ANTOLOGIA DEI TESTI TRATTI DA IL CAVALLO ROSSO - D I

Pagina creata da Francesco D'Amico
 
CONTINUA A LEGGERE
ANTOLOGIA DEI TESTI TRATTI
DA IL CAVALLO ROSSO

D I   E U G E N I O   C O R T I
ANTOLOGIA DI TESTI TRATTI DA IL CAVALLO ROSSO DI EUGENIO CORTI
I testi antologizzati sono desunti dalla 27a edizione del Cavallo rosso, Edizioni Ares, 2009.
Si ringrazia Edizioni Ares.
               Vol 1 parte I Cap. 1 pp. 7-8                                        Vol. 1 parte I CAP. 3 pp. 17-20
                  Incipit del romanzo                                                         Ambrogio
   Fine di maggio 1940; avanzando lenti uno a fianco                      Pedalò lentamente sulla carrareccia verso casa. L’ac-
dell’altro Ferrante e suo figlio Stefano falciavano il pra-            compagnò da principio, da un riquadro di grano, il canto
to. Alle loro spalle il cavallino sauro attendeva attaccato            intermittente d’una quaglia; nelle pause di quel canto
al carro; aveva consumata per intero la bracciata d’erba               solitario il silenzio della sera era punteggiato da altre
messagli davanti da Stefano all’inizio del lavoro: con                 voci agresti, in genere minime, cui il ragazzo tendeva
avidità l’aveva mangiata, sollevando e squassando di                   l’orecchio: il mio paese, pensava, ecco il mio paese.
continuo la testa per respingere il collare voluminoso                 Quante volte tra le mura opprimenti del collegio era
che gli scivolava lungo il collo. Adesso, senza muoversi               tornato cl pensiero a questi luoghi, all’ambiente in cui
d’un passo, protendeva la bocca per carpire le foglie del              era nato!
gelso nella cui ombra era stato lasciato: insieme con le                  Dalla carrareccia gli venne a un tratto incontro uno
foglie strappava anche la scorza dei rami più teneri che               scalpiccio, il rumore inequivocabile di due zoccoli di le-
apparivano – dove le sue labbra erano giunte – spezzati                gno; guardò incuriosito davanti a sé, ma la viuzza – che
e bianchi come ossicine.                                               in questo tratto era fiancheggiata da siepi piuttosto alte
   Di tempo in tempo Ferrante si drizzava sulla schiena                di gelso e di biancospino – faceva una curva che gl’im-
e, fatto eseguire al lungo manico della falce un mezzo                 pediva la vista.
giro, ne poggiava la punta a terra; la lama veniva così                   “Chi sarà?” si chiese incuriosito: “Chi può venire alla
a trovarsi orizzontale davanti al suo petto: era bordata               Nomanella a quest’ora? Forse qualcuno in cerca di latte
al filo da una poltiglia verde un po’ schiumosa, l’umore               fresco. Se no chi altro? Beh, adesso vediamo.”
dell’erba. Con la cote, che traeva da un corno di bue                     Era Giustina, la sorella ventenne di Stefano, la mag-
appeso alla cintola, il contadino liberava prima la lama               giore dei quattro figli di ferrante e Lucia. Ambrogio se
dalla poltiglia, quindi si dava ad affilarla, alternando con           la trovò davanti a metà curva; frenò e mise un piede a
ritmo il massaggio della cote sui due lati del filo. Allora            terra: “Oh, Giustina” esclamò “salve!”.
per rispetto anche il figlio cessava di falciare, e girata la             “Buona sera” gli rispose Giustina guardandolo lieta,
propria falce si metteva ad affilarla allo stesso modo.                anche se incerta se fermarsi oppure no. Indossava il
   “E’ un buon lavoratore” pensò, osservandolo mentre                  grembiule nero da operaia, aveva i capelli castani trat-
eseguiva questa operazione, Ferrante: “Non stacca se                   tenuti a crocchia da un pettine sulla nuca, e gli occhi
non ne ha motivo, e mai per primo”.                                    grandi di Stefano e della mamm Lusìa. Calzava zoccoli
   “Oramai resisto più io di lui” pensò invece il figlio Ste-          alti di legno che rendevano ancora più snella la sua
fano, e avvertì una sensazione d’orgoglio mescolato a                  figura già sottile (forse, chissà, a giudicare adesso, col
dispiacere. “Soltanto l’anno non era così” rifletté; sbirciò           senno di poi, troppo sottile).
il padre: robusto, con il collo piantato come un tronco tra               “Come va, Giustina?”
le spalle, e quei baffi color pepe che gli coprivano quasi                “Si lavora” rispose lei in dialetto, accentuando un bel
la bocca, non era certo uomo da ispirare compatimento.                 sorriso.
“Però ha quasi cinquant’anni” si disse Stefano. Accor-                    “Vedo. Ritorni adesso”
tosi che il padre aveva notato il suo sguardo, sempre                     “Abbiamo fatto un’ora di straordinario.” la ragazza
seguitando a massaggiare con la cote il filo della falce               fece per riavviarsi.
il ragazzo girò lentamente gli occhi, fino a fermarli sulla               “Te ne vai già?” disse con rincrescimento Ambrogio.
carrareccia che dalla Nomanella, la loro cascina, saliva               “Cos’hai, paura che ti mangi?”
al paese, a Nomana.                                                       Giustina s’imporporò fino alla radice dei capelli. “No”
                                                                       gli rispose, “ti conosco. So che sei un ragazzo pulito

                                                                2/11
non solo di fuori ma anche di dentro.”                              Dopo avere costeggiato il giardino, la carrareccia s’in-
   “Questa è farina del sacco si don Mario” rilevò subi-         nestava nella strada maestra che da nord sale a No-
to Ambrogio: “è una frase sua. Però detta da Giustina            mana: all’incontro delle due strade il muro del giardino
devo ammettere che non suona fuori posto”.                       formava un angolo smussato nel quale era ricavata una
   La giovane gli sorrise di nuovo: “Buona sera” e s’av-         nicchia con un affresco della Madonna del rosario se-
viò.                                                             duta col Bambino in braccio su uno sfondo di montagne
                                ***                              (vi si riconoscevano bene le due Grigne e il Resego-
   La carrareccia – lunga circa un chilometro – prima            ne); sormontava l’affresco una scritta ad arco: ‘Regina
d’entrare in Nomana costeggiava come s’è detto il giar-          sacratissimi rosarii ora pro nobis’. Ambrogio accennò
dino d’Ambrogio, o meglio del padre di Ambrogio, l’in-           un inchino in segno di saluto e prese verso sinistra la
dustriale tessile. Siccome il piano del giardino era di          strada maestra che proprio a questa altezza si faceva,
qualche metro più alto del piano della carrareccia, lo           entrando in paese, da bianca acciottolata. Premette con
conteneva un vecchio muro sormontato nel solo tratto             più forza sui pedali, costeggiò la recinzione ovest del
centrale a una balconata in arenaria, per tutto il resto da      giardino, quindi una parete priva di porte della sua casa,
una lunga siepe di mortella, dalla quale sporgevano qua          infine, dopo un altro tratto di recinzione, giunse a uno
e là, protendendosi sulla carrareccia, grossi rami d’al-         slargo circoscritto da una breve cancellata a mezzaluna
bero. Mentre pedalava rasente il muro Ambrogio l’esa-            con l’ingresso nel giardino.
minò riflessivo, com’era sua abitudine: individuò alcune            Da questo slargo egli poteva vedere interamente la
nuove infiltrazioni d’acqua, forse là dove all’interno più       sua pacifica casa, color giallo ocra, a tre piani, vecchia
premevano le radici degli alberi. “A saper vedere, tutto         di almeno cent’anni: aveva un aspetto agiato, anzi si-
si consuma, ogni cosa finisce” gli avvenne di pensare “i         gnorile, eppure fino a cinquant’anni prima era stata una
vecchi muri come i periodi che si succedono nella vita           fabbrica tessile, poi in parte fabbrica e in parte abitazio-
della gente…” La sua vita però – si disse subito – era           ne; solo da una ventina d’anni (da quando cioè s’era
solo all’inizio, anzi finora non era stata che preparazio-       sposato suo padre) era stata trasformata interamente in
ne: la vera vita per lui sarebbe cominciata adesso, nel          abitazione. Da bambino Ambrogio aveva fatto in tempo
prossimo autunno per esempio, con l’università, dove             a vedere gli ultimi telai a mano in solaio: uno solo fun-
oltretutto c’erano le ragazze… Altro che pensare alla            zionava ancora, e avrebbe continuato a funzionare fin-
fine! La fine era pensabile per… per i… i vecchi, in-            ché non si fosse ritirato l’operaio che lo manovrava, un
somma per gli altri, non per lui. la prospettiva della fine      pensionato coi baffi a manubrio, scherzoso coi bambini
lo fece addirittura sorridere tanto era incommensurabil-         e straordinariamente semplice (così – s’immaginava al-
mente lontana. Non indugiò comunque in tali pensieri,            lora Ambrogio – doveva essere tutta la gente una volta)
perché non era portato alle fantasticherie.                      il quale asseriva di ricordare il tempo in cui a Nomana le
   Alzò invece lo sguardo a controllare se per caso qual-        donne portavano ancora in testa la raggiera d’argento.
cuno dei suoi famigliari fosse alla balconata; non c’era            “E gli uomini? Cosa portavano in testa gli uomini?” gli
nessuno. “Naturale. Mica è l’ora di venire a godersi la          chiedevano i bambini, conoscendo già la risposta.
vista delle montagne.”                                              “Gli uomini, magari, qualche pidocchio” rispondeva
   I suoi fratelli (sei, tutti minori di lui) dovevano in que-   lui; e non si capiva se dicesse la verità, o lo dicesse
sto momento essere in casa intorno alla madre: quelli            per far ridere.
tornati dal collegio stavano probabilmente raccontando
episodi della loro vita di studenti, e i due più piccoli do-
vevano starli ad ascoltare con grande attenzione. Sta-
sera, a cena, dei famigliari sarebbe mancato soltanto
Manno, il cugino orfano che da sempre viveva con loro;
di due anni più anziano d’Ambrogio e studente d’archi-
tettura, Manno si trovava adesso a Pesaro, alla scuola
ufficiali d’artiglieria: se fosse scoppiata la guerra, Manno
ci si sarebbe trovato subito dentro fino al collo.
Vol. 1 parte I CAP. 11 pp. 44-48                      e sono passati come nel burro, e anche tutta la prima
         La dichiarazione di guerra dell’Italia                  linea francese ha dovuto cedere. E il corpo inglese?
                                                                 Quel poco che s’è salvato, s’è salvato scappando come
   In piazza c’era già un po’ di gente in attesa. Guar-          le lepri.”
davano tutti l’elettricista e insieme idraulico del paese           Alludeva a Dunkerque: Ambrogio sapeva che colui di-
che si dava un gran da fare intorno a due altoparlanti           ceva il vero, perciò la cosa gli riusciva ancor più insop-
applicati in modo alquanto fortunoso alla facciata del           portabile. Al pari degli altri giovani educati nelle scuole
municipio.                                                       cattoliche d’elite di Milano, egli conosceva il giudizio
   La corrente degli operai (sensibilmente diminuita per-        ripetuto dal papa Pio XI – milanese, anzi brianteo – ai
ché durante il percorso non poche madri di famiglia se           visitatori più preparati della sua ex diocesi di Milano: es-
n’erano staccate per andarsene a casa) si arrestò dietro         sere i nazisti dei veri e propri anticristi nel senso evan-
alla gente in attesa. A una finestra del municipio si af-        gelico del termine. Che il nazismo potesse ora impadro-
facciava ogni tanto il segretario politico signor Cereda,        nirsi davvero, tutt’a un tratto, dell’Europa – come le sue
il quale a un tratto chiamò, agitando una mano, uno dei          attuali strepitose vittorie militari facevano temere – era
tre o quattro uomini in camicia nera ch’erano pure in            per Ambrogio e per i suoi compagni di scuola, se pur in
attesa in un crocchio a parte. Questi s’affrettò ad accor-       confuso, una prospettiva così intollerabile che essi non
rere sotto alla finestra. Il segretario gli disse qualcosa e     accettavano nemmeno di prenderla in considerazione.
l’uomo – si trattava di Alfeo, capo dell’istruzione premili-        “E quest’altro attacco dei tedeschi, che è cominciato
tare – si portò a passi energici di fronte alla folla: “Quelli   pochi giorni fa?” continuava il Pollastri: “Non avete letto
davanti devono formare una riga diritta” prescrisse. E           il giornale? Hanno già fatto a tocchi tutta la nuova linea
siccome la gente, pur guardandolo, non si decideva a             francese, e ormai stanno marciando su Parigi: nessuno
ordinarsi: “Ecco: così, così, e così...” provvide egli stes-     li può più fermare. E’ così o non è così?”
so ad allinearne alcuni, al modo che faceva coi suoi                Sembrava che le cose stessero precisamente così,
allievi; gli altri allora si allinearono da sé.                  purtroppo. “E’ per questo dunque che anche noi sal-
   Il segretario controllava alla finestra, approvando: die-     tiamo addosso alla Francia?” gli oppose mentalmente
tro la riga allineata di Alfeo la gente seguitava a far          Ambrogio: “Come hanno fatto i russi con la Polonia l’an-
macchia, ma il segretario non se ne diede pensiero.              no scorso, quand’era già in ginocchio? Che schifo!” Era
“Sono contrari alla guerra” pensava, “lo credo bene. Chi         una prospettiva talmente ignobile che... il giovane finì
potrebbe essere così bestia da volere la guerra? Però            col voltare le spalle al Pollastri. Da quest’altra parte un
una cosa è certa: che al fronte questi briantei (brianzö)        gruppo d’operai della sua ditta osservava con crescente
non faranno forse l’eroe, ma il loro dovere lo faranno           interesse i tentativi dell’elettricista-idraulico per mettere
anche nelle situazioni più bestiali. A differenza magari         in funzione i suoi apparecchi: “Guarda il Pirovano Ore-
di quegli scalzacani di studenti che oggi gridano ‘viva          ste, guardalo.”
la guerra’”. Avendo partecipato al conflitto precedente             “Non se la cava mica.”
sapeva quel che diceva. “Cos’altro dunque” concluse                 “Macché.”
“potrebbe volere da me il partito?” Si ritirò dalla finestra;       “Oreste, sta attento di non cadere dalla scala.”
Alfeo tornò al suo piccolo crocchio.                                “Guardalo, batte con la mano sull’altoparlante perché
   Gerardo, Ambrogio e Luca erano capitati accanto a             si decida a parlare.”
un gruppo in cui pontificava in dialetto un tizio dall’a-           “Allora Oreste? Si decide o no?”
spetto sgradevole, che essi conoscevano solo di vista:              “Forza, pestalo più forte.”
il signor Pollastri, impiegato della Previdenza Sociale             Questi frizzi dispiacevano all’elettricista della ditta,
a Incastigo. Costui, al fine di farsi sentire da un ascol-       Tarcisio (quell’operaio alto di statura e ricciuto – ardito
tatore autorevole come Gerardo, aveva rafforzata un              nella precedente guerra – che Ambrogio e Stefano dieci
po’ la voce: “I tedeschi ormai la vittoria ce l’hanno in         giorni prima avevano visto attraversare la piazza diretto
tasca” sosteneva: “Vi rendete conto? Appena un mese              alla benedizione) il quale era buon amico del Pirovano
fa – anzi giusto un mese fa, come dice il giornale, cioè         Oreste. “Sono apparecchi che vengono usati di raro”
il dieci maggio – hanno attaccato il Belgio e l’Olanda           cercava perciò di spiegare Tarcisio a chi gli stava vici-
no: “Per questo Oreste ha difficoltà a farli funzionare.         voce, e avevano smesso subito.
Quand’è che li avranno usati l’ultima volta? Forse al               Il punto era un altro, ed era che ormai non esiste-
tempo delle sanzioni.”                                           vano dubbi, cominciava la guerra, la più terribile delle
   “Oreste” gridò allora uno dei motteggiatori: “sta atten-      calamità collettive nel tempo moderno. Tutti quei popo-
to che se non riesci a farlo funzionare, Alfeo ti mette le       lani ricordavano le invocazioni dei loro preti che s’erano
sanzioni.”                                                       particolarmente raffittite nelle ultime settimane: ‘A fame,
   A questa uscita anche Luca, ch’era un ragazzo soli-           a peste,a bello, libera nos Domine. Libera nos...Libera
tamente serio, scoppiò a ridere di gusto. Dovette ride-          nos’. Il Signore non aveva accolta la preghiera, ecco.
re per forza anche Tarcisio, disapprovava però con la            Segno che i peccati degli uomini erano cresciuti fino al
testa.                                                           punto di impedirglielo. Da tempo don Mario lo spiegava
   Intanto altra gente arrivava nella piazza e si dispone-       così bene: “State attenti: è vero che Dio è amore, ma
va a tergo dei presenti. Uscirono di chiesa anche il pre-        non può continuare a trattare gli uomini come bambini
vosto e il coadiutore don Mario, che rimasero in attesa          irresponsabili...” Chi li aveva commessi quei peccati?
nel pronao, passeggiando tra le colonne di serizzo con           Dove li avevano commessi? Anche a Nomana, sì, era
aria preoccupata.                                                inutile negare: “Guardate in voi stessi, non cercate lon-
   Improvvisamente nell’aria esplose un tremendo bo-             tano” diceva don Mario, e diceva bene, appena che uno
ato, che si prolungò con alti e bassi fino a quando il           riflettesse. Così adesso non rimaneva che rimboccarsi
Pirovano Oreste non ebbe regolato il volume dei suoi             le maniche e far fronte al guaio tremendo in cui ci si
apparecchi: allora si tramutò nelle acclamazioni della           stava ficcando, un guaio nel corso del quale non pochi
folla romana in attesa della parola del duce. Il segretario      sarebbero stati uccisi. A quanti del paese sarebbe toc-
politico, accorso alla finestra del municipio per vede-          cato, e a chi precisamente?
re cosa stesse succedendo, si affrettò a questo punto               Il discorso continuava: “quarantacinque milioni di ani-
a scendere in piazza e a mettersi davanti alla gente.            me...” ma ormai la gente di qui lo seguiva solo per iner-
L’annunciatore da Roma descriveva esaltato i labari, i           zia; ciò che davvero interessava lo si sapeva: il guaio
manipoli, la folla ‘oceanica’ (termine questo che – come         aveva con certezza inizio. Mussolini concluse: “Popolo
l’altro, ideologicamente opposto ma non meno disuma-             italiano corri alle armi” (“Sì, sì” gridava la folla: “Sentili
nizzante, ‘le masse’ – qui dava sui nervi a più d’uno);          i romani” mormorò a mezza voce qualcuno con irrita-
alle descrizioni si alternavano pezzi di musiche marziali.       zione) “e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo
Finalmente, acclamato da rinnovate altissime grida, si           valore.”
apprese che s’era affacciato al balcone di palazzo Ve-              Finito il discorso, il segretario politico si girò verso
nezia Mussolini.                                                 la gente: “Mi raccomando di osservare bene le norme
   Questi, ottenuto il silenzio (certo con uno dei suoi          dell’oscuramento” disse con molto giudizio. Poi levò
gesti risoluti) cominciò a parlare: “Combattenti di ter-         all’improvviso il braccio nel saluto romano: “camerati di
ra, di mare e dell’aria. Camicie nere della rivoluzione e        Nomana, saluto al duce.”
delle legioni, uomini e donne d’Italia, dell’impero e del           “A noi” gridarono Alfeo e alcuni altri.
regno d’Albania, ascoltate. Un’ora segnata dal destino              “L’adunata è finita” disse il segretario, e rientrò in mu-
batte nel cielo della nostra patria, l’ora delle decisioni       nicipio; la folla cominciò a disperdersi.
irrevocabili.” Di nuovo dagli altoparlanti si riversarono
scrosciantissime grida ed acclamazioni, poi si rifece si-
lenzio: “La dichiarazione di guerra è già stata consegna-
ta agli ambasciatori...” un boato di esultanza interruppe
il discorso: “agli ambasciatori” Mussolini riprese “di Gran
Bretagna e di Francia...” Interruppero di nuovo il discor-
so altre urla giubilanti, e acclamazioni,e fischi all’indiriz-
zo di quelle nazioni.
   Qui a Nomana nessuno vi si univa. Alfeo e tre o quat-
tro dei suoi ci s’erano bensì provati, ma come a mezza
Vol. 1 parte I CAP. 13 pp. 49-52                   tanto che appena fuori dall’aia si voltò ripetutamente,
                      La cartolina                             torcendo anche il collo, per esplorare l’effetto della sua
                                                               visita.
   Nei giorni seguenti non poche cartoline-precetto fioc-                                    ***
carono qua e là in Nomana, e anche Stefano ricevet-               ma Lucia, che era rientrata in casa, non se ne ac-
te la sua. Non lui direttamente: a riceverla dalle mani        corse; del resto non gliene sarebbe importato niente.
del portalettere fu sua madre. Il portalettere Chin, ben       Sedette su una sedia accanto ai fornelli spenti, col fo-
noto per l’insipiente emotività che lo faceva di continuo      glietto rosa nelle mani: vi lesse attenta, con lentezza,
esorbitare dal suo compito e interferire negli affari non      qualche parola qua e là: non c’era dubbio, si trattava
suoi coi quali veniva per ragioni d’ufficio a contatto, in     dell’atteso precetto militare per Stefano. La disturbò ad
quei giorni stava superando se stesso: siccome sapeva          un tratto la circostanza d’essere in quel momento sola
che la consegna d’una cartolina-precetto in tempo di           in casa: ci fosse stata qui Giustina, oppure Ferrante, o
guerra può essere il principio di una tragedia, quasi          almeno la nonna… erano talmente abituati a dividere
ad ogni cartolina che consegnava si sentiva in dovere          tutto tra loro! Comunque anche questo, d’essere sola,
di fare qualche stranezza. A volte, se a riceverla era         era in fondo un fatto marginale, insignificante, di fronte
l’interessato, gli palpava ad esempio il bicipite esternan-    all’altro ben maggiore, ben più grave fatto che suo fi-
do ammirazione vera o simulata, per infondergli fiducia;       glio, il suo Stefano, doveva partire per la guerra. Le si
altre volte al contrario – specie quando, sul finire del       sollevarono dentro – mescolandosi tra loro – innumere-
suo giro, si ritrovava stanco e tediato – agitava con in-      voli ricordi: di Stefano quand’era piccolo, con l’abitino a
sistenza la mano destra davanti al viso dell’interlocutore     gonna (la vestinèta) che, con la mano tesa verso di lei,
perplesso, a significargli chissà quali guai. Se a ricevere    provava le prime parole; e più piccolo ancora, appena
la cartolina erano i parenti, proclamava magari che lui        di pochi mesi, quando fradicio di sudore per quella tre-
col richiamo non ci aveva che fare, che la colpa non           menda febbre, era stato sul punto di morire; e poi di
era mica sua, o altre cose stravaganti. Co, risultato che      forse otto anni, che fattosi vigoroso correva come un
riceveva dalla gente infastidita non pochi rimbrotti.          torello nell’erba alta, ridendo per il vento in faccia; e
   Alla mamm Lusìa, fattasi sulla porta al suo giungere in     ancora Stefano pochi giorni prima, giovane serio, che
bicicletta nell’aia della Nomanella, Chin – il quale poco      le toglieva di mano la fascina della legna: l’aveva voluta
prima era stato abbondantemente insolentito da un ri-          spezzare lui la legna per la polenta: “Perché non m’ave-
chiamato – tese la cartolina rosa senza parlare, con un        te data una voce, mamma? sapete che non voglio che
gesto che riuscì quasi lapidario, tanto da intimidire un       facciate lavori pesanti.” Il suo Stefano! Mescolandosi a
poco la povera donna. La quale non allungò subito la           questi ricordi le s’aggirava per la testa anche ciò che
mano a ritirare il foglietto, ma prima se l’asciugò nervo-     aveva udito raccontare da Ferrante e da altri intorno alla
samente nel grembiule: l’arrivo del portalettere l’aveva       guerra. Il particolare di un morto austriaco e di uno ita-
sorpresa mentre sciacquava la verdura, e qualche mi-           liano che erano stati sepolti insieme nella stessa fossa,
nuzzo verde aderiva ancora alle sue dita.                      di modo che mai e poi mai i parenti avrebbero potuto
   Firmò in silenzio la ricevuta, poi ringraziò con voce       distinguere i loro resti. E… e… tanti altri episodi confusi,
che si sforzava di mantenere come sempre pacata:               grandiosi, terribili, che chissà come si erano svolti nella
“grazie Chin.” Il portalettere le rispose allontanando         realtà. E, insieme, quei nomi di macchine della morte,
prontamente da sé, col palmo della destra, il ringrazia-       la mitraglia soprattutto, che chissà com’era fatta, e non
mento, a significare che si rendeva conto nella presente       era il solo, ce n’erano altri nomi come quello, odiosissi-
circostanza di non meritarlo; quindi infilò la ricevuta nel-   mi per una madre. E presto suo figlio, il suo Stefano, si
la massiccia borsa di cuoio, zeppa di corrispondenza,          sarebbe trovato mescolato a tali nefande cose.
che portava a tracolla, salutò alzando alla visiera le dita       Sarebbe diventato bersagliere, che sono soldati espo-
unite della mano destra in modo quasi militare (era il         sti. Certo lui non avrebbe fatto di proposito lo spavaldo,
suo abituale modo di salutare) e voltata la bicicletta         né cercato i pericoli, neppure però – e questo la madre
proseguì austero il proprio giro. Austero, ma non oltre        lo sentiva con certezza – si sarebbe tirato indietro. “Pur-
il limite che gli consentiva la sua scriteriata emotività,     troppo è di quelli che fanno, non di quelli che parlano”
pensò con inconscia polemica popolana. E dunque in                       Vol. 1 parte I CAP. 17 pp. 61-62
mezzo a tutte quelle occasioni di morte… A una simile                   Il giardino e la casa di Ambrogio
prospettiva l’angoscia la invase; la sua intima emozione
divenne tale che si sentì mancare il respiro. Cercò allo-       Se al mattino faceva pratica in fabbrica, nel pomerig-
ra con gli occhi l’effigie della Madonna alla parete: una    gio Ambrogio si godeva liberamente le vacanze.
stampa popolare in cui prevaleva l’azzurro, il colore del       Dedicandosi innanzitutto a lunghe ore di lettura in
cielo sereno. Il volto amato della Madre di Dio e anche      giardino. Sedeva di solito su una sdraio sotto un albero
quel colore ebbero il potere di calmarla un poco. Comin-     di fico, cresciuto spontaneo al margine del prato: intorno
ciò allora a muovere le labbra, a pregare, rimproveran-      aveva l’erba coi suoi fiori incoltivati: ranuncoli gialli, mar-
dosi di non averlo fatto prima: da chi avere conforto se     gherite, tarassachi e altri di cui ignorava il nome. Spes-
non da Colui che potendoci chiedere qualunque cosa,          so nelle ore di gran sole in giardino non c’era nessuno
ci chiede soprattutto amore, pietà e benevolenza per i       all’infuori di lui, se non talvolta i due fratelli più piccoli,
nostri simili? Che Costui esistesse gliel’insegnava non      Rodolfo e Giudittina (gli altri erano partiti per la monta-
meno della chiesa l’esperienza di tutta la sua vita: non     gna), che indugiavano chini sul terreno a giocare con gli
siamo soli, c’è realmente Qualcuno che si interessa a        stampi e la terra. portavano – i due bambini – berretti
noi, e a volte, nei momenti più decisivi per noi e per       bianchi calati fino alla nuca, anzi sul collo, e i loro gesti
i nostri cari, lo sentiamo intervenire; è una realtà che     erano lenti, assonnati: così chini pareva che il gran sole
ci capita di percepire con molta chiarezza, anche se         dall’alto li premesse con la sua vampa contro il suolo.
poi ci è difficile ridirla agli altri mediante parole. Non      In quelle ore non giungevano ad Ambrogio altri rumori
sempre però interviene, soltanto a volte… Attirò i suoi      che ronzii di insetti, il pigolio dei passeri dal tetto della
occhi una cartolina infilata in un angolo del quadro sa-     casa, crescente a volte fino a sfociare in improvvise
cro: raffigurava un gruppo marmoreo della Madonna col        baruffe subito risolte (i passeri, che tra gli uccelli sono
Cristo morto sulle ginocchia, la didascalia diceva che la    i più vicini agli uomini, sembrano anche fra tutti i più
statua si trovava in san Pietro a Roma, e da Roma ap-        rissosi), e ogni tanto dagli alberi la strofe ben modulata
punto Giustina aveva ricevuta quella cartolina, inviatale    del capinero: un gorgheggio di poche note delicatamen-
da suor Candida durante un memorabile pellegrinag-           te variate, che per lui finiva col costituire la voce stessa
gio di qualche anno prima. Quell’immagine ricordò con        dell’estate in Brianza. Se la strofe si ripeteva con più
spavento alla madre che il mescolarsi alle cose umane        insistenza il giovane interrompeva magari la lettura e
del soprannaturale non esime affatto dal dolore, che la      si metteva in ascolto: gli capitava allora di svagare al-
stessa Madonna aveva avuto ucciso il proprio adorabile       trove col pensiero, gli occhi fissi sul fogliame del fico
figlio.                                                      sopra la sua testa, oppure nelle nuvole che navigavano
                                                             altissime nel cielo. Pensava a tante cose: per esempio
                                                             alla sconosciuta ragazza che sarebbe stata un giorno
                                                             sua moglie, la quale doveva ben esistere da qualche
                                                             parte, e cercava a volte di raffigurarsela; oppure a qua-
                                                             le sarebbe stata la sorte della patria, trascinata senza
                                                             criterio in questa guerra, che ora sembrava, in realtà,
                                                             impegnarla ben poco; e anche alla sua sorte personale
                                                             pensava, una volta che l’avessero chiamato alle armi.
                                                             Tornava infine al presente, e riprendeva la lettura.
                                                                Ogni po’ di tempo si alzava in piedi, buttava il libro
                                                             (“Ivanhoe” o “Ilia e Alberto” o “I fratelli Caramazov”) sul-
                                                             la sedia a sdraio, e si sgranchiva con quattro passi per i
                                                             viali del giardino e dell’orto. tra gli alberi c’era anche nei
                                                             giorni più caldi una sensibile frescura; erano, gli alberi,
                                                             di altezze diverse, alcuni – qualche abete in particolare
                                                             – sorpassavano i venti metri; inframezzati ad essi cre-
scevano cespugli e arbusti di molte specie, non però nel                      Vol. 1 parte I CAP. 25 pp. 81-83
più folto, dove attecchiva soltanto l’edera che copriva il                        Michele Tintori di Nova
terreno in modo uniforme. Là dove tra i rami sovrastanti
si apriva qualche finestra di luce, nell’edera crescevano
ciuffi di felci, e un’erba strana, misteriosa, dai fiori defor-      A fine agosto i due giovani fecero insieme ritorno a
mi di colore cupo; sui pendii esposti a nord, all’edera si        Nomana, dove Ambrogio riprese la vita di prima: im-
sostituiva il muschio, vegetazione, tutta questa minore,          piegava la mattina a far pratica in ditta, e il pomeriggio
spontanea, e non diversa da quella che cresceva nei               nella lettura e nelle gite in bicicletta.
boschi della campagna.                                               Un giorno decise di visitare un compagno di collegio
   Tenendo le mani dietro la schiena Ambrogio vagava              domiciliato in Brianza, che come lui si sarebbe iscrit-
per i vialetti bordati dalle criniere dell’erba convallaria:      to all’università cattolica di Milano. Si trattava d’un tipo
non fosse stato in montagna, qui tra gli alberi avrebbe           interessante, intenzionato fin dalle elementari a fare,
certamente incontrato suo fratello Pino, quindicenne, il          nientemeno, lo scrittore: il Michele Tintori di Nova, figlio
quale trascorreva si può dire le proprie vacanze, dal             unico d’un grande invalido della guerra precedente.
primo all’ultimo giorno, a insidiare gli uccelli col Flobert.        Mentre di primo pomeriggio pedalava alla volta di
ma ora Pino era via, e gli uccelli sugli alberi avevano           Nova, Ambrogio riandava tra sé l’originale personalità
tregua.                                                           del suo compagno. Senza dubbio l’inclinazione dell’arte
                                                                  gli veniva dal padre il quale, sebbene di cultura mode-
                                                                  stissima (scalpellino di mestiere, doveva aver sì e no
                                                                  frequentata la quinta elementare), aveva a suo tempo
                                                                  scolpito dei drammatici bassorilievi, ora sparsi in varie
                                                                  chiese della zona. Anche altri compagni di collegio –
                                                                  Ambrogio ricordava – erano intenzionati a fare lo scrit-
                                                                  tore oppure il poeta, e in effetti qualche loro poesia (“ma
                                                                  perché tutte quante ermetiche? Mah”) compariva ogni
                                                                  tanto sul bollettino del collegio! Solo obtorto collo, e per
                                                                  assoluta mancanza di meno disdicevole palestra, i futuri
                                                                  poeti si risolvevano a pubblicarvi le loro opere accanto
                                                                  ai fervorini del rettore e alle cronache dell’accademia
                                                                  scolastica. “Comunque su nessuno degli altri io pun-
                                                                  terei una lira, sul Michele Tintori invece...” Quello era
                                                                  come fatto d’una pasta speciale. “Vero che anche lui
                                                                  ha pubblicato più d’una poesia sul bollettino, quand’era
                                                                  nelle elementari però, non in ginnasio o in liceo come
                                                                  gli altri.” Ambrogio ricordava bene questo particolare:
                                                                  il Tintori aveva iniziato a scrivere poesie in terza o in
                                                                  quarta elementare; ovviamente allora gli mancava ogni
                                                                  nozione di metrica, e non d’autentici versi s’era trattato,
                                                                  ma d’infantili composizioni rimate, così almeno gli aveva
                                                                  poi detto lo stesso Tintori. Il quale a un tratto aveva in-
                                                                  tuito (“A guardar bene sta qui la sua forza: nell’intuizio-
                                                                  ne”) di non essere sulla strada giusta, e infante com’era
                                                                  aveva risolutamente smesso di scrivere le poesie che
                                                                  pure il bollettino (a quell’età non disprezzato) gli stam-
                                                                  pava. Ambrogio lo ricordava poi più avanti, quando al
                                                                  principio del ginnasio era stato distribuito il testo d’Ome-
                                                                  ro. Fino ad allora probabilmente il Tintori, al pari degli
altri allievi, di Omero aveva ignorata l’esistenza: appena      greci che esploravano il Caucaso.” “Sì, con le armi di
però s’era trovato tra le mani le sue pagine, n’era stato       bronzo e una colonna di muli, come le upozughìa di
preso al punto che non se ne sarebbe mai staccato. Era          Senofonte, e...”
incredibile quanto lo attirasse quella poesia... Ambrogio          “Dunque ti piacciono i muli, eh?” aveva detto, a buon
continuava a riandare tali vecchie cose mentre pedala-          conto sarcastico, il professore Zaròli: “rispondi.”
va con energia in mezzo ai campi di stoppie azzurrati              Il Tintori aveva finito col non sottrarsi più: “Sì, i muli, e
dagli ultimi fiordalisi, tra Seregno e Desio. “Quante volte     le navi, e... tutto quello che esiste mi piace” aveva rispo-
l’ho visto, nelle ore di ‘studio’, liberarsi in fretta dalle    sto, o press’a poco: ciò che Ambrogio adesso ricordava
altre materie per prendere in mano il libro d’Omero!”           era che, in quell’occasione, la parola muli, la parola
ragazzino com’era il Tintori percorreva quel nuovo esal-        navi, in bocca al suo compagno avevano assunto una
tante dominio addirittura con la gioia dipinta in faccia        sorta di strano incanto.
e – cosa inedita nel loro ambiente – si seccava quan-              Dopo averlo disapprovato con un’occhiata il più pos-
do la campana elettrica della ricreazione l’obbligava a         sibile severa, il professore aveva ripresa la lezione. Al
staccarsi dal libro. “Poi, a metà ginnasio, ha comincia-        romanziere il manoscritto darebbe stato reso solo alla
to a scrivere romanzi...” Ambrogio sorrise: i ‘romanzi’         fine dell’anno scolastico, allorché venivano restituiti i
come li chiamavano loro suoi compagni, erano in realtà          temperini, i fischietti, le palline da ping pong, e gli altri
racconti fantastici, in genere ambientati nelle epoche          corpi estranei sequestrati nel corso delle lezioni.
oggetto delle lezioni di storia. Durante tali lezioni, men-        Però! Quanti ricordi pareva ad Ambrogio di avere già
tre il professore parlava, la fantasia del Michele Tintori      adesso, a diciannove anni.
non riusciva a contenersi: ogni episodio o notizia, le
figure del testo, perfino i nomi obsoleti contenuti nelle
carte dell’atlantino, costituivano per lui spunti a vicende
immaginarie, a storie che si susseguivano con fervore
nella sua mente. Aveva cominciato a mettere per iscrit-
to quelle fantasticherie, riempiendo poco alla volta dei
quaderni. Il tempo di studio non gli bastava più, s’era
perciò messo a scrivere anche durante le ore di lezione:
col risultato che l’uno o l’altro professore finiva col pren-
derlo sul fatto, e col sequestrargli il ‘romanzo’.
   Come il professore Zaròli quella volta: “Perché non
segui la lezione, Tintori? Cosa stai scrivendo? Fa vede-
re.” Aveva sfogliato il quaderno: “I fenici? Che c’entra-
no i fenici?” Se adesso stiamo studiando l’età romana?
Cosa? Una nave fenicia nell’Atlantico assalita da...da
piroghe indigene? Che scempiaggine è questa?”
   Il Tintori, mortificato ma non molto, aveva cercato di
sottrarsi alle spiegazioni: “Chiedo scusa. Mi voglia scu-
sare.”
   “Ma cos’è che stai scrivendo, si può sapere?”
   “Mi sono lasciato prendere la mano da...”
   “Da cosa?”
   “Non lo so.”
   L’intera scolaresca, che fino allora s’era contenuta,
era a un tratto esplosa: “Signor professore, è un ro-
manzo.” “Un romanzo storico.” “Anche il professore di
matematica gliene ha sequestrato uno.” “Questo è il
terzo che gli trovano.” “Il primo era una storia di antichi
Vol. 1 parte I CAP. 28 pp. 89-90                         “Beh, vedo che è necessario fare un ripasso genera-
               Le lezioni di arte di Manno                         le. Cercate di stare attenti perché, queste cose potran-
                                                                   no servire a tutti: sia a quelli di voi che faranno l’ope-
   Nel corso delle due settimane che trascorse a No-               raio, per arricchimento della loro mente, sia soprattutto
mana prima di tornare alle armi, Manno dedicò – come               a quelli che intaglieranno il legno o batteranno il ferro,
aveva promesso a don Mario – alcune serate ai ragazzi              o faranno il disegnatore industriale, che sono lavori ai
dell’oratorio.                                                     quali noi briantei siamo molto portati. Tant’è vero che
   Riprese nel punto in cui le aveva interrotte, certe sue         la nostra scuoletta professionale di Nomana, con tut-
lezioni sull’arte. “l’arte, se è autentica, indirizza a Dio”       to ch’è solo serale, arriva quasi ogni anno a piazzare
(non si sorprenda il lettore d’incontrare subito dopo il           qualche concorrente nei concorsi provinciali e anche
Michele Tintori, un altro giovane appassionato di Dio:             nazionali. Come tuo fratello Umberto, eh Giacinto? Che
dopo tutto ci troviamo in Brianza, nella Brianza d’allo-           tre anni fa è uscito campione nazionale di disegno.”
ra.) “Questo prima di partire io ve l’ho detto un sacco               “Adesso Umberto è soldato a Udine” dichiarò compia-
di volte: è la convinzione che sta alla base dei nostri            ciuto Giacinto.
incontri, lo sapete.”                                                 “Lo so” disse Manno.
   I ragazzi, seduti davanti a lui sulle sedie impagliate             “Giacinto, non disturbare” intervenne don Mario: “il
dell’oratorio, lo seguivano attenti: sapevano che, a diffe-        fatto che tuo fratello adesso si trovi a Udine piuttosto
renza dei suoi cugini Ambrogio e Fortunato, Manno non              che in un altro posto, non c’entra con questo discorso.”
intendeva fare l’industriale (del resto non ne aveva il            Il giovane prete – capelli a spazzola, faccia da bambi-
tipo: dell’industriale brianteo almeno che, come s’è det-          no con occhiali cerchiati di ferro sottile – presenziava
to, era quasi sempre d’estrazione popolare: Manno ave-             sempre insieme coi ragazzi: “Voglio imparare anch’io”
va modi diversi, più raffinati e disinvolti); doveva comun-        asseriva.
que avere ragioni ben importanti, pensavano i ragazzi,
per rifiutare quell’opportunità che la vita gli offriva.
   “Sentiamo te Carlino” provò a interrogarli il giovane:
“Perché io dico e ripeto che l’arte indirizza a Dio? Te
lo ricordi o non lo ricordi più, e ti pare che io lo dica
soltanto perché ci troviamo all’oratorio?”
   L’interpellato, levatosi in piedi, si trovò in difficoltà a
rispondere: “Perché nell’arte c’è il particolare, cioè no,
l’universale. Eh, non mi ricordo più bene.”
   Gli altri ragazzi ridacchiarono, ma in modo contenuto:
avevano tutti una certa difficoltà a ricordare quei con-
cetti astratti sminuzzati per loro con tanta pazienza da
Manno, studente del secondo anno di architettura.
   “L’arte” disse il giovane “è ‘l’universale nel particola-
re’, è questo che tu volevi dire, che abbiamo detto tante
volte.” (Nel ripetere l’antica definizione che ha orientato
gli artisti dei secoli in cui l’Italia è stata veramente gran-
de in arte, Manno non provava la minima soggezione
verso le estetiche nuove, tutte più o meno in contrasto
tra loro, di cui sono oggi pieni i testi e le riviste specializ-
zate.) “Ma cosa significa, a metterla in spiccioli, questa
frase? Prova a spiegarla con parole tue.”
   “Vuol dire che l’arte è... è una specie di...” si sforzava
di ricordare il Carlino Valli, diciassette anni, apprendista
giardiniere.
Vol. 1 parte IV CAP. 10 e 11 pp. 289-294                tutti gli altri, senza far rumore, avanzavano alquanto,
                 Un macello bestiale                           fino a prendere posizione nella neve coi moschetti spia-
                                                               nati.
   Oltre il varco il terreno scendeva verso un angusto                                       ***
pianoro, attraversato da un filare di alberi spogli. Al pie-      Con un giro abbastanza complicato, straordinaria-
de dei quali c’era... qualcosa.                                mente guardinghi, i due esploratori raggiunsero la trin-
   “Voi fermi qui” disse Acciati in un soffio. A Bellazzi      cea di neve senza farsi scorgere. Vogliamo dire che se
invece fece segno di portarsi avanti con lui; con molta        in quella trincea ci fosse stato qualcuno di guardia non li
cautela i due raggiunsero un punto da cui potevano             avrebbe visti arrivare, tanto la loro manovra fu accorta;
osservare meglio.                                              di guardia però non c’era nessuno.
   Al piede degli alberi sembrava ci fosse una lunga cre-         La trincea conteneva soltanto morti. La maggior par-
sta artificiale di neve; dietro ad essa si scorgevano dei      te ancora in posa di combattimento, sdraiati o in gi-
corpi oscuri.                                                  nocchio, con le braccia in atto di puntare il moschetto;
   Di che porca roba si tratta?” mormorò l’ufficiale. Ag-      alcuni, guarda, non avevano più l’arma, e altri giaceva-
giunse, dopo un po’: “Pare una trincea di neve... Se           no addirittura su un fianco nella neve, ancora però in
è così direi che è nostra,dato che, vedi il terreno? Le        quell’atteggiamento di puntare un’arma, rigide statue di
scende davanti verso nord, verso il Don.”                      ghiaccio che il nemico, entrando dopo il combattimento
   “Sì” convenne sottovoce Bellazzi, e dopo qualche            nella trincea, doveva aver rovesciato con uno spintone
istante: “E’ nostra, sì. Guardate: è messa a tagliare la       o con un’ultima fucilata. Tutte le statue portavano l’el-
strada che stiamo cercando. La vedete la strada? Là            metto piumato ed erano ricoperte di brina.
davanti, che sale verso la trincea?”                              “Sono bersaglieri, tutti bersaglieri...” ripeteva sgomen-
   “E’ una strada quella?” mormorò Acciati. “Non si capi-      to Bellazzi.
sce bene. Così al buio non si può dire.”                          Si chinò su un elmetto per leggerne il numero; a tal
   Bellazzi lo guardò in faccia, rimaneva della propria        fine dovette liberare dalla brina lo stemma dipinto, sfre-
opinione e anzi la voce, pur molto bassa, gli si fece          giandolo col guantone; aiutato da Stefano, dovette an-
speranzosa: “Forse le cose non vanno poi tanto male;           che accendere un cerino. “Sesto” lesse infine: “Sono
forse stiamo per prendere contatto con qualche repar-          del Sesto... Per la malora, guarda com’è sforacchiato
to del Sesto” disse. “Potremmo anche portare a casa            questo elmetto.”
buone notizie.”                                                   Non solo quello, ma tutti gli elmetti erano sforacchiati,
   Acciati seguitava a scrutare fissamente. “‘Sta storia       e – come i due si resero conto – anche i corpi degli
non mi convince” sussurrò. “Perché sono così fermi?            uomini, le loro armi, nonché gli alberi al cui piede era
Tutti quanti immobili?”                                        stato imbastito lo schermo di neve; più d’un albero –
   “Se stanno dormendo?”                                       spaccato dalle raffiche – pencolava obliquo o si era
   “Disposti a quel modo? E poi, qualche vedetta al-           schiantato a terra.
meno... Beh, non ci resta che andare a controllare.” Si           “Puttana la miseria. Hanno ridotto ogni cosa un cola-
volse al sottufficiale: “Ci vai tu Bellazzi, con un altro.     brodo, tutto un colabrodo hanno ridotto!” ripeteva Bel-
State bene attenti, perché se incappate nei russi poco         lazzi. “Che dannato macello. In quanti saranno stati a
potremo fare per voi. Hai sentito l’ordine del capitano?       sparare addosso a questi poveri cristi?”
State ben attenti.”                                               Stefano, costernato, non diceva niente. Sia davanti
   “Signorsì” disse Bellazzi.                                  che dietro alla trincea la neve appariva fittamente cal-
   I due tornarono dai bersaglieri che seguitavano ad          pestata, come per il passaggio di una grande folla. Ma
aspettare inginocchiati. “Giovenzana” chiamò, sempre a         adesso non c’era più nessuno, soltanto i morti.
bassa voce, il sottufficiale: “Vuoi venire anche tu?”             “Vieni” disse Bellazzi con voce angustiata “cerchia-
   Stefano, che non aveva la minima idea di dove si trat-      mo di farci un’idea di quanti sono, poi torniamo là dai
tasse d’andare, si fece avanti senza una parola. Ascoltò       nostri.”
attento il piano d’avvicinamento che tenente e sergente           Percorsero lentamente tutta la trincea, lunga un cen-
abbozzarono insieme, poi si avviò col sergente, mentre         tinaio di metri: v’individuarono ytra l’altro un mortaio da
81, e all’incrocio con la pista in salita un cannoncino        no all’orecchio le accorate deprecazioni di don Mario
anticarro con accanto i serventi morti; in questo punto,       là a Nomana, e anche quelle parole di suo padre sulla
al centro della trincea, i cadaveri, l’arma e ogni altro       guerra: ‘Voi ragazzi non potete immaginare che razza
oggetto erano, se possibile, ancora più fittamente forac-      di porcheria è la guerra...’ Ma adesso non doveva pen-
chiati dai colpi e dalle schegge.                              sarci, non adesso.
   Davanti a un simile massacro Bellazzi finì col caricar-        Quand’ebbe raggiunto Bellazzi, questi gli fece nota-
si progressivamente di furore; procedeva irsuto, ogni          re che a lato della pista ce n’erano diverse di cataste.
tanto tirando su col naso, sempre più determinato –            “Anche là in basso, le vedi? L’hanno pagata cara quegli
quando se ne fosse presentata l’occasione – a ripagare         stramaledetti figli di cagna.”
della stessa moneta il nemico; adesso ogni pochi passi            “Già” disse Stefano
bestemmiava, oppure sputava qualche parola rabbiosa.              il sergente rimase muto per un lungo momento. “Dai”
Stefano invece seguitava a non parlare, era come in-           risolse infine “torniamo”, e s’avviò.
stupidito dall’orrore.
   Arrivati alla fine della trincea tornarono indietro al                                     ***
cannoncino, presso il quale giaceva il capitano coman-            Con una certa difficoltà nell’esporre, tant’erano im-
dante del reparto sterminato. Aveva a tracolla la borsa        pressionati, i due fecero la loro relazione ad Acciati, che
topografica di celluloide: gliela sfilarono con una certa      sforzandosi a sua volta d’accantonare l’orrore volle gli
difficoltà, perché il suo lungo cinturino di cuoio era rigi-   spiegassero meglio alcuni particolari, e domandò ripetu-
do come se fosse di ferro, e rigide come quelle di una         tamente se la strada a sbarramento della quale era sta-
statua le membra del morto. “Questa potrà forse servirci       ta costruita la trincea fosse importante o no, e insomma
per riconoscere il reparto” disse Bellazzi, consegnando        se potesse essere quella che stavano cercando.
la borsa a Stefano, che senza commenti se la mise a               Il sergente adesso non era più del parere che lo fos-
tracolla.                                                      se. “No, m’è sembrata troppo secondaria. Anche se una
   Tra i cadaveri – complessivamente più d’un’ottantina        cosa è certa: che di là è venuto su un mare di gente.”
– avevano individuato anche quelli di due ufficiali subal-     Stefano si limitò a stringere le labbra.
terni, privi però di borsa di ricognizione.                       Infine l’ufficiale consultò l’orologio: “sono passate le
   Il sergente adesso esplorava ogni tanto con gli occhi       cinque” disse 2e l’ordine è di essere a casa per le sette.
oltre lo spalto. “E i morti russi dove sono? Possibile che     Non ci resta che fare dietro front e sgambare, anche
li abbiano già portati via?” finì col dire.                    perché per attraversare quella strada là indietro...” fece
   Si chinò incerto sul cannone e ne esaminò il settore di     con la mano un gesto a significare: chissà il tempo che
tiro: “Quelle due cataste di tronchi lì davanti dovevano       ci occorrerà.
dare fastidio” mormorò. “Come mai non li hanno usati              Guardarono tutti un’ultima volta, con angustia, ver-
per rinforzare la difesa?”                                     so la trincea presidiata dai morti, quindi si rimisero in
   “Aspetta un momento” fece allora Stefano. Valicato          marcia.
lo spalto di neve si accostò, con le suole che nell’ag-           Il ritorno, grazie alla pista da loro stessi aperta, fu da
ghiacciante silenzio stridevano, alla più vicina delle due     principio meno faticoso dell’andata. I pensieri di ciascu-
cataste: non era fatta di tronchi ma – com’egli aveva          no andavano e venivano dall’orrenda trincea dei morti
sospettato – di cadaveri nemici. Al pari dei bersaglieri i     alla strada percorsa dalle colonne nemiche, che biso-
russi morti apparivano tutti incrostati di brina. “Non sono    gnava nuovamente attraversare. Come ne giunsero in
tronchi, sono loro” comunicò con voce atona al sergen-         vista Acciati fece alt. Si scorgevano di nuovo dei fari
te. “Non li hanno portati via”.                                schermati procedere nel buio, lucciole gelide e lontane,
   “Ah” esclamò allora Bellazzi: “Dunque ce n’è rimasti        appena mobili.
anche di loro, eh?” Stefano tornò lentamente alla trin-           “Avvicinarci così allo scoperto è chiaro che non pos-
cea. “Che macello bestiale!” ripeteva tra sé e sé. Si          siamo, sarebbe troppo da fessi” considerò a mezza
sentiva ed era presente ai compiti immediati, ma quanto        voce l’ufficiale, il quale cercava di tenere la pattuglia su
a cavare un significato, un senso da ciò che vedeva, la        di giri, che non gliela inceppasse l’orrore.
sua mente era come bloccata. Vagamente gli tornava-               “Eh” convenne Bellazzi.
“ragion per cui” riprese il sottotenente “gambe in spal-                 Vol. 1 parte VI CAP. 7 p.449
la e avanti da questa parte, verso sud: scarpineremo in                         Il prigioniero russo
parallelo alla strada finché non troveremo un bosco, o
una balca, o un’altra porcheria, che ci dia modo di farci        Da un’isba lì accanto uscì inaspettatamente un solda-
sotto stando al coperto. Forza.”                              to russo: era armato soltanto di un pugnale,non sem-
   Macinarono neve intatta abbastanza a lungo, con tre-       brava avere intenzioni offensive, sedette nella neve
menda fatica. Avevano ripreso a fare testa-coda ogni          contro il muro dell’isba e si cacciò le mani in tasca;
decina di minuti; tutti erano affranti dalla stanchezza.      forse si considerava prigioniero, pareva sfinito. […]
   “C’è di buono” disse uno, durante una breve sosta             Il cappellano scorse a un tratto il soldato russo e lo
“che non appena arrivati dovremo ricominciare a sgam-         fissò sorpreso. Allora il russo tolse le mani di tasca, con
bare di nuovo, insieme col reggimento.”                       la destra sfilò il pugnale dal fodero, e con la sinistra
   “Sì, bella prospettiva” mugugnò un altro.                  armeggiò al bavero del pastrano per scoprirsi la gola.
   “Pensa alla ghirba tu, non alla prospettiva” fece Bel-        “No” urlò il cappellano: “Cosa fai? No, no!” Levò in
lazzi.                                                        alto il suo Crocefisso e corse verso di lui: “No, non farlo,
   Qualcuno ridacchiò. Stefano non diceva nulla; portava      non farlo!”
a tracolla la borsa di celluloide del capitano morto, con        Il russo lo guardò interdetto, con occhi sfiniti: il cap-
le carte topografiche e, chissà, forse tra esse qualche       pellano gli afferrò il polso che stringeva il pugnale e
documento utile: ogni tanto s’assicurava col guantone         agitando con l’altra mano il Crocefisso davanti al suo
di non averla perduta. Chissà di che compagnia del            viso: “Perché ti ammazzi, perché ti ammazzi” gridava.
Sesto si trattava, di quale battaglione... da queste carte       Finalmente il russo fermò lo sguardo sul Crocefisso,
sarebbe forse venuta fuori qualche illuminazione sulle        circondò con la propria mano del frate che lo impugna-
ultime vicende di quei morti? Chissà prima della strage,      va, e si tirò il Cristo contro la bocca. Gli alpini guarda-
mentre aspettavano il nemico, cos’avevano detto e pen-        vano la scena in silenzio; il russo consegnò al frate il
sato quei ragazzi... “Probabilmente” rifletté “ragionava-     pugnale, che venne scagliato il più lontano possibile.
no e scherzavano come noi adesso...” Sentì un brivido         “La Madre di Dio ti vuole bene” ansimò padre Crosara:
lungo il filo della schiena. “Però è impossibile che a noi    “ti vuol bene, hai capito? Dio non è come noi uomini.”
succeda come a loro...” Ma una voce gl’insinuava den-            Il russo, pur senza comprendere le parole, fece con
tro: “Perché è impossibile? Rispondi: perché?”.               spossatezza segno di sì.
Vol. 2 parte I CAP. 22 pp.534-535                             Vol. 2 parte III CAP. 9 pp.624-625
                   Manno e Colomba                                        Milano dopo i bombardamenti
   Una volta nella strada si ritrovò sotto i medaglioni          Gli aerei - tutti inglesi - tornarono molto più numero-
con i profili dei milanesi illustri. Quand’era bambino        si nel corso della notte, e guidati dagli incendi accesi
aveva creduto che i dragoni da cui la villa prendeva il       nel pomeriggio eseguirono una terribile distruzione. Il
nome, fossero appunto quegli otto signori lì; senza dub-      giorno dopo - 14 agosto - la città ebbe tregua; ma nel-
bio adesso altri bambini del paese dovevano crederlo.         le due notti successive le divisioni aeree tornarono in
Alzò, mentre camminava, gli occhi a osservare qualche         formazioni ancora più massicce, ed operarono distru-
profilo lesse alcuni nomi: Pietro Verri, Gian Domenico        zioni quali per estensione non s’erano fino allora viste
Romagnosi, (“a voi due vi pare d’essere poi tanto illu-       in nessuna città italiana. Più tardi, al censimento, risultò
stri?”), Alessandro Manzoni. Il Manzoni un dragone! A         che dei novecentotrentamila vani che formavano Mila-
quest’idea gli venne da ridere: “Beh, ciao dragoni” li        no, ben cinquecentosessantamila erano stati distrutti o
salutò infine tutti insieme.                                  danneggiati.
          Percorrendo le vie del paese guardavo ogni             Innumerevoli case erano crollate, ingombrando anche
cosa, le note e ben conosciute cose del suo mondo,            le strade già per loro conto interrotte da voragini e cra-
e adesso che l’incontro con Colomba lo stava come             teri; in moltissime strade non si poteva quindi più circo-
rinnovando, ogni cosa, anche la più frusta, gli pareva        lare, e questo rendeva difficile portare aiuto alla gente
una scoperta, gli procurava un’acuta gioia. Sostò bre-        rimasta intrappolata nei rifugi e nelle cantine; sopra la
vemente in chiesa “per ringraziare Dio di avermi tirato       città stagnava una tetra nube di fumo, perché gli incendi
fuori dai guai” si proponeva; ma la preghiera che gli         durarono giorni.
venne spontanea alle labbra il gloria, lo disse, e ridisse,      I treni che portavano via da Milano gli sfollati (più
e ridisse ancora in un crescendo solenne e quasi di-          esatto ormai sarebbe dire profughi) non potendo partire
rompente, come di organo, nella penombra della chiesa         dalle stazioni cittadine – tutte inagibili – facevano capo,
vuota. Non stava ringraziando Dio per averlo salvato          sulle diverse linee, alle prime interruzioni. Per fortuna la
dalla guerra e dal mare, ma per avere creata Colomba,         popolazione a quel tempo era già in notevole parte sfol-
per averla fatta com’era, per avere introdotto nel mondo      lata, e quella che lavorava ancora in città, ogni sera se
una tale creatura. Pregò con trasporto anche la madre         ne allontanava sistematicamente con tutti i mezzi (biso-
di Dio, la benedetta tra le donne, che si prendesse a         gna dire che almeno in questo lo spirito d’iniziativa dei
cuore questa, e l’aiutasse a conservarsi anche in futuro      milanesi si esplicava ancora in pieno): così i morti furo-
pulita e incantevole come era adesso.                         no in tutto poco più d’un migliaio, cioè incredibilmente
                                                              pochi confronto all’enormità delle distruzioni. Un morto
                                                              ogni cinquecento e più vani distrutti o danneggiati: la
                                                              gente si sarebbe rifiutata a lungo di crederci, molti si
                                                              rifiutano ancora oggi. Anche perché tanti avevano udito
                                                              i racconti degli scampati, fuggiti coi soli abiti che aveva-
                                                              no indosso (donne specialmente, scese a caso dai treni
                                                              nell’una o nell’altra stazione della provincia – n’erano
                                                              arrivate anche a Nomana): racconti che facevano pen-
                                                              sare a chissà quali stragi.
Puoi anche leggere