QUENTIN GAREL VANNI CUOGHI GABRIELE BURATTI MASSIMO CACCIA ALICE ZANIN

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QUENTIN GAREL VANNI CUOGHI GABRIELE BURATTI MASSIMO CACCIA ALICE ZANIN
QUENTIN GAREL
VANNI CUOGHI
GABRIELE BURATTI
MASSIMO CACCIA
ALICE ZANIN
QUENTIN GAREL VANNI CUOGHI GABRIELE BURATTI MASSIMO CACCIA ALICE ZANIN
QUENTIN GAREL VANNI CUOGHI GABRIELE BURATTI MASSIMO CACCIA ALICE ZANIN
QUENTIN GAREL VANNI CUOGHI GABRIELE BURATTI MASSIMO CACCIA ALICE ZANIN
G A L L E R I A P U N T O S U L L’ A R T E

Q U E N T I N G A R E L - VA N N I C U O G H I - G A B R I E L E B U R AT T I
MASSIMO CACCIA - ALICE ZANIN

COMUNE DI COMERIO
CENTRO CIVICO - PRESSO LA SALA DELLA COLLEZIONE ZOOLOGICA

MASSIMO CACCIA - ALICE ZANIN

RESPECT 11 MAGGIO – 7 GIUGNO 2014

MOSTRA A CURA DI: ALESSANDRA REDAELLI
IN COLLABORAZIONE CON: COMUNE DI COMERIO (VA)
CATALOGO A CURA DI: SOFIA MACCHI E GIULIA STABILINI
TESTI: ALESSANDRA REDAELLI
PROGETTO GRAFICO: ALESSANDRO ILARDA
Copyright ©PUNTO SULL’ARTE

CENTRO CIVICO DI COMERIO | VIA STAZIONE 8 | 21025 COMERIO (VA) | ITALY | WWW.COMUNE.COMERIO.VA.IT
  PUNTO SULL’ ARTE | VIALE SANT’ANTONIO 59/61 | 21100 VARESE (VA) | ITALY | +39 0332 320990 | INFO@PUNTOSULLARTE.IT

QUENTIN GAREL | COURTESY GALLERIA FORNI, BOLOGNA
ALICE ZANIN | COURTESY GALLERIA BIANCA MARIA RIZZI & MATTHIAS RITTER, MILANO
QUENTIN GAREL VANNI CUOGHI GABRIELE BURATTI MASSIMO CACCIA ALICE ZANIN
QUENTIN GAREL
     VA N N I C U O G H I
G A B R I E L E B U R AT T I
 MASSIMO CACCIA
          ALICE ZANIN
QUENTIN GAREL VANNI CUOGHI GABRIELE BURATTI MASSIMO CACCIA ALICE ZANIN
La mostra “RESPECT” nasce dal desiderio di promuovere e rivalutare in chiave artistica il patrimonio culturale
    di Comerio. Il nostro borgo, seppur di piccole dimensioni, oltre che di bellezze naturali straordinarie è ricco
    di testimonianze storico-architettoniche che rimandano a diverse epoche: la chiesa romanica di San Celso dell’XI
    secolo è uno splendido esempio del romanico lombardo, la villa Tatti Tallacchini con il suo parco, recentemente
    tornato a nuovo, ci porta al 700 ed alle prestigiose dimore di quell’epoca, proprietà di famiglie che, incantate dalla
    bellezza di questi luoghi, stabilirono le loro sedi sia lavorative sia di residenza.
    E’ proprio in questo articolato complesso architettonico, composto dalla villa e dagli annessi fabbricati occupati fin
    dalla metà dell’800 dalla vecchia filanda, poi sino al 1970 dalla fabbrica del “Caffè HAG” ed attualmente invidiata
    sede del Centro Civico Comunale, ove trovano spazio il Municipio, le Scuole Elementari, vari uffici pubblici e la
    sede di diverse Associazioni, che è situata l’area oggetto della mostra e precisamente nella ex sala di produzione
    del cacao che, opportunamente ristrutturata, è divenuta sede dal 2008 di una prestigiosa collezione zoologica di
    notevole interesse scientifico e didattico.
    In essa si possono trovare animali imbalsamati provenienti da tutto il mondo: dall’orso polare al lupoartico, dai
    bufali americani ai leoni della savana.......
    L’incontro con Sofia Macchi della galleria PUNTO SULL’ARTE di Varese, e la condivisione del tema della
    divulgazione dell’arte all’interno delle case comunali, che devono intendersi oltre che case di cristallo per quanto
    riguarda la loro trasparenza nei confronti del cittadino, anche case della cultura e della bellezza, ha fatto
    nascere l’dea di progettare un percorso di valorizzazione dei luoghi di cui Comerio fortunatamente dispone.
    Il tema della mostra che si svolgerà contemporaneamente a Comerio e Varese sarà quello di promuovere li
    i temi dell’arte, del rispetto degli animali, della protezione dell’ambiente e della valorizzazione del territorio in
    un unicum ideale che solo l’arte può fare.
    Sono convinto che l’Arte possa svolgere due ruoli cruciali in questo momento storico, da un punto divista meramente
    economico può essere un volano per la crescita del nostro Paese ma, e questo è ancora più importante, da
    un punto di vista ideale può sostenere e rilanciare il nostro spirito e la nostra naturale propensione al bello.

    In bocca al leone.

                                                                                      SILVIO AIMETTI | SINDACO DI COMERIO

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QUENTIN GAREL VANNI CUOGHI GABRIELE BURATTI MASSIMO CACCIA ALICE ZANIN
The exhibition “RESPECT” is born from the desire of promoting and reconsidering, according to an artistic
interpretation, the cultural patrimony of Comerio. Our village, although very little, is abundant of extraordinary beauties
of nature and historic-architectonic exemplars dating back to various periods: the San Celso Romanesque church is
a wonderful example of Northern Italy Romanesque, the Tatti Tallacchini Villa and its garden, recently requalified,
belong to the 18th century when many noble families decided to live and work in this area due to the enchanting
surroundings.
This compound, composed by the villa and the annexed buildings, which were occupied by the spinning mill during the
19th century, then by the “Caffè Hag” factory until 1970 and nowadays by the Civic Centre of the Municipality -which
hosts the Town Hall, Primary Schools, various public offices and associations- has been chosen for the exhibition, more
specifically the room previously used for cocoa production, which since 2008 hosts a prestigious zoological collection.
The collection presents stuffed animals from all over the world: from the polar bear, to the arctic wolf, the buffalos and
the lions from the savannah...
The encountering with Sofia Macchi from the PUNTO SULL’ARTE gallery in Varese and the sharing of the concept
of art’s divulgation within municipality locations, which should be intended both as cristal houses with reference to
the transparent relationship with citizens and culture and beauty places, wasthe starting point of Comerio’s valorization.
The exhibition, which will take place both in Comerio and Varese, will focus upon art, animal andenvironmental
protection and territorial valorization. I believe Art can solve two fundamental needs for our country and people: it should
become both the driving force of our economy and the foundation of our natural inclination towards beauty.

Good luck.

                                                                                       SILVIO AIMETTI | SINDACO DI COMERIO

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COMERIO, STORIA DI UNA COLLEZIONE

    Sono quasi 200 (per l’esattezza 193) gli animali presenti a Comerio. Tra questi ci sono tre leoni, un ghepardo, due
    leopardi, due coccodrilli, un numero sorprendente di erbivori (tra cui l’orice dalle corna a sciabola e l’addax, o
    antilope dalle corna a vite) e anche un orso polare e un lupo artico. Sono così reali, così vicini e accessibili, che lì
    per lì il visitatore restaspiazzato come se fosse stato ammesso in uno spazio che non gli compete. Abituati
    all’inaccessibilità e alla distanza che contraddistinguono le collezioni di animali imbalsamati nei più classici musei
    di scienza naturale (di solito sono conservati dietro gelide teche o inseriti in artificiosi diorami dove sono inscenate
    azioni tipiche della loro specie), restiamo interdetti davanti alla soffice criniera del leone che sembra lì apposta per
    farsi accarezzare o alla sua zampona che ci offre alla vista i polpastrelli (e il paragone con quelli del gattino di casa
    è inevitabile...). Al di là dei pregiudizi – che per certi versi possono anche essere considerati legittimi –
    questo di Comerio è un patrimonio che dal punto di vista scientifico e didattico non può che essere considerato
    un tesoro. Marco Isabella, che a Comerio esercita la professione di vigile urbano, si occupa in prima persona della
    collezione come volontario e conosce gli animali uno per uno. Non solo è lui a farsi carico della manutenzione,
    ma è, prima di tutto, il depositario della loro storia. Una storia che comincia all’incirca quattro anni fa, quando due
    famiglie della zona, i Braito di Comerio e i Bossi di Gavirate, decidono di donare le loro collezioni di animali
    al comune. Trovato lo spazio, gli animali sono quasi subito resi visibili al pubblico, tuttavia sono ancora pochi
    quelli che conoscono e fruiscono di questo patrimonio, nonostante si tratti di una delle più ricche collezioni italiane
    visitabili di animali africani. Questi animali sono stati cacciati, naturalmente. Non ieri, in passato, ma sono stati
    cacciati, e questa forse è una realtà inconciliabile con i convincimenti più profondi di molti di noi. Ma dato questo
    fatto oramai incontrovertibile, vale la pena di riflettere per qualche istante su un tema scottante, doloroso,
    che ci mette a disagio, ma che non può renderci miopi al punto di rinunciare alle valenze positive di un
    patrimonio del genere. Anche perché quando questi animali sono stati abbattuti, in Namibia, in Botswana,
    in Mozambico, ciò è stato fatto secondo criteri selettivi controllati. La caccia è stata condotta secondo le leggi
    vigenti. (Discutibili? Forse: ma comunque leggi). Tutto è avvenuto all’interno di zone apposite e sotto la supervisione
    di autorità competenti che concedevano o meno la possibilità di scegliere l’uno o l’altro animale. E perché le tasse
    governative incassate dalle autorità per quell’attività sono state convertite in asili, scuole, stipendi per
    guardie antibracconaggio e per sostanziali miglioramenti della qualità della vita in molti villaggi. E’ una buona
    ragione? Non siamo onestamente in grado di dirlo. E’ almeno una ragione sufficiente? Forse sì. E’ una
    consapevolezza che non riporta in vita animali bellissimi, intelligenti e preziosi per il pianeta. Ma è un fatto. E,
    mentre il dibattito resta aperto, è un fatto che ci consente di guardare un po’ più a fondo dentro di noi, di venire a
    patti almeno in parte con un lato di noi (noi umani, noi umanità) che non possiamo ignorare.

                                                                                                       ALESSANDRA REDAELLI
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COMERIO, STORY OF A COLLECTION

Almost 200 (193 to be exact) animals are exposed in Comerio. Among them three lions, a cheetah, two leopards,
two crocodiles, numerous plant-eating (such as the saber-horn orice and the addax or screw-horn antelope), a polar
bear and a polar wolf. They are so real, near and reachable to cause surprise within the audience, as if it has
trespassed its usual boundaries. Accustomed to the typical inaccessibility and gap of stuffed animals’ collections into
classical Natural Science museums (usually they are preserved behind icy cases or within dioramas which sta-
ge the common actions of their species), the audience is taken aback in front of the soft lion’s mane which almost
invites caressing or its big paw turned on the pads’ side (to be compared with the domestic kitten’s one...). Apart from
prejudices -which in certain ways are fully licit- the one in Comerio is an invaluable scientific and didactic
patrimony. Marco Isabella, one of Comerio’s traffic policemen, takes care of the collection as a volunteer and
knows the animals one by one. He isn’t the only person in charge of the maintenance, but first of all he is the depositary
of their history. A history which began 4 years ago, when two local families, the Braito from Comerio and the Bossi from
Gavirate, donated their animal collections to the municipality. Once the location was found, the public exposition
was almost immediately organized, nonetheless few people know and visit it, although it is one of the biggest Italian
collections of African stuffed animals. These animals have been hunted, of course. Even if it happened in the past, it
might be an incompatible reality according to our deepest beliefs. However, given this undeniable fact, and conscious
of the importance of pondering upon such a burning, painful and embarrassing theme, we should also
consider also the positive value of this patrimony. Not least because those animals were shot down in Namibia,
Botswana, Mozambique, according to controlled selective criterion. The hunting was conducted following existing
laws (maybe arguable, but still laws). It was carried out within special areas, under the supervision of competent autho-
rities who allowed the killing of an animal or not. Moreover, the taxes paid for this activity were turned into kindergartens,
schools, salaries for anti-poaching guards and substantial improvements of the living standards in many villages. Is this
a good reason? We cannot honestly pronounce upon it. Is it a sufficient one? It might be. It is an awareness which
doesn’t bring back beautiful, intelligent and important animals. Nonetheless, it is a fact. A truth which, while the debate
goes on, allows a deeper analysis of ourselves thus coming to terms with an aspect of human behaviour which
cannot be ignored.

                                                                                                       ALESSANDRA REDAELLI
                                                                                                                                 9
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L’ANIMA E L’ANIMALE

     Alle soglie del terzo millennio dobbiamo tutti seriamente riconsiderare il nostro rapporto con gli animali.
     E un’occasione può essere anche la scoperta (sì, la collezione esiste ed è aperta al pubblico da quattro
     anni, più o meno, tuttavia ha il sapore del ritrovamento archeologico) di un lascito di animali imbalsamati.
     La prima sensazione che si prova quando ci si trova davanti a oggetti di questo tipo – e già la scelta della parola
     “oggetti” si avverte come faticosa, ma qual è la parola giusta? – è un immediato senso di disagio. Perché sono
     morti? Non è una spiegazione sufficiente. Al netto della curiosità per il fatto di vedere così da vicino da poterlo
     toccare un esemplare adulto di leone maschio, o di saggiare le proporzioni reali tra un orso polare e un lupo artico,
     la definizione più verosimile della sensazione che proviamo è senso di colpa. Anche se non è chiaro per cosa. È
     un senso di colpa stratificato e transgenerazionale, direi, che ci fa sentire responsabili del fatto che questi animali,
     oramai, sono oggetto di documentari e trasmissioni televisive che potrebbero – nel giro di pochi anni – restare le
     ultime testimonianze della loro esistenza. Abbiamo la percezione che la natura, nel suo complesso, va sempre
     più sfuggendoci come concetto reale e che se noi adulti di oggi, generazione degli anni Sessanta o Settanta, forse
     abbiamo avuto la fortuna di avere una bisnonna o una zia che ci ha portati in una fattoria a vedere i suoi conigli
     e a prenderli in braccio (salvo poi servirceli con le patate, facendoci sciogliere in lacrime... ma anche quella era
     un’emozione positiva), la fruizione che i nostri figli hanno della gran parte degli animali è spesso quella artificiosa
     del giardino zoologico – per quanto raffinato e “umano” esso sia – in cui l’animale resta qualcosa di così “altro” e
     lontano da essere facilmente paragonabile a un supereroe dei fumetti o alla versione sdolcinata e leziosamente
     umanizzata dell’orso che possono darci i cartoni animati di Winnie the Phoo.
     Che cosa è successo, esattamente? Secondo la Società italiana di Ecologia, la prima causa di distruzione
     dell’ambiente è la presenza umana (sarà da qui che viene il nostro strisciante senso di colpa?). Il tasso di
     estinzione legato alle nostre attività è mille volte superiore (mille!) a quello naturale. Negli ultimi quarant’anni
     le popolazioni di vertebrati sono diminuite di un terzo e secondo la World conservation union sulle 71mila specie
     esistenti, 21mila stanno già correndo un serio rischio di scomparire. Del rinoceronte di Sumatra, per fare un esempio
     semplice, sono rimasti meno di 270 esemplari, di quello di Giava meno di 60, mentre quello nero occidentale è
     stato dichiarato ufficialmente estinto nel 2011. Tuttavia, al di là della tenerezza che ci suscita il musetto dell’ultimo
     panda (sicuramente più in grado di generare immediata empatia rispetto al rinoceronte), il rischio reale è quello di
     appiattire la biodiversità in un’uniformità che svuota e svilisce il pianeta. E se per farcelo ricordare una volta di più,
     per ricordarci che ogni singolo gesto di ogni singolo individuo può fare la differenza, può essere utile una

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visita a una collezione di animali selvaggi impagliati, questo può rivelarsi un ottimo motivo per andare oltre la
sensazione di “sbagliato” che questi animali ci comunicano al primo impatto. Per cogliere nella sua pienezza
il tesoro che comporta poter vedere e studiare da vicino un essere che diventa di giorno in giorno
sempre più prezioso. Perché non è ignorando un problema che lo si risolve: al limite lo si aggira, lasciandolo alla
prossima generazione. E se forse la posizione di Jonathan Safran Foer può sembrarci troppo estrema, non si
possono ignorare le realtà alle quali ci mette davanti in un saggio fondamentale come “Se niente importa, perché
mangiamo gli animali?” Il fatto che per ogni chilo di gamberetti pescati si uccidono 24 chili di altri animali e
che le prede accessorie (così si chiamano) della pesca del tonno sono altre 95 specie tra cui diversi tipi di squali e
tartarughe, per esempio; o che secondo l’ONU gli allevamenti intensivi (bovini, suini, pollame) sono responsabili del
18% delle emissioni di gas serra, 40% in più dell’intero settore dei trasporti; o, ancora, che una spaventosa
percentuale dei polli allevati intensivamente sono contaminati dal batterio dell’Escherichia Coli e che proprio
lì, negli allevamenti intensivi di polli (e di suini), si annida la minaccia della prossima pandemia influenzale. Il
vero cortocircuito, oggi, è quello che si crea tra il rapporto intenso eintensamente umanizzato che abbiamo
con i nostri animali domestici – di cui ogni giorno abbiamo occasione di saggiare l’intelligenza e l’emotività – e
la distanza che sempre di più ci separa da tutti gli altri animali, che finiscano o meno nel nostro piatto. Il nostro
volontario ignorare le sofferenze degli animali che abitualmente consideriamo come oggetti a nostra disposizione
e la nostra (reale) ignoranza sulle risorse intellettive degli animali la cuiesistenza rischiamo quotidianamente
di dimenticare. E così, se guardare negli occhi il ghepardo impagliato, forse morto per cause che oggi la
sensibilità di qualcuno potrebbe considerare non “politicamente corrette”, ma che oramai è lì, e nulla possiamo fare
per lui se non prendere il meglio da quello che può darci, se guardare nei suoi occhi, dicevo, può ricordarci
che questo animale ha un’intelligenza sofisticatissima, che gli permette, ad esempio, di mappare lo spazio e
catturare la preda sfruttando l’ipotenusa di un triangolo rettangolo... be’, forse può davvero valerne la pena.
L’arte, oggi, ha con l’animale un rapporto ambivalente che la dice lunga su quello che realmente l’uomo
pensa di sé. Per un Wim Delvoye che tatua i maiali (con metodi assolutamente indolori, giura) e poi decide
di allevarli in una tenuta protetta, in Cina, dove non verranno mai macellati e moriranno felici di vecchiaia (ancorché
tatuati...), abbiamo un Maurizio Cattelan – ad oggi il più quotato artista italiano vivente – che per la Biennale di
Venezia del 2011 posiziona per tutto il Palazzo delle Esposizioni, sulle capriate e sui cornicioni, duemila
piccioni impagliati. Mentre Damien Hirst – stiamo parlando di un artista che va a cena con François Pinault –
fa catturare su commissione degli squali, li mette in formaldeide, li espone in grosse teche. E poi li vende a 12
milioni di dollari. E non possiamo essere così ingenui da credere che questa sia solo la conseguenza del
folle marketing dell’arte: la verità è che l’animale sta diventando destinatario di attenzioni inimmaginabili fino
a cinquant’anni fa. Icona e oggetto di culto. Qualcosa che sempre di più ci mette davanti al nostro essere vivi, al
nostro destino e alla nostra mortalità.

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Eccole lì, tutta la nostra finitezza e la nostra mortalità, nei crani giganti di Quentin Garel. Nelle teste di elefante
     che si affacciano dal muro come ospiti curiosi, nei lunghissimi, sinuosi colli di struzzo che sbucano a sorpresa dal
     pavimento, e in quei teschi imponenti, che basta un paio di zanne o un lungo becco arcuato a rendere
     potentemente espressivi. Ha cominciato con gli animali più umili, quelli che l’uomo ha asservito per farne forza
     lavoro e cibo (si torna sempre lì), e davvero è difficile trovare teste di bue o di mucca più splendenti e più regali di
     quelle che Garel realizza in legno, bronzo oppure in ferro, giocando con i materiali e con la nostra percezione,
     presentandoci il bronzo con una patina opaca, fitto di nodi e nervature, convincendoci al di là di ogni ragionevole
     dubbio che sia legno. E invece non lo è. Come non è reale la misura, che ci costringe a ripensare l’oggetto
     e – di conseguenza – a ripensarci. Incompleti come se fossero stati mangiati dal tempo, corrosi dal mare o dalle
     intemperie, quei teschi ci appaiono redenti dalle brutture della morte proprio attraverso la minaccia tangibile delle
     loro fauci che sembrano ancora pronte allo scatto. Una morte che si trasfigura nel reperto archeologico, nel lascito
     prezioso di un tempo passato.
     E’ un tempo “altro”, invece, quello che si respira nei lavori di Vanni Cuoghi. Un tempo fiabesco e poetico che ci
     porta a perdere i contatti con il reale. Intensissimo nei contenuti e incomparabilmente lieve nel linguaggio,
     l’artista ci ha abituato negli anni a lasciarci andare alle sue opere, a perderci in questi mondi costruiti con la logica
     del sogno per consentire di far emergere le nostre ragioni più semplici e più profonde. Accade qui, davanti a un
     falcone la cui bellezza imponente e terrificante ci inchioda, facendoci dimenticare il rostro affilato e gli artigli pronti
     nella posizione della cattura. Ma accade anche davanti all’orso polare a fauci spalancate, personaggio centrale
     di una favola della quale non ci è dato conoscere né l’antefatto né la conclusione, ma che ci coinvolge
     dentro una narrazione che si intuisce complessa, tra personaggi che sembrano rubati ad antichi dagherrotipi
     e misteriose macchine volanti. E se le tigri diventano stupendi gatti domestici, docilmente sottomessi a una
     fanciulla, ecco preziose gabbie di carta ritagliata, trasformata in un merletto leggerissimo, a contenere
     belve la cui ferocia si stempera nella pura delizia estetica.
     Chi ci richiama bruscamente alla realtà è Gabriele Buratti. I suoi oli su tela o su tavola dalle atmosfere
     brumose, la sua tavolozza spartana giocata tutta sui grigi e sui bruni, ci mettono davanti a un mondo spento,
     soffocato, nel quale l’animale sembra lottare per la sopravvivenza. Il contrasto stridente che si crea
     tra l’animale selvatico – iena, ghepardo, elefante, rinoceronte, zebra – e lo scenario urbano in cui l’artista
     decide di collocarlo, ci spiazza, ci invita a cercare l’uomo, da qualche parte. E non trovandolo ci spinge a pensare
     a un dopo forse nemmeno lontanissimo, un day after in cui la natura selvaggia si impadronirà della metropoli oramai
     abbandonata e lì, a fatica, ricostruirà il suo habitat. La scelta, poi, di inserire nel dipinto codici a barre e numeri in
     sequenza come in sovrimpressione, sdoppia i piani significativi, offrendoci una seconda lettura simbolica, quella del
     consumismo, destinato inesorabilmente a distruggere ciò che di più autentico ancora possediamo.

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Lievi, sottili, aerei anche quando hanno le zampe ben piantate a terra sono gli animali di Alice Zanin. Sono
lemuri dai musi affilati, elegantissime manguste, fennec dalle grandi orecchie e nobili antilopi che sembrano
muoversi in una danza leggiadra. La scelta di un materiale versatile come la cartapesta regala all’artista una
libertà creativa altrimenti inimmaginabile e dà alle sue opere una reale leggerezza che le consente di appenderle
in installazioni scenografiche di stormi in volo. La cartapesta, lasciata spesso a nudo, rivela gli articoli delle pagine
dei quotidiani utilizzati come materia prima, i titoli, le fotografie, e lascia così sul manto dell’animale un mondo
di parole (sottolineato dai titoli dei lavori, in particolare nella serie Verba volant scripta...), creando una
contrapposizione interessante con l’esattezza, invece, millimetrica di alcuni dettagli anatomici.
La stilizzazione allo stato puro è invece la cifra principale di Massimo Caccia, i cui smalti su legno sono una delle
voci più squillanti ed emblematiche del nuovo Pop di inizio millennio. Definiti da linee pulitissime di eleganza quasi
astratta, scanditi in campiture piane a colori accesi e costruiti su impeccabili equilibri spaziali, gli animali
di Caccia sono vicinissimi e accessibili nella loro immediata riconoscibilità, ma soprattutto nel loro piccolo
dramma personale. Sono conigli minacciati da forchette che stanno precipitando in verticale sulla loro schiena,
libellule in equilibrio sulla lama affilata di un taglierino, pesci che tra un istante abboccheranno all’amo; esseri al
bivio, in bilico tra la salvezza e un destino crudelmente beffardo sul quale non hanno alcun potere di intervenire.
E allora rieccoci da capo a riconsiderare quale sia, oggi, il nostro rapporto con l’animale, come l’anima si specchi
nell’animale. Perché in fondo, nella loro colorata solitudine, così piacevole e appagante per il nostro occhio,
questi conigli minacciati, questi insetti inconsapevoli, questi pesci pronti a farsi divorare sono, senza ombra
di dubbio, ognuno di noi.

                                                                                                   ALESSANDRA REDAELLI
                                                                                                                            13
THE SOUL AND THE BEAST

     Being at the beginning of the third millennium, we should reconsider our relationship with animals. An opportunity
     could be the discovery (even if the collection exists and has been open to public for 4 years, it still seems like the
     finding of an artifact) of a legacy of stuffed animals. The first sensation felt in front of this kind of objects - even the
     choice of the term “objects” is painful, but which is the right word?- is an immediate sense of embarrassment. Why
     did they die? It is not an adequate explanation. Apart from the curiosity of observing very closely an example of
     male adult lion, or assay the real proportions between a polar bear and a polar wolf, the true sensation felt
     is guilt. Although we cannot define its origin. It is a stratified and transgenerational guilt, making us responsible of
     turning these animals into mere subjects for documentaries and TV shows, which could become within few years
     the last proof of their existence. We perceive that the real concept of nature is slipping away from us; whereas
     nowadays adults, born during the sixties and seventies, had the chance of growing with a great-
     grandmother or an aunt who took them to farms to pet rabbits (only to then baking them with potatoes, making
     us cry... even though it was a positive sensation), our kids’fruition of animals is often the one conveyed by the
     zoological garden, wherein the animal is too distant to be compared to a superhero or Winnie the Phoo.
     What happened? According to the Italian Ecology Society, the first cause for environmental destruction is human
     presence (is this the origin of our guilt?). The rate of extinction connected to our activities is a thousand
     time superior (a thousand!) compared to the natural one. During the last 40 years vertebrate populations
     decreased of one-third and according to the World conservation union among 71 thousands of existing species,
     21 thousands are already risking to disappear. The Sumatra Rhino amounts to 270 examples, the Giava one to
     less than 60, whereas the western black one extinguished in 2011. However, going beyond the tenderness inspired
     by the last panda (which surely raises more empathy than the rhino), the risk is to iron biodiversity into an uniformity
     which empties and debases the planet. Therefore, visiting a collection of stuffed animals could be useful to
     remember that each gesture by each individual makes the difference, thus outdoing the first sensation of wrong.
     Consequently seizing the value of observing and studying an exemplar which day after day becomes more precious.
     Since the problem can’t be solved by ignoring it: in the best case, we elude it, leaving it to next generation. Although
     the positin by Jonathan Safran Foer might seem extreme, some aspects shown in his essay “Eating Animals” cannot
     be neglected. For example, the fact that for each kilogramme of fished shrimps 24 kilogrammes of other animals
     are killed and that the accessory preys during the tuna fishing amount to 95 other species, among which there are
     sharks and turtles; or else, according to UN intensive animal farming (bovines, pigs and poultry) produce the 18%

14
of greenhouse gases, 40% more than the whole transportation system; moreover, a dreadful percentage of
intensively bred poultry is infected by Escherichia Coli and intensive livestock (poultry and pigs) contain the next global
flu epidemic. The true short circuit is represented by the intense and almost humanized relationship with our domestic
pets -whose intelligence and sensitivity can be daily witnessed- compared to the distance kept with other animals,
whether they wind up in our plates or not. Therefore, our voluntary ignoring animals’ sufferings, since they are usually
considered as objects at our disposal, and our ignorance about the intellectual abilities of those animals whose
existence we risk to forget. Therefore, looking into the eyes of a stuffed leopard -even if killed by politically incorrect
actions- focusing upon its ability of mapping the surrounding space and capturing its prey by using the hypotenuse
of a right triangle, can surely be a valued experience.
Contemporary art has an ambivalent relationship with animals, which clearly explains how man sees himself. As
Wim Delvoye tattooes pigs (through painless methods, he guarantees) and then breeds them into a protected farm
in China where they will never be slaughtered and will die of old age (yet tattooed), Maurizio Cattelan - thus far
the most valued Italian living artist - who, during the Venice Biennal in 2011, placed around the Exposition Palace, on
the trusses and ledges, two thousands stuffed pigeons. On the other hand Damien Hirst -an artist who dines with
François Pinault- gets sharks caught on commission, puts them in formaldehyde and exposes behind huge cases.
In the end, he sells them for 12 million dollars. We cannot believe that it is the mere consequence of crazy art
marketing: the truth is that animals are becoming the addressees of attentions which were unforeseeable fifty years
ago. Icons and cult objects. Something which puts us in front of our being alive, destiny and mortality.
Here are our finiteness and mortality, within the giant skulls by Quentin Garel. Within the elephant heads which
appear from the wall like inquiring guests, or the long and sinuous ostriches’ necks suddenly springing from the
floor and in those majestic craniums whose expressions can be made powerful simply adding a couple of tusks or
a curved beak. He started with the most humble animals, the ones submitted by man to obtain labor force and food
(our starting point of discussion), and it is hard to find steer or cow heads more shining and regal than the wooden,
bronze or iron ones by Garel, who plays with materials and our perception, presenting bronze as an opaque patina,
filled with bows and veins, thus convincing us it is wood. Although it is not. In the same way, the size is unreal,
urging to rethink the object and -as a consequence- rethink ourselves. As if they were consumed by time, worn
out by the sea or weather-beaten, those skulls appear redeemed from death’s ugliness since their jaws seem
ready to spring. A death which transfigures into the artifact.
A different kind of time is the one presented by Vanni Cuoghi. A fairy-like and poetic time, completely detached
from reality. By choosing intense themes and a delicate language, the artist invites us to lapse into his works,
loosing ourselves into surreal worlds letting our plainest and deepest emotions emerge. It happens both in front
of a falcon whose beauty is so majestic and dreadful to ignore its sharp beak and claws, already positioned for
the capture, and in front of a polar bear, the protagonist of a fairy tale whose prologue and conclusion are

                                                                                                                              15
unknown, nonetheless involving us with a complex narration, among characters who seem to derive from ancient
     daguerreotypes and mysterious flying machines. His tigers are transformed into wonderful kittens, humbly subdued
     to a young girl, and his paper cages into airy crochets, trapping beasts whose ferocity is tempered by the aesthetic
     delight.
     The audience is then abruptly thrown back to reality by Gabriele Buratti. His oil paintings are characterized by a hazy
     atmosphere, since his palette is dominated by greys and browns, thus presenting a dull and repressed world, wherein
     animals struggle for survival. The clash between wild animals -hyena, cheetah, elephant, rhino, zebra- and the urban
     context wherein the artist sets them, shocks the audience, who desperately looks for human presence. Since man
     can’t be found, we are urged to ponder upon a future, a day after, when nature will conquer abandoned metropolis
     recreating its habitat. In the end, the choice of inserting bar codes and sequences of numbers, provides another
     interpretation linked to consumerism, an attitude which is going to destroy our remaining authenticity.
     The animals by Alice Zanin are delicate, thin and airy, even with their paws rooted to the ground. Lemurs with
     pointed snouts, elegant mongooses, long-eared fennecs and noble antelopes which move as if they were
     gracefully dancing. The choice of papier-mâché allows the artist to express her creative freedom, gifting her works
     with such lightness to enable their scenographical arrangement into flying flocks. The articles and photos
     of the newspapers used as raw material are clearly visible, and they decorate the animals’ coats with words
     (as described by the works’ title, especially in the series Verba volant scripta...), creating also an interesting contrast
     with the millimetric precision of certain anatomical details.
     Stylization is instead Massimo Caccia’s code, whose varnishes upon wood represent one ofthe brightest and most
     symbolical voices of third millennium’s new pop. His animals, defined by tidy, almost abstract, lines, spaced out by
     vividly coloured fields and built upon perfect balances, are more easily recognizable and their personal drama is more
     understandable. There are rabbits threatened by falling forks, dragonflies balancing upon a knife, fishes which
     are going to swallow the hook; living beings balancing between safety and a cruel, inevitable destiny. Observing
     them, we are urged to rethink our relationship with animals and our soul’s reflection into them. Since we are like
     threatened rabbits, unaware insects and fain to be devoured fishes.

                                                                                                          ALESSANDRA REDAELLI
16
OPERE

        17
QUENTIN GAREL

C O U R T E SY G A L L E R I A F O R N I , B O LO G N A
AUTRUCHE II
Bronzo | 230 x 100 x 50 cm | 2013
                                    19
CRANE D’ALBATROS
     Bronzo | 57 x 75 x 24 cm | 2013
20
FLAMAND ROSE II
Bronzo | 180 x 120 x 40 cm | 2013
                                    21
TIGRE À DENTE DE SABRE
     Bronzo | 75 x 27 x 40 cm | 2013
22
PALIMPSESTE                                                AUTRUCHE II
Matita su carta | 100 x 70 cm | 2013   Bronzo | 230 x 100 x 50 cm | 2013
VA N N I C U O G H I
IL DISGELO
Acrilico e olio su tela | 80 x 80 cm | 2014
                                              25
LEONIDA, IL DOMATORE DOMATO
     Acquerello su carta | 33 x 22 cm | 2014
26
AQUILINO, IL DOMATORE DOMATO
Acquerello e acrilico su carta | 33 x 22 cm | 2014
                                                     27
THE SCARECROW
     China e ecoline su carta foderata, ceramica e mangime per uccelli | dimensioni variabili | 2013
28
AI MARGINI DEL MONDO CONOSCIUTO
Acquerello, china e collage su carta | 60 x 80 cm | 2014
                                                           29
G A B R I E L E B U R AT T I

30
RIFUGIATI POLITICI
Olio su tela | 100 x 120 cm | 2013
                                     31
DIRITTO CIVILE, DIRITTO NATURALE
     Olio su tavola | 124 x 94 cm | 2013
32
RICOGNIZIONE URBANA
Olio su tavola | 127 x 97 cm | 2013
                                      33
MINISTERO VACANTE
     Olio su tavola | 89 x 122 cm | 2013
34
RICOGNIZIONE URBANA
Olio su tavola | 87 x 130 cm | 2013
                                      35
MASSIMO CACCIA
SENZA TITOLO
Smalto su tavola | 20 x 20 cm | 2014
                                       37
SENZA TITOLO
     Smalto su tavola | 75 x 75 cm | 2011
38
SENZA TITOLO
Smalto su tavola | 75 x 75 cm | 2011
                                       39
SENZA TITOLO
     Smalto su tavola | 75 x 75 cm | 2012
40
SENZA TITOLO
Smalto su tavola | 20 x 20 cm | 2013
                                       41
ALICE ZANIN

     C O U R T E S Y G A L L E R I A B I A N C A M A R I A R I Z Z I & M AT T H I A S R I T T E R , M I L A N O
42
VERBA VOLANT SCRIPTA CAMELOPARDALIS SUNT I II
               Cartapesta | 140 x 240 x 60 cm | 2012
                                                       43
VERBA VOLANT SCRIPTA DESILIUNT I II III
     Cartapesta | dimensioni varie | 2013
44
VERBA VOLANT SCRIPTA NECTUNT
  Cartapesta | dimensioni varie | 2013
                                         45
VERBA VOLANT SCRIPTA IMAGINANTUR
     Cartapesta | 84 x 57 x 46 cm | 2013
46
VERBA VOLANT SCRIPTA VELLICANT VIII
   Cartapesta | 29,5 x 18 x 13,5 cm | 2013
                                             47
BIOGRAFIE

                 QUENTIN GAREL nasce nel 1975 a Parigi. Dopo il diploma alla Scuola
                 Nazionale Superiore di Belle Arti di Parigi, una borsa di studio all’Art
                 Institute di Chicago e un soggiorno di due anni alla Casa Velasquez di
                 Madrid, opera con commissioni di grande prestigio. Ha realizzato importanti
                 opere pubbliche a Rouen, Lille, Verona, Nanterre, Saint-Cyprien, e ha
                 vinto cinque prestigiosi premi di scultura e disegno tra il 2001 e il 2005.
                 Nel 2013 si è tenuta una sua grande mostra personale presso Bertrand
                 Delacroix Gallery a New York, e nel 2014 ha esposto le sue sculture presso
                 la Galleria Forni di Bologna in occasione della mostra “Garel and Garel”.
                 Ha partecipato a tutte le ultime edizioni di ArteFiera Bologna. Le sue opere
                 fanno parte di collezioni private e pubbliche in Italia, Francia, Spagna e
                 USA. Vive e lavora in Francia.
                 (Courtesy Galleria Forni, Bologna)

                 VANNI CUOGHI nasce nel 1966 a Genova. E’ diplomato in scenografia
                 presso l’Accademia di Brera, Milano. Ha partecipato a numerose biennali
                 in Italia e all’estero, tra cui la Biennale di San Pietroburgo (2008),
                 la Biennale di Praga (2009), la Biennale di Venezia (2011) e la Biennale
                 Italia-Cina (2012) e ha, inoltre, partecipato a mostre pubbliche presso
                 il Palazzo Reale di Milano (2007), l’Haidian Exhibition Center di
                 Pechino, in occasione dei XXXIX Giochi Olimpici (2008), il Liu
                 Haisu Museum di Shangai (2008), il Museo d’Arte Contemporanea di
                 Permm, in Russia (2010), il Castello Sforzesco di Milano (2012). Sue
                 opere sono state esposte in diverse fiere italiane e internazionali come
                 Frieze (Londra), MiArt (Milano), Artefiera (Bologna), Scope (New York). Nel
                 2012, su commissione di Costa Crociere, ha realizzato otto grandi dipinti
                 per la nave Costa Fascinosa. Vive e lavora a Milano.

                 GABRIELE BURATTI nasce nel 1964 a Milano ed è laureato al
                 Politecnico di Milano in Architettura del Paesaggio. Ha realizzato
                 mostre personali e collettive, sue opere sono state esposte in fiere di
                 settore italiane e ha partecipato a diversi premi classificandosi sempre tra
                 i finalisti e semifinalisti. Nel 2010 si è qualificato primo al premio “United
                 for animals Awards” a Milano. I suoi dipinti contengono un marchio, un vero
                 e proprio codice a barre, lo stesso che si trova sui prodotti che segnano
                 la produzione del nostro tempo, caratterizzata da un forte consumismo.
                 Proprio questo marchio è diventato un’icona, un segno, un’immagine
                 forte che si trova quasi sempre nei suoi dipinti, dando di lui un’idea forte
                 della sua arte che non è avulsa dalla storia degli ultimi anni, di quella
                 storia economico-sociale che ha dato ai paesi occidentali processi
                 accellerati. Vive e lavora a Milano.

48
MASSIMO CACCIA nasce nel 1970 a Desio (MI). Nel 1992 si diploma in
pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano, e dal 1995 espone
in mostre personali e collettive e partecipa a fiere di settore. Oltre
a dipingere, crea titoli di testa per cortometraggi, illustra libri per
bambini e si cimenta con l’animazione. Ha creato diverse campagne
pubblicitarie per note reti televisive, come Tele+ e, nel 2007, ha
pubblicato la graphic novel Deep Sleep (Grrrzetic Editrice). Protagonisti
delle sue opere sono animali immortalati nelle più assurde situazioni,
posti in relazione con oggetti quotidiani su fondali uniformi, spesso
monocromatici. I suoi dipinti sono realizzati con smalti ad acqua su tavole
quadrate di medie dimensioni. Vive e lavora a Vigevano.

ALICE ZANIN nasce nel 1987 a Piacenza. Dopo il diploma classico con
indirizzo linguistico, frequenta per qualche mese la scuola d’arte “Gazzola”
a Piacenza, abbandonando presto per proseguire il suo percorso artistico
come autodidatta. Lavora sia nel campo della pittura che in quello
della scultura. Per quanto riguarda le opere tridimensionali, il suo
interesse investe diversi materiali: terracotta, resina, carta e ferro –
singolarmente assemblati. Dal 2012 sceglie di concentrarsi pressoché
esclusivamente sulla tecnica della cartapesta, dando vita alla serie “verba
volant scripta…”, dove soggetti animali si muovono ironicamente attorno al
valore tutto umano della parola. Ha realizzato mostre personali e collettive e
ha partecipato a fiere in Italia. Sue opere fanno parte di collezioni private in
Italia, Austria e Venezuela. Vive e lavora a Podenzano (PC).
(Courtesy Galleria Bianca Maria Rizzi & Matthias Ritter, Milano)

                                                                                   49
BIOGRAPHIES

                   QUENTIN GAREL was born in Paris in 1975. After the degree at the
                   National School of Fine Arts in Paris, a scolarship at the Art Institute in
                   Chicago and a two years stay at the Casa Velazquez in Madrid, he now
                   works with prestigiuos assignments. He has realized important public
                   works in Rouen, Lille, Verona, Nanterre, Saint-Cyprien and won five
                   awards between 2001 and 2005. In 2013 the Bertrand Delacroix Gallery in
                   New York presented a huge solo-exhibition of his works, and in 2014 his
                   sculptures were shown at the Galleria Forni in Bologna during the exhibition
                   “Garel and Garel”. He took part in the most recent editions of ArteFiera
                   Bologna. Many of his works belong to private and public collections in Italy,
                   France, Spain and USA. He lives and works in France.
                   (Courtesy Galleria Forni, Bologna)

                   VANNI CUOGHI was born in 1966 in Genoa. He graduated in scenic design
                   at the Brera Academy in Milan. He took part into various art biennals in
                   Italy and abroad, among which the Saint Petersburg Biennal (2008), the
                   Prague Biennal (2009), the Venice Biennal (2011) and the Italy-China
                   Biennal (2012), moreover he participated into public exhibitions at the
                   Royal Palace in Milan (2007). the Haidian Exhibition in Beijing, during the
                   XXXIX Olympic Games (2008), the Liu Haisu Museum in Shanghai (2008),
                   the Contemporary Art Museum in Permm, Russia, (2010), the Sforza
                   Castle in Milan (2012). His works have been exposed in various italian and
                   international art shows, like Fieze (London), MiArt (Milan), Artefiera
                   (Bologna), Scope (New York). In 2012, commissioned by Costa Crociere,
                   he realized eight big paintings for the Costa Fascinosa cruise ship. He lives
                   and works in Milan.

                   GABRIELE BURATTI was born in Milan in 1964 and graduated in
                   Landscape Architecture at Politecnico. He realized numerous solo and
                   group exhibitions, his works have been selected for many italian art shows
                   ad he took part into various awards, always placing among the finalists and
                   semifinalist. In 2010 he won the “United for Animals Awards” in Milan. His
                   paintings are characterized by a mark, a real barcode, like the one placed
                   upon contemporary products, which so deeply underlines our devotion
                   to consumerism. This mark has turned into an icon, inserted within the
                   majority of his paintings, thus declaring that his art is strongly connected
                   with contemporary history and the socio-economic structure which
                   provided West countries with hasten development. He lives and works in
                   Milan.

50
MASSIMO CACCIA was born in 1970 in Desio (Milan). In 1992 he
graduated in Painting at the Brera Academy in Milan, and since 1995 he
realized solo and group exhibitions and took part into art shows. Apart
from painting, he creates film credits, illustrates children’s books and deals
with animation. He created various advertising campaigns for known tv
networks, such as Tele+, and in 2007 he published the graphic novel Deep
Sleep (Grrrzetic Editrice). His protagonists are animals captured in illogical
situations and surrounded with daily objects placed against uniform
and monochromatic backdrops. His works are medium square boards
decorated with water varnish. He lives and works in Vigevano.

ALICE ZANIN was born in Piacenza in 1987. After the degree in classical
and language studies, she attended for some months the Gazzola Art
School in Piacenza, soon dropping out to continue his artistic path as an
autodidact. She is both a painter and a sculptor. For what regards her
three-dimensional works, she uses various materials such as: terracotta,
resin, paper and iron -singularly assembling them-. Since 2012, she
focused upon papier-mâché, creating the “verba volant scripta…” series,
whose animal subjects ironically move around the human value of speech.
She realized many solo and group exhibitions and took part into various
art shows in Italy. Some of her works belong to private collections in Italy,
Austria and Venezuela. She lives and works in Podenzano (Piacenza).
(Courtesy Galleria Bianca Maria Rizzi & Matthias Ritter, Milano)

                                                                                 51
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