CONFIMI Rassegna Stampa del 04/10/2017
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INDICE CONFIMI 04/10/2017 Il Quotidiano del Sud - Basilicata 5 I motivi del no alla tassa di soggiorno CONFIMI WEB 03/10/2017 sassilive.it 15:49 7 Aumento tassa di soggiorno a Matera, conferenza stampa di Consorzio Albergatori e associazione B&B SCENARIO ECONOMIA 04/10/2017 Corriere della Sera - Nazionale 9 La nuova stretta di Nouy (Bce) sulle garanzie delle banche 04/10/2017 Il Sole 24 Ore 11 Una difesa più «mirata» 04/10/2017 Il Sole 24 Ore 12 Il bonus mobili ha mosso acquisti per 4,5 miliardi in tre anni e mezzo 04/10/2017 Il Sole 24 Ore 14 Spesometro sotto processo Sistema ancora in tilt 04/10/2017 La Repubblica - Nazionale 15 Evasione, i record dell'Italia in fuga dal Fisco 111 miliardi 04/10/2017 La Repubblica - Nazionale 18 Web tax, il Tesoro apre "Uno strumento utile" Ma resta il nodo sanità 04/10/2017 La Repubblica - Nazionale 20 Energia, la denuncia dell'Autorità troppe tasse occulte in bolletta 04/10/2017 La Repubblica - Nazionale 22 Dazi antidumping per fermare la Cina l'Italia riesce a evitare l'affondo tedesco 04/10/2017 La Stampa - Nazionale 23 Amazon, Bruxelles presenta il conto delle tasse evase 04/10/2017 La Stampa - Nazionale 24 Manovra da 19,6 miliardi di euro "Priorità a giovani e povertà"
04/10/2017 Il Messaggero - Nazionale 25 Nuove tensioni Bankitalia-Vigilanza Bce SCENARIO PMI 04/10/2017 Il Sole 24 Ore 28 Pd e Ap: indispensabile completare le riforme per il lavoro e la crescita 04/10/2017 Il Sole 24 Ore 30 Le imprese: adesso vigileremo per fare rispettare gli impegni 04/10/2017 Il Sole 24 Ore 31 I macchinari per vetro ritrovano la domanda interna 04/10/2017 Il Sole 24 Ore 33 Illumia rileva da Bkw il controllo di Elettra Italia 04/10/2017 Il Sole 24 Ore 34 I Pir hanno già portato un miliardo di investimenti
CONFIMI 1 articolo
04/10/2017 diffusione:5970
Pag. 15 tiratura:14720
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A L B E R G AT O R I
I motivi del no alla tassa di soggiorno
Oggi alle ore 10.30, nella sala Bagnale della Camera di Commercio di Matera, è in programma una
conferenza stampa indetta dal Consorzio Albergatori e dall'associazione B&B per illustrare le ragioni della
contrarietà al raddoppio della tassa di soggiorno.All'incontro parteciperanno anche i rappresentanti locali di
Federalberghi e delle sezioni Turismo di Confindustria, Confapi, Cna, Confcommercio, Confesercenti
Legacoop e Confimi.
CONFIMI - Rassegna Stampa 04/10/2017 5CONFIMI WEB 1 articolo
03/10/2017 15:49
Sito Web sassilive.it
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Aumento tassa di soggiorno a Matera, conferenza stampa di Consorzio
Albergatori e associazione B&B
Aumento tassa di soggiorno a Matera, conferenza stampa di Consorzio Albergatori e associazione B&B 3
ottobre, 2017 13:49 | Dal mondo del lavoro Evidenza 0 Mercoledì 4 ottobre 2017 alle ore 10.30, nella sala
Bagnale della Camera di Commercio di Matera, è in programma una conferenza stampa indetta dal
Consorzio Albergatori e dall'associazione B&B per illustrare in modo dettagliato le ragioni della contrarietà
al raddoppio della tassa di soggiorno decisa nei giorni scorsi dal Consiglio comunale di Matera, su impulso
della Giunta, e le iniziative che si intende intraprendere. All'incontro parteciperanno anche i rappresentanti
locali di Federalberghi e delle sezioni Turismo di Confindustria, Confapi, Cna, Confcommercio,
Confesercenti Legacoop e Confimi.
CONFIMI WEB - Rassegna Stampa 04/10/2017 7SCENARIO ECONOMIA 11 articoli
04/10/2017 diffusione:231083
Pag. 34 tiratura:321166
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La nuova stretta di Nouy (Bce) sulle garanzie delle banche
Francoforte vuole innalzare fino al 100% la copertura sui crediti a rischio Addendum Oggi l'aggiunta
dell'Eurotower alle linee guida sui crediti deteriorati
Federico Fubini
La presentazione è attesa per stamattina dall'Eurotower della Kaiserstrasse di Francoforte, sede della
vigilanza bancaria della Banca centrale europea. Eppure le anticipazioni filtrate ieri sulle «Aggiunte» della
Bce alle proprie stesse istruzioni su come gestire i crediti bancari in default hanno già spiazzato i mercati,
non solo in Italia. Sull'indice di Milano Unicredit ha perso l'1%, Intesa Sanpaolo lo 0,35% e tutte le altre
banche hanno chiuso deboli. A Parigi Société Générale è arretrata dello 0,56% e anche Deutsche Bank a
Francoforte ha ceduto terreno.
Probabilmente ha pesato un'indiscrezione di Reuters sulle intenzioni della Bce, che sembra correggere
molte delle scelte più recenti degli stessi regolatori e dei governi europei sul trattamento dei crediti bancari
in difficoltà. Oggi l'Eurotower pubblicherà infatti il suo «Addendum» alle linee-guida del marzo scorso sulla
gestione dei prestiti di cattiva qualità. Quel documento fa seguito anche a un secondo rapporto sul tema,
che gli sherpa finanziari dei governi europei avevano concordato appena tre mesi fa. Secondo quando
emerge dalle indiscrezioni di Reuters , l'aggiunta di oggi fornisce indicazioni diverse da entrambi quei testi
che l'avevano preceduta.
L'intenzione generale è imprimere un'ulteriore stretta al bilancio delle banche che hanno prestiti in default o
di difficile recupero. Gli aspetti controversi rischiano però di annidarsi nei dettagli. A luglio i governi europei
avevano suggerito infatti che le banche accantonassero nuove riserve di capitale per coprire al 100%
l'esposizione verso debitori in difficoltà del futuro. Secondo l'accordo degli sherpa, questa misura doveva
riguardare solo i default sui prestiti che sarebbero stati concessi dal 2018 in poi. Oggi la Bce muove un
passo un po' più in là: chiede alle banche di costruire riserve di capitale al 100% anche sui crediti pre-
esistenti che entrano in default nel 2018.
L'aspetto più controverso però è altrove, perché la stretta sul capitale non si limiterebbe unicamente ai
crediti in difficoltà del futuro. Nella sostanza, il nuovo requisito di un accantonamento di patrimonio al 100%
rischia di riguardare anche i prestiti di cattiva qualità che si trovano già oggi nei bilanci delle banche.
Reuters spiega infatti quale sia un'opzione allo studio nella Bce nell'idea di far costruire riserve di capitale
per l'intero ammontare di ogni esposizione cattiva: considerare i prestiti in difficoltà da tempo quali posizioni
in default all'anno zero, tali cioè che entrano in insolvenza il primo gennaio 2018. Se così fosse, in base alle
raccomandazioni espresse nell'«Addendum» in pubblicazione, le conseguenze legate allo stock di
sofferenze e incagli delle banche sarebbero evidenti. Per i prestiti non garantiti in difficoltà (per esempio, il
credito al consumo quando una famiglia è in ritardo sui rimborsi della rata per il frigorifero) entro due anni la
banca dovrebbe mettere da parte riserve pari al totale di quell'esposizione. Invece per i crediti garantiti (una
famiglia in ritardo sulla rata del mutuo casa, un'azienda in ritardo nel ritmo di rientro sul fido), la riserva del
100% di capitale andrebbe costituita entro sette anni. Come se le case o i macchinari o gli impianti
produttivi presentati in garanzia dal debitore non valessero niente.
I tempi di sette anni sembrano lunghi ma, se questa linea inedita e senza paragoni al mondo verrà
confermata, l'impatto può essere immediato. Con la conseguenza di una nuova stretta al credito e di una
nuova caduta dei titoli bancari in Borsa nel timore di nuovi aumenti di capitale. È infatti molto grande
l'ammontare di patrimonio delle banche che misure del genere possono assorbire. Gli istituti della Ue
hanno infatti 1062 miliardi di euro di crediti deteriorati, quelli dell'area euro 990 miliardi, quelli italiani 240
miliardi. Gli accantonamenti a fronte di queste esposizioni sono al 52% in Italia e poco sotto al 50%
nell'area euro.
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 04/10/2017 904/10/2017 diffusione:231083
Pag. 34 tiratura:321166
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Una svolta del genere della Bce riaprirebbe dunque la questione bancaria, non solo in Italia, proprio mentre
stava finendo il credit crunch. È dunque possibile che per smorzare le polemiche oggi la Bce si pronunci
solo sui prestiti futuri, prendendo tempo quanto alle scelte sulla montagna di quelli esistenti. Ma anche così
tornerebbe il grande nemico della ripresa: l'incertezza.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Rapporto prezzo/ patrimonio Rendimento 2017 (RoTEstima) Rendimento 2018 (RoTEstima) Crediti
deteriorati lordi(npl) Tasso dicopertura deglinpl Totalecrediti deteriorati lordi (inmiliardi dieuro)
Bancheitaliane Bancheeuropee 0,77x 6% 8,5% 6,4%9,3% 17% 5% 52% 44%1, 08x 240,
Vigilante
Danièle Nouy, 67 anni, francese, presidente del consiglio di sorveglianza unico della Bce (SSM)
Proposta
Bce propone che le banche rafforzino i criteri sui nuovi crediti deteriorati alzando fino al 100% le coperture
dopo 2 anni di ina-dempimento se i crediti sono non garantiti e dopo 7 anni se sono garantiti
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 04/10/2017 1004/10/2017 diffusione:97980
Pag. 1 tiratura:140038
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IMPRESE EUROPEE
Una difesa più «mirata»
Giorgio Barba Navaretti
L'impossibilità di stabilire cosa sia davvero un'economia di mercato ha indotto l'Unione Europeaa varare
una nuova normativa per il calcolo di dazi antidumping fondata su un'identificazione accurata, caso per
caso, delle distorsioni che possono dare origine alla concorrenza sleale degli esportatori. La necessità di
varare una nuova normativa nasce dalla Cina. Con il suo ingresso nella Wto nel 2001,e la conseguente
apertura degli scambi, alle economie avanzate venne concessa un'arma per difendersi da un'eventuale
concorrenza sleale: l'attribuzione all'impero di mezzo dello status di economia non di mercato. Distinzione
non solo formale. Nel caso di economie di mercato, la verifica dell'esistenza del dumping (esportazione a
prezzi sotto-costo) viene effettuata sulla base dei costi effettivi del produttore. Se un'economia è non di
mercato, invece, dato che i prezzi domestici sono distorti, si deve ricorrere ad altri parametri, come i costi di
produzione in altri Paesi analoghi. Ad esempio, confrontando la Cina ai costi di produzione del Brasile.
Grazie a questa procedura l'Unione Europea ha in attivo dazi antidumping per una cinquantina di prodotti
cinesi. Il sub-paragrafo 15(a)(ii) del protocollo di accessione alla Wto della Cina, che le attribuisce appunto
lo status di economia non di mercato, è però scaduto nel dicembre 2016. Di conseguenza, l'Ue non può
mantenere la procedura basata sui prezzi del Paese analogo. Insomma non c'è più spazio istituzionale per
considerare la Cina un'economia non di mercato. E dunque l'applicazione delle misure antidumping diventa
molto più complessa. Continua pagina 5 Continua da pagina 1 Il problema è che non è chiaro cosa sia oggi
l'impero di mezzo. L'intreccio tra comando e mercato rimane fortissimo. La crescita delle imprese cinesi
dipende anche da condizioni di contesto garantite da una classe politica intrusiva che ha ancora moltissime
leve per favorire i propri produttori e per concedere vantaggi non compatibili con le regole della libera
concorrenza. Trattare la Cina come qualunque altro membro della Wto darebbe alle imprese cinesi un
vantaggio non equo. Il quadro è però diverso da quello di quindici anni fa. Il ruolo del mercato è cresciuto
moltissimo e i margini competitivi dovuti al basso costo del lavoro e al dumping ambientale si sono erosi nel
tempo. Quindi, cercare di convincere gli altri membri della Wto a prorogare lo status di economia non di
mercato sarebbe stata una missione impossibile La nuova proposta Ue è un'ingegnosa quadratura del
cerchio. Il punto di partenza è neutrale: viene meno la definizione ex ante tra economia di mercato o non di
mercato: tutti i paesi sono uguali. E la Cina è come gli altri membri della Wto. Ma viene introdotto un
meccanismo puntuale per difendersi dai concorrenti che distorcono i mercati (chiunque, non solo la Cina).
Se imprese europee o sindacati o altri stakeholders hanno dei sospetti di possibili distorsioni, possono fare
una segnalazione alla Commissione, che avvia un'indagine e redige un rapporto. Se si stabilisce che le
distorsioni ci sono davvero, allora il vecchio metodo del paese analogo può essere applicato. E insomma
rientrano dalla finestra le stesse regole che valevano per le economie non di mercato. A questo punto
compatibili con la Wto. Con due differenze sostanziali, però. La prima, è che sarà possibile essere selettivi,
distinguendo anche tra settori e non solo tra paesi. Sarà così possibile trattare esportazioni cinesi non
soggette ad eccessive distorsioni come quelle di qualunque economia di mercato. Le seconda, è che è
stato allargato considerevolmente il principio di distorsione, includendo anche dumping sociale ed
ambientale. Si potrà sostenere che c'è distorsione se i lavoratori non sono trattati secondo i criteri dell'Ilo o
se non vengono rispettate le convenzioni sull'ambiente. Queste regole sminano le più inique fonti di
concorrenza sleale, ma aprono la porta a maggiore aleatorietà nella identificazione della distorsione. Il
meccanismo di difesa dell'industria europea ne esce più mirato e in parte rafforzato. La sua effettiva
applicazione non sarà però semplice e richiederà molto equilibrio per evitare che venga usato a fini
protezionistici, diventando noi distorti per difenderci dalle distorsioni altrui.
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 04/10/2017 1104/10/2017 diffusione:97980
Pag. 1 tiratura:140038
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AGEVOLAZIONI CONCESSE A 860 MILA PERSONE
Il bonus mobili ha mosso acquisti per 4,5 miliardi in tre anni e mezzo
Giovanna Mancini
Circa 4,5 miliardi di euro di spesa per l'acquisto di arredi in tre anni. Le proiezioni di FederlegnoArredo e
Federmobili sull'effetto del bonus mobili nel 2016, elaborate a partire dalle dichiarazioni dei redditi 2017 dei
Caf dei sindacati (circa 7 milioni di cartelle), confermano l'efficacia di questo strumento, utilizzato finora da
860mila persone. pagina 15 MILANO Circa 4,5 miliardi di euro di spesa per l'acquisto di arredi in tre anni e
mezzo e un "appeal" che non sembra ancora essersi esaurito. Le proiezioni di FederlegnoArredo e
Federmobili sull'effetto del bonus mobili nel 2016, elaborate a partire dalle dichiarazioni dei redditi 2017 dei
Caf dei sindacati (circa 7 milioni di cartelle), confermano l'efficacia di questo strumento, utilizzato finora da
860mila persone. Le stime («prudenziali») parlano, per il 2016, di quasi 280mila nuovi beneficiari
dell'incentivo introdotto nel 2013 e confermato negli anni successivi, che consente di detrarre, in dieci anni,
il 50% della spesa per l'acquisto di mobilie grandi elettrodomestici, legato alle ristrutturazioni nella propria
abitazione, finoa un massimo di 10mila euro. Un numero elevato e tanto più significativo perché segna un
aumento del 45% rispetto alle richieste di sgravio del 2015, per un un totale di 1,4 miliardi euro complessivi
destinati all'acquisto di mobili nel 2016, ovvero il 19% in più dell'anno prima, complice anche il contributo
del bonus per le giovani coppie (slegato dalle ristrutturazionie con un plafond innalzatoa 16mila euro),
introdotto proprio lo scorso anno. Il beneficio non siè limitato alla filiera industriale del legno-arredoo ai
cittadini che hanno goduto della detrazione Irpef, ma ha interessato anche lo Stato, visto che tale spesa siè
tradotta in un gettito d'Iva aggiuntivo, per il solo 2016, di 252 milioni di euro. Per questo FederlegnoArredo
chiede al governo di confermare questo incentivo anche per il 2018, nella legge di Bilancio in corso di
definizione,e per gli anni successivi. Si tratta, spiegano dall'associazione delle imprese, di una misura di
politica fiscalea sostegno delle famiglie che, in que- sti tre annie mezzo, ha contribuito in modo determinante
al superamento della crisi per il comparto: 79mila aziende della filiera del legno-arredo, che con 41 miliardi
di fatturato rappresentano il 5% del fatturato manifatturiero legato alle "quattro A" del made in Italy (arredo,
alimentare, automotive e arredamento); a cui si aggiungono le 15.500 imprese della distribuzioneei loro
48mila addetti. In tre anni e mezzo si stima che il bonus abbia salvaguardato 10mila posti di lavoro, facendo
risparmiare circa 40 milioni di euro sulla cassa integrazione. Inoltre, è merito soprattutto del bonus mobili
se- oltre ai mercati esteri, che hanno sostenuto le aziende italiane durante la crisi - nel 2015 anche le
vendite in Italia sono ripartite, dopo sette anni di cali ininterrotti. Proprio nel 2016 la ripresa del mercato
interno ha registrato un consolidamento importante, con una crescita del 3,1%. E per l'anno in corso le
previsioni del Centro studi Fla (basate su un'indagine tra le aziende associate) segnano per l'arredo un
indice di crescita sul mercato domestico dell'1,9% in valore. Insomma, la ripresa c'è, ma necessita ancora
di un sostegno, è l'appello di FederlegnoArredo al governo: tanto più che, per la stragrande maggioranza
delle aziende del comparto (circa l'80%), l'Italia rimanea tutt'oggi il principale mercato. C'è poi la partita
decisiva del bonus destinato ai giovani: introdotto nel 2016, questa misura non è stato prorogatoa nel 2017:
troppo breve il periodo di applicazione, dicono da Fla, perché questo strumento potesse dimostrare in pieno
la propria efficacia. Ma comunque una leva importante per il settore, se si considera che in Italia le coppie
under 35 sono circa 2,3 milioni e assorbono il 15% dei consumi privati per l'arredamento. Per questo la
federazione ne chiede la reintroduzione nella prossima legge di Bilancio. Secondo le stime sulle
dichiarazioni dei redditi infatti, in circa sei mesi di reale applicazione l'incentivo per ha mosso acquisti per
187 milioni di euro, con una spesa media di 7.200 euro da parte di quasi 26mila contribuenti. ©
RIPRODUZIONE RISERVATAGli effetti dell'incentivo SPESA E BENEFICIARI
Secondo le stime elaborate dal Centro studi Fla, dalla sua introduzione nel giugno 2013 fino a tutto il 2016,
il bonus mobili ha mosso acquisti per un totale di 4,5 miliardi di euro, interessando circa 860mila
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 04/10/2017 1204/10/2017 diffusione:97980
Pag. 1 tiratura:140038
La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato
contribuenti. Una cifra che ha consentito di salvaguardare 10mila posti di lavoro e di far tornare a crescere
anche l'asfittico mercato interno IL VALORE AGGIUNTO 4,5 Il mercato interno Arredo bagno 398 1.395
miliardi Cucine 34 1.455 Fonte: Rapporto Fla 2016 Camere da letto e bedding 303 1.855 RITORNO PER IL
FISCO Un punto su cui insistono le imprese del comparto è che l'applicazione del bonus ha portato benefici
anche allo Stato. Il mancato gettito Irpef dovuto all'incentivo fiscale, è stato infatti compensato da un gettito
Iva aggiuntivo (pari a 252 milioni di euro solo nel 2016), ma anche dal risparmio sugli ammortizzatori sociali
grazie ai posti di lavoro salvati GETTITO IVA 2016 252 2.035 milioni Produzione interna e import di
arredamento nel 2016, per settore (in milioni di euro) Import arredo Produzione per mercato interno Arredi
commerciali 435 Sedie e living 381 1.092 GIOVANI COPPIE Le imprese chiedono al governo di
reintrodurre, nella prossima legge di Bilancio, il bonus alle giovani coppie, cheè stato in vigore troppo poco
tempo (solo nel 2016) per esprimere una piena efficacia. Le potenzialità sono dimostrate dalle stime sul
2016: in sei mesi l'incentivo agli under 35 ha generato una spesa di 187 milioni, da parte di quasi 26mila
contribuenti Ufficio 105 UNDER 35 187 658 milioni Complementi e vari 986 1.390 Illuminazione 911 541
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 04/10/2017 1304/10/2017 diffusione:97980
Pag. 1.2 tiratura:140038
La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato
Fisco e contribuenti Si torna al punto di partenza Chi si è visto rifiutare i dati negli ultimi giorni dovrà
procedere a un nuovo invio Vertice al Mef Ieri ancora un incontro con l'ad di Sogei Si lavora al decreto per il
rinvio al 16 ottobre LO SCONTRO SULL'INVIO DELLE FATTURE
Spesometro sotto processo Sistema ancora in tilt
I commercialisti: clima surreale Cresce l'allarme sulla privacy, il Garante scrive a Gentiloni
Federica Micardi Marco Mobili
Non c'è pace per lo spesometro. Quando tutto sembrava quasi risolto sui monitor di molti studi
professionaliè comparsa la ricevuta che non ti aspettie che in due parole annunciava: «file scartato». Il tutto
senza alcuna motivazione. La stessa agenzia delle Entrate ha avvisato la Sogei del nuovo intoppo che,
questa volta, ha coinvoltoi cosiddetti "gestionali", ossiai software acquistati dai professionisti per eseguire le
comunicazioni Iva. La soluzione al nuovo problema? Dopo l'ennesimo vertice al Mef con l'ad di Sogei nel
pomeriggio, siè deciso che tutti coloro che si sono visti scartare gli invii effettuati tra le 17 di lunedì e le
10,30 di ieri senza l'indicazione dell'errore commesso dovranno rinviarei dati. «Siamo molto contrariati dai
messaggi comunicati dal call center dell'agenzia delle Entrate - commenta il direttore generale di
AssoSoftware Roberto Bellini - perché flussi corretti già inviati non dovrebbero essere rinviati. Questo, se
fosse confermato, oltre a creare disagio e problemi agli utenti, porrebbe un ombra sul funzionamento del
sistema di interscambio che in questo caso non sarebbe stato in grado di elaborare correttamente i dati
ricevuti chiedendo all'utente un nuovo invio». Questi "rifiuti non motivati" si erano già verificati in
precedenza, ma in misura contenuta, e l'indicazione che era stata data era di considerare questi invii
"validi". Ora l'"errore" ha riguardato moltissimi gestionali, probabilmente troppi per essere "rielaborati". Dal
vertice di via Venti Settembre è spuntata anche la bozza del Dpcm che dovrebbe portare al 16 ottobre
prossimo la scadenza per l'invio dello spesometro (si veda il Sole 24 Ore di ieri). Il condizionale resta
d'obbligoe la firma del decreto da parte del titolare dell'Economiae successivamente di Gentiloni
arriveranno solo dopo che il sistema sarà tornato pienamente operativo.E su questo aspetto oggi Sogei
dovrà scoprire le carte. La commissione di Vigilanza dell'Anagrafe tributaria ha chiamato in audizione il
presidente Biagio Mazzotta e l'ad Andrea Quacivi per chiarire al Parlamento e indirettamente a
professionisti e imprese da doveè nato il "baco" dello spesometro, comee seè stato risolto. Inevitabile la
protesta del Consiglio nazionale dei commercialisti e dei rappresentanti di categoria che parlano di un
«surreale clima di incertezza». A completare il quadro, forse un po' a sorpresa, nella tarda mattina di ieri è
giunta anche la lettera del Garante della privacy Antonello Soro che, saltando i soggetti istituzionalmente
interessati dall'affaire spesometro ha scritto direttamente al presidente del Consiglio Gentiloni per
sottolineare come la trasformazione tecnologica del Paese non possa prescindere dal rispetto e dalla tutela
dei dati personali. Il garante della Privacy va oltre lo spesometro e soprattutto ai problemi legati ad una
singola banca dati. Il tilt che ha investito il nuovo adempimento fiscaleè per Soro l'occasione per ricordare
al governo che la privacy è un «problema paese». «La presa di posizione di Soro - commenta il presidente
dei commercialisti Massimo Miani - certifica di fatto la gravità della situazione creatasi in queste settimane
sullo spesometro. Un adempimento sulla cui complessità avevamo immediatamente messo in guardia tutti i
nostri interlocutori istituzionali». Inutilmente.
L'EXIT-STRATEGY
Questa storia deve finire Proroghe ripetute e incerte. File inviati, scartati e da rispedire. Dati non in
sicurezza, ma raccolti in grande quantità per poi farne un uso limitato. Operatori sotto stress con coordinate
che cambiano continuamente. Questo il quadro che fa emergere il caos-spesometro. Resta un'unica
considerazione da fare: questa storia deve chiudersi al più presto. Con date certe, canali telematici
funzionanti, scelte differenti per il futuro e senza sanzioni per gli invii di questi giorni. (j.m.d.)
Foto: ILLUSTRAZIONE DI UMBERTO GRATI
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 04/10/2017 1404/10/2017 diffusione:194011
Pag. 1 tiratura:288313
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INCHIESTA/ TUTTE LE FALLE, DALL'IVA ALLA RISCOSSIONE
Evasione, i record dell'Italia in fuga dal Fisco 111 miliardi
SERGIO RIZZO
COPRIRE le spese sanitarie della nazione per un anno intero.
Oppure mettere in sicurezza tutto il patrimonio edilizio italiano. O ancora, tagliare almeno un quinto delle
tasse.
Lasciamo alla fantasia ciò che si potrebbe fare con più di cento miliardi. Quei soldi appartengono solo alla
sfera dell'immaginario. SEGUE ALLE PAGINE 6 E 7 SECONDO i calcoli della commissione governativa
sull'economia sommersa sono i denari che ogni dodici mesi sfuggono al fisco. Sottratti alla collettività da un
esercito di evasori: quel che è più grave, senza colpo ferire. Perché qui lottare contro i furbetti è come
svuotare il mare con il colabrodo. In Italia si riscuote appena l'1,13 per cento del carico fiscale affidato
all'esattore, contro una media Ocse del 17,1 per cento.
Anno dopo anno, infatti, il maltolto aumenta: 107,6 miliardi nel 2012, 109,7 nel 2013, 111,7 nel 2014. E sia
pure in diminuzione i dati provvisori del 2015, contenuti nella nota di aggiornamento al Def, non fanno
presagire un cambio sostanziale di rotta come ha anticipato qualche giorno fa il nostro Roberto Petrini. Il
calo risulterebbe infatti di 3,9 miliardi e non c'è ancora una valutazione esatta del mancato introito Irpef dei
lavoratori dipendenti irregolari, pari nel 2014 a 5,1 miliardi. Ben che vada, si tornerebbe quindi ai livelli del
2012. Una situazione tale da far dire ieri al presidente dell'Istat Giorgio Alleva che la lotta all'evasione «è
strategica». Ovvio. Il problema è come farla. Perché il sostegno al conseguimento del risultato è corale,
come fa capire una relazione del sostituto procuratore di Pistoia Fabio Di Vizio, uno dei più esperti
magistrati del ramo evasione, riciclaggio & affini. Quelle 50 pagine piene di numeri e tabelle scritte in
occasione di un suo intervento alla bolognese InsolvenzFest, organizzata ogni anno dall'Osservatorio sulla
crisi d'impresa, tracciano lo scenario di un Paese che in tutte le sue componentei ha coscientemente deciso
che la lealtà fiscale non fa parte dei valori della convivenza civile. È bastato mettere in fila circostanze, fatti
e dati per nulla riservati, rintracciabili negli atti e nei documenti ufficiali. A patto, naturalmente, di saperli e
volerli leggere. Si scoprirebbe, per dirne una, che la propensione a evadere l'Irpef da parte del lavoro
autonomo ha raggiunto nel 2014 un impressionante 59,4 per cento. Significa che entrano nelle casse
pubbliche solo quattro euro su dieci delle imposte sul reddito dovute da chi esercita un'attività non
dipendente. Il 3,5 per cento non viene versato, ma il 55,9 per cento neppure dichiarato.
Trenta miliardi e 736 milioni evaporati ogni anno, ma la cosa davvero preoccupante è che in cinque anni
l'aumento di questa evasione, dicono i dati della commissione presieduta da Enrico Giovannini, ha superato
il 50 per cento. Nel 2010 la calcolatrice si era fermata a 20 miliardi e 149 milioni. Per non parlare dell'Iva.
Qualche giorno fa da Bruxelles è arrivata la brutta notizia che l'Italia è il Paese europeo che detiene il
record dell'evasione di questa imposta. Ma purtroppo non è una notizia nuova, perché è così da sempre. Il
differenziale fra l'Iva dovuta e quella effettivamente pagata sfiora il 30 per cento: 29,7, esattamente. Altri
40,1 miliardi sfumati. Cinque anni prima erano 37,4. È colpa della crisi, deduzione ovvia. Ma fino a un certo
punto. Perché la crisi da sola non spiega il fatto che l'Italia rappresenti quasi un quarto dell'evasione Iva
dell'Unione europea, contro il 15,3 per cento della Francia e il 3,9 per cento della Spagna, che dalla stessa
crisi non sono state certo risparmiate. Se a quelli delle imposte dei lavoratori autonomi e dell'Iva si
aggiungono i buchi sui redditi d'impresa, dell'Irap e dei contributi previdenziali, arriviamo appunto ai 111,7
miliardi cui sopra. Una cifra enorme. Che in più si riferisce per oltre due terzi alle tasse non pagate dai
fantasmi: cioè da coloro che per il fisco nemmeno esistono. In media, 75 miliardi e mezzo l'anno. Somma
pari al 15 per cento di tutte le entrate tributarie.
Basterebbe questo per mettere in dubbio la tesi di chi assolve l'infedeltà fiscale considerandola alla
stregua della legittima difesa contro uno Stato ingordo. E assolvendola, per giunta, dai vertici dello Stato
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stesso. «L'evasione di chi paga il 50 per cento dei tributi non l'ho inventata io. È una verità che esiste. Un
diritto naturale che è nel cuore degli uomini»: sono le parole memorabili pronunciate da Silvio Berlusconi ai
microfoni di Radio Anch'io il 18 febbraio 2004. Ripetute più volte dal Cavaliere prima, durante e dopo le sue
permanenze a palazzo Chigi. Senza che in tutti quegli anni la pressione fiscale sia calata e gli evasori si
siano dati una regolata.
Sul fatto che in Italia l'imposizione fiscale sia per tutti troppo pesante, davvero non ci piove.
La stessa Corte dei conti certifica un dato mostruoso che era stato già calcolato da Confartigianato: su
un'impresa di medie dimensioni grava un carico fiscale complessivo del 64,8 per cento, superiore di quasi
25 punti alla media europea (40,6). Né le cose vanno meglio per il cuneo fiscale, che con il 49 per cento
oltrepassa di dieci punti il valore medio continentale (39). E se la pressione del fisco, che statisticamente si
è aggirata negli anni più recenti intorno al 43 per cento (decimale più, decimale meno), risulta inferiore a
quella di Danimarca, Francia, Belgio, Finlandia e Austria, non si può non considerare che a sostenerla è
una platea di contribuenti in proporzione nettamente più ridotta. Per non parlare della qualità dei servizi
offerti con quel costo ai cittadini italiani. Ma ciò non può giustificare affatto quanti si sottraggono ai propri
obblighi verso la collettività. Né, a maggior ragione, giustificare chi li giustifica. Certo, qualcuno potrebbe
tirare in ballo questioni che sconfinano nell'indole degli italiani. Come la storica avversione per le tasse,
oggetto persino di proverbi popolari. Ma se quel sentimento esiste, va detto pure che è stato sempre
coccolato dalla politica, fin dai tempi antichi. Con i condoni. Il primo è del 118 dopo Cristo. Autore
l'imperatore di origini iberiche Adriano, che rinunciò a riscuotere le tasse ancora non pagate dai cittadini
dell'impero nei 16 anni precedenti: 900 milioni di sesterzi. Ricorda Di Vizio che dall'unità d'Italia a oggi si
possono contare 80 (ottanta) condoni fiscali sotto varie forme. Anche la rottamazione delle cartelle
esattoriali, a modo suo, può rientrare in questa fattispecie.
E per avere un'idea del rapporto fra gli italiani e il fisco basti dire che ne 2016 erano 21 milioni i residenti
con una pendenza aperta a Equitalia: che in ogni caso, per il 54 per cento di loro, non superava i mille euro.
Il fatto è che all'evasione contribuisce un sistema pubblico obeso e inefficiente che affoga nelle follie
burocratiche. Cervellotico e strampalato al punto da imporre a chi vuol pagare le tasse rateizzandole un
interesse di dilazione pari al 4,50 per cento, cioè addirittura più alto rispetto a quello di mora a carico di chi
le imposte non le paga affatto: 3,50. E questo semplicemente perché quei tassi sono fissati da due leggi
diverse, che nessuno ha mai pensato di rendere coerenti l'una con l'altra. Troppa fatica.
Succede così, sottolinea Di Vizio nel suo studio, che in un Paese nel quale l'economia sommersa vale il
21,1 per cento del prodotto interno lordo e l'evasione fiscale incide per il 24 per cento sul gettito potenziale,
siano necessarie mediamente 269 ore l'anno per adempiere a tutti gli obblighi fiscali, contro le 173 della
media europea. Mentre il sistema di riscossione fa acqua da tutte le parti. Inaccettabile il balletto che
avviene fra l'accertamento e la riscossione. Dal 2000 al 2016 gli enti creditori hanno affidato a Equitalia
1.135 miliardi di euro da riscuotere: una cifra pari alla metà dell'attuale debito pubblico. Di questi, una parte
è stata annullata dagli stessi creditori e una piccola fetta riscossa negli anni, con un residuo contabile che
oggi ammonta a 817 miliardi. Ma 147,4 riguardano soggetti falliti, 85 i morti, 95 i presunti nullatenenti, 348
posizioni per cui si è già tentato invano il recupero, 26,2 sono oggetto di rateizzazioni e 32,7 non sono
riscuotibili a causa di norme favorevoli ai debitori. Di quella enorme massa, grazie anche al contributo dei
ricorsi tributari che hanno visto nel 2016 l'amministrazione soccombente in terzo grado nel 62 per cento dei
casi, restano così aggredibili 51,9 miliardi, con una previsione di concreto realizzo che si riduce a 29
miliardi. Nella migliore delle ipotesi potrebbe rientrare il 3,5 per cento.
Da chiarire come ciò si possa conciliare con i roboanti risultati nella lotta all'evasione (una ventina di
miliardi introitati, secondo Maria Elena Boschi).
E veniamo ai controlli. Di Vizio segnala che nel 2016 gli accertamenti dell'Agenzia delle entrate sono calati
del 33,8 per cento, passando da 301.996 a 199.990. Logico, perciò, che gli introiti siano diminuiti del 17,2
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per cento, da 7,4 a 6,1 miliardi.
Al netto, va precisato, della cosiddetta "voluntary disclosure".
Qui sta il bello. Perché dietro a quelle due paroline inglesi apparentemente misteriose si nasconde la
spiegazione di dove sparisce una bella fetta dei soldi rubati al Paese. Ma questa è un'altra storia.
IL CONFRONTO LA BUROCRAZIA Per adempiere agli obblighi fiscali un'impresa che ha sede in Italia
deve mettere in conto 269 ore di lavoro l'anno, negli altri Paesi dell'Unione ne bastano mediamente 173.
Una differenza che pesa sui costi IL CARICO FISCALE Il confronto con l'Europa è imbarazzante. In Italia
su una impresa di medie dimensioni grava un carico fiscale e contributivo complessivo pari al 64,8% del
fatturato, quasi 25 punti in più rispetto al 40,6 della media dei Paesi Ue L'IVA L'Italia, da sola, copre quasi
un quarto dell'evasione Iva dell'Unione europea, contro il 15,3% totalizzato dalla Francia e il 3,9% messo
assieme dalla Spagna. La crisi economica non basta a spiegare questo andamento
Gap nelle entrate fiscali e contributive in Italia, miliardi di euro
Totale evasione tributaria Totale evasione tributaria e contributiva Totale evasione contributiva
Quanto manca nelle casse dello Stato
2013
2014
2012
2011
109,7
111,7
107,6
105,5
stima
10,5
10,6
nd
94,3
95,8
97,0
10,3
99,4Le imposte più evase (propensione all'inadempimento per tipo di tassa) Irpef lavoro dipendente 2013
3,0% Irpef lavoro autonomo 2014 59,5% Ires 2014 34,1% Iva 2014 29,7% FONTE: Relazione
sull'economia non osservata e sull'evasione fiscale e contributiva, Mef Irap 2014 23,3% Imu 2014 27,2%
Accertamenti meno ecaci (introiti derivati da attività di controllo dell'Agenzia delle Entrate- in miliardi di
euro)
6,8 2012 7,2 2013 FONTE: elaborazione Corte dei conti su dati Rgs 7,7 2014 7,4 2015 6,1 preconsuntivo
2016 ©RIPRODUZIONE RISERVATAI NUMERI 109,2 Azzerando l'evasione l'Italia riuscirebbe a coprire
per intero la sua spesa sanitaria per un anno
93,7 La somma basterebbe anche per rendere tutte le case degli italiani a prova di terremoti e calamità 182
mld mld mld Il gettito Irpef complessivo nel 2016: il recupero del nero permetterebbe un netto taglio delle
tasse
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La manovra. La legge di bilancio sarà composta al 60 per cento da nuove entrate, al 40 da tagli alla spesa
e più deficit
Web tax, il Tesoro apre "Uno strumento utile" Ma resta il nodo sanità
ROBERTO PETRINI
ROMA. Potrebbe essere la web tax la sorpresa della legge di Bilancio 2018. Dopo le aperture del premier
Gentiloni a Tallin, che non ha escluso una via nazionale alla tassa sulle web company e il ricorso ad una
accordo separato tra Germania, Francia, Spagna e Italia, ieri anche il ministro dell'Economia Pier Carlo
Padoan ha dato il suo semaforo verde. «È estremamente utile pensare ad una web tax a livello nazionale,
è nostro impegno proseguire il dialogo con il Parlamento nelle prossime settimane», ha assicurato ieri,
rispondendo ad una sollecitazione del presidente della Commissione Bilancio della Camera Francesco
Boccia, sulla eventualità di inserire la nuova tassa nella legge di Bilancio.
La misura può essere declinata tecnicamente in vari modi, da una semplice, e più soft, tassa sul fatturato
fino all'imposizione obbligatoria della «stabile organizzazione» fiscale in Italia in modo da costringere le
web company a pagare Iva e Ires come gli altri. Comunque vada, se la web tax passerà, si potrà contare su
un gettito da 2 a 5 miliardi.
GIOVANI E POVERI I nuovi interventi sull'economia alla fine si limitano a 3,8 miliardi: si tratta di estendere
la decontribuzione per i giovani (per il 2018 bastano 300 milioni ma dal 2019 si passa a 2,1 miliardi), di fare
maggiori investimenti (300 milioni), di finanziare l'assegno anti-povertà (600 milioni) e di onorare il contratto
degli statali (2,6 miliardi).
Ma è probabile che un «tesoretto» di circa 1 miliardo sarà a disposizione del Parlamento.
IVA, AUMENTO EVITATO Spesso è dimenticata ma i vecchi impegni - come ha ricordato il presidente
dell'Upb Giuseppe Pisauro in audizione - pesano nel 2018 e peseranno anche per i prossimi anni. La
cosiddetta clausola di salvaguardia, una sorta di cambiale di Stato, prevede un aumento dell'Iva di 2 punti
dal prossimo 1° gennaio a meno che non si trovino risorse alternative. L'aumento avrebbe dato un gettito
15,7 miliardi che viene scongiurato sostituendolo con un aumento del deficit (dall'1 all'1,6 per cento) pari a
10,9 miliardi e 4,7 miliardi con misure alternative di entrate e tagli.
E-FATTURA E ROTTAMAZIONE Per ora le coperture per interventi sull'economia e per l'Iva (alla quale
non si provvede con il deficit), arrivano a 8,6 miliardi: per il 60 per cento lotta all'evasione e per il 40 per
cento tagli e risparmi. Si tratta di 5,1 miliardi che verranno dalla fattura elettronica obbligatoria, dalla
riapertura della rottamazione delle cartelle, dalla estensione dello split payment (lo Stato trattiene l'Iva dei
propri fornitori). I tagli sono di 3,5 miliardi, di cui 1 di spending review in senso stretto. Con la Web tax o con
la lotta alle truffe sulla benzina questa cifra potrà salire.
SUPERTICKET E PENSIONI Naturalmente la partita non è finita anche perché ci sono molte questioni
aperte. La prima è la sanità: ieri Padoan ha detto che la spesa sul Pil sta diminuendo solo perché cresce il
Pil. Sarebbe dunque stretto il percorso per le richieste di Mdp di abolizione del superticket per 600 milioni.
Resta invece sul tavolo la proposta della ministra della Sanità Lorenzin che ha bisogno di 700 milioni per
assunzioni, farmaci e vaccini e che chiede di recuperarli con la tassa di 1 centesimo a sigaretta.
Stop, invece, con il via libera di Bankitalia e Corte dei Conti, per qualsiasi congelamento dell'età
pensionabile. QUANT'È LA MANOVRA? Prima della flessibilità europea la manovra era una rincorsa al
taglio del deficit: tagli e tasse. Da qualche tempo, il deficit può aumentare, rispetto agli andamenti inerziali,
con il consenso dell'Europa. Per convenzione si può chiamare «manovra» anche questa che
sostanzialmente sterilizza l'Iva per 15,7 miliardi e dà ossigeno all'economia per 3,8 miliardi. Dove si trovano
i soldi? Circa 10 dal deficit e 10 circa da tagli e nuove entrate. Se si vuole si può dire che il governo, in un
modo o nell'altro, provvede per 20 miliardi.
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 04/10/2017 1804/10/2017 diffusione:194011
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©RIPRODUZIONE RISERVATA I NUMERI 5,1 mld NUOVE ENTRATE Verranno da fatturazione
elettronica, nuova rottamazione cartelle, split payment e probabilmente da web tax 3,5 mld TAGLI E
RISPARMI In tutto 3,5 miliardi di cui 1 di spending review sulla spesa dei ministeri. Il resto riguarderà altre
spese dello Stato 10,9 mld PIÙ DEFICIT Sarà destinato alla sterilizzazione del previsto aumento dell'Iva.
Grazie allo "sconto" di Bruxelles il deficit sale all'1,6%
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Energia, la denuncia dell'Autorità troppe tasse occulte in bolletta
Oggi ultima relazione di Bortoni, si rischia il blocco sulla successione Il prezzo della materia prima si è
dimezzato ma i consumatori quasi non ne hanno beneficiato
LUCA IEZZI
ROMA. Una bolletta più trasparente e meno pesante, ma anche certezza sul futuro dello stesso regolatore.
Guido Bortoni sta mettendo a punto l'ultima relazione da presidente dell'Autorità dell'energia che oggi
presenterà davanti al Capo dello Stato Sergio Mattarella. Dai lavori preparatori emerge chiara una
considerazione: è ora che i consumatori capiscano cosa stanno pagando attraverso le loro fatture
bimestrali. I prezzi nella borsa elettrica sono scesi: nel 2012 il prezzo del kwh viaggiava tra 70 e 80 euro,
oggi è a 40, ma gli utenti se ne sono accorti appena perché la "materia prima" elettricità pesa per 47% della
tariffa effettivamente pagata, e nel metano si scende a meno del 40%. Infatti, complice la facilità di
riscossione, le bollette sono diventate un canale diretto tra le casse dello Stato e i conti correnti degli
italiani. La tariffa elettrica finanzia gli incentivi alle rinnovabili, la spesa per le centrali nucleari da dismettere,
il risparmio energetico, ma anche gli sgravi alle ferrovie, alle grandi industrie energivore e a tutte le società
elettriche delle piccole isole. Li chiamano "Oneri di sistema", ma con le normali attività del mondo
energetico c'entrano poco.
Gli esempi non mancano: i grandi operatori di energia rinnovabile, sole e vento, hanno ormai costi bassi e
aiutano a tenere basso il prezzo generale dell'energia, per loro gli incentivi sono marginali. Ma in bolletta la
componente A3 ha distribuito nel 2016 14 miliardi soprattutto ai piccoli impianti, sotto forma di esenzioni di
vario tipo che invece dovrebbero più correttamente finire nella fiscalità generale. Stesso discorso per il
nucleare che pesa 563 milioni l'anno sulle tasche degli italiani, ma sia la Sogin, sia i comuni che ospitano le
vecchie centrali ne ricevono poco più della metà mentre 135 milioni li incassa direttamente lo Stato. Infine i
clienti elettrici aiutano con 245 milioni la rete ferroviaria o garantiscono un miliardo e 400 milioni di rimborso
ai distributori per i certificati bianchi. Tasse occulte che hanno un ulteriore effetto, quello di deprimere la
concorrenza, un po' come succede per la benzina o per le sigarette, l'alto prelievo fisso permette a tutti gli
operatori di allinearsi a prezzi più alti. Così si vanifica, è il ragionamento che fanno dall'Autorità, anche
quanto di buono può arrivare dalla regolazione.
Nel gas le aste su stoccaggi e capacità di rigassificazione così come il tentativo di legare il più possibile il
prezzo ai grandi mercati del metano del resto d'Europa ha ridotto il divario con i nostri concorrenti europei,
ma gli oneri pesano e il gap resta pesante.
Basterebbe un piccolo intervento legislativo e il regolatore sarebbe pronto a "ripulire" le bollette da questi
elementi. Invece, ed è l'elemento più delicato, la prospettiva è opposta: il futuro parla di un pericolo
concreto di paralisi dell'attività dell'Autorità. Bortoni e il resto dei componenti Alberto Biancardi, Rocco
Colicchio e Valeria Termini - scadranno l'11 febbraio, le forze politiche già nelle prossime settimane
dovrebbero presentare i nomi dei successori alle commissioni parlamentari competenti, ma le maggioranze
necessarie, due terzi dei componenti, rendono al momento improbabile un accordo tra le varie anime di
maggioranza e opposizione. Così la prospettiva è che Bortoni debba continuare per mancanza di
successori. Ma la legge prevede solo 60 giorni di proroga possibile ed esclusivamente per la "normale
amministrazione" (aggiornamento trimestrale delle tariffe e poco più), oltre non si sa cosa possa succedere,
con l'aggravante che a marzo la legislatura finirà complicando ulteriormente il quadro. Tanto che nel
governo già qualcuno pensa ad una leggina in extremis, ma che secondo gli stessi operatori energetici
certificherebbe solo la paralisi del sistema.
I PUNTI LE QUOTE L'elettricità pesa solo per il 47% sulla tariffa effettivamente pagata, mentre nel metano
la quota scende al di sotto del 40 % L'EFFETTO Gli oneri di sistema deprimono la concorrenza, perché
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 04/10/2017 2004/10/2017 diffusione:194011
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l'alto prelievo fisso permette a tutti gli operatori di allinearsi al prezzo più alto Cosa si paga nella bolletta del
gas 39,35% Spesa per la materia gas naturale Imposte 38,88% 18,39% Spesa per il trasporto e la gestione
del contatore 3,38% Spesa per oneri di sistema Cosa si paga nella bolletta dell'elettricità 47,65% Spesa per
la materia energia 20,18% Spesa per il trasporto e la gestione del contatore 18,96% Spesa per oneri di
sistema 13,21% Imposte 77,03% Incentivi alle fonti rinnovabili e assimilate 0,94% Bonus elettrico Fonte:
Autorità per l'Energia 8,97% Promozione dell'ecienza energetica 0,94% Regimi tariari speciali per la società
Rete Ferroviaria Italiana 6,70% Agevolazioni per le imprese manifatturiere a forte consumo di energia
elettrica 3,32% Messa in sicurezza del nucleare 1,05% Sostegno alla ricerca 1,05% Compensazioni per le
imprese elettriche minori
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 04/10/2017 2104/10/2017 diffusione:194011
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L'accordo. Compromesso con la Germania che aveva stretto un'intesa con Pechino
Dazi antidumping per fermare la Cina l'Italia riesce a evitare l'affondo
tedesco
ALBERTO D'ARGENIO
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE BRUXELLES. Dopo mesi di aspri negoziati l'Unione alza barriere
difensive contro il dumping cinese che avrebbe potuto schiacciare le piccole e medie imprese europee. Non
è stato facile trovare l'accordo tra Commissione, governi e Parlamento Ue, anche se alla fine Strasburgo è
riuscita ad evitare un trattamento favorevole per Pechino. Ma è stato anche un derby Italia-Germania: dietro
le quinte, raccontano i protagonisti del negoziato, Berlino aveva stretto un accordo con Pechino che
avrebbe portato l'Europa a chiudere un occhio sulla concorrenza sleale del Dragone in cambio di porte
aperte all'auto (elettrica) tedesca in Cina. Scenario che avrebbe travolto le imprese italiane, più di altre in
diretta competizione con quelle della Repubblica popolare. Alla fine ieri è stata siglata l'intesa che
permetterà alle aziende di difendersi di fronte ai casi di dumping, specialmente per acciaio e alluminio.
Pechino è stata ammessa nell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) nel 2001 con l'accordo che
per i successivi 15 anni sarebbe stata considerata una economia non di mercato e pertanto sottoposta a
dazi antidumping per contrastare la concorrenza sleale dei suoi prodotti.
Spirato il termine, gli europei hanno continuato a difendersi dalle pratiche scorrette cinesi, anche se non
avrebbero potuto resistere a lungo visto che nel frattempo Pechino ha fatto ricorso al Wto. Per aggirare il
problema la Commissione ha scritto un regolamento con la nuova metodologia antidumping, testo che
l'Italia ha subito definito debole.
Così il Parlamento europeo si è impuntato (relatore il forzista Salvatore Cicu) ed è riuscito a tenere il punto
per una volta grazie al lavoro comune di tutto il sistema italiano, dal governo alle imprese, dai gruppi
parlamentari a Strasburgo (Pd e Fi) fino al presidente dell'Eurocamera Antonio Tajani. Solo così la
pressione dell'industria e della politica tedesca, Spd e Cdu insieme, non ha sfondato. La nuova
metodologia antidumping, valida per tutti i paesi terzi ma pensata per la Cina, permetterà alla Commissione
di scrivere una serie di rapporti in caso di sospetta distorsione del mercato sulla base dei quali le aziende
potranno chiedere misure antidumping. Bruxelles prenderà in considerazione l'influenza dello Stato
nell'economia, la presenza di imprese pubbliche, la mancata indipendenza del settore finanziario, il
dumping sociale e ambientale. Fino all'ultimo si è combattuto sull'onere della prova, con il Parlamento che è
riuscito ad evitare che questo cadesse sulle imprese Ue che ne sarebbero uscite con le ossa rotte. Alla fine
invece saranno questi ultimi a dover dimostrare la loro non colpevolezza e a sostenere i costi dell'istruttoria.
Le regole saranno ratificate dall'aula di Strasburgo ed entreranno in vigore entro il 2017: fino ad allora
l'Europa continuerà a considerare la Cina economia non di mercato.
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NEW ECONOMY
Amazon, Bruxelles presenta il conto delle tasse evase
Il colosso del web nel mirino dell'Unione «Centinaia di milioni di euro non versati»
MARCO BRESOLIN
Bresolin A PAGINA 19 Dopo Apple, ora tocca ad Amazon. La Commissione europea presenterà oggi il
conto alla società di Jeff Bezos, che per un decennio ha usufruito di un sistema fiscale "ad hoc" in
Lussemburgo che le ha concesso di risparmiare parecchio. «Diverse centinaia di milioni di euro», secondo i
calcoli del Financial Times, una cifra pari alle tasse dovute e non versate che ora dovrebbero andare nelle
casse del Granducato. «Aiuti di Stato illegittimi», per l'Antitrust europeo, che ne chiede la restituzione.
Molto probabilmente sia l'azienda che il piccolo Stato fondatore dell'Ue contesteranno l'accusa. Perché lo
"sconto", o meglio il trattamento di favore, è frutto di un regolare accordo fiscale (tax ruling) stipulato tra la
società e il Lussemburghese nel 2003. In quegli anni a capo del governo lussemburghese c'era Jean-
Claude Juncker, attuale presidente della Commissione europea. La stessa istituzione che oggi - al termine
di un'inchiesta iniziata tre anni fa - contesterà l'accordo perché avrebbe c o n c e s s o benefici indebiti al
gigante dell 'e - c o m merce. La vicenda ricalca grossomodo quanto successo un anno fa con il maxi-
provvedimento ad Apple, condannata dalla Commissione a versare 13 miliardi di euro di tasse arretrate al
governo irlandese. Anche in quel caso il "trucco" usato dal colosso di Cupertino era frutto di accordi stipulati
con il governo di Dublino. A breve dovrebbe concludersi un'altra indagine avviata da Bruxelles contro
McDonald's, sempre per tasse non pagate nel piccolo Granducato. La sfida della web tax Questi casi non
hanno nulla a che vedere con la maxi-multa inflitta a Google all'inizio dell'estate: 2,4 miliardi di euro per
abuso di posizione dominante (secondo l'accusa, il servizio Google Shopping avrebbe sfavorito i
concorrenti). Casi diversi, ma che vedono tutti contrapporsi Bruxelles con le grandi aziende americane. E lo
scontro è destinato ad accentuarsi se mai dovesse vedere la luce la proposta della Web Tax, il
provvedimento spinto da Francia, Italia, Germania e Spagna che punta a far pagare alle aziende digitali le
tasse nei Paesi in cui fanno profitti. Una sfida non semplice, vista l'attività "immateriale" di queste società
che consente loro di far figurare i profitti nei Paesi con un regime fiscale più conveniente. L'idea avanzata
dai quattro - che però raccoglie ancora molte resistenze all'interno della stessa Ue - prevede di tassare il
fatturato. Ma non affronta quello che è il vero problema alla base delle scorciatoie fiscali: la differenze nei
sistemi di imposizione tra gli stessi Paesi Ue. Finché alcuni Stati continueranno a offrire regimi più
conveniente, le aziende continueranno a stabilire lì le loro sedi fiscali. La lotta alle frodi Iva Sempre oggi la
Commissione presenterà un altro provvedimento che riguarda la sfera fiscale, ma nel campo dell'Iva.
Bruxelles ha messo a punto una proposta per combattere le frodi nelle transazioni transfrontaliere. A oggi -
per esempio - se un'azienda francese vende a un'azienda italiana, la transazione è esente da Iva.
Attraverso un meccanismo di compravendite, molte società usano questa falla a scopo fraudolento: la
Commissione ha stimato danni pari a 50 miliardi di euro l'anno. L'idea è di allineare il sistema delle
transazioni transfrontaliere a quelle nazionali, introducendo l'aliquota Iva in vigore nel Paese dell'acquirente
e un sistema di compensazione tra le agenzie fiscali degli Stati. Per Bruxelles la misura è in grado di ridurre
le frodi dell'80%. c
50
miliardi di euro L'evasione dell'Iva negli scambi transfrontalieri secondo la Commissione
Foto: AFP L'impianto Amazon di Amiens-Boves nel Nord della Francia
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 04/10/2017 23Puoi anche leggere