Il Papa buono La nascita di un santo - Greg Tobin

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Greg Tobin

     Il Papa buono
    La nascita di un santo
e la rifondazione della Chiesa

  Traduzione di Maria Eugenia Morin
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© 2012 by Gregory Tobin
Published by arrangement with HarperOne, an imprint of
HarperCollins Publishers
© il Saggiatore S.p.A., Milano 2013
Titolo originale: The Good Pope
Il Papa buono

A tutte le donne e gli uomini di buona volontà,
 nello spirito del Papa buono e in sua memoria
Sommario

Prefazione. La nascita di un santo e la rifondazione della Chiesa     9

PRIMA PARTE
Prete e protettore                                                   15
1. Pastor et nauta                                                   17
2. Famiglia, giovinezza e seminario (1881-1904)                      22
3. Primi anni di sacerdozio e Roma (1904-1915)                       34
4. La Grande guerra e gli anni successivi (1915-1925)                45
5. Bulgaria, Grecia e Turchia (1925-1945)                            57
6. Francia e Venezia (1945-1958)                                     73

SECONDA PARTE
L’anima di un papa                                                   89
7. L’elezione e i primi giorni (ottobre-dicembre 1958)               91
8. Il primo anno (gennaio-dicembre 1959)                            100
9. Un pontificato senza uguali (gennaio-dicembre 1960)              117
10. Il mondo in crisi (gennaio 1961-settembre 1962)                 128
11. Aggiornamento, sì! (ottobre 1962)                               143
TERZA PARTE
Padre del Concilio                                   155
12. Una nuova Pentecoste? (novembre-dicembre 1962)   157
13. Pace in terra (gennaio-aprile 1963)              170
14. Finis (maggio-giugno 1963)                       184
15. Il Papa buono e il suo grande Concilio           195

Note                                                 205
Fonti                                                209
Indice dei nomi                                      211
Ringraziamenti                                       221
Prefazione
La nascita di un santo e la rifondazione della Chiesa

Lo chiamavano il Papa buono. Durante la vita di papa Giovanni xxiii –
e specialmente subito dopo la sua morte per un cancro allo stomaco il 3
giugno 1963 – cattolici e socialisti italiani; giornalisti e diplomatici; cat-
tolici romani, protestanti, non cristiani e atei in tutto il globo; uomini e
donne di ogni razza, classe e nazione lo chiamarono «buono» e pianse-
ro la sua dipartita. Il volto grassoccio di contadino, gli occhi scuri, la ma-
scella larga, il naso aquilino e le orecchie con i lobi grandi erano noti in
tutto il mondo. Era una celebrità stellare in un’epoca di santi secolari co-
me Elizabeth Taylor e Richard Burton, John Fitzgerald Kennedy e Jackie
Kennedy, Fidel Castro e Nikita Chruščëv. Ma Angelo Giuseppe Roncalli
non aveva niente di spettacolare. Anche vestito da papa si comportava da
figlio di agricoltori italiani, a loro volta figli e nipoti di innumerevoli ge-
nerazioni di agricoltori.
    Per coloro che lo ammiravano in vita per i suoi insegnamenti sulla pa-
ce e il suo sforzo di aprire la sua antica Chiesa al mondo moderno – di
lasciare entrare aria e luce e far risplendere il messaggio profondo del
Vangelo – era una figura unica, circondata da un alone di umiltà, umori-
smo e santità. Il suo genio risiedeva nella volontà di introdurre il concet-
to di aggiornamento, in modo che la sua amata Chiesa potesse ricevere
un’infusione di «aria fresca» attraverso «finestre» appena spalancate.
    Ora, a cinquant’anni dalla morte, papa Giovanni sarà quasi certamen-
te canonizzato, ossia dichiarato ufficialmente santo dalla sua Chiesa. Nel
2000, uno dei suoi successori, Giovanni Paolo ii, lo ha dichiarato «bea-
10   Il Papa buono

to», il penultimo gradino verso la santità, assicurando così che questa fi-
gura straordinaria sia ricordata – e venerata – dalle future generazioni.
    Ma perché, a parte la sua popolarità e l’insolito carisma – la sua cele-
brità spirituale, se vogliamo – dovrebbe essere prescelto per questo ono-
re e gloria, che forse rifiuterebbe con irritazione se fosse ancora fra noi e
potesse dire la sua?
    Nel cristianesimo e nella storia della Chiesa cattolica alcune figure
spiccano per la loro santità in vita, per le loro personalità vigorose o in-
solite e per l’impronta che hanno lasciato come servitori della fede: Tom-
maso d’Aquino, Edith Stein, papa Gregorio Magno, Madre Teresa di
Calcutta sono modelli di santità e di servizio che sono stati canonizza-
ti dalla Chiesa cattolica. Molti di loro hanno lasciato scritti destinati a
istruire e ispirare altri: Agostino d’Ippona e Teresa di Lisieux sono due
esempi. Tutti mostravano fede, speranza e carità nella loro esistenza quo-
tidiana. Forse non tutto il giorno e ogni giorno, perché i santi sono esse-
ri umani imperfetti, non certo angeli o dei. I santi e la santità non devono
essere considerati necessariamente delle rarità; anzi, ogni cristiano è chia-
mato a questo stato di santità che è alla portata di ciascuno di noi in ogni
ora del giorno nel mondo che ci circonda, che decidiamo di riconoscer-
lo e attingervi o no.
    Tuttavia, come poteva un uomo come Roncalli, noto al mondo co-
me Giovanni xxiii, che sotto molti aspetti rappresentava un ritorno ai se-
coli passati, risplendere di tanta luce nel mondo moderno? Dopo tutto,
era cresciuto e aveva lavorato molto in una Chiesa cattolica romana che a
molti sembrava stanca, stantia e sulla difensiva nei confronti dei suoi pre-
sunti nemici. Come poté questo devoto prete contadino affrontare il mon-
do contemporaneo proteiforme, secolare, veloce in modo così particolare
ed efficace? E come riuscì a infondere nella Chiesa una fiducia nuova nel-
la sua missione di pastore del mondo e spalancare le porte al cambiamen-
to necessario, significativo e fedele?
    Questa biografia tenta di rispondere a queste domande. E ho l’im-
pressione che sia piuttosto urgente trovare le risposte, perché si potreb-
be sostenere che molte delle crisi e delle tensioni all’interno della Chiesa
cattolica oggi siano dovute al fatto che i successivi leader si sono allonta-
nati da quello che Giovanni ha modellato e compiuto. Le linee di faglia
che esistono nella Chiesa contemporanea sono diverse, ma simili ai prece-
Prefazione  11

denti spartiacque che hanno segnato l’istituzione nei secoli passati – com-
presi gli scandali e i dibattiti teologici –, ma sulla scena odierna non esiste
una singola figura o movimento paragonabile a Roncalli.
    L’eterno interrogativo che ha tormentato la Chiesa fin dalla prima pen-
tecoste a Gerusalemme è questo: può l’istituzione fondata nell’epoca apo-
stolica sopravvivere per un’altra generazione di fronte alle forze terrene di
opposizione, alla corruzione e alle manchevolezze umane nelle sue stes-
se file?
    Un altro modo di porre queste domande è invertirle: che cosa sareb-
be successo se un cardinale ultratradizionalista o con una mentalità me-
no pastorale fosse stato eletto papa? La risposta sembra ovvia: l’intero
movimento liberale degli anni sessanta e la risposta della Chiesa avreb-
be potuto spingere troppo i cattolici in una direzione o in un’altra e non
presentare un volto così aperto a un mondo in rapida evoluzione. Nella
fattispecie, quel volto mostrava al tempo stesso una devozione basilare di
tipo tradizionale e una notevole tolleranza finora sconosciuta verso le cor-
renti teologiche e politiche che forse avrebbero potuto spezzare un capo
più rigido e faraonico. Giovanni, corpulento com’era, sedeva con legge-
rezza sul trono, sotto l’ingombrante triregno – forse più di tutti i suoi pre-
decessori – nel momento esatto in cui quell’atteggiamento sarebbe stato
determinante per la sopravvivenza e l’adattamento creativo dell’idea cat-
tolica in un mondo nuovo fatto di tecnologia in pieno sviluppo, comuni-
cazione di massa e competizione spietata fra culture ovunque nel mondo.
    Bisogna riconoscere che la Chiesa e il mondo sarebbero stati molto di-
versi se Giovanni non fosse stato eletto nel 1958. È possibile che abbia ral-
lentato la corsa alle armi nucleari, almeno temporaneamente, in una fase
cruciale della Guerra fredda con la sua presenza rasserenante durante la
crisi dei missili a Cuba, il suo insegnamento nell’enciclica Pacem in terris
(Pace in terra) e il suo tocco di abile diplomatico, perfezionato durante
un quarto di secolo in alcuni degli incarichi più spinosi immaginabili per
un nunzio apostolico in Europa nei decenni precedenti la Seconda guer-
ra mondiale e durante il conflitto.
    Indicando la strada ai suoi successori, guidò la Chiesa in una nuova di-
rezione nel suo rapporto con gli ebrei, che dette i suoi frutti nella dichia-
razione Nostra aetate (Nella nostra epoca) del Concilio Vaticano, e con
i cristiani non cattolici, da cui derivò il decreto sull’ecumenismo Unita-
12   Il Papa buono

tis redintegratio (La restaurazione dell’unità) e un atteggiamento del tut-
to nuovo da parte del clero, della gerarchia e dei laici.
    Questo papa è ancora importante perché, stando con i piedi ben pian-
tati nel fiume della storia che scorre veloce, aiutò la sua gente a passare sa-
na e salva da una sponda all’altra senza essere trascinata via dalle correnti
vorticose, come il leggendario san Cristoforo. Così «salvò» la Chiesa che
amava tanto, mantenendo intatto il suo nucleo dottrinario con la forza di
volontà e la diplomazia personale che si manifestavano in una spirituali-
tà umile, persino terrena, in contraddizione con quasi tutte le aspettative
dei suoi pari (che amava definire, non senza ironia, i suoi «superiori» nel-
la gerarchia ecclesiastica).
    Fu così in grado di smuovere l’inamovibile e creare nuove possibilità
di riforma – o aprire magari un dibattito in merito – che i suoi immedia-
ti predecessori e contemporanei non avrebbero nemmeno preso in consi-
derazione. Forse solo Pio x, l’ultimo papa a essere stato canonizzato fino
a oggi (che pure non era un liberale), potrebbe uguagliare Giovanni nel
suo zelo pastorale riformatore.
    Inoltre, Giovanni non consentì alla pompa delle cerimonie papali o
all’inerzia di una leggendaria burocrazia millenaria di distoglierlo dalla
sua agenda. Sapeva di avere a disposizione un tempo limitato per attuare
il suo programma ambizioso, simboleggiato dal Concilio ecumenico Va-
ticano ii che gli dava consistenza. Infatti, quando venne avvisato durante
la fase preparatoria, nel 1960, che molto probabilmente il concilio non si
sarebbe potuto riunire prima del 1964, decise prontamente che sarebbe
iniziato nel 1962 e così fu.
    Giovanni sorprendeva spesso i suoi pari e i suoi superiori. Eppure con-
tinuarono a sottovalutarlo per tutta la vita. Ancora oggi, cinquant’anni do-
po la sua morte, nella Chiesa c’è chi lo deride giudicandolo «popolare»
o «sciocco», sebbene la grande maggioranza dei cattolici e un vasto nu-
mero di anglicani, protestanti, ebrei e altri non cristiani tengano in gran-
de considerazione Giovanni xxiii e il suo retaggio di tolleranza e apertura
mentale.
    La maggior parte dei cattolici, tranne pochi conservatori intransigenti
che considerano le riforme del Vaticano ii uno scisma eretico all’interno
della Vera Chiesa di Cristo (e ce ne sono: un veloce giro dei siti internet
ve lo confermerà), si aspetta che sarà canonizzato presto, molto presto.
Prefazione  13

   Questo libro rappresenta, quindi, un tentativo di capire perché il fe-
nomeno di papa Giovanni xxiii e la sua reputazione di Papa buono sia-
no così duraturi, ispirino tanta gente e meritino di essere conosciuti dalle
nuove generazioni di cattolici in cerca di una Chiesa più aperta ed ecu-
menica. E, presumo, perché sopravvivrà a lungo ai critici e agli avversari
del suo concilio che sono ancora fra noi e a quelli futuri.
PRIMA PARTE

Prete e protettore
1. Pastor et nauta

Gli altri otto papi moderni – Leone xiii (1878-1903), san Pio x (1903-
14), Benedetto xv (1914-22), Pio xi (1922-39), Pio xii (1939-58), Paolo
vi (1963-78), Giovanni Paolo ii (1978-2005) e Benedetto xvi (2005-2013)
– esercitarono la loro specifica influenza sulla Chiesa che avevano ere-
ditato ai loro tempi. (Giovanni Paolo i fu papa solo per trentatré giorni
nel 1978.) Tuttavia, le loro preoccupazioni erano rivolte prevalentemen-
te all’interno della Chiesa, che era stata schiaffeggiata, percossa e spac-
cata durante diciannove secoli. Tanti dei loro predecessori nel corso del
tempo avevano eretto mura difensive e inviato eserciti a conquistare in-
vece di aprire le porte e convincere le anime a rispondere al richiamo del
dolce Cristo. Questi papi moderni, in effetti, dovettero affrontare gli in-
numerevoli pericoli che minacciavano la fede senza disporre di un potere
temporale e con un’autorità spirituale ridotta, ma tentarono coraggiosa-
mente (non sempre con successo) di riconquistare il terreno morale su cui
stavano ben saldi i successori di san Pietro prima di loro.
    Papa Giovanni xxiii salì al trono in un mondo sopravvissuto al nazi-
smo e all’Olocausto – sia pure a stento –, e prima ancora a una guerra
mondiale devastante. Oltre al fascismo e al nazismo, dovette affrontare
il comunismo e la Guerra fredda, la corsa alle armi atomiche e la conflit-
tualità sociale in molti angoli della terra. La scienza e la tecnologia avan-
zavano a grandi balzi in Occidente e la popolazione del pianeta stava
esplodendo, specie nelle nazioni sottosviluppate o «Terzo mondo». Era
perfettamente in sintonia con il presente e preparato ad affrontarlo. Du-
18   Il Papa buono

rante i suoi quarant’anni di carriera, aveva lavorato quasi sempre in giro
per il mondo, lontano dalla corte papale di Roma, spesso claustrofobica.
    La sua Chiesa era sopravvissuta a due guerre mondiali e molti nella
sua scala gerarchica ritenevano che dovesse trincerarsi di fronte a «nemi-
ci» come il comunismo e il modernismo: in realtà, combattere di nuovo
le battaglie dei secoli precedenti ma senza armi nuove nel suo arsenale.
    Il suo status di non romano, al di fuori dalla cerchia ristretta del po-
tere, faceva di lui un improbabile candidato per l’elezione al papato, ma
anche per la rivoluzione. Aveva settantasette anni quando venne eletto
romano pontefice. Come diplomatico in Bulgaria, Grecia e Turchia, ne-
gli anni prima e durante la Seconda guerra mondiale, non aveva colpito
particolarmente i suoi insegnanti o comandanti militari, né i suoi supe-
riori in Vaticano. Avrebbe potuto avere la parola «improbabile» tatua-
ta sulla fronte.
    Eppure, Angelo Giuseppe Roncalli aveva un’esperienza di vita molto
varia: la sua esistenza era stata una ricca sintesi di luoghi, persone e cir-
costanze. Era cresciuto fra i piccoli agricoltori di Bergamo; aveva presta-
to servizio con militari pragmatici; collaborato alla raccolta di fondi per
una congregazione curiale in Vaticano; parlato con cristiani ortodossi as-
sediati in Bulgaria e teso la mano ai musulmani in Turchia, ai collabora-
zionisti in Francia e ai comunisti lì e in Italia. Rispettava e aiutava i preti
operai, che fossero nelle grazie di Roma o no.
    Pragmatico e amichevole, teneva la fiamma della sua vita spirituale
sempre accesa con la preghiera e le opere buone praticate in silenzio e con
un umorismo intelligente e ironico. Intuitivo, conosceva bene la teologia
sacra e la storia ecclesiastica, ma non era mai apertamente intellettuale;
gestiva piuttosto i rapporti umani all’interno e all’esterno della Chiesa con
qualità e istinti raffinati in decenni di servizio nella diplomazia vaticana.
    La stupefacente ascesa di un piccolo diplomatico conviviale origina-
rio dell’Italia rurale alla massima e più potente carica del cristianesimo
nel 1958, per quanto improbabile fosse, perde un po’ della sua importan-
za storica a paragone di ciò che seguì immediatamente l’incoronazione di
Roncalli come Giovanni xxiii. Quando indisse un nuovo Concilio Vatica-
no – la prima riunione di tutti i vescovi in un unico luogo dal 1870 – scon-
volse tutte le previsioni che il suo sarebbe stato un tranquillo pontificato
di transizione.
1. Pastor et nauta  19

Mentre giaceva moribondo nell’ultimo giorno di maggio del 1963, Ron-
calli ricevette i suoi cardinali romani. Disse a ciascuno di loro che «stava
per partire». Come se partisse per un viaggio e per un poco non avrebbe
visto i suoi amici e compagni. Avendo adempiuto il suo compito di pastor
et nauta, pastore e marinaio, pescatore di uomini, e avviato la «barca di
Pietro» (un vecchio termine usato per descrivere la Chiesa e il papato, in
riferimento al mestiere di pescatore dell’apostolo) nel mare del mondo,
ora poteva avviarsi anche lui nel mare dell’eternità, quasi da solo. Chiese
il viatico (l’eucaristia amministrata ai moribondi significa: Cristo «è con
te», a via tecum) e poco dopo partì per il suo ultimo viaggio oltre l’oriz-
zonte dell’eternità.
    Ma non prima di aver detto a molti che offriva la sua vita «per un buon
risultato del Concilio ecumenico e per la pace fra gli uomini» che era, in
effetti, il suo ultimo desiderio. Insisté quietamente sulla sua visione di ba-
se fino alla fine. Intuitiva, non sempre esposta con efficacia, questa visio-
ne emerse tuttavia nel Concilio Vaticano ii e nel fiducioso amore per tutti
gli uomini di buona volontà espresso nella Pacem in terris. Senza più am-
biguità, ormai alla fine, con la lucidità di un moribondo, continuò a ri-
petere il suo desiderio «che la grande opera fosse coronata da successo».
    Papa Giovanni xxiii era un rivoluzionario dolce. Lungi dall’essere il
custode che la Chiesa si aspettava, Giovanni creò un’atmosfera in cui, dis-
se il teologo gesuita John Courtney Murray, «molte cose vennero meno:
vecchi modelli di pensiero, di comportamento, di sensibilità. Non venne-
ro discussi o rigettati, ma semplicemente abbandonati».
    La Chiesa monolitica del Medioevo non si sarebbe opposta – forse
non avrebbe potuto farlo – a questo movimento storico verso il dinami-
smo e la diversità, appoggiato da questo papa. Seppure con sofferenza, la
Santa Madre Chiesa sarebbe cambiata. E avrebbe poi affrontato l’inevita-
bile reazione e arroccamento interno che segue qualsiasi rivoluzione cul-
turale o spirituale.

Da dove veniva? La sua nascita, gioventù e inizio sacerdotale – i suoi pri-
mi venticinque anni – sono abbastanza ben documentati, considerando
che in quel periodo la sua fu un’esistenza senza eventi di rilievo. Era fi-
glio non soltanto del clan Roncalli di Sotto il Monte nella provincia di
Bergamo, su nel Nord Italia, ma anche, letteralmente, figlio della Chie-
20   Il Papa buono

sa dal giorno della sua nascita. Sembra che nessuno avesse mai dubitato
che fosse destinato a farsi prete e la vocazione per lui fosse un fatto natu-
rale come respirare.
    Angelo Giuseppe Roncalli veniva dalla terra delle montagne, dal cuore
di una tipica famiglia tradizionale, devota e chiassosa, composta da dodi-
ci fratelli e sorelle (tre dei quali morti molto giovani) e numerosi paren-
ti stretti. Crebbe sotto l’influenza diretta e costante della Chiesa cattolica
romana di papa Leone xiii, uno dei pontefici più capaci e progressisti de-
gli ultimi due secoli. Proprio quando il giovane Roncalli divenne maggio-
renne e poco prima della sua ordinazione sacerdotale, Pio x venne eletto
papa e per una dozzina di anni si eresse come un baluardo antimoder-
nista fino alla vigilia della Grande guerra, quando gli succedette il dotto
Benedetto xv.
    Il giovane Roncalli trovò più continuità che cambiamento nella sua
Chiesa santa e duratura, sebbene i venti teologici e i valori moderni emer-
genti soffiassero contro la fortezza che era stata rafforzata dal Concilio di
Trento nel xvi secolo e dal Concilio Vaticano indetto da Pio ix nel 1869-
1870 e rivolto all’interno della Chiesa, che definì il dogma dell’infallibili-
tà papale. La devozione prevaleva sull’indagine nella Chiesa di Roncalli
maggiorenne, ma il giovane sacerdote fu spinto a seguire la via della ri-
cerca storica e della riflessione che avrebbe nutrito la sua mente aperta e
riempito il suo grande cuore – nel corso del tempo – di illuminanti intro-
spezioni sugli aspetti umani e organizzativi della sua amata istituzione, la
Santa Madre Chiesa.
    Ma non si può sperare di capire Giovanni senza prima ricordare che ap-
parentemente dubbi e congetture non affiorarono mai nella mente del se-
minarista o del prete neofita. In una vita tutta dedita alla fede – la sua, della
sua famiglia e di quelli che assisteva e ricordava nelle sue preghiere – non
c’era posto per dedicarsi a simili distrazioni terrene o ai giochi intellettua-
li. La vita era troppo preziosa e troppo breve per molti e la salvezza era il
fine ultimo per il fedele cristiano. Punto.
    E dove andò? Dal mondo parrocchiale del suo villaggio di monta-
gna e persino di Bergamo, una città piccola ma ricca di storia imperiale a
nordest di Milano con grandi tradizioni di musica, santità e guerra, si tra-
sferì a Roma, il cuore pulsante della Chiesa, per poi assumere ruoli sem-
pre più vasti sul palcoscenico diplomatico europeo fino a emergere, verso
1. Pastor et nauta  21

la fine della sua vita, come il «Papa del mondo». Fece anche l’esperienza
della guerra in prima persona, nelle trincee, come giovane sottufficiale e
cappellano dell’esercito italiano nel primo conflitto mondiale. Il suo fu un
pellegrinaggio rimarchevole ma iniziato sotto cattivi auspici, a dir poco.
    Si potrebbe dire che passò da famiglia a famiglia, dal sangue del suo
sangue alla fratellanza del seminario e del sacerdozio, alla «famiglia» lon-
tana dei fedeli nei Balcani e nella Francia cosmopolita, al popolo di Ve-
nezia in veste di patriarca e pater familias. Cercò sempre di rimanere in
contatto con i Roncalli di Sotto il Monte, compresi i suoi genitori, morti
entrambi negli anni trenta (quando Angelo aveva poco più di cinquant’an-
ni), i fratelli, le nipoti e i nipoti. Infine, come papa e Santo Padre, la sua
famiglia si estese in tutto il globo fino ai villaggi di montagna in Africa e
in Asia e alle città nelle Americhe che non poteva sperare di visitare per-
sonalmente come avrebbero fatto i suoi successori in avvenire.
    Chi e che cosa formò il suo carattere? Da ragazzo, sembra che rice-
vesse un tocco di santità (un termine che occorre spiegare e analizzare a
fondo nel contesto di quest’uomo e del suo tempo) da una fonte ester-
na. Era un buon ragazzo e un buon uomo, a detta di tutti. Perciò, la sto-
ria di come divenne il Papa buono chiede a gran voce di essere narrata a
una nuova generazione.
2. Famiglia, giovinezza e seminario (1881-1904)

                  Anno MILLES Octing. Octuag. Primo Die 25 nov. Ego Franci-
                  scus Rebuzzini Par. huj. Ecclesiæ S. Io. Baptæ Submontis bap-
                  tizavi infantem hodie natum ex legitt. coniug. Io. Bapt. Roncalli
                  et Mazzola Marianna e Brusico hujus Paroeciæ: cui impositum
                  est nomen Angelus Joseph. Patrinus fuit Xaverius Roncalli filius
                  Jo. Baptæ hujus Paroeciæ.
                          In quorum fidem sacerdos Franciscus Rebuzzini parochus

                  Nell’anno 1881, 25 novembre, io, Francesco Rebuzzini, prete di
                  questa chiesa di San Giovanni Battista di Sotto il Monte, battez-
                  zai il bambino nato oggi dalla coppia legalmente sposata Giovan-
                  ni Battista Roncalli e Marianna Mazzola, da Brusicco in questa
                  parrocchia. Al bambino vennero imposti i nomi Giovanni Giu-
                  seppe. Il padrino fu Zaverio Roncalli figlio di Giov. Batt. di que-
                  sta parrocchia.
                                              In fede, Francesco Rebuzzini, parroco

Questa semplice annotazione nel registro parrocchiale di una cittadina
collinare dell’Italia settentrionale è il primo documento pubblico riguar-
dante il futuro papa Giovanni xxiii e l’errore che contiene – il prete scrisse
che i nomi imposti al bambino erano Giovanni Giuseppe anziché Ange-
lo Giuseppe – mette in luce alcune delle circostanze legate alla nascita
del bambino.
    Nascosto fra le pendici delle Alpi, subito a nord della pianura lombar-
da, il villaggio di Sotto il Monte era un luogo anonimo e fuori mano. For-
mato da un gruppo di edifici in pietra grigia, ospitava circa 1200 persone,
che si guadagnavano quasi tutte da vivere lavorando la terra. Il tempo a
Sotto il Monte era spesso inclemente: estati afose alternate a inverni umi-
di, quando venti impetuosi scendevano dalle Alpi, portando la pioggia
che rendeva le strade quasi impraticabili per il fango.
    Angelo Roncalli nacque in una di quelle giornate in cui la tramontana
– il vento del Nord che può soffiare a 80 chilometri l’ora e oltre – spaz-
zava la cittadina. Venne al mondo verso le dieci del mattino nella casa di
pietra dei suoi genitori, in una stanza al primo piano. Gli abitanti di Sot-
to il Monte avevano l’abitudine di dare un nome alle loro case e i Roncalli
avevano chiamato la loro il Palazzo, anche se non aveva nulla di così gran-
2. Famiglia, giovinezza e seminario (1881-1904)  23

dioso, dato specialmente che sei mucche dividevano la casa con la fami-
glia allargata di Angelo, composta da zie, zii, nonni e cugini. Con la sua
nascita il numero di abitanti del Palazzo salì a trentadue.
    Angelo era il quarto figlio di Giovanni e Marianna. Il fatto che fosse
nato un maschio, dopo tre femmine, rallegrò molto Giovanni, un mezza-
dro che ora avrebbe avuto qualcuno per aiutarlo a coltivare i suoi cinque
ettari di terra. Ma fu motivo di altrettanta gioia per Zaverio Roncalli, pro-
zio di Angelo e patriarca della famiglia, noto a tutti come «Barba».
    Poco dopo la nascita di Angelo, Marianna si alzò dal letto, avvolse il
neonato in uno scialle e con Zaverio e Giovanni andò in cerca di padre
Francesco Rebuzzini per far battezzare Angelo. Quando fu loro detto che
il parroco era uscito, si sedettero sulle panche nel vestibolo della chiesa al
freddo e attesero. Tornare più tardi era fuori questione: la famiglia ave-
va l’abitudine di battezzare subito i neonati, non soltanto per l’alto tasso
di mortalità neonatale all’epoca, ma per la profonda fede dei Roncalli nel
loro Dio e nella loro Chiesa.
    Rebuzzini tornò solo a tarda sera ed entrando in chiesa trovò Zaverio,
Giovanni e Marianna che lo aspettavano. Pur essendo sicuramente stan-
co – tanto da commettere un errore nell’annotare il nome del bambino
nel registro parrocchiale – sapeva che queste persone così devote non po-
tevano essere congedate e battezzò Angelo con una cerimonia semplice e
lo zio Zaverio come padrino.
    Poi i quattro tornarono a casa e il ciclo delle loro vite, fatto di fede, fa-
miglia e fattoria, ricominciò.

Dopo la sua elezione a Sommo Pontefice, Angelo Roncalli scrisse, con ti-
pico umorismo: «Esistono tre modi di rovinarsi: le donne, il gioco e l’a-
gricoltura. Mio padre ha scelto il più noioso». E il più faticoso. Giovanni
Roncalli era un mezzadro che coltivava la terra appartenente a molti ric-
chi proprietari. Consegnava ai padroni metà del prodotto – vino, raviz-
zone, latte e vitelli, seta dei bachi allevati sui suoi gelsi – e teneva il resto
per sé. Nelle annate buone, i Roncalli tiravano avanti a stento, ma in quel-
le cattive a volte non avevano abbastanza da mangiare, visto il numero di
bocche da sfamare: Giovanni e Marianna avrebbero avuto altri dieci fi-
gli dopo Angelo.
    Spesso ai Roncalli mancava persino il pane, ma supplivano con la po-
24     Il Papa buono

lenta. Ciò nonostante, a tavola c’era sempre posto per un altro commen-
sale. Come avrebbe scritto poi Roncalli:

     Quando un mendicante appariva alla porta della nostra cucina, quando i
     bambini – una ventina – attendevano con impazienza la loro minestrata,
     c’era sempre posto per lui e mia madre si affrettava a far sedere lo stra-
     niero accanto a noi.

Roncalli divenne papa mentre il mondo scivolava velocemente negli an-
ni sessanta, ma crebbe in un luogo dove il tempo si era fermato. I Ron-
calli erano vissuti a Sotto il Monte fin dall’inizio del xv secolo e facevano
parte del paesaggio come gli alberi rachitici e le colline. (Il loro stesso no-
me viene da ronco, terrazza di terra per la coltivazione della vite sui fian-
chi delle colline.) Le loro giornate erano scandite dalle campane: il suono
dell’Angelus li svegliava la mattina alle cinque; rammentava a Marianna
di preparare il pranzo a mezzogiorno e richiamava gli uomini dai campi
alle sei. L’anno era segnato dalle feste cattoliche.
    Angelo Roncalli e i suoi fratelli e sorelle erano circondati da Dio e dal-
la Chiesa. Quando lo zio Zaverio lo svegliava la mattina, gli diceva «è ora
di alzarsi, Angelo» e iniziava a recitare l’Angelus: «L’Angelo del Signore
portò l’annuncio a Maria».
    E Roncalli rispondeva: «Ed Ella concepì per opera dello Spirito San-
to, Ave Maria, piena di grazia…».
    Basso, robusto, tozzo di gambe, il giovane Angelo lavorava nei cam-
pi con suo padre e gli altri uomini della famiglia, ma era particolarmente
legato a Marianna, a cui doveva il suo primo ricordo: una gita a un san-
tuario della Vergine Maria, a un paio di chilometri da casa. Il 21 novem-
bre 1885, festa della presentazione di Maria al Tempio, una grande folla
si era radunata davanti alle porte del santuario. Non riuscendo a porta-
re dentro suo figlio, Marianna lo sollevò in alto perché potesse guardare
dalla finestra e disse: «Guarda, Angelo, guarda com’è bella la Madonna.
Ti ho consacrato interamente a lei».
    Con questo «primo ricordo nitido della mia infanzia», come lo defi-
nì lui, non stupisce che Roncalli scrivesse poi: «Non ricordo un tempo in
cui non volessi servire Dio come sacerdote».
    Nell’ottobre del 1887, Angelo iniziò a frequentare l’unica scuola del
2. Famiglia, giovinezza e seminario (1881-1904)  25

paese, una semplice stanza con tre banchi, uno per ogni classe. Suo fra-
tello minore Zaverio si meravigliava che Angelo desiderasse proprio «an-
dare a scuola» e lo dimostrava. Era pronto e intelligente, a volte troppo
per i suoi compagni. Un giorno un ispettore scolastico in visita alla scuo-
la fece una domanda a trabocchetto: «Pesa di più un quintale di ferro o
un quintale di paglia?» e tutti i bambini risposero con voce sicura «Fer-
ro!». Seguì un silenzio, poi Angelo dette la risposta giusta: «Un quintale
è un quintale. Il peso è uguale».
    I suoi compagni non la presero troppo bene e lo picchiarono. Come
ricordò poi uno di loro con divertimento: «Lo aspettammo in strada e lo
picchiammo, solo un po’».
    Angelo non si lasciò impressionare e divenne rapidamente lo scola-
ro migliore del paese, frequentando con successo le tre classi elementa-
ri, istruito anche da padre Rebuzzini. Era un lettore insaziabile con una
memoria quasi fotografica. Quando non era a scuola, studiava per conto
suo, sotto la tutela religiosa dello zio Zaverio. Barba, sulla sessantina e ce-
libe, era un cristiano profondamente credente e colto, che si recò a Roma
nel 1888 per assistere al cinquantesimo anniversario dell’ordinazione sa-
cerdotale di papa Leone xiii.
    Il 13 febbraio dell’anno successivo, a otto anni, Angelo ricevette il sa-
cramento della cresima a Carvico, la parrocchia vicina, dal vescovo Gae-
tano Camillo Guindani. E due settimane dopo, il 3 marzo, fece la prima
comunione, un privilegio raro per un ragazzo della sua età. (Nell’Ottocen-
to, il sacramento dell’eucaristia veniva somministrato per la prima volta
ai bambini fra i dieci e i quattordici anni. Solo vent’anni dopo, durante il
regno di Pio x, l’età venne ridotta a sette o otto anni.)
    In seguito, da giovane adulto, Roncalli annotò l’evento nel suo diario:
«Venni ammesso alla mia prima comunione in un mattino di Quaresima
freddo e senza solennità nella chiesa di Santa Maria di Brusicco. C’erano
solo i ragazzi e le bambine presenti, col parroco Rebuzzini e col coadiuto-
re, don Bartolo Locatelli». Roncalli ricordava che padre Rebuzzini aveva
chiesto al futuro papa di iscrivere i nomi dei neocomunicandi nell’Apo-
stolato della Preghiera, che era «il primo esercizio di scrittura di cui con-
servi memoria, il primo di tanti e tanti fogli destinati a moltiplicarsi in
oltre mezzo secolo di vita con la penna in mano».
    L’Apostolato della Preghiera era un gruppo di cattolici devoti che of-
26   Il Papa buono

frivano quotidianamente il loro lavoro e le loro preghiere per una buona
causa o una particolare intenzione approvata da Leone xiii. Era un altro
modo per Roncalli e per le persone devote come lui di dedicare ogni mi-
nuto della loro esistenza a Cristo. Tuttavia, la cosa straordinaria era che
Roncalli, malgrado il suo evidente zelo religioso e la sua santità, era uma-
no, gioioso e pieno di vita.
    Rispettava e amava gli anziani di famiglia come Barba e altri, ma li
vedeva anche con molta lucidità. Mezzo secolo dopo aver lasciato il suo
paesino, scrisse a suo fratello Giovanni: «Fortunatamente, voi fratel-
li non imitate i nostri vecchi […] che difficilmente parlavano tra loro
se non per lamentarsi […]. Mi ricordo quand’ero bambino ero solito
implorare ardentemente il Signore perché i vecchi Roncalli parlasse-
ro un poco tra loro. Ed ero solito meravigliarmi: come sarebbero an-
dati in Paradiso se il Signore ha detto che ci dobbiamo amare gli uni
con gli altri».
    Malgrado i loro difetti, Roncalli amava profondamente i suoi familia-
ri. Non era legato a suo padre, Giovanni, quanto a sua madre, Marian-
na, ma serbava nel suo intimo il ricordo di un giorno dell’estate dopo la
sua prima comunione quando suo padre lo aveva portato sulle spalle per
assistere a una processione in un villaggio vicino. Anni dopo, nel 1958,
mentre veniva trasportato per la prima volta nella sedia gestatoria, ricor-
dava: «Ancora una volta vengo trasportato in alto dai miei figli. Più di
settant’anni fa venivo portato sulle spalle da mio padre […]. Il segreto
di tutto sta nel farci trasportare ciascuno di noi da Dio e nel portare Dio
agli altri».
    Roncalli iniziò a portare Dio ad altri quando entrò nel seminario mi-
nore di Bergamo nel 1892, a quasi undici anni. A quell’epoca chi entra-
va in seminario non era necessariamente destinato a farsi prete: era una
specie di scuola secondaria, l’unico luogo dove i bambini dotati della
zona potevano ricevere un’istruzione superiore. Angelo sapeva in cuor
suo di avere la vocazione, ma suo padre era tutt’altro che convinto: «È
figlio di un povero contadino» diceva Roncalli senior «sarebbe un cat-
tivo prete».
    Prima che Angelo andasse in seminario, sua madre aveva raccolto tut-
to il denaro che poteva dai Roncalli sempre a corto di soldi, che vivevano
principalmente di baratti, e lo aveva dato suo figlio. Erano solo due lire e
2. Famiglia, giovinezza e seminario (1881-1904)  27

lei pianse perché le sembravano una miseria, l’unica volta che suo figlio
ricordava di averla vista piangere.

Bergamo distava solo una dozzina di chilometri da Sotto il Monte, ma per
molti aspetti era in un altro universo. Era la città più grande della zona,
aveva un quartiere di negozi e molti caffè eleganti ed era famosa per le
sue rappresentazioni di commedie dell’arte. Il centro storico, dove si tro-
vava il seminario, risaliva al tempo dei romani.
    Qui Roncalli si trovò a contatto con un livello di urbanità e raffinatez-
za mai sperimentato prima, ma prese coscienza anche di alcune dure re-
altà della vita fuori dal suo paese natale.
    Ventidue anni prima, nel 1870, Pio ix si era clamorosamente dichia-
rato «prigioniero del Vaticano» dopo che il re Vittorio Emanuele aveva
annesso Roma e gli Stati pontifici al regno d’Italia. Il papa, che rimase in
carica dal 1846 al 1878, vietò ai cattolici di occupare cariche nazionali e
persino di votare in vista di un rinascente nazionalismo italiano che giu-
dicava pericoloso per la Chiesa.
    Tuttavia, questo isolamento non poteva sopravvivere alla rivoluzione
industriale che dilagava nel mondo e in Italia. Attratti dal lavoro in fabbri-
ca, i braccianti lasciavano le campagne e si trasferivano nei centri urbani
dove sfacchinavano tutto il giorno per pochi centesimi l’ora e vivevano in
condizioni disastrose in squallide catapecchie: molti di questi ghetti era-
no situati proprio nel cuore della splendida città di Bergamo. Con un alto
tasso di disoccupazione e di imposizione fiscale, i giovani italiani lasciava-
no il paese per andare in Francia, in America latina e negli Stati Uniti in
numero sempre crescente: 196mila solo nel 1888. Sia i cattolici laici che
il clero sapevano che la Chiesa ora avrebbe dovuto occuparsi di un mon-
do in continuo mutamento.
    Nel 1891 Leone xiii promulgò la sua famosa enciclica Rerum novarum
sulla questione sociale che iniziava: «È chiaro come sia di estrema neces-
sità venir in aiuto senza indugio e con opportuni provvedimenti ai prole-
tari che per la maggior parte si trovano in assai misere condizioni».
    Mentre la Chiesa e il mondo iniziavano a cambiare, Roncalli cambia-
va con loro. Sotto questo aspetto, Bergamo era il posto giusto. Prenden-
do a cuore la Rerum novarum, i cattolici, sia chierici che laici, installarono
mense gratuite per i poveri, si batterono per i diritti della classe opera-
28   Il Papa buono

ia e organizzarono sindacati: nel 1895 c’erano quasi cento sindacati o co-
operative che rappresentavano 42mila operai e contadini, cuore e anima
dell’Azione cattolica in Italia.
    Per il momento, questo fervore era fuori dalla portata del giovane Ron-
calli, che era alle prese con le materie di studio – in particolare scienze e
matematica – e con la sua incapacità di seguire con attenzione le lezioni
senza scherzare bonariamente con i compagni. Comunque, nei primi an-
ni al seminario minore, eccelleva nelle cose che lo interessavano davvero
– teologia e storia – e i suoi voti migliorarono.
    Quando entrò nel seminario maggiore nel 1895, a quattordici anni,
Roncalli iniziò a tenere un diario, dietro consiglio del suo direttore spiri-
tuale, il canonico Luigi Isacchi. Il diario, contenuto in una serie di qua-
derni con la copertina nera rigida, era un modo per non perdere di vista
i suoi obiettivi spirituali e punirsi quando usciva di rotta, cosa che, a suo
parere, accadeva con frequenza crescente.
    Avrebbe tenuto il diario per tutta la vita e i trentotto quaderni e car-
telle che lo componevano vennero pubblicati dopo la sua morte in un vo-
lume intitolato Il giornale dell’anima.
    «Pare proprio impossibile» scrisse in un’annotazione tipica «quanto
più si fanno proponimenti, tanto più non si mantengono. Ciarlare, pro-
mettere mari e monti e poi? Nulla. Fossi almeno buono di umiliarmi.
    «Alle volte mi perdo fin troppo a ragionare col signor curato, e quin-
di forse si verificherà quel detto “in multiloquio non deerit peccatum”. E
poi ci prendo molto gusto a contentare la gola con la frutta. Guai, guai!
Attenzione a te.»
    Malgrado le futili annotazioni sulle chiacchiere e sulla dieta, il diario del
giovane Roncalli racconta con cura il cammino di un uomo verso il sacer-
dozio. La prima pagina del primo quaderno inizia con una citazione dalle
Lamentazioni 3,27: «È bene per l’uomo portare un giogo nella sua giovinez-
za» (Lam 3,17), e prosegue elencando le regole che si proponeva di seguire,
compreso il tempo da dedicare ogni giorno alla preghiera, alla messa, alla
meditazione, alla recita del rosario e specialmente all’esame di coscienza.
    «Assuefarsi ad alzare spesso la mente a Dio» scrive il giovane Roncalli
mentre si esorta a non «giuocare o scherzare» con donne, pur confessan-
do di avere «due occhi che vogliono osservare più di quanto dovrebbero».
    I primi diari di Roncalli esprimono un’aspirazione: descrivono quel-
2. Famiglia, giovinezza e seminario (1881-1904)  29

lo che lui desiderava essere e non sempre era. Molto più tardi, rileggen-
do i suoi quaderni da papa, ricordava: «Ero un buon ragazzo innocente,
un po’ timido […]. M’imponevo sacrifici non lievi […]. Prendevo tutto
sul serio».
    Ma amava Bergamo e avrebbe ripensato con grande tenerezza e nostal-
gia ai suoi otto anni nel seminario minore e maggiore. Faceva lunghe pas-
seggiate in città, vestito con la tonaca e il cappello rotondo dei seminaristi.
Sebbene da studente devoto non avrebbe dovuto osservare troppo (dove-
va avere «custodia degli occhi», come recita il detto), vedeva sia la bellezza
antica della città che le bettole rissose, le case da gioco e la terribile povertà.
    Non lo sapeva ancora, ma stava ricevendo la sua istruzione di uma-
nista, o forse quello che vedeva faceva emergere le sue naturali tenden-
ze umanistiche. Roncalli non sarebbe stato un prete e poi un papa isolato
dal mondo moderno.
    Forse non stupisce che Roncalli iniziasse ad avere problemi quando
tornò a casa a Sotto il Monte, ma lui ne soffrì. Con sua sorpresa e imba-
razzo, gli anziani del paese cominciarono a rimettersi al suo giudizio come
se fosse già un prete. I suoi cugini gli davano del voi, anziché del tu, ma al
tempo stesso, a lui sembrava che lo considerassero arrogante.
    Forse, dal loro punto di vista, lo era. Nel 1893, la famiglia si trasferì in
una casa più grande, ma il sovraffollamento e i battibecchi continui irri-
tavano Roncalli. «Sono già tre giorni dacché mi trovo in vacanza e ne so-
no già stanco. Io, alla vista di tanta miseria, in mezzo a tante diffidenze,
oppresso da tanti timori, spesso sospiro, talvolta piango.»
    Nel giugno del 1898, Roncalli tornò a casa in visita, ma le continue li-
ti familiari lo esasperavano. Inoltre, era seccato perché non riusciva a tro-
vare l’inchiostro per scrivere. Un frate francescano passò di lì e i cugini
Roncalli o magari una sorella o un fratello scontento gli raccontarono che
Roncalli aveva chiesto e ricevuto un trattamento preferenziale da sua ma-
dre, che dava da mangiare più a lui che al resto della famiglia. Il frate ri-
ferì prontamente queste dicerie ai superiori di Roncalli in seminario, che
lo rimproveravano aspramente, costringendolo a umiliarsi contro la sua
volontà, come scrisse nel suo diario.
    Sapere che un membro della sua famiglia lo aveva calunniato non ac-
crebbe certo l’affetto di Angelo per gli altri Roncalli. Nel settembre di
quell’anno tornò di nuovo a casa. La sera di sabato 24 settembre andò a
30     Il Papa buono

trovare padre Rebuzzini, il parroco che lo aveva battezzato e poi istrui-
to. I due si scambiarono saluti affettuosi e il mattino dopo Roncalli lo vi-
de a messa, ma più tardi, quella stessa mattina, padre Rebuzzini ebbe un
collasso e morì mentre si preparava per la funzione. Come racconta Ron-
calli nel suo diario:

     Io non piansi; sì dentro impietrai. Al vederlo lì in terra, in quello stato,
     con la bocca aperta e rosseggiante di sangue, con gli occhi chiusi, mi pa-
     reva in viso – oh, la serberò sempre questa immagine – mi pareva un Gesù
     morto, deposto dalla croce. Ed egli non parlava più, non mi guardava più.

Roncalli ne soffrì profondamente e scrisse nel diario: «Io però sono rima-
sto orfano, con immenso danno […]. Se il mio padre è scomparso, Ge-
sù resta ancora e mi protende le braccia, invitandomi ad andare a lui per
consolarmi». Aveva sedici anni e proclamava già che la sua vera famiglia
era il Cristo.
    Portando con sé la copia dell’Imitazione di Cristo di Tommaso da
Kempis, appartenuta a padre Rebuzzini – Roncalli l’avrebbe tenuta ca-
ra per tutta la vita –, tornò a Bergamo. Naturalmente, nessuno dubitava
più che Angelo si sarebbe fatto prete. Aveva ricevuto la prima tonsura
nel 1895 e gli ordini minori di lettore e ostiario il 3 luglio 1898. Un an-
no più tardi, il 25 giugno 1899, ricevette i sacri ordini di accolito ed esor-
cista. Anche i suoi studi erano migliorati e venne nominato prefetto del
suo dormitorio.
    Un anno dopo la morte di padre Rebuzzini, mentre visitava una par-
rocchia vicino a Bergamo, Roncalli conobbe monsignor Giacomo Maria
Radini Tedeschi. Canonico della basilica di San Pietro a Roma, era un uo-
mo di potere, intelligente e raffinato. Intimo dell’anziano papa Leone, si
parlava di lui come di un futuro Segretario di stato pontificio, un libera-
le attivo nell’Opera dei Congressi, un’organizzazione che sovrintendeva
all’azione sociale dei gruppi cattolici nati in tutto il paese. Radini Tede-
schi disse al giovane seminarista che se fosse venuto a Roma, avrebbe po-
tuto studiare nel suo gruppo d’azione, il Circolo della Madonna.
    A Roncalli sembrava poco probabile un suo trasferimento nella gran-
de città, ma poi ebbe un incredibile colpo di fortuna. A Bergamo venne
invitato a sostenere l’esame di ammissione al famoso Pontificio Seminario
2. Famiglia, giovinezza e seminario (1881-1904)  31

Romano Maggiore, l’Apollinare, usufruendo di una borsa di studio della
Fondazione Flaminio Cerasola. Roncalli superò l’esame e insieme ad altri
due seminaristi bergamaschi prese il treno notturno per Roma, dove arri-
vò alle 6.30 del 4 gennaio 1901.
    L’Apollinare era situato in un vecchio edificio buio, in un labirinto di
viuzze tortuose. Roncalli aveva una minuscola stanza tutta per sé. Il ma-
terasso era duro, ma in compenso aveva il radiatore, l’elettricità e l’acqua
corrente, quasi un lusso per un ragazzo di campagna. «Non avrei mai im-
maginato di essere così fortunato» scrisse a sua madre.
    Partì alla scoperta della Città Eterna, culla della civiltà occidentale e
antica sede di san Pietro Apostolo. Era arrivato durante un Anno Santo,
quando i pellegrini erano venuti dall’altro capo del mondo per rendere
omaggio al novantenne Leone xiii. Visitando la Congregazione di Propa-
ganda Fide, il collegio missionario, Angelo rimase colpito all’udire «qua-
ranta chierici che recitavano la propria composizione in quaranta lingue
diverse […] alcuni erano bianchi, altri gialli e rossi, e alcuni avevano le
mani e i volti neri come il carbone».
    Roncalli dipinse un ritratto molto colorito anche dei suoi insegnanti.
C’era don Francesco Pitocchi, un prete affetto da una malattia rara che
gli impediva di sollevare la testa dal petto, eppure, come scrisse Roncalli,
«leggeva nei nostri occhi, leggeva nei nostri cuori» ed era l’intimo consi-
gliere spirituale dei giovani seminaristi. Il professore di storia della Chiesa
cattolica, monsignor Umberto Benigni, pubblicava un giornale ecclesiasti-
co e sussurrava spesso un sommario delle notizie del giorno ai seminari-
sti che non erano autorizzati a leggere i giornali di persona. Purtroppo, in
seguito, sarebbe diventato un arciconservatore con idee antisemitiche, ma
all’epoca Roncalli lo considerava un ottimo professore di storia, una ma-
teria che aveva sempre affascinato il giovane seminarista e avrebbe conti-
nuato a occupare i suoi pensieri negli anni futuri.
    Un altro personaggio era l’economo, don Ignazio Garroni, a cui Ron-
calli, sempre al verde, era costretto a chiedere in prestito piccole somme
di denaro. Garroni attraversava spesso il refettorio durante i pasti, rac-
comandando ai seminaristi: «Non mangiate troppo, non mangiate trop-
po!». C’era persino un prete che sosteneva di essere in grado di levitare.
    Roncalli apprese qualcosa da tutti i suoi insegnanti, compreso padre
Eugenio Pacelli, il giovane docente di diritto canonico, alto e ascetico,
32   Il Papa buono

che sarebbe poi diventato Pio xii. Nel giugno del 1901, Roncalli ottenne
il diploma in teologia e un premio per un tema scritto in ebraico. Ormai
conosceva così bene il latino da poter analizzare i manoscritti medieva-
li a piacimento. Vivere a Roma piaceva al giovane Roncalli, ma poi il suo
mondo crollò. Il governo italiano, ancora anticlericale, chiamò alle armi
lui e molti suoi compagni di classe, rifiutando di fare un’eccezione per i
seminaristi.
    Il 30 novembre 1901, si presentò a Bergamo come soldato semplice
per prestare servizio nel 73º Reggimento di fanteria, la Brigata lombar-
da, per dodici mesi. Iniziò così quello che definì poi il suo «anno di cat-
tività babilonese».
    Per Roncalli la ferma nell’esercito era una parentesi penosa, in parte
perché aveva dovuto interrompere gli studi e in parte perché a ventidue
anni, ancora abbastanza sensibile dopo essere vissuto nella quiete dei se-
minari dalla più tenera età, vedeva quanto fossero volgari e sessualmente
attivi i suoi commilitoni. «L’esercito» scrisse nel suo diario «è una fonta-
na donde scorre il putridume.»
    Ma, in realtà, Roncalli si fece onore, anche in questo ambiente. Da ra-
gazzo di montagna abituato a camminare, non era spaventato dalle lun-
ghe marce e, cosa abbastanza sorprendente, era un ottimo tiratore. Prima
di terminare il periodo di ferma, venne promosso caporale e poi sergente
e tornò all’Apollinare con un’esperienza del mondo reale che gli sarebbe
stata molto utile allo scoppio della Prima guerra mondiale.
    Papa Leone xiii morì il 20 luglio 1903. Aveva regnato per venticinque
anni, il secondo più lungo pontificato della storia (fino a Giovanni Pao-
lo ii, un secolo dopo) ed era l’unico papa che Roncalli avesse conosciu-
to. Leone aveva dato un formidabile impulso al progresso della Chiesa.
Il candidato favorito a succedergli era il cardinale Mariano Rampolla del
Tindaro, quarantanovenne, Segretario di stato vaticano che probabilmen-
te avrebbe portato avanti le politiche liberali di Leone. In effetti, Rampol-
la ottenne la maggioranza nelle prime votazioni al conclave, ma quando il
fumo bianco uscì dal camino sopra la Cappella Sistina, risultò che il nuo-
vo papa era il cardinale Giuseppe Melchiorre Sarto, patriarca di Venezia.
Perché questo improvviso voltafaccia?
    L’imperatore Francesco Giuseppe d’Austria-Ungheria aveva posto il
veto alla candidatura di Rampolla esercitando per l’ultima volta lo ius
2. Famiglia, giovinezza e seminario (1881-1904)  33

exclusivae, o diritto di esclusione, tradizionalmente rivendicato da Spa-
gna, Francia e Austria fin dal xvi secolo, quando i sovrani secolari pote-
vano eliminare i candidati papali a loro sgraditi.
    Sarto, il neo beniamino del vasto blocco di conservatori, prese il nome
di Pio x. La sua elezione avebbe avuto un profondo influsso sul futuro di
Roncalli. (E Roncalli sarebbe stato il secondo dei tre patriarchi di Vene-
zia elevati al papato nel xx secolo.)

Roncalli fu ordinato diacono il 18 dicembre 1903. Si diplomò presso il
Pontificio Seminario Romano Maggiore otto mesi dopo, nel luglio 1904.
La mattina del 10 agosto 1904 venne ordinato sacerdote dal vescovo
Giuseppe Ceppetelli, patriarca titolare di Costantinopoli, nella chiesa di
Santa Maria in Montesanto in piazza del Popolo a Roma. I suoi genito-
ri e lo zio Zaverio non erano presenti nel momento in cui raggiungeva la
meta tanto ambita – non potevano pagare il biglietto del treno –, ma lui
scrisse immediatamente e li ringraziò, pieno di gratitudine.
    Il mattino seguente, padre Roncalli celebrò la sua prima messa nel-
la cripta di San Pietro (dove sarebbe stato sepolto una sessantina d’anni
dopo, prima che il suo corpo venisse traslato «di sopra») e poi fu rice-
vuto in udienza dal nuovo papa con padre Domenico Spolverini, vice
rettore dell’Apollinare. Padre Spolverini disse a Pio x: «Vostra Santità,
questo è un giovane prete di Bergamo, che ha appena celebrato la sua
prima messa». Dopo essersi congratulato con lui, il papa chiese al gio-
vane Roncalli – che non aveva ancora compiuto ventitré anni, l’età ca-
nonica per l’ordinazione – quando sarebbe tornato a casa.
    «Per il dì dell’Assunta» rispose Roncalli.
    «Oh, chissà che festa lassù a quel suo paesello» riprese Pio x «e quelle
belle campane bergamasche chissà che sonare in quel giorno!»
    E così fu.
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