PROGETTO PERSONA MUSICARTERAPIA NELLA GLOBALITÀ DEI LINGUAGGI AMBITI DI APPLICAZIONE PEDAGOGICO-TERAPEUTICI - ARMANDO EDITORE

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Stefania Guerra Lisi

                           PROGETTO PERSONA
                             MusicArTerapia nella Globalità
                                    dei Linguaggi

                                       Ambiti di applicazione
                                       pedagogico-terapeutici

                                                   ARMANDO
                                                    EDITORE

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Sommario

                 Prefazione                                                                  11
                 Lucio Lombardo Radice

                 Introduzione                                                                15
                      Progetto Persona                                                       17
                      Una formazione interprofessionale globale                              22
                      Obiettivi metodologici della GdL                                       32
                      La globalità dei Linguaggi: paradigma di una disciplina                36
                      Gino Stefani
                      Portatore di handicap o di cultura?                                    47
                      Le memorie del corpo                                                   50
                      Il “Corpo Sentito”: psicomotricità nella Globalità dei Linguaggi       57

                 Parte prima
                 Ambiti di applicazione pedagogico-terapeutici                               67
                 nella MusicArTerapia GdL
                      Preparazione della coppia e assistenza al parto                        67
                      Margherita Soattin
                      Un grembo sociale per un grembo materno                                76
                      Ilaria Ciofi
                      Meraviglia – Dedizione – Gratitudine alla vita                         80
                      Imprinting prenatali e identità musicale                               86
                      Improvvisazione musicale sugli stili prenatali.                        95
                      Gruppo del Conservatorio di Torino (1994)

                 Parte seconda
                 Aspettare un bambino: dalla coppia al grembo sociale 100
                      Predisporre alla pace. La com-prensione dell’altro oltre le differenze 100
                      Prevenzione per il “cucciolo d’uomo”                                  103
                      L’ascolto pedagogico-terapeutico                                      106

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La famiglia e le sicurezze del bambino                           107
                      L’Università della Famiglia                                      112
                      Il progetto educativo tra famiglia, nido e scuola                113

                 Parte terza
                 Asilo Nido/Scuola dell’Infanzia/Scuola Primaria                       116
                      Asilo Nido: un’esperienza metodologica nella GdL                 116
                      Ascolto del lattante                                             128
                      Dalla Mater alle Materie: le riflessologie bocca-mano-mente      129
                      Il processo ri-cognitivo                                         137
                      Integrazione Intercultura Interdisciplina nella GdL              146
                      Crescita e apprendimento nella “scuola di tutti”:                157
                      CIM e A.U.R.A.P. di Perugia
                      Carla Brutti, Rita Parlani
                      Essere, fare, far fare                                           165
                      Cinzia Guandalini, Roberta Manzali
                      Autismo e apprendimento nel gruppo                               171
                      Anna Cuscini
                      Da seme a frutto, da Pinocchio al Mago di Oz                     173
                      Scolarizzazione dei bambini zingari nell’età dell’obbligo        176
                      in ambito espressivo creativo

                 Parte quarta
                 Scuola Secondaria ed extrascuola                                      203
                      Crescita: sessualità, sensualità ed handicap                     203
                      Integrazione oltre la scuola dell’obbligo                        209
                      L’A.N.I.S. Associazione Nazionale Integrazione Sociale           220
                      Laura Rubrianti, Anna Comunale
                      Una psicomotricità “Globale”                                     231
                      Giuliano Giaimis
                      Ortovita                                                         233
                      L’Integrazione Uomo-Natura negli “Orti Plurisensoriali” nella GdL 234

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Parte quinta
                 Centri di riabilitazione/integrazione                                      237
                      Progetto Persona al “Don Guanella” maschile di Roma                   237
                      Piacere: a ciascuno il suo                                            246
                      L’alleanza terapeutica dei metodi: un caso clinico                    248
                      Maria Assunta Giusti, Paola Ciabatti
                      Storia di Dora, la bambina del treno                                  249
                      Homo – Tono – Fono – Simbolicus                                       262
                      MusicArTerapia nella GdL con i gravi                                  268
                      Stereotipie vocali: una ricerca-azione                                268
                      Progetto O.D.A. Un modello di riabilitazione per adulti gravi         273
                      Giampaolo La Malfa, Graziano Parrini, Marcella Barducci
                      Viaggio nel ritardo mentale                                           276
                      Giampaolo La Malfa
                      Progetto Dinamico Evolutivo Per “Persona W.”:                         279
                      soliloquio interiore ascoltato da S. Guerra Lisi
                      Dall’emergenza alla qualità: “Casa Verde” di S. Miniato (PI)          281
                      Moreno Cerrai, Alberto Giani
                      Identità multiple                                                     285
                      Giovanna Serazzi Nicodano
                      Progetto Persona alla “Fondazione Stefani” di Noventa V. (VI)         290
                      Alessandro Balzan, Franca Brun
                      Teatr’Integrazione nella GdL AS.SO.FA. di Piacenza                    303
                      Lucia Bianchini

                 Parte sesta
                 Servizi sociosanitari e psichiatrici                                       310
                      Art RiBel: un’arte che apre i cancelli                                310
                      Dappertutto… anche da noi con l’Art RiBel                             315
                      Da autista ad artista all’Accademia Belle Arti Venezia                323
                      M. Giuffredi, S. Guerra Lisi
                      Dall’assistenza alla qualità della vita. “Villa Maria” di Lenzima (TN) 329
                      M.C. Bolner
                      L’Istituto Medico Educativo (IME) di Pesaro                            339

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G. “Fog Man”. Ho visto emergere l’Arte dalla nebbia della follia 344
                      Ri-uscire dal manicomio. I “signori” di Collegno                      353
                      Giovanni De Grandi
                      Protagonisti del Cambiamento. Coop. Soc. “Il Sogno di una cosa” 370
                      Collegno (TO)
                      Guido Bodda
                      Dall’Ospedale Psichiatrico all’identità etnoculturale. Esperienze 376
                      a Reggio Calabria
                      Mario Lo Cascio
                      Il Corpo nell’handicap psichico. Un contributo psicanalitico alla GdL 388
                      Pier Giorgio Curti

                 Parte settima
                 Tossicodipendenza, Alzheimer, risvegli dal coma                           396
                      Il rischio di devianza                                               396
                      Bianca Maria Dappiè
                      Laboratorio “Musica e Droga” ad Assisi                             399
                      Un approccio alla tossicodipendenza                                403
                      Ombretta De Carlo
                      Globalità dei Linguaggi all’Istituto Penale per i Minori di Nisida 407
                      Maurizio di Gennaro, Giulia Biancardi
                      L’albero della vita. E i frutti della vecchiaia                    412
                      Si può fare. Progetto Persona a Villa Marcella                     417
                      Il corpo con amore e non rancore                                   419
                      Il coma: approccio fenomenologico e MusicArTerapia.                424
                      Ricerca Sperimentale con convenzione tra UPMAT e Casa di Cura
                      “Villa Verde” di Lecce. Supervisione di S. Guerra Lisi
                      Pasquale Verrienti, Rita Cappello, Fabio Falco, Franco Massari
                      Per-Sona. Vocalità autotelica nella GdL                            433
                      Tyna Maria Casalini
                      Corpo-Mente                                                        438

                 Bibliografia                                                              439

                 Scheda Progetto Persona                                                   444

                 Scheda di osservazione                                                    447

                 Ringraziamenti                                                            461

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A mia figlia Elvira
                                                        che nel suo autismo
                                              mi ha insegnato a comunicare

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Prefazione
                 Lucio Lombardo Radice*1

                     La dedica del libro nel quale Stefania Guerra Lisi espone le sue
                 esperienze e le sue riflessioni sulla comunicazione non verbale e/o
                 preverbale, rivela la motivazione prima di quella che è ormai quasi
                 da più decenni il motivo centrale della sua attività: la riabilita­zione, il
                 reinserimento degli handicappati sensoriali, motori e psichici.
                     Il suo background culturale e professionale sono il Disegno e la
                 Storia dell’Arte: Stefania Guerra Lisi ne ha saputo fare un centro di
                 irra­diazione delle idee e delle tecniche che ha dovuto inventare per co-
                 municare con chi non riesce, o non vuole, uscire da sé. Dalla “Plastica
                 e Disegno” che insegna presso la Scuola Magistrale Statale “Mon-
                 tessori” di Roma, eccola estendere interessi e capacità alle Attività
                 Espressive in generale, lavorando anche alla Scuola Magistrale “Orto-
                 frenica Montesano”, all’Istituto Superiore “Modis” per la specializza-
                 zione degli insegnanti di sostegno alla integrazione degli handicappati.
                     L’Espressione Corporea diviene, nell’ambito della GdL, il momen-
                 to centrale: Stefania Guerra Lisi insegna psicomotricità all’Istituto di
                 Ortofonologia di Roma, mentre conduce Seminari su “Percezione e
                 Associazione sinestesica” presso l’Accademia di Belle Arti di Roma.
                 Animazione e Drammatizzazione non verbali vengono sperimenta-
                 te da Stefania Guerra Lisi nei Centri Ricreativi Estivi del Comune
                 di Roma, nel Collettivo “G” per il Teatro di Roma, in alcune scuole

                    * Matematico, Università di Roma (=). La sua Prefazione figurava in S. Guerra Lisi, Co-

                 municazione ed Espressione nella Globalità dei linguaggi, Roma, Il Ventaglio, 1980, ma la
                 considero attuale e pertinente al presente volume.

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materne, elementari e medie. Tutte queste esperienze, ed altre molte e
                 varie – ricordiamo solo gli Itinerari organizzati con Anna Dell’Agata
                 alla Galleria Nazionale dì Arte Moderna – sono però costantemen-
                 te accompagnati da un forte impegno di ricerca teorica: ci limitiamo
                 a ricordare il Seminario del 1978 presso la Cattedra di Filosofia del
                 Linguaggio della Facoltà di Filosofia di Roma, per dare una idea del
                 livello di tale impegno.
                     Anche se la motivazione prima, e dichiarata, di Stefania Guerra
                 Lisi è l’intelligente amore per la sua figliola autistica, che l’ha portata
                 a cercare e inventare nuove vie di comunicazione, tuttavia l’autrice di
                 questo libro non resta davvero entro i limiti che rinchiudono la straor-
                 dinaria vita di “Anna dei miracoli”, che riuscì a far entrare nel mon-
                 do della comunicazione interumana la piccola Helen Keller, la quale,
                 quando le venne affidata, era chiusa nella triplice oscurità della cecità,
                 della sordità e del mutismo. Senza dubbio, la motivazione iniziale di
                 Anna e di Stefania è singolarmente affine: trovare una via a due sensi
                 di comunicazione-espressione con una creatura con la quale può sem-
                 brare impossibile entrare in rapporto.
                     Mentre, però, la grande, geniale scoperta di Anna – l’alfabeto del
                 tatto – ha un valore solo per Helen, e per i rarissimi casi di mutismo-
                 sordità-cecità uguali al suo, la via della comunicazione corporea e
                 sensibile, “globale”, che Stefania all’inizio è andata co­struendo per
                 una creatura umana, si rivela via via sempre di più un aspetto, un mo-
                 mento, una dimensione – anzi un complesso di dimensioni – della
                 identificazione di sé nell’altro e coll’altro e per l’altro di ogni essere
                 umano in qualunque ambito della Cura: dal Concepimento agli “altri
                 attraversamenti di soglia”.
                     Dal “diverso” al “normale”, dal “caso eccezionale” a “tutti”.
                     Il cammino lungo il quale Stefania Guerra Lisi ha avanzato, e con-
                 tinua ad avanzare, è assai simile, per questo verso, ad alcune grandi
                 espe­rienze di pedagogia teorica e pratica dell’ultimo secolo. Le pro-
                 poste di Maria Montessori di nuovi “materiali”, e le sue teorie sul-
                 lo svi­luppo psico-motorio dei cuccioli d’uomo nei loro primi anni di
                 vita, hanno tratto origine dalle esperienze medico-psicologiche fatte
                 sui “casi speciali” di Montesano. E la grande “trovata” di Jean Piaget
                 fu ben quella di utilizzare con bambini normali le tecniche di inter­
                 rogatorio usate dagli psichiatri con i malati di mente.

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Infatti, anche per il bambino “normale” nella scuola “normale” c’è
                 troppo spesso la «frustrazione dei linguaggi innati dell’uomo». Più in
                 generale, andando al di là della scuola, viviamo in «una società verba-
                 lizzata, che non educa l’Essere-Corpo» come invece propone la GdL.
                     Chi scrive questa nota introduttiva è, per sua natura e/o forma­
                 zione, un “verbale”: un uomo che pone al centro del suo interesse
                 l’educazione della mente e che, persino nell’attività ludica, privilegia
                 il giocattolo più grande, che è – come spiega Chaplin – Calvero alla
                 ragazza malata che si annoia – il cervello pensante. Ma, anche se i due
                 libri che ho forse scritto con più gusto hanno come titoli le frasi sopra
                 sottolineate, voglio non essere unilaterale, e rivolgo grande attenzione
                 a quella primaria “esigenza umana” (così la chiama l’autrice) che è la
                 ricerca di comunicazione in tutte le sue forme, e non soltanto per la via
                 “mentale”, che ha come suoi strumenti parole e scrittura.
                     «A scuola con il corpo», si è detto, in polemica con il verbalismo
                 dell’istruzione.
                     «A scuola colle mani, non con il solo cervello», ama ripetere il fi-
                 sico Giulio Cortini, coordinatore del Raggruppamento Didattico della
                 Facoltà di Scienze della Università di Roma. Mate­matico di profes-
                 sione quale sono, benché di tendenza astratta, ho seguito con interes-
                 se esperimenti di conquista dello spazio geometrico (dello “schema
                 spaziale” esterno) per mezzo della “postura” e della attività in quello
                 spazio nostro, che è il nostro corpo, fatti in alcune scuole elementari
                 italiane, ed esposti da Ida Sacchetti nel suo libro Prima elementare
                 pubblicato nel 1977.
                     L’autrice ci offre una consistente bibliografia che comprende reso-
                 conti di esperienze e ricerche consimili, che accompagnano nella GdL
                 la crescita umana. Mi permetto di aggiungere Il bambino e lo spazio –
                 il ruolo del corpo, di Liliane Lurçat che fu già collaboratrice di Henri
                 Wallon, libro ricco di esperienze e riflessioni sulla «proiezione dello
                 schema corporeo che è alla base dell’identificazione spaziale e dell’o-
                 rientamento nello spazio».
                     Dico però in tutta sincerità che, in questo campo di ricerche e di
                 sperimentazione recente sì, ma pur già ricco di opere, le esperienze e
                 le idee di Stefania Guerra Lisi mi sembrano portare elementi nuovi.
                 Innanzitutto, un punto di vista, diciamo pure una filosofia, originale.
                 Così, per limitarci al paragone con il libro francese poco prima citato,

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noto una consonanza sulla dialettica oggetto-soggetto, sulla formazio-
                 ne di uno schema corporeo e sulla proiezione di esso sul Gegenstand,
                 su ciò che ti sta di contro; ma non posso non sottolineare, come fa
                 René Thom nella Prefazione a Liliane Lurçat, che lo schema spaziale
                 esterno organizzato dalla proiezione dello schema corporeo rimane il
                 classico spazio geometrico dei movimenti rigidi (traslazioni, rotazio-
                 ni, simmetrie).
                     Diversa invece, ricca, multidimensionale, la concezione filosofica
                 che Stefania Guerra Lisi ha dello spazio come “spazio sensibile”, e
                 non soltanto “metrico”.
                     È uno spazio di movimenti, di colori, di suoni, di odori, di buio, e
                 di luce, interno ed esterno, di tono muscolare e di percorsi-traccia, di
                 inconsce associazioni sinestesiche.
                     La fantasia espressiva di Stefania Guerra Lisi è straordinaria. Le
                 testimonianze qui riportate, in campo preventivo, educativo, riabilita-
                 tivo e terapeutico, illuminano, ma non riescono a rendere pienamente
                 l’autrice al lavoro, il suo comunicare con gli altri, come può testimo­
                 niare chi al lavoro l’ha vista. La straordinaria intensità dell’autrice
                 si trasforma talvolta in una “mistica” della comunicazione tramite il
                 corpo e i sensi tutti; i frequenti riferimenti allo Steiner (che del resto
                 piaceva a Franz Kafka!) mi sembrano un indizio in questo senso. Nel
                 tempo stesso, è anche un libro rigorosamente razionale, che scopre
                 scientificamente molte nuove dimensioni dello spazio umano: una
                 scoperta, lo ripeto, importante per tutti coloro che si dedicano allo svi-
                 luppo dell’essere, al suo inserimento nel mondo esterno degli oggetti
                 e nel mondo interno degli uomini.

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Introduzione

                     Questo libro, alla sua terza ristampa aggiornata, vuol essere il com-
                 pendio di una ricerca-azione di più di 45 anni di operatività pedago-
                 gica, formativa, terapeutica nella Globalità dei Linguaggi (GdL) che
                 ha coinvolto, oltre a migliaia di persone, varie Istituzioni ed Enti edu-
                 cativi e socio-sanitari. Consideriamo questo come testo di base per la
                 Form’Azione in GdL.
                     Il nostro punto di partenza e obiettivo politico è stato lo slogan,
                 formulato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: “From cure to
                 care”, dal curare all’aver cura: un processo, questo, dove si evidenzia
                 la continuità pedagogico-terapeutica delle cure sociali rivolte precisa-
                 mente non alle malattie fisiche o psichiche, ma all’Uomo.
                     Qui infatti il modello operativo-sanitario “malattia-terapia-guari-
                 gione”, cede il passo a una visione della Persona come soggetto di
                 particolare attenzione, aiuto, sostegno. La condizione psicofisica uma-
                 na non è più qualificata secondo la dicotomia riduttiva salute-norma e
                 malattia-devianza o eccezione da ricondurre alla norma; la “malattia”
                 è, come la “salute”, una «esperienza attiva e soggettiva della persona»
                 (Ongaro-Basaglia, 1978), una risorsa.
                     Queste riflessioni sono fondamentali in quanto il modello fondato
                 sulla sequenza “malattia-cura-guarigione”, pur avendo la sua validità
                 nel campo della medicina fisica, si rivela insufficiente, se non inutile,
                 ad affrontare quadri di compromissione neuro-psichica o di situazioni
                 in età adulta, in quanto le alterazioni si presentano, il più delle volte,
                 come irreversibili.
                     In questi casi la prospettiva medica orientata a vincere la malattia e
                 ad eliminarne i sintomi, è fallimentare. Infatti, o si dichiara l’inutilità
                 di passare alla seconda fase della sequenza (cura) in quanto la diagnosi

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è definitiva e la prognosi non favorevole (prevale così la rassegnazio-
                 ne), oppure si intraprende una cura interminabile, che dura tutta la vita
                 del portatore di handicap, o finché prevale il senso di frustrazione e di
                 inutilità che induce i genitori a sclerotizzare la loro routine esistenzia-
                 le e gli operatori ad abbandonare il campo.
                     E non di rado questo “curare senza guarire” non è soltanto un para-
                 dosso, diventa una parodia.
                     Aver cura dell’Essere Umano significa, evidentemente, realizzare
                 uno sfondo che favorisca il suo sviluppo, riconoscendo l’insondabilità
                 dei potenziali umani, la vicarietà che in essi si rivela proprio nell’e-
                 mergenza, l’inalienabile patrimonio genetico funzionale alla comuni-
                 cazione e all’espressione della Persona nella sua individualità come
                 primo diritto da difendere.
                     Per questo il campo di azione della Ricerca-Azione della GdL, va –
                 come dimostrano le testimonianze operative riportate in questo testo –
                 dalla preparazione al parto alle cure primarie dei bambini, alla politica
                 degli asili nido, della scuola, alle strutture sociali ludiche, ricreative,
                 riabilitative, terapeutiche, per garantire, anche in caso di grave han-
                 dicap, l’Integrazione, primo requisito e obiettivo di qualunque inter-
                 vento sociale e terapeutico. Perché solo nello scambio delle differenze
                 l’Identità ha la possibilità e l’occasione di manifestarsi e di evolvere.
                     In questo senso il “Progetto Persona” abbraccia gli obiettivi dell’E-
                 ducazione e della rieducazione, della Prevenzione e della Riabilitazio-
                 ne, il mantenimento e la qualità della vita.
                     Penso che per questo la formazione nella GdL è la premessa a qualun-
                 que professione e operatività sociale – insegnante, educatore, animatore,
                 tecnico della riabilitazione, terapeuta – considerando non la parcellizza-
                 zione e la conflittualità dei ruoli e degli interventi, ma la loro necessaria
                 continuità. E per questo la prospettiva GdL interpella e coinvolge anche
                 le famiglie e le stesse Persone con problemi, mirando a una coscientiz-
                 zazione in ciascuna dei propri talenti di comunicazione ed espressione, e
                 soprattutto del naturale destino di crescita e maturazione transpersonale.
                     Questo è così evidente nel costante cambiamento fisico della per-
                 sona da sembrarci impossibile che tanto spesso – per il pregiudizio di
                 diagnosi irreversibili – non venga riconosciuto in crescita sul piano
                 psichico, dimenticando che il vivere affina, in ciascun essere vivente,
                 l’arte di vivere, nonostante tutto.

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Progetto Persona

                     “Progetto Persona”: è la ricerca-sperimentazione nella GdL, con-
                 dotta in varie realtà italiane ed europee di accoglienza, educazione, ri-
                 abilitazione e cura, partendo da una formazione di base che coinvolge
                 le varie figure dell’équipe in un processo di programmazione e super-
                 visione finalizzato a realizzare programmi individualizzati, concordati
                 con i genitori.
                     Programmi sviluppati, è importante dirlo, anche in casi di persone
                 per i quali era prevista solo assistenza, sussistenza, e contenimento
                 passivizzante in caso di crisi etero/o autolesioniste.
                     Tanti di questi handicappati hanno registrato da subito alla nascita,
                 o man mano che crescevano, la caduta più o meno disperata e progres-
                 siva delle aspettative diagnostiche, della riabilitazione, e persino delle
                 persone affettivamente più legate, fino a perdere questi legami, fino a
                 spezzare questo filo di attesa: se nessuno si attende più nulla, io stesso
                 non attendo più gli altri, non mi tendo più verso gli altri.
                     Il destino di Eco non riamata da Narciso (la bella immagine di sé), è
                 disperdersi ecolalicamente in frammenti di evocazioni degli altri, di into-
                 nazioni più o meno care, ma comunque emotive, senza più emozionarsi,
                 resi esseri fatti di pietra risuonante. Riallacciare questo feeling emo-to-
                 nico-fonico, ridar loro polpa muscolare senziente, attraverso l’esperien-
                 za combinata di voce-tatto-gesto, restituendo musicalità imprescindibile
                 dalle emozioni di attesa, riuscita psicofisica, di incentivazione, di appro-
                 vazione, rinascita, riconoscimento, plauso, con escalation ritmico-catar-
                 tica, è ridare dignità umana all’attore, che riconquista la “persona” come
                 veicolo della sua interiorità espressa, in modo da riattivare la funzione del
                 “per-suonare” o meglio per risuonare, ritrovando la cassa di risonanza
                 così importante per qualunque strumento musicale per produrre il proprio
                 specifico sound in infinite colorazioni timbriche, emozioni che diventano
                 tono muscolare e fonazione nello straordinario strumento del Corpo.
                     Uno strumento che pure contiene questa gamma sonora infinita,
                 può rimanere in un angolo con tutti questi potenziali, vibrando ad ogni
                 piccolo spostamento d’aria in attesa di qualcuno che lo faccia convi-
                 brare. Non possiamo né suonare né risuonare da soli, abbiamo tutti
                 bisogno di appassionati musicisti che sviluppino virtuosamente gli in-
                 finiti potenziali che abbiamo.

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Il destino umano, come di ogni altra forma della natura, è la
                      comunicazione che sviluppa la musicalità implicita nella nostra
                      costituzione relazionale che è sincronica, sintonica, sinfonica,
                      dal grembo materno al grembo sociale. Nei casi di estremo ri-
                      fugio in risonanza di sé è necessaria la terapia, la cura, il ri-
                      guardo che è anche venerazione dell’uomo che ha fede nell’uo-
                      mo come divina ed inestinguibile forza vitale, in evoluzione
                      nell’Arte di Vivere.

                     Il Progetto Persona investe non solo le attività terapeutico-riabili-
                 tative, ma il miglioramento della qualità di vita degli ospiti nell’intera
                 giornata. Si tratta – ed è stato il lavoro più grande in questi anni – di
                 trasformare un’assistenza che prevedeva al massimo, oltre il control-
                 lo e l’accudimento igienico, momenti di animazione, più o meno se-
                 guiti dai gravi chiusi in rituali autistici o in autolesionismo, o privi
                 di richieste o di collaborazione, trasformare questa situazione in una
                 programmazione individualizzata secondo il metodo della GdL come
                 Progetto Persona.
                     Questa è stata la conquista di base per attivare un interesse che
                 progressivamente ha coinvolto tutto il personale, e che attualmente,
                 nell’intento di sviluppare sempre di più l’Identità nella storia-memoria
                 delle Persone, tendendo a coinvolgere sempre anche le famiglie. Nel
                 Progetto Persona si passa quindi storicamente non solo dall’assistenza
                 allo sviluppo dell’avviluppo, in cui credere per ristabilire aspettative
                 evolutive, ma anche, rispetto alle famiglie, dalla delega alla collabo-
                 razione per un miglioramento della Persona, delle sue facoltà espres-
                 sive, sulle quali non c’era più investimento.
                     C’è da sottolineare – possiamo ormai testimoniarlo – che anche
                 l’handicappato più grave risponde con un miglioramento della co-
                 municazione. Lo vediamo nella sua riconquista di piccole autono-
                 mie nella motivazione dell’esplorazione plurisensoriale, e poi nel
                 compiacimento delle proprie tracce espressive, vocali, psicomotorie,
                 plastico-grafico-cromatiche-musicali nelle proposte di MusicArTe-
                 rapia e drammatizzazione in fiabe proiettive. Proposte realizzate se-
                 condo la filosofia e il metodo della GdL, e presentate al territorio in

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un’integrazione didatticamente partecipata con le scuole e con gli
                 altri servizi sociali.
                     La Persona è il prender Corpo dello Spirito-Essenza, che ha sussi-
                 stenza nella realtà fisiognomica unica e riconoscibile, e mi piace dire
                 rappresentabile-ripresentabile all’altro, al mondo, oltre lo spazio e il
                 tempo nella memoria.
                     L’esistere è allora un persistere, un sussistere di quella creazione
                 globale che solo Mnemosine, la Memoria, madre di tutte le Muse-Ar-
                 ti, può realizzare, e che è la sintesi di forma-suono-movimento come
                 sound della Persona. Questa condensazione emo-tonico-fonica è la
                 storia dell’individuo, la sua esistenza che è attraversamento soggetti-
                 vo di fasi di crescita, come passaggi dalla possibilità geneticamente
                 predisposta per la realizzazione dei potenziali umani. Non solo allora
                 lo Spirito che prende corpo-forma, ma vale soprattutto il processo di
                 conformazione come risultato dello scambio comunicativo con l’am-
                 biente sociale. La Persona è suscitata dall’appello vitale alla testi-
                 monianza con il proprio vissuto, in quanto in con-formazione con la
                 società e con la storia. La personalità è l’insieme delle caratteristiche
                 individuali in sintonia-sincronia-sinfonia con gli altri esseri viventi e
                 con il mondo esterno. L’Essere si attua come Sé quando si trova in re-
                 lazione spirituale con gli altri, come sostiene Freud, costituendo così
                 il valore morale della propria individualità, e universalità, nell’ottica
                 di C.G. Jung.
                     L’iter evolutivo della persona si svolge attraverso fasi di sviluppo
                 graduali, che si organizzano attorno alle caratteristiche fisico-psico-
                 logico-affettive e storico-sociali-etico-morali dell’individuo. Niente
                 può essere anticipato nello sviluppo dell’avviluppo; si conosce la vita
                 e si costruisce la personalità a poco a poco, poiché le trasformazioni
                 bio-psicologiche si manifestano lentamente secondo specifici compiti
                 evolutivi che caratterizzano i diversi periodi dell’esistenza. Ma come
                 nelle fasi dello scarabocchio la linea retta non può essere espressa pri-
                 ma dei grafo-gomitoli, questi possono permanere nelle fasi successive
                 in continua rielaborazione. Come dire: gli stati primari permangono
                 nello sviluppo perché la Persona possa elaborarli. Nell’ottica della
                 GdL, come in caso di bisogno non si possono scindere questi stati
                 nell’espressione, così la regressione è tentativo di rielaborazione, ten-
                 dente a riassumere dalle radici la forza evolutiva.

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Questa visione permette all’educatore-terapeuta di reinnescare
                 l’orientamento dell’Essere con proposte adeguate, che rimettano in
                 gioco secondo la progressione naturale lo sviluppo della persona: non
                 considerando né la gravità dell’handicap né la vecchiaia preclusioni
                 a questo processo che spesso si riattiva anche dopo anni di blocco,
                 dimostrando così un’attesa dell’ambiente-occasione favorevole.
                     Secondo la sua teoria sulle fasi dello sviluppo della persona
                 nell’arco dell’esistenza, nell’opera Stati della vita C.G. Jung conside-
                 ra la saggezza dell’anziano come un ritorno verso l’inconscio e verso
                 le immagini innate, simboliche, più antiche dell’umanità. Per questo
                 maestro gli archetipi consistono in modelli di comportamento comuni
                 a tutti gli uomini, perché sono parte dell’inconscio collettivo che com-
                 prende l’esperienza dell’intera umanità.
                     È questo il patrimonio psicofisico che ci permette, di fronte a
                 qualsiasi processo di emarginazione sociale, di disintegrazione fino
                 al coma, di reintegrarci: reintegrarci nell’umanità, se non è possi-
                 bile nel mondo circostante, in un tempo altro se non è possibile nel
                 nostro tempo.
                     Gli stati alterati di coscienza, come i vari sensorismi-rituali, corri-
                 spondono probabilmente a stati altri dell’Essere, ontogeneticamente
                 inscritti e psicofisicamente riattraversabili. Questi stati sono nicchie
                 in cui la Persona può riassociare convenientemente il suo comporta-
                 mento con le più personali connessioni sinestesiche che lo riporta-
                 no a quelle impressioni. Se non posso integrarmi in questo contesto
                 esterno, ce n’è sempre uno interno nel quale sopravvivere in atte-
                 sa, come una lumaca che al sopraggiungere del gelo si rifugia nella
                 profondità del grembo terrestre. Come per sopravvivere abbiamo in-
                 teriorizzato nel sangue l’energia calorica dell’ambiente, per poterla
                 spendere nell’attraversarlo, così abbiamo interiorizzato le sicurezze
                 del grembo materno per rifugiarci in esso nell’emergenza ambientale,
                 per poterlo riattraversare e simbolicamente avere una prospettiva di
                 rinascita possibile.
                     Senza dubbio una delle specialità della psiche umana è proprio la
                 capacità di ricordare, riconoscere, ricreare atmosfere oltre il razionale
                 senso di realtà, alterando i sensi stessi e riconducendoli – forse – a
                 inusitate onto-funzioni che rendono l’uomo plurispeciale.

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In quest’ottica si muove la ricerca della GdL: nel dar senso ai
                      comportamenti insensati e nell’osservazione delle reazioni alle
                      proposte psico-sensomotorie che cercano di corrispondere ai
                      cosiddetti regressivi livelli di partenza, per ricondurli alla suc-
                      cessione naturale secondo una estetica psicofisiologica impli-
                      cita nelle qualità materiche, cromatiche, sonore, che vengono
                      proposte.

                     Il rispetto della Persona consiste quindi non solo nel rispettare la
                 sua unicità, ma anche la sua universalità, considerando inalienabile il
                 progetto evolutivo che porta in sé, strettamente connesso a quello di
                 chi lo facilita terapeuticamente.
                     Il Progetto Persona si attua contemporaneamente nei soggetti ai
                 quali è destinato e nell’ambiente che lo favorisce, perché realizza non
                 solo l’uomo, ma l’umanità che continua a vivere in lui, ai confini della
                 vita e oltre la vita, nella memoria e nell’attesa. Si aspetta un Essere
                 Umano; un essere umano va sempre aspettato!
                     Se cadono le aspettative della famiglia, della scuola, della terapia,
                 della società, si genera la più grande sofferenza dell’Essere, che ciono-
                 nostante trova in sé, nei propri rituali, la forza vitale più grande: quella
                 di aspettare la maturazione dell’ambiente.
                     Sentiamoci aspettati da quelli che sembrano non guardarci, non
                 ascoltarci, non seguirci, non reagire… Le testimonianze che qui ripor-
                 tiamo ci dimostrano che le Persone erano in ascolto psicofisico in tutti
                 i sensi, che ci sono per lo più sconosciuti e che solo attraverso Loro
                 possiamo riscoprire. C’è una morbosa ribellione nell’essere umano
                 alla ineluttabilità delle forze della natura, della malattia, e della morte,
                 una incapacità di rassegnazione. È come dire che l’azione dei segni,
                 delle catastrofi, delle sofferenze, della morte non riescono a convin-
                 cerlo, forse proprio perché percepisce in sé l’insondabile reattività
                 psicofisica.
                     È credendo in questo che abbiamo potuto realizzare in contesti così
                 diversi, dalla preparazione al parto ai risvegli dal coma, il Progetto
                 Persona.

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Una formazione interprofessionale globale

                     La formazione del MusicArTerapeuta (MAT) nella GdL (GdL),
                 come professionalità che garantisca l’approccio pedagogico-terapeu-
                 tico ai bisogni, in interazione con altre figure professionali o con la
                 cultura basilare di ciascuna di esse (educatore è anche il Neurologo,
                 lo Psicoterapeuta, il Terapista), va intesa come facilitante il vissuto
                 totale della Persona in ogni momento della sua vita, valorizzato perché
                 occasione di crescita di autonomia.
                      La formazione è necessariamente imperniata sulla comunicazione,
                 anche la più complessa (con soggetti anche gravi, in regressione, con
                 difficoltà espressive) e come naturale prevenzione al disadattamento,
                 all’aggravarsi dell’handicap.
                     In questo senso la GdL va intesa come modalità relazionale che
                 favorisce l’espressione con tutti i linguaggi verbali e non verbali: in
                 una panoramica che mette a fuoco l’aspetto pedagogico-terapeutico
                 delle arti.
                     Per parlare di linguaggi espressivi, sia da sviluppare che da deco-
                 dificare, è indispensabile parlare di percezione e di associazioni sine-
                 stesico-sensoriali, e quindi del nucleo della capacità simbolica umana,
                 implicita nella Corporeità.
                      Il Corpo è sede infatti di memorie ancestrali, di memorie onto-
                 filo-geneticamente vissute nello sviluppo psicofisico, di imprinting
                 emotonici. Nel Corpo sono quindi psico-fisicamente inscritte l’univer-
                 salità dell’alfabeto antropologico comunicativo, e la soggettività delle
                 preferenze sensoriali sulle quali si impernia lo stile di ogni Persona.
                      Nella formazione del MusicArTerapeuta, che in qualunque isti-
                 tuzione dovrebbe tutelare il rispetto e lo sviluppo della personalità, è
                 fondamentale la considerazione di due Valori, che permettono meto-
                 dologicamente di dar senso anche ai comportamenti “insensati”, quali
                 messaggi, e di sviluppare i Potenziali Umani che emergono attraverso
                 la “MusicArTerapia nella GdL”.
                     Con “methodos” ho inteso definire metaforicamente, il cammino
                 da percorrere con creativa plasticità secondo le simboliche asperità del
                 terreno, le condizioni climatiche ed altre variabili imprevedibili, ma
                 soprattutto con la percezione dei propri arti specifici, quindi come ve-
                 rifica dei propri limiti e superamento degli stessi, nell’accomodamento

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alla realtà. L’esempio più semplice è immaginare di dover raggiungere
                 la cima di una montagna come animali diversi (insetti, stambecchi, uc-
                 celli, elefanti…); alcuni sceglieranno le sporgenze minimali dei mu-
                 schi con piccole pause ravvicinate a micromovimenti veloci (ragni,
                 farfalle…); altri sceglieranno quelle più grandi delle rocce (antilopi e
                 lepri…); altri le chiome degli alberi (uccelli); altri dovranno addirittu-
                 ra predisporsi progressivamente sentieri (elefanti…).
                     L’importante è la ricerca con capacità di modifica di sé e dell’am-
                 biente ad ogni passo, e non perdere di vista l’obiettivo. Tutto questo
                 si traduce (in campo psico-pedagogico-terapeutico) in capacità di os-
                 servazione dei comportamenti psico-senso-motori e programmazio-
                 ne dinamica, per raggiungere due obiettivi convergenti e inscindibili,
                 verso la cima della montagna: la riconquista di fiducia nel piacere
                 (nonostante memorie traumatiche più o meno consce) riattivando l’a-
                 scolto sensoriale, e lo sviluppo della personalità, nell’individuazione
                 e compiacimento della propria identità, attraverso quello delle proprie
                 tracce espressive, che indica il soggettivo diverticulum iter trasversum
                 “via più breve, agevole, spedita”.
                     In pratica il metodo è il modo più economico per raggiungere un
                 fine, è fatto di regole facili, evita sforzi inutili. Agire con metodo si-
                 gnifica essere previdenti contro lo smarrimento totale, di fronte agli
                 imprevisti del percorso.
                     «Il metodo è essenzialmente un modo per combattere l’aleatorietà,
                 una strategia per ridurre il gioco del caso misurando e classificando
                 ciò che resterebbe altrimenti nel campo dell’approssimazione. Il me-
                 todo infine diventa stile» (Gilles-Gaston Granger, Enciclopedia Ei-
                 naudi, voce “Metodo” volume 9, Torino, Einaudi, 1977).
                     Lo stile è sempre espressione di personale creatività applicativa.
                     L’applicazione pratica del metodo prevede, infatti, non una serie di sti-
                 molazioni multisensoriali in una qualunque successione, ma una fede nel-
                 le facoltà comunicative latenti e nelle risposte possibili qualunque siano
                 le modalità espressive, che permette di aspettare le risposte riconoscendo
                 nelle differenze delle stesse il gusto e lo stile personale di ciascuno.
                     Nella formazione di educatori ed operatori sociosanitari ciò signi-
                 fica non solo vivere prima con la propria corporeità e consapevolezza
                 di preferenze sensoriali, ma soprattutto scoprire la quantità di inven-
                 zioni diverse che la messa in gioco corporea suscita, adeguando anche

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psicologicamente comportamenti che rimarrebbero sclerotizzati senza
                 le occasioni, come avviene nei casi patologici aggravati dall’appiatti-
                 mento emotivo-esistenziale per mancanza di stimoli (specialmente se
                 istituzionalizzati).
                     Dopo aver cercato di spiegare la progressiva esigenza, secondo
                 questa angolazione, di definire metodo un percorso di consapevolezza
                 maturata nell’applicazione pratica, mi sembra indispensabile spiegare
                 anche la definizione da me scelta con molta riflessione, “GdL”, per
                 mettere a fuoco la differenza con pluralità, molteplicità, trans e inter-
                 disciplinarità dei linguaggi, tutte implicite in essa, ma non esaustive.
                     La “globalità” è immagine sferica, che permette di unificare i vari
                 punti da prendere in considerazione per una relazione costante con un
                 nucleo centrale, che è la sinestesia: la capacità innata e involontaria di
                 associare le immagini di tutti i sensi e quindi di tutti i linguaggi espres-
                 sivi ad essi connessi, nella stimolazione anche di uno solo.
                     Ciò è fondamentale per ristabilire un contatto comunicativo con
                 chi non può o non vuole più comunicare, ma che suo malgrado co-
                 munica con la propria corporeità, con il suo modo di stare al mondo,
                 di scegliere strategie inconsce di sopravvivenza secondo personalis-
                 sime scelte, sia pure nei sensorismi e stereotipie, che come vedremo
                 sono espressioni di straordinaria, creativa specificità. Infatti il Corpo-
                 Traccia è tale, in un accomodamento esistenziale, comunque avvenuto
                 anche nei più gravi casi di disadattamento, poiché l’Essere per vivere
                 ha messo a punto quella che secondo questa filosofia è considerata la
                 sua Arte di Vivere.
                     Questo permette di osservare la diversità con i relativi comporta-
                 menti, non in senso negativo immaginandone la correzione o l’elimi-
                 nazione o l’impossibilità più o meno di lasciare a farlo (come spesso
                 avviene secondo punti di vista riabilitativi, specialmente con gravi
                 adulti), ma in chiave positiva come tracce espresse delle preferenze
                 sensoriali (ritmi, melodie, timbri, qualità e quantità tattili, olfattive,
                 gustative, sinestesiche). Considerando l’attitudine sinestesica implici-
                 ta nell’essere umano si può partire da questa preferenza espressa in-
                 consciamente, trasponendola in altri linguaggi, creando così una quan-
                 tità di rispecchiamenti del mondo interno con l’esterno; per esempio:
                 il ritmo di dondolamento può essere accompagnato da proiezioni di
                 colore messe a fuoco nell’appoggio e sfocate nell’oscillazione, con la

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voce modulata affettivamente, così con la qualità degli accarezzamenti
                 anche con ventilazioni lievi di stoffe leggere (con casi di iper-tatto o di
                 paura dei contatti). Questi avvolgimenti dell’ambiente, che in maniera
                 indiretta accompagnano l’essere più isolato restituendogli continuità e
                 corrispondenza senza coercizione, possono progressivamente evolve-
                 re in immersioni tattili nelle materie, dalle più affini all’avvolgimento
                 prenatale (per es.: dall’acqua agli invischiamenti lievi), aumentando
                 le pressioni-impressioni con materie sempre più dense (colori digitali,
                 manipolazioni di stoffe plastiche sonore intorno al corpo…). Questa
                 progressione di presa di contatto (anche nel caso più grave di auti-
                 smo) tramite il corpo sensoriale diviene applicazione metodologica,
                 se prende in considerazione la globalità sensoriale implicita nel tatto,
                 come senso primario di comunicazione prenatale, proprio per questo
                 vicariante e non vicariabile anche dopo la nascita.
                     Il compendio dell’Essere è affidato alle memorie dei sensi; e in
                 questo risveglio delle corporeità in uno stato di contenimento affet-
                 tivo con l’altro, anche quelle traumatiche vengono bilanciate a poco
                 a poco da nuovi vissuti positivi: perché sentire l’educatore-terapeuta
                 coinvolto nelle proprie reazioni e fiducioso della possibile rimessa in
                 gioco, determina un coraggio esplorativo che si era negato in rituali
                 ossessivi, ogni volta bloccati sul ciglio dell’esperienza senza variazio-
                 ni, proprio perché inconsce metafore congelate.
                     La metamorfosi viene così percepita come possibile dall’Essere
                 senziente, perché archetipo base dell’esistenza: dal mondo degli sta-
                 ti materici a quello degli stati psichici. Non a caso nell’applicazione
                 metodologica è prevista sempre, nella scelta delle materie, non solo la
                 sequenza trasformativa da aeriforme a liquido a magmatico in solidi-
                 ficazione (gioco della farina-creta-carte…), ma anche la distruzione
                 di ciò che è indurito, che dura, nel gioco infinito dell’errore creativo.
                 Questo porta a rovesciare contenuti trasformando macchie in emer-
                 sione di forme fantastiche, frammenti di bicchieri-vasi… distrutti in
                 modo catartico, in ricomposizioni su sfondi-ambienti valorizzanti.
                      Qualunque comportamento aggressivo, se integrato in un am-
                 biente valorizzante, diventa la prima parola di un dialogo: il grido in
                 consonanza con altre grida che si compongono in risposta corale alla
                 specifica intonazione e timbro, il pugno o lo strappo in giochi di la-
                 cerazione di carte colorate con pugni o strappi facendole risaltare su

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sfondi o valorizzandoli con registrazione sonora. Può rendere l’idea
                 di come la creatività immaginifica può risolvere la sofferenza umana
                 la scena del film Miracolo a Milano di V. De Sica, in cui il bambino,
                 solo con la nonna morente, gioca con la colata del latte in ebollizione
                 disponendo soldatini sulla fluente strada bianca che va espandendosi
                 sul pavimento, trasformando la disgrazia in gioco e sopravvivendo
                 così all’angoscia, per quella capacità sinestesico-associativa che per-
                 mette all’Uomo, persino nella follia, d’essere l’animale più capace di
                 sopravvivenza per adattamento simbolico-trasformativo.
                      Il corpo è allora stratificazione d’immagini sensoriali che, se se ne
                 offre l’occasione.
                     si riagganciano alla realtà, al presente, ricontestualizzando la Per-
                 sona e offrendole la possibilità di possederle come tracce esternate,
                 anziché esserne posseduta. In questo senso vedo la continuità scam-
                 bievole, tra educazione e prevenzione, tra GdL e artiterapia, anche se,
                 secondo il mio punto di vista, i modi di esprimersi con i cosiddetti pa-
                 radigmi specifici, si scopre che hanno subito una progressiva schizo-
                 frenia, se rivisitati dall’origine dell’espressione umana; dal bambino,
                 alle varie culture.
                      L’espressione come atto totale dell’Essere è oscurata dalla prete-
                 stuosa ostentazione specialistica dei linguaggi, che genera storicamen-
                 te delimitazione di poteri, emarginazione, svalutazione, virtuosismo,
                 oblio dell’innata globalità così chiara all’inizio e così culturalmente
                 alienata ormai, da ipotizzare che un Uomo possa per esempio danzare
                 senza disegnare e plasmare (sé e lo spazio) e chiaroscurare e risuo-
                 nare, contemporaneamente. Manca una coscienza del Corpo sentito,
                 rispetto al corpo solo agito, che è implicita nell’inevitabile associazio-
                 ne sinestesica ma anche nella propriocezione, nella riflessologia emo-
                 tonica che ci fa convibrare involontariamente, non solo con tutto ciò
                 che, sempre per vibrazione, attiva i nostri sensi (colore, suono, parole,
                 forme, movimento…), ma anche con le idee che generano vibrazioni,
                 emos-azioni interne.
                      Le Arti, nel metodo applicato della GdL, vengono perciò intese
                 come articolazioni possibili del Sé, proprio etimologicamente, come
                 l’estrema espressione dei movimenti più profondi dell’Essere. Posso
                 affermare, dopo oltre quarant’anni di ricerca-sperimentazione pedago-
                 gico-terapeutica, che far muovere un uomo significa non considerare

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arti solo le braccia e gambe ma anche lo sguardo, il pensiero, e la pa-
                 rola e le tracce nei vari linguaggi, estensioni dello stesso.
                      L’evoluzione della specie consiste nell’ampliamento di questa
                 possibilità di spostamento attraverso gli arti e le Arti, per un potere
                 sullo spazio e sul tempo sempre più grande, fino ad andare oltre i con-
                 fini della presenza o esistenza fisica, con la possibilità di lasciare segni
                 della mente: scrittura, poesia, pittura, architettura, oggetti segnati dalla
                 qualità-quantità d’uso e soprattutto progetti, immagini, azioni.
                      Pensando questo si comprende meglio che è poca cosa (anche se
                 ritenuta miracolosa) far muovere braccia e gambe o lingua o mano,
                 per ammaestrare a parlare o scrivere o suonare…, se non significa
                 far muovere la volontà e l’immaginazione come “estrema estremità
                 dell’Essere”. Il vissuto con gli handicappati più gravi con questa fede
                 nei loro potenziali sommersi, spesso ostinatamente celati, mi ha inse-
                 gnato che per far muovere bisogna prima “commuovere”, riscattare
                 una possibile comunicazione affettiva che restituisca la possibilità di
                 convibrare nello sforzo, nella fiducia, nella paura, nell’ansia, nella ca-
                 pacità di decidere… “Commuovere” non è un gioco di parole troppo
                 suggestivo, è riavere quella partecipazione di Sé attraverso le aspet-
                 tative sull’altro, che fanno piangere entrambi di gioia quando c’è un
                 superamento.
                     Non credo che possano esserci altri veri premi o frustrazioni, per-
                 ché il condizionamento a ricompensa o frustate implica una perdita
                 progressiva di efficacia e quindi un aumento di dosi fino ad assuefa-
                 zione-indifferenza. Mentre il superamento dei limiti ogni volta rin-
                 nova questo piacere fondamentale che è il compiacimento di Sé, così
                 importante per l’essere che percepisce di percepire e più ancora di
                 essere percepibile, e quindi di avere continuità nell’altro.
                     Tutta questa capacità di sentire oltre qualunque handicap, disadat-
                 tamento ecc. proprio come risorsa umana geneticamente predisposta,
                 inestinguibile e sempre in attesa di risveglio espressivo, è etimologi-
                 camente implicita nella parola aistheticos: educare è attivare l’estetica
                 fisiologica umana.
                     Su questa consapevolezza s’imperniano sia l’Arte di Vivere anche
                 nelle strategie di sopravvivenza patologiche, che l’Arte Pedagogico-
                 Terapeutica. L’artista, Educatore psicopedagogico, deve saper sentire
                 (proprio come propone la Nuova Estetica) che l’Essere, la più sensibile

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delle materie «agisce come formante prima ancora di essere forma
                 […], e che niente si può fare senza inventare il modo di fare, fino a
                 dire che “l’intera vita spirituale è arte”» (L. Pareyson, Estetica. Teoria
                 della formatività, Milano, Bompiani, 1954).
                     Queste parole di Pareyson mi sono indispensabili per far capire
                 in qual modo MusicArTerapia e GdL concorrono alla messa in gioco
                 della Persona.
                     Vanno nella pratica individuati, in un’osservazione dei comporta-
                 menti psicosensoriali, con chiavi di lettura metodologiche nella GdL:
                 la globalità; lo sviluppo differenziato-gerarchico dei sensi; la loro pos-
                 sibile vicarietà; la sinestesia; l’estensione del corpo nel senso haptic;
                 le tappe evolutive psico-senso-motorie nello sviluppo della deambula-
                 zione, della mano, del linguaggio; la mappa tattile e bioenergetica del
                 corpo; i poli e le funzioni di scarica dell’energia; il linguaggio emo-
                 tonico da individuare in tutti gli altri nell’espressione, compreso il
                 verbale, attraverso quello che io definisco emo-tono-fono-simbolìsmo,
                 che implica la riflessologia bocca-mano-mente.
                      Non credo che diversamente si possa parlare di educare con le arti,
                 poiché mancherebbe la base per una programmazione dinamica, fatta
                 non per X, ma con X, riattivandogli il “presentimento di Sé” captato
                 come rispecchiamento nell’ambiente affettivo-pedagogico-terapeutico.
                 Questo sarebbe così un contenitore stimolante alla reazione come meta-
                 morfosi accompagnata dalle modalità comunicative isomorfe evocanti
                 la simbiosi primaria. L’Educatore deve attivare un rapporto di sintonia,
                 sincronia, sinfonia, simpatia che restituiscono all’essere quell’accordo
                 con l’ambiente spesso alienato, perduto, negato, in modo da re-inne-
                 scare uno stato armonico. La pedagogia quindi è arte (non con l’arte) se
                 esplora le leggi dell’Energia, della Materia (nel nostro caso dell’Uomo-
                 Globale) che prevedono e suggeriscono la “Form-azione”.
                     L’intenzione formativa sorge solo quando si adotta la materia (si
                 prende in carico l’Uomo) la cui natura impone l’adeguata manipola-
                 zione, adeguata creatività dell’educatore.
                     La materia (come l’handicap) resiste più per suggerire ed evocare
                 che per impedire ed ostacolare. Questo spesso fa sì che soggetti refrat-
                 tari, non collaboranti, vengano invece abbandonati mentre nell’atto
                 in cui ciò diventa materia di arte (Terapia) si trasformano le resisten-
                 ze in spunti e feconde occasioni di metamorfosi. L’artista-educatore

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prolunga, sviluppa, fa emergere valorizzandole, le tendenze del sog-
                 getto. In termini più musicoterapici si potrebbe dire di realizzare la
                 musicalità dell’Essere, armonizzandolo psicopedagogicamente.
                     Laddove non si realizza la simbiosi d’intenzione formativa fra ar-
                 tista e materia (fra terapeuta educatore e uomo-pathos), la statua resta
                 blocco di marmo e il quadro superficie colorata.
                     Un’altra riflessione estetico-pedagogica oggi fondamentale nell’at-
                 to riabilitativo è che «la forma è insieme fisica e spirituale perché se
                 la materia formata è fisica, il modo di formarla è spirituale». Quando
                 cioè la materia è l’Uomo già devono coincidere il suo spirito e quello
                 dell’artista educatore, per questo processo di spiritualizzazione che è
                 metamorfosi positiva dell’impedimento, dell’handicap, dello svantag-
                 gio, in scoperte della possibile peculiare realizzazione.
                     Continuando il discorso, lasciarsi ispirare dal soggetto come dalla
                 materia (sempre con quella cultura della “globalità” che fa cogliere
                 riflessologie e bisogni) e adeguare dialogando con il suo linguaggio
                 il processo di artistica Forma-Azione, prevede poi la trasposizione di
                 quel linguaggio negli altri, arricchendo così progressivamente le pos-
                 sibilità espressive.
                     Credo che oggi questo sia indispensabile come progetto pedagogi-
                 co di prevenzione sociale, proprio in un momento storico di fusione di
                 culture diverse. L’incomprensione dei propri codici diversi può rendere
                 handicappato anche chi non lo è: soprattutto, il disadattamento, fenome-
                 no già allarmante, può dilagare a causa di un aumento di “confusione”
                 e non di fusione comunicativa, possibile solo nel riscatto di una comu-
                 nicazione nel linguaggio universale emo-tonico del corpo e nella consa-
                 pevolezza delle sue tracce espressive, tutte significative se si prendono
                 in considerazione i parametri dell’espressione: Spazio-Tempo-Intensità.
                      La comparazione delle tracce espressive nel metodo della GdL se-
                 condo i tre parametri dell’espressione musicale della Persona (Spazio,
                 Tempo, Intensità), permette la ricostruzione di un profilo indicativo
                 delle preferenze spontanee e quindi dei bisogni così espressi, anche se
                 non detti. In questo senso coincidono nel momento espressivo la co-
                 municazione e la realizzazione della natura umana secondo un princi-
                 pio di piacere, come gusto personale di vivere, che se rinforzato dalle
                 risposte esterne innesca la ricerca di corrispondenza, l’ascolto, l’ine-
                 vitabile scambio di stili come arricchimento con motivazioni affettive.

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Spesso l’uomo, non trovando rispecchiamenti di sé, impoverisce
                 le sue modalità espressive, che anziché metamorfosarsi, diventano ri-
                 petitive chiudendolo nel suo mondo. Perdere il senso, diventare “in-
                 sensato”, è quindi perdere il “senso comunicativo” e poiché la comu-
                 nicazione prevede un destinatario, è evidente che la perdita riguarda
                 non solo il disadattato o handicappato ma anche il mondo esterno, che
                 non a caso definisce i suoi comportamenti “insensati”.
                      Per questo mi sembra fondamentale la ricerca di un senso comune
                 che definisco “aestheticos” in quanto convalidante la qualità umana
                 che si accentua in caso di precarietà esistenziale: la capacità di sentire.
                 L’Arte è continuità fra coscienza individuale e universale, in virtù di
                 questa inestinguibile sensibilità oltre le differenze, che è latenza spiri-
                 tuale in formazione.
                     Non a caso la cancellazione dell’uomo (come è sempre avvenuto e
                 purtroppo spesso tuttora avviene in manicomio o istituti…) è nell’af-
                 fermazione della non esistenza o impossibilità della sua vita spirituale,
                 definendolo in uno stato vegetativo, nonostante dimostri con l’ottusità
                 irriducibile (priva di freni inibitori negli handicappati gravi), di “pre-
                 ferire” alcune musiche, odori, sapori, dondolamenti, sofisticati senso-
                 rismi, a dispetto del suo preteso assente senso estetico, così come ri-
                 corda, riconosce, affetti, persone, umori, intenzioni…, a dispetto della
                 sua pretesa mancanza di spiritualità.
                     Sempre pensando ad una cultura di base nella società di tutti, s’in-
                 dividua la necessità non solo di favorire lo sviluppo di ciascuno ri-
                 spettandone la personalità, ma anche di dare strumenti cognitivi che
                 permettano la fruizione della cultura contemporanea a tutti.
                     La “formatività” dell’intera vita umana e la profonda umanità
                 dell’arte sono una garanzia non solo dell’accessibilità dei fatti artistici
                 e delle loro possibilità d’essere compresi da ogni uomo, ma anche
                 del posto centrale che occupa l’arte nell’esperienza umana, incarnan-
                 do nella sua massima evidenza il concetto di riuscita. Tutta la vita
                 dell’uomo per il suo intrinseco esercizio di formatività la preannun-
                 zia, presagisce, prepara. Mi colpisce l’applicabilità di queste parole di
                 una filosofia estetica, nell’osservazione dei comportamenti di handi-
                 cappati che vivono fuori del tempo in massima concentrazione su un
                 capello o un oggetto o in funamboliche attività motorie di equilibrio,
                 raggiungendo abilità straordinarie, proprio perché con tutto se stessi

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