COME ANIMARE UN GRUPPO DI AUTO AIUTO1

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COME ANIMARE UN GRUPPO DI AUTO­AIUTO1
         Benché le esperienze di gruppo che possiamo realizzare in Italia ci suggeriscano che il più
delle volte basta riunire alcune persone, cercando di farle divenire un gruppo, per far accadere
qualcosa di utile e di importante, è certo che in contesti meno domestici e in ambito di auto­aiuto
occorre pianificare con accuratezza. Infatti di solito i gruppi che ci capita di incontrare nascono in
situazioni ben incardinate in organizzazioni o istituzioni, in contesti tali da ridurre al minimo le possibili
turbative (contestazione degli scopi, del ruolo del facilitatore2 o del presidente; dinamiche legate
ad esperienze negative precedenti, alla eccessiva disomogeneità dei partecipanti; rischi di
disattendere le attese, ecc).
         Non ci dilungheremo qui in articolate e raffinate definizioni di “gruppo di auto/mutuo aiuto”
(stiamo in ogni modo parlando di gruppo e non di singola riunione), ma è certo che l’argomento
ha attinenza col lavoro di animazione che raccomandiamo ai nostri volontari: proponiamo una
metodologia d’intervento orientata all’autopromozione; riconosciamo nei gruppi uno strumento
per consentire alle persone di accedere a livelli di potere sufficienti per iniziare ad occuparsi del
proprio destino; quindi diviene elemento importante del percorso formativo dei nostri volontari
impadronirsi di una qualche idea di come si lavora con gruppi orientati all’auto aiuto.
         Ci occuperemo innanzi tutto di come far nascere un gruppo di auto aiuto e in seguito di
alcune questioni preliminari legate alla nascita di un tale tipo di gruppo. Ovviamente dobbiamo
discorrere di caratteri ed elementi generali, affinché possano essere adattabili agli ambienti più
diversi.

Come far nascere un gruppo di auto aiuto
        La nascita di un gruppo non è un evento naturale, occorre darsi da fare. A volte l’intervento
delle autorità, o delle organizzazioni che ci hanno invitati provvede a fornirci il gruppo in cui
lavorare. Altre volte è necessaria una nostra diretta azione. Sicuramente in questo secondo caso
non possiamo prescindere dall’interlocutore locale (élite, autorità, missione, organizzazione ecc.),
che ci deve fornire il suo patrocinio. Ma a fianco di questo dobbiamo muoverci autonomamente
per creare la relazione con un certo numero di persone che ci consenta poi di proporre
l’aggregazione. La fantasia qui si può sbizzarrire: dalla festa popolare, magari realizzata facendo
rinascere una tradizione ormai dismessa, all’istituzione di un corso che offra un servizio anche
semplice e di durata limitata (un corso di cucito, un corso di salute, un corso di lingue, di
artigianato, ecc.). In tutte queste occasioni si ha a che fare con un certo numero di persone,
creando un clima di confidenza che consenta di esplorare disagi, malesseri, aspirazioni, sogni,
visioni di quale dovrebbe essere il futuro auspicabile. Allo stesso tempo si crea l’opportunità per
disegnare una mappa delle persone significative per un dato problema (che vivono sulla loro pelle
quel problema, persone che lo sentono molto, oppure persone che hanno potere di influenzare le
variabili di un certo problema, persone influenti). In questo modo avremo materiale sufficiente per
individuare un possibile scopo attorno a cui proporre l’aggregazione di un certo numero di
persone.
        Occorre tener presente che se vogliamo veramente far nascere un gruppo di mutuo aiuto
non possiamo accontentarci di esaurire il nostro impegno con l’attività ‘pretesto’: questa deve
essere la leva attorno a cui mobilitare energie che potranno essere utilizzate per scopi più generali.
Le persone impegnate in un’attività manuale di tipo artigianale possono, mentre le mani lavorano,
chiacchierare contemporaneamente dei propri problemi personali, famigliari, dei propri sogni,
della comunità in cui si sentono inserite od escluse. Ed è su questo materiale che possiamo
elaborare una proposta aggregativa più articolata e generale.
        Un caso in cui i gruppi esistono già è quello dell’ambito missionario. In Brasile, e a volte in
Venezuela, esistono delle Comunità di Base, gruppi di evangelizzazione e di ‘educazione popolare’
che si riuniscono a riflettere sul Vangelo utilizzato per illuminare (giudicare) una situazione
problematica che è presentata (vedere) o evocata da qualcuno incaricato per guidare l’avvio
della riunione. Alla fine della riunione, analizzata la situazione, il gruppo, presi in esame i
suggerimenti che si possono trarre dal Vangelo, decide una soluzione da applicare (agire). Ma in
1
   Questo scritto è la sintesi commentata ed adattata al nostro contesto (volontariato internazionale) di una parte del un
libro scritto da Dominique M. Steinberg L’AUTO/MUTUO AIUTO (guida per facilitatori di gruppo) edito da Erickson.
2
   Con questo termine chiameremo l’animatore di gruppo, il ruolo che ci assumiamo.

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questi casi i gruppi esistono già e al volontario occorre solo un po’ di pratica per far proprio il
metodo del vedere, giudicare, agire, ed avrà già a disposizione gli scopi su cui eventualmente
proporre l’aggregazione di specifici gruppi per specifici problemi.
        E’ evidente che alle persone della mappa costruita in questo modo che dovranno essere
contattate a parte, vanno poste alcune domande (vedi capitolo sul Problem Solving). Si configura
così una situazione d’indagine sui problemi di non facile attuazione: i problemi prima di divenire
occasione di incontro sono essenzialmente vissuti come un fatto privato su cui non è agevole
investigare; salvo che ci si sbilanci a promettere l’apertura di un servizio (una sorta di sportello) per
erogare la soluzione dei problemi, cosa che di solito non ci interessa. Per uscire dall’empasse
possiamo esplicitamente dichiararci fautori di un’indagine (al riguardo rimandiamo al capitolo sulla
ricerca intervento). Oppure potremmo cercar di connettere la nostra voglia di sapere all’iniziativa
che è in corso e che di ha condotto al nuovo interlocutore.
        In definitiva si dovrà arrivare in un modo o nell’altro a porre delle domande che potrebbero
più o meno avere questo tipo di contenuto:
            ● citando il problema emerso nel gruppo si può chiedere: “hai mai avuto modo di
                parlare con qualcuno di questo problema?”
            ● “pensi che sia importante parlarne?”
            ● “che ne diresti di trovarci a parlarne?”

Come organizzare un gruppo di auto aiuto
        La fase di preparazione deve occuparsi innanzitutto dei rapporti che il gruppo ha o potrà
avere con il sistema in cui è inserito (organizzazione, istituzione o autorità cui riferirsi che ne
legittimino l’esistenza, l’azione e ne sostengano i risultati). Inoltre è necessario avere qualche
nozione circa le difficoltà della selezione dei partecipanti. Infine occorre lavorare per la costruzione
dello scopo del gruppo, iniziando prima ancora che nasca e continuando per tutte le fasi iniziali
del suo sviluppo e nelle fasi di criticità e cambiamento.
1. I fattori sistemici.
        • Occorre informarsi su storie precedenti di gruppi, perché se è diffusa ­ fra coloro cui
             proponiamo la formazione di un gruppo ­ la percezione che il lavoro di gruppo è un
             fallimento (a causa di insuccessi precedenti di cui noi non siamo a conoscenza),
             andremo sicuramente incontro a difficoltà che possono sembrare inspiegabilmente
             insormontabili. Se questa ipotesi si verifica dovremo attrezzarci opportunamente per
             risolvere il problema. Queste difficoltà possono riguardare la fiducia nella possibilità di
             aiuto che il gruppo può dare ai suoi membri o a chi sta fuori, alla organizzazione o
             comunità (quindi alle autorità) in cui è inserito.
        • Nella fase iniziale è quindi indispensabile aver particolare cura dei rapporti con
             l’organizzazione (o comunità di riferimento), ossia con le sue autorità (responsabili,
             leader, anziani, persone significative, personaggi chiave, opinion leader e opinion
             maker). Lo scopo di questi contatti varia dal concordare progetti e piani di intervento,
             all’esplorazione delle attese rispetto ad un’iniziativa che rischia di essere vista, in un
             continuum, con sentimenti di diffidenza da un lato od eccessiva speranza dall’altro.
2. Problemi di composizione e selezione o elezione. A seconda del peso dei problemi precedenti,
    può capitare che si debba affrontare questi, innanzi tutto prima di costituire il gruppo stesso, al
    momento dei contatti con l’organizzazione (o leader della comunità in cui sarà inserito il
    gruppo) poi entro il gruppo.
        • Premesso che la partecipazione deve essere volontaria e quindi lo scopo del gruppo
             (almeno quello che può essere espresso nella fase antecedente la nascita del gruppo)
             deve essere attraente, occorrerà verificare la corrispondenza fra gli scopi del gruppo e
             le aspirazioni dei suoi membri. Al punto 3 analizziamo più in dettaglio la questione, ma il
             lavoro su questo aspetto inizia al momento della selezione/elezione dei membri del
             gruppo.
        • La comunicazione fra i partecipanti deve essere possibile, ossia non devono esserci
             ostacoli culturali, di rapporti fra genere maschile e femminile o legati a livelli di gerarchia
             tali da rendere difficoltosa o addirittura rischiosa una comunicazione franca e aperta.
             Le dimensioni del gruppo devono essere tali da rendere possibile l’intervento adeguato

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di ogni suo membro. Lo stile di comunicazione fra i partecipanti non deve essere troppo
           disomogeneo.
       • La diversità fra i membri deve essere ad un punto di equilibrio: non eccessiva per non
           ostacolare irrimediabilmente la possibilità della coesione; non troppo bassa per non
           impedire lo scambio proficuo.
3. Lo sviluppo dello scopo. Apparentemente la situazione iniziale è paradossale: lo scopo
   dovrebbe essere condiviso; per questo occorrerebbe riunirsi più volte per discutere ed
   elaborare lo scopo comune, ma per riunirsi ci vuole uno scopo che all’inizio può non essere
   condiviso in pieno. La soluzione è la dichiarata provvisorietà dello scopo iniziale utilizzato per
   attrarre i partecipanti (in quanto titolo generico e generale di un tema che può avere sviluppi
   diversi a seconda delle preferenze del gruppo).
       • Premesso questo, è evidente che lo scopo provvisorio non deve essere vissuto come un
           mero pretesto per non correre il rischio che qualcuno rimproveri agli organizzatori di aver
           ingannato la loro buona fede: meglio che sia un titolo generale in cui possono starci
           diverse cose. Come abbiamo visto quando abbiamo descritto le fasi evolutive di un
           gruppo, inizialmente troppa libertà induce l’ansia, quindi è demotivante; la genericità
           deve far intravedere elementi di concretezza.
       • Del resto lo scopo, salvo in casi particolari, non può essere quello di produrre qualcosa
           da subito;
       • pertanto dovrà essere sufficientemente indeterminato per poter evolvere e
           sufficientemente visionario ed evocatore per poter attirare chi sogna un cambiamento;
           quindi la plausibile utilità del gruppo diviene strumento per attivarlo.
                o Fin da subito lo scopo del gruppo va presentato come una causa comune,
                   anche se ai singoli partecipanti tale comunanza può non apparire attraente di
                   per sé; quindi non esiste.
                o All’inizio esistono solo gli scopi individuali legati ai bisogni, ai problemi, alle
                   aspirazioni di ciascuno per sé o per i gruppi da cui i partecipanti provengono.
                   Attenzione: lo scopo è il fine, non il mezzo per raggiungerlo; quando si tenterà di
                   formulare lo scopo, le parole utilizzate non dovranno esprimere ‘cosa il gruppo
                   fa’ o farà di volta in volta, ma perché lo fa, ossia perché esiste il gruppo. Lo
                   scopo dovrà fare riferimento agli interessi de
                         l’organizzazione (o l’istituzione) che ne ha patrocinato la nascita
                         e al tempo stesso rispondere alla motivazione dei partecipanti
                          e di noi (della mostra ONG, dell’équipe presente sul posto, del progetto
                           definito con i finanziatori; normalmente capita che questi soggetti
                           vengano contattati in tempi diversi).
   L’esplicitazione dello scopo potrà apparire a qualcuno un inutile formalismo. Ma i suggerimenti
   qui raccolti non fanno altro che evidenziare alcune criticità che possono diventare problema
   rilevante se non opportunamente considerate; allo stesso tempo possono costituire una guida
   per la verifica, una sorta di check up per cogliere rapidamente le cause di un cattivo
   funzionamento. Se abbiamo tralasciato qualcosa di importante sapremo dove e come cercar
   di porre rimedio.

I compiti del facilitatore in una riunione
        Per quanto riguarda il contributo dei partecipanti alla definizione dello scopo, esso si
esprimerà in una riunione apposita. Descriveremo fra breve cosa può fare un buon facilitatore per il
funzionamento di tale riunione. Ma molti dei suggerimenti sono utili anche per altri tipi di riunione,
quindi per l’intera gestione del gruppo stesso, perché orientati alla costruzione del gruppo.
        Inizieremo pertanto ad illustrare le istruzioni per una riunione generica, poi entreremo nello
specifico di alcune tipologie di riunione, a partire da quella sullo scopo.
1. Il primo di tali suggerimenti è l’utilizzo della lavagna. Molti sono i vantaggi dell’uso di tale
    strumento e vale la pena esserne coscienti per non trascurarne l’adozione e per evitare gli errori
    di utilizzo. La lavagna può diventare la memoria del gruppo, tutto ciò che esso esprime può
    esservi raccolto, sintetizzato (anche con la scelta di simboli grafici o di singole parole

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significative, in grado di evocare interi discorsi svoltisi nel gruppo). Non è automatico che essa
    divenga memoria, perché questo accada:
    • occorre si stabilisca un legame, innanzi tutto visivo, fra i partecipanti e la lavagna stessa;
        pertanto occorre che ciò che le è scritto o rappresentato sia leggibile e interpretabile alla
        distanza a cui si trovano i partecipanti. Importante è quindi la scelta del colore o la
        dimensione del segno o del carattere utilizzato (maiuscolo o minuscolo, corsivo o
        stampatello, a pennarello o a pennello intinto nell’inchiostro).
    • Oltre al legame visivo deve essere costruito un legame di contenuto: è indispensabile che
        chi interviene riconosca nella sintesi che sarà riportata in lavagna una corretta
        rappresentazione del suo pensiero; occorre pertanto che chi scrive alla lavagna chieda
        all’interessato se quanto ha scritto è corretto, e agli altri se la sintesi operata è sufficiente a
        rammentare l’articolazione dell’intervento. La capacità di sintesi non è innata, si apprende
        giorno per giorno; ma deve essere perseguita coscientemente da chi desidera divenire un
        buon facilitatore. Non è indispensabile che costui sia anche colui che scrive; indispensabile
        è invece che sia il mediatore fra chi interviene e la lavagna.
    •    Per imparare a sintetizzare può esser utile cercare una sola parola (se s’intende sintetizzare
         con la parola, piuttosto che con uno schema o disegno) in grado di rappresentare la novità
         del contributo di chi sta intervenendo. Ovviamente tale parola sarà più facile da trovare se
         abbiamo ben presenti gli interventi precedenti e quindi se ci concentriamo sulla ‘novità’
         dell’intervento in corso o in via di conclusione. A volte gli interventi sono ripetitivi, in altre
         parole non dicono novità, ma ripetono cose già espresse utilizzando frasi diverse. Questo
         accade perché i partecipanti si sono distratti dal flusso dei contenuti e giungono ad
         elaborare cosa dire, a partire da un intervento che li ha stimolati; ma tale costruzione del
         pensiero avviene mentre gli interventi si susseguono; per cui, chi si sofferma a pensare
         chiude il canale dell’ascolto3 per concentrarsi sulla propria riflessione personale: quando ha
         elaborato il contenuto da esprimere, succede che qualcuno, che pensa in modo più
         rapido, lo ha preceduto.
    •    Il facilitatore non deve pensare a quale contributo può dare nel corso della discussione; i
         suoi canali di attenzione devono essere rivolti principalmente a capire il contenuto e a
         cogliere il processo. Se gli viene impellente una intuizione stimolata da un intervento, è
         meglio che se la scriva sulla propria agenda sotto forma di parola chiave piuttosto che
         distogliersi dal compito, e se gli capita di distrarsi dall’intervento in corso è opportuno che,
         previe scuse, ne chieda la ripetizione: non offenderà nessuno, perché di solito la gente ama
         sentire l’attenzione su di sé e la richiesta di ripetizione è segno che quel intervento è troppo
         importante perché vada perso.
    •    L’errore più comune è di pretendere di trasformare la lavagna nel verbale della riunione. Il
         verbale è una cosa morta (o quasi), da archiviare, appartiene al passato fin nel corso della
         sua scrittura; esso è più o meno ricco di particolari che al momento possono non essere
         nodali nello sviluppo del lavoro del gruppo. La memoria del gruppo è una cosa viva,
         guizzante, alterabile sempre. Può essere che la memoria del gruppo possa essere espressa
         da un disegno o uno schema, cui ciascuno può contribuire, cancellando righe o segni, o
         introducendone di nuovi a completamento: quanto di più lontano possa esserci da un
         verbale, quanto di più vicino ad un disegno di gruppo!

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    L’attenzione dell’individuo può essere paragonata alla sintonia di un televisore. Abbiamo più canali su cui sintonizzarci e
non fanno riferimento esclusivo alle vie di ingresso percettive (vista, udito, tatto, odorato, gusto), ma possono occuparsi
anche di istanze interne. Ciascuno di noi può distribuire la propria attenzione su più canali contemporaneamente, per cui
mentre qualcuno parla, può capitarci di mantenere attivo uno o più pensieri paralleli, magari uno su una preoccupazione
privata che ci tormenta da giorni, un altro su una percezione sensoriale (ad es. un profumo che arriva nell’aria)
improvvisamente attivata, un altro su un’associazione estemporanea che nasce da una parola o un discorso che stiamo
seguendo, ecc. E’ evidente che se il nostro interlocutore si accorge che non siamo completamente concentrati su di lui può
esporci la sua irritazione e provocare in noi imbarazzo. Peraltro questa potenzialità di attenzione plurima ci consente di
svolgere più attività contemporaneamente, per cui guidiamo un auto con discreta attenzione e parliamo con un
compagno di viaggio. Oppure se siamo i facilitatori di un gruppo dobbiamo tener d’occhio più cose, fra cui quelle che qui
illustriamo. Alcune attività richiedono però maggior concentrazione (o attivazione o arousal) e quindi una riduzione dei
canali aperti (focalizzazione sul compito), soprattutto se ci sentiamo meno sicuri nel condurle a termine o se implicano
rischio. Del resto molti incidenti o errori avvengono per troppa sicurezza e quindi disinvoltura nel tener aperti più canali di
attenzione contemporaneamente.
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•   Se tutto ciò si realizza, quanto raccolto sulla lavagna diviene il primo prodotto comune del
       gruppo, quindi il primo contributo alla costruzione del sentimento di coesione.
   •   La lavagna spersonalizza i conflitti e li rende il veicolo della valorizzazione dei contributi di
       ciascuno, quindi della diversità; l’opportunità di vivere come importante quanto si sta
       facendo; il segno di quanto ci sta a cuore il prodotto comune.

2. La lavagna consente a tutti una maggiore attenzione al contenuto. Il secondo suggerimento
   che potrà esser utile in tutta la vita del gruppo è relativo al come analizzare e rielaborare il
   contenuto degli interventi, innanzi tutto quelli che appaiono analoghi o presentano particolari
   affinità: se un collegamento non è effettuato da chi interviene, sarà necessario che il
   facilitatore faccia cogliere l’analogia e chieda ai due di confrontarsi su di essa. Può essere che i
   due utilizzino parole diverse per esprimere il medesimo concetto e in questo caso il linguaggio
   comune si arricchisce; può invece capitare che la somiglianza sia solo apparente e in questo
   caso il chiarimento arricchisce di sfumature il discorso. Per converso un’altra metodologia di
   rielaborazione del contenuto è quella di cogliere le contraddizioni, che potranno essere
   apparenti o reali. In ogni caso le contraddizioni possono essere una grande risorsa per la
   discussione del gruppo, poiché consentono di migliorare la comprensione della questione,
   mettere allo scoperto le polarizzazioni (chi e cosa sta da una parte e chi dall’altra), consentire
   ai partecipanti di acquisire maggiore capacità critica.
3. Il facilitatore non può dedicare la propria attenzione al solo contenuto o al solo processo; dovrà
   dedicarsi anche a cogliere il non verbale. Può non essere semplice per il facilitatore alle prime
   esperienze tenere aperti contemporaneamente più canali di ricezione. Un suggerimento utile in
   questo caso è di dedicarsi ogni tanto ad osservare il non verbale. Ad esempio il facilitatore può
   compiere uno scanning dei partecipanti: far passare uno ad uno con lo sguardo ogni singolo
   partecipante per cogliere discontinuità che possano rappresentare un messaggio non verbale:
   un’espressione del viso che evidenzi disappunto; un gesto di noia; un sorriso irritato o divertito,
   un disinteresse… E’ importante che il facilitatore non proietti la propria lettura del gesto, dando
   per scontata la sua prima interpretazione: occorre che in occasione di una pausa nella
   discussione o di attimo di indecisione negli interventi, oppure chiedendo un break in un dialogo
   concitato, apra una parentesi di verifica, chiedendo, con cortesia e delicatezza, all’autore del
   gesto di chiarire cosa pensa al riguardo di quanto è stato detto (“Mi è sembrato, Paolo, che tu
   non fossi dello stesso parere di Luigi; è vero? Puoi eventualmente esprimere come la pensi al
   riguardo?” oppure “…volevi dire qualcosa al riguardo?”). La discrezione è fondamentale; non
   dobbiamo dare l’impressione di voler tenere tutto sotto controllo o di voler costringere le
   persone ad esprimersi; il nostro compito del resto è quello di facilitare, non costringere.
4. Se il gruppo è spontaneo, cioè se la partecipazione passa da una libera scelta dei singoli
   membri, l’obiettivo più o meno esplicito del facilitatore è di favorire la continuità di
   partecipazione alle riunioni successive (a meno che senta la necessità di perdere qualche
   elemento; ma in questo caso è meglio affrontare questi in sede privata e consigliar loro di
   partecipare a riunioni più valorizzanti e più adatte alle loro capacità, piuttosto che utilizzare
   strategie di disincentivazione che possono sbagliare il bersaglio). Qualsiasi strategia premiante
   concorre a conservare e ad incrementare il desiderio di partecipare: il premio migliore è la
   libertà di espressione in un ambiente accogliente e non giudicante. Più in specifico:
   • Non parlare troppo: spesso chi ha la responsabilità di gestire un gruppo teme i silenzi e
        quindi li riempie, finendo per non dare spazio alla libera espressione.
   • Non interrompere e impedire le interruzioni: a ciascuno deve essere assicurato lo spazio che
        ritiene utile; c’è il rischio di aver a che fare con logorroici, ma in questo caso ci possiamo
        incaricare di fermare l’intervento appena ci accorgiamo che colui che sta parlando è
        passato dall’argomento di cui si discute ad altri non strettamente attinenti; oppure
        possiamo richiamare il fatto che se dieci persone parlano per dieci minuti ciascuna,
        occorreranno cento minuti per riuscire ad intervenire una sola volta.
   • Non esprimere giudizi su quanto è stato detto né sugli assenti. Ricordiamo che giudizio è
        definire il bene il male, il giusto e l’ingiusto, ma anche fare sarcasmo o ironia a scopo
        svalutativo, effettuare esortazioni morali, esortare un comportamento secondo i dettami di
        un’autorità, lamentarsi di quanto detto o fatto, ecc.

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•   Non dare consigli. Diventa difficile seguire questo suggerimento, quando il consiglio viene
        espressamente richiesto da uno o più partecipanti. Ma anche in questo caso è molto
        meglio rilanciare la richiesta a tutto il gruppo, perché non dia consigli, ma aiuti chi li ha
        chiesti a capire cosa sta cercando, qual è il problema, quali le alternative fra cui scegliere,
        riservandosi di aderire o completare brevemente quanto sarà emerso.
    •   Disincentivare gli interventi tesi a dare consigli (vedi punto precedente).
    •   Elogiare gli interventi e dare importanza a ciascuno.
    •   Sottolineare l’elevato valore che attribuiamo al gruppo.
    •   Sottolineare ciò che accomuna.
    •   Atteggiamento accogliente, mettendo a loro agio le persone, con sorrisi e se possono
        servire, battute.
    •   Essere disponibili ad ammettere i propri errori.
    •   Relativizzare il ruolo della competenza. Essa è importante, ma in un gruppo a libera
        espressione che vuole aumentare la percezione di potere dei partecipanti, la competenza
        va legata strettamente al singolo problema ed è da gestire come un attrezzo da utilizzare al
        bisogno mediante formazione specifica o richiesta di consulenza; senza farsi soverchiare
        dall’esperto, riservando il ruolo ‘politico’ al gruppo, consentendogli di effettuare le sue
        scelte fra le alternative individuate con l’aiuto dell’esperto e con la valutazione dei pro e
        contro (eventualmente emersi con l’aiuto dell’esperto). Va sempre contestato il senso di
        inferiorità nei confronti dell’esperto.

Regole e norme
        Prima di dedicarci ad analizzare i problemi specifici di alcune riunioni tematiche importanti,
adottiamo una distinzione che ci aiuti a capire cosa può fare il facilitatore in modo molto specifico.
Ogni gruppo man mano definisce i suoi compiti, sceglie anche un modo di procedere. Ogni scelta
diviene un rifiuto; in pratica si traduce in prescrizioni e divieti; in altri termini il gruppo adotta norme e
prescrive regole interne. Ma qual è la differenza fra i due termini?
        Le regole sono i comportamenti prescritti; mentre le norme sono i comportamenti adottati.
Le regole possono essere infrante, proprio perché formalmente prescritte mediante un processo
cosciente, mentre le norme sono apparentemente adottate in modo libero, ma lo sono senza che
se ne parli e pertanto non subiscono il vaglio della discussione. L’apparenza della loro libertà è
legata al fatto che esse vengono scelte sotto l’influenza delle persone più prestigiose entro il
gruppo (o fuori del gruppo, magari idealizzate), quelle ‘da imitare’, senza che nessuno prescriva in
maniera esplicita questa imitazione. Le norme creano precedenti e quindi tendono a consolidarsi
nel tempo. Questa distinzione ci aiuta a capire quanto sia effimera la libertà vantata dei gruppi
adolescenziali e giovanili: libertà da regole, ma non dalle norme, molto più cogenti e sanzionate,
perché chi le infrange rischia l’espulsione o la canzonatura. Essa ci aiuta ad intuire e capire quali
potrebbero essere gli interventi preventivi rispetto ai comportamenti devianti: la droga, il fumo,
l’abuso dell’alcol, nascono a livello giovanile grazie a nascosti procedimenti normativi cui un
ragazzo desideroso di sentirsi inserito e ben accetto in gruppo non può sottrarsi e si radicano poi
nella personalità dei singoli, anche a causa di complessi meccanismi biologici non più sotto
controllo della libera volontà. Se nel momento giusto il giovane venisse a trovarsi in un gruppo in cui
le norme subissero l’influenza di qualcuno che anche solo ne contestasse la cogenza,
aumenterebbe notevolmente il grado di libertà di ciascun membro del gruppo.
        Nelle fasi iniziali dell’esistenza del gruppo, grazie alla conoscenza di questo meccanismo
naturale, il facilitatore ha la possibilità di orientare le norme del mutuo aiuto, quindi di influenzarne
la nascita e il mantenimento. L’intervento a favore dell’adozione di esplicite regole può risultare
controproducente in fase troppo precoce. La trasparenza è però uno degli obiettivi di ogni
animatore, pertanto sarà indispensabile che prima o poi aiuti il gruppo a prendere coscienza dei
suoi meccanismi prescrittivi e lavori quindi per una maggiore libertà di scelta e di messa in
discussione delle scelte precedenti ove si rivelassero inadeguate; ma questo non può accadere
troppo presto. Agli inizi la definizione di un regolamento può essere vissuto come un formalismo
eccessivo che non consente alle singole personalità di emergere e quindi di costruire un processo
di leadership interna.

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Le prime riunioni (1): definizione dello scopo
         La prima riunione dovrà svolgere alcune funzioni tra cui provvedere alla presentazione dei
partecipanti e delle loro precedenti esperienze di gruppo. Ai nostri volontari, essendo stranieri, può
sorgere il dubbio che non sia necessaria alcuna presentazione fra i presenti; ma se lo scopo del
gruppo è di essere il primo gradino per far crescere un’intera comunità non possiamo dare per
scontato che fra di loro si conoscano; inoltre spesso nelle comunità la conoscenza reciproca è
superficiale e non si basa su ciò che uno vuol far conoscere di sé, quanto su ciò che in giro si dice
di ciascuno. Pertanto apriamo una sessione di presentazione reciproca utilizzando magari la scusa
che noi non conosciamo nessuno e che vorremmo essere introdotti sulla base di quel che ciascuno
vuol mettere in comune di sé e non tanto su quel che si dice di loro o della loro famiglia.
         Il clima della riunione dovrà essere di accoglienza e serenità (se è il caso introdurre il primo
incontro con una festa; in ogni caso occorre cominciare ad instaurare relazioni umane significative,
aiutando ciascuno a costruire legami e a riconoscere comunanze) e al tempo stesso dare la netta
sensazione che si desidera fare un lavoro produttivo, capace di soddisfare le attese dei
partecipanti. Alla presentazione può facilmente seguire la richiesta di esplicitazione delle attese
individuali e quindi la prima definizione degli scopi del gruppo. Chi è presente alla prima riunione
manifesta fiducia a che il gruppo possa esser utile e questo è un primo scopo comune che è
possibile far percepire fin da subito e da cui partire.
         Apriamo una parentesi sull’importanza della definizione degli scopi. Vi sono almeno tre
situazioni che rappresentano altrettanti buoni motivi per tale lavoro. 1) Quando si fatica a
raggiungere il consenso, diviene importante avere scopi definiti cui riferirsi; idem per quando si
manifesta un contrasto che rischia di trasformarsi in conflitto. 2) Quando si deve scegliere fra diversi
possibili temi di discussione: la chiarezza degli scopi rappresenta una linea guida. 3) Quando sono
da valutare i risultati raggiunti come gruppo e come singoli.
         I primi incontri sono un’occasione per sottolineare l’elevato valore che attribuiamo al
gruppo e dichiarare esplicitamente l’intento del mutuo aiuto, spiegando cosa significa. Questo
discorso farà da sfondo alla prima discussione a riguardo degli scopi. Per offrire l’opportunità di un
assaggio di cosa significhi mutuo aiuto si potranno sfruttare le occasioni di condivisione delle
informazioni (“C’è qualcuno che sa come /dove reperire questa informazione…?”); oppure favorire
la messa in comune dei sentimenti (“Sembra che stare qui ti agiti un po’, scommetto che non sei
l’unico… qualcun altro ha sensazioni analoghe?”); aggrapparci ad elementi di comunanza (“Mi
sembra che bene o male tutti stiate dicendo che…”) mettendo in evidenza come stiano ‘tutti nella
stessa barca’. In specifico a riguardo degli interventi sullo scopo, potremo invitare ciascuno e
raccontare cosa era emerso nei colloqui individuali sullo stesso tema, per poi spostare l’attenzione
sui temi di interesse comune.
         Per dare importanza al gruppo occorre che arriviamo sempre puntuali, così come
dobbiamo aderire alle proposte che non portino fuori dalla ‘mission’, premiando l’iniziativa dei
singoli e la loro buona volontà. Sempre allo scopo di dare importanza al gruppo può essere utile
riunirsi in sedi dislocate nei pressi dei siti di provenienza dei partecipanti, in modo che il
riconoscimento che deriva dal mostrarsi al lavoro con un gruppo di persone di diversa provenienza
possa sostenere il senso di appartenenza nella fasi iniziali del gruppo (è un’opzione che può avere
risvolti tecnici e dinamici problematici, quindi da valutare con attenzione, ma in assenza di
controindicazioni può risultare importante in fasi di contrasto o demotivazione).
         Alla fine di ogni incontro è importante riservare un breve spazio per un bilancio degli stati
d’animo (“Che ne dite, come è andata? Siete stati bene, abbiamo trascurato qualcosa o
qualcuno?”), delle procedure (“Vi sembra che stiamo procedendo bene o dobbiamo cambiare
metodo?”), e dei contenuti (“Mi sembra che abbiamo fatto un buon lavoro, voi che ne dite?
Qualcuno vuol suggerire da dove cominciare la prossima volta?”) in modo da avere a disposizione
un feedback per progettare al meglio l’ordine del giorno successivo, che può essere abbozzato in
conclusione di riunione.

Le prime riunioni (2): orientamento delle norme
         Dicevamo che le norme sono il comportamento attuato. Tale attuazione non viene dal
nulla, qualcuno attivamente, in base al proprio modo di percepire la situazione agisce la capacità
di influenzare gli altri suggerendo di volta in volta procedure, accorgimenti, comportamenti che poi
divengono norme. Il facilitatore non può essere sprovveduto al riguardo, basando la propria

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possibilità di influenza non solo sul buon senso improvvisato, ma anche su alcune riflessioni che
vanno nella direzione di costruire il clima ottimale per il mutuo aiuto. In altri termini egli deve porsi
come obiettivo l’orientamento di alcune norme. Di seguito ne presentiamo alcune e le azioni che
possono portare al risultato voluto.
   • Uno degli obiettivi iniziali non può che essere la nascita di un senso di identità comune del
         gruppo. E’ un obiettivo che è collegato ad un altro: che i membri del gruppo imparino a
         lavorare insieme.
             o Le azioni da compiere per raggiungerlo potranno essere: non competere
                 (stigmatizzare il comportamento competitivo);
             o l’uso del noi;
             o invitare a partecipare chi resta ai margini.
   • Per l’auto aiuto è essenziale l’autenticità.
             o Il facilitatore potrà favorirne lo sviluppo se incomincerà ad esprimere con sincerità
                 (ma con oculatezza!) le reazioni a quanto detto e a quanto accade: all’inizio può
                 esprimere i suoi sentimenti che potranno essere di senso di attesa o di emozione per
                 l’avventura che si sta per iniziare insieme; oppure altri, ma che siano autentici;
                 l’oculatezza auspicata poc'anzi si riferisce alla necessità di non apparire incapace di
                 controllare le proprie emozioni.
             o Elogiare l’espressione autentica di sentimenti e idee.
             o Amplificare le voci sommesse e mettere la sordina a quelle chiassose (i timidi spesso
                 faticano a farsi strada, ma se qualcuno richiama l’attenzione sul fatto che stanno
                 parlando, si crea un’attenzione che altri non ricevono).
             o Sarà inoltre importante far capire che la diversità di opinioni o di atteggiamenti è
                 normale; si potrà per questo sottolineare, quando accade, la naturalezza della
                 diversità emersa.
   • I partecipanti dovranno prendere l’abitudine di riferirsi a sé quando parlano, cioè alla loro
         esperienza: di quella narreranno e da quella trarranno le conclusioni generali che
         esprimono.
             o A questo scopo sarà importante che il facilitatore inviti ciascuno, quando è in
                 ascolto degli interventi, a pensare alla propria esperienza e a quanto di analogo o
                 diverso vi possa trovare rispetto a quanto sta udendo.
             o Stigmatizzare il comportamento di chi parla per conto terzi: che ognuno parli per sé,
                 oppure si dia la parola a colui per il quale si intenderebbe parlare.
             o Esprimere i propri punti di vista invece che attaccare quelli degli altri.
             o Per favorire la nascita di un’identità comune (prima norma) si invita a cercare un
                 legame fra gli interventi e se non lo si trova sul piano razionale, ricercarlo sul piano
                 emotivo: questo esprimere le emozioni e cercare comunanze in quell’ambito,
                 favorisce il riferirsi sempre a se stessi.
   • In gruppo ci si aiuta e ci si lascia aiutare.
             o Tutte le questioni, i problemi e le criticità vanno portate ai partecipanti.
             o Evitare i comportamenti da esperti, stimolando i partecipanti a rispondersi
                 reciprocamente anziché fornire noi spiegazioni; in altri termini valorizzare le risorse
                 presenti.
             o Aiutare ciascuno a riconoscere i propri punti di forza e punti di debolezza
             o Aiutare a parlare chi non parla è un messaggio indiretto che dice quanto tutti siano
                 importanti perché l’aiuto può venire da tutti.
             o Riconoscere gli aspetti in comune consente di aprirsi gli uni gli altri come possibile
                 fonte di aiuto.
   • Occorre far sì che tutti i partecipanti sentano una certa responsabilità per quel che
         accade, in modo che l’autorità venga vissuta come decentrata. Questo attiverà il clima
         adatto allo sviluppo della leadership.
             o Nel prendere una decisione, richiamare i criteri che si rifanno alla ragion d’essere del
                 gruppo. Di queste ragioni tutti si fanno garanti e ne sono corresponsabili.
             o Verificare di tanto in tanto che ci sia il consenso su come si procede.

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o    Valorizzare la leadership emergente chiedendo cosa ne pensa il gruppo su cosa c’è
                 da fare e come: parleranno innanzi tutto i più influenti e proporranno la loro visione;
                 ne risulteranno valorizzati.
             o Far riflettere sui processi di gruppo: “Siete soddisfatti su come stiamo procedendo?
                 Avete osservazioni al riguardo? Se pensate vi possa essere un modo migliore,
                 esprimetelo.”. Tale riflessione consente al gruppo di impadronirsi anche dei metodi di
                 lavoro.
     •   La libertà di interazione fra le persone: dovrà divenire normale che ciascuno si esprima in
         ogni occasione in cui lo ritenga necessario; questo è un obbiettivo difficile sia per chi tende
         a non intervenire che per coloro che sono incapaci di contenersi.
             o Occorre spiegare che tutti possono dire la loro, magari facendolo capire con
                 considerazioni del tipo “spero che vi sentiate liberi di parlare”.
             o E’ importante aiutare chi è riluttante ad esprimere contrarietà ad inserirsi nella
                 conversazione; per questo è utile lo scanning in modo da tener d’occhio segnali di
                 disaccordo o che chiunque voglia intervenire riesca a farlo.
             o Può essere utile talvolta adottare metodi di che consentano a tutti di parlare, quali
                 la turnazione. Essa può essere esplicita (“facciamo il giro”) o implicita (il facilitatore
                 chiede direttamente il parere a chi non è ancora intervenuto o utilizza il linguaggio
                 non verbale: sguardo fisso e interrogante su chi non ha ancora parlato).
             o Aiutare a comunicare senza bisogno di aiuto. Rispetto a quanto detto in
                 precedenza occorre tener presente che non è aiuto far sempre da balia ai timidi; si
                 potrà pertanto lasciar libero sfogo a chi tende a parlare, limitandosi a garantire uno
                 spazio agli altri inibendo i dialoghi a due o l’ennesimo intervento di chi è intervenuto
                 più volte, chiedendo genericamente di voler sentire chi non ha ancora detto nulla.

Programmare in un gruppo di auto aiuto
        Il rischio per ogni facilitatore è quello di considerare il raggiungimento dei propri obiettivi
dietro l’angolo, l’illusione che il senso di comunità scaturisca naturalmente dal metter insieme la
gente. E’ certo invece che ci vuole tempo, anche solo per il motivo che la richiesta di esporre i
propri problemi produce all’inizio nelle persone la sensazione di essere alla mercé degli altri. Il
mutuo aiuto può partire da subito, ma al tempo stesso può svilupparsi solo attraverso i piccoli passi,
man mano si coglie che ci si può fidare nel camminare insieme. Del resto l’apertura, la
comunicazione di ciò che è vissuto come privato, sarà sempre difficile, anche quando il gruppo
sarà più maturo.
        Per questi motivi il facilitatore deve assumere atteggiamenti non sostitutivi, ossia:
    1. Non fare il genitore;
    2. Affidare al gruppo le questioni che emergono;
    3. Intervenire sul contenuto solo dopo che sono intervenuti i membri del gruppo. Il facilitatore
         deve sempre chiedersi “sono io il più indicato a dare una risposta?” Se onestamente egli
         rileva che la risposta è no, deve affidarsi agli altri; in primo luogo ai membri del gruppo. Se
         la risposta è sì, allora toccherà a lui l’onere della risposta, senza però farsi prendere
         dall’illusione di ritenere che la competenza in un campo si traduca nella competenza su
         tutti i campi del sapere.

       Se il mutuo aiuto sarà frutto di piccoli passi allora la programmazione giocherà un ruolo
importante. Ma cosa sarà possibile programmare in un gruppo di mutuo aiuto?

1.   La condivisione delle informazioni. Non è particolarmente difficile, ma è impegnativo far
     divenire questa condivisione il frutto di un atteggiamento costante e non di richiami a
     comportamenti occasionali.

2. La dialettica. Un gruppo vive di dialettica interna. Per riuscire a suscitarla occorre tener conto di
   obiettivi che abbiamo già illustrato:
       a. Stimolare il legame fra le persone, per legittimare l’espressione della diversità
       b. Valorizzare le differenze che emergono dall’espressione personale.

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Per avviare la dialettica si può ricorre a regole istantanee classiche tipo “fare il giro”, “alzare la
     mano”, l’uso di giochi che sciolgano le resistenze e mettano in condizione i partecipanti si
     sentirsi non minacciati nell’esprimere pareri e valutazioni. Mano a mano il gruppo evolverà le
     regole saranno sempre meno indispensabili.

3. La possibilità di discutere dei tabù. Il piccolo gruppo può essere uno spazio in cui discutere dei
   tabù, perché protegge gli individui dalla società, riducendone l’influenza: è questa però una
   meta da raggiungere. Ad esempio i bisogni spesso sono troppo personali e pertanto sono un
   argomento improponibile per una discussione. Che fare?
   • Intanto sarà sempre possibile discutere dei problemi che hanno spinto alla partecipazione;
   • Poi ci vorrà molta gradualità: occorrerà proprio trasmettere il senso della gradualità e della
      non fretta di toccare gli argomenti difficili. Ma la norma che col tempo dovrà passare è che
      “se ne può parlare”.
   Proprio la discussione sui tabù può essere il contesto in cui emerge una classica difficoltà dei
   gruppi che, in quanto tipica di ogni fase della vita del gruppo, potrà emergere anche su altri
   argomenti: lo stallo. Ecco due fra le sue cause:
           o Le divergenze; la difficoltà a gestirle può implicare l’unanimismo (unanimità senza
                convinzione) nel timore che il gruppo finisca, o la voglia di abbandono
                (deinvestimento).
           o Il limite da non superare; emerge a riguardo di argomenti troppo personali o quelli
                carichi di implicanze normative su cui non si discute, perché mai se ne è discusso,
                per timori culturali o altro.
   Che fare? La risposta ha a che fare con l’utilità personale che in qualche modo andrà
   evocata. Ad esempio:
   • Discutere di questioni concrete che hanno motivato la partecipazione;
   • Trasmettere una sensazione di gradualità, manifestando la non fretta a toccare elementi
      generatori di difficoltà.

4. Far passare la norma “Siamo tutti nella stessa barca”, cioè aumentare la coesione interna.
   Occorrerà dire esplicitamente che in più occasioni che le diversità non incrinano gli elementi di
   comunanza e che le comunanze sono maggiori delle differenze.

5. Sostegno emotivo reciproco. Passa tramite due sentimenti: la simpatia (è di esperienza
   comune) e l’empatia (capacità di mettersi nei panni altrui) che richiede uno sforzo attivo,
   anche se può scattare da sola: va preservata e stimolata ogni qualvolta emergono pesanti
   differenze.

6. Richieste reciproche. Il gruppo è un luogo dove esprimere richieste. I membri di un gruppo di
   mutuo aiuto partecipano al gruppo per affrontare problemi personali; sembrerebbe normale
   che ogni partecipante possa chiedere al gruppo di occuparsi di un certo problema o di
   realizzare una certa iniziativa. Purtroppo spesso le persone nella fase iniziale del gruppo sono
   inibite da pregiudizi che li spingono ad aspettare che sia il facilitatore a guidare le iniziative o a
   fare le richieste. Allo stesso tempo accade che chi ha una richiesta da fare la fa al facilitatore,
   magari in forma privata. La norma da far passare è che le richieste non vanno fatte al
   facilitatore, ma al gruppo e che tutti sono legittimati a fare richieste al gruppo. Rimedi:
            o Aprire spazi dedicati alla raccolta di richieste;
            o Dedicare momenti in cui ci si dedica alla riflessione sull’utilità del gruppo agli
                individui.

7.   Come affrontare i problemi individuali? Quando le richieste individuali arrivano, si avvia una
     procedura di problem solving. La tentazione al riguardo è quella di trattare tali problemi come
     se fossero esclusivamente problemi individuali, proponendo al gruppo una sorta di sospensione
     della sua vita comune per dedicarsi al problema del singolo. Del resto, benché teorizziamo che
     un gruppo possa e debba nascere attorno a problemi collettivi, di fatta tali problemi sono
     innanzi tutto e prioritariamente problemi individuali. L’elezione a problemi collettivi è un risultato,
     non una precondizione; è una meta non una premessa. Occorre quindi giungervi dopo un

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percorso che passa attraverso la maturazione del gruppo, ma non può aspettare che tale
    maturazione sia pienamente compiuta. Cosa si può fare per favorire questo processo fin dai
    primi passi del gruppo?
            o Rifiutarsi di trattare il problema come se fosse esclusivamente individuale (problem
                solving individuale) per evitare che venga vissuto come una sfortuna privata.
            o E’ possibile avviare un problem solving di gruppo se invitiamo ciascuno a leggere il
                problema del singolo come l’immagine di un problema che tutti hanno vissuto nella
                propria storia, sollecitando la ricerca di un’analogia con quanto ciascuno ha
                provato al riguardo;
            o si potrà a quel punto invitare ciascuno ad esprimere i sentimenti provati (si crea così
                empatia fra i membri);
            o oppure invitando tutti a contribuire individuando gli elementi di definizione del
                problema in oggetto contribuendo con la propria autoanalisi all’analisi del
                problema proposto (ricerca delle cause).
            o Analogamente si potrà chiedere il contributo per l’elaborazione delle alternative fra
                cui scegliere la soluzione, valorizzando l’esperienza maturata da ciascuno in
                situazioni analoghe.4
    Questa procedura è metodologicamente diversa dall’apparente democrazia di dedicare spazi
    uguali a ciascun membro per narrare ed affrontare insieme i problemi individuali, procedura
    che finirebbe per trasformare il gruppo in una sorta di sportello erogatore di servizi agli individui
    senza far crescere e sfruttare le potenzialità del gruppo stesso (Spaltro direbbe: si tratta della
    differenza fra il lavoro in gruppo e il lavoro di gruppo, differenza che non è di poco conto).

8. Il gruppo può essere luogo di addestramento, in cui cioè sperimentarsi nel cambiamento.
   Questo richiede la disponibilità a mettersi in gioco e pertanto la rinuncia ad alcune resistenze.
   Potremmo auspicare questa rinuncia espressamente come una sorta di invito morale, in vista di
   un bene superiore, ma non sempre gli auspici si avverano (nel nostro corso chiediamo come
   prerequisito la disponibilità a giocare). Possiamo favorirla fin dall’inizio della storia del gruppo,
   seguendo i seguenti suggerimenti:
   ● Dare preferenza ai compiti di gruppo rispetto a quelli individuali, soprattutto all’inizio.
   ● All’inizio non esigere un’eccessiva esposizione individuale.
   ● Chiedere progressivamente una sempre maggiore assunzione di responsabilità.

                                                                                                          Sintesi a cura di
                                                                                                             Mario Piazza

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  A margine, anticipiamo che anche quando si tratterà di affrontare in una comunità (composta da un pluralità di gruppi) il
problema di un singolo gruppo (magari una minoranza rispetto alla maggioranza che non vive quel problema) ci troveremo
in una situazione analoga, con la necessità di sensibilizzare la più ampia comunità alla necessità del singolo gruppo. Pur con
strategie diverse si tratterà analogamente di trovare il modo di far vivere come ‘comune’ un problema che
apparentemente non è tale..

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