Verso un nuovo assetto finanziario mondiale: G8 di Genova e prospettive italiane

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Trascrizione degli interventi a cura della redazione di Volontari e Terzo Mondo
                                    Si ringrazia per la collaborazione Nataniele Gennari

                    Verso un nuovo assetto finanziario mondiale:
                        G8 di Genova e prospettive italiane
                                       Atti del Seminario della
                Scuola di Politica Internazionale Cooperazione e Sviluppo (SPICeS)

                                                 Roma, 4 aprile 2001

         DR. ALBERTO BOBBIO 1

          Buonasera a tutti. Iniziamo questa tavola rotonda in vista dell’appuntamento del G8 di
     Genova. Questo Paese lo affronterà e uno dei tanti temi interessanti riguarderà proprio le
     prospettive italiane. Io sono Alberto Bobbio, faccio il giornalista, sono inviato speciale di
     Famiglia Cristiana da diversi anni. Mi occupo di giornali internazionali soprattutto nelle zone del
     Sud del mondo anche se a volte il Sud del mondo sta nella parte Nord del mondo, qui, vicino a
     casa nostra, basta pensare ai Balcani. Devo fare una piccola introduzione, perché così mi è stato
     chiesto, e poi darò la parola agli interlocutori di questa tavola rotonda che vi diranno che cosa
     l’Italia sta facendo, quali sono le prospettive in vista del G8 sul tema dell’assetto finanziario
     mondiale. Soprattutto sul ruolo che avranno, o che speriamo abbiano, anche i Paesi più poveri del
     mondo.

         Volevo iniziare ritornando ai fatti di oggi: la tensione tra gli Stati Uniti e la Cina, la
     depressione dell’industria tecnologica soprattutto negli Stati Uniti, ma anche in Europa, la fine
     dell’illusione della crescita europea. Forse bastano queste tre notizie per introdurre il tema di
     stasera. Forse è anche necessario capire se la solidarietà internazionale può essere un modo per
     impostare una politica estera tra gli Stati e come può esserlo.

         So che quanto è stato fatto in questa scuola ha nella Dottrina sociale della Chiesa uno dei
     riferimenti fondamentali. Eppure, spesso, il ruolo della Chiesa nei linguaggi internazionali è
     ammesso soltanto in quanto “barelliera” della storia. Finché la Chiesa e i cristiani si occupano di
     centri di accoglienza, finché stemperano, senza nulla chiedere, il razzismo che è diffuso nel
     mondo, la Chiesa resta intoccabile. Se invece la Chiesa rivolge una critica radicale a questo
     ennesimo e buonista processo di pace, e tenta in qualche modo di frenarlo attraverso processi di
     globalizzazione dell’economia e del mercato del lavoro più complessi, viene subito messa a
     tacere con l’accusa di stare con la destra oppure con la sinistra. All’inizio la prospettiva terzo-
     mondista era un’ipotesi di uscita di questo tipo, una delle ipotesi, e era in qualche modo anche un
     progetto ambizioso. E’ stato molto difficile però provare a controllarlo. Per un po’ si è pensato
     che fosse sufficiente rovesciare la storia mettendo i neri al posto dei bianchi. Poi si è capito che
     non sono le proprietà terriere né il conto in banca a comandare in fasi del genere. Il nodo vero è
     tra chi viene messo fuori dall’ordine mondiale e chi invece resta dentro. Ma a onor del vero
     questo importa a meno dello 0,0 percento della popolazione elettiva mondiale. Allora mi pare di
     capire come mai i giornalisti che fanno il mio mestiere si imbattono in quegli uomini al di fuori
1
    Dr. Alberto Bobbio, inviato di Famiglia Cristiana, moderatore del Seminario
del processo economico. Sono uomini che ogni tanto si imbattono anche nel dolore. Dolore che
     bolle alla finestra chiamata dalle Nazioni Unite Unimix, una sorta di pappone iper-protetto che
     ovviamente ha tutte le garanzie. Ma questi uomini non entrano nei processi economici del
     mondo, non entrano negli scenari che qualcun altro sostiene. Non è facile spiegare gli scenari, i
     giornali chiedono sempre le storie di questi uomini, non chiedono mai di spiegare che cosa c’è
     dietro, quali sono le ragioni. La geopolitica è una scienza fredda di reportage e scompare sempre
     più dai giornali, almeno dai giornali italiani.

         Voglio fare soltanto due esempi di questi giorni. Uno è la crisi Macedone. Sui giornali italiani
     si è raccontata la crisi macedone soltanto come un fatto militare, sono state descritte le bombe
     che cadevano sulle colline a Tetovo. Ma si è tralasciato di esaminare il contesto, i problemi
     dell’area, le questioni politico-economiche, le legislazioni selvagge fatte dal Governo macedone
     che hanno contribuito a portare il Paese sull’orlo di questa crisi. Paese, la Macedonia, che è stato
     saccheggiato negli ultimi due anni dalla sua stessa classe politica.

         Il secondo esempio molto facile è la questione delle statue distrutte dai Talebani. E’ diventata
     una questione di grande risonanza culturale e non c’è nessuno che si sia ricordato che proprio
     nella zona delle statue ci sono migliaia e migliaia di persone ammassate in campi profughi.
     Campi profughi riempiti da quando i Talebani hanno messo le proprie mani nel Governo.
     Nessuno ha raccontato e nessuno racconta da tempo questa sorta di rosario del dolore. Qual è il
     ruolo di questo avversario e degli altri avversari nei nostri confronti all’interno del nuovo ordine
     mondiale? Forse nessuno, perché queste persone che fanno avanti e indietro col loro Unimix per
     ritornare indietro nel tempo non rientrano nelle scelte cruciali per il futuro mondiale. Sono delle
     piccole provocazioni che io comincio a rivolgere soprattutto in prima istanza al Ministro
     Francesco Olivieri che per conto dell’attuale Governo italiano sta preparando il G8.
     Probabilmente in questa serie di incontri il tema della solidarietà internazionale avrà il suo
     spazio.

         MIN. FRANCESCO OLIVIERI 2

         La ringrazio per la presentazione. La ringrazio anche per aver voluto inquadrare i temi in un
     panorama abbastanza vasto che è effettivamente quello dal quale dobbiamo partire. Non c’è
     dubbio che chi si prepara a gestire un processo come quello del G8 trova un primo ostacolo nel
     capire quale effettivamente può essere l’obiettivo che si pone un evento di questo genere. Il G8 è
     un gruppo di leader politici di alcuni Paesi che per il peso della loro economia e l’autorevolezza
     che deriva dalla loro unità economica si trovano a essere investiti di responsabilità e di autorità
     superiore a quella degli altri Paesi. Paesi che cercano di far fronte a queste responsabilità
     attraverso delle riunioni annuali nel corso delle quali esaminano determinati argomenti
     riconosciuti come argomenti globali di crisi, per arrivare a delle conclusioni che poi possono
     orientare il comportamento delle rispettive amministrazioni. Questo sistema macchinoso è
     importante perché è quanto abbiamo di più simile a una progettazione globale su come
     ricomporre le grandi crisi del mondo. Alcune delle tematiche che il G8 si trova a dover affrontare
     sono automatiche. Si inizia sempre con un’analisi della situazione economica mondiale così
     come ha fatto il moderatore pochi minuti fa, quando è partito dalla descrizione dello sfondo
     economico nel quale ci stiamo trovando. La stessa cosa avverrà a Genova. La prima
     constatazione che faranno i Capi di Stato e di Governo dei Paesi sarà quella di prendere atto nel
     dibattito che la situazione economica, le prospettive economiche del momento non sono quelle
2
    Min. Francesco Olivieri, Sherpa italiano, Presidenza G8
che abbiamo conosciuto alcuni anni fa: sono cambiate e ne discenderanno delle conseguenze.
Discenderanno innanzitutto delle conseguenze di politica economica. I messaggi che usciranno
da questo incontro sono interessanti per il mercato, sono interessanti per il sistema finanziario
nazionale, quindi sono, se vogliamo, un aspetto di autogoverno.

    Un secondo punto sul quale il dibattito si dirigerà è quello designato sotto il cartello generale
della solidarietà internazionale. Premetto che quando si parla di solidarietà internazionale
concordo sul fatto che sia una lobby, ma una lobby tale da comprendere una serie molto ampia e
molto importante di argomenti. La bandiera sotto la quale è dato incamminarci e che ci porterà
fino al vertice di Genova è sicuramente questa, ma è anche qualche cosa di lievemente diverso,
per alcuni aspetti particolari.

     A Genova abbiamo intenzione di mettere sul tavolo il problema centrale della lotta contro la
povertà. E’ un problema tutt’altro che nuovo, è un problema per il quale ci stiamo battendo da
molti anni e che sarà affrontato grazie agli impegni del passato. Come sapete a Colonia e
Okinawa si è lavorato su questo intento. Vogliamo cercare di portare avanti, a Genova, i risultati
più utili possibili. L’accordo già esiste sul punto e sono stati inseriti, per quanto possibile, i
massimi diritti. Vogliamo anche pensare a quello che dobbiamo imbastire per amplificare questi
risultati ed estenderli ad altre zone della produttività, in relazione ai Paesi in via di sviluppo. La
tematica del rapporto con i Paesi in via di sviluppo, nell’ottica della riduzione della povertà,
diventa così uno dei punti principali. Abbiamo pensato anche di dare una organizzazione
particolare a questo discorso perché esistono numerosi accordi internazionali in questo campo. Ci
sono continuamente degli incontri sia bilaterali che multilaterali. Abbiamo pensato di puntare i
riflettori su qualche cosa che, come europei e anche come italiani, ci tocca molto più da vicino.
Per questo avremmo pensato che debba essere data una attenzione particolare al discorso sui
Pigmei nell’ambito del G8 di Genova. All’interno del discorso Corno d’Africa e Sud Africa noi
pensiamo anche che sia importante dare una priorità, senza escludere nessuno degli altri temi che
sono tutti di estrema importanza, al tema della malattia che adesso è un grosso argomento,
considerati i temi di questo scenario.

    Dicevo ciò in riferimento alla scelta del meccanismo di organizzazione di parte che
costituisce una importante chiave di comportamento per i governi dei Paesi che hanno la fortuna
di avere risorse e possibilità. Si tratta inoltre, per Paesi come il nostro e per un continente come il
nostro, di un problema che va al di là della solidarietà e che interessa la necessità di affrontare
una crisi di carattere globale, di una dimensione tale da poter fare appello non solo al sentimento
umano di mutuo aiuto, ma anche al sentimento di comunanza di vita del pianeta; per riparare a
quello che è molto spesso un degrado della struttura attuale, un degrado della struttura della vita
organizzata che mette a rischio la possibilità di fare qualunque altro discorso benefico di sviluppo
sulla struttura della popolazione mondiale.

     Insisto su questo argomento perché credo che sia uno dei punti sui quali è giusto intrattenersi
con i rappresentanti della società civile, cui potranno avvicinarsi le vedute dei gruppi di
volontariato. Uno degli argomenti che abbiamo cercato di costruire nel corso della nostra
Presidenza, che vogliamo portare all’incontro e lasciare come riferimento di eredità anche alle
Presidenze future è che il G8 deve un po’ uscire dall’ambito, quanto meno mentale, del gruppo
ristretto di persone che sono normalmente molto lontane dalla flessibilità. Pensiamo che sia
importante accettare il dialogo nella misura in cui i semiologi della Chiesa, cioè i preti, ci
daranno una mano nel raggiungere, a diverse tappe, la società civile in Italia, nel resto del mondo
e particolarmente in quel resto del mondo che è il mondo dei Paesi del Sud.
Io ho vissuto il terrore nei Paesi balcanici. Prima ascoltavo il quadro sulla Macedonia con un
certo grado di partecipazione personale. Ho avuto maniera di vedere la differenza che fanno sul
terreno le Organizzazioni Non Governative (ONG). Senza voler usare un’enfasi eccessiva, però
posso dire per esperienza diretta che i governi democratici che stanno nascendo nei Balcani - in
Croazia, in Montenegro e in Serbia - non sarebbero al loro posto se non fosse stato per la
presenza nella nazione di quelle ONG che hanno costretto i governi precedenti a seguire dei
processi elettorali più trasparenti. Quindi quello che dobbiamo cogliere è l’importanza di questo
elemento come elemento di confronto sulle politiche del dialogo, sulle idee, ma anche come
elemento di reazione nell’ambito dei Paesi con i quali manteniamo un dialogo a livello
governativo. Mi spiego meglio. Se noi dobbiamo dare al G8 un contenuto importante nella
materia relativa alla risoluzione dei problemi della lotta contro la povertà, non possiamo farlo
nell’ambito di una “corte bulgara” per mezzo della quale decidiamo quello che va visto e quello
che deve essere fatto. Dobbiamo farlo ascoltando e lavorando, con il contributo di tutti i Paesi.
Qui abbiamo uno scambio di vedute da poter compiere con i Paesi, in particolare africani, sulla
maniera di portare avanti un’opera di collaborazione. E’ una maniera per noi di mobilitare
risorse, e per questi Paesi e per noi insieme di utilizzarle al meglio. Uno dei riferimenti importanti
in quest’opera sarà certamente quello di favorire la creazione e l’affermazione di ONG all’interno
dei Paesi in via di sviluppo con cui lavoriamo. Vogliamo augurarci che tale processo si sviluppi
in modo da appartenere a questi Paesi, che venga capito e che vi partecipi la loro società civile. E
questo è un lavoro che i governi dei Paesi sanno fare bene, è un lavoro che sanno fare bene le
ONG. L’ho visto accadere con successo nei Paesi in cui sono stato e forse su questo sarebbe
interessante avere uno scambio di vedute.

    Gli altri punti sicuramente al centro del dialogo di Genova saranno i problemi del commercio
internazionale e quelli dello sviluppo ambientale, dello sviluppo sostenibile e dell’ambiente
naturale. Oggi ci troviamo in un momento in cui le politiche che sono sostenute dall’opinione
pubblica dei diversi Paesi che partecipano al G8 tendono a essere più sensibili di quanto non
siano le politiche per lo sviluppo dei rispettivi governi. Penso che avremo parecchio da lavorare.
Soprattutto penso ai nostri amici d’oltre oceano, americani, ma non solo. Si dovranno portare
avanti delle riflessioni che ancora non sono chiaramente iniziate. L’Europa ha una percezione di
questa problematica che è molto sviluppata e che è, credo, fortemente condivisa anche a livello
governativo. Altrove questa percezione non è sentita. Penso che le cose stiano cambiando. Non
so quanto stiano cambiando in realtà. Certamente la necessità di portare il piano a un punto di
convergenza dal quale poi possa venire fuori un’azione comune non sarà soddisfatta facilmente.
Sarà molto difficile riuscire a trovare dei punti d’intesa, però questa è l’ambizione, ce l’abbiamo
e dovremo cercare di portarla avanti nei prossimi mesi.

    Un punto ultimo è quello che riguarda un terzo grande bisogno di riflessione: la governance
globale. Il G8 è un processo informale. Non esiste un segretariato, un ministero del G8 o uno
Stato dove si riunisca. E’ semplicemente un incontro. Sono delle persone che si riuniscono e che
sono i rappresentanti di Governo. Ora se ripensiamo alla situazione di venticinque - ventisei anni
fa, quando il processo era in atto, lo scopo che ci si proponeva era molto limitato e circoscritto a
una situazione che esisteva allora. Se lo affrontiamo con la percezione di oggi vediamo che c’è la
tendenza a attribuire a questo procedimento responsabilità molto maggiori di quelle che aveva
venticinque - ventisei anni fa. Non esisteva una lista così lunga di argomenti percepiti come
argomenti globali. Gli originari partecipanti al G7 erano persuasi di dover parlare essenzialmente
del prezzo del petrolio, di alcune considerazioni di macroeconomia e soprattutto della
respirabilità dell’aria. Oggi abbiamo parlato di solidarietà, dei popoli del Terzo Mondo. A
Genova si parlerà anche di ambiente, di economia e di altre cose che vengono percepite come
argomenti di importanza globale. Rappresentino o no un argomento che nasce da un’elaborazione
dei partiti, sono però gli argomenti che accomunano i Paesi partecipanti a un livello maggiore che
in passato. Quindi occorre pensare come questa responsabilità possa essere sradicata. Allora la
     tendenza generale potrebbe essere quella di dire: manteniamoci al tipo di consultazione che ha
     dato origine a questa maniera di lavorare, manteniamo il massimo dell’informalità, manteniamoci
     lontani da tutto. Poi ognuno torna a casa e istruisce la propria amministrazione in maniera
     coerente con quello che ha sentito e con quello che ha detto durante queste riunioni.

          Come presidenza italiana riteniamo che questo sia sbagliato e che non possa portare a nulla di
     positivo. Abbiamo impostato fin qui la nostra azione in maniera completamente diversa.
     Abbiamo cioè cominciato a cercare un dialogo con le ONG, con coloro che rappresentano le
     istituzioni internazionali diverse dai governi e abbiamo cercato di stabilire un dialogo anche con i
     governi che non fanno parte del G8. E’ stato interessante farlo perché a un certo punto i governi
     africani si sono fatti avanti sostenendo l’importanza del dialogo con noi, non solo riguardo ai
     problemi di un Paese in particolare, ma anche riguardo ai problemi del continente in cui il singolo
     Paese si trova. Un certo numero di Paesi africani sta cominciando ora a prendere un
     atteggiamento attivo con un’azione comune di posizioni che va al di là di quella che è stata la
     posizione tenuta nei poli internazionali ai quali partecipiamo tutti insieme: l’Europa in relazione
     al dialogo all’interno della Convenzione di Lomé, o al dialogo all’interno dell’ONU ecc.

         C’è ora la percezione caratterizzata da un desiderio di assumere maggiore responsabilità,
     maggiore coscienza dell’urgenza di lavorare insieme, tra governi africani, per affrontare i
     problemi. E credo che questo sia un fatto molto positivo. Se su queste basi riusciremo a imbastire
     l’opera di coordinamento, di lavoro comune, penso che avremo in attivo un successo importante.
     Perché sarà un elemento diverso rispetto alle maniera di lavorare del passato. Non so se ci
     riusciremo, rimane uno degli obiettivi della nostra presidenza. Mancano ancora due mesi di
     lavoro mancano per far convergere tutto in questo senso. Così come cercheremo di ricollegare al
     nostro scopo tutto il dialogo che abbiamo avviato con gli interlocutori che non sono governi, e
     che hanno già contribuito con stimoli abbastanza potenti, qualche volta anche un po’ energici, ma
     sempre caratterizzati da elementi positivi.

          DR. ALBERTO BOBBIO

         Proprio ieri riflettevamo su questo fatto, che il G8 non deve essere o diventare il Grande
     Fratello che controlla di nascosto l’economia mondiale. A questo punto vorrei dare la parola al
     Dr. Lorenzo Bini Smaghi che è colui che si occupa dei rapporti finanziari internazionali per il
     Ministero del Tesoro perché ci spieghi in maniera anche un po’ più tecnica, in vista del G8, quali
     sono gli obiettivi, le caratteristiche dell’iniziativa italiana. Tenendo conto anche dei rapporti con i
     grandi distributori finanziari come, per esempio, la Banca Mondiale (BM) e il Fondo Monetario
     Internazionale (FMI) e il ruolo che questi, a volte vituperati organismi, hanno sul tema della
     solidarietà internazionale, soprattutto nelle politiche di sviluppo dei Paesi più poveri.

          DR. LORENZO BINI SMAGHI 3

         Grazie. Va subito detto che il Ministero del Tesoro è azionista del FMI e della BM. Fa parte
     delle responsabilità e quindi delle attività delle due istituzioni assicurarsi che ogni giorno, quando
3
    Dirigente Generale, Direzione III Rapporti Finanziari Internazionali del Ministero del Tesoro, Sotto sherpa italiano
alla “corte” di queste vengono prese serie di decisioni, l’Italia vi partecipi. Come vedete è un
lavoro molto difficile perché questo concetto di giustizia non è solo di giustizia sociale, ma
riguarda l’impegno del Governo in organismi che sono fondamentali per il buon funzionamento
dell’economia mondiale affinché rispondano a certe regole e a certi principi, che sono supportati
da tutti. Oltretutto decidiamo il regime interno per gli altri 180 Paesi: se approvare o meno un
progetto in questo o quell’altro Paese, se approvare un finanziamento o meno, se prevedere
condizioni. E tutto questo per cercare di raggiungere le finalità che queste due istituzioni hanno.
Il FMI ha la finalità di assicurare la stabilità finanziaria, la BM di promuovere la lotta alla
povertà. Naturalmente, come tutte le istituzioni, non sono perfette. Credo che nessuna altra
istituzione, come il FMI e la BM, abbia sottoposto la sua azione a critica interna e esterna e a
valutazioni esterne e interne. Credo che nessun altra organizzazione governativa,
intergovernativa, internazionale si sia sottoposta a questo processo di critica continuo. Perché è il
compito istituzionale si è visto, e arrivare a prendere delle decisioni è molto difficile. Perché le
risorse sono molto limitate, perché si deve rispondere al contribuente e ai cittadini dei propri
Paesi, perché alcune decisioni possono sembrare giuste oggi, ma risultare sbagliate domani.
L’esperienza di tutti questi anni purtroppo insegna che ben spesso decisioni prese, come quelle
giuste a favore in particolare di alcuni Paesi, oggi si sono rivelate sbagliate e hanno generato
comportamenti in senso contrario. Pensavo all’iniziativa di un assistenzialismo da parte delle
Istituzioni Finanziarie Internazionali che poi ha prodotto reazioni opposte. Dunque valutare
l’adeguatezza di una decisione, di un programma in un dato momento del tempo è una cosa molto
difficile perché bisogna assumere temporaneamente una direzione unitaria.

     Ora io, come Olivieri, posso stare tranquillo nel senso che per i Ministri delle Finanze il G8 è
una cosa molto concreta. Noi insieme facciamo circa il 50% dei voti dell’apparato del “buon
governo”. Come vedete non sono affetto da buonismo, dico le cose come stanno. E dunque per
noi è una specie di lobby. Il G8 è una delle lobby e ce ne sono altre. C’è la lobby europea, che
purtroppo è molto debole, e ci sono altre lobby in Paesi più poveri. Quella del G8 è solo una delle
tante che però si è posta una serie di problemi perché insieme rappresenta circa i 2/3
dell’economia mondiale: i principali Paesi industrializzati si sono quindi posti di fronte alle loro
responsabilità nei confronti di chi detiene di meno, con lo scopo di assicurare che queste
istituzioni, svincolate dalle grinfie del G7, lavorassero sempre meglio, uniformandosi e
adeguandosi alle esigenze dei tempi. In sintesi questo vuol dire che ogni anno è l’occasione per
fare il bilancio di quello che è successo in precedenza. Vuol dire, per esempio, dopo la crisi
asiatica del 1998, accorgersi che forse il FMI non dedicava abbastanza risorse alla prevenzione
delle crisi. Vuol dire che certe politiche incoraggiate dal FMI andavano riequilibrate. Soprattutto
nel senso che è stato spesso dimenticato, dal FMI, di guardare alle strutture finanziarie interne dei
Paesi. Sono state favorite le politiche macro/economiche di agevolazione, senza tenere conto
della struttura finanziaria che non era adeguata. Questo errore non è stato causato solo dal FMI, la
storia del FMI parla di 182 Paesi. Non è un errore fatto dall’Italia, ma fatto da 182 Paesi, da molti
dei Paesi emergenti, quelli che si stavano aprendo maggiormente al mercato internazionale negli
anni ’80 e ’90. Molti di questi Paesi preferivano non ricevere dal FMI consigli, opinioni, idee,
vincoli dal punto di vista delle politiche interne. Quello che successe fu che di fronte a turbolenze
finanziarie, in qualche mercato delicato, vivendo su un precedente sempre più degradato dal
punto di vista dell’allocazione delle risorse finanziarie, come nel caso del Cile, il sistema
finanziario è crollato. Tra l’altro è una cosa che sta succedendo ora in Turchia. Il mondo in realtà
si evolve, ma tende anche a ripetere alcuni errori. Da anni, andando in Turchia, il FMI diceva di
fare attenzione a un sistema bancario che stava crollando, che era corrotto e che non aveva
trasparenza. E’ successo quello che si temeva e il FMI deve ora erogare finanziamenti, chiedendo
in contropartita al Governo turco di risanare il sistema finanziario. Questo risanamento comporta
una serie di misure di finanza pubblica rigorose. E’ chiaro che la gente scende in piazza e protesta
contro il FMI. Sono cose che capitano, però se si sapesse veramente quello che succede! Questo
rende difficile la vita a chi come il sottoscritto poi si ritrova a volte a dover decidere
sull’integrazione di pacchetti finanziari con le risorse che il contribuente genera per sostenere
economie che non sempre hanno mosso i propri passi nel senso giusto. Dunque bisogna un po’
anche cautelarsi. Nel senso che le decisioni che noi prendiamo sono decisioni difficili. E lo stesso
vale per la BM. A volte decidiamo di votare a favore o contro dei progetti che, per esempio, a
nostro avviso prospettano alcuni criteri e dati, sapendo che in altri casi sono stati votati da
centinaia e centinaia di persone. Ogni giorno c’è un’importante decisione da prendere e ogni
volta applichiamo criteri nostri, occidentali, di rispetto dell’ambiente e delle ragioni morali.

    Lo scopo del G7 è quello di cercare di rendere il FMI e la BM in particolare, adeguati al
lavoro che fanno, e di prendere lezione dagli errori che hanno fatto. Ho parlato prima della crisi
del ’98. Lo sforzo del G7 di Colonia è stato quello di dare maggiore importanza alla remissione
del debito nell’azione mondiale, per evitare lo spiacevole spettacolo di Paesi che a volte hanno
impedito un intervento di tutela della propria politica, sviluppando una serie di ipotesi
internazionali utili per costruire i sistemi finanziari. Su questo punto si sono fatti molti progressi.
Naturalmente la conduzione di queste ipotesi, la riforma dei sistemi finanziari, l’adeguamento
delle strutture è tutto un processo volontario. Però un numero crescente di Paesi si sta
sottoponendo al regime del FMI tenendo conto di quanto cresce l’economia reale, e sto parlando
di Paesi emergenti come la Corea, la Turchia, il Brasile. Perché nella lotta alla povertà,
soprattutto nei Paesi a medio reddito, è fondamentale assicurarsi che questi si proteggano dalle
crisi finanziarie.

    L’Italia a Genova porterà una grossa novità. Si comincerà a affrontare il discorso di aiutare i
Paesi che desiderano tornare ad aprirsi al sistema monetario internazionale a farlo in modo
graduale. Prima dando direttive ai governi e assicurando che si dia priorità alla formazione di
capitale di risparmio nel Paese per creare garanzie, nel caso in cui ci siano crisi finanziarie, e solo
in ultima fase invece aiutando il Governo. Dunque, da un lato, indicare al Paese quelli che sono
settori dove è necessario un rafforzamento del sistema finanziario interno, dall’altro aiutare il
Paese a ritornare a aprirsi in modo graduale.

     Per quel che riguarda invece i dati di sviluppo, la BM, la Banca regionale per lo sviluppo e la
lotta alla povertà, si è avviata questa riflessione che dovrebbe concludersi con il G8 italiano per
riformarne la struttura. Il programma è pronto. Innanzitutto concentrarsi sulla lotta alla povertà
utilizzando strumenti più efficaci. Strumenti che riguardano sia progetti specifici sia quelli che si
chiamano i Public Use. Poi assicurare un coordinamento più efficace tra i programmi di sviluppo,
BM e Banca regionale per favorire la crescita nei Paesi di una classe dirigente sempre più capace
di gestire i processi di sviluppo. Tutto questo sempre per quello scopo fondamentale che si
chiama in inglese moveship, cioè l’impulso a iniziare un’attività per esteso. Se non c’è la volontà
di sottoporsi a questi programmi di sviluppo, è inutile che la BM sprechi milioni per questo.
Questa è una delle priorità sulle quali la BM sta lavorando. L’altro elemento importante sul quale
il G8 vorrebbe che le parti si concentrassero di più è lo sviluppo del settore privato nei Paesi, cioè
lo sviluppo dell’imprenditoria, della piccola e media impresa. Perché senza il settore privato lo
sviluppo non può avere una crescita sostenibile. Lo consideriamo un approccio
micro/capitalistico alla crescita. Del resto è proprio l’esperienza a dimostrare che senza lo
sviluppo dell’impresa privata non c’è crescita sostenibile. Col documento dei Ministri del Tesoro
dato ai Capi di Stato vorremmo aprire la via per iniziare una riforma del FMI e della BM. Si tratta
comunque di riforme che procedono lentamente e che per essere portate a termine necessitano di
un lungo periodo.

   Al G8 di Genova sarà presentata l’iniziativa italiana “Oltre la cancellazione del debito”
[documento pubblicato sul presente numero di “Volontari e Terzo Mondo”, NdR], con cui il
nostro Paese prenderà posizione in favore della cancellazione del debito bilaterale. Sono già stati
prodotti una legge e un regolamento che consentono all’Italia di cancellare il 100% dei debiti dei
Paesi più poveri. Non solo quelli che hanno un debito insostenibile, ma anche quelli che hanno un
debito sostenibile. Per essere precisi va specificato che esistono due tipi di debiti. Quelli
bilaterali, che i Paesi poveri hanno nei confronti di altri Paesi, e quelli contratti nei confronti delle
organizzazioni internazionali, principalmente la BM e il FMI. Nel secondo caso si tratta quindi di
debiti assunti insieme a altri 182 Paesi. La cancellazione dei debiti verso le organizzazioni
internazionali, iniziata a Colonia due anni fa, sarà limitata a quelli considerati insostenibili cioè
“non ripagabili” da parte di 42 Paesi considerati “falliti”. Però è stata mantenuta la parte di debito
dei Paesi in grado di poterla ripagare. L’Italia va al G8 per proporre qualcosa e per ottenere un
consenso. E per chi avanza proposte è importante e utile far in modo che queste contengano un
minimo di realismo perché vengano prese in considerazione. La nostra proposta guarda
soprattutto a altre politiche piuttosto che alla cancellazione del debito. Innanzitutto cercheremo di
ottenere l’abolizione totale delle barriere tariffarie alle esportazioni dai Paesi più poveri ai Paesi
ricchi. Questa proposta è stata accettata dalla Comunità Europea. Era scandaloso che i Paesi
ricchi avessero delle barriere alle esportazioni dei Paesi più poveri su prodotti come riso, banane
e zucchero. In tal modo ai Paesi produttori sarà permesso di esportare più agevolmente. L’altro
tipo di soluzione è quello di facilitare la creazione in questi Paesi di un ambiente favorevole per
attirare capitale privato. Perché, senza iniziativa privata, non può esserci sviluppo. Dato che in
molti dei Paesi più poveri mancano le risorse finanziarie, è necessario in parte attirarle
dall’estero. Solo che per attirare queste risorse, per attirare imprenditori e tecnologia, è
importante che ci siano un minimo di condizioni che però sono molto difficili da realizzare. C’è
bisogno dei servizi, del know-how, di assistenza tecnica e di alcuni elementi istituzionali giuridici
indispensabili per sviluppare un’economia di mercato. Come del resto è stato per il processo di
transizione delle economie socialiste. E’ necessario formare dei giudici, formare dei contabili,
attivando processi riformatori di lungo periodo che sono fondamentali per cominciare a
sviluppare una crescita in modo corretto. L’ultimo aspetto consiste nel concentrare gli aiuti in una
fase in cui gli obiettivi internazionali allo sviluppo concordati cinque anni fa, e cioè la sanità e
l’istruzione, diventano una priorità per tutti perché siamo molto indietro e ogni anno che passa
questo impegno internazionale si sta riducendo. Vogliamo puntare la nostra azione su questi
obiettivi e cercare di fare degli sforzi aggiuntivi. Il che diventa realistico nel momento in cui si
dichiara l’importanza di questi obiettivi, di voler creare un mercato finanziario e stanziare fondi
per istruzione e sanità. E’ invece demagogico per certi versi, perché in realtà si tratta di problemi
molto più complessi come la malnutrizione e l’analfabetismo. Il processo di lotta a volte tende a
semplificare per ottenere risultati concreti. E le nostre proposte concrete, con contributi anche
privati, riguardano proprio lo sviluppo di sistemi sanitari nazionali e la diffusione di vaccini
contro le malattie che attualmente stanno devastando le popolazioni più povere.

    DR. ALBERTO BOBBIO

     Ringrazio il Dr. Bini Smaghi per la franchezza e il non buonismo – fattore, il buonismo, che è
sempre deleterio - con cui ha spiegato alcuni punti sui quali c’è un dibattito aperto. In proposito
ascolteremo ora Riccardo Moro che è anche lui un economista e un esperto sul debito mondiale.
Forse a lui possiamo chiedere una valutazione non solo dal punto di vista tecnico/economico
delle proposte fatte in merito alla riduzione del debito, ma anche una valutazione di carattere più
critico perché i numeri per alcuni Paesi indicano che ci sono dei problemi come corruzione,
istruzione, sanità.
DR. RICCARDO MORO 4

         Mi ero preparato due note che avevano una sfumatura un po’ diversa rispetto a quella che mi
    ha chiesto Alberto Bobbio, ma proverò a rispondere lo stesso. Inizio però da un ringraziamento
    che, sul piano personale, devo a Lorenzo Bini Smaghi e a Francesco Olivieri per essere stati oggi
    qui con noi. Qualcuno avrà letto nel cartoncino queste parole che potrebbero far sorridere: Sherpa
    e sottosherpa. Gli sherpa sono i portatori himalayani, quelli che portano i carichi per consentire a
    tutti di ascendere in alto e raggiungere la cima della montagna. In modo particolare per consentire
    alla guida di raggiungere la vetta e poi dare il proprio nome alla punta o rilasciare interviste per
    dire come è stata bella l’esperienza. Ma senza gli sherpa non sarebbe stato così facile. Allora gli
    sherpa sono quelli che preparano il lavoro perché i Capi di Stato e di Governo, invece dei
    Ministri finanziari, raggiungano nella riunione del G7 e del G8 gli accordi e sottoscrivano i
    documenti che poi vengono presentati, discussi, criticati o apprezzati a seconda del caso. Per cui
    le due persone che sono state con noi oggi stanno costruendo il cammino di preparazione per il
    vertice di Genova e definendo la posizione italiana in quel contesto. L’occasione di uno scambio
    di idee abbastanza franco è quindi molto gradita e molto apprezzata, anche al di fuori dei corridoi
    in un modo un po’ più aperto, in questo caso con gli studenti della SPICeS.

        In effetti la questione che a me piace sottolineare è davvero quella che mi proponeva Alberto
    Bobbio. Lorenzo Bini Smaghi ogni tanto si lamenta che le ONG criticano sempre e che,
    qualunque proposta il Ministero faccia noi siamo lì a dire che non va bene. L’Italia ha
    predisposto un documento, che in inglese si intitola Beyond Debt Relief, per immaginare un
    percorso di sviluppo che vada oltre la semplice dimensione della remissione del debito.
    L’abbiamo criticato perché, se si dice “Oltre il debito”, si sta cercando di dare il messaggio
    secondo cui la questione del debito è risolta. Il debito non è affatto risolto e così facendo, in
    fondo viene proposta solo una mistificazione. E’ chiaro che la questione coinvolge due poli
    diversi: noi ci troviamo dalla parte di quelli che protestano, perché quanto ottenuto non è ancora
    abbastanza; gli sherpa sono dalla parte di quelli che cercano di proporre delle cose con realismo,
    come è stato detto prima, perché vengano poi sottoscritte anche dagli altri Paesi partners che non
    sempre sono così disponibili. Perciò gli sherpa si lamentano del fatto che non sono apprezzati, a
    loro giudizio, gli sforzi che vengono fatti per costruire un consenso che coinvolga anche gli Stati
    più restii. Credo che questo faccia parte della natura delle cose e della dialettica tra i ruoli, per cui
    continuiamo a sollecitarci, sia con garbo che con irruenza, visto che in fondo alcuni di noi
    vogliono le stesse cose.

         Il nodo di questo confronto credo che sia di tipo culturale. Quando ci mettiamo a parlare di
    cose tecniche spesso riusciamo a trovare, verosimilmente, dei punti di incontro. In sede di FMI e
    di BM oggi esiste una fondamentale trasparenza. Oggi effettivamente si può dire che sono le due
    istituzioni che si sottopongono e si sono sottoposte alla più aperta operazione di valutazione
    critica sia interna che esterna. Però questo è avvenuto negli ultimi quattro/cinque anni, mentre è
    mancato durante i trenta anni precedenti. Credo che questo sia dovuto anche grazie alla
    caparbietà, alla testardaggine con cui il mondo non istituzionale, il mondo non governativo ha
    cercato un confronto, forse a volte con linguaggi non troppo aggraziati. Il fine era quello di
    suscitare una presa di coscienza all’interno di queste istituzioni e all’interno dei governi del Nord
    del mondo, che hanno maggior peso riguardo le stridenti contraddizioni che esistono a livello
    mondiale. Sicuramente questo è uno dei primi risultati e ho potuto spiegare, durante le lezioni
    alla SPICeS, quali sono i ruoli delle Istituzioni Finanziarie Internazionali, raccontando quale è
4
 Coordinatore del progetto tecnico di conversione del debito per il Comitato Ecclesiale Italiano per la riduzione del
debito estero dei Paesi più poveri
stato il passaggio dagli aggiustamenti strutturali all’attuale strategia di riduzione della povertà: il
ricorso allo strumento dei Poverty Reduction Strategy Papers (PRSPs), che sono lo strumento
elaborato dai governi del Sud per programmare la propria azione politica non più solo in termini
economici, ma anche in termini di obiettivi sociali. Il PRSP viene utilizzato per confrontarsi con i
Paesi del Nord e con le istituzioni internazionali in modo da ragionare di cancellazione del
debito, di riscadenzamento e di nuovi finanziamenti. Con uno strumento di questo tipo diventa
centrale la ownership, cioè il fatto che il documento sia redatto dai governi e non da un
funzionario del FMI straniero che spiega al Governo cosa deve fare. Secondo le regole
internazionali è necessario che questo tipo di documento sia frutto di un coinvolgimento e di un
confronto con la società civile locale. Tutto ciò è coerente con le attenzioni che riteniamo
preziose non solo in termini di giustizia, di rispetto e di democrazia, ma anche in termini di
efficacia. Perché se un programma è frutto di un concorso di contributi da parte di chi deve farlo
vivere o deve riceverlo, è chiaro che sarà vissuto con maggiore protagonismo. Se il programma è
subìto dall’alto, chi lo deve usare non lo sentirà mai “suo” e i rischi di abbandono risulterebbero
senza dubbio maggiori. Il problema quindi è di democrazia e, al tempo stesso, pragmaticamente,
di efficacia. Su questo si è avviato un cammino nel quale abbiamo ragione di vedere elementi di
soddisfazione. Negli anni scorsi ci confrontavamo con le istituzioni finanziarie internazionali e
con le proposte che venivano dai Paesi del Nord in termini fortemente critici, perché venivano
presentate delle soluzioni che, a nostro parere, erano alternative a quelle che avrebbero dovuto
essere messe in atto. Oggi, al contrario, si sta iniziando a fare un ragionamento che effettivamente
è comune.

    Ma abbiamo il dovere di dire che quanto fatto non è ancora sufficiente. Ieri, a Firenze, c’è
stata una due giorni di confronto, insieme al Governo italiano, dal nome di Genova non
Governmental (GnG), ovvero l’incontro che il Governo ha chiesto con un certo numero di ONG,
non solo italiane ma anche internazionali, proprio per preparare il vertice di Genova, per avere un
momento di confronto sui temi da trattare. Abbiamo parlato di debito e abbiamo detto che a
nostro parere non è soddisfacente l’azione che è stata proposta, che presenta dei limiti. Credo
però sia nostro compito sottolineare non tanto quello che non è sufficiente, quanto piuttosto come
sia necessario dare lo stimolo a una riflessione di natura culturale. Infatti la ragione per cui non ci
stanchiamo, qualche volta con un po’ di accanimento, di dire che “non ci basta ancora”, non è
tanto per ottenere una serie di piccoli risultati concreti, ma è legata al fatto che oggi,
indiscutibilmente, il potere contrattuale in qualunque tipo di relazione, dunque anche nelle
relazioni economiche tra Nord e Sud del mondo, è inegualmente distribuito.

    Una volta si diceva che una testa era un voto. Oggi questo diritto, o questo potere di ognuno
di noi è violato. E’ chiaro perciò, che vedendo quali sono le drammatiche differenze nelle
condizioni di vita tra Nord e Sud del mondo, non possiamo far altro che insistere nel confronto
con le istituzioni internazionali, con le istituzioni nazionali, con chi ci rappresenta nelle sedi
ufficiali internazionali, nel dire che bisogna tenere conto delle esigenze che ha la maggioranza
dei cittadini di questo pianeta. Esigenze che la maggioranza dei cittadini del pianeta non è in
grado di soddisfare con la nostra facilità. Questo avviene sia sul piano democratico che sul piano
concretamente economico. Perché molte relazioni non passano attraverso la dialettica
democratica, ma passano attraverso dialettiche prettamente economiche. Il mercato, da solo, non
è in grado di garantire il raggiungimento dell’equità. Non è in grado di garantire da solo
l’inclusione. Ci sono persone che sono escluse da un percorso di benessere, e il libero mercato da
solo non è in grado di coinvolgere tutti. La legge degli sbocchi è una cosa bellissima sul piano
dell’esercitazione formale, matematica, ma nella realtà non tiene e osserviamo che ci sono tanti
equilibri di sottoccupazione.
Questo non significa che vogliamo qualche cosa che sia alternativo al mercato. Vogliamo un
mercato regolato. Vogliamo che la politica svolga la propria funzione di farsi carico esattamente
di obiettivi che vanno al di là dell’economia e che incarnano quelle soluzioni economiche atte a
coinvolgere l’umanità in un percorso di sviluppo che consenta quantomeno benessere a tutti.

    A questo proposito diventa necessaria una riflessione coraggiosa sui limiti dello sviluppo.
Non si può proporre al Sud del mondo lo stesso modello di sviluppo percorso da noi. Non tanto
in termini di modalità, cioè di regole di mercato, quanto di cose da consumare. Le disponibilità
materiali del nostro pianeta non sono sufficienti a consentire performance di consumo e di
produzione di rifiuti, come quelle che si consentono ai cittadini del Nord del mondo, a tutti i
cittadini del pianeta. Allora quando proponiamo percorsi di uscita dalla povertà, strategie di aiuto
alla povertà e strumenti importanti come la diffusione del mercato, che resta comunque una leva
fondamentale, dobbiamo coniugare con questo una riflessione sul dove vogliamo andare, su qual
è il punto finale di questa strada. Perché non vorrei che questa via ci portasse nel bel mezzo di
una voragine. Una riflessione coraggiosa che sia anche in grado di farci buttare a mare gli
occhiali tradizionali con cui vediamo le dinamiche internazionali, le dinamiche Nord-Sud, e che
ci permetta di vedere come, in termini di giustizia, certi rapporti economici, soprattutto attraverso
una prospettiva storica, assumono una fisionomia diversa da quella che abbiamo sotto gli occhi.

    Il signor Schroeder e il suo collega austriaco non più tardi di qualche mese fa hanno
annunciato pubblicamente che il Governo tedesco e il Governo austriaco, di concerto con le
organizzazioni degli imprenditori dei loro due Paesi, avrebbero avviato una procedura attraverso
la quale il Governo e le imprese che, al tempo del Terzo Reich, avevano beneficiato del lavoro
dei deportati, avrebbero indennizzato gli eredi, cioè le famiglie dei loro discendenti. Così
verrebbe restituita una parte di quanto, in termini di lavoro, era stato prestato dai nonni e dai
bisnonni deportati degli attuali eredi. Questo è un passaggio interessante perché introduce la
possibilità di mantenere periodicamente attivi, anche attraverso una dimensione
intergenerazionale e per un periodo storico lungo, dei rapporti di debito e credito finanziario. Se
delle persone hanno prestato un lavoro e non sono state pagate, al di là del disordine morale e
politico del contesto in cui lo hanno prestato, oggi i discendenti di quelli che hanno beneficiato di
quel lavoro, pagano i discendenti di quelli che lo avevano prestato. Se si volesse estendere questo
principio alla questione del debito internazionale, potremmo fare un po’ i conti di come i nostri
avi si sono comportati nel Sud del mondo - ma forse ai loro occhi non era così scandaloso come
lo è ai nostri - quando sono andati a prelevare risorse naturali fisiche e risorse umane, deportando
in schiavitù tanta gente. Il fenomeno è stato certamente tipico dei bianchi del Nord Europa, anche
se non fondamentalmente italiano. I nostri amici del Sud ci potrebbero chiedere di fare due conti
e di calcolare tutto quello che i nostri nonni gli hanno preso. Verrebbe fuori che noi abbiamo un
debito colossale nei loro confronti e non viceversa! So che questo è un bel discorso accademico
e, da italiani, diciamo che non lo si può governare tecnicamente e perciò lasciamo le cose come
stanno. Ma i nostri amici che sono di quei Paesi non capiscono perché questo esercizio sia
impraticabile, dato che se le cose fossero state diverse, loro forse non sarebbero in questa
condizione.

    Credo che noi, come mondo non governativo, abbiamo il dovere di continuare a sollecitare
con testardaggine, in maniera magari anche noiosa, i nostri rappresentanti perché queste
attenzioni vengano tenute in conto. Perché c’è un primato della vita su ogni altra cosa, c’è un
primato della politica, che è la discussione su cosa vogliamo fare insieme nella vita,
sull’economia. Questo primato non può essere negato perché le nostre decisioni sul piano
politico/internazionale/economico hanno una evidente influenza. Se tutti stessimo bene e fossimo
ricchi potremmo dimenticarcene, ma visto che non è così l’elemento diventa irrinunciabile.
E’ chiaro che da questo livello bisogna mediare, bisogna scendere. Non nel senso di fare
compromessi, ma nel senso di scendere dalla dimensione dei valori, dei principi, alla dimensione
concreta del cosa fare. C’è poi l’esigenza di incontrarci, e per questo salutiamo positivamente
l’attenzione alla governance, la nascita della strategia della riduzione della povertà, anche se
sarebbe più importante parlare di strategia dello sradicamento della povertà.

     Comunque ogni concessione messa sul piatto oggi non è abbastanza. Credo che anche nelle
piccole cose si vedano certe attenzioni, certe coerenze. La ragione per cui diciamo queste cose
con un po’ di calore è perché è vero che adesso ci sono le valutazioni indipendenti, esterne, però
tuttora facciamo fatica. Per esperienza personale, in Italia, oggi, parlare con il Ministero del
Tesoro o degli Esteri è più semplice di qualche tempo fa, ma a livello internazionale non è ancora
così. A Praga, quando abbiamo fatto la riunione annuale con le ONG, è stato possibile incontrare
qualche funzionario del FMI che ha detto cose che a me personalmente hanno fatto venire i
brividi. Anche qualcuno di noi, forse, può dire cose che fanno rabbrividire in altro senso, ma ciò
di cui abbiamo bisogno resta una riflessione al di là degli approcci tradizionali. Proprio per
questo ogni approccio ideologico risulta arrogante. Tornando al mercato, critichiamo una certa
divinizzazione dello stesso, dell’iniziativa privata, che sono elementi essenziali, irrinunciabili per
poter avere un percorso di sviluppo, ma che non possono fare a meno della politica. Perciò
qualche volta abbiamo l’impressione che nel mondo delle istituzioni finanziarie internazionali il
G7 costituisce una lobby dove alcuni potentati economici danno delle indicazioni che influenzano
le scelte politiche. Soprattutto per il FMI e la BM sappiamo benissimo che la realtà di queste due
istituzioni si rapporta a un certo mondo europeo e nordamericano. Se fosse stato un altro pezzo di
industria chimica a finanziare la campagna elettorale negli Stati Uniti, forse noi oggi avremmo
avuto da parte loro la proposta di rafforzare gli accordi di Kyoto.

     Visto che invece la parte che ha finanziato il candidato vincitore è quella più tradizionale,
abbiamo al contrario la denuncia degli accordi di Kyoto. Allora se, da un lato, ci confrontiamo
con queste realtà, dall’altro però insistiamo nel chiedere aiuto, visto che in Italia questa
disponibilità c’è, per costruire una riflessione coraggiosa sui destini del mondo. Una riflessione
che coinvolge anche quegli ambienti, quelle associazioni dove oggi, di fatto, c’è il rischio che si
facciano delle simpatiche operazioni di maquillage, in cui si usano belle parole per far vedere che
tutti sono d’accordo a lavorare nella direzione che noi stiamo suggerendo, ma non sempre si vede
la volontà politica concretizzarsi in comportamenti reali.

   DR. ALBERTO BOBBIO

    Adesso lascio la parola al Dr. Sergio Marelli, Direttore Generale di Volontari nel mondo –
FOCSIV e Presidente dell’Associazione delle ONG Italiane. Se vogliamo continuare con questo
piccolo teatro che abbiamo fatto qui, lui potrebbe rappresentare in un certo senso quel popolo di
Seattle che si fa ogni tanto sentire a volte in forme non molto consone. Realtà che però esiste e
che tutto sommato serve anche per cambiare le proprie scelte culturali. Dal Dr. Marelli potremmo
anche sapere qualcosa su questo processo di riconsultazione della società civile, sia in Italia che
in generale, riguardo alle grandi promesse delle organizzazioni internazionali, per sapere se
funziona o se, da parte di questi signori, è solo un modo per mettersi a posto la coscienza.
DR. SERGIO MARELLI 5

          Penso che sarò un po’ “discolo” come relatore. Quando Ilaria Sguazzoni mi ha chiesto di
     prepararmi per questa sera, sono stato fortemente in dubbio. Inizialmente ho pensato di fare una
     lezione, visto che la SPICeS è una scuola, e spiegare l’iniziativa della Genova non Government.
     La grande novità voluta da un Governo italiano che per preparare il vertice dei G8 istituisce un
     ambito formale con mandati precisi per consultare le ONG. La scelta è riconosciuta come
     assolutamente positiva da tutti noi. Vengono incaricati quattro istituti di ricerca italiani (ICEI,
     CESPI, IAI, IPALMO), affidando a ognuno di questi una delle grandi tematiche che saranno
     trattate al G8: ambiente, sviluppo sostenibile, lotta alla povertà, questioni di commercio
     internazionale e questioni di debito e di finanza per lo sviluppo. Il mandato conferito a questi
     istituti è quello di favorire il dialogo, il confronto, l’incontro tra le ONG e le associazioni, la
     società civile e il Governo.

         Ma poi ho pensato che questo è un seminario e ho ipotizzato di sfruttare l’ennesima occasione
     di avere gli sherpa per ripetergli ancora una volta quello che pensiamo rispetto al vertice dei G8,
     e rispetto a un certo documento. Sapete che c’è una piattaforma di discussione che è stata
     formalizzata in un documento di lavoro intitolato Beyond Debt Relief. Ma già ieri abbiamo
     ottenuto dal Presidente Amato che venga modificato il titolo in Debt Relief and Beyond, che è
     molto più chiaro e corrisponde a quanto il Dr. Bini Smaghi diceva prima. Il debito cioè resta
     chiaramente una priorità assoluta, un’urgenza, un fardello insopportabile da cancellare, e poi si va
     oltre per fare altre cose. Alla fine però ho optato per una terza soluzione, l’ultima che mi restava,
     quella di fare quattro provocazioni. Questo perché penso che un seminario debba avere un
     dibattito e non sono affatto preoccupato dei toni aggraziati. Non è questo l’ambito dove si fa
     diplomazia. Siamo ancora parte di un percorso dove se non gridiamo non ci ascolta nessuno. E
     non è un problema che non ascoltano noi, è un problema che non ascoltano i due terzi del pianeta
     dove ogni giorno un milione di persone crepa e ottocentomila bambini muoiono di fame. Per cui i
     toni aggraziati non sono la mia preoccupazione. E adesso mi aggrazio immediatamente e torno,
     spero, a uno stile consono. Allora, quattro provocazioni per aprire uno squarcio su quello che c’è
     da fare oltre il debito.

         La prima. Sono convinto che i vertici internazionali che falliscono sono un disastro per tutti.
     Ho avuto l’amaro in bocca quando è fallito a Seattle il vertice mondiale dell’OMC. Penso che
     bisogna, anche come Volontari nel mondo - FOCSIV, contribuire affinché questi vertici vadano a
     buon fine, dobbiamo trovare un modo per venirne fuori, per trovare il bandolo della matassa. Ieri
     il Presidente del Consiglio Amato si poneva il problema di come spiegare che, quando noi
     governi del Nord discutiamo con i governi del Sud in termini di protezionismo dei mercati, questi
     ci rispondono dicendo che questo è dumping sociale. Seattle è stato il caso emblematico di un
     esempio negativo in questo senso. Infatti i ministri economici africani si erano riuniti a dicembre
     del 1999, qualche settimana prima del vertice, per stilare un documento in cui dicevano alcune
     cose. I decisori del vertice di Seattle sono entrati in una stanza infischiandosene di questo
     documento e il vertice è saltato. Questa è la prima cosa che vorrei dire: se falliscono i vertici
     internazionali è un disastro per tutti. Mi è stato detto di fare anche il rappresentante del popolo di
     Seattle. Ma se c’è qualcuno nel popolo di Seattle che gioisce perché facendo un po’ di rumore ha
     fatto saltare dei vertici, allora io non sono di questi e non li rappresento.

         La seconda provocazione direi che l’ha fatta il Presidente del Consiglio durante questo
     importante seminario a Firenze. Amato ha detto che il vero problema, riferendosi al G8, è come
     evitare che la globalizzazione massacri le economie più deboli. Questo penso sia il problema
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    Direttore Generale di Volontari nel mondo – FOCSIV e Presidente dell’Associazione delle Ong Italiane
rispetto al quale ognuno, con i propri punti di vista e le proprie competenze, sta cercando di dare
un contributo. Vorrei sottolineare due questioni importanti. Una è già stata citata: il problema
della governance. Ieri, sempre Amato ha detto che i governi da soli non possono più garantire la
governance del nostro pianeta. C’è un problema di istituzioni internazionali che vanno riformate,
di Istituzioni Finanziarie Internazionali e di Istituzioni Politiche Internazionali che sono tutt’oggi
basate su criteri che non possono garantire una governance di questo pianeta. Le istituzioni
dell’ONU sono fondate su criteri, per esempio, che non tengono nemmeno in considerazione il
fattore demografico del pianeta, cosa che risulta inaccettabile. Come del resto non funziona
l’ECOSOC, che si vorrebbe trasformare in un Consiglio di Sicurezza Economico e Sociale.
Infatti non si tiene conto che se in quell’ambito non c’è una rappresentanza dei G8 è inutile fare
dei consigli di sicurezza economici e sociali. Occorre una rappresentanza dei G8. Quindi la
proposta sarebbe quella di trasformare l’ECOSOC abbassando il numero dei rappresentanti e
suddividendolo in base a questi tre criteri: un terzo ai G8, potere economico del pianeta; un terzo
ai Paesi più popolati, applicando il criterio della rappresentanza demografica; e un terzo per
elezione, applicando il criterio della rappresentatività data da coloro i quali mandano i propri
rappresentanti negli ambiti internazionali. Occorre da un lato la governance e dall’altro un
sistema di regole che garantiscano dei meccanismi, e non soluzioni proposte una tantum, che
possano assicurare un funzionamento diverso, instaurando delle “guarentigie” perché
l’applicazione di questa governance sia condivisa, sia compartecipata e sia alla fine accettata.

    Terza provocazione. E’ stato ancora oggi detto che il G8 è un ambito informale e a Genova
non si riunisce il Governo del mondo, solo un gruppo di Stati. Ma non possiamo essere così naif
da dimenticare che si riuniscono gli otto potenti della terra. E’ stato detto prima, con toni più
aggraziati, che hanno una grande responsabilità rispetto a svariati argomenti. La questione del
debito sta fondamentalmente nelle mani di questi otto signori. Così come la questione di garantire
un arbitrato internazionale. Gli otto Paesi più potenti del mondo dovrebbero però forse
cominciare a interrogarsi sulle grandi responsabilità che loro hanno verso se stessi.
Responsabilità che per esempio si chiamano “accordi internazionali”, firmati per destinare lo
0,7% del loro PIL alla cooperazione. Accordi internazionali firmati dai G8 che per esempio
impegnano a ridurre i consumi di anidride carbonica, a rispettare il protocollo di Kyoto.
Responsabilità interne al G8 per quanto riguarda la produzione e il commercio delle armi.
Responsabilità che sono dei G8 verso se stessi per l’uso dei beni planetari. I G8 stanno usando i
satelliti, lo spazio, le risorse naturali e forestali, sicuramente non in una maniera equa e
ugualmente distribuita nei confronti del resto del pianeta. Sono responsabilità che peraltro
riguardano ognuno di noi, da non scaricare sempre e solo sui governi. Penso che Genova debba
essere un’occasione in cui, come società civile, possiamo ricordare ai G8 che hanno
responsabilità verso se stessi! Perché possono fare delle scelte, a partire da loro, che possono
influenzare il resto del mondo.

    Quarta e ultima provocazione. “Persone” esperte come la BM e l’UNDP, e non io o il popolo
di Seattle, dicono che ci sono, oggi, le risorse per sradicare la povertà esistente nel mondo.
Queste risorse peraltro potrebbero essere ancora aumentate tassando alcune situazioni che, uniche
al mondo, non sono tassate. Si ragiona sul commercio delle banane, su quanto tassare il caffè, e
nessuno ragiona su come tassare le speculazioni finanziarie; vi sono alcune persone che muovono
milioni di miliardi in poche ore senza pagare nulla. Infine vorrei ricordare alcune priorità:
dell’economia sulla finanza, della politica sull’economia e dell’etica su tutto questo. Altrimenti il
rischio che si corre, alla vigilia di un ulteriore appuntamento elettorale, è che tutti noi
perderemmo la fiducia oltre che nella BM e nel FMI, anche nelle istituzioni politiche che
pensiamo debbano avere il controllo dell’orientamento politico su questi loro strumenti, che sono
anche nostri, per far funzionare meglio il mondo. Grazie.
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