SINDONE, "SPECCHIO DEL VANGELO"
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a rt i c o l i
Sindone, “specchio
del Vangelo”
Rodolfo Girardello
Una realtà controversa
L
a prima ostensione pubblica della Sindone di cui si abbia
notizia avvenne nel 1357, quattro anni dopo che il cavalie-
re francese Goffredo di Charny e sua moglie Giovanna di
Vergy l’avevano donata ai canonici della collegiata di Lirey; ma già
allora assieme ai molti consensi si espressero severi dubbi sulla sua
autenticità.
A noi fa bene sapere che già a quei tempi essa fu considerata
di natura sospetta dalla stessa autorità ecclesiastica tanto che nel
1389 il vescovo di Troyes scrisse al papa che quel telo era «arti-
ficiosamente dipinto in modo ingegnoso». Clemente VII rispose
che, per far cessare ogni frode, si proclamasse chiaramente che si
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trattava di una raffigurazione o imitazione. In un’epoca in cui
imperversavano le false reliquie (e il Boccaccio ne approfittava
per irridere un po’ tutto), la decisione era opportuna, anche se
non infallibile. Fu poi un papa guerriero come Giulio II nel 1506
a permetterne il culto pubblico con ufficio e messa propria; e
non si trattò, come afferma ancora oggi qualcuno, di un volta-
faccia della Chiesa, ma di una scelta pastorale per aiutare i fedeli
a pregare debitamente davanti a quella immagine, qualunque
provenienza avesse.
In epoca moderna l’attenzione a questo particolare
lenzuolo, arrivato a Torino da Chambéry di Savoia nel 1578 (per
favorire san Carlo Borromeo che desiderava venerarlo) e rimasto
definitivamente nel capoluogo piemontese, divenne famoso più
che mai nel 1898 in seguito alla sensazionale scoperta di Secon-
do Pia. Era un avvocato che s’intendeva di fotografia e che si
avvide che il negativo fotografico che aveva ottenuto risultava
stranamente come un positivo e migliorava di molto la visione
del volto dell’uomo della Sindone, l’uomo che per i devoti era
senz’altro Cristo Gesù. Viene da chiedersi cosa avrebbe provato,
sapendo di questa scoperta, una santa come Teresa di Lisieux (la
cui sorella Celina era un’appassionata fotografa), tanto devota
del volto di Cristo secondo la raffigurazione detta di Tour; ma
ella morì l’anno prima, nel 1897.
Le ostensioni più recenti della Sindone si sono avute nel
1931 (nozze di Umberto di Savoia), nel 1933 (Anno Santo della
Redenzione), nel 1978 (quarto centenario della Sindone a Tori-
no), nel 1998 (centenario della prima foto), nel 2000 (Giubileo) e
quest’anno 2010.
I papi della nostra epoca, da Pio X a Giovanni Paolo II
e Benedetto XVI, hanno tutti demandato alla ricerca scienti-
fica e storica il compito di chiarire, se possibile, l’attendibilità
della Sindone quale sudario della passione del Signore; però non
hanno nascosto la loro personale simpatia e devozione verso
questo misterioso lenzuolo.
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L’interesse per esso, proprio nel secolo della disaffezio-
ne alle “cose” cristiane, è cresciuto enormemente sia presso i
credenti che presso i non credenti: avviene, cioè, che ci sono
credenti entusiasti e altri che si mostrano almeno scettici (soprat-
tutto in ambito protestante), ma alcuni non credenti, spesso di
buona cultura e magari ricercatori sull’argomento, ne difendono
l’ autenticità.
È chiaro che non c’è alcun obbligo per un cristiano di
credere alla Sindone; ma anche che a una persona minimamen-
te prudente non è permesso esprimere disprezzo o irrisione o
sarcasmo su una questione così difficile da inquadrare e quindi
anche così difficile da mettere da parte.
Cos’è la Sindone?
Siamo ormai abituati a usare in modo esclusivo il termi-
ne “sindone”, che deriva dal greco sindon e significa lenzuolo e
anche tunica, per questo telo di Torino che porta impressa la
figura drammatica e solenne di un uomo che richiama in tutti i
particolari il Cristo della passione e morte.
Si tratta di un antico telo di lino, tessuto manualmente a
spina di pesce. È lungo cm 442, largo 113, spesso 0.34 e senza il
supporto su cui attualmente è fissato pesa 1,123 kg.
Già la sua struttura materiale attentamente esaminata è
molto interessante per se stessa, ma molto più per ciò che vi si
vede impresso: e lo si vede subito in prima battuta, ma molto
meglio con l’aiuto della tecnica moderna, a partire da quella
fotografica.
Non si sa bene cosa notassero nei secoli lontani (per esem-
pio nel 1300 o nel 1500) i comuni fedeli e soprattutto gli esperti
di allora, che probabilmente si aiutavano almeno con qualche
lente. Ma è dal 1898, dal negativo fotografico di Secondo Pia,
che in questo telo si presentano chiaramente due immagini di un
corpo maschile nudo a grandezza naturale. Una prima immagi-
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ne è frontale e un’altra dorsale perfettamente corrispondente, a
riprova che quel corpo fu adagiato sulla metà inferiore del telo
(immagine dorsale) e fu ricoperto con l’altra metà ripiegata su
di esso (immagine frontale). Stupisce immediatamente il volto
armonioso e perfettamente delineato e non già sfocato e dilatato
come si otterrebbe su un lenzuolo a contatto con il corpo.
Si vedono nitidamente i lunghi capelli e la barba. Si rico-
noscono le ferite ai polsi e agli avampiedi in corrispondenza di
possibili chiodi di un crocifisso. Si notano al costato una larga
ferita da taglio e attorno al capo molte altre ferite per un presun-
to casco di spine. Sul dorso si evidenzia un’ampia ferita da sfre-
gamento, compatibile con qualcosa di rozzo e pesante portato
sulle spalle; inoltre si hanno i segni di molteplici e profonde ferite
su tutta la schiena, riconducibili alla flagellazione.
A questo primo sguardo risulta evidente che davvero, come
diceva Giovanni Paolo II, la Sindone è «lo specchio del Vangelo»,
poiché ricalca con esattezza tutti i principali elementi della passio-
ne di Cristo e quindi non può che riferirsi a Lui. Nella storia sono
stati crocifissi moltissimi uomini, flagellati infiniti schiavi, sbeffeg-
giati innumerevoli poveracci che poi sono morti atrocemente in
croce. L’uomo della Sindone di Torino li rappresenta tutti, con la
sua vicenda particolare narrata in maniera così precisa.
Qualcuno nel passato affermava che questa lettura della
Sindone era guidata e condizionata dai Vangeli e che si tenta-
va un concordismo forzato tra questo lino pur misterioso e la
narrazione biblica. Se, per ipotesi, non si conoscessero quei testi,
si obiettava, nessuno vi vedrebbe o i fori dei chiodi o i segni dei
flagelli. Ma ormai questa obiezione non la sostengono più nean-
che gli studiosi laici (ma ancora abbastanza i non studiosi), che
un tempo rimproveravano non solo i devoti, ma anche gli esperti
cristiani di muoversi troppo secondo le loro reminiscenze religio-
se: esagerazione da non escludere in assoluto, ma da verificare
rispettosamente, come non va esclusa la esagerazione contraria
di chi non legge certi particolari o li attribuisce a tutt’altre cause.
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Tutti gli specialisti oggi ripetono sinceramente a se stessi
che non possono difendere “a tutti i costi” la autenticità o meno
della Sindone e devono guardarsi dai fondamentalismi di ogni
tipo, religiosi o laici o agnostici.
La storia ha consegnato questo lenzuolo alle generazioni
passate che lo hanno giudicato con gli occhi di allora; oggi lo conse-
gna a uomini moderni che, dotati di strumenti e metodologie di
altissima qualità, sono ben lontani dal liquidarlo in modo spiccio,
come qualcuno immaginava, ma si sentono provocati in maniera
ancor più seria che nel passato, trattandosi di una questione davvero
seria. Vi vedono coincidere troppi elementi della passione di Gesù,
in particolare la sua crocifissione, documentata anzi in modo diver-
so da come la si pensava fino a poco tempo fa, poiché i chiodi perfo-
rarono non le mani ma i polsi, i piedi non al centro ma verso il collo.
È fuori discussione ormai che la Sindone di Torino «è un
rimando chiaro, diretto, analitico alla passione di Cristo» (B.
Barberis). Questa è una prima conclusione tranquilla per tutti o
quasi gli studiosi, come il capolavoro di Michelangelo nella Sisti-
na è un rimando inoppugnabile al giudizio universale. Con ciò,
tuttavia, non è ancora provato che si tratti del vero e originale
lenzuolo in cui fu avvolto Gesù nel sepolcro.
La pista storica
Se si vuole approfondire la storia della Sindone è impor-
tante, anzi necessario partire dai Vangeli. San Marco (15,46),
confermato da Matteo (27,59) e da Luca (23,53), narra che un
certo Giuseppe di Arimatea chiese a Pilato il corpo di Gesù ormai
morto e «comprata una sindone, lo calò dalla croce e, avvolto-
lo nella sindone, lo depose nel sepolcro scavato nella roccia».
Il lenzuolo faceva le veci di una bara, secondo una tradizione
ancora viva in Medio Oriente e anche altrove.
Il Signore fu sepolto in maniera molto svelta, ma anche
accurata, dopo essere stato unto con oli abbondantissimi e
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composto con bende, come racconta Giovanni (19,40). Queste
bende o fasce (othonia) sono quelle che lo stesso Giovanni osservò
entrando con Pietro nel sepolcro il mattino della risurrezione:
le vide posate a terra, mentre il sudario (un panno posto proba-
bilmente sul viso anche per tener ferma la mandibola) stava
in disparte (Gv 20,6-7). La tomba si presentava come se fosse
tutta in ordine, ma il corpo di Gesù non c’era. L’evangelista
non accenna però alla sindone, di cui non ha parlato neppure al
momento della sepoltura. Egli tace e nessuno degli autori sacri
ne parla più.
Sorge spontanea la domanda: dov’era finita? Stava lì ma
all’evangelista, che guardando le bende e il sudario «vide e
credette» nella risurrezione, non interessava e non diceva nulla?
O nel parlare di bende-fasce ve la includeva? O che altro anco-
ra? Se forse provava la ripugnanza naturale degli ebrei verso ciò
che riguardava un cadavere, sicuramente la seppe vincere quan-
do esaminò le bende, che ormai portavano il sigillo della risurre-
zione. E la sindone lo portava quasi di più.
Alla nostra sensibilità moderna pare strano che i primi
cristiani non si siano attivati a conservare i segni di avvenimenti
così determinanti quali la passione e la risurrezione del Signore.
Come gli evangelisti avevano raccolto con cura «le opere e le
parole» del Signore, come mai nessuno si preoccupò di mette-
re da parte qualche importante oggetto-ricordo di quei fatti? In
verità questo non possiamo neppure escluderlo, anche se una
presa di coscienza di tale genere sembra sia emersa piuttosto al
termine delle persecuzioni, per esempio circa la santa croce. Il
cosiddetto corredo funerario di Gesù non pare riducibile ai seco-
li del primo medioevo o addirittura a più tardi.
Una verità è certa: lungo tutto l’amplissimo periodo che si
estende fino alle crociate dei secoli XII e XIII si sono verificati,
soprattutto nelle regioni del primitivo cristianesimo, sconvolgi-
menti così grandi da travolgere persone e cose di ogni tipo e
da privarci di un importantissimo materiale documentario. Così
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mancano per molte questioni gli anelli storici di cui sentiremmo
il bisogno.
Mancano tali anelli anche per capire se la Sindone origi-
naria, nell’ipotesi che non sia andata distrutta fin dall’inizio, sia
davvero quella di Torino, l’unica che presenti le caratteristiche di
quella dei Vangeli (perché se ne contano altre, ma non presen-
tano caratteristiche degne di considerazione). Nessuno presume
di avere quegli anelli mancanti e nessuno può pretenderli, date
le gravi perdite cui si accennava. La ricerca storica comunque
continua, ma alla fine bisogna fare come quando una statua anti-
ca viene restituita insperatamente dal mare (i bronzi di Riace): se
anche non si sa quale sia la sua esatta provenienza, è un reperto
da valutare per i dati che presenta (criteri interni, come si dice).
Si può affermare lo stesso della Sindone che possediamo? Chi
dice sì e chi no.
Per sé di una imprecisata sindone si trovano vaghi e labi-
li cenni presso autori della prima epoca cristiana della Chiesa
orientale. Si favoleggia in quel tempo anche di qualche dipinto
su lino che rappresenterebbe il solo volto o l’intero corpo del
Signore. Si nomina in particolare il mandylion di Edessa (nella
regione della Persia), che non si sa esattamente se fosse un panno
della grandezza di un asciugamano e con il volto di Cristo o
magari un foulard oppure un panno di misure maggiori. Auten-
tico o meno, certamente fu venerato anche a Costantinopoli nel
VII secolo e poi sparì, ma secondo alcuni studiosi si può identifi-
care con la nostra Sindone riemersa in seguito.
È documentato che soprattutto in Oriente, ma anche in
Occidente si moltiplicano le immagini del volto di Cristo e alcuni
ricercatori le ritengono collegate alla presenza o al ricordo della
stessa Sindone. Specialmente nei secoli VI e VII si diffondono
quelle che riguardano Gesù risorto, il Cristo Pantocrator: sono una
consuetudine tutta cristiana, respinta dalla mentalità ebraica e
anche da quella dell’Islam che sta invadendo il Medio Oriente.
A un certo punto però, date pure certe esagerazioni, esse vengo-
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no contestate in seno alla Chiesa stessa così che, con l’ingerenza
inopportuna e pesantissima degli imperatori di Costantinopoli,
scoppia la furia iconoclasta (distruzione delle icone) e si arriva
a una persecuzione sanguinosa verso quelli che le promuovono
e conservano. In questo clima, che dura un secolo e mezzo, a
una Sindone per quanto preziosa resterebbe poco spazio e anzi
converrebbe un silenzio ancor più fitto.
È solo nel 1203/1204, durante la quarta crociata, che si ha
un’interessante testimonianza da parte di un cavaliere francese,
Robert de Clari, che in una chiesa di Costantinopoli vede onora-
ta una Sindone con l’impronta del corpo di Gesù. Subito dopo
segue un terribile saccheggio in cui spariscono tanti tesori e tante
reliquie, tra le quali forse anche quella Sindone.
Esiste pure qualche documento che parla di Sindone in
certe regioni della Grecia, dove i crociati francesi hanno impian-
tato i loro feudi; e qualche altro documento, sfruttato dalla fanta-
sia dei novellieri medievali e dei romanzieri moderni, accenna ai
Templari, cavalieri dell’ordine religioso militare del tempio (di
Gerusalemme), che avrebbero avuto in mano il sudario di Cristo.
Ma di colpo nel 1353 ecco in Francia, nella regione della
Champagne, apparire la nostra attuale Sindone, ritenuta vera,
ma anche contestata dalle autorità religiose. Con una certa
probabilità apparteneva, prima che al cavaliere Goffredo, al
suo prozio e omonimo Goffredo di Charney ed era considerata
un bene di famiglia, ottenuto chissà come, forse al tempo delle
crociate. In ogni caso è da allora che si può seguirne in modo
coerente la storia. Passata nel 1453 in mano ai Savoia, resta fino
al 1578 a Chambéry, quindi arriva a Torino. Dal 1983 viene
destinata per testamento di Umberto II di Savoia alla Santa
Sede, che ne diviene proprietaria.
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La scienza e la Sindone
In soccorso della storia che risulta molto incerta si sono
mossi, nei tempi moderni, gli specialisti di varie discipline, che si
sono dedicati ad analizzare sia il tessuto di Torino, sia le impron-
te o immagini che vi si trovano.
Quanto al tessuto di lino si è accertato che le sue fibre hanno
una torcitura insolita rispetto ad analoghe sindoni dell’epoca di
Gesù, ma non si può per questo escludere che sia di quel tempo
e di quelle regioni. Infatti i pollini accumulati su di esso risultano
tipici sia della Terra Santa che dell’Asia Minore; tuttavia si è
obiettato che non si può determinare la loro vera specie e inoltre
che appare difficile che si siano conservati così a lungo, anche
se quelli delle antiche tombe egiziane sono stati invece accettati
come autentici.
L’esame al radiocarbonio 14, eseguito contemporane-
amente e indipendentemente nel 1989 nei tre laboratori di
Oxford, Zurigo e Tucson (USA), daterebbe il lenzuolo torinese
tra il 1260 e il 1390. Il card. Anastasio Ballestrero, allora arcive-
scovo di Torino, non contestò ma neppure accettò supinamente
quella sentenza («la ricerca continua», commentò), ma la impu-
gnarono con forza vari studiosi, compresi alcuni degli stessi labo-
ratori interessati, perché il prelievo delle piccole parti del tessuto
non sarebbe stato eseguito nel modo corretto e perché non si
sarebbe tenuto conto di altro C 14 che poteva essersi aggiunto a
quello originale e, soprattutto, perché l’esame non sarebbe stato
eseguito secondo il protocollo circa la segretezza e l’indipenden-
za. La questione è ancora aperta.
Se una luce si spegne, un’altra si accende a favore dell’au-
tenticità della Sindone di Torino per opera di scienziati che usano
strumentazioni sempre più avanzate. L’immagine della Sindone,
sottoposta a elaborazione elettronica, ha rivelato caratteristiche
tridimensionali del tutto estranee a dipinti e foto. L’analisi medi-
co-legale, poi, ha confermato che le ferite e i grumi di sangue
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e le macchie ematiche sono sicuramente di sangue umano del
gruppo AB-O. Le striature di sangue sulla fronte corrispondono
perfettamente ai vasi capillari come li ha individuati l’anatomia
moderna. Un ricercatore obiettava, tra ferme contestazioni di
colleghi, che si tratta non di sangue ma di qualcosa di dipinto:
ma è un dato sicuro che nella Sindone non ci sono né coloranti
né pigmenti e l’immagine è frutto di ossidazione e disidratazione
delle fibre superficiali del lino, per un processo luminoso inspie-
gabile. Con uno straordinario microscopio a scansione si sono
individuate anche tracce di aloe e di mirra, sostanze usate nel
rito di sepoltura di Gesù.
Commenta il famoso sindologo Pierluigi Baima Bollone:
Se questo fosse il sudario attribuito a Giulio Cesare non ci sarebbe
nessuno che oserebbe dubitarne. Il fatto è che arrivare alla conclusione
che quel volto, quel corpo sono del Cristo trascina con sé delle conse-
guenze enormi, che qualcuno è interessato a evitare. A questo punto
dell’indagine, l’onere della prova si è rovesciato: non più i fautori della
autenticità di questo reperto, ma i negatori devono darci spiegazioni
convincenti del loro rifiuto, di fronte alla mole di dati convincenti otte-
nuti da noi scienziati.
Una delle considerazioni dopo gli stupefacenti risultati
della scienza messa a servizio della Sindone è la seguente: se la
Sindone non è autentica ma presenta tutte quelle particolarità
importantissime, il falsario che l’ha fatta, mostrandosi munito
di abilità e di conoscenze inverosimili nel tempo passato, era
senz’altro un personaggio prodigioso, un geniaccio che ha mira-
colosamente anticipato i tempi; è lui, più che il lenzuolo, il prodi-
gio inspiegabile.
«La scienza si occupi in modo serio e onesto di scoprire la
verità della Sindone», esortava una volta di più Giovanni Paolo
II. Ovviamente i sostenitori della autenticità del Sacro Lino,
come essi lo chiamano, insistono sulle argomentazioni e prove
positive di carattere scientifico; gli oppositori invece ritornano
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sui punti dubbi o deboli. Oggi si osserva che la grande pubbli-
cistica sbandiera più facilmente le prove contrarie o comunque
quelle che mettono in discussione l’autenticità. Anche ultima-
mente si sono lette sui giornali o sentite alla radio e alla televi-
sione piuttosto affermazioni sfavorevoli e a volte anche penosa-
mente banalizzanti. Una studiosa americana ha ipotizzato che
sia stato il genio dei geni, Leonardo da Vinci, a fissare il proprio
volto sulla Sindone, mentre è sicuro che essa è anteriore a lui di
almeno un secolo, poiché appare nel 1353, mentre Leonardo
nasce nel 1452. In ogni caso la gente semplice sembra seguire
una propria convinzione che collima con la ricerca cauta e insie-
me aperta. Dopo la pesante sentenza dei tre laboratori del 1989
non è diminuito, anzi è cresciuto l’afflusso a Torino per l’osten-
sione del 1998.
Uno dei due milioni di pellegrini
L’ostensione di quest’anno, durata dal 10 aprile al 23
maggio, ha mosso più di due milioni di pellegrini, uno dei quali
è stato Benedetto XVI. Ancora una volta anche chi s’è recato a
Torino per semplice curiosità ha confessato che un po’ del fasci-
no della Sindone l’ha provato. Chi non ha potuto permettersi
questa esperienza se ne può rammaricare con ragione. Chi ha
pensato che piuttosto di correre a vedere un lenzuolo di natura
incerta è meglio andare davanti al santissimo Sacramento senza
dubbio sa che è proprio all’Eucarestia, al Crocifisso e al Vangelo
che la Sindone rimanda, qualunque sia la sua vera identità.
La Sindone rimanda direttamente alla Persona di Cristo
e a nient’altro. La si consideri come una «reliquia» (Giovanni
Paolo II) o come una «icona» (Benedetto XVI), essa ha questa
umile funzione, che è quella ordinaria delle reliquie e delle icone,
ma espressa qui in forma straordinaria.
Oggi siamo assai più fortunati di un tempo: sappiamo
che la Sindone – sulla quale si sono scritti innumerevoli libri e
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si tengono convegni internazionali e simposi di grande impegno
ed è sorta una specifica disciplina specializzata, la sindonologia
– non è un oggetto “curioso”, ma un vero mistero storico che
mette in crisi il credente e il non credente serio.
La Sindone non sarà mai la prova della passione e tanto
meno della risurrezione di Cristo, ma un segno e un vigoroso
richiamo nient’affatto devozionale ai grandi avvenimenti del
cristianesimo, un invito a prenderli più sul serio. Il film La passio-
ne di Mel Gibson, per quanto contestabile e contestato, ha avuto
il merito di far dire ai cristiani: “Ma noi abbiamo come dogma
tutta quella sofferenza!”; e ai non cristiani: “Ecco che tragedia
i cristiani tengono cara: come faranno?”. Orbene, la Sindone
supera, in un modo più silenzioso e insieme più potente, qual-
siasi film basato sull’artificio. Molto più favoriti della gente del
1300 o del 1500 (S. Carlo Borromeo) o anche di soli cent’anni
fa, possiamo facilmente approfondire quanto riguarda questo
misterioso lenzuolo ricorrendo a un libro o a un cd che ce lo illu-
stri, trovandoci subito immersi in un’atmosfera che può favorire
grandemente la meditazione. Dalla Sindone si impara a pregare.
Della Sindone colpisce forse più di tutto il volto che vi
appare e che richiama il Santo Volto di Cristo. Il papa Paolo VI,
ricordando il desiderio e la gioia che la gente provava di vedere
Gesù, come nel caso di Zaccheo, nella prima ostensione televisi-
va della Sindone nel 1973 si augurava:
Codesta sorprendente e misteriosa reliquia valga a condurre i visi-
tatori non solo ad una assorta osservazione sensibile dei lineamenti
esteriori e mortali della meravigliosa figura del Salvatore, ma possa
altresì introdurli in una più penetrante visione del suo recondito e affa-
scinante mistero.
Giovanni Paolo II nel suo pellegrinaggio a Torino il 24
maggio 1998 sviluppava una profonda meditazione in sei punti:
La Sindone è provocazione all’intelligenza. – La Sindone è spec-
chio del Vangelo. – Nella Sindone si riflette l’immagine della
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Sindone, “specchio del Vangelo”
sofferenza umana. – La Sindone è immagine dell’amore di Dio,
oltre che del peccato dell’uomo. – La Sindone è anche imma-
gine di impotenza. – La Sindone è immagine del silenzio. E su
quest’ultimo punto diceva:
La Sindone esprime non solo il silenzio della morte, ma anche il silen-
zio coraggioso e fecondo del superamento dell’effimero, grazie all’im-
mersione totale nell’eterno presente. Essa offre così la commovente
conferma del fatto che l’onnipotenza misericordiosa del nostro Dio
non è arrestata da nessuna forza del male, ma sa anzi far concorrere al
bene la stessa forza del male. Il nostro tempo ha bisogno di riscoprire
la fecondità del silenzio, per superare la dissipazione dei suoni, delle
immagini, delle chiacchiere che troppo spesso impediscono di sentire
la voce di Dio.
Il 2 maggio scorso Benedetto XVI, dopo la venerazione
della Sindone, che ha definito «icona» del mistero del Sabato
Santo, commentava:
Nel nostro tempo, specialmente dopo aver attraversato il secolo scorso,
l’umanità è diventata particolarmente sensibile al mistero del Sabato
Santo. Il nascondimento di Dio fa parte della spiritualità dell’uomo
contemporaneo, in maniera esistenziale, quasi inconscia, come un
vuoto nel cuore che è andato allargandosi sempre di più. Dopo le due
guerre mondiali, i lager e i gulag, Hiroshima e Nagasaki, la nostra epoca
è diventata in misura sempre maggiore un Sabato Santo: l’oscurità di
questo giorno interpella tutti coloro che si interrogano sulla vita, in
modo particolare interpella noi credenti. Anche noi abbiamo a che
fare con questa oscurità. E tuttavia la morte del Figlio di Dio ha un
aspetto opposto, totalmente positivo, di consolazione e di speranza. Il
Sabato Santo è la ‘terra di nessuno’ tra la morte e la resurrezione, ma
in questa terra di nessuno è entrato Uno, l’Unico, che l’ha attraversata
con i segni della sua Passione per l’uomo: ‘Passio Christi, passio hominis’.
E la Sindone ci parla esattamente di quel momento; sta a testimoniare
precisamente quell’intervallo unico e irripetibile della storia dell’uma-
nità e dell’universo, in cui Dio, in Gesù Cristo, ha condiviso non solo il
nostro morire, ma anche il nostro rimanere nella morte. La solidarietà
più radicale.
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