Pag. 02 - 24 set. Somalia, raid Usa contro Shebab: almeno 18 combattenti uccisi - NOtizie dAl 24 settembre Al 30 settembre

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     ANNO 2018 - Notizie dal 24 settembre al 30 settembre
notizie e informazioni SULL’africa e, in particoLare, SULLa SomaLia E sui paesi del
              corno d’africa, raccolte da agenzie, gruppi, istituzioni,
                    CON pareri, considerazioni ed osservazioni
SOMMARIO

Pag. 02 - 24 set. Somalia, raid Usa contro Shebab: almeno 18 combattenti uccisi
Pag. 02 - 24 set. Ad ottobre visita di Conte in Eritrea ed Etiopia
Pag. 04 - 24 set. Congo: la UNHCR non ha soldi per i rifugiati ma in Europa si preoccupano della
                  UNRWA
Pag. 04 - 24 set. Mozambico – Jihadisti all’attacco: 12 morti
Pag. 05 - 24 set. Missioni militari italiane nel mondo: dove sono, cosa fanno, quanto costano
Pag. 07 - 25 set. Yemen: rischio colera per oltre 5 mln di bambini
Pag. 08 - 25 set. Un ponte aereo in corso tra Russia e base aerea in Siria
Pag. 09 - 25 set. Somalia: Puntland, guardia presidenziale uccisa in sparatoria a Bosaso
Pag. 09 - 26 set. Etiopia-Eritrea: Arabia Saudita allunga mani su Corno d’Africa
Pag. 10 - 26 set. Kenya: uccisi 10 miliziani al Shabaab nella contea di Lamu
Pag. 10 - 26 set. Emergenza a Tripoli
Pag. 12 - 27 set. Gli ultimi mesi in Somalia
Pag. 13 - 27 set. Pace, stabilità e cooperazione in tutto il Corno d’Africa
Pag. 14 - 27 set. Etiopia: violenze ad Addis Abeba, bilancio sale 28 morti e 2.500 arresti
Pag. 14 - 27 set. Tunisia. Cresce la presenza militare USA e aumentano le proteste
Pag. 15 - 27 set. Onu: presidente del Ruanda Kagame, Unione africana sia più rappresentata
Pag. 15 - 27 set. Somalia, prestito Banca mondiale da 80 mln, il primo in 30 anni
Pag. 16 - 28 set. Malati mentali “posseduti dai demoni” in Somaliland curati con esorcismi
Pag. 18 - 28 set. Da Ue 70 milioni a Fao, più forte l'alleanza contro la fame
Pag. 19 - 28 set. Somalia: esplodono due ordigni nella regione di Ghedo, due morti e sei feriti
Pag. 19 - 28 set. Somalia: Ue approva pacchetto di 100 milioni di euro a sostegno del bilancio statale
Pag. 19 - 29 set. Kenya: presidente Kenyatta all’Onu, globalizzazione alimenta corruzione a spese
                  dell’Africa
Pag. 19 - 29 set. Puntland: tre condanne a morte per appartenenza ad al-Shabaab e ISI
Pag. 20 - 29 set. Angola. Isabel dos Santos cita il presidente angolano João Lourenço
Pag. 20 - 30 set. Congo RD - Il cobalto permetterà il decollo economico del Paese?

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24 set. Somalia, raid Usa contro Shebab: almeno 18 combattenti uccisi
L’esercito americano ha bombardato ieri posizioni di
combattenti islamici somali Shebab affiliati ad al-
Qaeda, nel Sud della Somalia, uccidendone almeno 18:
secondo le autorità locali si è trattato di un attacco
aereo per “legittima difesa”.
“Le forze statunitensi hanno condotto un attacco per
legittima difesa contro i combattenti Shebab a 50
chilometri a Nord-Ovest di Kismayo”, nel Sud del
Paese, si legge in un comunicato del comando
americano per l’Africa.
“Il raid aereo statunitense è stato compiuto contro i
combattenti, dopo che gli Stati Uniti e i loro partner
sono stati attaccati”. Il raid ha avuto luogo “in
coordinamento con il governo federale somalo”, si
legge nella nota.
“Attualmente stimiamo che 18 terroristi siano stati uccisi nell’incursione, e altri due terroristi sono stati uccisi
dalle forze somale” durante uno scontro a fuoco, si conclude nelal nota.

24 set. Ad ottobre visita di Conte in Eritrea ed Etiopia
La notizia non può che destare clamori, ma al tempo stesso grande soddisfazione fra quanti, da anni,
auspicavano un recupero del rapporto fra l’Italia e i paesi del Corno d’Africa, che ad essa sono stati legati da
una lunga storia coloniale.
Nella prima metà di ottobre, presumibilmente intorno all’11, il premier Conte si recherà infatti in Etiopia, per un
incontro bilaterale col nuovo premier Abiy Ahmed, ed in seguito andrà anche in Eritrea, per un appuntamento di
alto livello col presidente Isaias Afewerki.
L’impressione che si trae da questa mossa è che la diplomazia e la politica italiana si muovano con prudenza,
ma anche con sicurezza. La pace fra Etiopia ed Eritrea è stata annunciata e quindi ufficializzata bilateralmente
lo scorso 8-9 luglio, ma in seguito si sono avuti ulteriori incontri fra Abiy Ahmed e Isaias Afewerki, e ad un
certo punto sono stati coinvolti anche i presidenti di Somalia e di Gibuti, con l’obiettivo di portare avanti un
piano di pacificazione ed integrazione regionale valido per tutti gli attori del Corno d’Africa. Una settimana fa,
infine, a Gedda, in Arabia Saudita, alla presenza del re Salman, è stata firmata la dichiarazione di pace
definitiva. Salman aveva agito come mediatore, assistito dal segretario generale dell’ONU Antonio Guterres e
del presidente della Commissione dell’Unione Africana Moussa Faki Mahamated.
                                                                   Non vanno tuttavia sottovalutati, in questa lunga
                                                                   storia, gli sforzi condotti dal sottosegretario
                                                                   USA Yamamoto, dato che l’Amministrazione
                                                                   Trump ha sicuramente recitato un ruolo decisivo
                                                                   nella transizione politica avvenuta in Etiopia,
                                                                   così come quelli della Cina, che ha una
                                                                   fondamentale voce in capitolo in tutta la regione
                                                                   in termini economici e commerciali, e che aveva
                                                                   annunciato di voler ridurre gli investimenti in
                                                                   Etiopia qualora quest’ultima non avesse
                                                                   regolarizzato la situazione bellica e politica con
                                                                   l’Eritrea.
                                                                   Se l’Eritrea aveva infatti firmato gli Accordi di
                                                                   Algeri nel 2000, l’Etiopia allora guidata da

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Meles Zenawi non l’aveva fatto, ed anzi aveva continuato ad occupare militarmente le aree di confine eritree in
violazione al diritto internazionale: una situazione ormai decisamente non più sostenibile, e che infatti il nuovo
premier Abiy Ahmed, non appartenente alla vecchia forza di governo etiopica (il Fronte Popolare di
Liberazione del Tigray) ha voluto immediatamente sanare.
Al momento attuale l’Etiopia è il secondo interlocutore per l’Italia in termini di cooperazione all’interno del
Continente Africano, ma ci sono ancora enormi margini di miglioramento, derivanti anche dall’integrazione
pacifica con l’Eritrea e la Somalia. Poche settimane fa anche il ministro degli esteri tedesco è venuto in visita ad
Asmara, capitale dell’Eritrea, attratto dalle grandi possibilità garantite dalla nuova pace.
A tal proposito, proprio ieri si è discusso anche al Consiglio di Sicurezza ONU, per l’ennesima volta, sulla
necessità che si rimuovano le sanzioni contro l’Eritrea ispirate da Obama nel 2009 e nel 2011, e che ancora
restano in vigore malgrado la pace nata fra i paesi del Corno d’Africa. Sono stati sottolineati e lodati i grandi
progressi ottenuti in tutta la regione, con Asmara che oggi è il cuore di una pace e di un processo di
cooperazione regionale che lega fra di loro i quattro paesi dell’Africa Orientale. La naturale conseguenza è che
si proceda quindi a rimuovere, quanto prima possibile, queste assurde sanzioni, volute all’epoca da Obama ed
adottate dall’ONU, dietro false accuse e prove fabbricate, relative ad un coinvolgimento dell’Eritrea
nell’operato degli al-Shabaab in Somalia che è stato rapidamente smontato e sbugiardato.
E’ dunque doveroso, in questo senso, che l’Italia si faccia carico anch’essa, proprio per i tanti legami che
l’associano all’Eritrea, di portare avanti il messaggio di abolire le sanzioni. In presenza di tali sanzioni, infatti,
nessun progetto di cooperazione con l’Occidente e l’Italia in primis potrà mai decollare.
A tale scopo è iniziata già una battaglia parlamentare. L’On. Paolo Grimoldi della Lega, presidente della
Commissione Esteri della Camera dei Deputati, per esempio ha dichiarato: “Il mutamento della situazione
politica richiede l’eliminazione delle sanzioni contro l’Eritrea, sanzioni che alimentano solo la povertà e
l’emigrazione verso l’Europa. Per questo ho chiesto in un’interrogazione parlamentare rivolta al Ministro per gli
Affari Esteri, e presentata insieme ai deputati leghisti Matteo Bianchi e Alberto Ribolla, quali iniziative il
Ministro intenda assumere e promuovere riguardo, sia in ambito nazionale che europeo e internazionale”.
All’interno dell’interrogazione, Grimoldi sottolinea che “la recente elezione del nuovo premier etiope Abiy
Ahmed ha costituito un elemento di svolta positivo per il miglioramento dei rapporti tra Etiopia, Eritrea e
Somalia.
Ahmed e Isaias Afewerki, presidente dell’Eritrea, hanno firmato congiuntamente, in data 9 luglio 2018, una
dichiarazione di pace e di amicizia basata sulla formalizzazione della fine del conflitto e la promozione di una
stretta cooperazione in ambito culturale, sociale, economico, politico e di sicurezza, con l’obiettivo di
riagganciare i rapporti diplomatici e ripristinare il commercio, le comunicazioni e i collegamenti. Tale
dichiarazione di pace è motivo sufficiente per attivarsi al fine di cessare le sanzioni indette nel 2009 e nel 2011,
peraltro motivate da presunte interferenze eritree in Somalia; tali sanzioni sono estremamente severe e
impediscono una qualsiasi fattiva collaborazione fra Eritrea, in primo luogo, e l’Europa, e a maggior ragione
l’Italia, non solo in materia di cooperazione economica o di commercio, ma anche e soprattutto di controllo del
fenomeno migratorio”, aggiungendo quindi che “il 70% di coloro che giungono nell’Unione europea
dichiarandosi eritrei, in realtà, provengono soprattutto da altri Paesi limitrofi (Etiopia, Somalia e Sudan), ciò in
conseguenza proprio delle sanzioni del 2009 e 2011, perché sulla loro scia l’Unione europea ha attuato una
politica di «fare i ponti d’oro» a qualsiasi eritreo che abbandonasse il Paese, promettendogli rifugio politico e
incentivando così la migrazione di giovani eritrei verso l’Europa, in particolare l’Italia, ma soprattutto di
cittadini di Paesi limitrofi che, in assenza di documenti, sanno d’aver tutto da guadagnare a dichiararsi cittadini
eritrei”.
L’auspicio è che dunque sulla base della lotta per abolire le sanzioni, possa crearsi fra Italia ed Eritrea (e a
ricaduta anche con tutti gli altri paesi del Corno d’Africa) una collaborazione ed un’amicizia a tutto tondo, che
investa tutti quei settori necessari alla salute di un comune futuro e di un mutuo benessere.

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24 set. Congo: la UNHCR non ha soldi per i rifugiati ma in Europa si preoccupano della
UNRWA
Il coordinatore dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), Catherine Wiesner, sarà
da lunedi nella Repubblica Democratica del Congo, in particolare nella provincia del Kivu meridionale, al fine
di rendersi conto della situazione di oltre 46.000 rifugiati burundesi residente in questa parte del paese.
Lo ha annunciato il portavoce nazionale della UNHCR, Joseph Mankamba, in una conferenza stampa,
specificando che la Wiesner visiterà sia i siti dove sono alloggiati i rifugiati burundesi, circa 46.000 persone, che
quelli dove sono ospitati
rifugiati interni congolesi, che
sono diverse centinaia di
migliaia.
Catherine Wiesner avrà la
possibilità di verificare di
persona le gravissime condizioni
in cui vivono i rifugiati del
Congo a causa del
sottofinanziamento della
UNHCR dovuto al taglio dei
finanziamenti deciso da diversi
Paesi nei confronti dell’unico
organismo internazionale che si
occupa di rifugiati e che non
solo li assiste sul posto ma cerca
in tutti i modi di farli rientrare
nei loro luoghi di origine.
E in questo contesto stupisce che l’Unione Europea pensi a come fare per aumentare i loro finanziamenti alla
UNRWA, l’illegale agenzia ONU per i palestinesi, dopo i tagli decisi dall’Amministrazione Trump, quando la
vera agenzia ONU per i rifugiati, appunto la UNHCR, è in così gravi difficoltà economiche e non riesce a far
fronte al proprio lavoro.
Il caso del Congo non è nemmeno isolato. La stessa situazione si registra nel Nord Uganda dove vi sono
centinaia di migliaia di rifugiati sud-sudanesi accatastati in campi profughi che non rispettano nemmeno le più
basilari norme igieniche e dove scarseggia il cibo. Poi in Somalia e Kenya dove i somali sono milioni
abbandonati a loro stessi.
In Europa si parla tanto di come fare per fermare la marea umana di disperati che fuggono dai teatri di guerra,
ma poi non si aiuta la UNHCR che serve proprio a questo mentre si sommergono di milioni i finti profughi
palestinesi.

24 set. Mozambico – Jihadisti all’attacco: 12 morti
Almeno 12 persone sono state uccise giovedì 20 settembre durante un attacco di sospetti jihadisti nel villaggio
settentrionale di Paqueue, nel Mozambico, nella regione di Cabo Delgado. «Dieci persone sono state colpite da
armi da fuoco e due arse vive dopo che 55 case erano state bruciate. Una persona è stata decapitata dopo essere
stata uccisa», spiegano all’Afp i testimoni.
Da mesi, un gruppo di militanti islamisti opera nella regione ricca di gas naturale conducendo numerosi attacchi.
Secondo uno studio recente, i jihadisti sarebbero arrivati in Mozambico dalla costa dell’Africa orientale. Sono,
in larga parte, seguaci del religioso musulmano Aboud Rogo Mohammed (accusato di sostenere al Shabaab in
Somalia).
Dopo la morte del leader nel 2012, i miliziani si sono trasferiti a Sud. Inizialmente, hanno creato un nucleo
operativo a Kibiti, in Tanzania, e poi hanno attraversato il fiume Ruvuma a Cabo Delgado nel 2015.

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24 set. Missioni militari italiane nel mondo: dove sono, cosa fanno, quanto costano
L’Italia è generalmente percepita come un paese pacifico o quantomeno non impegnato in prima linea nei
conflitti mondiali. In realtà il nostro paese da almeno 35 anni partecipa costantemente a diverse missioni
internazionali, nell’ambito di mandati ONU, Nato o UE. Di che tipo di missioni si tratta? Quanto costano? Che
risultati ottengono?

Le principali missioni militari italiane all’estero fino ad ora
Nel 1982, per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, un reparto armato italiano veniva
mandato fuori dai confini nazionali, sotto mandato ONU, con compiti di peacekeeping, ossia per lo svolgimento
di operazioni volte al mantenimento della pace messe in atto con il consenso delle parti, nella guerra civile in
Libano.
Furono poi due missioni in particolare a consolidare il nuovo ruolo “interventista” italiano: la prima guerra del
Golfo contro l’Iraq, a cui l’Italia partecipò inviando 1950 soldati sul terreno più otto cacciabombardieri Tornado
e la nave missilistica Zeffiro, e la missione Ibis in Somalia (1992-1994), in cui persero la vita 14 italiani, tra cui
l’inviata di guerra Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin.
Da allora le Forze Armate italiane (che includono l’Esercito, la Marina, la Guardia di Finanza e i Carabinieri, a
cui a volte si aggiunge per alcuni missioni la Polizia di Stato) sono state presenti in diversi teatri di guerra, tra
cui la missione in Kosovo nella ex Jugoslavia, in Afghanistan e in Iraq al seguito delle coalizioni militari
guidate dagli Stati Uniti, con l’obiettivo della “lotta al terrore” dichiarata da Bush dopo l’attentato di Al Qaeda
alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001. Proprio in Iraq l’Italia ha pagato il maggior contributo in termini di
caduti: 33, tra cui i 13 soldati italiani che persero la vita a Nassiriya vittime di un attentato suicida.
A parte queste missioni militari italiane nel mondo più note, dal sito dell’Esercito Italiano si evince che il nostro
paese ha inviato nel corso degli anni personale militare e logistico praticamente in tutto il mondo: Albania,
Bosnia, Ciad, Macedonia, Georgia, Haiti, Marocco, Mozambico, Namibia, Pakistan, Palestina, India, Ruanda,
Somalia, Sudan.

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Le missioni militari italiane nel mondo oggi.
Proprio con lo scopo di dare continuità alle missioni
militari italiane all’estero, lo scorso gennaio il
Parlamento ha approvato lo stanziamento dei fondi per il
rifinanziamento di quelle in corso più ulteriori sei nuove
missioni internazionali, tra cui: vedi scheda a lato.
La missione in Libia, la più costosa, ha l’obiettivo di
fornire supporto al Governo di Accordo nazionale libico,
quella in Tunisia di supportare le forze armate per un
loro sviluppo. La missione NATO fa riferimento alla
costruzione di un sistema di difesa aereo e missilistico
comune tra gli stati membri, mentre la missione in Niger
ha l’obiettivo di combattere il traffico internazionale di
essere umani (di fermare i migranti, in pratica), che era
stata sospesa ma sarà probabilmente ripresa in questi
giorni.
In totale i numeri delle missioni militari italiane nel
mondo per il 2018 sono: oltre seimila unità impiegate,
1.400 mezzi terrestri, 60 mezzi aerei e 20 navali. Tra le
missioni con il maggior numero di risorse umane (e più
costose) figurano la partecipazione alla Coalizione
internazionale di contrasto alla minaccia terroristica del
Daesh in Iraq (1.100 risorse), la missione ONU in
Libano (1.072 risorse), le missioni NATO in
Afghanistan (800 risorse) e Kosovo (538 risorse), e la
missione UE nel Mediterraneo (470 risorse).
Per coprire le missioni militari italiane all’estero per i
primi nove mesi del 2018, sono stati stanziati circa 900
milioni di euro, ripartiti in questo modo:
Rispetto al 2017 (1,2 miliardi per 12 mesi) la cifra è
sostanzialmente la stessa ma con una diversa
ripartizione: le risorse per le missioni in Africa passano
dal 9% al 16% complessivo mentre quelle per l’Asia
diminuiscono dal 58% al 51%, a causa di una riduzione
dell’impegno militare in Medio Oriente, in particolare in
Iraq e in Afghanistan, che dovrebbe bilanciare l’aumento
della presenza in Africa.
Le nuove missioni, come afferma il documento
approvato alla Camera, “si concentrano in un’area geografica – l’Africa – ritenuta di prioritario interesse
strategico in relazione alle esigenze di sicurezza e difesa nazionali. La tipologia degli interventi previsti è
principalmente focalizzata sulle attività di elevato impatto per la sicurezza e la stabilità internazionali, quali
quelle di capacity building a favore di paesi maggiormente impegnati nella lotta al terrorismo e ai traffici illegali
internazionali”.
Le forze italiane, come visto, svolgono diversi compiti: formazione alle polizie locali, operazioni di
peacekeeping, lotta al terrorismo e ai traffici illegali internazionali, sminamento di aree, sorveglianza a siti
considerati di interesse nazionale (ad esempio piattaforme dell’ENI).

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Missioni militari italiane nel mondo: uno strumento davvero utile?
Impegnata nelle aree più calde del pianeta dal punto di vista geopolitico, l’Italia ha consolidato grazie alle
missioni militari internazionali un ruolo che la pone tra le protagonisti delle scena politica internazionale.
Anche se in tutto alcune missioni sono costate molto negli anni (8 miliardi di euro quella in Afghanistan, 3
miliardi quella in Iraq) le missioni internazionali rappresentano tuttavia solo il 5% di tutto il budget della Difesa
annuale, pari a circa 25 miliardi di euro, che posizionano l’Italia al dodicesimo posto mondiale per spese militari
per il 2018.
Secondo il Rapporto Milex sulle spese militari, ci
troviamo di fronte ad “una situazione paradossale
per cui, invece di avere uno strumento militare
dimensionato in base alle esigenze strategiche e
operative, abbiamo uno strumento evidentemente
sovradimensionato che diventa economicamente
sostenibile solo grazie alle missioni all’estero, che
diventano così un’esigenza irrinunciabile”.
In pratica, le missioni militari italiane nel mondo –
che sono coperte da budget specifici – vengono
utilizzate anche per tenere in piedi
economicamente il sistema di difesa italiano, che
senza questi contributi diventerebbe insostenibile.
Di fronte a questo scenario, e considerando le
nuove emergenze soprattutto sul fronte migranti
dal Mediterraneo, vale la pena chiedersi se non sarebbe meglio investire una parte di queste ingenti risorse in
progetti di cooperazione allo sviluppo per il miglioramento delle condizioni socio-economiche dei paesi di
partenza in ambiti come l’istruzione, la sanità, l’imprenditoria locale.
Nelle prossime settimane, nel dibattito parlamentare per il rifinanziamento delle missioni militari italiane nel
mondo, il nuovo Governo sarà chiamato a pronunciarsi anche su questi aspetti.

25 set. Yemen: rischio colera per oltre 5 mln di bambini
 La devastante guerra civile in Yemen sta causando centinaia di migliaia di morti, ma in seguito
all’attacco al porto di Hodeidah – canale di accesso fondamentale per gli aiuti umanitari – la situazione
è ulteriormente peggiorata, e oltre 5 milioni di bambini rischiano ora di morire per la carestia e le
epidemie in agguato. Lo riferiscono Save The Children e Oxfam. "Le vedevo le ossa, e non potevo fare
                                                               niente per lei. Non avevo soldi per il
                                                               trasporto: ho dovuto farmi prestare dei
                                                               soldi per portare mia figlia in ospedale, è
                                                               lontanissimo dal nostro villaggio. Non
                                                               abbiamo cibo: la mattina un po’ di pane
                                                               col tè, e a pranzo patate e pomodori. Di
                                                               solito, io non mangio: cerco di tenere
                                                               tutto per i miei bambini". E' la
                                                               drammatica testimonianza di una madre
                                                               yemenita vittima della dilagante carestia
                                                               in un Paese sempre più devastato dalla
                                                               guerra.

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25 set. Un ponte aereo in corso tra Russia e base aerea in Siria
Il ministero della Difesa della Federazione Russa ha riferito che il 17 settembre sono andati persi i contatti con
l'aereo russo Il-20 di ritorno nella base aerea di Khmeimim. Secondo il dicastero militare, il velivolo con un
equipaggio di 14 persone a bordo si trovava a 35 chilometri dalle coste siriane nel Mediterraneo. Secondo il
ministero della Difesa, nello stesso momento 4 caccia F-16 israeliani bombardavano obiettivi siriani a Latakia. I
rottami del velivolo sono stati trovati nel Mar Mediterraneo a 27 chilometri a ovest dalla città di Baniyas. Gli
occupanti sono tutti morti.
Negli ultimi anni Israele opera sul "fronte nord" quasi senza sosta. Dopo che a febbraio le difese aeree siriane
hanno abbattuto un F-16 israeliano, Tel Aviv ha continuato ad invadere il paese siriano, con operazioni che
stanno diventando sempre più pericolose. La risposta all’incidente che ha coinvolto un IL-20 russo in Siria
potrebbe essere la restrizione della zona di volo per l’aviazione israeliana in territorio siriano.
Il governo Israele spera che Mosca si limiterà alla chiusura del cielo per una settimana e non ricorra a ulteriori
sanzioni, come il divieto di voli vicino alle loro basi nel nord della Siria, in quanto questo bloccherebbe
l'accesso all'aviazione israeliana ai territori a nord di Damasco.
Inoltre, tali misure possono portare alla creazione di zone sicure per le forze governative siriane e gli Hezbollah,
così come potrebbero dare la possibilità all'Iran di rafforzare le loro posizioni nella regione.
Secondo il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman i rapporti tra Israele e Russia sono in buone
condizioni e Israele si sente a disagio a causa della tragedia.
Il ministero della Difesa russo ha detto che aerei israeliani hanno deliberatamente creato una situazione di
pericolo e considera le azioni di Israele provocatorie e ostili.Il presidente russo Vladimir Putin ha promesso
l'adozione di contromisure atte a garantire una maggiore sicurezza alle proprie forze armate e alle strutture
in Siria. Lo stesso giorno, Putin in una conversazione telefonica con Netanyahu, ha invitato il primo ministro
israeliano a non consentire situazioni come quella che ha portato al disastro dell'aereo russo.
Il Cremlino ritiene che l'abbattimento dell'Il-20 nei cieli al largo di Latakia, in Siria, "non può non danneggiare"
le relazioni russo-israeliane. A dichiararlo il portavoce di Vladimir Putin, Dmitri Peskov, che però non ha
precisato se il presidente russo abbia discusso la questione delle consegne degli S-300 con il primo ministro
israeliano Benjamin Netanyahu, ma ha aggiunto che "su questa conversazione, abbiamo riferito tutto ciò che è
stato ritenuto necessario".
Peskov è comunque stato soprendentemente esplicito sui rapporti e sulle conseguenze dell'abbattimento, che pur
essendo avvenuto a causa di un colpo sferrato dalla contraerea siriana, Mosca ha attribuito ad azioni "codarde"
di Israele, ossia al fatto che gli F-16 usassero l'Il-20 da scudo. "Naturalmente, secondo i nostri esperti militari, la
causa della tragedia sono azioni deliberate dei piloti israeliani - ha detto Peskov - che certo non possono non
danneggiare le nostre relazioni, e soprattutto questo sta costringendo la parte russa a prendere ulteriori misure
efficaci per garantire la sicurezza delle nostre truppe in Siria".
Peskov ha inoltre sottolineato che le misure
russe, compreso l'oscuramento delle
comunicazioni e trasmissioni radar per i
velivoli da attacco provenienti dal
Mediterraneo, sono soltanto mirate a
proteggere il contingente russo che
sull'Ilyushin ha perso 15 uomini. "Per tutti
dovrebbe essere evidente la necessità di azioni
di protezione”.
Gli aerei cargo dell’Aviazione militare russa
intanto stanno arrivando quasi senza sosta
nella base aerea di Latakia e le notizie segrete
dell’Intelligence stanno informando di questi
arrivi.

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Le informazioni provengono da persone che sono fisicamente sul terreno all’interno della Siria. Si tratta di
informazioni di prima mano provenienti da fonti dell’Intelligence di un paese che non può, naturalmente essere
citato.
La Russia in due settimane consegnerà alla Siria il moderno complesso di difesa aerea S-300 , ha detto il
Ministro della Difesa Sergey Shoigu. "È in grado di intercettare aerei su un raggio di oltre 250 chilometri e
colpire contemporaneamente diversi bersagli aerei", ha detto. Secondo Shoygu, l'S-300 rafforzerà
significativamente le capacità di combattimento della difesa aerea siriana. Il Ministro ha ricordato che la Russia
nel 2013 aveva sospeso le forniture a Damasco del complesso S-300, ma che ora la situazione è cambiata, e non
per colpa di Mosca. Inoltre, la Russia fornirà alla Siria moderni sistemi di controllo automatizzati per le strutture
di comando della difesa aerea. "Ciò garantirà la gestione centralizzata di tutte le forze militari siriane, il
monitoraggio della situazione aerea e la distruzione assicurata degli obiettivi. Il fine principale sarà garantire
l'identificazione di tutti gli aerei russi con i sistemi di difesa aerea siriani", ha sottolineato Shoygu.
Le supposizioni più probabili sono quelle che il comando militare russo, dopo l’abbattimento dell’aereo da
ricognizione II-200, stia provvedendo a far arrivare in Siria tutti i sistemi e le attrezzature per dotare il paese
arabo di un apparato di difesa aerea a prova di intromissione. Se la supposizione risulterà corretta, è probabile
che nei prossimi giorni la Siria disponga di una “blindatura” del proprio spazio aereo che impedirà
definitivamente le incursioni degli aerei del regime israeliano e della coalizione USA.
Il portavoce di Vladimir Putin, Dmitri Peskov ha completato quindi il suo intervento, rispondendo alla domanda
se la decisione di fornire alla Siria il complesso S-300 va a ledere le relazioni tra Russia e Israele, avvisando che
la Russia è guidata esclusivamente dagli interessi connessi con la sicurezza del suo personale. Pertanto le
predisposizioni di sicurezza e difesa non sono dirette contro paesi terzi, hanno lo scopo esclusivo di proteggere i
nostri militari ".,.

25 set. Somalia: Puntland, guardia presidenziale uccisa in sparatoria a Bosaso
Una guardia presidenziale dello Stato semi-autonomo del Puntland, in Somalia, è stata uccisa e un’altra è
rimasta ferita in una sparatoria avvenuta oggi nella città di Bosaso. Lo riferisce il sito d’informazione “Garowe
Online”, secondo cui la sparatoria è avvenuta nei pressi di un centro commerciale. L’agguato non è stato
rivendicato, ma fonti della polizia lo attribuiscono al gruppo jihadista al Shabaab.

26 set. Etiopia-Eritrea: Arabia Saudita allunga mani su Corno d’Africa
Ora la pace tra Etiopia ed Eritrea sembra esserci davvero, con la firma a Gedda, il 16 settembre, di un trattato
che non è un estemporaneo esercizio diplomatico, ma il punto di approdo di un processo tanto rapido quanto
solido. Intanto perché a metterci la faccia non sono solo il premier di Addis Abeba Abiy Ahmed e il presidente
dell’Asmara Isaias Afewerki, ma anche i ‘registi’ sauditi – re Salman bin Abdulaziz e il giovane e influente
principe ereditario Mohammed bin Salman – e testimoni del calibro del segretario generale dell’Onu Antonio
Guterres e del presidente della Commissione dell’Unione africana Moussa Fazi Mahmat, oltre al ministro degli
Esteri degli Emirati Abdullah bin Zayed Al Nahyan.
E se il comunicato diffuso da Riad per annunciare l’evento parla, un po’ vagamente, del “ ripristino di normali
relazioni fra i due Paesi, sulla base degli stretti legami geografici, storici e culturali”, la sostanza dei fatti c’è
tutta e la discesa in campo dell’Arabia Saudita è a suo modo una garanzia, oltre che un’ipoteca sul futuro dei
due Paesi e dell’intero Corno d’Africa.
Che Etiopia ed Eritrea facessero sul serio sul fronte della riconciliazione, a vent’anni dalla sanguinosa guerra di
confine del 1998 che non era mai del tutto finita, era apparso chiaro con la trionfale visita ad Asmara del
premier di Addis Abeba, Abiy Ahmed, l’8 luglio e con la ripresa delle relazioni diplomatiche il giorno
successivo. Un passaggio chiave dopo le aperture del giovane leader riformista che nel discorso di
insediamento, il 2 aprile, aveva usato toni concilianti nei confronti dell’ Eritrea e il successivo 6 giugno aveva

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dichiarato la cessazione dello stato di emergenza e l’accettazione dell’Accordo di pace firmato ad Algeri nel
2000 e rimasto fino a quel momento lettera morta.
A spingere verso la pace il giovane leader (42 anni) di Addis Abeba con un disegno di stabilizzazione del Paese
che passa attraverso la ripresa economica e la necessità di attrarre investimenti internazionali e di cui parte
fondamentale è il ripristino di quello sbocco al mare storicamente rappresentato dal porto eritreo di Massaua, ma
che passa anche attraverso la soluzione del problema dei profughi: centinaia di migliaia di eritrei in fuga da
condizioni economiche drammatiche e dalla violazione sistematica dei diritti umani ammassati nei campi
dell’Etiopia, che costituiscono una emergenza permanente.
Afewerki da parte sua, in un sussulto di pragmatismo, è riuscito a cogliere probabilmente l’ ultima occasione per
non passare alla storia come il responsabile del collasso economico del suo Paese e di una spirale repressiva
senza uscita che ha fruttato all’Asmara il bando internazionale e pesanti sanzioni. Le tappe successive hanno
scandito la volontà di mettere fine a una situazione non più sostenibile e il risultato è stato un disgelo a passo di
marcia in meno di due mesi: il ripristino delle linee telefoniche interrotte da vent’anni, la ripresa dei voli, la
riapertura dell’ambasciata etiopica nella capitale Eritrea e, l’11 settembre, la riapertura delle frontiere.
Ma al di là della questione umanitaria e delle opportunità economiche, i dividendi della pace possono rilanciare
il ruolo strategico del Corno d’Africa nel grande gioco della regione dove, con la regia dell’accordo di Gedda,
l’Arabia saudita ha segnato un punto a suo favore, certamente in funzione anti iraniana. Anche alla luce della
partita che Riad sta giocando sulla sponda opposta del Mar Rosso, in Yemen, a capo di una coalizione araba che
– nonostante la potenza di fuoco messa in campo – non riesce a venire a capo della ribellione Houthi sostenuta
da Teheran contro il presidente filo saudita Mansur Hadi.
Sempre sotto lo sguardo vigile dell’Arabia Saudita è partita, ai primi di settembre, la mediazione della
presidenza etiopica per normalizzare i rapporti tra Eritrea e Gibuti, dopo un lungo periodo di dispute di confine.
Dal nuovo corso nel Corno non resta fuori neppure l’instabile Somalia, come dimostra l’incontro ad Asmara ai
primi di settembre tra Ahmed, Afewerki e il presidente somalo Mohamed Abdullahi Mohamed Farmajo e la
firma di un accordo di cooperazione a tre. Lo stesso giorno, la prima volta dopo vent’anni, una nave etiopica è
arrivata nel porto eritreo di Massaua, per ripartire con un carico di 11.000 tonnellate di zinco destinato alla Cina.
Una rotta dal forte simbolismo: l’interesse di Pechino per l’area non è una novità, ma un Corno stabile e
pacificato può diventare uno snodo chiave lungo quella nuova Via della Seta, e il suo enorme volume d’affari,
che è una delle più grandi scommesse strategiche dell’ ‘imperatore’ Xi Jinping.

26 set. Kenya: uccisi 10 miliziani al Shabaab nella contea di Lamu
Almeno dieci miliziani del gruppo jihadista somalo al Shabaab sono morti in un raid effettuato nelle prime ore
di questa mattina dalle forze armate keniote nella contea di Lamu, nel sud-est del Kenya. Lo rende noto un
comunicato delle forze armate keniote, secondo cui tre militari sono rimasti feriti nell’operazione. Le milizie al
Shabaab hanno intensificato negli ultimi mesi le loro irruzioni in territorio keniota dopo che nel settembre 2015
l’esercito del Kenya ha lanciato l'operazione "Linda Boni", con l'obiettivo di stanare i miliziani di al Shabaab
nella foresta di Boni, situata al confine tra Kenya e Somalia, diventata la roccaforte del gruppo a seguito
dell’avanzata delle forze armate keniote nella regione. Lo scorso anno, in risposta ai frequenti attacchi jihadisti
nel nord del Kenya, alcuni deputati del parlamento di Nairobi hanno minacciato di armare le popolazioni locali
per permettere loro di difendersi autonomamente.

26 set. Emergenza a Tripoli
Gli scontri in corso a Tripoli hanno avuto ripercussioni e riguardano l'intero “sistema centralizzato libico” e le
fonti di finanziamento a livello nazionale. Ci sono due milioni di stipendiati dallo Stato su sei milioni di abitanti.
Oggi la gente in Libia non ne può più e questo ha un impatto diretto anche sui gruppi armati.

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In Libia ci sono diverse milizie. Bisogna distinguendo tra milizie “autentiche” (cioè radicate sul territorio) e
quelle “non autentiche” (ovvero dipendenti dall'estero). Le milizie meno autentiche devono sparire, mentre le
altre dovrebbero essere assorbite.
Non è una vicenda locale, ma riguarda la capitale di un sistema molto centralizzato. Tutte le fonti di
finanziamento sono infatti a Tripoli.
Il disarmo delle oltre 100 milizie presenti in Libia è sempre stata la priorità per i numerosi Primi ministri che si
sono via via succeduti dalla morte di Muammar Gheddafi, nell'ottobre del 2011. Tra i Paesi occidentali coinvolti
nel deludente processo di stabilizzazione della Libia, ma anche tra gli stessi politici libici, l'opinione è sempre
stata largamente condivisa: la condizione per avviare un paese uscito da 42 anni di regime – e sommerso dalle
armi - a una credibile transizione democratica è, e deve essere, il ripristino della sicurezza.
Tutti ci hanno provato. Chi più seriamente, chi meno. Nessuno ci è riuscito.
Senza un esercito nazionale ben armato e compatto, capace di esercitare una funzione deterrente, chiunque abbia
a disposizione una milizia può reclamare una fetta di potere. E qualora non fosse accontentato, potrebbe
ricorrere alle armi per far deragliare l'agognato processo di transizione. Ciò che è accaduto diverse volte negli
ultimi anni. Ciò che è accaduto anche recentemente a Tripoli, teatro di un'offensiva particolarmente violenta da
parte di milizie ostili al Governo. Se questa è la” nuova Libia” in cui dovrebbero svolgersi le elezioni
presidenziali e politiche tra soli tre mesi, un voto fortemente voluto dal presidente francese Emmanuel Macron,
c'è da augurarsi che vengano posticipate il più in là possibile.
                                                  Fayez Serraj, il premier del Governo di accordo nazionale è
                                                  sempre riuscito a domare le rivolte, è innegabile che la sua
                                                  autorità è sempre stata piuttosto debole. Non può far affidamento
                                                  su di un esercito compatto ma su un coacervo di milizie che
                                                  forgiano alleanze per poi disfarle nell'arco di pochi mesi. E che
                                                  rispondono prima agli interessi dei loro capi tribù che a quelli del
                                                  Governo. Non è un caso che in diverse città della Cirenaica i
                                                  redditizi business del contrabbando di armi e della tratta di esseri
                                                  umani siano gestiti congiuntamente da gang criminali e da
                                                  milizie. A lanciare l'ultima offensiva contro il “Governo che non
governa” è stata la Settima Brigata, una milizia di stanza nelle città di Tarhuna, a sud della capitale. La ragione
ufficiale della sua rivolta contro le formazioni fedeli a Serraj sarebbe quella di porre fine al potere delle “milizie
corrotte” e riportare l'ordine nella capitale”.
Per cercare di riportare la calma ed evitare uno scontro ancora più aperto (le vittime potrebbero essere state oltre
300) Serraj si è appellato domenica alla potente milizia di Misurata, il cui appoggio al Governo di accordo
nazionale non è però mai stato così solido come si pensasse. Non è un caso se la milizia di Misurata faccia parte
di quel gruppo di 13 potenti gruppi armati – tra cui Zintan, Janzour e Gharyan – che si rifiutarono di partecipare
alla conferenza internazionale sulla Libia organizzata a fine maggio dall'Eliseo, firmando un documento in cui
respingevano le «interferenze straniere» contro la sovranità della Libia.
Allora torniamo indietro a quella conferenza – un'iniziativa unilaterale - tanto voluta dal presidente francese che
aveva irritato la diplomazia italiana. Era fin troppo evidente che invitare i quattro uomini più potenti della Libia
(Serraj, il generale Kalifa Haftar, suo acceso rivale e signore incontrastato della Cirenaica, il presidente del
Consiglio di Stato, Khaled al-Mishri, esponente di punta dei Fratelli musulmani, anche lui nemico di Haftar, e il
presidente del Parlamento di Tobruk, Aguilah Salah Issa) non significava far sedere allo stesso tavolo tutte le
diverse anime della Libia.
L'intesa raggiunta era molto ambiziosa: unificare le istituzioni, tra cui la strategica Banca Centrale, indire
elezioni già in dicembre (accorpando le parlamentari alle presidenziali), formare un esercito nazionale. Ma il
fatto che non fosse stata nemmeno firmata dai presenti – si trattava solo di un “impegno” – relegava questo
“successo” all'ennesima dichiarazione di intenti in attesa della prova dei fatti. I fatti sono arrivati. Ma non come
sperava Macron.

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Per quanto Parigi si ostini a far rispettare il calendario elettorale, in questo infuocato contesto lo svolgimento
delle elezioni appare fuori luogo. Organizzare elezioni senza istituzioni rischia di peggiorare la situazione. Un
trasferimento del potere necessita di un contesto istituzionale coerente e ordinato che garantisca possa avvenire
in modo pacifico. In altre parole deve essere supportato da un sistema giudiziario efficiente, un sistema in cui sia
dato spazio al dissenso e che garantisca la sicurezza ai cittadini, consentendo loro di esprimere un voto libero
senza temere per la propria via. E‘ peraltro fondamentale un quadro di legalità in cui siamo delineati con
precisione i poteri, le responsabilità, le regole. Infine non si può prescindere da un genuino impegno da parte di
tutti gli attori coinvolti ad accettare i risultati che usciranno dalla urne.
A tre mesi dalle elezioni di tutto ciò non c'è traccia. Non è stato nemmeno raggiunto un accordo su quale sia la
base costituzionale per queste elezioni. Se si farà ricorso alla legislazione vigente o se sarà necessaria scrivere
quella Nuova Costituzione, il cui referendum continua ad essere rinviato. In questo infuocato contesto le
elezioni rischiano di approfondire, e non sanare, le già profonde divisioni tribali e claniche . Allora è legittimo
porsi una domanda. E se i violenti scontri di questi giorni a Tripoli fossero scaturiti anche da gruppi armati
contrari alle elezioni e timorosi di venire esclusi dal processo di transizione e dalla spartizione delle ricche
risorse nazionali?
Giusto, petrolio e gas. Non c'è ancora un'idea chiara su come saranno amministrate e distribuite le ricchissime
risorse energetiche dell'ex regno di Gheddafi. Non è un dettaglio. Ed il fatto che a Macron sfuggano questi …
dettagli ha un solo significato. Si tratta di un altro dilettante allo sbaraglio. Ormai in Italia siamo esperti di tali
campioni.

27 set. Le vicende politiche degli ultimi mesi in Somalia
                             Nuove criticità sono emerse nel rapporto tra il presidente Farmajo, quale vertice
                             dell’Autorità centrale federale, e gli Stati membri, apertamente in contrasto con la
                             sua politica estera.
                              Le tensioni accumulate negli ultimi mesi tra le Autorità federali di Mogadiscio e gli
                              Stati Membri Federali, causate dalla divisione interna al blocco sunnita nel Golfo
                              Persico (per un maggiore approfondimento, si rimanda a un precedente articolo), non
                              accennano a diminuire, anzi le parti in campo sono decise a portare avanti le
rispettive ragioni senza guardarsi indietro. Infatti, nel mese di aprile, il presidente Mohamed Abdullahi
Mohamed “Farmajo” ha voluto dare diversi segnali circa la propria capacità di tenere le redini del Paese. Il
primo ha avuto come destinatario Abu Dhabi: l’8 aprile alcuni membri delle forze di sicurezza governative
somale hanno temporaneamente bloccato a terra un aereo civile emiratino con a bordo 47 membri delle forze di
sicurezza e personale diplomatico, e poi hanno preso in custodia un’ingente somma di denaro, ben 9,5 milioni di
dollari, presenti a bordo del velivolo. A nulla è servita la giustificazione fornita dall’ambasciatore degli Emirati
Arabi Uniti, presente all’aeroporto Aden Adde di Mogadiscio, secondo cui i fondi erano destinati al pagamento
degli emolumenti di 2.407 soldati somali. La reazione della Monarchia del Golfo è arrivata a stretto giro di
posta: il 15 aprile il Ministero degli Affari Esteri di Abu Dhabi, con un comunicato ufficiale, ha chiuso tutti i
programmi di addestramento delle truppe somale in atto fin dal 2014. Inoltre, la struttura ospedaliera Sheikh
Zayed Hospital, fondata dagli Emirati a Mogadiscio e che fornisce prestazioni mediche gratuite alla popolazione
in difficoltà, ha sospeso qualsiasi attività fino a data da destinarsi.
Fuori Mogadiscio, però, la popolarità del Presidente è fortemente influenzata soprattutto a causa dei forti
contrasti in atto con gli Stati Federali, che continuano a incolparlo di non riuscire a proteggere la popolazione
dagli attacchi di Al-Shabaab e di aver preso posizione nella disputa tra Qatar, Emirati e Arabia Saudita in
maniera unilaterale, senza consultare gli Stati Federali. Questi aspetti hanno caratterizzato le tesi conclusive
dell’Inter State Cooperation Conference, evento giunto alla sua seconda edizione, che si è tenuto a Baidoa, dove
i Presidenti dei cinque Stati Federali – Puntland, Galmudug, HirShabelle, Southwest e Jubbaland – si sono
incontrati per discutere delle recenti problematiche sorte con il Governo centrale , in particolare in merito aòlle

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risorse emiratine che sono venute a mancare a seguito della scelta politica della presidenza ella
repubblica. Oltre alle sopraccitate motivazioni, i rapporti tra le rappresentanze degli Stati Regionali e
Mogadiscio non sono propriamente idilliaci, a causa, principalmente, delle pesanti interferenze nelle questioni
locali denunciate dai primi nei confronti dell’establishment governativo.
In conclusione, la frattura tra Governo centrale e Stati federali dovrà essere ricomposta per il bene del Paese,
anche se, date le ingenti influenze extra-nazionali alle quali sono soggette le parti, i tempi per la riconciliazione
potrebbero essere più lunghi del previsto. Un’ottima occasione per smentire tali timori potrebbe essere
rappresentata dal processo di revisione costituzionale indispensabile per le elezioni “one person one vote”
programmate per il 2020, con le due parti in causa che dovranno sedersi intorno a un tavolo e dialogare nel
breve periodo. A tal proposito potrebbe essere utile un intervento diplomatico dell’Italia, data la comprovata
neutralità nella questione e il rapporto di fiducia di cui gode con le Autorità somale.

27 set. Pace, stabilità e cooperazione in tutto il Corno d’Africa
La notizia dello scorso luglio della pace fra Eritrea ed Etiopia ha colto di sorpresa non solo gli osservatori
esterni e l’opinione pubblica internazionale, ma anche gli stessi eritrei ed etiopici. Come è noto, il governo
eritreo ha sempre mantenuto la posizione secondo la quale l’unica pace possibile sarebbe stata realizzabile
soltanto con la piena accettazione senza precondizioni da parte di Addis Abeba dei termini dell’Accordo di
Algeri del dicembre 2000 e della decisione della Commissione sui confini del 2002 istituita sulla base di
quell’Accordo.
Nel corso degli ultimi 18 anni, Meles Zenawi prima e Hailemariam Desalegn poi avevano sempre posto, come
precondizione, il “dialogo” alla decisione della Commissione che all’inizio era stata accettata e sottoscritta da
entrambe le parti come definitiva e vincolante, cioè come inappellabile, ma che Addis Abeba non aveva mai
voluto onorare innescando così uno situazione permanente di tensione e di “non pace, non guerra” che ha a
lungo caratterizzato i rapporti dei due Paesi.
L’atteggiamento e la politica dell’Etiopia sono cambiati con l’elezione del dottor Abiy Ahmed alla carica di
primo ministro. La sua coraggiosa accettazione senza precondizioni seguita da passi concreti a soli due mesi dal
suo insediamento e la pronta risposta del presidente Isaias Afwerki hanno reso possibile una pace che per due
decenni è sembrata impossibile. Tra i due Paesi è finalmente iniziata una stagione di pace, di reciproca fiducia e
di cooperazione che era mancata con Meles e Desalegni.
L’intesa tra i due leader e la normalizzazione dei rapporti tra l’Eritrea e l’Etiopia sta avendo effetti positivi su
tutto il Corno d’Africa. Tant’è vero che sono già stati coinvolti nel processo anche i leader della Somalia, del
Sud Sudan e di Djibouti.
Dopo la firma dell’accordo bilaterale del 9 luglio scorso, ad Asmara sono stati firmati importanti accordi di
amicizia e cooperazione bilaterali e trilaterali. Una delegazione tripartitica composta dai ministri degli esteri di
Eritrea, Etiopia e Somalia si è recata a Djibouti per coinvolgere anche quel Paese nel processo in atto. Eritrea e
Djibouti hanno deciso di porre fine pacificamente alla tensione durata dieci anni.
Nel Corno d’Africa si sta aprendo una stagione per lo sviluppo politico, socio-economico e culturale sostenibile
e, quindi, per l’integrazione regionale a beneficio di tutti i popoli dell’area accomunati non solo dalla posizione
geografica dei loro Paesi, ma anche dalle loro vicende storiche recenti e meno recenti, dalle similitudini
culturali e religiose nonché da interessi destino comuni.
Per quanto riguarda l’Eritrea e l’Etiopia, l’Accordo del 9 luglio è già in fase di attuazione: oltre ai
provvedimenti noti, il ritiro delle truppe e la rimozione delle barriere e dei posti di blocco lungo tutto il confine
e, quindi, la libera circolazione delle persone e delle merci, …. sono già una realtà. Inoltre, sono già al lavoro
 commissioni bilaterali e trilaterali (Eritrea-Etiopia-Somalia) con il compito di facilitare e accelerare il processo.
Secondo l’ambasciatore eritreo a Roma ora più che mai sarebbe opportuna una maggiore vicinanza dell’Italia
all’Eritrea così come agli altri paesi della regione, non solo per trovare insieme una soluzione alle note questioni
migratorie ma anche per le varie possibilità di cooperazione e sviluppo che si potrebbero generare.

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L’auspicio è che l’Europa, e in particolare un’Italia forte della sua conoscenza storica e della sua vicinanza ai
popoli della regione, possano svolgere un ruolo costruttivo mirante non soltanto al consolidamento del processo
di pacificazione appena iniziato, ma anche al sostegno di un processo di sviluppo sostenibile secondo una
strategia condivisa con i Governi della regione.

27 set. Etiopia: violenze ad Addis Abeba, bilancio sale 28 morti e 2.500 arresti
È di 28 morti il bilancio dei disordini scoppiati fra il 12 e il 17 settembre scorsi nella capitale etiope Addis
Abeba. Lo ha reso noto in conferenza stampa il commissario di polizia di Addis Abeba, Degfie Bedi, secondo
cui più di 2.500 persone sono state arrestate in relazione alle violenze, provocate da un gruppo organizzato di
dimostranti che hanno commesso una serie di omicidi e saccheggi in diverse aree della città, in particolare nel
sobborgo di Burayu, ad ovest di Addis Abeba. Il precedende bilancio era di 23 morti e oltre 200 arresti. In
risposta alle violenze, centinaia di persone sono scese in piazza nei giorni successivi contro quelli che il primo
ministro Abiy Ahmed ha definito degli “attacchi vili contro cittadini innocenti, che mettono in pericolo l’unità
del paese”. I dimostranti hanno accusato i gruppi giovanili della popolazione oromo di aver preso di mira altri
gruppi etnici del sud del paese che si sono stabiliti negli ultimi anni nella regione dell’Oromia.
Le violenze sono scoppiate in concomitanza con il ritorno in patria dei militanti del Fronte di liberazione oromo
(Olf), che il mese scorso ha firmato un accordo di riconciliazione con il governo etiope che prevede la
cessazione delle ostilità. In base all’accordo, firmato ad Asmara dal presidente dell'Olf, Dawd Ibsa, e dal
governatore dello stato regionale di Oromia, Lemma Megersa, il gruppo di opposizione ha accettato di
proseguire la sua attività politica in Etiopia attraverso mezzi pacifici, mentre le due parti hanno concordato
anche l’istituzione di un comitato congiunto per attuare l'accordo.
L’organizzazione non governativa Amnesty International ha condannato gli arresti di massa effettuati dalle
autorità etiopi in seguito alle violenze che hanno colpito la capitale etiope Addis Abeba, sostenendo che
“minacciano la nuova era” inaugurata dal primo ministro Abiy Ahmed. “Dopo aver fatto negli ultimi mesi un
encomiabile tentativo di svuotare le carceri del paese di detenuti arbitrari, le autorità etiopi non devono riempirle
nuovamente arrestando arbitrariamente e trattenendo cittadini senza alcuna accusa. Secondo il direttore di
Amnesty per l'Africa orientale, il Corno d’Africa e i Grandi laghi, Joan Nyanyuki. “La maggior parte delle
persone sono state arrestate per reati percepiti che non sono riconosciuti reati secondo il diritto internazionale,
come fumare narghilè o consumare khat. Le persone arrestate per aver partecipato a proteste nei recenti scontri
etnici devono essere rilasciate immediatamente e incondizionatamente”, ha aggiunto Nyanyuki, rinnovando
l’appello al governo di Addis Abeba perché riaffermi il suo impegno per una “nuova era” di rispetto e difesa dei
diritti umani.

27 set. Tunisia. Cresce la presenza militare USA e aumentano le proteste
Gli Stati Uniti starebbero espandendo il proprio
ruolo nelle operazioni della Tunisia contro i
militanti islamici nei pressi dei confini occidentali
del paese, scatenando pesanti polemiche politiche
nello stato nordafricano.
Il National Interest all’inizio di settembre riportava
una notizia di un sito di veterani Usa, Task &
Purpose, che membri del Corpo dei Marines Usa
erano stati coinvolti in una battaglia nel 2017 in un
paese nordafricano, non nominandolo, combattendo
con forze partner contro militanti di al-Qaeda; per
la rivista la nazione potrebbe essere la Tunisia,
perché gli eventi citati in una serie di motivazioni di

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