CONFIMI Rassegna Stampa del 10/10/2014
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INDICE CONFIMI 10/10/2014 Avvenire - Nazionale 6 Piccole e medie imprese schierate per il «no» al Tfr in busta paga 10/10/2014 Gazzetta di Modena - Nazionale 8 Export, come costruire un affare 10/10/2014 L'Arena di Verona 9 A Verona 700 addetti in meno nelle banche 10/10/2014 Prima Pagina - Modena 10 Confimi e Simest per competere sul mercato globale 10/10/2014 Prima Pagina - Reggio Emilia 11 "Adesso ripartiamo", successo per il convegno dedicato a Simest e Pmi per la crescita e l'internazionalizzazione CONFIMI WEB 09/10/2014 www.ravennawebtv.it 08:49 13 Efficienza, rinnovabili e metano per una nuova fase di sviluppo: sottoscritto il nuovo documento sull'energia 09/10/2014 www.viaemilianet.it 13:02 15 Confimi e Simest per competere sul mercato globale SCENARIO ECONOMIA 10/10/2014 Corriere della Sera - Nazionale 17 Draghi: chi non crea lavoro sparirà 10/10/2014 Corriere della Sera - Nazionale 19 Telecom punta a Metroweb E a 7 miliardi per la fibra ottica 10/10/2014 Corriere della Sera - Nazionale 20 La crisi del lavoro e i 14,7 miliardi di sussidi a carico dei contribuenti 10/10/2014 Corriere della Sera - Nazionale 21 I dubbi delle banche sul passaggio di Giochi Preziosi a Lee
10/10/2014 Il Sole 24 Ore 22 Se Berlino ritrova l'Europa per interesse 10/10/2014 Il Sole 24 Ore 24 Una dote ridotta 10/10/2014 Il Sole 24 Ore 25 La lezione di Clinton 10/10/2014 Il Sole 24 Ore 27 Due temporali a Francoforte 10/10/2014 Il Sole 24 Ore 29 Dal Lavoro risparmi per 2,1 miliardi 10/10/2014 Il Sole 24 Ore 31 Jobs act, alla Camera delega «blindata» 10/10/2014 La Repubblica - Nazionale 33 Draghi: i governi senza riforme saranno cacciati 10/10/2014 La Repubblica - Nazionale 35 Se anche Berlino rischia la recessione 10/10/2014 La Repubblica - Nazionale 37 La frenata tedesca i tassi americani ei prezzi troppo alti bloccano le Ipo salta anche Intercos 10/10/2014 La Repubblica - Nazionale 38 Thyssen, niente accordo sul piano dell'azienda in vista 550 licenziamenti 10/10/2014 MF - Nazionale 39 CONTRATTO BANCARI, TRE MESI DA SFRUTTARE PER CAPIRE IL FUTURO 10/10/2014 MF - Nazionale 40 Ai massimi dal 2008 la domanda di prestiti delle aziende. Ma le banche ci sentono poco 10/10/2014 MF - Nazionale 41 In Italia cresce solo il (finto) lavoro part-time 10/10/2014 L'Espresso 42 International FIAT 10/10/2014 L'Espresso 45 Cenerentola al ballo di Wall Street 10/10/2014 L'Espresso 46 Caro Piketty, di Marx non hai capito niente
SCENARIO PMI 10/10/2014 Corriere della Sera - Brescia 48 Bonomi: «Tasse al 66% Competitività a rischio per le nostre imprese» 10/10/2014 Il Sole 24 Ore 49 «Servizi e territorio urbano, ecco la ricchezza del futuro» 10/10/2014 ItaliaOggi 52 SI PUNTA ALLE PMI E AI PROFESSIONISTI 10/10/2014 ItaliaOggi 53 Navi militari Alleanza italiana 10/10/2014 MF - Nazionale 54 Fincantieri e Finmeccanica uniscono le forze per la nautica militare 10/10/2014 MF - Nazionale 55 SI PUNTA ALLE PMI E AI PROFESSIONISTI 10/10/2014 L'Espresso 56 MANUFACTURING 2.0 09/10/2014 Banca Finanza 59 II modello di banca dei sindacati 09/10/2014 Banca Finanza 62 Le nuove sfide del trading on line
CONFIMI articoli
10/10/2014 Avvenire - Ed. nazionale Pag. 24
(diffusione:105812, tiratura:151233)
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Torino
Piccole e medie imprese schierate per il «no» al Tfr in busta paga
Allarme Il 17% delle aziende ha ordini per solo 15 giorni e il 74% soffre ritardi nei pagamenti
ANDREA ZAGHI
Arrabbiati e preoccupati, comunque decisi a non essere più, come loro stessi dicono, il "bancomat" del
Governo. L'umore delle piccole e medie imprese torinesi di fronte alle ipotesi di Tfr in busta paga e in attesa
di una politica economica nuova, non è dei migliori. Anzi, a Torino - una delle aree più calde dal punto di vista
occupazionale e produttivo -, tira aria di "ribellione". Con, tuttavia, i modi consoni ad uno stile sabaudo che
non viene abbandonato. Ma le parole sono chiarissime. «Occorre fare capire al Governo che non è possibile
compiere le riforme con i soldi delle imprese e di chi lavora», dice Corrado Alberto - presidente di Api Torino
una delle più rappresentative associazioni di Pmi (Piccole e medie imprese) in Italia -, che è netto nei
confronti della strategia sul lavoro e per lo sviluppo avviata e che aggiunge subito: «Torino e il Piemonte
stanno già soffrendo abbastanza per i problemi generati dalla situazione locale. Aggiungere altri problemi è
semplicemente assurdo e pericoloso anche dal punto di vista sociale. A questo punto è proprio da Torino che
deve partire un forte moto di ribellione contro programmi calati dall'alto che non tengono conto delle reali
condizioni delle imprese». I numeri sciorinati dall'ultima indagine dell'Ufficio studi dell'associazione, spiegano
che il 17% delle imprese ha ordini solo per 15 giorni, circa il 70% pensa di diminuire gli investimenti mentre
aumenta al 74% il numero delle aziende che soffre di ritardi nei pagamenti. L'ipotesi del Tfr in busta paga,
quindi, preoccupa e si aggiunge a tutto il resto. «Abbiamo iniziato - dice Alberto -, con il bonus di 80 euro
recuperato, di fatto, con tagli alla spesa della Pubblica amministrazione che ricadono sui fornitori e quindi
sulle imprese. L'ipotesi del Tfr in busta paga comporterebbe ulteriori problemi. Senza contare il fatto che, ad
oggi, rimangono molte incognite sul tipo di tassazione alla quale verrebbe sottoposto e sugli effetti che
potrebbe avere sul complesso del reddito percepito arrivando anche a mettere a rischio la possibilità di
usufruire del bonus degli 80 euro. Insomma, l'unico risultato sarebbe confermare il fatto che il Governo
considera le imprese una sorta di Cassa depositi e prestiti, un bancomat a disposizione di Renzi».
CONFIMI - Rassegna Stampa 10/10/2014 610/10/2014 Gazzetta di Modena - Ed. nazionale Pag. 8
(diffusione:10626, tiratura:14183)
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Export, come costruire un affare Convegno Confimi -Simest sulle strategie d'investimento per gli imprenditori
Export, come costruire un affare
Export, come costruire un affare
Convegno Confimi-Simest sulle strategie d'investimento per gli imprenditori
Un giro d'affari pari a 390 miliardi di euro. È quanto vale l'export in Italia. Un dato che serva a capire quanto
importante sia questa voce nell'economia del Paese, Modena compresa, che ha da sempre una vocazione
all'export. Ed è da sempre su questo che le associazioni di categoria "spingono", affinché le imprese
scelgano sempre più la strada dell'internazionalizzazione. Ne sanno qualcosa da Apmi Confimi Impresa, che
ha organizzato un convegno dal titolo "Adesso ripartiamo. Simest e le pmi per la crescita e
l'internazionalizzazione", dove sono stati presentati una serie di progetti nati dalla collaborazione tra
l'associazione e Simest, un'alleanza per presidiare paesi difficili, nei quali la concorrenza si intensifica giorno
dopo giorno. Davanti a una platea gremita di imprenditori (giunti all'auditorium di Apmi Confimi Impresa a
Modena) il filo conduttore dei vari interventi è stata l'importanza che riveste nel nostro paese l'export che, ha
ricordato Giovanni Gorzanelli, presidente di Confimi Impresa Modena «nel 2013 ha generato un giro d'affari
di 390 miliardi di euro (+2,3%) rispetto all'anno passato, di cui ben 200 miliardi in capo alle piccole e medie
imprese». Ad illustrare l'identikit di Confimi il direttore generale Fabio Ramaioli, che ha affermato: «Siamo nati
due anni fa con l'obiettivo di riportare l'industria manifatturiera al centro del dibattito e ci stiamo riuscendo.
Non è un caso se Modena ha la delega nazionale all'internazionalizzazione». È toccato poi all'ad di Simest,
Massimo D'Aiuto, presentare il quadro di ciò che la società può offrire alle pmi: «Siamo una finanziaria di
sviluppo che propone principalmente tre filoni di attività: partecipiamo ai capitali delle società, individuiamo
opportunità di investimento all'estero e in Italia e gestiamo i fondi pubblici per l'internazionalizzazione. Alle
aziende proponiamo una vera attività di scouting, intesa come lavoro mirato di affiancamento per cercare
investimenti specifici». Altro servizio di Simest, ha proseguito D'Aiuto, «è prevedere per l'impresa una
struttura permanente in un determinato mercato. In quest'ultimo caso abbiamo strumenti che nessun'altro ha
in Europa, in primis la nostra disponibilità a partecipare al capitale di rischio attraverso un fondo di equity».
Presente all'incontro Dino Piacentini, vicepresidente nazionale di Confimi Imprese, che ha presentato la
propria personale esperienza. «Davanti a un partner di questo genere non ci sono più alibi per dire "non lo
sapevamo" - ha spiegato - Come imprenditori abbiamo il dovere di essere responsabili e svolgere il ruolo di
creazione di sviluppo tramite gli investimenti: non dobbiamo avere paura di questa sfida».
CONFIMI - Rassegna Stampa 10/10/2014 710/10/2014 L'Arena di Verona Pag. 9
(diffusione:49862, tiratura:383000)
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BANCHE E CRISI. In Apindustria a confronto sindacati e imprenditori
A Verona 700 addetti in meno nelle banche
I relatori del convegno organizzato ad Apindustria Fare in modo che le banche tornino al loro ruolo originario
di intermediazione creditizia a sostegno delle piccole e medie imprese. È questo l'appello lanciato ieri nel
corso del convegno «Credito e territorio», organizzato da Unisin (Falcri-Silcea), sindacato dei bancari, nella
sede di Apindustria. «Piuttosto che dedicarsi ad attività solo di carattere finanziario, gli istituti di credito
dovrebbero riappropriarsi del loro ruolo di supporto alle imprese», è stato il commento di Emilio Contrasto,
segretario generale di Unisin, «fornendo servizi finanziari, ma anche di tipo consulenziale». Della stessa
opinione i segretari Unisin del Veneto, Luca Pinton, e nazionale, Angelo Peretti. «Verona, un tempo tra le
capitali finanziarie del Paese, ha visto negli anni affievolirsi la presenza di strutture bancarie sul territorio: dal
2008 a oggi si sono persi 700 addetti del settore su un totale di 12 mila», ha spiegato Peretti. «In tutta Italia
sono in corso riorganizzazioni, ma a Verona stanno avendo un impatto significativo, come testimoniano i casi
Ubis e Uccmb». Impatto «significativo», secondo il sindaco Flavio Tosi, perché a Verona la concentrazione di
addetti del settore è più alta che altrove, ma che è stato gestito in modo non traumatico rispetto ad altri
comparti. «Non si possono demonizzare le banche per il credit crunch, ma è chiaro che il sistema si sta
avvitando su se stesso: se le imprese non hanno accesso al credito, chiudono e ciò mette in difficoltà anche
le stesse banche. Per questo è fondamentale che il sistema bancario torni a dare respiro al sistema
imprenditoriale». Il presidente di Apindustria Arturo Alberti fa un piccolo mea culpa, ma poi rilancia. «È vero
che da parte di alcuni imprenditori non sempre c'è stata serietà nel proporsi e nell'operare, ma il problema
vero è che in questa fase le banche hanno perso il rapporto con il territorio», ha commentato Alberti. «Dopo
sei anni di crisi, le imprese rimaste sul mercato sono sane e hanno bisogno di fiducia per andare avanti».
Fiducia, ma non solo. «Il sistema bancario ha disponibilità finanziarie, ma solo per i soggetti che abbiano certi
parametri di affidabilità, legati anche al modo di presentarsi alla banca», ha concluso Giovanni Maccagnani,
membro del cda della Fondazione Cariverona. «Oggi infatti c'è grande necessità di professionisti che aiutino
gli imprenditori ad attingere al credito attraverso un linguaggio che la pmi non ha».M.Tr. © RIPRODUZIONE
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CONFIMI - Rassegna Stampa 10/10/2014 810/10/2014 Prima Pagina - Modena Pag. 23
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L'ad di Simest, Massimo D'Aiuto: «Alle aziende proponiamo una vera e propria attività di scouting»
L'INCONTRO
Confimi e Simest per competere sul mercato globale
Il presidente Giovanni Gorzanelli: «Le Pmi protagoniste dell'export italiano»
Una partnership forte per imporsi sui mercati esteri. Un'a lleanza per presidiare paesi difficili, nei quali la
concorrenza si intensifica giorno dopo giorn o. Questo il senso ultimo dei progetti presentati al convegno
organizzato da Apmi Confimi Impresa dal titolo «Adesso... r ipartiamo! Simest e le Pmi per la crescita e l'i nter
nazionalizzazione», svoltosi mercoledì pomeriggio nell'Aud it or iu m dell'a s s o c i a z i o n e. Presenti l'a m
m i n i s t r atore delegato di Simest, Massimo D'Aiuto, insieme al vice presidente nazionale di Confimi
Impresa, Dino Piacentini; il presidente di Confimi Impresa Modena, Giovanni Gorzanelli e il direttore generale
di Confimi Impresa, Fabio Ramaioli. Davanti a una platea gremita di imprenditori, il filo conduttore dei vari
interventi è stata l'i mportanza che riveste nel nostro paese l'expor t che, ha ricordato Gorzanelli, «nel 2013
ha generato un giro d'affari di 390 miliardi di euro (+2,3%) rispetto all'anno passato, di cui ben 200 miliardi in
capo alle piccole e medie imprese». Ha illustrato l'i de nt ikit di Confimi il direttore generale Fabio Ramaioli:
«Siamo nati due anni fa con l'obiettivo di riportare l'industria manifatturiera al centro del dibattito e ci stiamo
riuscendo. Non è un caso se Modena ha la delega nazionale all'inter nazionalizzazione». È toccato poi all'ad
di Simest, Massimo D'A i uto, presentare il quadro di ciò che la società può offrire alle Pmi: «Siamo una
finanziaria di sviluppo che propone principalmente tre filoni di attività: partecipiamo ai capitali delle società,
individuiamo opportunità di investimento all'e s t ero e in Italia e gestiamo i fondi pubblici per l'i nter
nazionalizzazione. Alle aziende - ha precisato - proponiamo una vera e propria attività di scouting, intesa
come lavoro mirato di affiancamento per cercare investimenti specifici». Altro servizio di Simest, ha
proseguito D'A i uto, «è prevedere per l'i mpresa una struttura permanente in un determinato mercato. In
quest'ultimo caso abbiamo strumenti che nessun'a ltro ha in Europa, in primis la nostra disponibilità a
partecipare al capitale di rischio attraverso un fondo di equity». In conclusione dell'i ncontro ha presentato la
propria personale esperienza positiva lo stesso Dino Piacentini: «Davanti a un partner di questo genere non
ci sono più alibi per dire 'non lo sapevamo' - ha spiegato -. Come imprenditori abbiamo il dovere di essere
responsabili e svolgere il nostro ruolo di creazione di sviluppo tramite gli investimenti: non dobbiamo avere
paura di questa sfida».
CONFIMI - Rassegna Stampa 10/10/2014 910/10/2014 Prima Pagina - Reggio emilia Pag. 26
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ESTERO Grande partecipazione all'iniziativa che si è svolta nella sede di Apmi- Confimi
"Adesso ripartiamo", successo per il convegno dedicato a Simest e Pmi
per la crescita e l'internazionalizzazione
L'INCONTRO Alcune immagini del convegno MODENA Si è svolto all'a ud it orium di Apmi-Confimi il
convegno "Adesso ripartiamo. Simest e le Pmi per la crescita e l'inter nazionalizzazione". L'incontro, molto
partecipato, ha visto la presenza del presidente di Confimi Modena, Giovanni Gorzanelli, del direttore
generale di Confimi Impresa. Fabio Ramaioli, dell'a m m i n istratore delegato di Simest, Massimo D'Aiuto, e
del vicepresidente nazionale di Confimi, Dino Piacentini. Simest, società italiana per le imprese all'estero, è
nata nel 1991 con lo scopo di promuovere società miste all'estero, fuori dell'Unione Europea e di sostenerle
sotto il profilo tecnico e finanziario. Nel corso degli anni poi la società ha allargato la propria attività,
assumendo la gestione di tutti i principali strumenti finanziari pubblici a sostegno dell'inter nazion a l i z z a z i
o n e. Simest può acquisire partecipazioni di minoranza nelle imprese all'estero sia investendo direttamente,
che attraverso il Fondo pubblico di Venture Capital. Dal 2011, poi, la società può acquisire a condizioni di
mercato e senza agevolazioni, partecipazioni di minoranza nel capitale sociale di imprese italiane o loro
controllate nell 'Unione europea che sviluppino investimenti produttivi e di innovazione e ricerca, con effetti
positivi sia sulle esportazioni che sull'occupazione. Questa nuova linea di attività ha avuto un notevole
successo tra le imprese italiane, raggiungendo volumi interessanti e ha permesso alla società di assumere il
ruolo di finanziaria per lo sviluppo della competitività delle aziende italiane. A questo si affianca la gestione
dei fondi pubblici finalizzati all'inter nazionalizzazione delle imprese italiane per lo sviluppo commerciale, gli
studi di fattibilità, l'export credit, il supporto alla patrimonializzazione delle Pmi e la partecipazione a fiere inter
nazionali.
CONFIMI - Rassegna Stampa 10/10/2014 10CONFIMI WEB 2 articoli
09/10/2014 www.ravennawebtv.it Sito Web
08:49
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Efficienza, rinnovabili e metano per una nuova fase di sviluppo:
sottoscritto il nuovo documento sull'energia
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09/10/2014 - Provincia, Comune di Ravenna e Camera di Commercio assieme a Confindustria Ravenna,
Confimi Impresa Ravenna, CNA, Confartigianato, Legacoop Romagna, Confcooperative Ravenna, AGCI
Ravenna-Ferrara,CGIL-CISL-UIL hanno sottoscritto un nuovo documento sull'efficienza energetica, l'impiego
del gas naturale nazionale e delle energie rinnovabili.
In premessa, il documento afferma che "la provincia di Ravenna è un territorio dove negli ultimi 50 anni la
produzione e la distribuzione dell'energia e le politiche per l' ambiente hanno svolto un ruolo importante nello
sviluppo economico, per le imprese e il lavoro".
Sul risparmio e l'efficienza energetica e sull'impiego delle energie rinnovabili il documento auspica, in primo
luogo, il rinnovo degli ecobonus e delle detrazioni fiscali al 65 e al 50% al fine di rafforzare le politiche per
l'ambiente e per il lavoro.
Inoltre si chiede all'UE e al Governo Italiano di eliminare il vincolo del Patto di stabilità per investimenti di
Regioni ed Enti locali per l'efficienza energetica e le energie rinnovabili che rappresentano un investimento
sul futuro e un notevole risparmio finanziario nel medio periodo.
"Per quanto riguarda il tema dell'utilizzo degli idrocarburi e in particolare del gas naturale nel nostro Paese e
in particolare nell' area adriatica si evidenzia la necessità che il nostro Paese, sulla base degli indirizzi
dell'Unione Europea, approfondisca la possibilità di riattivare le attività di ricerca e di utilizzo dei giacimenti di
gas naturale già individuati come previsto dal decreto Sblocca-Italia.
Il territorio ravennate è da diversi decenni estremamente attento ai temi della subsidenza e dell' erosione
costiera, legati peraltro a una pluralità di fattori naturali ed antropici, come dimostrano l'impegno pluriennale e
quasi unico di Ravenna per ridurre progressivamente gli emungimenti di acqua dal sottosuolo, causa primaria
e accertata del fenomeno della subsidenza, e la presenza di una diffusa rete di monitoraggio del fenomeno
su tutto il territorio".
"Sulla base di queste nostre esperienze noi riteniamo che l'elemento chiave sia quella di concordare tra
Ministeri Competenti e Regioni un sistema di monitoraggio trasparente, omogeneo e diffuso, predisposto e
garantito da un Ente Scientifico di elevate competenze e di assoluta autonomia, capace di comparare e
migliorare i modelli previsionali attivati presso le autorità regionali e locali, di interloquire da un lato con i
cittadini, fornendo dati certi e accessibili, e dall' altro con tutte le Autorità competenti per adottare le misure
utili per assicurare la piena tutela delle coste adriatiche e dell'intero territorio".
Le parti firmatarie propongono formalmente di modificare l'intero sistema delle cosiddette "royalties". Va
sancito che una parte consistente dei vantaggi nazionali legati alla estrazione di gas naturale debba avere
una ricaduta sui territori interessati, in particolare per predisporre un Piano aggiornato per la difesa della
costa e del territorio dell' area adriatica e per realizzare interventi e opere organiche e coerenti con gli obiettivi
dei studi GISC, sia a protezione delle coste e delle spiagge, per tutelare risorse naturali di interesse primario,
sia a protezione dell'intero territorio emiliano-romagnolo anche potenziando l'insieme del sistema della rete di
bonifica e della sicurezza idraulica, per investimenti in efficienza energetica e in energie rinnovabili.
Il documento evidenzia che l'attivazione dell'insieme delle misure proposte - in linea con la strategia dell'UE -
consentirebbe di attivare investimenti per almeno 10 miliardi di euro producendo centinaia di migliaia di nuovi
posti di lavoro, migliorando l'autonomia nazionale in materia energetica e contribuendo agli obiettivi europei
sul clima del 20-20-20.
Tale documento, che contiene anche precisi impegni di livello nazionale e locale in tema di energia, è stato
trasmesso ufficialmente ai ministri Federica Guidi (Sviluppo economico) e Gian Luca Galletti (Ambiente) e
CONFIMI WEB - Rassegna Stampa 10/10/2014 1309/10/2014 www.ravennawebtv.it Sito Web
08:49
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all'assessore alle Attività produttive e green economy della Regione Emilia Romagna, Luciano Vecchi.
CONFIMI WEB - Rassegna Stampa 10/10/2014 1409/10/2014 www.viaemilianet.it Sito Web
13:02
La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato
Confimi e Simest per competere sul mercato globale
Una partnership forte per imporsi sui mercati esteri. Un'alleanza per presidiare paesi difficili, nei quali la
concorrenza si intensifica giorno dopo giorno. Questo il senso ultimo dei progetti presentati al convegno
organizzato da Apmi Confimi Impresa dal titolo "Adesso... ripartiamo! Simest e le Pmi per la crescita e
l'internazionalizzazione", svoltosi mercoledì pomeriggio nell'Auditorium dell'associazione. Presenti
l'amministratore delegato di Simest, Massimo D'Aiuto, insieme al vice presidente nazionale di Confimi
Impresa, Dino Piacentini; il presidente di Confimi Impresa Modena, Giovanni Gorzanelli e il direttore generale
di Confimi Impresa, Fabio Ramaioli. Davanti a una platea gremita di imprenditori, il filo conduttore dei vari
interventi è stata l'importanza che riveste nel nostro paese l'export che, ha ricordato Gorzanelli, "nel 2013 ha
generato un giro d'affari di 390 miliardi di euro (+2,3%) rispetto all'anno passato, di cui ben 200 miliardi in
capo alle piccole e medie imprese". Ha illustrato l'identikit di Confimi il direttore generale Fabio Ramaioli:
"Siamo nati due anni fa con l'obiettivo di riportare l'industria manifatturiera al centro del dibattito e ci stiamo
riuscendo. Non è un caso se Modena ha la delega nazionale all'internazionalizzazione". Ètoccato poi all'ad di
Simest, Massimo D'Aiuto, presentare il quadro di ciò che la società può offrire alle Pmi: "Siamo una
finanziaria di sviluppo che propone principalmente tre filoni di attività: partecipiamo ai capitali delle società,
individuiamo opportunità di investimento all'estero e in Italia e gestiamo i fondi pubblici per
l'internazionalizzazione. Alle aziende - ha precisato - proponiamo una vera e propria attività di scouting,
intesa come lavoro mirato di affiancamento per cercare investimenti specifici". Altro servizio di Simest, ha
proseguito D'Aiuto, "è prevedere per l'impresa una struttura permanente in un determinato mercato. In
quest'ultimo caso abbiamo strumenti che nessun'altro ha in Europa, in primis la nostra disponibilità a
partecipare al capitale di rischio attraverso un fondo di equity". In conclusione dell'incontro ha presentato la
propria personale esperienza positiva lo stesso Dino Piacentini: "Davanti a un partner di questo genere non ci
sono più alibi per dire 'non lo sapevamo' - ha spiegato -. Come imprenditori abbiamo il dovere di essere
responsabili e svolgere il nostro ruolo di creazione di sviluppo tramite gli investimenti: non dobbiamo avere
paura di questa sfida".
CONFIMI WEB - Rassegna Stampa 10/10/2014 15SCENARIO ECONOMIA 20 articoli
10/10/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 2
(diffusione:619980, tiratura:779916)
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Draghi: chi non crea lavoro sparirà
Il presidente della Bce: i giovani vanno assunti invece che licenziati «I politici che non aumenteranno i
posti non verranno rieletti»
Stefania Tamburello
DALLA NOSTRA INVIATA
WASHINGTON «Deve essere più facile per le aziende assumere i giovani, non licenziarli», quanto meno non
più di quanto sia ora, dice il presidente della Bce, Mario Draghi che a Washington nel corso di un dibattito alla
Brookings Institution, in occasione dei lavori dell'assemblea del Fondo monetario, parla della riforma italiana,
quel provvedimento che per il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan rappresenta «un risultato molto
importante che sarà seguito da altre riforme molto ambiziose».
«Non credo che la revisione delle regole del lavoro in Italia si tradurrà in massicci licenziamenti. Dopo anni di
recessione, e tassi di disoccupazione elevati, le imprese che hanno voluto o dovuto licenziare lo hanno già
fatto» afferma il banchiere ricordando che l'eccessiva flessibilità, e non solo in Italia, ha già mostrato le sue
falle e non rappresenta quindi una soluzione. «Dal 2002 sono stati fatti contratti molto flessibili, posizioni che
la crisi ha spazzato via» dice. Bisogna ricominciare ad assumere, dunque, ma la crescita potenziale è troppo
bassa per produrre da sola la riduzione della disoccupazione, aggiunge, e quindi occorre che intervengano
subito i governi con le riforme sapendo che se non lo faranno, se non combatteranno efficacemente la
disoccupazione,«non saranno rieletti, spariranno dalla scena politica». E questo dovrebbe essere «un
importante incentivo» ad agire.
Draghi si sofferma anche sulla congiuntura europea, che secondo l'Fmi - ieri il direttore generale, Christine
Lagarde lo ha ripetuto sollecitando la stessa Bce ad acquistare i titoli di Stato se le cose non dovessero
migliorare - è sull'orlo di una nuova recessione.
«La crescita ha perso slancio» afferma il presidente dell'Eurotower, ribadendo che la Bce ha fatto già molto e
che è pronta ad adottare nuove «misure non convenzionali» in caso di necessità. Un'affermazione che ha
lasciato freddi gli investitori di Wall Street. In ogni caso non tutto è negativo visto che Draghi vede la rapida
accelerazione della ripresa del credito già dall'inizio del 2015, «perché le banche avranno una maggiore
capacità di bilancio per i prestiti».
Padoan ha invece partecipato ad una tavola rotonda con il ministro delle Finanze tedesche, Wolfgang
Schäuble, d'accordo sul piano di riforme da fare, sia con Draghi sia con Padoan. «La Germania non vuole
certo essere arrogante e non deve dire all'Italia o ad altri cosa fare» ha detto sostenendo comunque che
nessun Paese ha chiesto di cambiare le regole di bilancio europee, che contengono in sé la flessibilità
necessaria. Padoan ha ribadito che le riforme sono necessarie «ma richiedono tempo» per essere realizzate
soprattutto in Italia in presenza di bassa produttività e recessione.
A Washington anche il Commissario per la spesa pubblica Carlo Cottarelli, che presto tornerà al Fondo,
come Direttore esecutivo per l'Italia: La spending review, dice «non è né uno sprint né una maratona ma una
corsa a staffetta».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
L'agenda
Dopo la votazione
della fiducia
al Jobs act
nel corso dell'esame
al Senato,
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 10/10/2014 1710/10/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 2
(diffusione:619980, tiratura:779916)
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il ddl sul lavoro andrà la prossima settimana
alla Camera per la seconda lettura.
Il governo ha sei mesi di tempo dall'approva-zione definitiva della legge, per emanare i decreti delegati
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 10/10/2014 1810/10/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 43
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Telecom punta a Metroweb E a 7 miliardi per la fibra ottica
Il passaggio al Fondo strategico della Cassa depositi. Il gruppo: no comment Fastweb In questi giorni i rumor
della possibile vendita di Fastweb a Vodafone scaldano la Borsa
Massimo Sideri
Milano Telecom Italia «non commenta». Ma il dossier Metroweb sembra volere uscire prepotentemente dai
tombini. Il timing non è casuale. Metroweb Italia - che controlla Metroweb Milano, società compartecipata
anche da Swisscom - è per il 53,8% di F2i e per il 46,2% di FSI Investimenti , società costituita, guardacaso,
lo scorso luglio e controllata per il 77% dal Fondo Strategico di Franco Bassanini e e per il 23% dalla Kuwait
Investment Authority. Bassanini, non è un mistero, è anche alla guida di Cdp. Ma non è un mistero nemmeno
che Vito Gamberale pensasse di trasformare Metroweb nella famosa Società della rete partecipata da tutti gli
operatori. Un progetto che aveva causato un braccio di ferro con Telecom, riluttante a mollare la rete, unico
asset che garantisce il debito monstre del gruppo telefonico. Con l'uscita di Gamberale da F2i,
evidentemente, si apre una stagione nuova per il futuro della società. Il passaggio è comunque delicatissimo
se si considera che Telecom è in piena fase di transizione con gli azionisti, da Telefonica a Mediobanca a
Intesa a Generali, che hanno ampiamente fatto capire di considerarsi già fuori, psicologicamente, dal capitale
della società. E un nuovo potenziale azionista, Vivendi, che ha mostrato l'interesse a entrare ma che di fatto
ha solo un'opzione a trasformare in titoli Telecom parte delle azioni della nuova società che si sta formando
dalla fusione in Brasile tra Gvt e Vivo.
Una delle strade possibili potrebbe essere il passaggio dell'intero pacchetto Metroweb nel Fondo Strategico
per poi trattare l'eventuale passaggio a Telecom. Tra i nodi da sciogliere c'è la partecipazione di Swisscom (e
dunque Fastweb) al piano di sotto, Metroweb Milano. Fastweb ha comunque dei contratti a lunghissima
scadenza in Metroweb e, sembra, anche favorevoli alla società svizzera. Dunque, da questo punto di vista
non ci dovrebbero essere problemi. Certo, non può non colpire che sempre in questi giorni sia riemerso tra i
rumor che scaldano la Borsa la possibile vendita di Fastweb a Vodafone, dossier ormai sotto la cenere da
anni ma, comunque, mai negato (il punto è solo la valorizzazione ma se Telecom si prendesse Metroweb il
valore difensivo di Fastweb per Vodafone sarebbe sicuramente più alto. D'altra parte i contanti non mancano
al gruppo inglese che ha i famosi 3,7 miliardi del piano «molla»). Resta da capire se per Telecom ci sia un
altro tipo di molla: quello dello sblocca Italia. All'articolo 6 si legge che per accedere ai benefici da 7 miliardi
da investire in reti ultraveloci che ci aiutino a colmare il gap con l'Agenda europea 2020 non si possono
utilizzare investimenti «previsti in piani industriali o finanziari o in altri idonei atti approvati entro il 31 luglio
2014». Il passaggio in Metroweb potrebbe forse aprire uno spiraglio.
msideri@corriere.it
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La ragnatela Metroweb METROWEB ITALIA Fondi Italiani per Metroweb le Infrastrutture Milano Fondo
Strategico Italiano Metroweb Genova Swisscom (Fastweb) 10,6% 1,7% 53,8% 46,2% 85% 87,7% Metroweb
Management d'Arco
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 10/10/2014 1910/10/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 43
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La Lente
La crisi del lavoro e i 14,7 miliardi di sussidi a carico dei contribuenti
Enrico Marro
Nel 2013 gli ammortizzatori sociali sono costati ai contribuenti ben 14,7 miliardi di euro. Su una spesa totale
di 23,8 miliardi per cassa integrazione, mobilità, disoccupazione e Aspi, di cui 13,8 per sussidi e 10 miliardi
per contributi figurativi, solo 9,1 miliardi sono stati finanziati con i contributi pagati da imprese e lavoratori. Il
resto, appunto, è stato coperto dalle tasse. I numeri del rapporto Uil sugli ammortizzatori curato dal
dipartimento diretto da Guglielmo Loy dimostrano quanto sia costata alle casse pubbliche la crisi: quasi un
punto di Pil all'anno. In particolare, la spesa per la cassa in deroga e la mobilità in deroga (a favore delle
piccole imprese e dei settori non coperti da cassa e mobilità ordinarie), che ammonta a circa 2 miliardi, è
finanziata interamente dalla fiscalità generale. Le piccole imprese, infatti, non versano nulla per gli
ammortizzatori in deroga. Passando invece ai sussidi per i quali è prevista la contribuzione e facendo la
differenza tra versamenti e spesa, solo la cassa ordinaria presenta un saldo positivo di 777 milioni. Tutte le
altre voci sono in rosso: 8,9 miliardi l'Aspi e la disoccupazione; 2,3 miliardi la mobilità; 2,2 la cassa
straordinaria. I lavoratori che nel 2013 hanno beneficiato di sussidi sono stati 4,5 milioni, in pratica un
dipendente privato su tre. In media hanno ricevuto nell'anno 5.191 euro. Prima della crisi, nel 2008, per gli
ammortizzatori la spesa era stata di 10 miliardi.
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 10/10/2014 2010/10/2014 Corriere della Sera - Ed. nazionale Pag. 47
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Sussurri & Grida
I dubbi delle banche sul passaggio di Giochi Preziosi a Lee
smarteconomy.corriere.it
(d.pol. ) Le banche frenano la Ocean Global di Michael Lee, ossia l'imprenditore di Shenzen che si è
candidato a fare la staffetta al fondo Clessidra nel capitale di Giochi Preziosi. Uno stop al negoziato, in
dirittura d'arrivo, è stato invece imposto dal pool di creditori che include anche Bnp Paribas, Barclays, Credit
Agricole, Intesa Sanpaolo, Natixis e Unicredit, le banche che hanno finanziato il proprietario Enrico Preziosi ,
oggi esposte con il gruppo attorno a 350 milioni. Le condizioni, la governance e le garanzie chieste da Lee,
storico partner commerciale di Preziosi, non sarebbero state soddisfacenti. Malgrado l'impegno a rimanere
nella compagine dichiarato dal fondo Idea capital promosso dal gruppo De Agostini e socio al 5%, nonché di
Intesa Sanpaolo, l'azionista finanziario di maggior peso con il 14,2%. L'operazione serviva a favorire il
disimpegno di Lauro 22, il veicolo partecipato da Clessidra con il 57,6%, Hvb (24,2%) e al 18,2% il fondo
Hamilton Lane. E che avrebbe ceduto a Ocean Global il 38% di Giochi Preziosi. Lee l'avrebbe rilevata per
circa 50 milioni, con l'impegno di ricapitalizzare l'azienda. Riuscirà a convincere le banche a riaprire il
negoziato?
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De Brabant e il dilemma su Borsa e Alkemy
( m. sid. ) Continua la riorganizzazione delle società in casa De Brabant. Dopo la cessione estiva a Ernst&
Young di Between - nota per l'organizzazione dell'appuntamento autunnale di Capri a cui nessuno del mondo
delle telecomunicazioni mancherebbe mai - e la fusione di Jakala con Seri ora sembra che i progetti di
François ( foto )e del figlio Matteo De Brabant si concentrino sulla meno nota Alkemy Spa, una società di
ecommerce che però non disdegna il buon vecchio metodo della vendita per corrispondenza. Alkemy è
controllata al 40,6% proprio da Jakala mentre un altro 6,53% è di Between Group. Il momento in Borsa è
delicato per l'ecommerce: Jack Ma con la sua Alibaba ha segnato un nuovo record storico nelle Ipo, ma si
trova ad anni luce di distanza. Banzai sembra sempre intenzionata a quotarsi, anche se Rocket Internet, la
fabbrica dei «cloni» dei geniali fratelli tedeschi Samwer, ha da pochi giorni fatto registrare la seconda
peggiore partenza in Borsa negli ultimi 5 anni. Dunque, il dilemma dei De Brabant è poco shakespeariano e
molto pragmatico: quotarsi o non quotarsi?
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Lisa Su prima donna alla guida dei chip di Amd
( c.d.c. ) Una donna a capo di una delle più grosse multinazionali di semiconduttori. Lisa Su, 44 anni, un
passato di studi in ingegneria al Mit, il Massachusetts Institute of Technology, è diventata il nuovo
amministratore delegato di Amd, l'Advanced Micro Devices, multinazionale fornitrice di chip per le consolle
dei videogiochi Sony. Una sorpresa per i mercati (che ha reagito buttando giù il titolo Amd fino al 7%) e a
quanto pare per lo stesso Rory Read che da appena tre anni ricopriva il ruolo di presidente e Ceo. Lisa è nota
per la sua attitudine a bruciare le tappe: nel 2002 ad appena 32 anni, finì sulla rivista del Mit perchè in cinque
anni di lavoro in Ibm, era già diventata un «executive». È arrivata in Amd nel 2012.
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 10/10/2014 2110/10/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1
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RISCHIO RECESSIONE
Se Berlino ritrova l'Europa per interesse
Adriana Cerretelli
A dispetto delle sue conclamate virtù economiche la congiuntura negativa, a quanto pare, comincia ad
accanirsi con puntiglio anche contro la Germania, non solo contro i suoi partner renitenti a rigore e riforme. E
così, molto più dei tanti vertici europei per rilanciare (a parole) crescita e lavoro, molto più delle ricorrenti
quanto finora fallimentari pressioni italo-francesi, forse alla fine saranno le crude ragioni dell'economia
tedesca che rischia la recessione tecnica a costringere Angela Merkel al dietrofront, a farle fare crescita in
Europa: non per l'Europa, s'intende, ma per il suo Paese.
Prima ordini e produzione industriale in agosto ai minimi da 5 anni. Ieri anche l'export è finito sulla stessa
china. Dopo l'Fmi, sempre ieri, anche i principali istituti tedeschi hanno drasticamente tagliato le attese di
crescita: dall'1,9 all'1,3% quest'anno, dal 2 all'1,2% il prossimo. Sono cifre che devono aver scosso anche il
cancelliere se poco dopo, invece di martellare come di solito sulla priorità del suo governo di raggiungere la
parità di bilancio nel 2015, ha annunciato l'intenzione di «fare più investimenti, tagliare la burocrazia, puntare
ai settori del futuro come digitale e energia».
Da tempo gli economisti tedeschi più attenti suonano l'allarme sulla spompata locomotiva europea, complice
anche la politica del surplace del troppo cauto cancelliere: senza un nuovo round di riforme, senza massicci
investimenti nelle reti e nell'innovazione, rischia di finire su un binario morto.
Negli anni 90 gli investimenti in Germania erano pari al 23% del Pil. Oggi sono scesi al 17 contro il 20% della
media Ocse. In soldoni ogni anno ne mancherebbero all'appello per 80 miliardi: la distanza tra forte
competitività globale e crescita robusta e la pallida realtà attuale.
Se è vero che, di questo passo, nel 2030 il 90% della crescita nel mondo avverrà fuori dall'Europa, quegli
investimenti come le riforme strutturali rappresentano anche la differenza tra continuare ad esistere e pesare
sulla scena e nei consessi globali o dissolversi a poco a poco nell'inconsistenza. Il problema è tedesco ed
europeo.
Con un distinguo: la Germania da tempo cavalca la mondializzazione dell'economia, tanto che la quota del
suo export europeo oggi è scesa al 60% del totale. Per questo il suo recupero di competitività è persino
ancora più urgente che per i suoi partner meno "aperti". Ma per questo Berlino non può ancora permettersi di
sognare il superamento, indenne, della sua dimensione europea, pur con tutti i problemi che oggi comporta.
Per questo oggi esiste ancora una finestra temporale per tentare la riconciliazione europea e il ripristino della
perduta fiducia reciproca. Per riuscirci tutti devono fare la loro parte: la Germania riforme e investimenti,
Francia e Italia rigore ragionevole e riforme strutturali presto e bene. Illudersi che, se i tedeschi oggi piangono
un po', domani gli europei rideranno finalmente felici di crescita e lavoro ritrovati, sarebbe un clamoroso
errore.
Oggi l'Europa e l'Eurozona marciano con la solidarietà al minimo. Qualsiasi Governo si muove sotto la spinta
esclusiva dell'interesse nazionale o di quello europeo ma solo quando coincide con il primo. L'Europa si
riduce a esserne la confusa sommatoria: per questo ha perso peso all'esterno e coesione all'interno, oltre che
visione condivisa
del futuro.
Se questa è l'istantanea del presente sperare, come François Hollande e Matteo Renzi l'altro ieri al vertice di
Milano sul lavoro, che la Merkel potesse accettare, istituzionalizzandolo e prolungandolo al 2020, di portare
da 6 a 20 miliardi il Fondo Garanzia per i giovani, era illusorio. Come si è dimostrato. Accontentarsi della
possibile semplificazione delle modalità di prefinanziamento era riduttivo ma inevitabile.
Sperare che da qui si salti allo scorporo dal calcolo dei deficit delle quote di cofinanziamento nazionale dei
fondi strutturali Ue sarebbe bello ma azzardato. Quando il bilancio europeo (140 miliardi all'anno) accusa un
buco cumulato di 81 miliardi di spese non coperte anche se effettuate per attuare le politiche comuni decise
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 10/10/2014 2210/10/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1
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dagli Stati membri, è realistico scommettere su una contabilità europea più comprensiva?
A sentire la congiuntura che tira e il verbo che la Merkel non cessa di predicare, «tutti devono rispettare i
patti, che pure hanno elementi di flessibilità», sembra legittimo prevedere due cose: prima o poi la Germania
userà i suoi surplus per investire massicciamente nella propria crescita e competitività. Tanto più i partner ne
beneficeranno quanto più avranno fatto i compiti a casa: riforme e conti in ordine. Se così
sarà, l'Europa potrà mettersi la crisi alle spalle. Ma sarà così?
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 10/10/2014 2310/10/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1
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L'ANALISI
Una dote ridotta
Marco Rogari
Rispetto al target di 16 miliardi di tagli indicato nel Def di aprile, sarà una "spending" in formato ridotto quella
che troverà posto nella legge di stabilità. A confermarlo è l'obiettivo minimo di 3 miliardi, come effetto
sull'indebitamento netto Pa, che si sono dati i ministeri con le loro proposte di riduzione della spesa.
A sostenere il peso maggiore dei tagli sembrano destinati
ad essere, ancora una volta, le Regioni e gli enti locali. Dopo aver deciso di azionare la leva del deficit per
11,5 miliardi, rimanendo comunque sotto il tetto del 3%, il Governo per completare la prossima legge di
stabilità da 23-24 miliardi dalla fisionomia "espansiva" conta di recuperare almeno 10 miliardi dalla spending.
E quasi la metà dei questa dote, ovvero 4-4,5 miliardi, dovrà essere garantita dai Governatori e dai sindaci.
Questi ultimi avranno comunque in cambio un allentamento del Patto di stabilità interno per un miliardo. Il
risultato dei ministeri, anche se dovesse essere superiore all'obiettivo minimo di 3 miliardi, appare quindi al di
sotto delle aspettative, anche alla luce del pressing del premier per rendere operativa sulla maggior parte
delle voci di spesa la regola del taglio secco del 3%. Regola che comunque in molti casi è stata recepita,
come al ministero dell'Economia dove proprio con questo strumento sono fine nel mirino Agenzia fiscali e
Guardia di finanza. La mappa, ancora non definitiva, confezionata sulla base delle ipotesi di intervento mese
a punto dai singoli dicasteri, e sulla quale sono chiamati a operare le scelte finali il premier Matteo Renzi e il
ministro Pier Carlo Padoan, mette comunque in evidenza un atteggiamento non passivo come in passato
rispetto alla necessità di scovare sprechi e spesa inefficiente. Non a caso le proposte di intervento arrivate a
palazzo Chigi produrrebbe un effetto superiore ai 6 miliardi sul saldo netto da finanziare. Anche se con
contributi diversi: molto più alto e con scelte non sempre semplici da parte di ministeri come il Lavoro e
l'Istruzione che hanno elaborato un pacchetto di tagli non del tutto soft, e a volte non proprio mirati, come
dimostra l'ipotesi di intervento sugli sgravi contributivi per la contrattazione di secondo livello; ridotto al
minimo e con proposte di intervento non proprio numerose da parte dei ministeri della Salute e delle
Infrastrutture.
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 10/10/2014 2410/10/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1
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ARTICOLO 18 E PD
La lezione di Clinton
Sergio Fabbrini
La battaglia per il superamento dell'articolo 18 ha forti analogie con una storia avvenuta negli Usa nella prima
metà degli anni Novanta. Il partito democratico, che aveva guidato quel Paese dagli anni Trenta e in
particolare dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, era entrato in una crisi profonda nel corso degli anni
Ottanta. Sergio Fabbrini
Pur mantenendo il controllo del Congresso, il partito di Kennedy e di Johnson era divenuto sempre meno
competitivo sul piano delle elezioni presidenziali. Nonostante il controllo di alcune roccaforti elettorali negli
Stati e nelle municipalità, il partito democratico aveva perso il suo carattere di partito nazionale. Il trionfo del
repubblicano Ronald Reagan nelle elezioni presidenziali del 1980 e la sua conferma in quelle del 1984
rappresentarono la dimostrazione inequivocabile della fine dell'era democratica.
Un'era finita per una ragione precisa: il partito democratico era diventato il portavoce di una serie di gruppi di
interesse particolari, ognuno preoccupato di difendere le posizioni acquisite nella fase precedente di sviluppo
economico e politico del Paese. I leader democratici che si susseguirono negli anni Ottanta erano infatti
l'espressione dei gruppi di interesse più forti del partito (come il sindacato dei dipendenti pubblici o delle
imprese pesanti). Quei gruppi controllavano mezzi finanziari e organizzativi con cui sostenere le campagne
elettorali dei membri del Congresso a loro vicini. Tuttavia, se ciò era sufficiente per essere eletti in un distretto
elettorale, non bastava certamente per vincere le elezioni presidenziali. Tant'è che i vari candidati
presidenziali emersi in quel contesto (si pensi a Walter Mondale e a Michael Dukakis) furono
clamorosamente sconfitti in elezioni nazionali.
Prendendo atto delle batoste ricevute nel corso degli anni Ottanta, si affermò all'interno del partito
democratico una nuova leadership politica, formatasi nel governatorato degli Stati, di cui Bill Clinton ne fu
l'espressione più compiuta. Divenuto fortunosamente presidente nelle elezioni del novembre 1992, Clinton si
trovò subito ad affrontare l'opposizione dei gruppi di interesse del suo partito che avevano mantenuto il
controllo del Congresso. Lo scontro tra le due concezioni del partito democratico (quello di portavoce dei
gruppi di interesse sostenuto dai leader congressuali e quello di partito nazionale sostenuto dal presidente)
esplose il 17 novembre del 1993, pochi mesi dopo l'entrata di Clinton alla Casa Bianca. La causa dello
scontro riguardò l'approvazione legislativa dell'accordo siglato l'anno precedente, tra Stati Uniti, Canada e
Messico, per l'istituzione del North American Free Trade Agreement (Nafta). L'opposizione dei leader
democratici del Congresso all'accordo fu furiosa. Sostenuti dalle varie organizzazioni di interesse, quei leader
sostennero che l'accordo avrebbe messo in discussione i posti di lavoro degli operai americani, indebolito il
potere dei sindacati, delocalizzato le attività industriali. Al contrario, Clinton sostenne l'accordo in quanto
forniva vantaggi sistemici al Paese, creando un'area economica integrata che avrebbe reso più competitivo il
mercato del lavoro, oltre a stabilizzare i rapporti tra gli Stati Uniti e il Messico in particolare. Non diversamente
dalla battaglia parlamentare sul nostro articolo 18, lo scontro alla Camera dei rappresentanti (controllata dai
democratici) tra il presidente e una parte del suo partito fu durissimo. Alla fine l'accordo fu approvato di stretta
misura (234 contro 200) attraverso un'alleanza trasversale tra settori del partito democratico e settori del
partito repubblicano.
Quella vicenda fu cruciale sia per gli Stati Uniti che per Clinton. Il Nafta si è rivelato un successo economico
e politico, consentendo agli Stati Uniti di beneficiare di un mercato più ampio, proprio mentre l'Europa si stava
avviando verso un'integrazione più stretta con il Trattato di Maastricht del 1992. Allo stesso tempo, il Nafta ha
aiutato il Messico a svilupparsi economicamente, riducendo quindi le pressioni dell'emigrazione clandestina e
consolidando la sua fragile democrazia. Il Nafta, poi, consentì a Clinton di ridimensionare il peso dei gruppi di
interesse particolaristici del suo partito, creando le condizioni per ricostruirlo come partito nazionale. Tant'è
che Clinton riuscì a vincere le elezioni presidenziali successive, nonostante fosse sottoposto ad un attacco
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 10/10/2014 2510/10/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1
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senza precedenti da parte dei repubblicani, che portò al suo mancato impeachment nel 1999. Clinton capì
che i tradizionali schieramenti non funzionavano più e che il partito democratico doveva liberarsi dai vincoli
dei suoi particolarismi per ritornare ad essere un partito elettoralmente vincente.
La battaglia sul superamento dell'articolo 18 ricorda molto quella sull'approvazione del Nafta. Come nel
Congresso, anche nel nostro Parlamento i rappresentanti dei gruppi di interesse particolari oppongono una
resistenza all'apertura del mercato del lavoro. Come negli Stati Uniti, i loro rappresentanti hanno l'idea di un
partito democratico inteso come coalizione di gruppi particolaristici e non già come un partito nazionale.
L'esito della battaglia sull'articolo 18 è destinato a stabilire la natura aperta o chiusa del nostro sistema
economico, ma anche la natura particolaristica o nazionale del partito democratico. Ci sono sfide che i leader,
per essere riconosciuti come tali, debbono affrontare e vincere. Clinton le affrontò e ancora oggi è un
riferimento indispensabile per il suo partito e per il suo Paese. Una simile sfida attende il premier Renzi.
sfabbrini@luiss.it
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 10/10/2014 2610/10/2014 Il Sole 24 Ore Pag. 1
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L'ANALISI
Due temporali a Francoforte
Donato Masciandaro
Mario Draghi sta aprendo sempre di più l'ombrello della liquidità ed è determinato a continuare. Ma ci sono
almeno due temporali, che possono rendere vano lo sforzo che la Bce sta attuando: il temporale franco-
tedesco e quello americano. Donato Masciandaro
Ieri il presidente della Bce ha ribadito la volontà di riportare sul sentiero di equilibrio una inflazione troppo
bassa, accentuando la manovra di espansione della liquidità, attraverso operazioni che in parte dipendono
dalla volontà delle banche di attivarle - i rifinanziamenti vincolati - in parte da un mercato di titoli privati,
ancora relativamente acerbo rispetto alle necessità di aumento della moneta, ma in cui il grado di autonomia
della manovra della Bce può aumentare. Inoltre è stato riaffermato l'intento di non lasciare alcuno strumento
inutilizzato, se il rischio disinflazionistico non verrà domato.
Serve a qualcosa un'ulteriore espansione monetaria? Dal punto di vista della ripresa economica, se
pensiamo che l'Unione Europea sia bloccata da una trappola della liquidità, l'unica speranza è che vi sia un
effetto attraverso il meccanismo delle aspettative. In una trappola della liquidità la politica monetaria
convenzionale non ha effetti diretti sulla domanda aggregata; può avere effetti indiretti sia sulla domanda che
sulla offerta se e solo se muove le aspettative di una crescita degli aggregati nominali. Si può provare a
governare le aspettative con manovre non convenzionali, che allo stesso tempo aiutino a "riparare" il
meccanismo monetario, uscendo dalla trappola. Ma le aspettative si muovono nella giusta direzione solo se i
segnali della politica economica sono univoci. Purtroppo mentre l'ombrello della Bce si apre sempre di più,
almeno due temporali continuano a impensierire: il temporale franco-tedesco ed il temporale americano.
Il temporale franco-tedesco è ripreso con forza in questi giorni: a Parigi e a Berlino si continuano a sostenere
approcci opposti alla gestione della politica fiscale. Ma l'Unione ha invece bisogno di un approccio comune.
Innanzitutto perché in una trappola della liquidità la politica fiscale è l'arma più efficace per stimolare
direttamente e indirettamente la domanda aggregata. Ma la politica fiscale è efficace solo se chi la attua è
credibile.
Quindi le sortite francesi, che di fatto minano la necessità di avere conti tendenzialmente in ordine, sono
dannose. Inoltre, per avere conti in ordine bisogna far crescere tutte quelle economie che sono in deficit di
produttività, come l'Italia. Per recuperare il deficit di produttività la condizione necessaria sono le riforme
strutturali. Da questo punto di vista, è giusta la direzione intrapresa dal governo Renzi.
Ma allo stesso tempo sono dannose quelle uscite tedesche - Bundesbank in testa - che continuano a negare
la necessità di assumersi il ragionevole rischio di trovare strade che coniughino la disciplina fiscale di medio
periodo con una azione congiunturale attiva. Il connubio tra disciplina ed attivismo è l'unico che potrebbe
consentire alla Bce di attuare in modo credibile un'ulteriore espansione monetaria che utilizzasse anche
l'acquisto di titoli pubblici.
Come è tradizione, Draghi non ha speso parole sull'azione delle altre banche centrali, Fed in testa. Ma il
temporale americano può nascondere più di una insidia. Gli osservatori più ottimisti guardano a quello che
sta accadendo negli Stati Uniti con ottimismo per l'Europa. Il ragionamento è semplice: la Fed ha iniziato una
politica restrittiva, quindi l'euro si sta svalutando, perciò ci sarà un impulso alla crescita. Peccato che sia un
ragionare superficiale.
In primo luogo, non è vero che la Fed abbia iniziato una politica monetaria restrittiva. Quello che accadrà a
ottobre sarà - se viene confermato - che l'espansione sistematica, mensile e automatica della quantità di
dollari a disposizione dei mercati si fermerà. Ma questo non significa che le banche non potranno continuare
ad alimentare i propri bilanci prendendo a prestito dollari, visto che i tassi saranno a zero per un periodo di
tempo indefinito. Il tema della "normalizzazione" del bilancio della Fed, che implicherebbe la definizione di un
percorso di ridimensionamento del suo bilancio e di riqualificazione della sua rischiosità, non viene neanche
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