Il camera-trapping come strumento per lo studio e la gestione della fauna nella parte sud-orientale del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi

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Il camera-trapping come strumento per lo studio e la gestione della fauna nella parte sud-orientale del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi
Corso di Laurea
 magistrale
 in Scienze Ambientali

 Tesi di Laurea

 Il camera-trapping come strumento per lo
 studio e la gestione della fauna nella parte
 sud-orientale del Parco Nazionale delle
 Dolomiti Bellunesi

Relatore
Ch. Prof. Stefano Malavasi

Correlatori
Dott.ssa Arianna Spada
Dott. Enrico Vettorazzo

Laureando
Tommaso Fabris
Matricola 877831

Anno Accademico
2019 / 2020
Il camera-trapping come strumento per lo studio e la gestione della fauna nella parte sud-orientale del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi
INDICE
1. INTRODUZIONE .............................................................................................................................................. 1
 1.1 Obiettivi del lavoro .................................................................................................................................. 1
 1.2 Il camera-trapping nel monitoraggio faunistico ...................................................................................... 2
 1.3 Struttura e componenti delle fototrappole odierne ............................................................................... 4
 1.4 Il camera-trapping come tecnica poco invasiva ...................................................................................... 6
 1.5 Il camera-trapping a confronto con altre tecniche di indagine ............................................................... 8
 1.5.1 Il camera-trapping e il rilevamento dei segni di presenza................................................................ 8
 1.5.2 Il camera-trapping e le trappole ....................................................................................................... 9
 1.5.3 Il camera-trapping e la radiotelemetria ......................................................................................... 10
2. MATERIALI E METODI .................................................................................................................................. 12
 2.1 L’area di studio ...................................................................................................................................... 12
 2.2 Elaborazioni cartografiche e disegno di campionamento ..................................................................... 20
 2.3 Protocollo metodologico ....................................................................................................................... 22
 2.4 Catalogazione immagini ........................................................................................................................ 28
 2.5 Elaborazione dati ................................................................................................................................... 29
3. RISULTATI..................................................................................................................................................... 32
4. DISCUSSIONE ............................................................................................................................................... 55
 4.1 Analisi tecnica delle immagini ............................................................................................................... 55
 4.2 Checklist................................................................................................................................................. 55
 4.3 RAI.......................................................................................................................................................... 56
 4.4 Naïve occupancy .................................................................................................................................... 58
 4.5 Uso dell’habitat ..................................................................................................................................... 59
5. CONCLUSIONI .............................................................................................................................................. 61
6. ALLEGATI ...................................................................................................................................................... 62
 6.1 Storia del camera-trapping .................................................................................................................... 62
 6.2 Fattori economici e tempistiche del camera-trapping .......................................................................... 63
7. BIBLIOGRAFIA .............................................................................................................................................. 65
Il camera-trapping come strumento per lo studio e la gestione della fauna nella parte sud-orientale del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi
1. INTRODUZIONE
1.1 Obiettivi del lavoro
Il Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi (di seguito abbreviato PNDB) è un’area protetta, situata
a nord della regione Veneto, istituita nel 1990 (Ministero dell’ambiente, 1990). In base alla Direttiva
Habitat (92/43/CEE) e alla Direttiva Uccelli (79/409/CEE), l’area protetta viene individuata come
Zona Speciale di Conservazione (ZSC) e Zona a Protezione Speciale (ZPS) ed è parte della Rete Natura
2000 (IT3230083). Istituita a protezione di habitat e specie della flora e della fauna selvatiche. Nel
2009, nove sistemi montuosi delle Dolomiti vengono dichiarati Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.
Tra questi rientra anche il PNDB, facendo parte del sistema montuoso delle Pale di San Martino -
San Lucano - Dolomiti Bellunesi - Vette Feltrine. Questi riconoscimenti sottolineano l’importanza
paesaggistica ed ecologica di quest’area, infatti il PNDB costituisce una delle regioni orientali delle
Alpi meglio conservate e con la più ricca biodiversità. In esso sono presenti circa 1400 specie vegetali
e le specie principali della fauna vertebrata alpina (Ente PNDB, 2020).
Il PNDB, in quanto parco nazionale, ha tra le sue finalità la salvaguardia delle specie animali, vegetali
e degli altri elementi naturali che rientrano nei suoi confini. Ciò viene indicato nella Legge Quadro
sulle Aree Protette, lettera a) del comma 3, dell'articolo 1, L. 394/91.
Studiare a fondo i vari habitat e le comunità che li abitano è il primo requisito per formulare delle
strategie di conservazione efficaci. Per questo motivo di fondamentale importanza sono le attività
di ricerca, indagine e monitoraggio portate avanti dal parco che vanno dalla botanica a tutta la fauna
vertebrata e invertebrata.
In particolare, studi approfonditi sono stati condotti su ungulati e galliformi, ma negli ultimi anni è
stato possibile studiare più approfonditamente specie di mammiferi particolarmente elusive
soprattutto grazie al camera-trapping. Per mezzo di questa tecnica, nel 2013 e nel 2014, è stato
effettuato uno studio riguardo ai mustelidi e alla presenza del gatto selvatico europeo (Felis silvestris
silvestris) nel parco. L’indagine ha permesso di incrementare le informazioni riguardo i mustelidi,
prima derivanti principalmente da dati opportunistici, e ha permesso di verificare la presenza del
gatto selvatico, specie mai segnalata prima nel parco (Spada et al., 2016). Allo stesso tempo l’utilizzo
di questa tecnica oltre che per scopi di ricerca viene utilizzata all’interno del parco a fini divulgativi.
Nel 2018 infatti il parco ha intrapreso un progetto intitolato “Il Sentiero dei Lupi” che ha lo scopo di
documentare la ricolonizzazione naturale del lupo (Canis lupus lupus) nel parco. Nell’ambito di
questo progetto è stato anche possibile registrare fortuitamente uno sciacallo dorato europeo

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(Canis aureus moreoticus), specie segnalata poche volte nell’area protetta e con dati poco affidabili
in precedenza (Il Sentiero dei Lupi, 2020).
Considerato l’interesse del PNDB ad approfondire le conoscenze sulla fauna e constatati i risultati
del camera-trapping in letteratura e nei primi studi effettuati nel parco, è stata intrapresa di recente
un’indagine che si inserisce in questo contesto, ai fini di incrementare le conoscenze riguardo la
fauna dell’area protetta, con particolare riferimento ai mammiferi e con un focus principale sui
mesocarnivori, e fornire indicazioni che possano essere utili a scopo gestionale.
L’indagine è stata condotta attraverso fototrappolaggio, tra giugno e settembre 2019, e si è
concentrata nella porzione sud-orientale del PNDB. Tale area è stata scelta per la variabilità degli
habitat che presenta e perché relativamente poco indagata anche in studi precedenti. Nell’area è
possibile riconoscere tre subaree: il monte Serva, la valle dell’Ardo e la foresta di Cajada con i
territori limitrofi. Queste si distinguono per la vegetazione che presentano. Il monte Serva è
caratterizzato soprattutto da pascoli. La valle dell’Ardo presenta boschi a latifoglie, in particolare
dell’associazione orno-ostrieto. La foresta di Cajada e i territori limitrofi sono costituiti soprattutto
da boschi di latifoglie, in particolar modo faggete, e in parte di conifere.
L’area indagata ha interessato una superficie di 21 km2 ed è stata suddivisa in una griglia di 21 celle
di 1*1 km con una stazione di fototrappolaggio per ogni cella.
Questa indagine intende fornire un contributo allo studio della biodiversità animale del PNDB, con
particolare riferimento ai mammiferi, ampliando il bagaglio di conoscenze relative a tale
componente faunistica, ai fini di fornire dati utili per la sua gestione e conservazione. I risultati
ottenuti saranno comparati con indagini pregresse basate sul fototrappolaggio e costituiranno
nuovo materiale di studio per il confronto con future possibili ricerche.
I fattori che sono stati valutati in questo studio sono:
- La ricchezza in specie per ogni punto indagato all’interno dell’area di studio e in base alle
 caratteristiche ambientali rilevate.
- Gli indici di abbondanza relativi (RAI) giornalieri e orari per ogni specie.
- La probabilità di rilevare ogni specie lungo la superficie dell’area di studio.
- Alcune considerazioni riguardo l’uso dell’habitat delle specie rinvenute durante questa indagine.

1.2 Il camera-trapping nel monitoraggio faunistico
Il camera-trapping (o fototrappolaggio) è uno strumento di indagine e monitoraggio della fauna che
è stato ampiamente utilizzato negli ultimi decenni (Wearn and Glover-Kapfer, 2017). Esso consiste

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nella disposizione, all’interno dell’area interessata, di fotocamere e videocamere automatiche
anche dette camera-trap o fototrappole. Queste sono in grado di attivarsi al passaggio di un animale
e di registrare una sua foto, o video, così da raccogliere di conseguenza, i dati che si possono trarre
da una o più immagini. Questi dispositivi inoltre, sono in grado di registrare una serie di metadati al
momento della cattura delle immagini. Tra questi è possibile trovare: l’ora, la data, la fase lunare e
la temperatura del momento dello scatto.
L’insieme di queste informazioni fa sì che il fototrappolaggio sia uno strumento adatto alle seguenti
tipologie di studio:
- Stesura di inventari faunistici: ovvero l’elenco delle specie presenti in una determinata area.
 Questo, oltre a dare una visione della composizione della comunità, permette di verificare la
 presenza di specie rare, in stati di conservazione particolari (Augugliaro et al., 2019) o specie
 invasive.
- Studi di popolazione: questi possono prevedere stime di abbondanze relative, che possono
 essere calcolate tramite l’applicazione di indici, come l’indice dell’abbondanza relativa (RAI),
 oppure di abbondanze assolute che si possono ricavare ad esempio dal metodo di cattura e
 ricattura. Quest’ultimo può essere applicato solo sulle specie delle quali è possibile riconoscere
 i diversi individui e quindi di calcolare il loro tasso di ricattura da cui poi è possibile stimare le
 abbondanze. Infine, si può valutare la sex ratio (Maffei et al., 2005) oppure la struttura delle
 popolazioni, ma anche queste richiedono che la specie presenti dei tratti distintivi che rendano
 sesso ed età degli individui riconoscibili nelle immagini.
- Studi di etologia: questi possono variare da studi di comportamento territoriale, stima dell’home
 range, e quindi stime di densità. Grazie all’ora e alla data presente nelle immagini si ha la
 possibilità di analizzare i ritmi di attività giornalieri o stagionali. Infine, è possibile fare
 osservazioni riguardo al comportamento sessuale o di ciclo di vita (Caravaggi et al., 2017).
La quasi totalità degli studi effettuati tramite il camera-trapping ha come soggetto la fauna
vertebrata. Le sue prime applicazioni hanno interessato mammiferi di ambiente terrestre, ma presto
queste si sono estese anche agli uccelli (O’Connel et al., 2011). Alla fine degli anni Ottanta questo
metodo è stato utilizzato in ambiente costiero, come per lo studio della foca monaca (Monachus
monachus) di Hiby e Jeffery del 1987 e attualmente le sue applicazioni mostrano ulteriori sviluppi in
habitat semiacquatici (Lerone et al., 2015). In tempi recenti si è persino costruito un sistema di
fotocamera automatica subacquea (Williams et al., 2014).

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I classici sensori a infrarossi PIR hanno difficoltà a rilevare organismi eterotermi come anfibi e rettili,
e animali di piccole dimensioni, ad esempio micromammiferi, per questa ragione si sta cercando di
affinare sistemi di rilevazione anche per essi (Hobbes et al., 2017).
Dai lavori di revisione di Burton et al. del 2015 e di Wearn e Glover-Kapfer del 2019 è facile evincere
che questa tecnica è ancora utilizzata per studiare principalmente la fauna teriologica. In primo
luogo, i mammiferi di medie e grandi dimensioni come carnivori (in particolare felini) e ungulati;
secondariamente piccoli mammiferi come lagomorfi e roditori. Viene sfruttata in maniera
particolare per rilevare la presenza di animali elusivi, solitari o notturni.

1.3 Struttura e componenti delle fototrappole odierne
Le fototrappole hanno visto una continua evoluzione e ad oggi, sono disponibili numerosi modelli
con differenti funzionalità. In questa sezione verranno spiegate le componenti e le funzioni principali
delle fototrappole, utili per una maggiore comprensione dei capitoli successivi.
- Modalità di registrazione: i dispositivi odierni sono in grado di registrare immagini o video o
 anche entrambi. I video possono rivelarsi molto utili soprattutto per osservazioni etologiche. Le
 foto sono considerate sufficienti per la maggior parte degli scopi, soprattutto se raccolte tramite
 una raffica di scatti che permette di registrare più attimi consecutivi (Meek et al., 2012).
- Sistemi di attivazione: permettono che la fototrappola si attivi automaticamente e che si avvii la
 registrazione. I dispositivi possono essere attivati tramite varie tipologie di processi.
 o Sistema Passive Infrared (PIR): sistema che rileva la differenza di temperatura tra l’aria e
 un oggetto all’interno dell’inquadratura. Quando tale differenza supera una certa soglia
 viene innescata la registrazione. La selettività di questa modalità si basa maggiormente
 sulle caratteristiche fisiologiche degli organismi. Possiede un’efficacia maggiore su
 animali con temperatura interna media tra 31.5 °C e 36.5 °C, invece non si dimostra
 funzionale in caso di specie a regolazione ectotermica e restituisce i risultati migliori in
 caso di temperatura esterna che si discosta di almeno 3°C da quella interna degli
 organismi (Meek et al., 2012).
 o Sistema Active Infrared (AIR): il dispositivo si compone di due parti in comunicazione
 tramite un raggio ad infrarossi che viene posto ad una determinata altezza. Quando esso
 viene ostacolato per il passaggio di un oggetto viene innescata la registrazione. Seleziona
 maggiormente gli oggetti catturati in base alla loro altezza ma non li distingue in base

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alla temperatura. Essendo composto di due unità può risultare più complicato da
 disporre (Henschel and Ray, 2003).
 o Sistemi Meccanici: spesso consistono in un interruttore collegato ad un circuito la cui
 chiusura attiva la fototrappola. Gli animali entrando in contatto con questo interruttore
 danno avvio alla cattura delle immagini.
 o Sistema a intervallo di tempo: l’attivazione avviene a intervalli di tempo regolari
 prestabiliti, a prescindere che un oggetto sia entrato nell’inquadratura o meno. Questo
 tipo di attivazione si rivela utile quando il sistema PIR non è efficace, come in caso di
 temperatura troppo elevata dell’ambiente oppure nella rilevazione di organismi a
 regolazione non endotermica (Meek et al., 2012).
- Tempo di attivazione: è il tempo che intercorre tra l’attivazione del dispositivo e l’effettiva
 registrazione delle immagini. Le fototrappole maggiormente performanti presentano valori
 ridotti di questa specifica, in media inferiori a 1s. Tempi lunghi di attivazione possono
 comportare la perdita del momento in cui transita l’animale e quindi ottenere un’immagine con
 solo una porzione del suo corpo o persino un’immagine senza soggetto (Rovero e Zimmermann,
 2016).
- Intervallo: è possibile inserire un intervallo di tempo tra una cattura avvenuta e quella
 successiva, durante il quale, il dispositivo non si riattiva. Ciò serve per regolare l’accumulo di
 immagini riguardanti stessi individui già rilevati, che possono stanziare per più tempo in
 prossimità del dispositivo o transitare davanti ad esso ripetutamente.
- Numero di scatti per raffica: è possibile selezionare il numero di scatti da effettuarsi
 automaticamente, nel momento in cui la fototrappola viene attivata. Questo serve per
 raccogliere più scene dello stesso evento, facilitando così eventuali identificazioni e
 riconoscimenti, potendo osservare dettagli diversi attraverso la sequenza di scatti.
- Flash: come si può desumere dal Paragrafo 6.1, il sistema di illuminazione ha subito varie
 evoluzioni durante lo sviluppo del camera-trapping. Ad oggi le tipologie maggiormente diffuse
 sono:
 o Flash a luce bianca: provocano un bagliore di luce bianca nel raggio del visibile.
 Permettono di ottenere foto a colori, sia di giorno che di notte, per questo vengono
 sfruttati per attività in cui sia necessaria l’identificazione o persino il riconoscimento degli
 individui tramite la loro colorazione.

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Tra i flash a luce bianca troviamo quelli dotati di tubo allo xenon. Effettuano un breve
 lampo ma intenso, riuscendo così a immortalare meglio gli animali in movimento
 (Rovero, 2013), ma causando anche maggior disturbo, per questo si sono diffusi anche
 flash LED a luce bianca che ricrea una luce maggiormente soffusa. Questo è meno
 performante però dovrebbe ridurre il disturbo recato alla fauna.
 o Flash agli infrarossi: emettono un fascio di luce oltre il rosso lontano e quindi, risultano
 praticamente invisibili agli uomini e si presume, alla maggior parte della fauna. Questi
 però, non consentono di ottenere foto di qualità sufficiente da permettere il
 riconoscimento degli individui, perché possono alterare i colori di tratti distintivi che
 vengono sfruttati per riconoscere esemplari differenti della stessa specie.
 I flash a infrarossi possono essere di tipologia “low glow” o “no glow” si distinguono per
 la lunghezza d’onda che sfruttano (Vedi Paragrafo 1.4) (Apps, 2018).

1.4 Il camera-trapping come tecnica poco invasiva
Le tecniche di monitoraggio della fauna possono essere classificate in base alla tipologia di contatto
tra l’operatore e l’animale che esse richiedono per essere messe in atto. Su questa base possiamo
dividerli in metodi diretti e indiretti. I metodi diretti prevedono un contatto diretto visivo o acustico
tra l’operatore e l’organismo. Questi possono essere a loro volta suddivisi in metodi diretti attivi e
passivi. Nei primi, oltre a un contatto diretto avviene anche un’interazione tra operatore e
organismo che porta a una variazione del comportamento di quest’ultimo, o almeno, a rendersi
conto della presenza dell’operatore, in questi rientrano ad esempio i metodi che prevedono catture
fisiche per vari scopi ma anche i censimenti in battuta. I metodi diretti passivi invece, pur sempre
presumendo un contatto diretto con l’organismo, non includono alcuna interazione, quindi tra
questi potremmo inserire i rilevamenti tramite avvistamenti o l’ascolto di segnali sonori che non
influenzano il comportamento degli organismi interessati.
Oltre ai metodi diretti, la gestione della fauna si serve anche di strategie indirette, ovvero dove non
si verifica alcun contatto tra l’operatore e l’animale ma l’analisi verrà fatta in base ad alcuni segni
lasciati dagli organismi. Anche i metodi indiretti, a loro volta, possono essere suddivisi in metodi
indiretti attivi e passivi. I primi prevedono che l’operatore disponga precisi apparecchi all’interno
dell’habitat affinché gli organismi lascino traccia della loro presenza, come sistemi per la cattura del
pelo. Invece i secondi prendono in considerazione le tracce lasciate naturalmente dagli animali
(Università degli Studi dell’Insubria, 2010).

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In questa classificazione il camera-trapping viene inserito nei metodi indiretti attivi. Questo perché
prevede la disposizione della fotocamera automatica nell’habitat interessato. I metodi indiretti,
generalmente, sono in grado di causare un ridotto disturbo alle specie target e per questo vengono
definiti poco invasivi o non invasivi. In particolare, tra i metodi indiretti attivi, il fototrappolaggio
risulta essere tra i meno invasivi, in quanto, spesso, non rende necessaria l’interazione diretta tra
l’animale e la fotocamera, a differenza di altri metodi della stessa categoria.
Nonostante il camera-trapping sia spiccatamente meno invasivo rispetto ad altre strategie, come ad
esempio la cattura di un organismo e la disposizione su di esso di un tag o di un trasmettitore, esso
comunque, presenta alcune caratteristiche che sono state prese in considerazione per la valutazione
del disturbo che potrebbero provocare sulla fauna. Gli elementi che potrebbero incidere
maggiormente nel disturbo che apporta una fototrappola sono: il flash, il rumore che essa provoca
all’attivazione e in fase di scatto, la presenza stessa del dispositivo che può risultare estraneo e
l’odore rilasciato dall’uomo durante la disposizione dei dispositivi.
Come visto nel Paragrafo 1.3, esistono varie tipologie di flash che possono essere presenti su questi
dispositivi. Tra di essi, quello che probabilmente apporta il disturbo più intenso alla maggior parte
delle specie, è il flash bianco allo xenon. Questo emana un breve lampo ma molto intenso. Tale
meccanismo può provocare consistente disturbo a causa della sua visibilità sia alla sorgente che
sugli oggetti su cui si riflette, fino a poter indurre gli organismi ad evitare maggiormente l’area
circostante la fototrappola (Wegge et al., 2004; Apps and McNutt, 2018). Similmente il flash a LED
bianchi produce una luce simile ma maggiormente diffusa.
Oltre ai flash a luce bianca, le fototrappole possono presentare flash a infrarossi, questi dovrebbero
creare un disturbo minore alla fauna, si differenziano in “low glow” e “no glow”. I primi sfruttano
una lunghezza d’onda minore, emanano una luce rossa che può essere vista dall’uomo solo alla
sorgente ma non negli oggetti in cui si riflette. La tipologia “no glow” invece, sfrutta una lunghezza
d’onda maggiore, risultando praticamente invisibile alla maggior parte degli uomini, sia alla sorgente
che negli oggetti in cui si riflette, ma poiché appare debolmente visibile ad alcune persone si
presume che essa possa essere notata anche da molti animali notturni, anche se non ci sono ancora
studi accertati riguardo a ciò (Meek et al, 2014; Apps and McNutt, 2018).
Nel lavoro di Meek et al. del 2014 si è misurato il rumore emesso da alcuni modelli di fototrappole
e da tale misurazione è risultato che rientra nel campo uditivo di alcune specie. Nel test però non
potevano essere considerati i rumori presenti in un ambiente naturale, che eventualmente
coprirebbero quello della fototrappola, e le varie distanze a cui questo verrebbe percepito.

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Inoltre, la presenza stessa della fototrappola potrebbe diventare un elemento di disturbo. Dal
materiale che si raccoglie tramite questa tecnica, a volte è possibile vedere come un animale si
accorga della presenza del dispositivo e di conseguenza scappi oppure si avvicini per interagire con
esso. Seppur le cause precise di questi comportamenti devono ancora essere definite, sono fattori
da tenere in considerazione durante uno studio, dato che potrebbero portare gli organismi a evitare
zone in cui siano presenti questi dispositivi, alterando i rapporti di abbondanza tra le specie nel
materiale registrato.
Infine, è verosimile che, anche l’odore rilasciato dagli operatori durante gli spostamenti all’interno
dell’area e soprattutto in fase di collocamento della fototrappola, causi un’alterazione dei
comportamenti degli animali. Questo può verificarsi anche nella maggior parte degli altri metodi di
indagine.

1.5 Il camera-trapping a confronto con altre tecniche di indagine
1.5.1 Il camera-trapping e il rilevamento dei segni di presenza
Confrontando il camera-trapping con indagini effettuate tramite il rilevamento di segni di presenza
come impronte, escrementi, ciuffi di pelo o piume, resti di predazione, il primo fattore da
sottolineare è la differente affidabilità dei dati raccolti tramite queste due tecniche. Foto e video di
elevata qualità rientrano nei così detti “hard fact”, ovvero tipologie di dati con elevata affidabilità.
Meno affidabili sono invece segni di presenza lasciati da animali la cui identificazione è spesso
complicata e può essere effettuata solo da operatori con un certo grado di esperienza. In più, la
ricerca di segni di presenza è meno standardizzabile rispetto al camera-trapping (Rovero e
Zimmermann, 2016).
Il camera-trapping e il rilevamento dei segni di presenza possono essere utilizzati per la costruzione
degli inventari faunistici, stime di abbondanze relative e di popolazione.
Nello studio di De Luca del 2005, è possibile notare che, con il fototrappolaggio, è stato rilevato un
numero maggiore di specie in un tempo minore rispetto all’analisi dei segni di presenza.
Considerando le stesse applicazioni, nell’analisi di Roberts del 2011, il camera-trapping sembra
essere il miglior compromesso tra costo, sforzo sul campo e precisione; risultati simili appaiono
anche nel lavoro di Rahman et al. del 2016. Quest’ultimo autore però, nota che anche i segni di
presenza restituiscano risultati di poco inferiori. Infine, in altri studi i due metodi sembrano essere
equivalenti (Espartosa et al., 2011; Garrote et al., 2014; Pfeffer et al. 2017). Il camera-trapping
sembra essere maggiormente efficiente in periodi di campionamento a medio e lungo termine. Ciò

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perché il fototrappolaggio richiede un maggior numero di giorni per rilevare la presenza delle specie
più rare (Espartosa et al., 2011; Roberts 2011) ma produce una quantità di dati superiore e con
affidabilità più alta (Roberts, 2011; Rahman et al., 2016). I vantaggi a lungo termine di questa tecnica
si riscontrano anche per i fattori economici, riportati nel Paragrafo 6.2.
Le stime di popolazione, tramite camera-trapping e segni di presenza, possono essere effettuate
tramite il processo di cattura e ricattura. Nel caso del camera-trapping, questo metodo consiste
nell’analisi delle frequenze di ricattura di immagini degli stessi individui riconosciuti tramite segni
distintivi, invece nel caso dei segni di presenza vengono normalmente considerate le analisi
genetiche degli escrementi rinvenuti. Queste due strategie sono state messe a confronto nei lavori
di Janečka et al. del 2011 e di Anile et al. del 2014 e in entrambi i casi il fototrappolaggio sembra
aver restituito i risultati più precisi. In particolar modo nello studio di Janečka del 2011 effettuato
sul leopardo delle nevi (Panthera uncia), le analisi genetiche hanno prodotto risultati non precisi a
causa del fatto che questi animali depositino gli escrementi in aree comuni alterando le stime di
densità, e quindi di popolazione, a causa dello stato spesso deteriorato dei campioni delle feci
(Rovero e Zimmermann, 2016). Inoltre, le analisi genetiche non permettono la stima delle età degli
individui, e richiedono laboratori di analisi nei pressi delle aree studiate (Janečka et al., 2011).
Problematiche che non sussistono nella pratica del camera-trapping.
Per concludere la comparazione tra queste due metodiche, si può considerare la loro ripetibilità.
Nel camera-trapping è più semplice definire dei protocolli (Rovero e Zimmermann, 2016), che
vengono caratterizzati da precisi disegni di campionamento, dalle caratteristiche del collocamento
della fototrappola (altezza dal suolo, angolo di inclinazione, orientamento, ecc) e dalle
configurazioni impostate nei dispositivi. I protocolli permettono un confronto più semplice tra studi
di differenti aree geografiche e quindi facilitano una gestione della biodiversità globale; vengono
delineati da diverse organizzazioni e variano a seconda degli habitat o delle specie target, come ad
esempio il Tropical Ecology Assessment and Monitoring (TEAM), della Conservation International,
ideato per gli habitat tropicali, oppure il protocollo della Wildlife Conservation Society per il
leopardo africano (Panthera pardus) (Meek et al., 2012).

1.5.2 Il camera-trapping e le trappole
Nella consistente revisione di Wearn and Glover-Kapfer del 2019 il camera-trapping si rivela essere
maggiormente efficiente, per l’applicazione a inventari faunistici e stime di abbondanza, rispetto
alle trappole a vivo o per peli. Ciò perché questi dispositivi richiedono necessariamente l’uso di

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attrattivi o esche, un comportamento preciso da parte degli animali interessati e perché permettono
la cattura di un organismo alla volta. L’uso di attrattivi ed esche può alterare il naturale uso del
territorio da parte degli animali, i loro effetti possono variare nel tempo sugli individui che sono già
venuti a contatto con essi e infine possono avere effetti diversi sugli individui della stessa specie in
base ad età, sesso ed altre caratteristiche. Questi fattori fanno sì che le abbondanze relative delle
specie catturate non rappresentino quelle della comunità reale, riducendo le informazioni
estrapolabili da questo metodo. In secondo luogo, anche in caso di attrattivo efficace, questo non
assicura il funzionamento delle trappole in quanto comunque questi dispositivi richiedono una
precisa interazione da parte degli organismi e che essa si risolva nella loro cattura. Infine, le trappole
hanno bisogno di essere svuotate e allestite nuovamente per ogni evento di cattura, dato che non
possono contenere più animali contemporaneamente. Questo causa la perdita di ulteriori eventuali
catture, e quindi di dati, a differenza del fototrappolaggio dove, il numero di immagini è limitato
solo dallo spazio di memoria e dall’autonomia delle batterie, ma ad ogni modo, in condizioni
regolari, permettono la possibile registrazione di un numero di dati nell’ordine delle migliaia.
Notevole differenza tra le due tecniche è il disturbo che esse recano alla fauna. Le trappole
provocano uno stress maggiore rispetto al camera-trapping, però è necessario sottolineare, come
queste ultime, permettano di analizzare direttamente un intero organismo o parte di esso,
procurando una serie di possibili informazioni non deducibili o, deducibili con minore affidabilità,
tramite le immagini raccolte con il camera-trapping (Wearn and Glover-Krapfen 2019).

1.5.3 Il camera-trapping e la radiotelemetria
Il camera-trapping e la radiotelemetria possono essere usate per gli studi riguardo il comportamento
territoriale da parte degli animali, dai quali è possibile anche trarre le stime di densità della
popolazione. Con questi metodi poi è possibile analizzare i ritmi di attività delle specie interessate.
La radiotelemetria permette di valutare fenomeni di tassi di emigrazione e mortalità, a differenza
del camera-trapping, dove questi possono essere confusi tra loro, risultando entrambi come nuova
assenza durante i monitoraggi (Miller et al., 2010). La radiotelemetria inoltre, è largamente utilizzata
per le stime di densità delle popolazioni. Nell’ultimo decennio si è notato come il camera-trapping,
tramite metodi di cattura e ricattura, che considerano la variabile spaziale in fase di rielaborazione,
spesso sia in grado di eguagliare i risultati della radiotelemetria (Núñez-Pérez, 2011; Noss et al.,
2012; Zimmermann et al., 2013; Rovero e Zimmermann, 2016). Considerando i periodi di indagine
maggiormente prolungati che usualmente richiede la telemetria e dovuti alle attività di cattura e

 10
installazione del trasmettitore sull’animale, che in seguito dovrà essere anche recuperato, l’uso del
camera-trapping restituirebbe risultati maggiormente rappresentativi, perché permetterebbe
un’analisi più veloce e quindi meno suscettibile a variazioni della popolazione per fenomeni di
migrazione, nascite o morti (Rovero e Zimmermann, 2016). La riduzione delle tempistiche tramite il
camera-trapping potrebbe avere anche risvolti economici positivi, ma soprattutto, la sua
applicazione, rispetto alla radiotelemetria, evita un contatto diretto con l’organismo e le
problematiche che può causare il dispositivo applicato sull’animale.

 11
2. MATERIALI E METODI
2.1 L’area di studio
L’area di studio è situata in provincia di Belluno nella regione del Veneto. È parte del Parco Nazionale
delle Dolomiti Bellunesi e occupa la porzione meridionale dell’estremo orientale del parco.

 Figura 1. Posizione geografica del Veneto Figura 2. Posizione geografica del PNDB

 Figura 3. Posizione geografica dell’area di studio

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Il PNDB è situato a nord della regione Veneto. È un’area protetta che rientra nei 25 parchi nazionali
italiani e nei 4 situati sulle Alpi. In particolare, occupa la porzione meridionale della catena montuosa
delle Dolomiti.
Il parco si sviluppa su una superficie di circa 310 km2 ed è interamente situato nella regione
biogeografica alpina. La sua quota varia tra i 398 m s.l.m. e 2565 m s.l.m. e questo permette la
presenza di una grande varietà di habitat (Ente PNDB, 2020). Consultando la cartografia CORINE
Land Cover e Natura 2000 dell’area protetta, la tipologia di vegetazione maggiormente diffusa sono
le foreste di latifoglie che si estendono pressappoco per il 35% dell’area protetta. Queste sono
costituite soprattutto da faggete, che rivestono circa il 21%. La specie dominante arborea è Fagus
sylvatica che viene accompagnata da diverse altre in funzione dell’altitudine: tra 600m e 1200m si
trova con Ostrya carpinifolia, tra 1200m e 1400m si può presentare la faggeta pura o con Abies alba
e infine tra 1400m e 1600m con Larix decidua o Picea abies (Ente PNDB, 2020). Invece il sottobosco
è caratterizzato da Orchidaceae, Gramineae, Juncaceae, e Cyperaceae come la caratteristica Carex
alba.
A differenza delle estese foreste di latifoglie, i boschi di aghifoglie occupano circa al 10% della
superficie del parco.
Ulteriori habitat caratteristici del parco sono le mughete, ricoprendo intorno al 17% della superficie
totale. In esse rientra l’habitat identificato con il codice 4070 secondo la classificazione Natura 2000,
ovvero la boscaglia di Pinus mugo e Rhododendron hirsutum che appartiene agli habitat di interesse
comunitario prioritari indicati nella Direttiva 92/43/CEE. Essa si trova tipicamente oltre il limite degli
alberi, sui ghiaioni alla base delle pareti rocciose, ma si può rinvenire fino a fondovalle su greti
ghiaiosi con microclimi più freddi, come in strette vallate. Mantenendosi oltre al limite inferiore
alpino, ma dove non è presente il pino mugo, è possibile riconoscere le lande alpine, comunità
anch’esse arbustive ma meno sviluppate in altezza della boscaglia. In esse, oltre al rododendro,
potranno essere presenti Ericaceae e ginepri. Se invece la vegetazione assume carattere
prevalentemente erbaceo andrà a costituire i pascoli che ricoprono quasi il 14% della superficie
totale. Dove il terreno non è maturo, si potrà trovare una rada vegetazione che affiora tra gli
accumuli detritici fino ad arrivare alla scarna vegetazione casmofitica delle pareti rocciose,
quest’ultimi due habitat, insieme alle rocce nude e ai ghiaioni, costituiscono circa il 15% dell’area
protetta (Provincia Autonoma di Trento, 2020). Le restanti porzioni della superficie del parco sono
costituite dalla vegetazione erbacea al di sotto della linea degli alberi, come bordure planiziali, fasce

 13
riparie e praterie; da greti di fiumi, di torrenti e dalle morfologie idriche; infine la superficie di suolo
antropizzato, o sfruttato per attività agricole, costituisce meno dell’1% del parco.
Il parco ha la finalità di salvaguardare le specie animali, vegetali e gli altri elementi naturali da cui è
caratterizzato. Ciò però, senza trascurare l’integrazione della presenza umana al suo interno, quindi
promuovendo attività sostenibili e preservando i lavori tradizionali (Ente PNDB, 2007). Per
ottemperare in maniera efficace a queste finalità, con il Decreto Ministeriale del 20 aprile 1990
l’area è stata suddivisa in 4 tipologie di zone in base al grado di protezione che devono ricevere e
alle possibili attività che possono essere esercitate dentro ai loro confini.
I 4 tipi di zone principali sono:
- Zone a riserva integrale.
- Zone a riserva naturale generale.
- Zone di protezione.
- Zone di penetrazione.
(Vedi Figura 4).

 Figura 4. Zonazione gestionale del PNDB

Le zone a riserva integrale consistono in aree ad un elevato stato di conservazione e sono sottoposte
al massimo grado di protezione per permettere che si evolvano naturalmente. Quindi in queste zone
 14
non è previsto alcun tipo di intervento e sono vietate tutte le attività eccetto: il transito di visitatori
su sentieri ufficiali segnalati, studi scientifici e attività amministrative da parte di professionisti con
permesso e la sorveglianza da parte dei corpi incaricati.
Le zone a riserva naturale generale coprono la maggior parte della superficie del parco. In esse sono
consentiti interventi al fine di ristabilire l’equilibrio ecosistemico ma comunque ricevono un alto
grado di protezione. Pertanto, è vietata la caccia e la pesca, qualsiasi attività di raccolta di flora,
fauna, elementi geologici e reperti archeologici. Il rilascio di specie non autoctone. L’abbandono di
rifiuti e il campeggio. Non è possibile eseguire opere di scavo, di alterazione della rete idrologica, di
costruzione di nuove strade carrabili e la trasformazione dei terreni boschivi ad agricoli. Si possono
praticare l’escursionismo, l’alpinismo e lo scialpinismo. È permessa la gestione dei rifugi e l’alpeggio
tradizionale.
Nelle zone di protezione sono consentite le medesime attività economiche e ricreative della zona a
riserva integrale naturale. Inoltre, viene promosso il rinnovamento della rete escursionistica. Infine,
sono permesse le attività agro-silvo-pastorali con mezzi meccanici autorizzati. Sono permessi
interventi edili di manutenzione strettamente necessaria alle strutture già esistenti.
Zone di penetrazione: consistono nelle aree di ricezione dei visitatori muniti di automezzo. Per
questo esse si trovano lontano dai centri ad alta conservazione naturale. Qui sono permessi
interventi di protezione delle strade ed estetica degli edifici (Ministero dell’Ambiente, 1990).
L’area di studio occupa una superficie di 21 km2 della regione sud-orientale del PNDB. Essa è
delimitata a ovest dalla valle dell’Ardo, a sud dal monte Serva, a est dal confine orientale del parco
e a nord dalle cime di Cajada, infine sono comprese alcune espansioni verso la val Grave de San
Marco.
Questa, presenta un’elevata variabilità ambientale, dagli ambienti di fondovalle fino a quelli di alta
quota. Anche nell’area di studio come nel parco i boschi di latifoglie occupano la maggior parte della
superficie. La loro copertura raggiunge circa il 42%, le associazioni in cui i faggi fanno da genere
guida sono la componente più importante. I boschi a conifere sono la seconda tipologia di
vegetazione più diffusa. Occupano circa il 30% con una consistente preponderanza degli abieteti su
lariceti, pinete e formazioni antropogene, ovvero vegetazioni arboree la cui presenza è dovuta ad
attività antropiche di rimboschimento. Molto rappresentati sono anche i pascoli alpini che ricoprono
circa il 20% della superficie dell’area di studio. Gli ambienti di alta quota rappresentano il 7%, essi
consistono soprattutto di mughete seguite da ambienti di vegetazione rupicola, roccia nuda e
ghiaioni. Infine, le superfici antropizzate o ad uso agricolo non risultano essere significative.

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Val Grave de San
 Marco

 Forcella Col Torond
 Monte Pelf

 Cime Tanzon e Zervoi

 Monte Serva

 Figura 5. Geografia dell’area di studio. Figura 6. Copertura del suolo dell’area di studio.

L’area di studio comprende: i versanti del monte Serva, la valle dell’Ardo, con la sua diramazione est
(Val Rui Fret), e infine la foresta di Cajada con le alture confinanti.
Il monte Serva occupa la porzione meridionale dell’area presa in esame. In particolare, sono i
versanti sud e a sud-ovest quelli a essere interessati. Questi sono caratterizzati soprattutto da
pascoli alpini che vengono sfruttati per la monticazione di ovini e caprini. Spingendosi ad altitudini
maggiori è possibile trovare circoscritte superfici di habitat di alta montagna, caratterizzati da
vegetazione rada e suoli rocciosi.
Tra il Serva e le Pale della Mola si sviluppa la valle dell’Ardo e la Val Rui Fret. Queste zone occupano
la porzione centro-occidentale dell’area di studio, sono maggiormente ombrose e caratterizzate da
latifoglie, in particolare dall’associazione orno-ostrieto. A seguire si trovano anche consistenti
superfici di conifere.
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A nord-est della Val Rui Fret le cime del Tanzon e del Zervoi la separano dalla piana di Cajada.
Quest’ultima rappresenta la regione nord-orientale dell’area di studio. Consiste in una piana
boscosa confinata a sud dai rilievi sopracitati. A ovest invece sono le pendici Pelf a costituire
un’importante barriera geografica. E a nord dalle cime di Cajada. Da queste montagne l’area
prosegue ulteriormente sul versante settentrionale, discendendo la forcella di Col Torond, fino alla
Val Grave de San Marco. La foresta di Cajada e le alture limitrofe presentano soprattutto superfici
boscate che sono composte, in egual misura, da habitat caratterizzati da conifere e da superfici
ricoperte da latifoglie, in particolare da faggete in varie associazioni. Le zone rimanenti di questo
territorio sono costituite da pascoli reperibili sia in quota, come nei dintorni di Malga Zervoi, ma
anche nella piana. In entrambi i casi sfruttati per l’alpeggio. Inoltre, è possibile trovare boscaglie di
pino mugo e rododendro, invece non significative sono le superfici di ghiaioni e roccia nuda.
Considerando la classificazione CORINE Land Cover (CLC) per la categorizzazione dell’uso e della
copertura del suolo, l’area di studio presenta i livelli elencati nella Tabella 1.

 Codice CLC Legenda Superficie (km2) %copertura
 31100 Bosco di latifoglie 0,102 0,487
 31141 Faggeta altimontana 1,669 7,949
 31142 Faggeta montana tipica esalpica 2,305 10,977
 31145 Faggeta primitiva 1,730 8,237
 31146 Faggeta submontana con ostria 0,827 3,937
 31182 Orno-ostrieto primitivo 0,637 3,032
 31183 Orno-ostrieto tipico 1,438 6,845
 31193 Carpineto con ostria 0,106 0,506
 31211 Abieteto dei substrati carbonatici 1,860 8,859
 31213 Abieteto dei suoli mesici con faggio 0,240 1,142
 31215 Abieteto esomesalpico montano 2,765 13,168
 31221 Formazione antropogena di conifere 0,881 4,195
 31231 Lariceto primitivo 0,108 0,515
 31232 Lariceto tipico 0,338 1,609
 31252 Pineta di pino silvestre esalpica con faggio 0,077 0,367
 31258 Pineta di pino silvestre primitiva 0,037 0,175
 32120 Pascoli di pertinenza di malga 2,450 11,669
 32130 Pascoli diversi 1,664 7,925
 32211 Arbusteto 0,217 1,031
 32232 Mugheta mesoterma 0,764 3,638
 33200 Rocce nude, falesie e affioramenti 0,462 2,199
 33210 Greti e letti di fiumi e torrenti 0,126 0,601
 33230 Ghiaioni 0,166 0,789
 33300 Aree a vegetazione rada 0,032 0,154
Tabella 1. Coperture e usi del suolo presenti nell’area di studio secondo la classificazione CORINE Land Cover.

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Considerando invece la classificazione Natura 2000 (N2K) per la categorizzazione degli habitat, l’area
di studio presenta le tipologie elencate nella Tabella 2.

 Superficie
Codice N2K Legenda %copertura
 (km2)

4060 Lande alpine e boreali 0,121 0,575

4070 Boscaglie di Pinus mugo e Rhododendron hirsutum (Mugo- 0,317 1,508
 Rhododendretum hirsuti)

6150 Formazioni erbose boreo-alpine silicee 0,023 0,110

6170 Formazioni erbose calcicole alpine e subalpine 1,155 5,502

6210 Formazioni erbose secche seminaturali e facies coperte da 1,120 5,336
 cespugli su substrato calcareo (Festuco-Brometalia)

6230 Formazioni erbose a Nardus, ricche di specie, su substrato siliceo 0,116 0,554
 delle zone montane

6430 Bordure planiziali, montane e alpine di megaforbie idrofile 0,003 0,014

6520 Praterie montane da fieno 0,037 0,175

7230 Torbiere basse alcaline 0,009 0,041

8120 Ghiaioni calcarei e scistocalcarei montani e alpini (Thlaspietea 0,258 1,229
 rotundifolii)

8160 Ghiaioni dell'Europa centrale calcarei di collina e montagna 0,033 0,159

8210 Pareti rocciose calcaree con vegetazione casmofitica 1,020 4,859

9130 Faggeti dell'Asperulo-Fagetum 5,302 25,247

9140 Faggeti subalpini dell'Europa centrale con Acer e Rumex arifolius 1,019 4,850

9180 Foreste di versanti, ghiaioni e valloni del Tilio-Acerion 0,048 0,226

91K0 Foreste illiriche di Fagus sylvatica (Aremonio-Fagion) 3,698 17,611

91L0 Querceti di rovere illirici (Erythronio-Carpinion) 0,161 0,767

9530 Pinete (sub-)mediterranee di pini neri endemici 0,077 0,368

Nonhabitat nd 6,482 30,869

Tabella 2. Habitat presenti nell’area di studio secondo la classificazione Natura 2000.
 18
Riguardo alla gestione dell’area di studio è da sottolineare che non è completamente contenuta nei
confini del PNDB. Delle 21 celle che compongono il territorio studiato, 13 ricadono interamente
all’interno del parco invece 8 ricadono in piccola parte all’esterno dell’area protetta.
Complessivamente il 90,5% dell’area presa in esame ricade all’interno del parco e la parte rimanente
è subito fuori di esso. Quindi quest’ultima non soggiace alle norme di gestione dell’ente nazionale.
La porzione dell’area di studio che rientra nei confini del parco è composta prevalentemente da
zone a riserva naturale generale. Queste occupano praticamente la totalità della valle dell’Ardo e
del monte Serva, mentre la foresta di Cajada e i rilievi limitrofi presentano una maggioranza di zone
di protezione. Le zone di penetrazioni sono minime e corrispondono ad alcune malghe, assenti
invece le zone a riserva integrale (Vedi Figura 7).

 Figura 7. Zonazione gestionale dell’area di studio.

 19
2.2 Elaborazioni cartografiche e disegno di campionamento
Per la progettazione del disegno di campionamento è stato utilizzato il programma QGIS 2.18. Per i
calcoli delle coperture del suolo dell’inquadramento geografico e per le immagini è stato usato QGIS
3.10.
I layer utilizzati per queste operazioni sono stati i seguenti:
- Shapefile del reticolo europeo ERTS89/LAEA 1 km fornito dal sito dell’Agenzia Europea
 dell’Ambiente.
- Shapefile della copertura e uso del suolo CORINE Land Cover della Provincia di Belluno, fornito
 dal Geoportale della Regione Veneto.
- Shapefile del Confine del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi fornito dal sito ufficiale del
 parco.
- Shapefile degli habitat secondo la classificazione Natura 2000 del sito Rete Natura IT3230083
 fornito dal sito della Regione Veneto.
- Shapefile della zonazione gestionale del PNDB concesso dall’Ente Parco Dolomiti Bellunesi.
- Foto satellitari fornite dai servizi open source di Google LLC.
Per il posizionamento delle fotottrappole è stato redatto un apposito disegno di campionamento
che ha previsto in primo luogo di suddividere l’area di studio in base al reticolo di celle di 1*1 km
individuato dal Regolamento (UE) n. 1089/2010 relativo all'interoperabilità dei set di dati territoriali
e dei servizi di dati territoriali e legato a quanto previsto dalla Direttiva 2007/2/CE. La Direttiva
2007/2/CE INSPIRE (INfrastructure for SPatial InfoRmation in Europe), recepita nell’ordinamento
italiano con il decreto legislativo 27 gennaio 2010 n. 32, ha come obiettivo “di rendere omogenee e
condivisibili, all’interno dell’Unione europea, le informazioni georeferenziate di carattere
ambientale, affinché queste siano di supporto alle politiche ambientali o per ogni altra attività che
possa avere ripercussioni sull’ambiente” (MATTM, 2020). Nell’ambito di tale direttiva i “dati
territoriali” sono definiti come “i dati che attengono direttamente o indirettamente, a una località
o a un’area geografica specifica” (Art. 3).
In particolare, si è deciso di applicare il reticolo indicato in tale direttiva perché l’area di studio ricade
quasi interamente nel sito Rete Natura 2000, delle Dolomiti Feltrine e Bellunesi (IT3230083).
Per ogni cella è stato poi identificato il proprio centroide, e ad ognuno di essi è stato fatto
corrispondere una stazione di campionamento.
L’uso dei centroidi rende la matrice di campionamento omogenea, e le distanze, tra una stazione di
campionamento e l’altra, costanti. Questo fa sì che specie con lo stesso home range abbiano le

 20
stesse probabilità di essere fotografate in qualsiasi porzione dell’area presa in esame. La distanza
tra le stazioni di fototrappolaggio infatti influenza la probabilità di cattura delle specie che varia in
base alla grandezza del loro home range. In caso di punti di rilevamento troppo distanti le specie
dall’home range ridotto hanno meno possibilità di essere fotografate. Al contrario, a parità di
stazioni di campionamento, se esse sono troppo ravvicinate, potrebbero coprire un’area troppo
ristretta per rilevare diversi esemplari di una specie caratterizzata da ampio home range (Rovero e
Zimmermann, 2016).
Creati i centroidi delle celle sono stati eliminati i punti che ricadevano oltre i 1800 m di quota. Dei
punti rimanenti sono stati selezionati quelli accessibili da sentieri che permettessero di ricoprire al
meglio l’area del monte Serva, della valle dell’Ardo e della foresta di Cajada. Sono così risultati 21
punti, correlati a 21 celle di 1*1 km, a formare una maglia continua di 21 km2 totali, dove però non
tutte le celle sono adiacenti tra loro (Vedi Figura 8).

 Figura 8. Reticolo di campionamento dell’area
 di studio. All’interno di ogni cella si trova la
 corrispettiva stazione di fototrappolaggio
 teorica, ovvero il proprio centroide.

 21
2.3 Protocollo metodologico
L’indagine è stata effettuata tra il 6 giugno e il 20 settembre 2019 e ha previsto l’impiego di 20
fototrappole, tutte modello Scoutguard SG562D (Vedi Figura 9).

 Figura 9. Fototrappola modello Scoutguard SG562D
 collocata nella stazione 235R.

Questo modello è in grado di raccogliere sia immagini, con possibili dimensioni di 5, 10 o 14MP, sia
video con risoluzione di 1280x720p. Possiede un angolo di ripresa di 55° e un tempo di attivazione
di 1,2 s. Il processo di attivazione e quindi di cattura dell’immagine può avvenire tramite due sistemi.
Il primo consiste in una classica modalità passiva a infrarossi (Passive Infrared, PIR). Essa induce
l’attivazione nel caso in cui la differenza tra la temperatura dell’aria e quella di un oggetto presente
nell’inquadratura superi una certa soglia (Meek et al., 2012). Questa soglia è configurabile tramite
3 modalità: bassa, media e alta. Inoltre, è selezionabile anche l’intervallo di tempo che deve
intercorrere tra lo scatto di un primo oggetto rilevato e quello di una successiva rilevazione.
Ciò serve per regolare l’accumulo di immagini riguardanti stessi individui già rilevati che possono
stanziare per più tempo in prossimità del dispositivo. Il sistema PIR può essere attivato o disattivato
e in alternativa è possibile utilizzare una modalità di attivazione a tempo. Ovvero, la fotocamera
effettua uno scatto ad ogni intervallo di tempo prestabilito a prescindere che un oggetto sia entrato
nell’inquadratura. Questo tipo di attivazione può essere utile quando il sistema PIR non si rivela

 22
efficace, come in caso di temperature troppo elevate dell’ambiente oppure nella rilevazione di
organismi ectotermi (Meek et al., 2012). La modalità PIR e a intervalli di tempo possono essere
attivate in contemporanea. Infine, per entrambe è possibile definire il numero di scatti per raffica
ad ogni attivazione.
Il sistema di flash è composto da un illuminatore a luce bianca e uno a infrarossi. Il primo consiste
in un tubo allo xenon. Esso permette di catturare foto a colori e nitide, ciò facilita l’identificazione
degli animali ritratti. Tuttavia, può richiedere l’elevato consumo di batteria e tempi per ricaricarsi
maggiori rispetto al flash a infrarossi. Quest’ultimo invece permette foto meno definite ma consuma
meno energia e possiede tempi di ricarica più veloci (Meek et al., 2012). Le due tipologie di flash
sono attive contemporaneamente e coprono una lunghezza massima di 27m. È possibile regolare la
potenza del sistema di illuminazione e quindi la sua gittata tramite la scelta tra: long range e short
range.

In questo studio, per tutte le fototrappole, sono state utilizzate le medesime impostazioni le quali
sono state riassunte nella Tabella 3.

 Dimensione Sistema di Sensibilità Gittata
 Modalità Raffica Intervallo
 media foto attivazione PIR flash
 Lunga o
 Foto 5mb PIR Normal 3 scatti 0 sec
 breve
Tabella 3. Tabella riassuntiva delle impostazioni di fototrappolaggio utilizzate per questo studio.

Analisi delle impostazioni utilizzate:
- Modalità: foto
Questa modalità è stata scelta perché permette di raccogliere una tipologia di dato sufficiente al
riconoscimento di una specie, occupa meno spazio di memoria di un video e allunga l’autonomia del
dispositivo. Infine, facilita il processo di trasferimento e catalogazione dei dati.
- Dimensione media foto: 5mb
Similmente anche la dimensione delle immagini è stata preferita in quanto sufficiente al
riconoscimento delle specie, perché occupa una ridotta quantità di spazio di memoria e facilita le
operazioni di trasferimento.
- Sistema di attivazione: PIR

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