LE MISERICORDIE LUOGO DI ANNUNCIO E DI EVANGELIZZAZIONE

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LE MISERICORDIE
          LUOGO DI ANNUNCIO E DI EVANGELIZZAZIONE
                          Mons. Giuseppe Marciante, vescovo di Cefalù
                                   Prolusione e domande (D)

Eccellenza Reverendissima Mons. Franco Agostinelli,
carissimi correttori e governatori,

vi ringrazio per avermi invitato a partecipare a questo convegno che s’inserisce nel percorso di
riaffermazione dell’identità valoriale ed ecclesiale delle nostre confraternite.
Per esperienza diretta conosco la realtà delle Misericordie: all’inizio del mio ministero in parrocchia
sono stato tra i firmatari della fondazione delle Misericordie di Santa Maria di Ognina (CT) e, da
allora parroco di San Romano Martire in Roma, ho desiderato e voluto fortemente la presenza delle
Misericordie. Sono stato felice di averle trovate nella Diocesi di Cefalù: non mi sono mai pentito di
averle promosse per il messaggio e l’azione di cui si fanno promotrici.
Nel messaggio in preparazione al convegno c’è un forte richiamo a interpretare autenticamente la
vocazione “missionaria” richiesta dall’appartenenza ecclesiale.
In prima battuta, possiamo dire che la vocazione di ogni confrate nasce dalla consapevolezza che il
Signore gli ha usato misericordia, chiamandolo a testimoniare con la vita il Vangelo della
misericordia. Papa Francesco direbbe “misericordiato”; testimonia cioè la “misericordia” perché
innamorato della Misericordia divina.
Tenterò, attraverso questo mio contributo, di far comprendere i valori fondativi essenziali della
nostra identità e quindi della nostra appartenenza alla Confederazione.

Nel testo finale rivisto ho inserito le domande dei partecipanti (D) e le mie risposte come ulteriore
contributo per l’approfondimento del tema a conclusione di ogni punto.
1.      IL DONO DELLA FEDE

«Se tu conoscessi il dono di Dio!» (Gv 4,10). Questa esclamazione di Gesù alla donna samaritana
c’inquieta perché noi battezzati abbiamo ricevuto da Dio il dono prezioso della fede. La vita stessa
invoca infatti il dono della fede. Il fatto che l’individuo non può auto-generarsi convince sempre più
che la vita ci viene donata: nessuno di noi ha chiesto di venire al mondo, ma un altro l’ha deciso.
La vita senza la fede è cieca in quanto solo essa può rispondere alle domande radicali sul mistero
della vita stessa: da dove vengo? Perché ci sono? Dove vado?
Perciò essenziale è Dio perché Lui è la sorgente della vita.
Nel 2012, nella ricorrenza dei cinquant’anni dall’apertura del Concilio Vaticano II, Benedetto XVI
indisse l’Anno della fede come un’occasione importante per ritornare a Dio. Durante la prima delle
udienze generali dedicata al tema della fede, pose questa domanda: «La fede è veramente la forza
trasformante nella nostra vita, nella mia vita? Oppure è solo uno degli elementi che fanno parte
dell’esistenza, senza essere quello determinante che la coinvolge totalmente?»1.
Il termine determinante è uno dei sinonimi di essenziale.
«Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre»
(Gv 12,46).
La vita ha bisogno della luce, anzi essa stessa è essenziale alla vita.
Immaginate la vita sulla Terra senza la luce e il calore del sole! Cosa diventerebbe? Tenebra e
ghiaccio! Chi sopravvivrebbe? Si estinguerebbe la vita e regnerebbe sovrana la morte. Eppure a
questo non pensiamo, perché per noi è scontato veder sorgere ogni mattina il sole e ogni sera il suo
tramonto. Allo stesso modo noi non pensiamo cos’è la vita dell’uomo senza la luce della fede e il
calore dell’amore di Cristo.
Francesco, nella sua prima Lettera Enciclica Lumen Fidei, scritta a conclusione dell’Anno della
fede, c’invita a riscoprire il carattere luminoso della fede:
              È urgente perciò recuperare il carattere di luce proprio della fede, perché quando la
              sua fiamma si spegne anche tutte le altre luci finiscono per perdere il loro vigore.
              La luce della fede possiede, infatti, un carattere singolare, essendo capace di
              illuminare tutta l’esistenza dell’uomo. Perché una luce sia così potente, non può
              procedere da noi stessi, deve venire da una fonte più originaria, deve venire, in
              definitiva, da Dio. La fede nasce nell’incontro con il Dio vivente, che ci chiama e
              ci svela il suo amore, un amore che ci precede e su cui possiamo poggiare per
              essere saldi e costruire la vita. Trasformati da questo amore riceviamo occhi nuovi,
              sperimentiamo che in esso c’è una grande promessa di pienezza e si apre a noi lo
              sguardo del futuro. La fede, che riceviamo da Dio come dono soprannaturale,
              appare come luce per la strada, luce che orienta il nostro cammino nel tempo. Da
              una parte, essa procede dal passato, è la luce di una memoria fondante, quella della
              vita di Gesù, dove si è manifestato il suo amore pienamente affidabile, capace di
              vincere la morte. Allo stesso tempo, però, poiché Cristo è risorto e ci attira oltre la
              morte, la fede è luce che viene dal futuro, che schiude davanti a noi orizzonti
              grandi, e ci porta al di là del nostro “io” isolato verso l’ampiezza della comunione2.

Il dono della fede che abbiamo ricevuto non è semplicemente un dono privato da sotterrare, ma è un
talento da investire nell’annuncio e nella testimonianza personale e comunitaria. La fede cresce

1
    BENEDETTO XVI, Udienza generale, 17 ottobre 2012.
2
    FRANCESCO, Lumen Fidei, 4.
donandola. Ogni credente è chiamato a farsi compagno di viaggio di molti fratelli per aiutarli a
guardare all’essenziale:
              Accompagnare nella ricerca dell’essenziale è bello e importante, perché ci fa
              condividere la gioia di gustare il senso della vita. Spesso ci capita di incontrare
              persone che si soffermano su cose superficiali, effimere e banali; a volte perché
              non hanno incontrato qualcuno che le stimolasse a cercare qualcos’altro, ad
              apprezzare i veri tesori. Insegnare a guardare all’essenziale è un aiuto
              determinante, specialmente in un tempo come il nostro che sembra aver perso
              l’orientamento e inseguire soddisfazioni di corto respiro. Insegnare a scoprire che
              cosa il Signore vuole da noi e come possiamo corrispondervi significa mettere sulla
              strada per crescere nella propria vocazione, la strada della vera gioia3.

I volontari di Misericordia e la fede.
D - Come si possono aiutare i soci, i volontari delle Misericordie, soprattutto giovani, a compiere
un cammino di fede ed a vedere la Chiesa come esperienza bella, significativa, persino
“simpatica”?

Come è ovvio, a chi fa un servizio nelle Misericordie è richiesta certamente una preparazione che
presuppone una formazione non solo tecnica ma anche e soprattutto spirituale. Spesso separiamo il
fare dall’essere di una persona, ma nella formazione queste due dimensioni devono essere tenute
insieme. Pertanto è davvero necessario prevedere un percorso di fede, vita cristiana ed esperienze di
preghiera. Il problema vero è decidere: qual è la vostra identità? È solo o prevalentemente sociale e
di servizio oppure è una identità anche ecclesiale? Se la radice parte da un’esperienza di fede, allora
si deve esprimere ed alimentare. Quali sono allora gli elementi che alimentano la fede? La Parola di
Dio, la preghiera e i sacramenti. Se questi elementi mancano la fede perde il suo splendore.

La Vestizione.
D - Nel cercare di comprendere il ruolo del correttore, spieghiamo meglio la Vestizione: come si
può viverla pienamente con i volontari?

Accedere alla Vestizione significa esprimere un’appartenenza ancora più profonda. È una forma di
noviziato: come per entrare in una congregazione religiosa c’è un periodo di preparazione, così
occorre la stessa serietà quando si vuole entrare pienamente a far parte delle Misericordie.
Tuttavia non si può preparare la Vestizione con appena qualche incontro spirituale, ma occorre fare
un percorso quasi catecumenale. A maggior ragione per un servizio di misericordia e carità.
In questo il ruolo del laicato è molto importante: le Misericordie sono realtà laicali, c’è una
ministerialità laicale a dover essere messa in risalto. Occorre infatti che i laici siano i primi
responsabili della fede dei confratelli. Tutto si affida e si delega al clero e al correttore, ma è un
errore: il governatore in primis deve assumere il suo vero significato e ruolo; è come il superiore di
una comunità, certamente non a livello religioso ma laicale.

3
    FRANCESCO, Udienza generale, 16 novembre 2016.
2.   DARE IL PRIMATO ALLA PAROLA

«Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta» (Lc 10,42).
Le parole di Gesù a Marta ristabiliscono così una priorità e c’invitano a non perdere di vista
l’essenziale, ciò di cui si ha veramente bisogno, ovvero, stare ai piedi di Gesù per ascoltarlo.
Il Signore, in viaggio verso Gerusalemme per celebrare la Pasqua, fa una sosta a Betania nella casa
dei suoi amici, le sorelle Marta e Maria e il fratello Lazzaro, come narrato dal Vangelo di Giovanni:
           Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo
           ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore,
           ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece
           avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola
           a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti
           affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la
           parte migliore, che non le sarà tolta (Lc 10,38-42).

Dio è l’essenziale, ascoltarlo è l’atteggiamento fondamentale della fede e il primo comandamento.
L’Evangelista Marco, come anche Luca, riporta che Gesù considerava l’esortazione iniziale dello
Shemà quale primo dei suoi due più grandi comandamenti e connesso ad un secondo basato sul
Levitico:
           Allora si accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva
           loro ben risposto, gli domandò: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?”. Gesù
           rispose: “Il primo è: "Ascolta, Israele: Il Signore Dio nostro è l’unico Signore", e:
           "Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la
           tua mente e con tutta la tua forza". Questo è il primo comandamento. E il secondo è
           simile a questo: "Ama il tuo prossimo come te stesso"” (Mc 12,28-31).

Il brano di Luca ambientato nella casa di Marta e Maria riguardante il primo comandamento, va
letto in continuità con la parabola del buon samaritano che afferisce al secondo comandamento.
Viene da chiedersi: perché Gesù rimprovera Marta «distolta per i molti servizi», cioè per la molta
diaconia (gr. πολλὴν διακονίαν - pollèn diakonìan), affannata e agitata per molte cose da fare, se i
due comandamenti sono correlati?
Esaminando bene la risposta di Gesù a Marta che si lamenta della sorella Maria perché l’ha lasciata
sola a servire, possiamo dire che Gesù non la rimprovera per il servizio alla mensa, ma perché si
affanna (gr. μεριμνᾷς - merimnàs).
Il verbo greco merimnào descrive gli uomini catturati dalle preoccupazioni di questo mondo che ci
distraggono dalla fede nel Padre che ci dona ciò di cui abbiamo bisogno, proprio come nel discorso
della montagna:
           Poi disse ai suoi discepoli: “Per questo io vi dico: non preoccupatevi per la vita, di
           quello che mangerete; né per il corpo, di quello che indosserete […]. Cercate
           piuttosto il suo regno, e queste cose vi saranno date in aggiunta […]. Se dunque
           Dio veste così bene l’erba nel campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno,
           quanto più farà per voi, gente di poca fede” (Cfr. Lc 12,22-31).

Così come nella spiegazione della parabola del seminatore, dove i semi della Parola caduti nel
terreno pieno di spine che sta a significare coloro che, dopo aver ascoltato la parola cammino
facendo si lasciano prendere dalle preoccupazioni (gr. μεριμνῶν - merimnòn) della vita, non
giungono a maturazione.
In fondo Marta vuole accogliere nel modo migliore il Signore, ma è distratta e preoccupata; perciò
divisa e questo le impedisce di ascoltare il Kýrios.
Gesù loda Maria perché ha scelto la parte buona – la Cei traduce la parte migliore – (gr. τὴν ἀγαθὴν
μερίδα - tèn agathèn; lt. optimam partem elegit, secondo la Nova Vulgata) che non le sarà tolta. Ma
cosa faceva Maria? Ella era: «seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola» (Lc 10,39).
Spesso il brano è stato letto per sottolineare la superiorità della vita contemplativa rispetto a quella
attiva. Dal testo si può dedurre che l’alternativa è tra ascolto e non ascolto. Maria ha accolto Gesù,
ha scelto di mettersi in ascolto della Parola, seduta ai piedi del Maestro, secondo la postura tipica
del discepolo. Questa è la parte buona. Maria può lodare il Signore con le parole del salmo:
                             Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:
                             nelle tue mani è la mia vita.
                             Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi:
                             la mia eredità è stupenda (Sal 16,5-6).

Marta, presa dalle molte preoccupazioni dell’accoglienza, come un terreno spinoso, ha soffocato il
seme della Parola perché ha dato la precedenza alle molte cose da fare. Maria invece ha preparato il
buon terreno dell’ascolto, permettendo alla Parola di essere accolta nel cuore nobile e buono, l’ha
custodita e, nella perseveranza, il suo frutto sarà garantito e non le sarà tolto.
Scegliere la parte buona significa quindi che l’essenziale all’essere credenti è farsi discepoli,
perseverando nell’ascolto della Parola.

La crisi di fede.
D - Nel nostro quotidiano ci troviamo di fronte ad una situazione di forte crisi di fede. Una
questione estremamente seria, e non c’è differenza tra fede e opere. Riferendoci alla Vestizione si è
data una indicazione significativa, cioè di ripensarla sotto forma di catecumenato: un termine che
da tempo la Chiesa ha quasi dimenticato, ma che oggi ritorna come esigenza di una nuova
iniziazione cristiana. Ma iniziazione significa ricominciare da capo, significa lentamente e
gradualmente far avvicinare alla fede, a quella fede che nasce solo dalla Parola. Questo deve
ritornare ad essere impegno primario anche nelle nostre associazioni, perché dalla fede poi
nascono anche le opere.

La crisi di fede non è di quelli che stanno “lontani”, ma di quelli che “stanno dentro”! È nostra la
crisi di fede! Dobbiamo ribaltare la prospettiva: i “lontani” hanno grandi domande di fede, perché
ne hanno anzitutto un grande bisogno. Chi è “dentro” deve rianimare, riaccendere la propria fede!
Se noi osiamo proporre cammini seri e davvero autentici tanta gente si avvicina. Noi a volte non
sappiamo osare, perché siamo timidi nella nostra fede. La crisi è nostra, non degli altri! Se siamo
fuoco incandescente gli altri verranno a riscaldarsi.
Guardate a certi fenomeni di pellegrinaggio ai santuari: alcuni sono certamente da porre sotto la
lente del discernimento, ma tanta gente, anche lontanissima dalla fede, in certi luoghi ha colto
qualcosa che gli ha toccato il cuore. Questo fatto m’interroga: come mai come credenti non
riusciamo a dare un’esperienza forte alla gente che cerca la fede? Oggi c’è tanta gente assetata di
fede: il problema è dove trova l’acqua, chi la disseta?
Le nostre Misericordie possono essere le case dove occorre aprire le porte per fare entrare dentro la
gente in ricerca della fede, ma solo dinanzi alla nostra testimonianza di fede potrà dire: “non
abbiamo mai visto nulla di simile”. Questo è l’augurio che vi rivolgo.
3.     ESSENZIALE ALLA FEDE È LA PREGHIERA

La preghiera per Gesù significava respirare, come se la preghiera fosse l’ossigeno che gli
permetteva di vivere. Diverse volte i discepoli lo scrutano e lo scoprono anche di notte in profondo
colloquio col Padre.
Mi soffermo volentieri sul brano della Trasfigurazione.
Luca colloca l’evento durante la preghiera di Gesù «καὶ ἐγένετο ἐν τῷ προσεύχεσθαι - kaì egèneto
èn tò proseùkestai»; «E avvenne mentre pregava» (Lc 9,29). Luca non dice nulla del contenuto
della preghiera sul monte, ma mostra la trasformazione che questa opera sul suo volto e sulle sue
vesti; trasformazione che viene definita «la sua gloria». Possiamo allora intuire che nella preghiera
Gesù rivela la propria relazione col Padre: dà gloria al Padre suo e il Padre rivela la relazione col
Figlio e lo glorifica.
I tre Apostoli vengono coinvolti in questa esperienza di preghiera: «Prese con sé Pietro, Giovanni e
Giacomo e salì sul monte a pregare» (Lc 9,28). Pietro e compagni, nonostante la pesantezza del
sonno: letteralmente «Avendo vegliato, videro la sua gloria» (Lc 9,32a).
L’esperienza della preghiera si qualifica come il rimanere svegli per vedere la gloria; sul Monte
degli Ulivi invece, per la tristezza, furono oppressi dal sonno, abbandonarono la preghiera ed
entrarono in tentazione perché non videro più la sua gloria nella passione.
Il primo insegnamento che ci viene da questa pagina del Vangelo è la necessità dell’esperienza della
preghiera nella vita del credente. Essenziale è la preghiera.
Sull’esempio di Cristo dobbiamo cercare un luogo spirituale, ma anche fisico, dove stare in silenzio
e in solitudine per entrare nella relazione col Padre. Pregare è vegliare con Cristo, rimanere lucidi e
vivi per gustare la bellezza luminosa del suo volto che emerge dall’ascolto della Parola.
Anche noi possiamo entrare nella luce del Tabor attraverso la lettura orante della Parola di Dio.
Essere uomini e donne destinatari della trasfigurazione significa anche essere capaci di mutare lo
sguardo per vedere l’invisibile nel volto umano, e lì vedere Dio.
Ricordiamo che:
              È la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra
              umanità, anche quella frammentata per le fatiche della vita, o segnata dal peccato.
              Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo. Dunque mi permetto
              di chiederti: ci sono momenti in cui ti poni alla sua presenza in silenzio, rimani con
              Lui senza fretta, e ti lasci guardare da Lui? Lasci che il suo fuoco infiammi il tuo
              cuore? Se non permetti che Lui alimenti in esso il calore dell’amore e della
              tenerezza, non avrai fuoco, e così come potrai infiammare il cuore degli altri con la
              tua testimonianza e le tue parole? E se davanti al volto di Cristo ancora non riesci a
              lasciarti guarire e trasformare, allora penetra nelle viscere del Signore, entra nelle
              sue piaghe, perché lì ha sede la misericordia divina4.

La preghiera per Agostino è desiderio. Non si smette mai di pregare se si desidera costantemente
Dio: «C’è un’altra preghiera interiore che non conosce interruzione; ed è il desiderio. Qualunque
cosa tu desideri, non smetti di pregare. Se non vuoi interrompere la preghiera, non cesserai mai di
desiderare»5.

4
    FRANCESCO, Gaudete et Exultate, 151.
5
    AGOSTINO, In Ps. 37, 14.
Chi anela a Dio non è solo un uomo, dice Agostino, ma un corpo; il corpo di Cristo che è la Chiesa.
Coloro che hanno gustato la dolcezza del Signore non sono soli, ma sono la voce dell’unità
cristiana.
A partire da queste parole comprendiamo quanto sia importante la preghiera corale, all’unisono,
della Chiesa intera, come la Liturgia domenicale e la Liturgia delle Ore.
La Chiesa anela costantemente al suo Signore e lo cerca come un solo corpo. È questo corpo che
anela a Dio e desidera vedere il suo volto.

Il “fare” lascia poco spazio.
D - È certamente necessario concepire le Misericordie anche come spazio di evangelizzazione.
Spesso però la struttura è così intasata di cose da fare in affanno e non si ha la possibilità di far
diventare annuncio l’incontro, di far diventare testimonianza l’accompagnamento delle persone; di
condurre verso Gesù il fare un servizio. Perché bisogna sopravvivere: la Misericordia deve
attendere alle convenzioni, ai servizi e all’organizzazione; il tempo per il resto non c’è davvero più.
Come correttore vivo una situazione di frustrazione, vedendo quanto sarebbe bello poter fare
quelle cose che diciamo, ma rendendomi conto che questo non è concretamente possibile. È come
avere un cibo appetitosissimo su uno scaffale al quale non possiamo arrivare. Questo stato – sia
chiaro – non riguarda solo le Misericordie, ma gran parte dell’esperienza ecclesiale: la catechesi,
l’oratorio, i giovani. Probabilmente come Misericordie dovremmo fare delle scelte, ed in quanto
espressione della vita ecclesiale qualcosa va potato, con sobrietà, altrimenti continuiamo a parlare
di nuova evangelizzazione senza riuscire a sviluppare i passi necessari.

Vanno fatte sicuramente delle scelte. Se nelle nostre Misericordie mancheranno la preghiera e
l’ascolto della Parola di Dio, se quindi mancherà un cammino di fede, allora emergerà il peggio
della nostra umanità. Se non si curerà la vita dello spirito emergeranno solo i nostri limiti.
Ogni giorno dobbiamo invece far emergere la realtà più grande e più bella delle nostre
confraternite: Gesù Cristo e il Vangelo.
Pensate all’icona della Trasfigurazione: lì, nella preghiera, Gesù mostra la sua vera identità. Grazie
alla preghiera riusciamo a vedere le cose in modo diverso, perché essa ci trasforma e cambia dal di
dentro la visione della vita.
Se non abbiamo una visione spirituale delle cose, le nostre visioni saranno limitate e miopi: quando
emerge il limite umano trionfano la superbia, l’orgoglio e la parte peggiore di noi stessi che provoca
divisioni e rivalità. E questo avviene ovunque, anche nel presbiterio: quando non c’è un livello
spirituale alto emerge il peggio dell’umano, financo il disumano. Se vogliamo far funzionare bene –
anche in senso tecnico – le nostre associazioni dobbiamo affondarne le radici in una profonda
spiritualità. Si corre altrimenti il rischio che le nostre esperienze non avranno continuità, ma
diventeranno stagionali si esauriranno piano piano.
4.   EVANGELIZZARE LA MISERICORDIA DI DIO CON LA FORZA DELLA TESTIMONIANZA

In Misericordiae Vultus si legge in apertura: «Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre. Il
mistero della fede cristiana sembra trovare in questa parola la sua sintesi»6.
L’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia. Tutto della sua azione pastorale
dovrebbe essere avvolto dalla tenerezza con cui si indirizza ai credenti; nulla del suo annuncio e
della sua testimonianza verso il mondo può essere privo di misericordia. La credibilità della Chiesa
passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole.
La Chiesa «vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia»7. Forse per tanto tempo abbiamo
dimenticato di indicare e di vivere la via della misericordia. È giunto di nuovo per la Chiesa il
tempo di farsi carico dell’annuncio gioioso del perdono. È il tempo del ritorno all’essenziale per
farci carico delle debolezze e delle difficoltà dei nostri fratelli. Il perdono è una forza che risuscita a
vita nuova e infonde il coraggio per guardare al futuro con speranza.
            Ciò di cui abbiamo bisogno, specialmente in questi tempi, sono testimoni credibili
            che con la vita e anche con la parola rendano visibile il Vangelo, risveglino
            l’attrazione per Gesù Cristo, per la bellezza di Dio […] C’è bisogno di cristiani che
            rendano visibile agli uomini di oggi la misericordia di Dio, la sua tenerezza per
            ogni creatura […] Ogni battezzato è “cristoforo”, cioè portatore di Cristo, come
            dicevano gli antichi santi Padri. Chi ha incontrato Cristo, come la Samaritana al
            pozzo, non può tenere per sé questa esperienza, ma sente il desiderio di
            condividerla, per portare altri a Gesù (Cfr. Gv 4). C’è da chiedersi tutti se chi ci
            incontra percepisce nella nostra vita il calore della fede, vede nel nostro volto la
            gioia di avere incontrato Cristo!8

Per Francesco la Nuova Evangelizzazione non può che usare il linguaggio della misericordia, fatto
di gesti e di atteggiamenti prima ancora che di parole.
L’annuncio della misericordia, che si rende concreto e visibile nello stile di vita dei credenti, vissuto
alla luce delle molteplici opere di misericordia, appartiene intrinsecamente all’impegno di ogni
evangelizzatore, che ha scoperto in prima persona la chiamata all’Apostolato proprio in forza della
misericordia che gli è stata riservata:
            Le parole dell’Apostolo Paolo non dovrebbero mai essere dimenticate da quanti
            hanno il compito di annunciare il Vangelo: «Rendo grazie a colui che mi ha reso
            forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia
            mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un
            violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano
            dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e
            alla carità che è in Cristo Gesù. Questa parola è degna di fede e di essere accolta da
            tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali
            sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha
            voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di

6
  FRANCESCO, Misericordiae Vultus, 1.
7
  FRANCESCO, Evangelii Gaudium, 24.
8
   FRANCESCO, Discorso alla Plenaria del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova
Evangelizzazione, 14 ottobre 2013.
esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna (1Tm 1,12-
            16)»9.

Mi piace pensare i volontari delle Misericordie con un’icona biblica. Generalmente si utilizza quella
del buon samaritano, ma io propongo quella dei quattro uomini che calano un paralitico dal tetto per
condurlo a Gesù.
            Entrò di nuovo a Cafarnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si
            radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed
            egli annunciava loro la Parola. Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da
            quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla,
            scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un'apertura, calarono
            la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al
            paralitico: “Figlio, ti sono perdonati i peccati”. Erano seduti là alcuni scribi e
            pensavano in cuor loro: “Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i
            peccati, se non Dio solo?”. E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così
            pensavano tra sé, disse loro: “Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che
            cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati", oppure dire
            "Alzati, prendi la tua barella e cammina"? Ora, perché sappiate che il Figlio
            dell'uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te - disse al
            paralitico -: alzati, prendi la tua barella e va' a casa tua”. Quello si alzò e subito
            presa la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e
            lodavano Dio, dicendo: “Non abbiamo mai visto nulla di simile!”. (Mc 2,1-12)

Di questi quattro uomini non conosciamo il nome. Restano nell’anonimato come vuole il Vangelo
quando si opera il bene. Non è necessario sbandierarlo, come vuole la tradizione delle Misericordie
con l’uso della “buffa”. Gesù definisce fede l’audacia e la creatività di questi quattro volontari:
“vista la loro fede”.
È la fede di chi è innamorato della misericordia nel senso etimologico del termine “miseri-cor-
dare”, di chi dà il cuore a chi soffre. È la fede di chi non si scoraggia, non si arrende, non arretra
dinanzi al bisogno dell’altro. Sono quelle persone che non si rassegnano nel dire non c’è più nulla
da fare. In questo caso la fede è creativa. Ora di persone con tale fede nella mia vita ne ho incontrate
tantissime.
L’intento di questi volontari è quello di presentare a Gesù quell’uomo paralizzato in un lettuccio e
poi scomparire silenziosamente tra la folla. È la fede che diventa operosa nella carità. Dinanzi a
questa forte testimonianza, assolutamente gratuita, in molti s’interrogano: chi glielo fa fare? Perché
lo fanno? È dunque da tale testimonianza semplice, umile, gratuita e pertanto autentica che nasce la
vera evangelizzazione.
La testimonianza della misericordia è la trasmissione della fede per contagio.
È Il contatto col pulito che ci fa capire cos’è lo sporco; il contatto col bene ci fa capire cos’è il male.
A partire da una testimonianza luminosa ci si può accorgere della tenebra che ci abita.

Non tutti sono per la Misericordia.

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  FRANCESCO, Discorso alla Plenaria del Pontificio Consiglio per La Promozione della Nuova
Evangelizzazione, 29 settembre 2017
D - Spesso ci si avvicina alla Misericordia come ad un qualunque associazione di volontariato,
senza una motivazione di fede e certo senza pensare che potrebbe esserci un percorso di fede. Se
proponiamo un cammino di formazione, un catecumenato, un accompagnamento spirituale, nel
quale alla fine c’è anche il discernimento (il governatore insieme al correttore deve rendersi conto
se una persona è adatta) il timore può essere quello di perdere pezzi, di dover rinunciare a forze, a
disponibilità. Eppure, “la misericordia è per tutti ma non tutti sono per la misericordia”. È meglio
perdere qualche pezzo o rischiare di snaturare la nostra missione? E dal punto di vista interno,
personale, agli aspiranti confratelli cosa richiediamo come requisito minimo per l’ammissione a
questo cammino?

Non poniamo condizioni, non facciamo questioni di numero o discernimento. Sappiamo piuttosto
cogliere l’opportunità di chi si presenta anche per una motivazione in partenza non certamente di
fede, ma profondamente umanitaria.
Chi cerca veramente l’uomo, desiderando esercitare un servizio, non è lontano dalla fede. Non
consideriamo gli altri lontani, cerchiamo di attrarli con la nostra splendida e quanto più semplice
testimonianza.
Essa infatti attrae nella misura in cui la fede è forte; così la testimonianza diventa attraente. A volte
basta un solo testimone convinto, luminoso, per attrarre molti altri. Ricordiamoci che bastano
“quattro barellieri” che ci credono e testimoniano per far lievitare di Vangelo un ambiente!

La forma mentis dei dirigenti di Misericordia.
D - Nelle Misericordie abbiamo decine di governatori, anche profondamenti cristiani, che non
riescono però a fare quel “passo in più” per la gestione della dimensione spirituale dei volontari;
non c’è resistenza oggettiva su questo, al massimo un po’ di pigrizia, ma soprattutto è non
consapevolezza, incapacità di comprendere. Eppure è fondamentale che i quadri dirigenti delle
confraternite assumano la forma mentis che li faccia sentire impegnati e co-responsabili, in
sinergia con il correttore, nel dare spazio alla dimensione spirituale, investendoci risorse, pensiero
e persone.

Chi si avvicina alle Misericordie – si è detto – non sempre ha motivazioni di fede, ma molto spesso
umanitarie e filantropiche: questa è una buona base da cui partire! Non rifiuterei questo genere di
motivazione perché la si può approfondire.
Il problema allora è avere un gruppo, uno “zoccolo duro” che sia veramente testimone della
misericordia. E questo nucleo dovrebbe essere il fuoco che infiamma tutti i partecipanti, come la
lampada accesa posta sul lucerniere perché la luce arrivi a tutti.
Esistono nelle nostre Misericordie almeno quattro confratelli (come i barellieri) che hanno una fede
profonda nella misericordia di Dio? Questi quattro si incontrano per ascoltare la Parola di Dio? Si
incontrano per pregare insieme? Si nutrono dei sacramenti? Se ci sono, questi quattro sono già
capaci di trascinare! Se andiamo ad una fede per contagio, io penso che ne bastano quattro, ma pieni
di una forte fede nel Signore. Senza voler fare proselitismo, ma come una testimonianza autentica
all’interno della confraternita, costoro possono veramente essere luce e faro per tutto il gruppo dei
volontari, per tutta la Misericordia. Gesù cominciò con quattro ad annunciare il Vangelo del Regno.
Il ministero della consolazione.
D - La Misericordia può formare, educare alcune persone dedicate al ministero della
consolazione? Persone che sono abituate a stare vicine ai malati, agli anziani, a chi si prepara a
morire, per aiutare questi nostri fratelli a prepararsi all’incontro con il Signore.

In effetti le Misericordie sono proprio la risposta concreta a questa opera di misericordia: consolare
gli afflitti. E le Misericordie dovrebbero aderire prontamente a tutte le iniziative che la Chiesa
propone come percorsi per l’esercizio del ministero della consolazione.

I poveri.
D - Papa Francesco dice spesso di avere sempre a cuore i poveri; quasi si potrebbe dire che i
poveri sono una sua fissazione! Ma ricordiamo che Gesù dice: “I poveri con voi li avrete sempre,
mentre me non mi avrete sempre”. Non significa certo che non dobbiamo amare i poveri, ma che
dobbiamo partire dall’amore di Dio. Senza Gesù come si fa a fare la carità, ad amare il prossimo
facendo volontariato? Mi pare ci sia un po’ di stanchezza nel volontariato, al di là dell’entusiasmo
iniziale; perché se non ci aggrappiamo a Lui, se non partiamo da Lui, sentiamo la fatica e ci
chiediamo il senso della nostra azione per i poveri.

Gesù era davvero “fissato” per i poveri! “Ogni volta che avete fatto ad uno solo di questi miei
fratelli più piccoli lo avete fatto a me”. L’espressione “non sempre mi avrete con voi” ha questo
significato: il Signore si presenta nei poveri. Se l’occhio e il cuore sono allenati nella palestra della
fede, ogni volta nel povero è visibile Cristo. Un cuore allenato all’intimità con Cristo lo raggiunge
nel povero. Questo mi sembra il modo corretto di interpretare quel brano evangelico.

Misericordie e Caritas.
D - Per la prima volta incontro le Misericordie. Qual è lo specifico tra le Misericordie e le Caritas
parrocchiali?

La Misericordia ha una sua identità ben precisa, che certamente si esprime nella carità.
Per molto tempo c’è stata grande confusione nella Chiesa; la carità nelle nostre parrocchie è stata
delegata solo ad alcuni. Ma la Caritas non è la carità delegata: dovrebbe animare e stimolare
l’aspetto testimoniale della fede; essere la fede testimoniata, perché se non si esprime nell’amore la
fede non è credibile. Senza le opere la fede è morta.
La Caritas ha il compito di stimolare in tutti l’espressione caritativa della fede.
Le Misericordie rientrano tra le espressioni caritative della fede. Una Misericordia fa parte a pieno
titolo della Caritas, di quella diocesana e parrocchiale dove essa è inserita. È Caritas nel senso vero
del termine. Purtroppo abbiamo confuso la Caritas con un’associazione tra le altre: la Caritas è un
servizio di animazione della carità nelle nostre diocesi e nelle nostre parrocchie perché è
l’espressione di una fede che si fa amore.
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