il Quirinale attende di riceverlo prima di giudicarlo, ma è un fatto che
 l'altro ieri Mattarella - in visita a Genova - si sia espresso in modo sibillino con le autorità
 locali, che gli rappresentavano l'urgenza di un intervento: «Non mi sfuggono certi aspetti
 delicati del decreto».
  Paradossalmente il caos sul caso Genova vien utile ai partiti della maggioranza per coprire le
 tensioni sulla manovra. Se Salvini non segue la linea barricadera di Di Maio contro le strutture
 del Mef, è perché il leader della Lega si è assicurato per grandi linee la copertura degli
 obiettivi a cui mira: a cominciare da una sforbiciata della Fornero che - sondaggi alla mano - è
 in cima alle priorità dell'opinione pubblica. In più Salvini usa la cosiddetta flat tax alle imprese
 (in realtà uno sgravio alle piccole partite Iva) per calmare quella parte di imprenditori che l'ha
 votato e che si lamenta con lui per il reddito di cittadinanza. Proprio l'aspetto della manovra
 che continua a provocare le fibrillazioni di M5S: fonti autorevoli della maggioranza sostengono
 che ad ostacolare il provvedimento caro ai grillini non solo ci sarebbero i soliti problemi di
 «adeguata copertura», ma anche «precise indicazioni» giunte dal Colle perché i saldi di
 bilancio siano tutelati.
  I vincoli dell'Europa
  Il ragioniere generale dello Stato, Daniele Franco, è sicuramente seccato per le parole del
 vice premier Di Maio verso la struttura ministeriale. Alcuni si sarebbero aspettati un
 intervento pubblico del ministro Tria a difesa di Franco e dell' «imparzialità» delle strutture
 tecniche del dicastero. Ma le incertezze di palazzo Chigi sul decreto per Genova hanno
 consentito agli uomini del Mef di servire il piatto della vendetta bollente: non si era mai letta
 una dichiarazione in cui via XX Settembre definisce «molto incompleto» un testo trasmesso
 dalla presidenza del Consiglio .
 E il clima lì non dev'essere proprio dei migliori, se tra loro i ministri della Lega ridono di gusto
 immaginando di cogliere Giorgetti in una stanza, mentre mette le mani al collo di Conte e gli
 dice: «E firma,firma! Quante volte ancora devi leggerti queste carte?». È un siparietto che
 serve agli esponenti del Carroccio per scaricare un crescente malcontento verso i grillini,
 sebbene Salvini sia stato chiaro: «Non voglio casini. Si va avanti con questo governo». E passi
 che anche il ministro dell'Interno abbia dovuto ingoiare un rospo, posticipando la
 presentazione del decreto sicurezza: il confronto piuttosto teso con Di Maio non è passato
 inosservato nel governo.

SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 26/09/2018 - 26/09/2018                                              10
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 Ma alla fine l'accordo sulla manovra ci sarà, per un obiettivo di deficit nel 2019 all'1,8% o
 all'1,9% del prodotto lordo. La Lega, al 30% nei sondaggi e fortissima nell'opinione pubblica
 sul tema dell'immigrazione, non ha motivo di rischiare ancora più instabilità finanziaria
 attorno al bilancio pubblico. La sua base elettorale di risparmiatori e piccoli imprenditori che
 vivono di credito bancario non lo capirebbe. Tra il titolare dell'Economia che punta a un
 disavanzo non oltre l'1,6% del Pil nel 2019 e M5S che vorrebbe finanziare il reddito di
 cittadinanza in deficit, perché ha disperatamente bisogno di una vittoria, il compromesso
 cadrà vicino all'area presidiata da Tria. In fondo ha pesato anche che Mattarella abbia fatto
 sentire il suo sostegno alla struttura tecnica del dicastero su cui si era scaricata la frustrazione
 grillina con gli attacchi a Franco.
  Che ciò basti a sminare il terreno davanti al governo però non è detto. Almeno non ancora.
 Probabilmente sarà così nell'immediato, nel rapporto con i mercati. Gli investitori avevano
 venduto il debito dell'Italia in estate dopo aver ascoltato dichiarazioni di ogni tipo: temevano
 che il deficit sarebbe salito persino sopra al 3% del Pil. Una volta evidente che non ci saranno
 veri sfondamenti, ma un livello stagnante di disavanzo che promette una lieve discesa del
 debito anche nel 2019, andrà in scena un ritorno tattico sulla carta italiana per qualche mese.
 Blackrock, il più grande investitore al mondo con 6.300 miliardi di dollari in gestione, l'ha già
 capito e fatto sapere: il suo vice-capo degli investimenti sul reddito fisso, Scott Thiel, ha
 annunciato infatti che il gruppo americano prenderà una posizione rialzista sull'Italia perché il
 quadro sul bilancio evolve «verso una soluzione molto più ragionevole» .
 N on è detto però che basti a distendere i rapporti fra Roma e la Commissione Ue. Tutti a
 Bruxelles hanno preso nota che Conte aveva omesso un atto il 29 giugno scorso: il premier
 non aveva posto riserve né aveva contestato - quindi secondo alcuni a Bruxelles aveva
 controfirmato - le raccomandazioni della Commissione all'Italia, che non ha posto né veti né
 riserve nel momento in cui il vertice dei leader Ue ha fatto proprio quel testo. Peccato che
 quelle raccomandazioni chiedano a Roma per il 2019 una riduzione dello 0,6% del deficit
 cosiddetto «strutturale», quello cioè calcolato al netto delle misure una tantum e delle
 oscillazioni temporanee della crescita. Significherebbe, se interpretato alla lettera, che il
 deficit dovrebbe scendere verso l'1% dall'anno prossimo. Fra l'altro le raccomandazioni Ue
 chiedono anche di ridurre, non aumentare, la spesa per le pension i.
  Gli sprechi nei ministeri
 Ovviamente non accadrà nulla di tutto questo. Ma l'insistenza di Tria per tenere il deficit
 almeno all'1,6% si spiega proprio con quel passaggio: quella è la soglia minima per
 permettere un calo almeno dello 0,1% del deficit «strutturale» che metterebbe al sicuro
 l'Italia dal rischio che la Commissione respinga subito la Legge di stabilità e dia due settimane
 al governo Conte per riscriverla. Un deficit all'1,8% o all'1,9% implicherebbe potenzialmente
 un lieve peggioramento di questo saldo «strutturale», dunque scoprirebbe il fianco a una
 procedura per deficit eccessivo.
 Si arriverebbe così a uno scontro politico fra Bruxelles e l'Italia. Ed è una tentazione latente
 nella Commissione Ue, per varie ragioni. La prima è che non si vuole far vedere che una
 strategia di critiche e attacchi continui come quella del governo di Roma verso Bruxelles paga:
 in agosto, Salvini aveva attaccato l'«austerità dell'Europa» persino per il crollo del ponte di
 Genova. La seconda ragione è che se Bruxelles desse disco verde a una palese violazione,
 potrebbero esserci contraccolpi di segno anti-europeo in altri Paesi. In Germania la destra
 radicale di Afd, nata contro i salvataggi dei Paesi del sud Europa, è già il secondo partito ed è
 sopra ai livelli della Lega al 4 marzo.

SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 26/09/2018 - 26/09/2018                                              11
26/09/2018                                                                              diffusione:222170
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 Un deficit all'1,8% o all'1,9% rappresenta dunque una (timida) sfida. La scommessa è che
 alla fine Bruxelles non reagirà per non infiammare una campagna anti-Ue in Italia in vista del
 voto europeo di maggio.
  © RIPRODUZIONE RISERVATA
  L'Ego I numeri della manovra 2010 '11 '12 '13 '14 '15 '16 '17 '18 '19 '20 2010 '11 '12 '13 '14
 '15 '16 '17 '18 '19 '20 -3 -1,6 -0,8 0 -2,9 -2,9 -2,6 -2,5 -2,3 -4,2 -3,7 L'EVOLUZIONE DELLA
 FINANZA PUBBLICA DEBITO DEFICIT 130,8 124,7 115,4 128 116,5 123,3 129 131,8 135,5
 132 131,8 AMMONTARE DELL'INTERVENTO Di cui 25-30 miliardi Le previsioni del Def di aprile
 2018 (dati in%sul Pil) SPESE OBBLIGATORIE Disinnesco aumento Iva Costo aggiuntivo del
 debito per aumento dello spread 4 miliardi Spese indifferibili 3miliardi (missioni militari, ecc.)
 VOCI DI SPESA PER LA REALIZZAZIONE DEL PROGRAMMA DI GOVERNO M5S: Reddito di
 cittadinanza Lega Nord: Superamento legge Fornero 5 miliardi Flat Tax 5miliardi 10 miliardi
 LE PREVISIONI DELLA COMMISSIONE EUROPEA LE PREVISIONI DI DEFICIT (2018-2019) LA
 MANOVRA (DEF 2019) LE PREVISIONI DI MIGLIORAMENTO DEL DEBITO PUBBLICO -0,1% -
 1,6% -2% 0 30 90 120 150 -2,0 -1,5 -1,0 -0,5 0 2018 2019 2018 2019 -1,7% -1,7% 129,7
 130,7 60 0 3 6 9 12 12,4 miliardi
 I numeri
 Governo e maggioranza sono alle prese con numeri e misure della prossima legge di bilancio.
 A due giorni dalla scadenza ufficiale per la presentazione della Nota di aggiornamento al Def,
 che delinea i confini contabili della manovra, si conferma l'intenzione di fissare l'asticella del
 deficit appena sotto la soglia psicologica del 2%, all'1,9%
  Il governo ragiona anche sulla possibilità che nel corso dell'esame in Parlamento il tetto
 venga rivisto ancora al rialzo, salendo di qualche decimale fino a un massimo del 2,1-2,2%.
 Il percorso comporta però che le Camere approvino, a maggioranza assoluta, la richiesta del
 governo
 Salvini e le imprese
 Salvini usa la flat tax per calmare gli imprenditori contrari al reddito di cittadinanza
 Decreto Genova
 Il caos sul decreto Genova copre, paradossalmente, le tensioni sulla manovra
 Il negoziato
 Ministro dell'Economia e delle Finanze da giugno 2018, Giovanni Tria, 69 anni, economista, è
 docente all'Università di Roma Tor Vergata. Dal 2009 al 2012 è stato membro del Consiglio
 dell'Organizzazione Internazionale del lavoro (Oil). Fa parte del comitato della Fondazione
 Magna Carta
 Il sottosegretario alla
 presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti (51 anni). È anche vicesegretario della Lega. È
 stato sottosegretario alle Infrastrutture nel 2001 nel governo Berlusconi II. È l'uomo di fiducia
 del vicepremier Matteo Salvini. Laurea all'Università Bocconi, è entrato in Parlamento nel
 1996
 Il commissario francese
 agli Affari economici Pierre Moscovici, 61 anni. Socialista, in Francia è stato ministro
 delle Finanze dal 2012 al 2014 e ministro degli Affari europei dal 1997 al 2002. A Bruxelles
 Moscovici è l'interlocutore
 con il quale l'Italia dovrà confrontarsi per la Legge
 di Bilancio

SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 26/09/2018 - 26/09/2018                                            12
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 Ha assunto la carica di Ragioniere generale dello Stato nel maggio del 2013. Laureato in
 scienze politiche all'Università di Padova, 65 anni, bellunese, Daniele Franco dal 2007 al 2011
 è stato Capo del Servizio Studi di struttura economica e finanziaria della Banca d'Italia, quindi
 direttore dell'area ricerca
  Le parole
 DEFICIT
 SPREAD
 In economia il termine deficit viene utilizzato prevalentemente in riferimento al settore
 pubblico dove si parla di deficit pubblico con riferimento alla differenza (per ciascun anno) tra
 i costi dell'amministrazione statale e le entrate derivanti dalle imposte dirette e indirette
 versate dalle imprese e dai cittadini. Le dimensioni del deficit pubblico vengono generalmente
 rapportate al prodotto interno lordo (PIL) allo scopo di mettere in relazione il deficit con la
 capacità di produrre ricchezza e quindi di ripagare il debito accumulato.
 In finanza la parola inglese «spread» è usata per indicare il differenziale del rendimento tra
 due titoli di Stato. In genere, i titoli di Stato della Germania, i Bund, essendo considerati i più
 affidabili, sono usati come termine di riferimento (benchmark). Per capire qual è lo stato di
 salute dei conti pubblici italiani si guarda allo spread tra i Btp decennali e gli analoghi Bund
 tedeschi. Ieri lo spread ha chiuso (in calo) a 233 punti, con un rendimento offerto pari al
 2,87%.
  © RIPRODUZIONE RISERVATA
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 dei principali eventi economici
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 Nato a L'Aquila 47 anni fa, ha svolto quasi interamente la sua carriera all'interno del Mef fino
 alla nomina a direttore generale del Tesoro a luglio 2018. Nel 2008 è entrato nel Consiglio
 superiore della Banca d'Italia e nello stesso anno fu nominato responsabile della «Direzione
 generale IV» del Mef
  Il premier Giuseppe Conte, 54 anni

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 Intervista Claudio Descalzi, numero uno Eni
 «Il petrolio salirà ancora»
 Massimo Gaggi

 Il petrolio continuerà a salire? «Sarebbe
  negativo» dice l'amministratore dell'Eni Claudio Descalzi. a pagina 33
  New York «Il petrolio a 100 dollari al barile? Non azzardo previsioni. Dico solo che sarebbe
 negativo per tutti: per i consumatori, ma anche per noi produttori, tra instabilità dei mercati e
 prevedibile impatto sui consumi. E per l'ambiente, dato che, a quei livelli, molti tornerebbero
 al carbone. Ma riconosco anche che, al di là della fiammata di ieri dopo le decisioni Opec, le
 condizioni di mercato possono spingere verso prezzi ancor più sostenuti».
 L'amministratore dell'Eni Claudio Descalzi incontra il Corriere dopo aver firmato un accordo
 con l'UNDP, il Programma di Sviluppo dell'Onu, per l'estensione dell'impegno della
 multinazionale energetica nello sviluppo economico dell'Africa e mentre il presidente
 americano Trump accusa l'Opec, che ha respinto la sua richiesta di mettere più petrolio sul
 mercato per far calare i prezzi, dal palco dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite.
  Difficile capire, per il cittadino: fino a qualche tempo fa la benzina, qui negli Usa, costava
 mezzo dollari al litro, la metà dell'acqua minerale. Ora si torna a parlare di quota 100.
 «Al di là dei numeri - alcuni di quelli che oggi vedono il petrolio a 100, qualche anno fa lo
 prevedevano a 20 - è indubbio che nel tempo si è ricreato uno squilibrio che fa salire i prezzi.
 Da un lato cresce la domanda legata alla mobilità e all'industria. Ma il maggior fabbisogno non
 viene soddisfatto da una maggior offerta. Anzi, gli investimenti nell'estrazione calano:
 eravamo a 800 miliardi di dollari l'anno nel 2013-14, ora siamo scesi a circa 400. Tenga conto
 che ne servirebbero 600 solo per combattere il declino naturale dei giacimenti petroliferi».
  Trump se la prende con l'Opec, altri dicono che è anche la sua politica delle sanzioni, come
 quelle all'Iran, a far crescere i prezzi. Ma poi, non doveva esserci un effetto-calmiere grazie
 alla maggior produzione Usa di shale gas?
 «L'anno scorso abbiamo avuto un deficit di produzione mondiale di circa 500 mila barili al
 giorno in media annua. Le sanzioni all'Iran potrebbero sottrarre altri 700 mila barili. L'America
 è ai limiti con la sua produzione e allora Trump aveva chiesto all'Opec di compensare
 aumentando l'offerta di greggio. L'organizzazione ha opposto un rifiuto che ha fatto
 impennare i prezzi».
  La Russia ha molto bisogno di valuta, i sauditi si stanno addirittura indebitando: perché
 bloccare le riserve?
 «Vedremo quale sarà la reazione dell'Opec se i prezzi punteranno ai 90 dollari. Senza contare
 che prezzi più elevati rallenterebbero lo sviluppo delle economie con danni anche per l'area
 Opec: quello sarà il momento della verità».
  Lavorare molto in Africa vi ha creato grosse difficoltà, compresi alcuni problemi giudiziari, ma
 vi ha anche aperto un vasto mercato e, ora, vi consente di cogliere un ambito riconoscimento
 in sede Onu.
 «Non è una questione di medaglie. Scegliendoci dopo una approfondita due diligence ,
 (l'analisi di chi siamo, di cosa facciamo e di come lo facciamo in quella parte del mondo),
 come primo partner energetico globale delle Nazioni Unite per lo sviluppo dell'Africa, l'UNDP
 dà credibilità ai nostri sforzi. I problemi ai quali lei fa riferimento li hanno anche gli altri grandi
 operatori. E, comunque, sulla questione dell'Algeria siamo stati assolti. Aspettiamo per il
 resto, e siamo fiduciosi. Intanto da parecchi anni noi investiamo in 14 Paesi africani,

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 dall'Angola alla Nigeria passando per Congo e Mozambico, con l'obiettivo di affiancare
 all'attività estrattiva programmi di sostegno delle economie e delle comunità locali: centrali
 elettriche, impianti eolici, solare fotovoltaico per dare energia alle famiglie e alle imprese di
 vari Paesi. Ma anche investimenti in agricoltura e in riforestazione. Fin qui abbiamo fatto tutto
 con le nostre risorse, salvo che nel Ghana dove c'è stato un contributo della Banca Mondiale.
 Il riconoscimento dell'Onu ci apre, ovviamente, orizzonti più vasti».
  E' il modo giusto per far crescere questo continente e ridurre i flussi migratori verso l'Europa?
 Il ministro Salvini parla di piano Africa. Chi dovrebbe farlo? Può bastare l'impegno di grandi
 gruppi come il suo?
 «Da anni si parla di interventi per l'Africa, di banche etiche, ma al dunque le risorse non
 arrivano. Noi abbimo fatto investendo da soli, senza aspettare crediti e risorse. Le faccio
 l'esempio di una regione della Nigeria, il delta del fiume Niger, dove, con un impegno iniziato
 a fine anni '80, abbiamo portato una popolazione di 600 mila persone a sviluppare attività
 agricole che prima non esistevano. Una comunità che oggi produce, ha un reddito e una sua
 struttura sociale radicata. Servono molte di queste iniziative: un piano pubblico/privato che
 offra capacità di progettazione e costanza nell'attuazione dei programmi».
   In Libia momento difficile in una crisi che si trascina da anni: oltre ai conflitti tribali vede
 complicazioni per le rivalità tra Italia e Francia? Anche voi e la francese Total in trincea?
 «In Libia si deve arrivare a un'intesa interna tra fazioni. Non entro in questioni diplomatiche,
 ma deve essere chiaro che tra noi e Total non ci sono tensioni: lavoriamo insieme in mezzo
 mondo, dalla Nigeria all'Egitto, dall'Angola alla Gran Bretagna. Total è già presente in Libia nel
 petrolio, noi soprattutto nel gas, con poco meno di 300 mila barili al giorno di produzione.
 Lavoriamo quotidianamente gomito a gomito, pur nello spirito di una sana concorrenza».
 Scossoni dal nuovo governo, tra nemici dei mercati globali e nostalgici dell'industria pubblica?
 Gli investitori internazionali che hanno scommesso sull'Eni sono allarmati?
 «No, anche perché il 95% della nostra attività si svolge fuori dall'Italia. Col governo abbiamo
 rapporti costruttivi, positivi, soprattutto con lo Sviluppo Economico per l'economia circolare e
 il sostegno alle energie rinnovabili, col ministero dell'Interno per la Libia e le questioni di
 sicurezza, ma anche con l'Economia e col ministro Savona per i rapporti con l'Europa».
  © RIPRODUZIONE RISERVATA
 Il mix
 «Se vogliamo raggiungere l'obiettivo dell'accordo, dobbiamo lavorare sul mix energetico, e il
 migliore connubio è quello tra rinnovabili e gas». Il Ceo di Eni, Claudio Descalzi (foto) , è
 intervenuto a New York in un forum della Oil and Gas Climate Initiative (Ogci)
 L'organizza-zione ha annunciato l'obiettivo di ridurre di un quinto, al di sotto dello 0,25%, la
 media collettiva dell'intensità di metano derivante dalle operazioni aggregate di estrazione di
 gas e greggio entro il 2025, con l'ambizione di raggiungere lo 0,20%, corrispondente a una
 riduzione di un terzo
  Per Descalzi «è giusto un punto di partenza, ma dobbiamo essere
 più rapidi
 nel porci nuovi obiettivi. Dobbiamo aumentare la nostra collaborazione e coinvolgere altre
 compagnie»
 ~
 L'America è ai limiti con la sua produzione e allora Trump aveva chiesto all'Opec di
 compensare

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 Il 95% della nostra attività si svolge fuori dall'Italia. Con il governo abbiamo rapporti
 costruttivi
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 Investimenti
 Fino al 2013-2014 gli investimenti nell'estrazione erano di 800 miliardi
 di dollari, calati a quota 400 miliardi.
 In Libia non ci sono tensioni con Total CdS Un anno in Borsa Brent 12,64 13,44 14,25 15,05
 16,65 16,85 gennaio 2018 maggio 2018 settembre 2018 50,00 55,00 60,00 65,00 70,00
 75,00 80,00 novembre 2017 gennaio 2018 marzo 2018 maggio 2018 luglio 2018 settembre
 2018 Ieri +2,43% a 16,548 euro Ieri 82,19 dollari al barile

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 I DANNI DEI RITARDI
 il tempo È scaduto, subito soluzioni razionali
 Giorgio Santilli

 Doveva essere una risposta chiara, veloce, esemplare che Genova chiedeva, e con lei l'Italia
 intera. Una risposta per evitare danni gravissimi al tessuto economico e sociale della città. Il
 decreto legge per Genova - a giorni dal crollo di Ponte Morandi e a giorni dall'approvazione in
 Consiglio dei ministri - è diventato invece uno spettacolo di liti continue e norme avventate
 destinate a durare poche ore per essere riscritte. -Continua a pagina Continua da pagina 1
 A questo brutto copione non si sottrae la giornata di ieri che ha messo in scena il braccio di
 ferro fra la Ragioneria generale dello Stato e i ministeri competenti. Un braccio di ferro - va
 detto - che è il frutto (oltre che l'ultimo atto) di un iter incerto e di un impianto legislativo
 traballante fin dai primi minuti. Non a caso ieri il governatore della Liguria, Giovanni Toti,
 lamentava le nuove pesanti modifiche al testo rispetto agli accordi presi con il premier poco
 più di una settimana fa.
 All'origine di questo cammino accidentato non c'è solo la divisione politica, più volta emersa,
 fra i due partner della maggioranza e fra governo centrale e autorità locali. C'è piuttosto il
 fatto che si sono volute piegare a un disegno politico le norme da scrivere senza tener conto
 dei tempi, delle soluzioni realistiche, percorribili, coerenti con l'ordinamento costituzionale e
 amministrativo. Non è detto, per altro, che queste difficoltà non si ripropongano nell'esame
 che da oggi dovrebbe fare del decreto il Quirinale.
 Nel decreto sull'emergenza sono venuti a confluire obiettivi - come la revoca della concessione
 ad Autostrade e la nazionalizzazione - che certamente sono legittimi per una forza politica -
 tanto più dopo una tragedia di questo tipo - ma che meglio sarebbero stati affrontati in un
 disegno di più lungo periodo e nel rispetto di norme e contratti. L'iter avviato all'unanimità dal
 governo di revoca della concessione ad Aspi è corretto e deve però fare un suo percorso che
 non potrà ignorare passaggi formali, contraddittori e tempi non strettissimi. Perché è
 doveroso accertare tutte le responsabilità e agire di conseguenza ma nel rispetto dello Stato
 di diritto. L'emergenza aveva bisogno di risposte diverse, realistiche e concrete, come più
 volte hanno detto lo stesso Toti o il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo
 Giorgetti.
 Si sarebbe dovuto chiedere ad Autostrade di rispondere agli obblighi previsti dalla
 convenzione e di ripristinare le opere pagandone il conto. E si sarebbe potuto fare spazio a un
 consorzio di garanzia nella realizzazione.
 Invece stando ancora alle ultime bozze in circolazione si è preferito lo strappo di esautorare
 Autostrade da tutti i ruoli con l'eccezione di quella di pagatore, ipotizzando una decadenza
 surrettizia della concessione che non potrà non suscitare una reazione nelle Aule dei tribunali
 (se sarà confermata). Si sono tirate in ballo dal primo momento aziende pubbliche che non
 avevano neanche i requisiti per costruire il Ponte. Si è ipotizzata una nazionalizzazione che
 non è chiaro con quali soggetti si potrebbe fare. Si è decisa la strada di affidare a trattativa
 diretta l'appalto rischiando di incappare nei rilievi della Ue e dell'Anac salvo poi introdurre una
 gara informale. L'impianto era incerto e si attende di vedere il testo finale per capire se gli
 errori più gravi sono stati corretti.
 Nei momenti delle difficoltà e dell'emergenza, un popolo deve saper restare unito e chi
 governa deve cercare soluzioni che producano il massimo di convergenza. Uno spirito di
 ricostruzione e di intesa che nulla toglie al fatto che chi ha sbagliato paghi. Nelle emergenze il

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 «fattore tempo» è molto più rilevante delle rese dei conti e dei sondaggi. Lo si deve anzitutto
 alle vittime della tragedia e a una città che rischia di soffocare sotto quelle macerie.
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 Battaglia sul decreto Genova: fondi statali a garanzia del Ponte
 I rilievi della Ragioneria. Risolti i nodi sulle coperture dopo le tensioni con il Mef per la
 mancata indicazione di costi e finanziamenti. Bollinatura in arrivo. Palazzo Chigi: ora il testo al
 Colle
 Gianni Trovati Manuela Perrone

 ROMA
 Doveva essere il segnale più importante del "governo del cambiamento", la risposta alla
 fortissima apertura di credito dei cittadini simboleggiata cinque settimane fa dagli applausi ai
 funerali delle 43 vittime. Ma il decreto Genova si è rivelato un banco di prova faticoso. E
 neppure ieri è stato trasmesso al Quirinale, come era stato invece annunciato lunedì dal
 premier Conte. Approda al Colle in queste ore con la bollinatura del Mef, dopo la definizione di
 costi e coperture in un testo arrivato sprovvisto di parecchie cifre.
 Nasce da qui l'ennesimo botta e risposta tra i tecnici dell'Economia e le voci politiche giallo-
 verdi, sullo stesso asse Palazzo Chigi-Mef già incendiato dalle polemiche del fine settimana su
 manovra e reddito di cittadinanza. In mattinata è il sottosegretario leghista alle Infrastrutture,
 Edoardo Rixi, a chiamare in causa la Ragioneria generale: «La colpa dei ritardi è loro, perché
 il documento è stato inviato il 21 settembre». Ma era un testo «largamente incompleto»,
 fanno sapere nel pomeriggio fonti di Via XX Settembre. Anche perché, dopo l'approvazione
 «salvo intese» nel consiglio dei ministri del 13 settembre, il provvedimento si è allargato per
 ospitare una serie di interventi lunga ed eterogenea, dalla Liguria alle aree terremotate di
 Ischia e delle Marche oltre a una serie di altri aiuti. Il caos ha portato a sfoltire molti punti,
 accendendo però le proteste del governatore ligure Giovanni Toti: «Stupisce e preoccupa il
 susseguirsi di voci che modificherebbero sostanzialmente i contenuti concordati una settimana
 fa a Palazzo Chigi - spiega -. Mi chiedo se non sia più opportuno il ritiro del decreto e
 ricominciare da capo su basi solide».
 Il via vai di misure aggiunte e tolte ha complicato un lavoro che già ha faticato parecchio a
 trovare la quadra sulle spese per la ricostruzione del ponte. Resta la richiesta ad Autostrade
 per l'Italia (Aspi) di provvedere al finanziamento: ma le regole di finanza pubblica impongono
 coperture certe, e non appese ai rischi di contenziosi con la società che appaiono molto
 probabili. Per questa ragione il testo finale prevede lo scudo pubblico del Fondo Infrastrutture.
 La partita si intreccia con la volontà del governo di escludere Aspi dai lavori. La mossa di
 trasformare il futuro commissario straordinario in stazione appaltante in grado di dribblare
 l'obbligo di gara ha fatto emergere di dubbi di costituzionalità, che sarà il Colle a dover
 dirimere sulla base del testo definitivo.
 I lavori su calcoli e tabelle hanno dovuto poi affrontare il puzzle delle tante norme aggiunte
 nei giorni di gestazione del decreto. Per Genova sono arrivate le assunzioni extra negli enti
 locali (Comune, Città metropolitana e Regione Liguria), i fondi in più per il trasporto pubblico
 e gli aiuti fiscali a famiglie e imprese. Sorvegliate speciali sono state poi le misure su Ischia,
 con il commissario ad hoc e la possibilità di assicurare contributi fino al 100% delle spese per
 la ricostruzione di imprese e case private. Nelle bozze era spuntata anche la rimodulazione di
 una serie di mutui agevolati previsti da vecchie norme per l'autoimprenditorialità e le nuove
 imprese del Mezzogiorno, con la possibilità di sospendere le rate e allungare gli
 ammortamenti fino al 2026, pure nei casi in cui i ritardi nei pagamenti avessero già portato
 alla risoluzione dei contratti con Invitalia.

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 Il testo, alleggerito rispetto alle bozze degli ultimi giorni, arriva ora al Quirinale per l'esame
 finale e la promulgazione. Ma la partita non è chiusa. Anche Palazzo Chigi, nel comunicato con
 cui ieri sera prova a gettare acqua sul fuoco e a negare ritardi «per l'avvio delle misure di
 sostegno», riconosce che a completare l'opera dovrà pensarci la legge di bilancio, finanziando
 una serie di spese correnti che per i prossimi anni sono ancora senza copertura.
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 LA LUNGA ATTESA
 14.08
 Crolla il ponte Morandi
 La sezione del viadotto Polcevera della lunghezza di 200 metri crolla improvvisamente insieme
 al pilone che lo sostiene nel pomeriggio del 14 agosto. Sono 43 le vittime. Nei funerali del 18
 agosto i vicepremier Salvini e Di Maio e il premier Giuseppe Conte ricevono un'ovazione. Un
 riconoscimento tutto sulla fiducia che l'Esecutivo gialloverde promette di ripagare
 13.09
 Il Governo approva il decreto
 L'Esecuitivo approva con la formula «salvo intese» il decreto con le misure per Genova ma
 anche per altre emergenze. Nel testo agevolazioni fiscali e contributi per gli sfollati e per le
 imprese. Mancano però gli interventi promessi dal ministro Toninelli: il nome del commissario
 straordinario, l'affidamento diretto a Fincantieri e la revoca della concessione ad autostrade
  25.09
 Il decreto è ancora al palo
 Il decreto arriva al Tesoro per la bollinatura della Ragioneria dello Stato ma fonti del ministero
 fanno sapere che il testo è «molto incompleto» e «senza alcuna indicazione di oneri e
 coperture». Più tardi Palazzo Chigi precisa che le coperture ci sono e che il testo sta per
 essere inviato al Quirinale. Il Mef a sua volta assicura che la bollinatura arriverà «nelle
 prossime ore»
 Foto:
 «Meglio ritirarlo» -->
  --> Per il governatore Giovanni Toti può essere opportuno «ritirare il dl e ricominciare da
 capo»
 Foto:
 Ponte Morandi. --> Uno dei monconi del viadotto crollato il 14 agosto scorso e che
 probabilmente non sarà demolito prima di due mesi

SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 26/09/2018 - 26/09/2018                                           20
26/09/2018                                                                            diffusione:87661
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 INTERVISTA Giovanni Mondini. Per il Presidente di Confindustria Genova è urgente dare
 risposte al cittadini e imprese
 «Ritardi preoccupanti, industriali pronti a scendere in piazza»
 Simone Spetia

 Il quadro confuso fa temere che i tempi di ricostruzione del viadotto che sostituirà Ponte
 Morandi possano essere ben più lunghi di quelli prospettati finora. E i tempi, ricorda Giovanni
 Mondini, presidente degli industriali genovesi a Effetto Giorno su Radio24, «sono
 determinanti». Per questo prospetta l'ipotesi di una manifestazione degli imprenditori.
 Il decreto fatica a vedersi e il quadro regolatorio è poco chiaro. In città serpeggia qualche
 preoccupazione che immagino condividiate.
 Più che serpeggia, c'era già da tempo e col tempo si sta trasformando in qualcosa in più di
 una preoccupazione. Possiamo dire che siamo quantomeno seriamente preoccupati.
 Lei ha detto che gli imprenditori sono pronti a scendere in piazza
 Lo confermo, ma è più che altro quello che ho riscontrato da tutti i nostri associati. La
 posizione è emersa una decina di giorni fa nel nostro consiglio generale, quando tutti hanno
 detto: monitoriamo ancora i tempi, vediamo cosa succede. Direi che da allora, da quando
 circolavano le prime bozze del decreto, si ha ancora meno visibilità su quella che sarà la
 tempistica. Dovrò tener fede a quello che era stato chiesto da tutti gli imprenditori genovesi,
 che era anche di scendere in piazza, ovviamente in maniera molto tranquilla, per manifestare
 il proprio dissenso e ricordando ancora una volta che il tempo è un fattore determinante.
 Quello che paventate è una catena di ricorsi e controricorsi che finisca per bloccare la
 ricostruzione.
 Il problema è proprio quello. Capisco che la situazione non sia semplicissima. O meglio,
 sarebbe stata semplicissima perché il concessionario Autostrade per legge avrebbe dovuto
 provvedere a ripristinare la situazione precedente. Anzi, io avrei preteso che fossero già
 cominciate, compatibilmente con i tempi della sicurezza e della procura, le opere di
 demolizione. Nulla avrebbe dovuto impedire questo. Capisco che siano nati certi tipi di
 discorsi, ma è importante che questi discorsi non tengano in sospeso la decisione
 sull'operazione di demolizione e ricostruzione del ponte. Per assurdo dico che se deve esserci
 revoca della concessione e si vuole trovare un altro strumento giuridico che consenta a
 qualcuno di demolire e costruire velocemente, trovatelo subito, altrimenti qua non si capisce
 dove andiamo a finire.
 Insomma, si decida quello che si vuole sulla sorte della concessione, basta che questo ponte
 torni ad attraversare la città...
 Io sono uno pragmatico e sappiamo che dietro c'è uno scenario regolatorio non semplice, ma
 questo non vuol dire che non si può decidere. Come ho detto prima Autostrade avrebbe già
 dovuto iniziare le opere di demolizione. Non si capisce come ci si deve muovere per la
 demolizione e ricostruzione. E la città attende.
 © RIPRODUZIONE RISERVATA
 Foto:
 RISCHIO PARALISI
  Mondini: «Non si può bloccare demolizione e ricostruzione del ponte»

SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 26/09/2018 - 26/09/2018                                        21
26/09/2018                                                                               diffusione:87661
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 L'ANALISI
 Incognita riduzione debito con il deficit oltre il tabù 1,6%
 Dino Pesole

 La "linea del Piave" dell'1,6% per il deficit 2019, che per il ministro dell'Economia Giovanni
 Tria era il necessario punto di approdo della trattativa in corso con Bruxelles per spuntare la
 flessibilità utile al disinnesco delle clausole Iva (12-13 miliardi), vedrà un ritocco verso l'1,9
 per cento. È il frutto del confronto politico, a tratti anche molto acceso, che ha opposto in
 questi giorni il titolare dell'Economia ai due "contraenti" del programma di governo. Si è
 anche ipotizzato un ulteriore sforamento del deficit, nei dintorni se non oltre il 2 per cento,
 per aumentare la "dote" destinata al finanziamento dei punti qualificanti del programma
 (reddito di cittadinanza, superamento della legge Fornero, manovra fiscale sulle partita Iva e
 taglio dell'Ires). Ma oltre, almeno per ora, non era lecito spingersi. Più che il giudizio di
 Bruxelles, incombe la reazione dei mercati e il calendario, non meno privo di incognite, delle
 prossime "pagelle" delle agenzie di rating. La mediazione prenderà corpo tra breve con la
 Nota di aggiornamento al Def, e poi con la legge di Bilancio. È probabile che il Governo motivi
 l'ulteriore ricorso al deficit (la base di partenza, comprensiva dell'aumento dell'Iva è lo 0,8%
 del Pil) sia con la necessità appunto di evitare che dal prossimo anno scattino le clausole di
 salvaguardia, sia con alcune circostanze eccezionali, tra cui il rallentamento della crescita. Per
 poi mettere in campo anche la carta delle spese in conto capitale. In sostanza nel nuovo
 target del deficit programmatico verrebbe incorporata la quota di maggior deficit da attribuire
 alla componente investimenti in infrastrutture. Percorso per la verità non privo di ostacoli e
 incognite. Il punto è che, alla luce dei contatti in questi giorni e delle simulazioni messe a
 punto dai tecnici del Mef, un deficit attorno all'1,6-1,7% avrebbe consentito di soddisfare la
 richiesta della Commissione Ue: tagliare il deficit strutturale del prossimo anno almeno dello
 0,1% del Pil, contro lo 0,6% previsto dalle regole europee, garantendo al tempo stesso una
 sia pur minima riduzione del rapporto debito/Pil. Con un deficit nominale all'1,9% la riduzione
 del deficit strutturale non potrà essere garantita, aprendo con ciò un possibile contenzioso con
 la Commissione Ue. Si proverà a compensare il mancato taglio del deficit strutturale con una
 sia pur minima riduzione del rapporto debito/pil, puntando per quanto possibile
 sull'incremento della crescita propiziato dalle misure contenute in manovra. Ma si tratta
 appunto di una scommessa, al momento, tutta va verificare. La maggiore flessibilità richiesta
 potrà essere assimilata a una sorta di "addendum", ma resta l'incognita relativa alla reazione
 dei mercati: lo spread viaggia in questi giorni tra i 230 e i 240 punti base e questo già di per
 sé è un segnale da non sottovalutare, poiché si è abbondantemente oltre l'aumento di 100
 punti base già sostanzialmente incorporato nei saldi di finanza pubblica, rispetto allo scenario
 del marzo/aprile di quest'anno. Quanto alle agenzie di rating, il 26 ottobre sarà la volta di
 Standard&Poor's. L'ultima revisione risale al 27 aprile con il rating fermo a BBB, due gradini
 sopra la categoria più a rischio (junk) con prospettive stabili. Sotto osservazione in particolare
 coperture e composizione della manovra. In rapida successione, il 31 ottobre arriverà la
 pagella di Moody's: lo scorso 25 maggio l'agenzia di rating Usa ha messo sotto osservazione il
 debito pubblico italiano in vista di un possibile declassamento. Al momento il rating è Baa2,
 due gradini sopra il famigerato "non investment grade". Il 20 agosto l'agenzia ha rinviato il
 giudizio in attesa di vedere i contenuti della manovra. Downgrading non certo, ma probabile.
 Fitch si esprimerà probabilmente l'anno prossimo (per ora ha dato tempo al governo).

SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 26/09/2018 - 26/09/2018                                           22
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 Il retroscena Lo scontro con il Mef
 La guerra totale di Di Maio agli uomini del Tesoro "Pronti a tutto, o
 noi o loro"
 Anche Tria nel mirino Il vicepremier: "In questa partita non c'è pareggio". Irritazione per gli
 errori di Toninelli
 TOMMASO CIRIACO

 ROMA Asera, Luigi Di Maio fa soffiare venti di pre-crisi. Palazzo Chigi ha duellato per un giorno
 intero con il Tesoro e la Ragioneria dello Stato. E il vicepremier traduce la guerriglia in
 politica.
  «Dobbiamo essere pronti a tutto - confida il leader ai ministri più fidati, prima di riunirli tutti
 per l'ennesimo conclave da ultima spiaggia - perché in questa partita non c'è pareggio.
  O noi, o loro». Loro sono il ministero dell'Economia, il Ragioniere Daniele Franco, i ministri
 più vicini al Quirinale.
  Colpevoli di aver spiegato che un decreto come quello di Genova non può passare senza
 coperture, che sfida la logica e il diritto, che disegna nuvolette bianche dove invece dovrebbe
 indicare numeri certi. Ma il bersaglio finale, ovviamente, è Giovanni Tria. E di fronte a questo
 mini consiglio dei ministri a cinquestelle Di Maio lancia l'ultimo avvertimento in vista della
 manovra: «Dobbiamo sforare il 2%. Arrivare al 2,5%, perché puntiamo a una crescita del 2%.
 Proveranno a spaventarci, diranno che rischiamo il default, ma noi dobbiamo essere
 coraggiosi.
  Noi non arretriamo. Senza reddito di cittadinanza - l'estrema minaccia - non voteremo il
 Def». Sono gli stessi avvertimenti consegnati lunedì sera dalla delegazione 5S al responsabile
 di via XX settembre, in un vertice teso a Palazzo Chigi. «Se tu non puoi fare nulla per venirci
 incontro sul deficit, noi non possiamo più fare niente per te...».
  Quando convoca i ministri, Di Maio si è appena lasciato alle spalle la giornata peggiore da
 quando il Movimento si è preso l'Italia. Il caso dell'audio contro i tecnici del Mef è la punta
 dell'iceberg di una resa dei conti ormai palese con il Tesoro, il suo ministro e Franco. Una
 battaglia condensata nel pasticcio sul decreto per Genova, che la Ragioneria non può fare
 altro che bocciare. Per un giorno intero, l'esecutivo pensa comunque di inviarlo al Colle,
 nonostante i rilievi contabili e i puntini bianchi al posto dei numeri. C'è bisogno di alzare il
 livello dello scontro per non perdere la faccia.
  Il volto di Di Maio è scuro, tendente allo scurissimo. La linea non cambia, attaccare i tecnici e
 la Ragioneria è strada obbligata per non chiudersi in un angolo. Ma il leader è irritato pure con
 Danilo Toninelli, anche se pubblicamente tace.
  Lo aveva già bacchettato per la nomina di un imputato - poi rimosso - nel cda delle Ferrovie
 Appulo Lucane. Non gli era piaciuta quella foto sorridente dietro al plastico del ponte nel
 salotto di Bruno Vespa. E adesso osserva la gestione del decreto e la giudica disastrosa, un
 boomerang per i 5S. E non è un caso, d'altra parte, che Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti si
 siano inabissati e non parlino più del viadotto, dopo aver denunciato fino allo sfinimento gli
 errori di quel testo.
   I panni sporchi si lavano in famiglia, comunque. All'esterno va veicolato il messaggio di
 guerra contro il Mef, in vista della manovra. «Vogliamo 10 miliardi per il reddito di
 cittadinanza - scandisce allora Di Maio, parlando ai suoi ministri affinché Tria intenda - altri 2
 per i centri dell'impiego, 8 per la Fornero». E così via, con un elenco impossibile che il
 ministro ha già smontato due sere prima nella sede del governo. Agli emissari pentastellati

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26/09/2018                                                                            diffusione:171388
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 che lo pressavano, il responsabile del Tesoro aveva opposto un bagno di realtà: il tetto
 dell'1,6% è rigido, ma nulla cambierebbe anche ammettendo di riuscire a sforare fino
 all'1,8%. Perché per varare quanto chiede il Movimento serve molto, molto di più.
  L'unica strada, ha ribadito il ministro, sarebbe l'aumento dell'Iva. «Impossibile - l'ha subito
 frenato Giorgetti - questa è una coalizione politica che ha come obiettivo quello di non alzare
 le tasse».
  Incredibile ma vero, nel pieno della bufera Giuseppe Conte si ritrova per quasi due giorni sul
 suolo americano per l'assemblea generale delle Nazioni Unite. Tornerà a Roma giovedì, giusto
 in tempo per la nota di aggiornamento al Def, decisiva in vista della manovra.
  Ma il presidente del Consiglio già sa che nei cinquestelle la decisione di forzare la mano
 contro Tria è già stata presa e non prevede frenate. Così sarebbe stato deciso alcuni giorni fa
 anche su input di Davide Casaleggio. «O noi, o loro».
  Le tappe 1 17 agosto Il vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio dichiara: "Il governo è
 pronto a sostenere Genova anche con un decreto"e ne annuncia la stesura 2 30 agosto
 Matteo Salvini annuncia che "si sta studiando" la nazionalizzazione di Autostrade e che il
 decreto "verrà presentato in pochi giorni" in Consiglio dei ministri 3 13 settembre Il
 presidente del consiglio Giuseppe Conte comunica alla stampa che il decreto è stato votato in
 Consiglio dei ministri con la clausola del "salvo intese", ovvero senza accordo

SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 26/09/2018 - 26/09/2018                                          25
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