L'italiano di oggi Fenomeni, problemi, prospettive a cura di - Maurizio Dardano e Gianluca Frenguelli - Aracne editrice

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L’italiano di oggi
    Fenomeni, problemi, prospettive

              a cura di
Maurizio Dardano e Gianluca Frenguelli

                ARACNE
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              ISBN   978-88-548-1696-1

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              I edizione: gennaio 2008
       I ristampa aggiornata: settembre 2008
INDICE

Premessa: La lingua si difende da sé?
Maurizio Dardano . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .   11

1.Tra innovazione e conservazione
Maurizio Dardano . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .   15
1.1. Il quadro storico e sociale, 15 – 1.2. Standard e substandard, 19 – 1.3. Le
varietà dell’italiano, 21 – 1.4. Regionalismi e vocaboli gergali, 22 – 1.5. I neolo-
gismi, 23 – 1.6. La formazione delle parole, 25 – 1.7. I vocabolari scientifici, 30 –
1.8. Il contatto con l’inglese, 31 – 1.9. Aspetti della sintassi, 35 – 1.10. Sintassi e
testualità, 38 – 1.11. Prospettive, 41.

2. Parlato vero e parlato simulato nella stampa
Maurizio Dardano, Gianluca Frenguelli, Gianluca Lauta . . . .                        43

2.1. Un’oralità “funzionale”, 43 – 2.2. Connettivi e segnali discorsivi, 44 – 2.2.1.
Modulatori del discorso: già, eh già, eh sì, ecc., 45 – 2.2.2. Cambi di progetto:
anzi, oddio, 46 – 2.2.3. Segnali introduttivi di una parola o di una frase-etichet-
ta: “tipo X”, “della serie X”, 47 – 2.2.4. Altri segnali discorsivi, 48 – 2.3. Sequen-
ze “segnale discorsivo + risposta” nei titoli dei giornali, 48 – 2.3.1. Il tipo “dialo-
gico” nei titoli, 49 – 2.3.2. Il tipo “presentativo”: Adamo? Una costola di Eva,
51 – 2.3.3. Il tipo “ipotetico”: non paghi l’Ici? Ti blocco l’auto, 51 – 2.4. Il tipo
quelli che…, 52 – 2.5. Il tipo Praga, è rivolta, 53 – 2.6. Un parlato sui generis,
56.

3. Stile nominale nel quotidiano e nel telegiornale
Maurizio Dardano, Alberto Puoti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .          57

3.1. Nominalizzazioni, 57 – 3.2. Un trentennio di studi, 61 – 3.3. Tratti “nomi-
nali” della scrittura giornalistica, 65 – 3.4. Tematizzazioni, 67.

                                                                                          5
6                                          Indice

4. Anglofilia nascosta
Maurizio Dardano, Gianluca Frenguelli, Alberto Puoti . . . . . .                      75

4.1. Una lingua “efficiente”?, 75 – 4.2. Giudizi, contesti, collegamenti, 78 – 4.3.
Nuove modalità d’uso: i “quattropagine” e la “free-press”, 83 – 4.4. I composti
nominali misti, 89 – 4.4.1. Il tipo sassi-killer, 93 – 4.4.2. Il tipo cyberspazio, 95
– 4.4.3. Il tipo Papa boy, 96 – 4.4.4. Il tipo film-culto, 96.

5. Come si studiano le parole nuove
Gianluca Frenguelli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .   99

5.1. Un concetto relativo, 99 – 5.2. Database, raccolte, repertori, 101 – 5.3. Come
si fa un repertorio, 103 – 5.3.1. Dove cercare, 104 – 5.3.2. Che cosa scegliere,
108 – 5.3.3. Vita dei neologismi, 111 – 5.4. Repertori e struttura dei lemmi, 116
– 5.5 Un invito alla prudenza, 119.

6. Dizionario e formazione delle parole
Maurizio Dardano, Gianluca Frenguelli, Gianluca Colella . . . . 121

6.1. Tra dizionari e morfologia, 121 – 6.2. Gli affissi crescono, 124 – 6.3. Gli affis-
si generano nuovi significati, 129 – 6.4. A proposito di porta-, 130 – 6.5. I confis-
si nel GRADIT, 131 – 6.6. Composti e unità polirematiche, 132 – 6.7. Per conclu-
dere, 134.

7. Che cosa c’è di nuovo nella formazione delle parole
Gianluca Frenguelli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 137

7.1. Due tendenze recenti, 137 – 7.2. Una produttività inaspettata, 138 – 7.3. Una
regola che non “regola”, 145.

8. Le parole della narrativa
Maurizio Dardano, Gianluca Frenguelli, Gianluca Colella . . . . 149

8.1. Sette romanzi, 149 – 8.2. Combinazioni, traslati, contesti, 152 – 8.3. Neolo-
gismi, forestierismi e altro, 156 – 8.4. Varietà regionali e sociali, 162 – 8.5. Lon-
tani dallo standard?, 171.
Indice                                            7

9. Capire la lingua della scienza
Maurizio Dardano . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 173

9.1. Tra didattica e divulgazione, 173 – 9.2. L’impaginazione, 174 – 9.3. I lin-
guaggi scientifici nei manuali, 179 – 9.4. La testualità scientifica, 184.

10. Come parlano (e scrivono) i giovani
Gianluca Colella . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 189

10.1. Un concetto sfumato, 189 – 10.2. Sintravedono erori inaccettabbili, 195 –
10.3. Borelli, fraciconi e rimastini, 204 – 10.4. Dove vanno a finire i giovanili-
smi?, 210.

Riferimenti bibliografici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 213

Indice dei nomi e delle cose notevoli . . . . . . . . . . . . . . . . 237
PREMESSA

               La lingua si difende da sé?
                           Maurizio Dardano

     Non è mai avvenuto nella nostra storia e tanto meno può
avvenire oggi. In passato la lingua italiana è stata promossa dalla
sua eccellenza letteraria e culturale, oggi deve essere difesa dal-
l’impegno della società civile e dalle istituzioni. Proprio come
devono essere difesi il posto di lavoro, l’ambiente, le minoranze, i
dialetti e tutte le componenti della nostra vita in comune. Stupisce
che a proclamare il contrario sia stato proprio un linguista; e stu-
pisce ancor più che ciò sia avvenuto sull’onda di un contrasto tra
Destra e Sinistra, ricco di spunti ideologici e politici, quanto pove-
ro di ragioni culturali. La difesa della nostra lingua, intesa come
difesa della nostra identità culturale, dovrebbe essere una que-
stione bipartigiana, da affrontare realisticamente, senza il plusva-
lore della politica, senza l’ingombro di ideologie e di teorie data-
te, del tutto inadeguate a risolvere i problemi del momento. Ciò
dovrebbe avvenire al più presto e dovrebbe essere effetto di una
partecipazione ampia degli “operai della mente”, perché la nostra
lingua, che oggi non gode ottima salute, è un bene di tutti gli
Italiani.
     Tre episodi – in certo modo esemplari – possono essere ricor-
dati: non per suscitare polemiche, ma per trovare soluzioni.
     Primo episodio. I dati di una recente ricerca dell’OCSE rive-
lano che, per quanto riguarda il grado di preparazione dei nostri
studenti quindicenni (in varie discipline, compresa la capacità di
lettura di testi), l’Italia, in una graduatoria di 57 paesi, occupa la
36a posizione.

                                                                   11
12                        MAURIZIO DARDANO

      Secondo episodio. Dei 380 posti messi a disposizione in un
concorso pubblico per magistrati, svoltosi il 7 gennaio 2008, ne
sono rimasti scoperti 58 a causa della non adeguata conoscenza
della nostra lingua dimostrata da un gran numero di candidati.
Per la cronaca, le domande erano state 43.000, i candidati ammes-
si 18.000, coloro che hanno terminato le prove scritte 8.000.
      Infine una recente testimonianza: «Secondo un centro studi
(il “Laboratoire européen d’anticipation politique – Europe
2020”), le cinque maggiori tendenze linguistiche dei prossimi anni
saranno: la rinascita del francese, la fine dell’anglo-americano
come lingua egemonica della modernità, l’uso crescente del russo
nell’Europa centro-orientale, la crescita a livello internazionale
dello spagnolo. Dell’italiano nemmeno l’ombra».
      Alcune domande urgono e pretendono risposte. Perché ci si
preoccupa molto delle minoranze linguistiche e poco della nostra
lingua italiana, peraltro neppure menzionata nella Costituzione?
Perché la difesa delle lingue degli immigrati fa passare in secondo
ordine il loro obbligo d’imparare l’italiano? Perché si continua a
favorire l’ingresso di tanti anglismi, inutili quanto ridicoli, anche
nell’ambito delle istituzioni e degli enti pubblici? Perché non
ricercare qualche rimedio alle sguaiataggini dell’“intrattenimento”
televisivo: reality show, talk show, conversazioni “taroccate” e si-
mili buffonate? Soprattutto, perché la nostra scuola, “pedagogiz-
zata” e “sindacalizzata”, la nostra scuola che nell’insegnamento
dell’italiano ha anteposto l’inventività e la sperimentazione al ri-
spetto della norma, continua a essere la cenerentola del cosiddet-
to “sistema Italia”?
      Gli eccessi ideologici, certe velleità teoriche e metodologiche
nuocciono a un reale apprendimento della lingua, non sviluppano
la capacità di scrivere in modo corretto ed efficace, costituiscono
un ostacolo alla diffusione della nostra lingua nel mondo. Proprio
in nome della diversità delle lingue e delle culture, Claude Hagège
ha ricordato che una lingua non serve soltanto per comunicare,
ma è «il riflesso dell’identità profonda di una comunità», «lo spec-
chio di un popolo e delle sue rappresentazioni». Opponendosi al
dominio dell’inglese, come unico strumento della globalizzazione,
il linguista francese afferma che è necessario combattere in difesa
di una identità che è al tempo stesso linguistica, culturale, sociale
Premessa                               13

e umana. Combattere, appunto: non lasciare che la lingua si difen-
da da sé.
      La battaglia parte dalla lettura dei testi, sia orali sia scritti,
dallo studio dei fenomeni e delle situazioni che caratterizzano lo
svolgimento attuale della nostra lingua. I dieci saggi che compon-
gono questo libro vogliono offrire un modesto contributo in tale
direzione: essi esaminano vari aspetti dell’italiano di oggi, ne pro-
pongono una descrizione e un’interpretazione, anche mediante il
riferimento ai fattori storici e sociali del nostro tempo. I saggi,
disposti secondo una progressione che ne facilita l’uso didattico,
si possono raggruppare intorno ai seguenti centri d’interesse:
      i) All’inizio è presentato un panorama dell’italiano di oggi,
analizzato nei suoi aspetti morfologici, sintattici, lessicali e testua-
li, secondo una prospettiva che evidenzia la dialettica tra conser-
vazione e innovazione (cap. 1).
      ii) La presenza del parlato, come modello innovativo rispetto
alla tradizione, e la crescita dello stile nominale, come spinta alla
semplificazione sintattica e alla condensazione espressiva, sono
due fenomeni centrali nella scrittura giornalistica e nel linguaggio
del telegiornale (cap. 2 e 3).
      iii) L’influsso dell’inglese è osservato sia nel lessico (in tale set-
tore si hanno riscontri significativi nella morfologia derivativa e, in
particolare, nella composizione) sia in alcuni fenomeni di rifor-
mulazione e di testualità presenti soprattutto nella lingua dei
media (cap. 4)
      iv) Trattandosi dell’aspetto più innovativo dell’italiano mo-
derno, la formazione delle parole [= FP] richiede una descrizione
accurata fondata su criteri di classificazione e su metodi adeguati
(cap. 5 e 7). Al tempo stesso, una migliore conoscenza di questo set-
tore della nostra lingua si può giovare di un’analisi, svolta in una di-
mensione diacronica, dedicata alle scelte operate nella composizione
di dizionari pubblicati soprattutto nel periodo 1965-1999 (cap. 6).
      v) Le analisi compiute nei capitoli ora ricordati hanno subìto
una verifica nel confronto diretto con i problemi specifici che
emergono dallo studio di tre settori della nostra lingua. Alcuni
romanzi pubblicati negli anni 2002-2006 sono stati l’occasione per
studiare il lessico vario e imprevedibile di una narrativa che si
muove sugli impervi sentieri della modernità (cap. 8). La riformu-
14                              MAURIZIO DARDANO

lazione che i linguaggi scientifici subiscono nei manuali scolastici
parte dalla scelta lessicale e dalle parafrasi per approdare a parti-
colari strutture sintattiche e a specifiche sequenze testuali (cap. 9).
Infine il parlato e lo scritto delle giovani generazioni, esaminato in
una serie di scelte fonetiche, grafiche, morfologiche e lessicali, for-
nisce utili indicazioni su quelli che per alcuni potrebbero essere i
possibili svolgimenti (in meglio o in peggio, non è dato sapere)
della nostra lingua (cap. 10).
     I saggi qui raccolti sono in parte scritti da singoli autori, in
parte sono scritti da più di un autore. Spesso queste pagine nasco-
no dalle esperienze condivise di un gruppo di lavoro che ha scam-
biato idee, impressioni, propositi riguardanti l’italiano che si parla
e si scrive ai giorni nostri, nella convinzione che la ricerca si deve
fondare su una collaborazione paritaria ed equilibrata, sostenuta
da un impegno e da una passione comuni.

    Il saggio La lingua si difende da sé di Leonardo M. Savoia (in “LId’O. Lin-
gua italiana d’oggi”, I, 2004, pp. 31-53) prende le mosse da un attacco al dise-
gno di legge n. 993, presentato il 12 dicembre 2001 da un gruppo di senatori di
centrodestra e riguardante l’istituzione di un “Consiglio Superiore della Lingua
Italiana”; progetto discutibile, per vari aspetti, ma che, opportunamente cor-
retto e modificato, avrebbe rappresentato un impegno (anche finanziario) in so-
stegno della nostra lingua. Nel prosieguo del suo scritto, Savoia, ricalcando le
orme di Noam Chomsky, respinge ogni considerazione di carattere funzionale,
storico, sociolinguistico, pragmatico, istituzionale (tutte concezioni definite “e-
sternaliste”) e sostiene che «la linguistica cognitiva e in particolare la scuola
generativa […] hanno consolidato l’idea che la padronanza di una lingua si
basa su un dispositivo mentale innato, geneticamente determinato». Inutile
ricordare quanti danni abbiano procurato nell’insegnamento teorie “forti” e
ideologismi di varia provenienza.

    La ricerca OCSE è stata compiuta nell’ambito del “Programme for Interna-
tional Student Assessment”. La testimonianza sul destino internazionale della
nostra lingua è del politologo Sergio Romano (CS, 4/4/2008, p. 45). Storica
testimonianza degli eccessi cui porta l’ideologia è la famosa affermazione pro-
nunciata da Roland Barthes al Collège de France nel gennaio 1977: «La langue,
comme performance de tout langage, n’est ni réactionnaire, ni progressiste; elle
est tout simplement: fasciste; car le fascisme, ce n’est pas d’empêcher de dire,
c’est d’obliger à dire». Soprattutto negli anni Settanta in Italia si è parlato a
lungo di “lingua dei poveri”, “lingua dei ricchi”, di “padroni della lingua”,
della necessità di far prevalere l’inventiva giovanile sulle regole della grammati-
ca e il possesso del lessico.
8

                       Le parole della narrativa                       *

             Maurizio Dardano, Gianluca Frenguelli, Gianluca Colella

8.1. Sette romanzi

    Considerando i loro caratteri linguistici e stilistici nonché il
successo incontrato presso il pubblico dei lettori si sono scelti, per
un’analisi rivolta al lessico, sette romanzi pubblicati nel periodo
2002-2006: G. De Cataldo Romanzo criminale, Einaudi, 2002
[ROM], M. Mazzucco Vita, Rizzoli, 2003 [VITA] e Un giorno perfet-
to, Rizzoli, 2005 [GIORNO], P. Buttafuoco Le uova del drago,
Mondadori, 2005 [DRAGO], S. Veronesi Caos calmo, Bompiani,
2005 [CAOS], S. Niffoi La vedova scalza, Adelphi, 2006 [VEDOVA],
M. Venezia Mille anni che sto qui, Einaudi, 2006 [MILLE].
    L’analisi riguarderà i seguenti fenomeni: i) traslati e “profilo
combinatorio” [= PC] di quei vocaboli che appaiono rilevanti per
la configurazione tematica e per la frequenza; ii) neologismi (rela-
tivi ai tre settori della FP, delle riprese dai linguaggi settoriali e dei
forestierismi); iii) regionalismi, dialettismi ed espressioni gergali.
Si sono presi in considerazione anche altri tratti che contribuisco-
no a fondare la specificità stilistica della più recente scrittura nar-
rativa: griffes, ideofoni, nomi parlanti, citazioni, elenchi di nomi e
di sintagmi. Osservati nei loro contesti e nella prospettiva delle

    *
        M. Dardano, G. Frenguelli, G. Colella, Il lessico della narrativa contemporanea.
2002-2006. Prove di lettura e d’inventario, in Prospettive nello studio del lessico italiano.
Atti del IX Congresso internazionale della Società di linguistica e filologia italiana (Firenze,
14-17 Giugno 2006), a cura di E. Cresti, 2 voll., Firenze, University Press: I, pp. 193-207.
M. D. ha scritto i parr. 8.1, 8.2, 8.5; G. F. il par. 8.3; G. C. il par. 8.4.

                                                                                           149
150       MAURIZIO DARDANO      – GIANLUCA FRENGUELLI – GIANLUCA COLELLA

loro motivazioni, tutti questi materiali permettono di compiere
rilievi su alcuni caratteri dell’enunciazione e dello stile.
    Gli studi dedicati alla lingua della narrativa contemporanea
sono rivolti principalmente alla sintassi, allo stile e alla testualità1.
Che al lessico sia dedicata una minore attenzione dipende da varie
cause. Un confronto tra il GDLI e il GRADIT mostra che anche i
grandi dizionari, nell’accogliere i narratori degli ultimi decenni,
seguono criteri piuttosto diversi e talvolta penalizzanti un settore
fondamentale della nostra prosa. E tuttavia qualche attenuante va
concessa al lessicografo, che incontra serie difficoltà nel lessico
pluriforme e variamente orientato della nostra più recente narra-
tiva. Non aiutano la lessicografia d’autore e i repertori di neologi-
smi, che raccolgono per lo più vocaboli ed espressioni tratti dal
mondo dei media (Adamo/Della Valle 2003a e 2005; Bencini/Ma-
netti 2005). Il diritto d’autore limita drasticamente l’allestimento
di archivi elettronici riguardanti il lessico degli scrittori del nostro
tempo2. Alcuni anni fa per aiutare il lettore a comprendere dialet-
tismi e gergalismi, si approntavano brevi glossari, posti in appen-
dice alle opere: salvo rare eccezioni, tale abitudine è stata pro-
gressivamente abbandonata. In generale, negli studi linguistici
recenti, il lessico della narrativa contemporanea è analizzato in
campioni piuttosto circoscritti, scelti per lo più sulla base del
gusto e della sensibilità dei ricercatori. Questa è la via seguita
anche nel presente contributo: ma è augurabile che in futuro tali
indagini estendano il loro campo d’azione e si applichino a opere
intere e a un più consistente numero di opere.
    La prassi del cut up – realizzata anche con mezzi grafici e ico-
nici3 – e del collage, nonché la ricerca della cosiddetta “polifonia”,

    1
         Si vedano: Dardano (2008), Berisso (2000), Della Valle (2004 e 2005). Di alcune
parti del presente Cap. 8 si è tenuto conto in Dardano (2008: 185-211).
    2
         A tutt’oggi l’unico strumento informatico che raccoglie testi di narrativa recen-
te è il database di De Mauro (2007), il quale permette la consultazione dei materiali les-
sicali relativi a cento romanzi vincitori o partecipi del Premio Strega (anni 1947-2006).
Invece la consultazione di Internet non offre grandi risultati: mancano materiali ben
selezionati e ordinati che possano risultare utili al linguista.
    3
         Per esempio, in GIORNO (p. 77-81) il maiuscoletto è usato per indicare le ferma-
te dell’autobus e per citare i messaggi pubblicitari che Emma legge durante il tragitto sul
mezzo pubblico.
8. Le parole della narrativa                             151

tutti caratteri ricorrenti nei romanzi qui esaminati, hanno favorito
l’afflusso di neoformazioni, tecnicismi, forestierismi, dialettismi,
gergalismi, giovanilismi e di altre particolarità lessicali. Ovviamen-
te, nell’esaminare i sette romanzi si è tenuto conto del lessico co-
mune, che è ovviamente predominante, ma l’attenzione si è con-
centrata soprattutto sui settori ora menzionati4.
    Tracciare confini nel vocabolario di un narratore rappresenta
per il linguista una non eliminabile operazione di base, la quale
probabilmente può essere compiuta con maggiore facilità nei
romanzi del passato5; infatti è più difficile individuare confini nei
vocabolari di autori contemporanei, dediti consapevolmente e
attivamente alla mescidanza di parole ed espressioni di diversa
provenienza. Questo contributo vuole inquadrare non tanto sin-
goli autori e opere6, quanto piuttosto fenomeni e fasci di fenome-
ni, secondo una tipologia che andrà sviluppata e perfezionata in
ricerche più estese. Si è mirato per ora a una campionatura essen-
ziale, col proposito di avviare, in un secondo tempo, una più
ampia esplorazione dei materiali lessicali della narrativa degli ulti-
mi anni.
    La mescidanza delle varietà lessicali, fenomeno particolarmen-
te diffuso ai giorni nostri, fa sì che molti vocaboli ed espressioni
possano essere attribuiti a più di un settore. Ciò complica, ma al
tempo stesso, rende più coinvolgente la ricerca. Infatti, per questa
via, appaiono in primo piano problemi di metodo, ai quali in

     4
         A proposito di tale componente va detto che le scelte lessicali corrispondono in
genere allo status sociale dei personaggi. In GIORNO Emma (con i figli Kevin e Valentina),
da una parte, Maja (con la figlia Camilla), dall’altra, rappresentano bene, anche nella
prospettiva della lingua, gli ambienti diversi cui appartengono: popolare e degradato,
nel primo caso, medioborghese e falsamente sofisticato, nel secondo. Nel parlato di
Emma sono presenti numerosi vocaboli ed espressioni regionali, nonché tratti morfo-
sintattici poco formali (tra l’altro l’indicativo in luogo del congiuntivo, cfr. GIORNO, p.
89); allo stesso modo nel parlato dell’anziana madre di Emma affiorano vari malapropi-
smi (cfr. l’esempio 21). Al contrario l’ambiente medioborghese è connotato da partico-
lari scelte lessicali, che affiorano anche nella narrazione: «La scuola distava da casa poco
più di dieci minuti», «Indignata dalla sfacciataggine del roditore», «il retrogusto nau-
seante di una notte amara e di ribollenti, tetri pensieri», «fra le deiezioni canine e i moto-
scooteristi prepotenti» (GIORNO, pp. 82, 83, 84).
     5
         Si vedano a tale proposito Bricchi (2000) e Zangrandi (2002).
     6
         Come accade, per esempio, in Mengaldo (1994), in Gatta/Tesi (2000) e in
Zublena (2002).
152     MAURIZIO DARDANO   – GIANLUCA FRENGUELLI – GIANLUCA COLELLA

genere non si dedica la dovuta attenzione; problemi che saranno
affrontati, almeno in parte, nel par. 8.2. In seguito comincerà lo
scrutinio di forme linguisticamente notevoli: neologismi e fore-
stierismi (8.3), regionalismi e gergalismi (8.4).

8.2. Combinazioni, traslati, contesti

    Dopo la catalogazione, i materiali lessicali ricavati dai sette
romanzi sono soggetti a un’analisi di secondo livello, nella quale,
sulla base di pochi esempi selezionati, si esaminano: a) l’uso dei
traslati e il loro potere espressivo; b) il PC di vocaboli, considerati
importanti per la loro rilevanza tematica e quantitativa; si tratta di
vocaboli che in genere rinviano all’ispirazione fondamentale di
ciascuna delle opere prese in esame.
    Per quanto riguarda a), cominciamo col considerare quattro
similitudini introdotte da come e tre metafore. Similitudini: «Le
parole inquietanti […] gli avviluppavano il cervello come carta
moschicida» (GIORNO, p. 24), «Maja dentro granulosa e soffice
come una babbuccia di seta. E adesso asciutta, quasi abrasiva»
(GIORNO, p. 30), «Si stanno più o meno tutti guardando attorno,
con le orecchie ritte, impauriti come scimmie nella savana» (CAOS,
p. 37), «Le case di Taculè sono come pallettoni sparati nella roccia»
(VEDOVA, p. 47: è il titolo del cap. IV). La ricerca analogica si svol-
ge in diverse direzioni, pur avendo sempre di mira l’accostamento
di referenti lontani tra loro, rispettivamente: “intelletto – oggetto
basso (ripugnante)”, “sesso femminile – oggetto comune”, “esseri
umani – animali”, “oggetti grandi – cose piccole” (queste ultime
denominate antifrasticamente mediante un accrescitivo “conven-
zionale”). In quest’ultima coppia si noti la traccia sinistra lasciata
da quel particolare accrescitivo. Comune alle quattro similitudini è
una forte connotazione che rinvia a temi di fondo: la tragica bana-
lità del quotidiano in GIORNO e in CAOS, la violenza in VEDOVA (il
fucile da caccia è un’arma che uccide uomini e animali).
    Metafore: «il sorriso incistato di orrore» (CAOS, p. 429), «nei
suoi occhi ora c’è un frastuono di male e di bene» (CAOS, p. 318:
metafora e sinestesia), «Le case di via Garibaldi erano per la mag-
gior parte ridotte a pietrame, con stoffe e velluti di divani fra le
8. Le parole della narrativa                            153

travi e lo scheletro dei balconi in ghisa; erano stomaci sbrecciati da
cui fuoriuscivano tubazioni, cannicciate, letti in bilico: budella
sbucate dalla pancia a forza di coltellate» (DRAGO, p. 66).
   Nella coppia antitetica sorriso – orrore s’inserisce iconicamente
un aggettivo verbale parasintetico, tratto dal linguaggio della
medicina7, il quale potenzia la negatività propria del secondo
sostantivo. L’antitesi male – bene è invece esaltata dalla forte sine-
stesia occhi – frastuono. Le case sono sventrate: mostrano infatti le
loro budella in un quadro di tragica (de)umanizzazione. Bastino
per ora questi rapidi cenni: il discorso – è ovvio – va approfondi-
to con altri esempi. S’impongono due domande: questi traslati
aiutano a raggiungere l’ispirazione centrale dell’opera? Per quali
aspetti questi traslati della narrativa contemporanea, innovativi e
sperimentali, differiscono da quelli stereotipici dell’odierno lin-
guaggio giornalistico?8
   Di alcuni vocaboli significativi, individuati nei sette romanzi, si
è studiato il PC, vale a dire «la struttura schematica di vicinanza
sintattica e semantica di una parola-cerniera (mot pivot), come si
manifesta in un corpus ampio». Oltrepassando la visione tradizio-
nale della combinatoria dei nomi e delle loro collocazioni, Blu-
menthal (2002), da cui è tratta la citazione, di un nome studia: 1)
la valenza; 2) le costruzioni diverse da quelle relative alla valenza;
3) le costruzioni “V + N” e “Prep + N”; 4) il ruolo nelle relazioni
transfrastiche, vale a dire i valori anaforici. L’identità semantica
della parola-cerniera è caratterizzata dal suo contesto. Il PC di una
parola-cerniera prende l’aspetto di un frame o script 9. Questo tipo

    7
        Cfr. incistarsi: «med. di corpo estraneo o ascesso, venire avvolto da una forma-
zione di tipo cistico» (GRADIT).
     8
        Anche la lingua dei giornali appare propensa all’uso di traslati, ma questi appar-
tengono perlopiù a settori diversi da quelli preferiti dai narratori contemporanei; inol-
tre, come accade nel mondo dei media, si riscontra una notevole ripetitività: si ritrova-
no traslati analoghi ma dotati di diversi contesti; eccone due esempi tratti da articoli di
fondo: «cortocircuito giudiziario-mediatico» (P. Ostellino, CS, 18/6/2006, p. 1), «l’im-
barbarimento morale, il galoppo degli egoismi, lo sfascio costituzionale, lo sfarinamen-
to delle istituzioni» (E. Scalfari, Rep, 18/6/2006, p. 1).
     9
        Si distingue tra: “profilo aspettuale”, “p. ontologico”, “p. paradigmatico”, “p. di
saturazione”. Si tratta di parametri della parola parzialmente misurabili, i quali possono
fornire dati sulla varianza (nel senso statistico) di dati riguardanti il PC. Anche da questi
rapidi cenni appare evidente che il concetto di PC si differenzia da quello tradizionale di
“formula”, “espressione formulare” e simili.
154        MAURIZIO DARDANO      – GIANLUCA FRENGUELLI – GIANLUCA COLELLA

di analisi può essere applicato alla narrativa? La risposta è affer-
mativa. Certo il passaggio dai testi pragmatici, esaminati dallo stu-
dioso tedesco, ai testi narrativi richiede adattamenti nel metodo e
nelle procedure. Un conto è esaminare i contesti giornalistici ric-
chi di sostantivi come politica, partito, governo o aggettivi come
economico, sindacale, lavorativo, ecc., e un conto è esaminare i
contesti in cui cadono vocaboli come faccia in ROM (71 occorren-
ze), luce in GIORNO (74), corpo e figlia in CAOS (29 e 71).
    Individuare il PC di vocaboli, ritenuti a vario titolo importanti
nell’ambito di un romanzo, è senza dubbio un procedimento utile
all’analisi, anche nella prospettiva dell’interrelazione lessico-sin-
tassi: rapporto tra PC, da una parte, paratassi e NOM, dall’altra. Che
l’uso dei lessemi di una data lingua sia condizionato anche dalla
loro collocazione, come risulta dalla linguistica dei corpora (Ve-
land 2006), è un principio certamente valido anche per i testi nar-
rativi. Per comprendere il modo in cui sono rappresentati perso-
naggi ed eventi appare utile, non soltanto al linguista, considerare
attentamente alcuni accostamenti significativi di vocaboli: «stupo-
re plastico» (CAOS, p. 270), «raglio di clacson» (CAOS, p. 311), «au-
ra cazzutissima» (CAOS, p. 129)10, «camminata masticata» (DRAGO,
p. 59), «lame d’afa» (DRAGO, p. 91). Si consideri anche il rilievo
che simili coniunctiones raggiungono nella frase nominale: «Sguar-
do subacqueo, sudore, nuda parola, grigio arrendersi» (CAOS, p.
227)11.
    Nello stile nominale rientra anche la struttura dell’elenco, usata
in varie situazioni, nella voce autoriale o nella voce di un perso-
naggio. In CAOS appaiono sette elenchi; i primi due sono: “Elenco
delle compagnie aeree con cui ho volato”, “Elenco delle ragazze
che ho baciato”; sono titoli che ci dicono qualcosa sulla funzione
di questo espediente narrativo. In GIORNO si elencano armi (p.
177) e obiettivi aziendali (p. 133). Stilare elenchi può essere inter-
pretato come sintomo di una moderna nevrosi: invece di connet-
tere tra loro i fatti, ci si limita ad elencarli. Tuttavia l’esempio dello

    10
         Cfr. l’esempio (25).
    11
         Sintagmi come raglio di clackson e lame d’afa ricordano i «cortocircuiti analogi-
ci di tipo sintetico in cui il figurante funge tramite di, da sostegno del figurato: “tufo del
tempo”, “feto di pace”». Sono esempi che Mengaldo (1994: 213) trae da Rebora.
8. Le parole della narrativa                          155

scrittore Nick Hornby può far pensare a una sorta di stigma, di
“blasone di appartenenza”12. Non sarebbe questo l’unico fenome-
no d’importazione. Le mode d’oltreoceano – soprattutto a far data
dall’influsso della beat generation – hanno avuto un peso notevole
nel saturare la nostra narrativa più recente con ideofoni, griffes,
frammenti di canzoni (blues, rock, hip-hop). Oggi, come non mai,
la citazione celebra i suoi trionfi. Se in un racconto ambientato in
Sardegna, nel periodo tra le due guerre, viene inserita un’onoma-
topea lessicale da cartoons, dobbiamo riconoscere che c’è sotto
qualcosa (ironia? allusioni? pop art?): «Le onde rispondevano
mordendo l’orlo della battigia: slàsh, slàsh, slàsh, slàsh. Sembrava
avesse una bocca invisibile il mare, che vomitava sabbia e poi la
inghiottiva di nuovo. Slàsh, slàsh, slàsh, slàsh» (VEDOVA, p. 89); la
ripresa dell’intera serie evidenzia inoltre il forte intento iconico
del passo. Le onomatopee usuali e più contenute nella forma sor-
prendono meno, rientrano, per così dire, in una norma che negli
ultimi tempi ha fatto grandi progressi: STU-TUN, sclomp, boing,
bumbumbum (CAOS, pp. 130, 217, 351, 360).
   Vi sono anche altri ingredienti. Un testo di Lou Reed Perfect
day incornicia GIORNO: appare infatti in esergo e prima del capito-
lo-cronaca finale13. E si veda ancora un passo scelto a caso:
«“Hakuna matata, Kevin. Adesso devo andare”, ripeté Emma,
sciogliendosi con strazio da quell’abbraccio» (GIORNO, p. 90)14. Il
recupero della voce – perlopiù gridata ed esibita con rilievo foni-
co e grafico – influenza le scelte lessicali15.

   12
         Alta fedeltà di Nick Hornby (trad. ital., Parma, Guanda, 1996) esibisce in aper-
tura un elenco di cinque persone che hanno procurato all’io narrante «le cinque più
memorabili fregature».
    13
         La citazione di brani musicali si afferma dapprima con Pier Vittorio Tondelli
(Altri libertini, Milano, Feltrinelli, 1980). Anche DRAGO (un “romanzo storico”) apre
con una citazione di Franco Battiato. Riferimenti a canzoni e a personaggi del mondo
della musica sono presenti in quasi tutti i romanzi analizzati. A tal proposito è interes-
sante una citazione tratta dal romanzo Un destino ridicolo di Fabrizio De André e Ales-
sandro Gennari (Torino, Einaudi, 1996): «Che tristezza. Una volta erano i romanzi a
ispirare le canzoni, non viceversa» (p. 114). Su questi aspetti cfr. Casini (1998).
    14
         Hakuna matata ‘senza pensieri’ (lingua swahili) è il motto che riassume l’idea di
fondo presente nel film Il Re Leone (Disney Records).
    15
         Nello stesso romanzo i ringraziamenti finali (una prassi che da qualche tempo
“fa parte” della narrazione) sono qualcosa di più di un semplice coinvolgimento: espri-
mono infatti solidarietà e al tempo stesso narcisistica ricerca di prestigio.
156       MAURIZIO DARDANO     – GIANLUCA FRENGUELLI – GIANLUCA COLELLA

   Il comune denominatore di questi fenomeni è la ricerca dell’e-
terogeneità: chi narra vuole dimostrare che i pezzi esibiti non sono
farina del suo sacco, appartengono a una comunità ideale: sono
presi in prestito dalla musica di oggi, dalle mode correnti; sono
intrusioni del reale nella fiction.

8.3. Neologismi, forestierismi e altro

   (1)     Abbiamo appena fatto surf, io e Carlo. Surf: come vent’anni fa. Ci
           siamo fatti prestare le tavole da due pischelli e ci siamo buttati tra
           le onde alte, lunghe, così insolite nel Tirreno che ha bagnato tutta
           la nostra vita. Carlo più aggressivo e spericolato, ululante, tatua-
           to, obsoleto, col capello lungo al vento e l’orecchino che sbrilluc-
           cicava al sole; io più prudente e stilista, più diligente e controlla-
           to, più mimetizzato, come sempre. La sua famigerata classe beat
           e il mio vecchio understatement su due tavole che filavano al sole,
           e i nostri due mondi che tornavano a duellare come ai tempi dei
           formidabili scazzi giovanili – ribellione contro sovversione –,
           quando volavano le sedie, mica scherzi (CAOS, p. 11).

    L’incipit del romanzo di Veronesi è un esempio paradigmatico
del lessico mescidato della nostra recente narrativa. Ecco qui,
addensati in poche righe, molti ingredienti tipici del genere nar-
rativo odierno: colloquialismi, giovanilismi, dialettismi, anglismi.
Poco oltre, nel testo, sopraggiungeranno affissati e composti di
varia foggia e funzione. Ma ora fermiamo l’attenzione su quelle
griffes che da tempo, nella narrativa occidentale, connotano uno
stile di vita, alludono ad ambienti più o meno prestigiosi oppure,
semplicemente, rinviano alla più scontata quotidianità. Si va da
nomi inventati, come Barrie (CAOS, p. 185) – sono i jeans disegna-
ti da Carlo, fratello del protagonista16 –, o come Cioccolato Brick
(CAOS, p. 355), a marchi di abbigliamento, come Freitag (CAOS, p.
281) o Krizia (CAOS, p. 261). Altri nomi di marchi piuttosto comu-
ni e denominazioni di cose ben note aggiungono al racconto
ritocchi banali: i fazzoletti kleenex che ricorrono in CAOS (p. 101)
e in GIORNO (p. 252), il vino laziale Est-Est-Est (ROM, p. 470), la

    16
         Forse non è casuale il fatto che Barrie Pace sia una marca straniera (sconosciuta
in Italia) di abbigliamento femminile, che effettua vendite tramite Internet.
8. Le parole della narrativa                    157

lampada a forma di stella dell’Ikea (CAOS, p. 331). Il mondo dei
giochi è ben rappresentato: Game-boy, Carte Magic, Play station
(CAOS, pp. 67, 143, 319; in GIORNO, p. 43: playstation). Molti di
questi nomi sono scelti perché esprimono particolari connotazio-
ni, utili ad ambientare in una prevedibile atmosfera personaggi
ed eventi.
   Non meraviglia che in ROM abbondino le armi da fuoco: Beretta
vi compare 11 volte, Winchester 2 volte; vi è poi la ben nota Colt
e la meno nota Bernardelli:

   (2)   Fierolocchio si dovette accontentare di una Colt canna corta a sei
         colpi. Il Freddo scelse una Bernardelli long-rifle (rom, p. 183).

   I personaggi non si accendono sigarette, ma Marlboro (ROM, p.
65 e passim) e Gitane (CAOS, p. 66). Delle automobili e delle moto-
ciclette è sempre indicata la marca, talvolta anche il modello:

   (3)   Possiedo […] un’Audi A6 3000 Avant nera piena di optional
         costosissimi (CAOS, p. 27).

   Rispetto alla narrativa di alcuni anni fa, si assiste a una preci-
sione nomenclatoria che riguarda varie categorie di oggetti, tal-
volta prestigiosi, talvolta banali, ma sempre caratterizzanti perso-
naggi, situazioni e ambienti.
   La tendenza al plurilinguismo comporta l’uso di vocaboli ed
espressioni delle scienze e delle tecniche. Gli apporti provengono
dalle discipline più diverse: dall’informatica, che spesso la fa da
padrona, alla medicina, dall’economia alla matematica. A propo-
sito di quest’ultima, ecco frattale, usato come aggettivo, in un con-
testo piuttosto particolare:
   (4)   La bidella Maria chiede ai genitori di non accalcarsi al portone,
         di sistemarsi a semicerchio tutt’intorno, e il suo intervento pro-
         duce un minimo di geometria nella frattale complessità dell’as-
         sembramento (CAOS, p. 48).

Dunque da geometria, vocabolo usato talvolta con accezione tra-
slata, si passa al tecnicismo spinto frattale. Anche in altre occasio-
ni Veronesi appare incline a “forzare” i traslati e, al tempo stesso,
a promuovere l’uso di settorialismi per una finalità espressiva o,
158       MAURIZIO DARDANO    – GIANLUCA FRENGUELLI – GIANLUCA COLELLA

per meglio dire, ludica; ciò accade in una similitudine zoomorfa,
piuttosto particolare, riferita a un personaggio:

   (5)     La sua bruttezza, […] in quel disarmo totale risaltava come nuda:
           la pelle del viso straziata dall’acne, la bocca del tutto priva di lab-
           bra, la fronte abnorme e sporgente – da casuario, come aveva no-
           tato Claudia (CAOS, p. 80).

Nella descrizione dello stesso personaggio, eseguita dal narratore
interno e in un contesto simile, si ritrova il termine pleistocene:

   (6)     Però molto più brutto di Harvey Keitel. Molto più ridicolo,
           soprattutto: con quella fronte da pleistocene e quel giubbottino
           da adolescente che gli striminziva il busto (CAOS, p. 89).

   Come le armi, così anche le espressioni burocratiche si addico-
no all’atmosfera di ROM, dove a volte compaiono “citazioni” di
verbali giudiziari:

   (7)     Occorre una puntuale e rigorosa indagine su ciascuno dei punti
           posti in premessa nelle rivelazioni (omissis) tenendo conto che
           nessun valido indice di credibilità può essere desunto dalla gra-
           vità e dal numero dei fatti dedotti dalla fonte e dimostratisi veri:
           come si può sapere con certezza quanti fatti realmente conosca la
           fonte e quanti ne abbia taciuti, e se abbia taciuti i fatti più impor-
           tanti e a sé maggiormente pregiudizievoli? (ROM, p. 527)17.

    E ora un rapido controllo dei forestierismi. Si sono privilegia-
ti quelli non adattati perché possiedono in genere una maggiore
carica connotativa. Come di consueto, l’inglese domina incontra-
stato rispetto ad altre lingue straniere con circa l’80% delle
occorrenze. Vi sono anglismi di ampia circolazione: joint-venture
(ROM, p. 133), open-space (CAOS, p. 60), room-mate (CAOS, p. 122),
understatement (CAOS, p. 11). Vi sono vocaboli specifici: klakfoam
(CAOS, p. 21) è il materiale con cui è stata fabbricata la tavola da
surf, slice e top-spin (CAOS, p. 357) appartengono al vocabolario
tennistico.

   17
       In tali scelte gioca sicuramente un ruolo importante il fatto che l’autore è un
magistrato.
8. Le parole della narrativa                              159

    Il fatto che nel nostro corpus siano presenti stereotipi giornali-
stici, come self-made man (ROM, p. 581) e numerosi prestiti con-
notativi, come baby-boomers, producer, (essere) out, jump-cut
(CAOS, pp. 71, 93, 144, 371), conferma il valore stilistico di tali
riprese, «la [loro] funzione di riconoscibilità sociale» (Berisso
2000: 478). Sull’anglismo si disquisisce metalinguisticamente:

    (8)     un’ora e mezza persa per scoprire come si dica in inglese “porta-
            lattine estraibile” […] “cup-holder”, “can-holder”, “bottle-hold-
            er”? (CAOS, p. 372);

l’anglismo diventa quasi un’etichetta:

    (9)     Niente a che vedere con il “robbery & sex”, con rapine e sesso
            come luoghi dell’immaginario adottati dal linguaggio comune
            (DRAGO, p. 131).

    L’inglese è ben presente, con vocaboli singoli, intere espressio-
ni, adattamenti di vario tipo, in vari romanzi recenti; per avere una
prova basta leggere Chi è Lou Sciortino? di Ottavio Cappellani18 o
Nicola Rubino è entrato in fabbrica di Francesco Dezio19.
    I forestierismi meno comprensibili (cioè tratti da lingue meno
note al grande pubblico) sono quasi sempre glossati: «Schellen-
baum, il cembalo dionisiaco delle bande militari» (DRAGO, p. 116);
«Marschkompass – la bussola da truppa» (DRAGO, p. 115). Vi sono
anche esotismi: guerrieri waziri (DRAGO, p. 71), dràkkar ‘tipo d’im-
barcazione vichinga’ (DRAGO, p. 116); in CAOS gli orientalismi

    18
         Si tratta perlopiù di prestiti non adattati: semplici vocaboli o espressioni come
What has happened (p. 18); vi sono i soliti adattamenti (businissi per business), trascri-
zioni del tipo Can ai invite iu? (p. 135); da notare alcuni pseudoanglismi disfemici: dick-
brain ‘testa di cazzo’ (p. 6), e ass kiss ‘baciaculo’ (p. 15); talvolta una frase funge da clau-
sola discorsiva: «Ok Lou, fammi avere uno speech col guaglione e poi I’ll call you back»
(p. 40); la citazione di una canzone costituisce l’explicit del romanzo: «Ora state cantan-
do a squarciagola: She’s got it, yeah baby, she’s got it. I’m your venus, I’m your fire at your
desire!» (p. 209); ha un evidente valore connotativo la citazione dell’incipit di The great
Gatsby di F. S. Fitzgerald (p. 167).
     19
         Anche in questo romanzo si ritrovano (quasi sempre nella narrazione e in riferi-
mento all’ambiente lavorativo) vocaboli, espressioni, intere frasi in inglese: rendering (p.
23), know how, problem solving (p. 25), check list, crash test (p. 44), competitors (p. 134),
team leader (p. 142), If you can’t change the world, change yourself (p. 148, da una can-
zone); un adattamento suffissale: flashante (p. 101). Dei ventitré capitoli due hanno il
titolo in inglese, uno in tedesco.
160       MAURIZIO DARDANO   – GIANLUCA FRENGUELLI – GIANLUCA COLELLA

dipendono dalle abitudini e dallo stile di vita di un personaggio
dedito a particolari terapie: shavasana (CAOS, p. 356), mantra (ibi-
dem), zen (ivi, p. 18); l’effetto ludico, come accade spesso, si po-
tenzia nell’enumerazione di vocaboli ed espressioni:
   (10)   Negli anni l’ha accompagnata da una quantità di guaritori, prano-
          terapeuti, yogi, santoni, sciamani, stregoni, ayurveda, maharishi,
          agopuntori, agopuntori senza aghi, quelli-che-ti-appoggiano-i-
          sassi-sui-chakra – come cazzo si chiamano –, podologi che ti leg-
          gono i piedi, tricomanti che ti leggono i capelli, monaci tibetani
          che ti ripuliscono l’aura con la spada, samurai che te la ripulisco-
          no con la katana, perfino da un vampiro sono state, proprio così,
          l’anno scorso, a Corso Magenta, un rumeno della Transilvania,
          naturalmente di nome Vlad (CAOS, p. 112).

Qui si ha una panoramica a largo raggio, di guaritori e di maghi,
provenienti da varie parti del mondo e provvisti di diverse abilità
e tecniche. Gli orientalismi di DRAGO riguardano invece il mondo
arabo e musulmano: casbah (p. 81), imano (p. 116), kursi ‘leggio’
(p. 71), rais (p. 130). Di fronte a tale profluvio di esotismi il latino
sembra avere vita grama: ad personam (CAOS, p. 37); requiescat
(VITA, p. 98); more uxorio (VITA, p. 258), ma talvolta recupera inse-
rendosi in imprevedibili contesti: «sorta di Guantanamo ante lit-
teram» (DRAGO, p. 71), «messi a morte in loco» (ivi); anche in que-
sto caso l’effetto ludico è assicurato.
    Passando alla FP, saranno appena da notare un paio di affissati
nominali dall’aspetto tecnico: «platealizzazione del rifiuto» (CAOS,
p. 205), «teatralizzazione del rifiuto» (CAOS, p. 302); alcuni agget-
tivi in -ico: «lacoontico traffico romano» (CAOS, p. 119), «morfini-
ca passività» (CAOS, p. 350) (con anticipazione rispetto al sostanti-
vo); il suffisso romanesco -aro: cravattaro, parafangari (ROM, pp.
37, 454), borgatari (GIORNO, p. 264); alcuni avverbi: dostoevskija-
namente (CAOS, p. 113), gallisticamente (DRAGO, p. 187), fosfore-
scentemente (CAOS, p. 118).
    Introducono una tonalità colloquiale alcuni parasintetici piut-
tosto particolari: sfaretta ‘lampeggia con i fari dell’automobile’
(CAOS, p. 176); scarrellò ‘fece scorrere il carrello della pistola’
(ROM, p. 532), si avvolpacchiava ‘s’ingarbugliava’ (ROM, p. 426);
intortano ‘ingannano’ (CAOS, p. 127), s’inorecchisce ‘drizza le orec-
chie’, detto di un cane (CAOS, p. 154).
8. Le parole della narrativa                  161

   Nel campo della prefissazione prolifera l’uso del trattino, al
quale si deve riconoscere una funzione iconica: in-azione (ROM, p.
192); non-americani, non-semplici, non-luce (CAOS, pp. 411, 231,
443), non-vita, non-sentimenti, non-parole (GIORNO, p. 256, 298);
auto-terminando (GIORNO, p. 104), auto-liquidato (CAOS, p. 161);
mega-gruppo (CAOS, pp. 438); super-fidato, «super-giocattolo per
super-manager», super-morigerata, super-testa di legno (CAOS, p.
314, 67, 268, 432); ultra-aggressiva (CAOS, p. 409); infine qualche
elativo non usuale: cocazza stratagliata ‘cocaina tagliata eccessiva-
mente con altre sostanze’, supertangente, supercontrollata (ROM,
pp. 127, 370, 378).
   Carattere iconico hanno anche alcuni composti e alcuni con-
glomerati muniti di trattino: i) nome-nome: donna-cavallo (GIOR-
NO, p. 286), fantesca-fattucchiera (DRAGO, p. 192), infermiera-a-
mante (CAOS, p. 28); salone-scannatoio, quota-stecca (ROM, pp. 227,
312); ii) verbali: dai-e-prendi, entra-esci, ufficio-che-non-c’è (ROM,
pp. 144, 340, 407); iii) altri tipi: «minerva scudo-fornita» (GIORNO,
p. 113), «lo zio-mito, lo zio-sposo, lo zio-con-cui-si-può-parlare-
di-tutto» (CAOS, p. 277), non-ancora-buio (CAOS, p. 443), «insab-
biato-dalla-marcia-e-corrotta-democrazia-filoyankee» ( ROM, p.
255). Talvolta un conglomerato è ripreso a breve distanza, quasi si
tratti di un leitmotiv morfologico: «edificio/città, edificio/mondo»
(CAOS, p. 330), «l’albergo/città, l’albergo/mondo» (CAOS, p. 332).
La giustapposizione di vocaboli mediante sbarretta è presente
anche in ROM: «aderisco/non aderisco» (p. 101), «binomio omici-
dio/complicità» (p. 168), «connessioni servizi/neri/malavita orga-
nizzata» (p. 316). Una prolungata univerbazione, comprendente
ben otto proposizioni, sembra riprodurre l’insanabile chiacchie-
riccio dell’io narrante:
   (11)   siamo quelli-che-mentre-suo-marito-la-lasciava-affogare-come-
          un-sorcio-le-hanno-salvato-la-vita-mettendo-a-repentaglio-la-
          propria-e-subito-dopo-hanno-perso-la-moglie-e-soffrono-in-si-
          lenzio-dedicandosi-anima-e-corpo-alla-loro-figlia-tanto-da-re-
          starsene-tutto-il-giorno-davanti-alla-sua-scuola dinamica post-
          trauma (CAOS, p. 317).

   Limitato a un’unica parola, lo stesso fenomeno assume, nel DD,
altre finalità:
162       MAURIZIO DARDANO     – GIANLUCA FRENGUELLI – GIANLUCA COLELLA

   (12)    «Non sono io che decido quali operatori devono essere non-
           richiamati», disse eufemistico il capo, trincerato dietro la scriva-
           nia, mentre il sorriso di circostanza gli avvizziva sulla bocca
           (GIORNO, p. 140).

Qui l’univerbazione ha carattere ludico e allusivo; riproduce inve-
ce il carattere di un affabulazione concitata e superficiale quando
si limita a un comunissimo intercalare, come accade nei passi che
seguono:

   (13)    Senza potere, naturalmente, una super-testa di legno, un guscio
           vuoto, un fantoccio eterodiretto, ma chissenefrega, intanto la mia
           vita diventerebbe favolosa (CAOS, p. 432);

   (14)    Avevano uno stereo e ascoltavano a volume altissimo – alla chis-
           senefrega – una cassetta dei Clash (GIORNO, p. 291).

8.4. Varietà regionali e sociali

    È opportuno distinguere gradi diversi di assunzione della dia-
lettalità (o neodialettalità) nella nostra narrativa recente20. Esiste
innanzi tutto un grado zero (a): vale a dire, similitudini, paragoni,
modi dire, frasi proverbiali, che si assume siano stati pronunciati
in dialetto, appaiono in un italiano non privo di toni regionali;
questa prassi, che ha avuto tra i suoi massimi esponenti il Verga
(Nencioni 1988) rivive, per esempio, in MILLE. Vi sono poi dialet-
tismi formali (b), indotti da situazioni enunciative particolari
(descrizioni di personaggi e ambienti locali, cibo, artigianato, tra-
dizioni, temi riguardanti il sesso); di questi dialettismi sono
responsabili gli attanti; l’io narrante si limita a riprodurli; s’inten-
de che tutto ciò fa parte della finzione narrativa, del progetto del
racconto21. Vi è certo una differenza rispetto ai dialettismi-bandie-
ra (c), usati dal narratore per riassumere in un vocabolo lo “spiri-

    20
        Si tenga presente l’affermazione di Berruto (2004: 18): «La collocazione del dia-
letto negli atteggiamenti e nella valutazione della comunità parlante è evidentemente
cambiata, nel corso degli ultimi dieci anni». Sull’uso del dialetto nella narrativa degli
ultimi anni cfr. Guerriero (2001) e Antonelli (2006: 97-108).
    21
        Si tenga presente (Moretti 2001: 724): «Una volta che la voce del narratore si è
mescolata a quella dei personaggi non si torna più indietro».
8. Le parole della narrativa               163

to”, il “carattere” di una realtà regionale. Da (b) e da (c) si distin-
gue il dialettismo interno, assunto in modo diretto dall’io narran-
te (d). Possiamo parlare di plurilinguismo (esofasico), motivato
dalla realtà esterna: rientrano in tale ambito ROM, VITA, GIORNO (la
Mazzucco sviluppa questa modalità più nel romanzo americano,
meno nel racconto romano); VEDOVA e MILLE, e per certi aspetti
anche DRAGO, possiedono una motivazione interna, vale a dire
interiorizzano l’esterno. Anche in CAOS (dove dosi minime di
romanesco e di altri dialetti convivono con altre varietà sociali) la
commistione di localismi, gergo “dirigenziale” e “snobistico”, gio-
vanilismi, anglismi, vocaboli settoriali, deriva da una condizione
psicologica dell’io narrante, che fonde in un’unica voce tali
varietà; in questo caso si ha una condizione di completa endofasia.
   Ecco alcuni esempi della tipologia proposta.

    a) Dialettalità di grado zero. Il riferimento al dialetto è soltan-
to sottinteso: «quel suo corpaccione che sembrava tagliato nell’o-
livo sarebbe diventato molliccio e si sarebbe sfatto come i torsoli
delle pannocchie» (MILLE, p. 17); «l’ambasciatore aveva motivo di
sospetto sapendolo “cane che non conosce padrone”, l’esatto pen-
siero che la Lenbach formulò adottando un fraseggio tipicamente
siciliano» (DRAGO, p. 38); si noti come in quest’ultimo passo inter-
venga una riflessione metalinguistica.
    b) Dialettismi indotti da situazioni locali. I cibi forniscono
esempi interessanti: «e le donne impastarono foccazzole, cavarono
cavatelli, torsero ricchitedde, arricciarono scr’ppelle col miele e col
vin cotto» (MILLE, p. 26), «taralli inceleppati» (MILLE, p. 29), «Nelle
nostre famiglie non si buttava niente, neanche le murichias del
pane, che restavano nel fondo della canistedda» (VEDOVA, p. 87).
    c) Dialettismi-bandiera. Si tratta di vocaboli ed espressioni
molto comuni, immessi per lo più nel DD: nonzi ‘nossignore’,
camurria (DRAGO, pp. 137, 211), «ma chette corri?», daje (CAOS,
pp. 120, 396).
    d) Dialettismo assorbito nel contesto. Anche in questo caso si
ritrovano vocaboli comuni e diatopicamente connotati: «Il profes-
sore Tringale non era imputato di niente: a quel mischino, a quel
povero vecchio stordito dalla pena e dalla paura, l’avevano
costretto a fare l’interprete per le udienze della giornata» (DRAGO,
164       MAURIZIO DARDANO     – GIANLUCA FRENGUELLI – GIANLUCA COLELLA

p. 107). In CAOS Veronesi pone a confronto meschino con l’equiva-
lente romanesco porello e altre varianti, facendo recitare al padre
e alla figlia un rapido gioco linguistico22:

   (15)    L’ha fatta piangere, meschina. / Meschina… Di questo sì che si
           può parlare. / – Meschina? E dove l’hai imparata questa parola?
           / – Perché? È volgare? / – No. Anzi, se uno non è siciliano è
           molto ricercata. / – La dice sempre la Roxanna – si volta, sorride
           – Ehi, infatti la Roxanna è della Sicilia! / […] / In romanesco si
           direbbe porella – faccio. / – Porella? / – Sì. Poverella, porella. / –
           E in milanese come si dice? / – In milanese? Non lo so: pora stel-
           la. / Mi guarda, riflette. / – Tipo povera stellina. / Oggi è proprio
           un casino. Povera stellina sarebbe lei… / Non lo so. Non ho mai
           imparato il milanese. Io so’ de Romaa!» (CAOS, p. 440; corsivi nel
           testo)23.

    D’altra parte s’incontrano frequenti dialettismi panitaliani, co-
me il settentrionale malmostoso ‘scorbutico’24, che, grazie all’uso
giornalistico, si è ampiamente diffuso; lo ritroviamo sia in DRAGO
(domanda malmostosa, p. 205) sia in GIORNO (sofferenza malmo-
stosa, p. 269).
    In romanzi di diversa ambientazione, come ROM e DRAGO, c’im-
battiamo più volte negli stessi sicilianismi: ammazzatina, pulla
‘prostituta’, buttana (o buttanazza), i quali, dal momento che si
ritrovano anche nella narrazione, non dipendono dalla provenien-
za dei personaggi, ma dal fatto di appartenere a un vocabolario
basso, diffuso dal cinema e dalla televisione; un vocabolario por-
tatore di un’espressività panitaliana, buona – per così dire – per
tutte le occasioni.
    Essendo la componente dialettale funzionale alla fiction, occor-
re considerare sia le occasioni in cui essa ricorre sia il dosaggio con
cui è distribuita nei vari contesti. Importa pertanto inquadrare la
componente pragmatica dell’uso del dialetto, che talvolta passa
dal DD al DI e a una gamma piuttosto differenziata di DIL.

   22
        Sulla «consapevolezza linguistica» di Veronesi si veda Meacci (1997: 204-211).
   23
        Porello ricorre anche nei due romanzi di ambientazione romana; cfr.: «Scrocchia,
lui, porello, si sentiva vittima… ma vittima de che?» (ROM, p. 575); «i napoletani sono
così divertenti, pensa a Totò, a Massimo Troisi, porello, è morto tanto giovane» (GIORNO,
p. 282).
     24
        Cfr. la voce malmostós in Cortelazzo/Marcato (1998).
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