UN ESEMPIO DI APPLICAZIONE - La restituzione dell'esperienza dei laboratori ai genitori

Pagina creata da Diego Amato
 
CONTINUA A LEGGERE
UN ESEMPIO DI APPLICAZIONE - La restituzione dell'esperienza dei laboratori ai genitori
UN ESEMPIO DI APPLICAZIONE

La restituzione dell’esperienza dei laboratori ai genitori

A questo punto, voi lettori che siete arrivati in questa sezione del libro dovreste aver letto la storia
di Bu, il pretesto narrativo che consente l’esperienza di laboratorio con i vostri bambini. E magari lo
avete svolto il laboratorio e siete carichi di parole, immagini, dubbi, perplessità, confusione, silenzi,
disorientamento, … Forse ci sarà bisogno di dare senso a quanto successo dopo quattro, cinque
mesi, un anno di lavoro dedicato al mondo delle emozioni, delle relazioni, delle storie. Cercare di
capire come siamo stati dentro questa situazione, noi adulti che abbiamo condotto il laboratorio e
nel quale abbiamo portato noi stessi. Come abbiamo vissuto questo nuovo ruolo di improvvisatore
teatrale, di mediatore tra i mondi emotivi personali, quelli dei bambini e quelli dell’incontro fra
questi mondi? Come guardo ora i miei bambini? Cosa c’è di nuovo che posso utilizzare come
modalità relazionale fuori dal contesto protetto e giocoso del laboratorio?

Secondo l’approccio dell’improvviso educativo, nulla deve essere banalizzato. Come “non ci si
improvvisa improvvisatori”, così anche non si può chiudere un’esperienza senza una rielaborazione
di senso che con i bambini è posta nella ritualità del laboratorio stesso quando si svolge il momento
conclusivo della riformulazione condividendo alcuni focus di quanto è successo. Fra educatori
ovviamente la rielaborazione di senso è vissuta nei momenti di verifica e validazione
dell’esperienza, i continui aggiustamenti alla progettazione, i confronti sugli aspetti organizzativi,
ma anche sui significati e i contenuti portati dai bambini, il loro sentire e comportamenti, e i nostri.
Cosa è emerso di positivo, cosa di critico e come proseguire.
Quindi rielaborazione con i bambini e con gli altri educatori. C’è però anche un terzo momento che
vede coinvolti altri educatori con i quali è importate scambiare immagini, aspettative, significati:
sono i genitori. I genitori sono importanti complici se si è costruito un rapporto di fiducia reciproco
in cui non si sente giudicato durante i momenti di colloquio o di assemblea.
Il loro coinvolgimento è importante in due direzioni: restituire in modo creativo quanto emerso
durante il lavoro dei loro bambini con gli insegnanti e gli artisti e far loro vivere quello che hanno
vissuto i bambini, cioè proporre momenti di laboratorio per loro perché possano immedesimarsi in
quello che i loro figli hanno vissuto.

Quello che vi proponiamo qui di seguito è un esempio di restituzione alle famiglie in cui si è cercato
di costruire il senso dell’esperienza utile agli adulti che insieme imparano a condividere approcci
relazionali e di legittimazione al linguaggio delle emozioni come quelli che i figli hanno vissuto a
scuola durante le attività di laboratorio con gli insegnanti e gli artisti. La restituzione non è un
semplice report di cronaca di quanto è avvenuto, ma è un mettersi in gioco emozionalmente per
incontrarsi nel progetto comune di crescita degli stessi bambini vissuti come figli o come alunni. E’
sì comunicare quanto è successo, ma è anche un raccontarsi e trovarsi accolti e riconosciuti dentro
un incontro.
                                                   1
UN ESEMPIO DI APPLICAZIONE - La restituzione dell'esperienza dei laboratori ai genitori
Piccolo cappello prima di introdurre la seguente documentazione. L’esperienza di laboratorio
teatrale si è svolta nella scuola primaria di Rossino di Calolziocorte (Lc) all’interno del progetto più

ampio EmozionArti costruito in un intero anno scolastico. In realtà i laboratori erano tre (teatrale,
arti visive e autobiografie) e le stesse azioni laboratoriali interagivano con azioni laboratoriali di
classe in altre discipline, come le scienze, la geografia, … I laboratori hanno avuto una durata
annuale, con turnazione di gruppi di bambini in tre moduli.1
Qui di seguito la documentazione, resa possibile grazie al materiale audio e visivo delle tirocinanti
presenti Laura Ravasio e Alice Polano che hanno registrato la serata e che poi gli insegnanti hanno
sbobinato e riordinato, riguarderà ciò che è legato ai tre laboratori: teatrale, autobiografico, arti
visive .

Durante una serata con i genitori
Alla fine del percorso didattico, a fine anno, di solito si svolge a scuola la “festa” durante la quale
avviene la restituzione ai genitori, e a volte al quartiere, di quanto svolto a scuola, soprattutto di ciò
che si è vissuto in forma laboratoriale. Nell’anno scolastico 2012-13 la scelta è quella di non
preparare una festa “spettacolo”, ma una festa “partecipata”.
Si prevede la costruzione di due momenti conclusivi: un momento serale di esplicitazione di senso
rivolto ai genitori, secondo una serie di azioni che vengono esposte di seguito, e un pomeriggio di
“scuola aperta” in cui i bambini lavorano insieme ai loro genitori in laboratori come quelli che
hanno svolto durante l’anno.
La serata non vuole proporsi solo in forma di conferenza in cui insegnanti ed esperti relazionano
frontalmente, ma desidera porsi in forma laboratoriale anche per i genitori iniziandoli alla serata
osservando e interpretando i materiali prodotti dai bambini, dunque elaborando loro stessi nuovi
materiali interpretativi da costruire in lavori di gruppo e condividere nel grande gruppo.

-      Gli insegnanti accolgono i genitori a scuola con musica e saluto, consegnano carta e matita,
       spiegano loro come svolgere un breve lavoro esplorativo nei locali scolastici scoprendo
       sensazioni, emozioni, narrazioni, … che proveranno osservando le pitture murali.

1
    vedi progetto di plesso 2012-13 in
    www.isitutocomprensivocalolziocorte.gov.it/scuoleprimarie/primariarossino/progetti
                                                          2
UN ESEMPIO DI APPLICAZIONE - La restituzione dell'esperienza dei laboratori ai genitori
-    I genitori esplorano liberamente i murales distribuiti nei vari locali dell’edificio raccogliendo
    sensazioni, emozioni, narrazioni, domande, …

                                                  3
UN ESEMPIO DI APPLICAZIONE - La restituzione dell'esperienza dei laboratori ai genitori
4
UN ESEMPIO DI APPLICAZIONE - La restituzione dell'esperienza dei laboratori ai genitori
-   Gli insegnanti invitano i genitori a distribuirsi in tre aule; si svolge un piccolo laboratorio in cui
    i genitori si confrontano su quanto raccolto esplorando i locali e su quanto è stato portato a
    casa dai bambini dopo aver svolto i laboratori. Insegnanti ed esperti sostengono la
    conversazione.

                                                   5
UN ESEMPIO DI APPLICAZIONE - La restituzione dell'esperienza dei laboratori ai genitori
-   Arrivo di Bu che fa concludere i laboratori e conduce tutti nell’aula con proiettore.

                                                   6
UN ESEMPIO DI APPLICAZIONE - La restituzione dell'esperienza dei laboratori ai genitori
- Ogni gruppo di genitori relaziona agli altri quanto emerso di significativo;

       RUGGERO (insegnante): “(si rivolge a un genitore)Prima di cominciare a raccontare la storia
       di Bu, ci puoi raccontare un po’ quello che è uscito nel nostro gruppo, rispetto alle cose che
       ci siamo detti?”
       PAPA’: “Il nostro gruppo ha tirato fuori che i colori e le emozioni che si trovano nella scuola
       sono diverse: paura, tristezza, allegria, energia che emanano questi bambini, che hanno
       trasmesso nei disegni che hanno fatto. Qualcuno ha notato angoli di paura, colori scuri, la
       notte, Bu che cerca di fare paura, ma non ci riesce …”
       RISATA
       BU: “Come non ci riesce? Lui è molto buono a fare paura…”
       PAPA’: “…Nulla da togliere, però… emerge comunque la loro energia, la voglia, la vita. Si
       notava in alcuni disegni questa contrapposizione tra la vita e l’allegria…e la paura. O lo
       spaventapasseri che si allontanava e piangeva. Questo è quello che io e alcune altre
       persone ci siamo chiesti. Poi ci siamo chiesti delle emozioni, cosa avevano portato a casa,
       però non ci hanno raccontato niente a casa…”
       CRISTINA (mamma): “Quello che è emerso nel loro gruppo è un po’ quello che è emerso
       anche nel nostro, nel senso che anche noi abbiamo notato questi colori a volte
       contrastanti: si passava da colori tenui o vivaci che sembravano rappresentare l’allegria e la
       gioia ad altri colori più scuri che rappresentavano le paure dei bambini, insomma. E nel
       nostro gruppo si è detto che si vede il lavoro dei bambini, un lavoro svolto con passione.
       Eee niente, abbiamo parlato un po’ di Bu che ha fatto paura ai bambini…”
       BU: “Anche loro mi hanno fatto paura!”
       RISATA
       CRISTINA: “…soprattutto siamo stati colpiti dai colori.”
       GIANKI (insegnante): “una cosa bella è quello che nel secondo gruppo ha detto il papà di
       Chiara, che i bambini sono riusciti a cogliere alcune sfumature: anche i personaggi che
       magari fanno paura hanno qualcosa di buono e i personaggi che magari non fanno paura

                                                  7
UN ESEMPIO DI APPLICAZIONE - La restituzione dell'esperienza dei laboratori ai genitori
hanno qualcosa di “meno buono” diciamo. Ecco, volevo aggiungere che ogni personaggio è
       riuscito a trasmettere questa lettura.
       RITA (mamma): “Non ho molto da dire , nel senso che è abbastanza stupefacente come
       anche nel nostro gruppo siano emerse le identiche osservazioni: i colori, le sensazioni di
       benessere, sicurezza, armonia. Gli spaventapasseri che alla fine non fanno così paura,
       anche se ci sono rappresentazioni meno allegre di altre. Concordavamo soprattutto, penso
       ai genitori della classe quinta, forse anche magari di quarta, come in realtà sia stato
       riportato a casa molto più dai piccoli che dai grandi. I grandi, mi sembra che si concordasse
       abbastanza, hanno portato a casa questa piacevolezza del murales, ma proprio intesa come
       realizzazione: del tratto, del disegno, del colore, di personaggi ed emozioni, direi…”
       BU: “Anche i vestiti hanno portato a casa, sì, sì…
       RISATA
       RITA: “E’ uscita questa sensazione di alcuni genitori: che il disegno ti porta dentro il
       disegno, ti fa entrare nella storia.”
       VALENTINA (mamma): Lo sconcerto di fronte ai disegni realizzati per primi, perché danno
       un po’ di paura… però poi si trasformano in sicurezza, in allegria, in gioia. Però all’inizio…”
       VALENTINA (insegnante): “Nel nostro gruppo i genitori Gunz non l’hanno riconosciuto sui
       murales. Hanno visto altri personaggi: Dino e Bu, …
       BU: “ Meno male che non lo hanno visto Gunz, perché lui è… lui Gunz, sì, perché lui Gunz
       dice sempre delle cose molto difficili. Lui parla molto complicato, sì…certo… lui dice sempre
       cose difficili del sistema di idroalimentazione , cose molto strane. Lui sa fare anche
       4x25così, ma subito è! Senza neanche pensarci! E’ vero. E poi dice sempre ‘evidentemente,
       evidentemente…’. Noi siamo sempre nel nostro campo, nel mio campo.

- Quindi Bu racconta ai genitori la storia, anche attraverso la proiezione di sequenze di
  immagini tratte dai murales

                                                  8
UN ESEMPIO DI APPLICAZIONE - La restituzione dell'esperienza dei laboratori ai genitori
La storia di Bu

Bu inizia a raccontare la sua storia nel campo, mentre scorrono sequenze
fotografiche dei murales.

Io all’inizio non avevo le gambe e neanche i piedi.
Ah! Vi faccio vedere l’album dei ricordi eh, eh! Sì!
Quello che abbiamo fatto insieme eeee quindi
questa è la mia casa.

Poi dopo a un certo punto, quando Dino si è arrabbiato che io non
facevo più scappare i corvi.

Il corvo, sì lui, stava mangiando i chicchi, i semi, …

                                                     9
UN ESEMPIO DI APPLICAZIONE - La restituzione dell'esperienza dei laboratori ai genitori
Io, io non mi sono accorto perché io andavo a giocare, sono stato
a fare una partita con la squadra dei Bunzugu. Sì. E’ una squadra,
quella del topo Van Von. E lui mi ha fatto sbucare questi piedi qui,
con la tartaruga che me li ha fatti sbucare con la magia e grazie
alla ricetta di un minestrone… E lui mi ha portato a giocare con la
squadra dei Bunzugu. Perché i bambini chiedevano sempre ‘ma tu
a che squadra tieni?’ e io gli ho detto ‘Bunzugu.’
(RISATA)

BU: “Esiste, certo esiste perché dentro c’è Winci Winci
Spider che è ala destra, e poi c’è il portiere topo Van
Von, poi c’è difensore il Lupo…. E poi c’è il conoglio
Zuighli. Siamo tutti nella squadra di tutti i Bunzugu. Ecco.
Noi abitiamo qui. C’è anche la lumaca Valush. Si chiama
Valush. E’ molto lenta eee… la mettiamo sempre in
panchina.”
(RISATA)

BU: “E allora io sono scappato, perché Dino…mi
ha tirato un sasso in crapa, sì. (a bassa voce) mi
ha tirato un sasso in crapa. E io avevo paura,
…sono scappato, e allora sono scappato…

Vedete? Quello è Dino e quello è il topo van Von. Io sono sceso dalle
scale e sono andato in una cantina e e e e sono arrivato da un bosco
e c’erano taanti bambini. In un campo, pieno di raperonzoli. Sì, ecco e
e e quello è Dino. Quello dice sempre ‘porca miseria! Porca miseria! Ci
sono i corvi! Hanno mangiato tutti i semi! Non sei più capace di fare il
tuo lavoro!’ E un giorno lui, guardate!, che ha un sasso in mano, qui è!
Sì. Lui voleva tirarmelo.

                                                  10
E allora io detto ‘ciao. Marameo. Marameo! Io non voglio più stare in
questo posto.’ E sono scappato!

E i bambini mi hanno detto ‘puoi stare qui con noi che la scuola è un bel posto!’

E allora io ho detto ‘e va bene, mi fermo qui nella cantina, posso imparare
qualcosa di bello’. Perché loro mi hanno detto che sanno tantissime cose.
Io sapevo solo, io sapevo…il silenzio della mattina, il il il respirare delle stelle,
e e poi sapevo del grillo che cantava le canzoni prima di addormentarsi e poi
sapevo del germoglio che sbuca, al campo

Sapevo molto bene la paura, sì, la paura. Perché io devo far paura, sì! E dopo
la paura ce l’avevo un po’ io, ecco, sì.
(RISATA)
BU: “E allora è questo che è successo. Perché poi Dino ha detto ‘perché
se tu non torni, allora io faccio un altro spaventapasseri!’ e ha costruito
quell’altro, Gunz, … un certo sapientone che sa tutto lui. E lui era sempre
lì. E allora io sono arrivato qui nella scuola e tutti i miei amici mi hanno
detto ‘ma no! Lui è cattivo! Devi fargliela pagare!’ ‘ma come si fa?’ e loro
hanno detto ‘tu distruggilo! Smontalo! Disf…celo che la massa speciale…
e e e così allora la maestra Valentina che è stata molto brava, bravissima,
mi ha dato un accendino…”

                                                    11
BU: “Sì, e e e è stata molto
bravissima.
(RISATA)
BU: “Sì, sì. Insomma, però non è
andato tutto come previsto perché
poi se uno spaventapasseri lui
accende un accendino, poi inizia
molto fuoco. E quel giorno io sono
andato da Gunz e gli ho detto
‘adesso tu te ne vai dal mio campo
perché questo era il mio posto!’ e
lui ha risposto ‘però però però
peròòòòòò, evidentemente non sai
che se uno spaventapasseri accende l’accendino così, può
rischiare di bruciarsi.’

E io avevo già la mano che fffvvvuou e avevo tutto il fuoco
addosso, e e ah, e una nuvola nera tutta… E Dino è
arrivato…

… con una coperta e io ero rimasto sotto questa coperta e
lui mi ha portato così. Allora io mi sono risvegliato e non
stavo molto bene e e e poi quel signore salterino ha fatto
un sacco di tutto e se l’è portato via. (pausa) Sì. È lui, io
l’ho visto quando era sdraiato nel pollaio e che ero un po’
così. ‘Stai qui che ti ricostruisco, però devi fare il bravo!’. È
andato a prendere i pezzi e c’era quel signore che ballava e
ha portato via tutto e io stavo bene. Ecco. Sì. E questo è
Dino che mi ricostruisce, sì.

E c’era anche il topo Van Von che era nascosto, ma Dino
voleva dargli una martellata. Però lui è più veloce, lui
scatta sempre, lui è un centrocampista… Ecco, questo è il
momento più brutto, la maestra Valentina dov’è? M’ha
bruciato…

                                                     12
E questo sono io che ritorno nel campo, nel mio posto, senza quel fanfarone, quel sapientone,
quel ‘blablablablaaa, però però però peròòò’, e sì, questo è il mio campo e questo è Dino che mi
ha sistemato di nuovo bello, bellissimo ah sì. Ecco, sì. Oh ecco.

Però qua è arrivato un vento e io ero nel campo insieme ai miei amici. C’era Winchi Winchi Spider
che mi faceva solletico sulla gamba e poi a un certo punto eravamo senza una gamba e senza un
piede. L’altro mi ha fregato i piedi e ha detto ‘adesso vado io in quella scuola a dirgli a quei
bambini proprio’ e mi ha fregato i piedi e io sono rimasto qui come un fistun de verza…”
(RISATA)
BU: “Sì, sono rimasto qui come un fistun de verza e sono rimasto lì e lui è partito ed è arrivato
nella scuola. E c’era un vento che portava tutti i colori bellissimi e un secondo e mezzo di
primavera, ecco, sì e poi basta. E poi di nuovo il vento che girava e la foglia che portava i pensieri
che volano, insieme alle foglie colorate, sì, era molto bellissimo! Ah sì… E poi vfvffvfufv il fresco
che passava sfsffsffsfvsfsvsf.

Questo era Dino più tranquillo perché adesso aveva anche l’altro sapientone che sapeva studiare
la strategia per eliminare il corvo. Lui ha fatto dei progetti e i calcoli matematici scientifici
fisiologici e ha studiato il modo per far scappare il corvo. E io
‘come fai?’ e questo è un albero di fronte alla casa di Dino
che ha tutti gli incroci. E questo è il mio amico Topo Van Von.
Ecco, se lo vedete sapete che lavoro fa: raccoglie in denti
sotto i cuscini. Questo è il capo bellissimo che forse arriva tra
poco, quando finisce la grande pioggia, sì… Questo è il corvo
piccolo che svolazza sull’albero, è…un corvino… Questo è il
corvo grande!!! E’ è eheh e e questo, lui si chiama Cragamur!
                                                 13
Lui è grandissimo e noi eravamo nel campo, è arrivata
un’ombra.
Gunz ha detto ‘evidentemente un’eclisse, un’eclisse’ e io gli
ho detto e allora per discorsi scientifici siamo arrivati a
scoprire che questo grossissimo corvo

Cragamur era sopra di noi e voleva
prenderci e con un artiglio di qua e un
artiglio di là vfrrffffrvffr vfffrvfffffrvffr
sventolava gli alberi, e si spostavano
perché pensavano di essere portati via
anche loro, e la montagna si è ritratta
perché pensava anche lei che l’artiglio se
la portava via. E e e poi il corvo ha
iniziato a urlare! E noi siamo scappati,
giù dalla montagna e correvamo, e
correvamo e il Topo Van Von ha detto
‘venite da me, …venite qui da me, vi
porto nel caveaux della banca centrale della Deutchs Bank’. Però era tutto chiuso quel giorno lì e
non siamo potuti andare eh eh eh sì.

E noi siamo scappati e correvamo correvamo. Dino diceva
‘andate via, scappate!’.
Perché il corvo voleva prenderci, aveva un artiglio per Bu e
uno per Gunz, aveva così ah ah e mah. Dino se n’è accorto,
l’ha visto subito che era un corvo molto cattivo, sì…

Ecco questo è Gunz e lui è piuttosto intelligentissimamente intelligente ‘oh oh evidentemente…’.
Ma contro il corvo gigante anche lui non è riuscito a trovare una una una strategia perché lui ha gli
occhiali azzurri e poi molto lui pensa pensa pensa pensa pensa.
Eccolo, qui lui stava arrivando sopra la nostra casa e noi siamo scappati via e lui ci ha presi bam.
(pausa)
I suoi artigli erano conficcati nei nostri vestiti, dentro ai nostri legnetti che ci tengono insieme, sssì
e e ci ha portati su, e volava vvffffrvvfvr e sembrava un sogno.

                                                   14
E Dino era giù che diceva ‘dovete scendereeee!’ e io ‘aiutooo! Aiuto aiuto!’ e l’altro diceva
‘evidentemente questo corvo vuole portarci da qualche parte per farci del male’, sì… Ecco e allora
ci ha portato in questo paese stranissimo che noi cercavamo di scappare, ma le sue piume nere ci
inseguivano.

 Qui lui tiene nascosto in questo paese tutte tutte queste piante del male, tutte queste piante nere
cattive. Ma noi abbiamo visto che c’erano anche tutti questi pieni di di di colore che noi potevamo
correre per andare via da tutto quel muoversi di piume che ci inseguivano. Sì. Ecco, sì…sì… Ecco
basta! Sì.”

(APPLAUSO)
BU: “Sì. Sì, e adesso Dino ha trovato una canzone magica per farci liberare…
 … perché è come se noi fossimo intrappolati in un mondo parallelo. Dice Gunz ‘siamo in una
dimensione spazio-temporale…’ e Dino
dice che se voi cantate questa canzone
potete tornare nel campo e stare anche
voi nel campo. Sì, adesso bisogna solo
imparare la canzone, si… ‘pace carote
patate…’, a volte bisogna anche fermarli
quei bambini che la cantano sempre.
Sono pettinato? Poi c’è la storia di Gunza,
ma quella è un altro capitolo.”
GIANKY: “Ma è una storia importante
eh!”
BU: “Sì perché Gunz ha avuto un flirt e
diceva delle cose molto strane perché lui
diceva sempre ‘radice, radice 14 per
radice 14…’ invece una mattina quando
                                                15
ha scoperto che c’era una Gunza nella scuola diceva (loro l’hanno preparata, sì eh) e lui ha detto
‘ah le lunghe trecce, gli occhi azzurri e poi…’. E poi ha detto e e non mi ricordo.”

L’attore Gigi Maniglia si toglie i guanti, il cappello e la maschera.
Brusio dei genitori.
GENITORE: “E’ impressionante”.

-   Gli esperti e gli insegnanti raccontano quanto emerso dai laboratori con i bambini,
    cercano di dare senso all’esperienza, raccontare i processi che hanno sostenuto le sequenze
    operative e gli apprendimenti:
    il laboratorio teatrale

Cosa è successo nel laboratorio del racconto autobiografico con i bambini

CHIARA (esperta laboratorio di “alfabetizzazione emotiva”): “La sensazione di paura percepita dai
bambini l’ho percepita anch’io il primo giorno…”
BU: “Anch’io, sì.”
CHIARA: “Due parole su quello che abbiamo fatto durante il laboratorio che si chiamava “di
cittadinanza attiva” all’origine, ma che poi non è più stato di cittadinanza attiva. Potremmo
chiamarlo di “alfabetizzazione emotiva”, se proprio devesse avere un nome… E’ stato un lavoro
molto bello nel senso che, come dicevo prima, è stato un lavoro molto ricco, Ruggero ha portato
proprio tanto. E’ stato vissuto in maniera diversa, o comunque sicuramente si sono toccate tante
corde, tante emozioni, tante sensazioni da parte dei bambini.
Allora, l’obbiettivo diciamo che all’inizio (quello che abbiamo presentato durante la riunione di
inizio anno) era quello di aiutare i bambini a riconoscere, a conoscere un po’, insomma, le
emozioni che loro hanno; a dare un nome a queste emozioni, a rendere i bambini più consapevoli
dei loro stati emotivi. Quello che abbiamo fatto è stato secondo me un bel lavoro, nel senso che è
stato declinato in modo diverso a seconda dei diversi gruppi, delle diverse fasce d’età. Voglio fare
una premessa: pensando a questo percorso credo che si intrecci tantissimo con il percorso di
“Porcospini” che svolgo come prevenzione all’abuso. Anche lì si parla di intelligenza emotiva e,

                                                   16
ragionando sui due percorsi, ho preso spunto leggendo un libro “La…..al cuore” per creare la
traccia. Questo libro mi ha fatto riflettere tanto perché si parla proprio del fatto che nella società
contemporanea c’è ancora una sorta di inimicizia verso le emozioni. Inimicizia anche da parte degli
adulti. Un po’ dovuta alla storia, alla cultura, allo scenario insomma in cui siamo inseriti. Storia
perché c’è stato un periodo storico in cui le emozioni venivano proprio negate, svalutate,
comunque screditate, dove l’uomo forte era la parte logica, razionale e dove la parte emotiva, la
parte “istinto”, era più relegata al femminile, piuttosto che all’essere bambini. Tante frasi concrete
di allora vengono usate anche adesso: non piangere, non fare la femminuccia, non avere paura, sei
grande, sei forte, non essere un bambino piccolino… Sono ancora frasi che richiamano una sorta di
negazione della parte emotiva. Poi c’è stato un momento storico intorno agli anni ’60-’70 in cui il
movimento femminista e i movimenti giovanili hanno un po’ rivalutato, in controtendenza, la
parte delle emozioni. Questa parte però è stata distorta dalla società consumistica in un ottica
diversa rispetto alla valorizzazione delle emozioni, nel senso che la società consumistica, nella
quale vivono i nostri figli, i vostri bambini, enfatizza le emozioni, ma solo alcune e in un certo
modo. Se prendo come esempio la pubblicità, viene enfatizzato tanto il valore delle emozioni
“positive”, ma falsate. Una falsa felicità dove l’oggetto è il tramite attraverso cui posso ottenere
delle emozioni facili, veloci che mi danno tanto e subito. Il bambino si trova a vivere in questo
contesto sociale in cui tutto gli è dovuto immediatamente, in cui tutte le emozioni, che sono tra
virgolette legittimate dalla società degli adulti, sono emozioni belle, positive perché danno la
felicità, ma una felicità veloce e immediata e sono quelle emozioni che sembra abbaino sempre
l’acceleratore premuto per avere emozioni forti. Se pensate alla pubblicità delle crociere, dei
profumi o quant’altro, non è tanto l’oggetto in sé, quanto l’oggetto che ti permette di avere quel
determinato tipo di emozione. Per cui “venite su questa nave, avrete delle emozioni sicuramente
forti”, se tu hai preso quel profumo sarai sicuramente una persona sensuale, bella come
quell’attrice che impersonifica quel prodotto. Questo per dirvi che i bambini vivono in questa
società in cui le emozioni che vengono legittimate sono emozioni che devono apparire solo belle e
positive. Quelle “negative” non trovano spazio. Per cui nel laboratorio i bambini si sono trovati in
un contesto dove abbiamo un po’ detto loro che tutte le emozioni hanno piena cittadinanza, che le
emozioni positive hanno diritto di cittadinanza, ma anche le emozioni negative hanno diritto di
esistere. Le emozioni negative nel senso che noi abbiamo detto che le emozioni non sono giuste o
sbagliate. Le emozioni ci sono, arrivano e basta. Diciamo che possono essere positive o negative
nel senso che consideriamo negative quelle che non ci fanno stare bene, provocano un po’ di
stress. Riprendendo le scatole dei colori che abbiamo utilizzato mi sembra che in ciò che abbiamo
insegnato ai bambini comunque loro si trovano davanti a una scatola di colori: con i miliardi di
sfumature, con non solo i colori pastello o quelli che mettono allegria e gioia e quant’altro, ma
sono altrettanto importanti il nero, l’antracite che rappresentano le emozioni che consideriamo
negative. E poi abbiamo lavorato sul fatto che tutte le emozioni hanno diritto di cittadinanza, che
tutte sono davvero molto importanti e che tutte servono per poter crescere e promuovere il
benessere globale del bambino nelle sue varie dimensioni.
Il lavoro che abbiamo svolto poi è stato quello di provare ad aiutare i bambini a renderlo
consapevoli delle emozioni, nel senso che devo accogliere l’emozione “negativa” perché non è

                                                 17
malsana, non è distruttiva. L’emozione c’è, io devo saperla gestire. Diventa negativa nel momento
in cui io non sono in grado di gestirla, di (controllarla) di usarla in modo costruttivo.”
RUGGERO: “Quando vado a bruciare lo spaventapasseri”
CHIARA: “Oppure l’esempio che abbiamo fatto, però con i bambini di 4^ e 5^, è stato quello di
rappresentare le emozioni come se fossero un fiume. Queste emozioni, questo fiume c’è.
Possiamo scegliere se farlo diventare un’alluvione e soffocare in queste emozioni quando non ce la
fai più a (gestirle) viverle, oppure negarle e avere il deserto senz’acqua, oppure possimao scegliere
la soluzione migliore che è quella di saper usare l’acqua del fiume, per esempio costruirci un
mulino, piuttosto che una centrale elettrica, qualsiasi cosa che convogli quest’acqua, questo
fiume e lo trasformi in qualcosa che è positivo, è funzionale per me.
Il lavoro che è stato fatto è proprio quello di portare i bambini a riconoscere il fatto che esiste sì la
pancia che è la parte istintiva, la parte delle emozioni, ma che è interconnessa con la parte del
corpo e con la parte dei pensieri. Che tutte e tre le parti, che abbiamo rappresentato come delle
bolle, sono altrettanto interconnesse e interagiscono una con l’altra. La parte del corpo: è la parte
che percepisce anche direttamente le emozioni, ma è anche la parte che riesce a comunicarle agli
altri e a te stesso. Poi la parte “opposta” dei pensieri. Devi essere in grado di trasformare queste
emozioni. Un’emozione che magari ci fa stare male, non vogliamo, perché difficilmente riusciamo
a (controllarla) ascoltarla e usarla tramite il pensiero, grazie alla mente riusciamo a gestirla.”

RUGGERO (insegnante): “In tanti anni che faccio laboratori nella scuola, raramente mi è capitato di
lavorare a un progetto così ben articolato, perché co lui (Bu) le emozioni sono state provate e
vissute, con Chiara abbiamo cercato di dare loro un nome e poi la parte, che secondo me è la più
importante, è che Arianna e Alessandra hanno dato una forma e questa forma è dentro la scuola, i
bambini le hanno espresse in una forma visiva. Si è seguito quello che è un procedimento
profondamente artistico: viverle, capirle, esprimerle. Se volete raccontare qualcosa voi su questo
processo del dare forma alle emozioni…

                                                   18
Cosa è successo nel laboratorio dei murales’ con i bambini

ARIANNA (esperta del laboratorio di arti visive) “Abbiamo delle sequenze di immagini che
proietteremo per seguire il percorso svolto dai bambini, sul processo e le tecniche.
Abbiamo cercato di dare, dal punto di vista prettamente visivo, una forma a tutte queste situazioni
che sono emerse negli altri laboratori. È stato un percorso che si è tradotto in una pittura muraria,
ma che prevede alle spalle un percorso decisamente impegnativo proprio perché l’idea che
l’artista un bel giorno si sveglia e ha la lampadina come Gunz è una sciocchezza. Tutto nasce da
una rielaborazione del vissuto e del reale. Quindi anche con i bambini abbiamo cercato di fare
questo. Abbiamo, soprattutto nella prima fase, cercato di sviluppare questo processo di
rielaborazione in un nuovo linguaggio perché effettivamente l’arte visiva è un linguaggio nuovo,
come imparare l’inglese o una lingua a noi sconosciuta.
I bambini si sono prestati perché loro stessi ci hanno raccontato la storia, l’hanno fatta vivere
anche a noi. Prima in maniera scritta abbiamo fatto un brain-storming, poi con le immagini. Tutte
queste immagini sono state tradotte singolarmente da ogni bambino in un disegno. Tutto questo
sarà tradotto in un libricino che i bambini porteranno a casa alla fine di questo percorso. Questi
disegni sono stati a loro volta recuperati da parte nostra e riassemblati in un unico disegno. Quindi
ci teniamo tanto a dire che il nostro intervento è stato praticamente inesistente se non unire
proprio con delle piccole vignette un disegno con un altro. Quindi sono tutte le loro immagini che
hanno presa vita in un contesto spaziale abbastanza coerente.
Questo valore narrativo della storia, che ci fa anche molto piacere sia stato respirato e capito da
voi genitori, è proprio quello che intendiamo, cioè le immagini devono raccontarci qualcosa,
altrimenti sarebbe inutile farlo. I colori ci aiutano ancora di più a caricare le immagini di questo
significato.
È appunto per questo che anche i bambini hanno ragionato sull’importanza del colore dal punto di
vista prettamente emotivo. Poi sono emerse delle cose che pensiamo tutti bene o male
condividiamo, ma anche degli aspetti un po’ particolari, per esempio nelle paure mai più ci

                                                 19
aspettavamo il giallo, che è un colore così solare, invece è emerso perché comunque è anche
simbolo di pericolo. Non a caso i cartelli stradali di pericolo sono gialli.”
BU: “Anche le vespe, sì”
ARIANNA: “ E quindi, effettivamente, è stato tutto un percorso, anche da parte nostra, di grande
stupore che abbiamo poi concentrato in questo murales che vedete appena entrate e poi il
murales esterno che è un riassunto di tutto il percorso. Mancano ancora dei dettagli, causa tempo
perché purtroppo il maltempo non ci è stato proprio amico e i bambini hanno capito anche la
grande importanza di una progettualità. Hanno capito che non si possono fare le cose così,
campate per aria perché altrimenti non le capirebbe nessuno. Soprattutto hanno imparato anche
a lavorare in squadra perché si sono resi conto che è bello dipingere tutti, ma poi se lo spazio è
limitato non ci si può accalcare in venticinque su un pezzetto. E quindi loro stessi, soprattutto nella
seconda fase, dove ormai l’argomento era stato abbastanza sviscerato, loro stessi sono stati in
grado di autorganizzarsi: capire quando andare a prendere il colore, … anche dal punto di vista
tecnico abbiamo notato un miglioramento”.
ALESSANDRA ( esperta del laboratorio in arti visive): “Diciamo che li ho seguiti molto nella parte
quella che avete visto all’ingresso. Condivido quanto espresso dai genitori dicendo che i bambini
avevano proprio voglia di fare, perché effettivamente li ho trovati molto attenti, molto volenterosi
nell’affrontare il lavoro. Con i colori mi chiedevano loro stessi come prepararli: ‘come farli”, “se
mischio questo con quello cosa diventa?” Cercavo di introdurre delle parole tecniche nuove, per
esempio ‘questo colore è un po’ freddo, lo scaldiamo un po’? come facciamo a scaldarlo? secondo
voi mettiamo il bianco o il giallo? Allora il giallo è più caldo’ cominciavano con delle rielaborazioni
fra di loro a giungere a dei concetti tecnici molto importanti che sono proprio alla base della
realizzazione di colori.
Avete visto prima la foto del disegno grande che abbiamo realizzato noi con i disegni dei bambini.
Lì abbiamo un po’ progettato mettendo insieme i loro pensieri secondo quello che ci hanno
raccontato e mettendo insieme i loro disegni proiettati sul muro. Quindi loro hanno ridisegnato
direttamente a gruppi. Dopo questa fase abbiamo utilizzato i colori acrilici che hanno combinato
loro e che abbiamo di volta in volta deciso insieme perché il loro progetto era più legato al
disegno. Insieme abbiamo ragionato un po’, come si diceva prima, sul significato simbolico del
colore. Soprattutto con i bambini di prima e seconda si è iniziato con un lavoro che partica dai
colori della paura. Infatti il loro murales, quello a destra entrando, ha i colori scuri e hanno colto di
più il significato del colore scuro legato all’emozione della paura. Dopo di che abbiamo
sperimentato i pennelli, le spatole, le spugne. Un po’ di varie tecniche e anche tecniche nuove che
hanno, diciamo, ‘riscosso successo’, come la tecnica dello scotch che era: come possiamo
realizzare un campo nuovo non solo riempendo uno spazio, per esempio di colore verde?
Proviamo a mettere un po’ di scotch delimitando degli spazi, facendoli diventare un po’ geometrici
cosa succede? Infatti la prima volta che lo abbiamo fatto erano tutti un po’ stupiti perché poi,
togliendo lo scotch, rimaneva il bianco, preciso, erano orgogliosissimi del lavoro che avevano fatto.
ARIANNA: “Da parte nostra è stato anche un buon modo per suddividere il lavoro perché tutti
fossero occupati e avessero un’attenzione”.
ALESSANDRA: “ Questa è invece un’altra tecnica (proietta) che abbiamo usato con i bambini che è
quella dello stencil che apparentemente sembra una tecnica semplice perché i bambini riempiono
                                                   20
lo spazio, però la progettazione di questo stencil è abbastanza complicata perché: innanzitutto i
bambini devono disegnare il soggetto, poi devono pensare che devono ritagliare il soggetto e
riempire il vuoto, quindi ragionare per positivo e negativo. Le immagini all’interno della scuola, le
abbiamo lavorate al negativo. Per cui abbiamo lavorato con il vuoto. Mentre invece all’esterno
abbiamo provato a lavorare anche col positivo, cioè tenendo la sagoma e lavorando con il suo
contorno. Quindi hanno sperimentato una tecnica molto veloce che però dà due effetti
completamente diversi. Fuori abbiamo utilizzato lo scotch per creare lo sfondo, quindi abbiamo
introdotto anche il concetto di sfondo nei murales e non era così scontato perché quando
abbiamo iniziato facendo i disegni, prima facevano il soggetto e coloravano il soggetto che sta in
primo piano e poi lo sfondo. Mentre invece su un lavoro come questo prima era necessario
progettare lo sfondo, quindi quello che sta dietro e poi quello su un altro livello. Quindi introdurre
un po’ anche il concetto spaziale di ‘sfondo’ e di ‘primo livello’ è stata una bella scoperta per loro.
E poi soprattutto qui fuori, anche qui abbiamo riassunto un po’ il percorso della paura partendo da
colori più scuri arrivando ai colori più chiari che abbiamo fatto unicamente per i colori (non il
disegno). Poi va be’, sarà ancora da finire. Purtroppo con i bambini dell’ultimo gruppo siamo stati
sfortunatissimi perché pioveva. Ci è dispiaciuto perché qua fuori c’è il riassunto di tutta la storia.
Bu che scappa in realtà è Bu che si ricongiunge con Gunz e anche con Dino. L’idea di fare il
riassunto della storia con solo con il nero era anche un’idea di sintesi visiva. Quindi, mentre dentro
si è mantenuto un approccio un po’ più pittorico, fuori abbiamo cercato di mantenere anche una
tecnica che potesse essere un po’ più grafica e sintetica.”

                                                  21
GENITORI: “Brave!...Bravissime…”
APPLAUSO

Cosa è successo nel laboratorio teatrale con i bambini

GIGI (esperto nel laboratorio di espressività corporea): “Ruggero Meles mi ha detto ‘facciamo un
laboratorio su tre suggestioni, ti tocca emozionarli’. E allora è nata l’idea di portare una storia, di
far entrare i bambini in una storia, in una vicenda. Questo è stato l’approccio soft con i bambini più
piccoli e quindi il travestimento in diretta. Mentre quelli più grandi è stato interessante presentare
i vari lati dei personaggi. Bu risultava essere scuro, ma porta poi nel mondo emotivo, il mondo
della pancia, porta le paure, porta l’ingenuità, porta l’ignoranza, … molte cose per cui aveva la
possibilità di chiedere ai bambini “cos’è questo? Che cos’è quello?” quindi farsi spiegare da loro
che hanno uno sguardo, un punto di vista privilegiato. E ogni personaggio dal suo punto di vista ha
dialogato in qualche modo con loro. Danzato, cantato, girato per il paese suonando i campanelli
del quartiere.
MAMMA: “Ma era diverso il tuo modo di portare queste esperienze nelle classi dei più piccoli e dei
più grandi?”
GIGI: “Sì, un po’ diverso nel senso che io mi sono messo in una dimensione di improvvisazione a
seconda di quello che da loro poteva nascere come stimolo, per cui partendo dalla base della

                                                  22
storia inventata per questo percorso, ma poi cercando di seguire i loro ragionamenti, di vedere le
loro suggestioni nate dagli stimoli e improvvisare dalle suggestioni, relativizzare portando non
tanto il personaggio cattivo, che è il mostro, e il personaggio buono che lo sconfigge ed è finita lì,
ma dei personaggi che avessero varie facce. Lo spaventapasseri ha paura, scappa, ma poi ha
questo mondo di espressività, di danza, di racconto. Il contadino che risulta essere cattivo, ma alla
fine non risulta essere cattivo perché la storia del sasso è una bugia che ha inventato lo
spaventapasseri. I personaggi portavano a una dinamica di quotidianità che i bimbi hanno
ritrovato nella relazione genitori-figli. Dino ha incarnato in qualche modo un’autorità, una figura di
adulto che decide, che comanda in qualche modo. Comanda, ma porta anche una vita naturale, la
sua fattoria con i ritmi naturali, con un’attenzione a questi due spaventapasseri che lui ha
costruito, un po’ un mastro Geppetto con Pinocchio, quindi le considera sue creature. Gli dispiace
che succedano queste cose, però lui li ha costruiti, li ha messi nel campo, la loro funzione è quella
di spaventare i corvi. Ma poi nasce questa dinamica di conflitto, prima tra Bu e il contadino e poi,
all’arrivo di questo secondo spaventapasseri, un conflitto che nasce tra i due contendenti del
campo. C’è dentro la storia di quando nasce un fratello, per esempio. Ci sono dentro tante
dinamiche di relazione che lo spaventapasseri e il contadino hanno chiesto loro di rappresentare in
una forma di gioco di teatro dicendo “ma voi avete in mente quando succede qualcosa di simile a
quello che è successo a me spaventapasseri” per cui chiedendo di fare delle piccole scenette,
mostrando una piccola ricostruzione: scene di casa col fratello, gli amici in classe, il tema della
bugia, il tema della punizione, il tema di cosa succede se faccio qualcosa di male, l’arrabbiatura del
genitore, la competizione, … diciamo che queste due figure, lo spaventapasseri emotivo e lo
spaventapasseri intellettuale, in qualche modo richiamano quello che diceva Chiara: queste sfere
da tenere collegate, il corpo che richiama la terra e la concretezza e il cervello con la sua
razionalità fredda.”
VALENTINA: “ Volevo aggiungere che la cosa bella come opportunità preziosa per i bambini è che
loro possano essersi identificati in questi personaggi, crederci, vivere le cose di Bu, Gunz e Dino,
potersele concedere “tanto non sono io veramente che le provo”, perché anche se è una cosa
scomoda che non potrei fare, qui in questo laboratorio posso farla. Abbiamo cercato proprio di far
uscire anche quelle emozioni di cui parlava Chiara prima, a cui non diamo magari il nome perché
non ci piace che ci siano. Invece in questo laboratorio vengono legittimate, potevano uscire,
dovevano venir fuori. Per cui non esiste un’emozione negativa nel nostro laboratorio. Questa cosa
è emersa tantissime volte nel laboratorio corporeo, implicitamente i bambini sapevano che
potevano farlo. Il bambino è protetto perché si identifica nel personaggio, mediatore tra la messa
in scena e il proprio mondo interiore. Quindi questa cosa la posso dire, la posso fare nel gioco
teatrale, non la censuro.
Non esistono emozioni negative in sé, dipende da che uso ne faccio poi.
Per esempio l’allegria: ma chi ha detto che è solo “bella”? Se una persona è continuamente
allegra, ride in continuazione, magari in momenti inopportuni… magari è un po’ fatua, forse a
disagio, non è sempre “positiva”. Anche l’allegria può essere “negativa”. Cioè non esiste
un’emozione tutta positiva o tutta negativa, dipende da come la uso. E questa cosa abbiamo
cercato di passarla tantissimo, soprattutto ai bambini delle classi quarta e quinta. Un’altra cosa
che è passata tantissimo e che Gigi ha già detto, ma che ritengo utile ribadire è per esempio
                                                 23
quando riprendevamo il laboratorio con i bambini poi: “questo Bu che dovrebbe fare paura, ma ha
paura … cosa ci dice?” forse che ognuno di noi è un po’ fifone e un po’ coraggioso, certe volte non
ce la fa, altre volte sì, altre volte combina guai… possiamo essere tutte e due le cose, nel senso che
non viviamo in una sola dimensione. Per cui quando abbiamo proposto certe rappresentazioni ci
siamo spezzati in due, un po’ come il Visconte dimezzato di Calvino, vissuto in modo più semplice
con questo gioco di Bu. Noi siamo metà l’uno e metà l’altro, solo se riconosciamo tutte e due le
parti siamo interi e sinceri con noi stessi. Per cui questa cosa ci serve tantissimo e ci abbiamo
lavorato sopra tantissimo. Quindi con le classi alte: l’emozione non è né positiva né negativa,
dipende da come la uso; ognuno di noi ha cose belle e cose brutte, ha forze e debolezze,
sicuramente ci comunica qualcosa per capire cosa ci sta succedendo…
Con le classi prime e seconde vado agli estremi opposti, nel senso che l’approccio è stato meno di
messe in scene autobiografiche con questi intenti e più di giochi di travestimento, di movimento,
di musica. Soprattutto nel primo giro fino a metà anno in cui siamo letteralmente entrati nei panni
di Bu costruendo il travestimento, in modo divertente travestendoci, cantando con Bu o con Dino,
con parate. È stato più profondo il discorso nella seconda turnazione.
E meno male che non abbiamo dovuto “bruciare” alcuni incontri di laboratorio per allestire una
festa, una spettacolazione. La festa spettacolare finale è bella però porta via ore preziose al
laboratorio. Non progettare una festa più “tradizionale” ha permesso di concludere il percorso in
un certo modo, con un respiro più ampio e una chiusura più circolare.
La ricchezza di quanto emerso in questa serata è anche dire la ricchezza di nove incontri così densi
durante i quali la prima e la seconda hanno potuto vivere più pienamente l’esperienza solo dopo
una prima parte di avvicinamento ai personaggi, la classe 3^ è stata un po’ una via di mezzo,
alcune cose come i piccoli ma più velocemente e poi vicini ai grandi per altre. Abbiamo cercato di
seguire molto davvero le suggestioni dei bambini, cioè: non è che la storia ce l’ho in testa, le cose
che ho imparato nel mio vissuto sulle emozioni ce le ho in testa, le ambivalenze delle emozioni le
ho in testa, così come l’ambivalenza delle persone e siamo andati diritti per la nostra strada. Come
hanno fatto Arianna e Alessandra sui colori siamo stati con le orecchie aperte: “ma cos’è che mi
sta dicendo questo bambino in questo momento? Sta parlando di Bu o sta parlando i sé?” Quante
volte anche noi insegnanti ascoltiamo superficialmente: “sta usando le parole di geografia o mi sta
parlando di chissà quale terra, quale mare..?” quindi anche tutto questo valore simbolico della
parola e del corpo è preziosissimo. Sono emersi dei materiali ricchissimi, sono uscite delle cose
stupende che non possiamo documentare, non possiamo e non desideriamo questa sera portarvi
tutto”.

                                                 24
- oltre le restituzioni di laboratorio: scambio con i genitori
CHIARA: “Volevo aggiungere una cosa. Con i bambini abbiamo parlato che abbiamo una pancia, un
cuore, una mente, un corpo. Sono tutte cose strettamente interconnesse, ma il bambino non è
solo testa, solo corpo, solo pancia. Abbiamo lavorato con i bambini che erano legati a dei pensieri
che hanno di loro stessi o che gli altri hanno loro attribuito. Alcune volte questo li fa star male. Per
esempio bambini che dicevano “io sono stupido”, “io non valgo niente”, oppure “io sono sempre il
bambino prepotente”, “io sono sempre quello che fa male”, “io sempre il bambino che offende”. E
questo ci dice come sta il bambino.
RUGGERO: “O bambini che dicono ‘io non ho emozioni’.”
CHIARA: “e questi sono pensieri che comunque a loro facevano star male. Provare a riflettere sul
fatto di chiedersi ‘quale emozione vivi nel momento in cui tu hai questo comportamento in questa

                                                  25
situazione?’. Un’arrabbiatura: io non sono la rabbia, ma ho provato rabbia. Non sono la rabbia, ma
ho avuto un comportamento da arrabbiato. Oppure ?non sei un bambino che non vale niente, in
quel momento hai sbagliato la verifica’. In qualsiasi cosa non sei tu sbagliato, ma il tuo
comportamento in quella situazione. Però tu vali, non sei solo quel pezzetto lì in quella situazione,
tu sei molto di più. E questa cosa per noi è stata un po’ un modo per rinforzare l’autostima di
alcuni bimbi, rivalorizzarli, far credere davvero loro in loro stessi.”
MAMMA: “ Una domanda: adesso abbiamo aperto un vaso, i bambini sanno esternare le loro
emozioni e noi adesso cosa facciamo?”

GIANKY: “Ascoltiamoli, io ho imparato tanto ad ascoltarli, perché spesso secondo me diciamo: ‘ti
insegno bene perché ho esperienza, perché io l’ho già fatto e ti evito di…’ No. Perché spesso
questo nostro modo di educare va a volte ad impedire al bambino di fare la sua strada. Magari
cadrà, non fa niente. Noi poi dobbiamo aiutarlo a rialzarsi. Però i passi li deve compiere da solo.”
MAMMA: “ quello sicuramente sì, noi siamo i girelli… Ma quando fanno le domande. E loro hanno
bisogno di essere ascoltati”.
GIANKY: “Secondo me hanno bisogno di essere ascoltati”.
CHIARA: “Secondo me noi dobbiamo partire sempre da quello che loro ti portano. Per esempio io
e Ruggero abbiamo programmato, c’erano tutti i bei percorsi scritti, entriamo in classe e iniziamo
dando lo stimolo e i bambini dicevano ‘ma io volevo parlare di un’altra cosa’…”
RUGGERO: “Povera Chiara. Aveva due variabili: una i bambini…”
CHIARA: “O loro o Ruggero che portava da un’altra parte…”
(RISATA)
CHIARA: “Però la cosa bella davvero era sentire che loro partivano da un loro bisogno e ascoltare.
E quando rispondi alle domande, partire da quello che loro sanno, chiedere. cos’è che tu sai di
questa cosa? Cos’è che vuoi dirmi? E, come dicevamo un pochino prima, era anche il fatto che
abbiamo trovato dei bambini che sicuramente avevano avuto difficoltà a portare a casa quello che
comunque è stato fatto in questo laboratorio. Secondo me hanno anche avuto difficoltà a capire
cosa stava succedendo, che però si metabolizzava un poco man mano nel tempo. I bambini che
proteggevano i genitori, comunque le figure adulte nel senso che è difficile: io provo una cosa,
questa sensazione, questa emozione per me è difficile dirla, è difficile raccontarla perché fa star
male le persone che mi vogliono bene, che sono la mia mamma e il mio papà. Per cui non posso

                                                 26
andarglielo a dire, per cui un po’ nell’ottica di difesa e protezione delle figure adulte. Hanno
portato tanto e hanno raccontato tantissimo, tutti più o meno. Però, non so, anche l’ultima volta
in cui hanno detto ‘io non provo nessuna emozione, per me l’emozione è il niente’. Allora noi
abbiamo preso questa cosa del niente. Ok. ‘per voi che cos’è il niente?’.”
RUGGERO: “sono uscite delle cose stupende”.
CHIARA: “Caspita! Se avessero chiesto a me adulto probabilmente…”
RUGGERO: “Per esempio ‘per me il niente è una porta che si apre su un cielo stellato’…”.
CHIARA: “ Capisco comunque la difficoltà di portare a casa questa cosa. Cosa racconto a mia
mamma? Che abbiamo parlato del niente? Eppure …”
RUGGERO: “Da pochissime cose si aprivano possibilità. Ok, io questa cosa la posso dire”.
GIANKY: “Perché secondo me loro hanno le idee chiare sulle loro paure, sulle loro gioie, su quello
che vogliono, su quello che non vogliono. Siamo spesso noi che abbiamo più confusione o
cerchiamo di trovare una logica per forza a tutto. Ma loro hanno una loro logica, nonostante i loro
dubbi.”
VALENTINA: “i bambini di prima e seconda la pancia ce l’hanno, i bambini di quinta…”
GIANKY: “Hanno più una maschera, magari per proteggersi.”
MAMMA: “Comunque penso che questi diversi mezzi assumano pesi diversi secondo l’età,
acquistano la capacità più razionale di inquadrare certe situazioni, non so se sia bello o brutto, ma
diventando grandi si fa così”.
CHIARA: “L ‘ultima volta con i bambini di quarta e quinta abbiamo parlato della paura nell’ottica di
pensare i passaggi, il fatto che comunque quelli di quinta fra circa due mesi saranno alle medie.
Per cui paura, panico, ansia, magari ricordando la paura di quando c’è stato il passaggio
dall’infanzia alla primaria. La paura della nascita. Alla mia domanda ‘cosa ricordate?’ ‘io la luce
soffusa’.”
(RISATA)
CHIARA: “Hanno raccontato delle emozioni che hanno ricordato nel nascere. Oppure il primo
ricordo bello che hanno avuto.”
RUGGERO: “Io in canottiera nel cortile col mio papà”.
ARIANNA: “Noi abbiamo notato, dal punto di vista prettamente visivo, che i bambini hanno fatto
molta fatica a tradurre soprattutto concetti legati al loro vissuto con un linguaggio visivo, perché
ovviamente non hanno il concetto di astrazione, quindi non riescono ad associarlo se non a forme
riconoscibili. E quindi questo è stato veramente uno scoglio notevole che nella fase di brain-
storming di immagini, tradurre la parola in immagini è stato decisamente complicato. E anche nel
murales che vedete, quello che hanno dipinto principalmente le prime e le seconde e in cui poi
abbiamo inserito anche quelle degli altri, dove le paure cominciano a prendere delle forme informi
nel momento in cui sono immaginate. Quindi le abbiamo fatte rientrare in quella sorta di nuvola
proprio perché in quel caso lì era legittimato l’abbandono dei canoni di stereotipo dell’immagine.
E questi passaggi, e noi abbiamo la storia che ci ha aiutato tutto sommato a riassemblare i fatti,
quindi la parte prettamente di reinterpretazione del disegno sarebbe stato tutto un altro
laboratorio, però nella fase progettuale. Questa fase è stata così importante perché secondo noi
sono emersi dei lati che hanno dato degli spiragli di discussione che si sono poi chiusi in una prima
fase. Ma è molto interessante come poi loro di per sé. Se a un bambino di tre anni gli chiedi
                                                 27
‘disegna la paura’ prende un pennello nero e colora tutto di nero. Lo dico perché ho provato a fare
questo laboratorio. Già un bambino di cinque anni che va alla scuola dell’infanzia gli dici ‘disegna la
paura’ ti disegna il fantasma. Un bambino di cinque anni che non va alla scuola dell’infanzia
continua a disegnarti la macchia nera. E questo fatto è veramente, diciamo, un grande
insegnamento, soprattutto per noi insegnanti per capire che poi certi paletti uno se li porta dietro,
tantissimo. Non mi stupisce che noi disegniamo la casetta come la disegnavamo a cinque anni.
Proprio perché c’è quel fatto lì dello stereotipo, molto molto forte, che si fa molta fatica. Lo dico
perché noi insegniamo anche nelle scuole medie e superiori, proprio discipline artistiche, e quindi
si nota questa grande difficoltà. Secondo me il laboratorio è servito sia dal punto di vista tecnico,
ok importantissimo perché poi hanno affinato anche la manualità fine, quindi tutto sommato
anche dal punto di vista di coordinazione, di progettazione mentale, stare nei tempi, sapere come
gestire gli spazi…è stato importante, però è stato anche importante vedere come il lavoro di
squadra è sempre funzionale, ovviamente se coordinato. E poi è stato importante come
determinate immagini che loro associano a determinati contesti, se vengono decontestualizzati,
inseriti in un ambiante generale, cambiano di significato e si arricchiscono di valore. Quindi c’è una
grande interpretazione del lavoro che loro hanno svolto. E sicuramente noi proviamo un grande
entusiasmo per questo progetto che abbiamo fatto a Rossino, perché noi lavoriamo in tante scuole
e A. non è facile fare un progetto annuale, B. non è facile trovare un team che ci ha aiutato
tantissimo. Non so se questa è l’occasione di ringraziare davvero tutti quanti, soprattutto i bambini
sono stati al gioco in tutto e per tutto, dall’inizio alla fine. Questo lavoro è diventato anche
piacevole perché loro stessi sono diventati insegnanti per noi. Sicuramente è stata reciproco
questo insegnamento, è stato molto arricchente.”
CHIARA: “Comunque volevo ringraziarvi anch’io, nel senso che vado in tante scuole, potersi
permettere un percorso del genere in cui si poteva scegliere un percorso tranquillo, ok si parlava
delle emozioni: la gioia, la paura, la noia, la tristezza…le emozioni in maniera standard come capita
che altre insegnanti chiedono. Qui si è potuto permettere di andare a fondo davvero così tanto e
avere momenti di riflessione così alta perché i bambini sono già abituati a fare queste cose. Per cui
quando io chiedevo loro “cos’è il niente?” e loro ti danno delle immagini immediatamente e senza
stereotipi loro erano abituati a fare questo lavoro su ogni cosa. E quando chiedi “cos’è? Come la
vedi?” ti raccontavano i minimi particolari. Sono abituati a descrivere quello che loro sentono
utilizzando, beh, un dettaglio incredibile. E questa cosa ha permesso di andare a fondo e
affrontare tematiche un pochino più alte.”
RUGGERO: “Questo è un po’ il senso del lavoro nei laboratori. Arricchire la tavolozza di colori, di
parole, di emozioni. Ed è il senso della scuola. Dare più possibilità di esprimersi e questo vuol dire
liberare individualità.”
CHIARA: “E il rispetto incredibile tra bambini, l’ascolto reciproco, l’aiutare l’altro a costruire una
parte è una cosa importante che la scuola deve portare.”
RUGGERO: “Grazie a tutti.”
GIANKY: “Abbiamo lasciato a tutti un piccolo pensiero…rappresenta un po’ il succo della nostra
scelta fatta l’anno scorso, perché abbiamo scelto “Emozionarti”. E l’emozionarti è l’augurio che
facciamo a ciascuno di voi e a ciascuno dei vostri bambini.             APPLAUSO
- Genitori, insegnanti ed esperti vivono un momento conviviale con un rinfresco.
                                                  28
Puoi anche leggere