SACERDOTI - Diocesi di Cremona

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SACERDOTI
Nomine e provvedimenti vescovili:

     3   gennaio      2019:   don   Bandirali   amministratore
     parrocchiale di San Pietro al Po in Cremona
     11 febbraio 2019: don Maurizio Ghilardi incaricato
     regionale per la Pastorale missionaria
     18 febbraio 2019: mons. Ruggero Zucchelli           nuovo
     presidente del Capitolo della Cattedrale
     10 marzo 2919: don Martelli collaboratore parrocchiale
     in città, don Nava addetto in Cancelleria
     22 marzo 2019: don Pier Luigi Codazzi sarà il nuovo
     direttore della Caritas diocesana
     18 aprile 2019: don Davide Ferretti sarà “fidei donum” a
     Salvador de Bahia, in Brasile
     4 maggio 2019: don Bandirali parroco anche di S. Pietro
     al Po; don Felizietti collaboratore di Cattedrale-S.
     Imerio-S. Pietro al Po
     25 maggio 2019: il cremonese don Pierangelo Pedretti
     nominato prelato segretario generale del Vicariato di
     Roma
     26 maggio 2019: nuovi incarichi per 32 sacerdoti
     diocesani
     28 luglio 2019: mons. Quirighetti segretario di
     Nunziatura in Australia
     18 agosto 2019: nuovi incarichi per don Duranti, don
     Notarangelo, don Mainardi e don Battaini

    Il resoconto completo degli ingressi dei nuovi parroci

Presbiterio celeste

     7 gennaio 2019: decesso di padre Adriano Bolzoni
12 febbraio 2019: esequie di don Silvio Spoldi
     14 febbraio 2019: esequie di don Luciano Manenti
     5 giugno 2019: esequie di don Sante Braggiè
     9 luglio 2019: esequie don Roberto Ziglioli
     13 agosto 2019: esequie di don Giovanni Amigoni
     7 novembre 2019: esequie don Angelo Scaglioni
     23 novembre 2019: esequie di mons. Angelo Talamazzini
     2 dicembre 2019: esequie di don Pierino Macchi

           Nomine ed eventi relativi all’anno 2018

           Nomine ed eventi relativi all’anno 2017

           Nomine ed eventi relativi all’anno 2016

           Nomine ed eventi relativi all’anno 2015

Quarto         anniversario
dell’ordinazione episcopale
del vescovo Antonio
Giovedì 30 gennaio ricorre il quarto anniversario
dell’ordinazione episcopale di mons. Antonio Napolioni e del
suo ingresso in Diocesi di Cremona. Una ricorrenza preziosa
occasione per la Chiesa Cremonese per stringersi attorno al
proprio Pastore con l’affetto e la preghiera. Ad multos annos
vescovo Antonio!
Rivivi tutti i momenti dall’annuncio della nomina
             all’ingresso in Diocesi

Il   Giorno   del   ricordo
nell’Europa dei nuovi muri
Ritorna un altro Giorno del ricordo, occasione preziosa per
“conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli
italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle
loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo
dopoguerra e   della   più   complessa   vicenda   del   confine
orientale”.
Una data mai semplice da raccontare perché, a differenza di
altre tragedie del secolo scorso, sembra quasi non possedere
una memoria collettiva arricchendosi piuttosto di tante storie
intime e personali e proprio per questo più difficili da
raccontare e condividere.

Storie di uomini e donne obbligati da un giorno all’altro a
privarsi per sempre di quella parte di sè costituita dal
proprio passato per cercare di dare un futuro al proprio
presente.

In quel futuro non c’era certezza ma nemmeno possibilità di
scelta: le quotidiane violenze, le continue intimidazioni, gli
efferati assassini indicavano nella partenza l’unica strada
percorribile per sfuggire alla pulizia etnica imposta dal
regime tirino.
L’alternativa era il rischio concreto di seguire la sorte di
coloro che erano già stati gettati nelle foibe, le cavità
naturali che come ferite profonde lacerano le rocce del Carso.
In quegli abissi la luce dell’umanità sembrava sconfitta senza
possibilità di appello dalle tenebre del Venerdì Santo: in
quel buio di un dolore senza fondo si ritrovavano fratelli
nell’eternità migliaia di uomini e donne.

 Parlavano lingue diverse, erano italiani, slavi, tedeschi…:
 forse in superficie erano anche stati “nemici” ma li erano
 uniti dal comune destino di morte.

Qualcuno, nel nome dell’ideologia, ha cercato di trovare una
motivazione per quello che avvenne ricordando quello che c’era
stato prima. Ma niente e nessuno potrà mai giustificare colui
che pur si ritiene vittima nel momento in cui si fa carnefice
dei propri simili.
Nell’Europa dei nuovi muri dove ritornano a galla razzismi che
speravamo sepolti per sempre, il Giorno del ricordo assume un
duplice, fondamentale significato.
Il 10 febbraio di ogni anno, il nostro Paese, innanzitutto,
cerca di pagare parte del debito inestinguibile contratto con
questi connazionali per non essere stato capace di accoglierli
come meritavano nelle ore dell’Esodo (quasi che quel “venire
via” li rendesse colpevoli di chissà quale crimini) e per
averli poi ignorati per lunghi decenni. Un debito che impone
anche l’impegno della ricerca delle foibe ancora sconosciute e
dei documenti sul destino di coloro che scomparvero senza
lasciare traccia.

Non per antistoriche voglie di vendetta ma perché un gesto
concreto di pietà possa accompagnare per sempre la memoria dei
propri cari.

Ma quelle vicende, apparentemente lontane nel tempo,
interpellano oggi ogni uomo ed in primo luogo i credenti: ad
esse si possono tranquillamente applicare le parole che Papa
Francesco ha voluto affidare alla Chiesa nella prossima
Giornata mondiale delle comunicazioni sociali: “Nessuno è una
comparsa nella scena del mondo e la storia di ognuno è aperta
a un possibile cambiamento. Anche quando raccontiamo il male,
possiamo imparare a lasciare lo spazio alla redenzione,
possiamo riconoscere in mezzo al male anche il dinamismo del
bene e dargli spazio”.
Dove c’era il buio del Venerdì Santo penetrò la luce della
Risurrezione.

Musei Vaticani, l’anno di
Raffaello    inizia    col
capolavoro del suo maestro
Perugino
Rientra nei Musei Vaticani,     con la sua cornice e la sua
“cimasa” dalle quali era stata separata nel 1797 per le
requisizioni napoleoniche, la “Pala dei Decemviri” di Pietro
Perugino, e l’occasione è l’apertura delle celebrazioni dei
500 anni dalla morte del suo allievo, il grande Raffaello
Sanzio da Urbino. Dopo essere stata ammirata a Perugia nella
sua ritrovata unità e bellezza originariada ottobre 2019 a
fine gennaio 2020, la Pala sarà esposta nella Pinacoteca
vaticana dall’8 febbraio al 30 aprile.

Tornano insieme Madonna con Bambino e Cristo in pietà

Un’occasione imperdibile, nata dalla collaborazione tra
i Musei del Papa e la Galleria Nazionale dell’Umbria, per
ammirare anche nella Pinacoteca Vaticana la ricomposizione
della celebre Pala del maestro umbro: la tavola con la Madonna
in trono con Bambino e Santi dei Musei Vaticani reinserita
nella sua splendida cornice originale e riunita alla cimasa
raffigurante il Cristo in pietà del museo perugino.
Separati dal 1797, quando Napoleone portò a Parigi la tavola

I due dipinti, realizzati nel 1495 per la Cappella del Palazzo
dei Priori di Perugia, furono separati nel 1797, in seguito
alle requisizioni francesi che portarono a Parigi la sola
grande tavola. Cornice e cimasa furono invece lasciate nel
Palazzo. Dopo la caduta di Napoleone, la tavola non fu
restituita a Perugia ma, per disposizione di Pio VII, entrò a
far parte della Pinacoteca Vaticana.

Jatta: un’opera che fa parte della storia dei Musei Vaticani

Ricordata dal Vasari e dalle successive fonti storico-
artistiche per la sua bellezza, la Pala è firmata sulla pedana
del trono dal suo autore. Così ci presenta l’opera e la
mostra, inaugurata la sera del 7 febbraio, il direttore dei
Musei Vaticani Barbara Jatta.

             Ascolta l’intervista a Barbara Jatta

http://https://media.vaticannews.va/media/audio/s1/2020/02/07/
18/135472042_F135472042.mp3

«Questa del Perugino è una delle opere identitarie delle
nostre collezioni. Quando Luca Beltrami insieme a Pio XI
concepisce questa nuova pinacoteca la pone nella stanza
precedente al grande salone dedicato a Raffaello. Esporre
Perugino in questa occasione è un modo di fare tornare un po’
indietro anche la storia di questi Musei. l’opera arriva
grazie al soggiorno che ha a Parigi per le asportazioni
napoleoniche, ma arriva grazie a Canova quando decide di
riportare le opere, dopo la caduta di Napoleone, non nei
luoghi d’origine ma in Vaticano per una maggiore condivisione.
Tante nostre opere identitarie fanno parte di quella
riacquisizione: pensiamo a Caravaggio, pensiamo alla Madonna
di Foligno di Raffaello, pensiamo al Domenichino, grazie
all’intuizione di Canova di avere delle opere d’arte
importanti condivise all’interno del Vaticano».

Cosa ci può anticipare dell’evento molto atteso del ritorno
degli arazzi di Raffaello in Cappella Sistina?

«Sarà un’operazione unica, probabilmente irripetibile, non è
mai fatto in questo modo. Sarà veramente un modo di apprezzare
quel luogo, che è una catechesi visiva, nel massimo del suo
splendore, ma soprattutto in quella concezione era stata
voluta da Papa Leone X a completamento del forte messaggio
religioso che la Cappella Magna dei Palazzi pontifici voleva
dare».

Cosa significa Raffaello per i Musei Vaticani e          come
cercherete di omaggiarlo a 500 anni dalla morte?

«Dopo questa mostra e l’esposizione degli arazzi in Cappella
Sistina, dal 17 al 23 febbraio, a fine aprile avremo un
convegno internazionale di studi che farà punto su 37 anni di
grandi ricerche, di restauri e anche di scoperte archivistiche
avvenute tra la celebrazione dei 500 anni della nascita, nel
1983, e questo anniversario della morte. Avremo poi una mostra
fotografica molto interessante, sempre qui nella sala 17 della
Pinacoteca, della fototeca storica sulle opere di Raffaello. E
in autunno una mostra che in qualche modo terminerà le
celebrazioni. Sarà un omaggio di Papa Francesco che si
priverà, dal suo appartamento privato, di due opere importanti
che raffigurano i santi patroni di Roma, san Pietro e san
Paolo, realizzate da fra’ Bartolomeo, ma il san Pietro finito
da Raffaello, come sappiamo dalle fonti ed è evidente anche
guardando l’opera. Verranno restaurati e ricollocati in questa
sala temporaneamente, per poi ritornare a Palazzo. Infine un
progetto di riallestimento: la risistemazione della sala
ottava della Pinacoteca, quella dedicata a Raffaello, con una
nuova illuminazione, molto sofisticata sia degli arazzi che
delle pale».
Cornini: dalla bottega del Perugino, il classicismo di
Raffaello

Abbiamo chiesto a Guido Cornini, responsabile scientifico del
Dipartimento delle Arti dei Musei Vaticani, di parlarci
dell’opera di Pietro Perugino e dell’esposizione in
Pinacoteca:

             Ascolta l’intervista a Guido Cornini

http://https://media.vaticannews.va/media/audio/s1/2020/02/07/
18/135472054_F135472054.mp3

«Questa esposizione a un doppio valore: da una parte
un’operazione di alta filologia, perché, per la prima volta in
quasi 250 anni, permette il ricongiungimento qui, e poco prima
a Perugia, di una pala d’altara preziosissima dipinta da
Pietro Perugino intorno al 1496 , con una propria cimasa
ovvero l’elemento sommitale sopra la cornice con la cornice
stessa, che varie traversie storiche avevano separato. Questo
è potuto avvenire grazie alla disponibilità di uno scambio
reciproco tra i Musei Vaticani e la Galleria nazionale
dell’Umbria. Era successo che i francesi avevano fatto delle
requisizioni a Perugia come nel resto dello Stato della Chiesa
e a Roma in particolare, portandosi via le opere d’arte
destinate al Museo di Napoleone. Caduto Napoleone dopo la
sconfitta di Waterloo, i francesi dovettero restituire agli
antichi proprietari le opere d’arte. Ma questa di Perugia, in
particolare, restò da Roma perché era stato nei desideri delle
potenze che avevano appoggiato la richiesta di restituzione
del Papa, attraverso buoni uffici di Antonio Canova, di
mantenere, come già a Parigi, le opere d’arte ad una visione
pubblica, per “l’istruzione dell’estera gioventù studiosa”
come riportano in modo colorito i documenti dell’epoca. Quindi
non sono tornate nel chiuso dei palazzi e delle chiese ma sono
state allineate in un disegno storico artistico moderno. La
cornice che è un’opera di intaglio sopraffino che era rimasta
vuota per tutti questi anni».
Raffaello ragazzino e allievo di Perugino può aver visto il
maestro realizzare quest’opera?

«Quest’opera fu realizzata dal Perugino come un forte atto di
espressione civica per la sia città d’adozione Perugia, che
gli da’ il nome, anche se era nato a Città della Pieve.
Raffaello dopo essere stato istruito dal padre, pittore della
cerchia di Federico da Montefeltro, di Urbino, viene messo dal
padre a bottega dal Perugino, nel capoluogo umbro. Quindi è
certo che Raffaello abbia assistito alla realizzazione delle
opere in gestazione nella bottega fra le quali questa.
Raffaelo aveva più o meno 13 anni, e sicuramente ha fatto
tesoro di quello che vedeva in quelle occasioni, le
architetture, gli sfondi, il modo di disegnare le figure di
quel grande maestro. Proprio qui nei palazzi Vaticani i
dipinti del suo maestro il Perugino, nella Stanza
dell’incendio, saranno gli unici ad essere rispettati da
Raffaello e non essere distrutti».

Quali le particolarità di quest’opera?

«Raffigura   una   sacra   conversazione,   che   era   il   nome
convenzionale che si dava all’epoca, ad una situazione di
gruppo in cui una Madonna col bambino direttamente seduta
trono ma poteva essere anche in piedi, era circondata da santi
che variavano a seconda della devozione della chiesa alla
quale la pala era destinata. Questa invenzione stilistica si
situa intorno agli anni cinquanta del Quattrocento a Firenze
in particolare nell’ambito del Beato Angelico. 30-40 anni
dopo, all’epoca del Perugino, si è evoluta allo stadio che
vediamo. I santi riuniti con la Madonna sono san Lorenzo, san
Ludovico da Tolosa, sant’Ercolano, e san Costanzo, i patroni
della città di Perugia e quindi appropriati per la Cappella
del Palazzo Dei Priori, sede della magistratura cittadina e
del governo della città. E’ il momento più alto della
produzione stilistica del Perugino, manifesto degli stilemi
della pittura umbra di fine Quattrocento, che vediamo
trasmigrare puntualmente nel primo Raffaello come ossatura di
fondo, prima di arrivare al Raffaello classicista delle
Stanze, delle Logge e di Villa Madama».

Dottrina della Fede: presto
pronto il documento sul fine
vita
“Sono stati giorni intensi per esaminare ciò che fino ad ora
si è fatto e per programmare quello che si dovrà fare in
futuro”. A conclusione dell’assemblea plenaria della
Congregazione per la Dottrina della Fede, il segretario,
monsignor Giacomo Morandi, racconta come si sono svolti i
lavori dell’organismo della curia romana: “Abbiamo stilato un
resoconto sul lavoro svolto in campo dottrinale, disciplinare
e matrimoniale e, da quest’anno, abbiamo inserito anche i
risultati dell’azione svolta dalla IV Sezione che si occupa
dei rapporti con la Fraternità San Pio X e con gli Istituti
che erano sotto la competenza della Pontificia Commissione
Ecclesia Dei”.

             Ascolta l’intervista a mons. Morandi

http://https://media.vaticannews.va/media/audio/s1/2020/01/31/
09/135460263_F135460263.mp3

Il lavoro svolto è stato presentato a Papa Francesco?

«Certamente. Al Santo Padre abbiamo portato anche i documenti
che sono in via di attuazione e questa mattina abbiamo
presentato le conclusioni e le proposte che sono emerse
dall’incontro con i padri della Congregazione».

Papa Francesco, ieri, nel suo discorso rivolto ai membri della
vostra Congregazione che partecipavano all’Assemblea Plenaria,
è tornato a parlare del “valore intangibile della vita
umana”….

«Il nostro documento sul fine vita, in fase finale di
elaborazione, obbedisce alle sollecitazioni del Papa su questi
temi. È in linea col suo costante magistero in difesa dei
deboli e delle situazioni di precarietà che si riscontrano
nella nostra società. La Congregazione per la Dottrina della
Fede, con questo documento, darà delle indicazioni operative
per aiutare le persone a vivere il momento finale della
propria vita in modo umano e cristiano».

Il Papa sostiene anche che una società può definirsi civile se
combatte la cultura dello scarto. È un aspetto che verrà preso
in considerazione nel vostro prossimo documento sul fine vita?

«Il magistero dei papi, negli ultimi decenni, si è concentrato
spesso su due momenti di fragilità della vita umana: l’inizio
e la fine. Un’attenzione che ci è stata richiesta anche
durante molti incontri con gli episcopati mondiali nelle
visite ad limina perché, ad esempio, ci sono molte
legislazioni civili che consentono l’eutanasia o stanno
andando verso quell’obiettivo. Con il nostro documento,
invece, andiamo nella direzione della difesa della vita».

Il Pontefice ha invitato la Congregazione per la dottrina
della Fede anche a continuare con fermezza gli studi per la
revisione delle norme sui delicta graviora contenute nel Motu
proprio di San Giovanni Paolo II, e intitolato ‘Sacramentorum
sanctitatis tutela’. Un modo per difendere ancor meglio i
minori e le persone vulnerabili?

«Esattamente. La revisione, dopo circa vent’anni di attuazione
nei quali si è sperimentata la validità del Motu proprio, si
profila come necessaria. In base all’esperienza che noi
abbiamo fatto sul campo, posso dire che serve un aggiornamento
in linea anche con i diversi Motu proprio emanati su questo
tema. La revisione mira a rafforzare sempre di più la lotta
contro gli abusi e rappresenta un cammino per la
purificazione, che nella Chiesa è sempre più necessaria».

Giornata del malato, Cuamm
sul campo da 70 anni a
servizio  di  chi  ha  più
bisogno
L’11 febbraio, ricorre la 28esima Giornata mondiale del
malato: Medici con l’Africa Cuamm si unisce all’appello di
Papa Francesco per garantire a tutti l’accesso alle cure,
anche e soprattutto in Africa.

Nel suo messaggio per la Giornata Mondiale del Malato, Papa
Francesco porta l’attenzione proprio sui più poveri: «Penso ai
tanti fratelli e sorelle che, nel mondo intero, non hanno la
possibilità di accedere alle cure, perché vivono in povertà.
Mi rivolgo, pertanto, alle istituzioni sanitarie e ai Governi
di tutti i Paesi del mondo, affinché, per considerare
l’aspetto economico, non trascurino la giustizia sociale.
Auspico che, coniugando i principi di solidarietà e
sussidiarietà, si cooperi perché tutti abbiano accesso a cure
adeguate per la salvaguardia e il recupero della salute.
Ringrazio di cuore i volontari che si pongono al servizio dei
malati, andando in non pochi casi a supplire a carenze
strutturali e riflettendo, con gesti di tenerezza e di
vicinanza, l’immagine di Cristo Buon Samaritano».

Dalla Repubblica Centrafricana, dove Medici con l’Africa Cuamm
è presente dal 2018, lavorando nel Complesso Pediatrico di
Bangui, sostenuto in una prima fase proprio da Papa Francesco
attraverso l’ospedale Bambino Gesù, arriva la testimonianza di
Mariangela, infermiera. Nell’ultimo anno il complesso ha
garantito 69.176 visite ambulatoriali, 18.424 ricoveri di cui
1.456 interventi chirurgici: «Tutto l’ospedale offre un
variegato spaccato di vita africana: la vita delle famiglie
che arrivano qui è segnata dalla povertà estrema, dovuta anche
a tensioni e scontri che impediscono lo sviluppo di Bangui e
di tutto il Paese. In ospedale c’è tanta confusione, gente che
va e che viene, infermieri al lavoro, medici che visitano,
bambini che piangono. Molti piccoli pazienti rimangono nei
loro letti in attesa, con uno sguardo quasi spento,
rassegnato. I più vispi e curiosi si aggirano tra i letti
delle stanze, ignari del significato del loro stare in
ospedale. I piccolissimi stanno pacifici in braccio ai
genitori, le mamme sedute accanto ai loro bambini: chi
allatta, chi chiacchiera con la vicina di letto, chi mangia,
chi sistema i propri oggetti portati da casa. Non manca il
pianto quando un bimbo non ce l’ha fatta, ma si va avanti:
ogni giorno, un nuovo giorno. È proprio il sorriso ignaro dei
piccoli pazienti che porta gioia in queste giornate e penso
che per tutti noi sia una grande ricarica, il motivo
dell’essere qui e del continuare a camminare, insieme».

«Nel suo messaggio per la Giornata Mondiale del Malato –
afferma don Dante Carraro, direttore di Medici con l’Africa
Cuamm – Papa Francesco, accanto all’appello per la giustizia
sociale, ricorda proprio la figura dei volontari, che sono
anche l’anima e la forza della nostra organizzazione. Il Cuamm
da 70 anni ha a cuore il lavoro e la fatica quotidiana per la
salute dei più poveri in Africa. È questa la nostra vita, la
passione che ci anima e per questo sentiamo forte la
responsabilità delle sfide che abbiamo davanti: continuare ad
aiutare in Africa le mamme e i bambini, contrastare
malnutrizione, Aids, Malaria, Hiv e malattie croniche, formare
infermieri, ostetriche e giovani medici di domani. In questi
giorni Padova, che è la città da cui è partita la grande
avventura di Cuamm, ha aperto il suo anno di Capitale Europea
del Volontariato: penso sia bello quindi ricordare anche oggi
il legame forte e generativo che lega fede, amore per il
prossimo e spinta al volontariato».

È possibile sostenere il lavoro di Medici con l’Africa Cuamm
con una donazione su c/c postale 17101353 e online su
www.mediciconlafrica.org.

MEDICI CON L’AFRICA CUAMM

Nata nel 1950, Medici con l’Africa Cuamm è la prima Ong in
campo sanitario riconosciuta in Italia e la più grande
organizzazione italiana per la promozione e la tutela della
salute delle popolazioni africane. Realizza progetti a lungo
termine in un’ottica di sviluppo, intervenendo con questo
approccio, anche in situazioni di emergenza, per garantire
servizi di qualità accessibili a tutti. Oggi Medici con
l’Africa Cuamm è impegnato in 8 paesi dell’Africa sub-
Sahariana    (Angola,   Etiopia,    Mozambico,    Repubblica
Centrafricana, Sierra Leone, Sud Sudan, Tanzania, Uganda) con
oltre 2.200 operatori sia europei che africani; appoggia 24
ospedali, 64 distretti (per attività di sanità pubblica,
assistenza materno-infantile, lotta all’Aids, tubercolosi e
malaria, formazione), 3 scuole infermieri e 1 università (in
Mozambico).

Nella Giornata del Malato il
Papa affida a Maria tutti i
sofferenti
L’11 febbraio giorno in cui la Chiesa celebra la festa della
Beata Vergine Maria, Madonna di Lourdes, e la 28.ma Giornata
Mondiale del Malato, Papa Francesco sul suo account twitter
@Pontifex, affida “Alla Vergine Maria, Salute dei malati”,
“tutte le persone che stanno portando il peso della malattia,
insieme ai loro familiari e agli operatori sanitari”. A tutti,
“con affetto” il Papa assicura la sua “vicinanza nella
preghiera”.

Nel Messaggio per questa giornata, pubblicato il 3 gennaio
scorso, Francesco si ispira alle parole di Gesù riportate nel
Vangelo di Matteo: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e
oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11, 28). Parole che
rivelano l’atteggiamento misericordioso di Gesù verso
l’umanità ferita, il suo sguardo che arriva in profondità, che
accoglie e che guarisce con tenerezza.

Cura del corpo, ma anche di tutta la persona

Nel testo, il Pontefice pone l’accento sull’approccio corretto
al malato, che richiede non solo la cura del corpo, ma anche
il “prendersi cura” della persona e anche della sua famiglia,
fiaccata dalla prova. Per questo invita i medici e gli
operatori sanitari ad aprirsi al trascendente davanti al
limite della scienza, a “rimanere coerenti” al sì alla vita e
alla persona.

Nessun cedimento ad eutanasia e suicidio assistito

“Il vostro agire – scrive Papa Francesco rivolgendosi al
personale sanitario ma anche ai volontari – sia costantemente
proteso alla dignità e alla vita della persona, senza alcun
cedimento ad atti di natura eutanasica, di suicidio assistito
o soppressione della vita, nemmeno quando lo stato della
malattia è irreversibile”.

Garantire le cure ai poveri è giustizia sociale

Il Papa esorta anche i governi e le istituzioni a garantire le
cure ai più deboli e ai più poveri in nome di una giustizia
sociale, ringraziando soprattutto i volontari che, ad immagine
del Buon Samaritano, suppliscono a carenze strutturali con
gesti di vicinanza e tenerezza.

Don     Angelelli    (Cei):
“Diventare missionari nei
luoghi    di  fragilità   e
sofferenza”
“Il tema scelto dal Santo Padre per la Giornata mondiale 2020
è un messaggio di speranza, anzitutto per i malati, ma anche
per tutti i credenti e per l’umanità intera”. Ne è convinto
don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio nazionale per la
pastorale della salute della Cei. Il prossimo 11 febbraio,
memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes,
ricorre la XXVIII Giornata mondiale del malato, e Papa
Francesco, nel suo messaggio, sceglie come tema l’invito di
Gesù “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e
io vi darò ristoro” (Mt 11,28).

Don Angelelli, come “leggere” questo invito?
Gesù è quell’incontro, quella relazione che ci sostiene nel
nostro cammino, e l’invito è a tutti i cristiani a

 diventare missionari nei luoghi di sofferenza e difficoltà
per portarvi l’annuncio e la presenza di Gesù e della Chiesa.
Questo versetto del Vangelo costituisce una grande opportunità
per recuperare la ragione stessa del nostro esistere, segnato
dalla fragilità quale condizione antropologica naturale e
condivisa. Siamo stati illusi dalla proposta di modelli di
superuomini e superdonne in grado di affrontare ogni sfida, in
realtà inesistenti perché la fragilità è una condizione
esistenziale, e quando essa a causa della malattia si
trasforma in vulnerabilità, è arrivato il momento di andare
incontro a quella sorgente di sollievo e consolazione che è
Gesù. E un’icona relazionale perché invita all’incontro: ad
una relazione forte: con Cristo anzitutto, ma anche tra noi
perché malattia e sofferenza non devono essere vissute da
soli. Solo uscendo da solitudine e isolamento è possibile
trovare un senso alle proprie ferite.Qui la comunità cristiana
è chiamata a farsi prossimo a chi soffre, a farsi locanda del
Buon samaritano.

Relazione quale fondamento di quel “prendersi cura” che va
oltre il “curare”?
Il curare inteso come prassi medica per risolvere la patologia
non è sufficiente. Le persone hanno bisogno di umanità,
sollecitudine, attenzione. Un nodo cruciale oggi in sanità, ma
anche nel vissuto di molti medici e infermieri, è
l’impossibilità, a causa della mole e dei ritmi di lavoro, di
stabilire una relazione con il paziente. Inoltre, i giovani
che si preparano ad essere i futuri professionisti della
salute non vengono educati alla relazione; per molti anni è
stata anzi rimossa la dimensione empatica, viceversa
necessaria alla relazione con il paziente. L’operatore
sanitario non si pone di fronte ad un organo o ad una
malattia, ma ha di fronte una persona. Per questo l’obiettivo
dei sistemi e delle strutture di cura non può più essere la
mera soluzione della patologia ma la

 presa in carico globale della persona.
Quando però lo stato della malattia è irreversibile, inizia a
farsi strada nell’opinione pubblica l’idea di una sorta di
legittimazione di atti volti a sopprimere la vita in nome del
cosiddetto principio di autodeterminazione.
Alcune malattie sono purtroppo inguaribili, ma

 non esistono persone incurabili.

Questo principio ricolloca medicina e scienza medica nella
giusta prospettiva assicurando agli operatori sanitari quella
libertà di coscienza che è il giusto e coerente equilibrio tra
l’apparato valoriale del medico e le esigenze del malato. In
questo ambito la piena dignità della cura consiste nella piena
dignità del malato, che deve essere accompagnato nell’assoluta
libertà del medico e dell’infermiere di poter operare in
coscienza. Nella consapevolezza che la vita è un bene
inviolabile e indisponibile.

Il discorso sul fine vita apre il capitolo delle cure
palliative, in Italia non garantite di fatto a tutti.
A 10 anni dalla sua promulgazione, la legge 38/2010 è una tra
le meno applicate nel nostro ordinamento. E’ poco conosciuta,
poco promossa e sottofinanziata, ma al di là del finanziamento

 manca una cultura della palliazione,

sia in molti operatori sanitari, sia nella popolazione spesso
inconsapevole di questo suo diritto sancito dalla legge. Di
qui il nostro impegno di sensibilizzazione culturale anche nei
confronti delle Regioni laddove questa dimensione è
sottovalutata. In determinate condizioni di malattia

 è un diritto del cittadino ricevere cure palliative; è un
 dovere morale per noi assicurarle.

Sappiamo infatti che se una persona è accompagnata con
competenza nel tratto terminale della sua vita, sollevata dal
dolore e in un contesto amorevole, accogliente e di piena
dignità, non chiede di abbreviare la propria esistenza.

Vittorio Bachelet. Il figlio
Giovanni: “Se fosse vivo, ci
inviterebbe a rendere il
nostro tempo più libero, più
giusto, più umano”
Sono passati quarant’anni dal 12 febbraio 1980,
quando Vittorio Bachelet fu ucciso all’Università di Roma La
Sapienza, dove insegnava Diritto alla Facoltà di Scienze
politiche. Bachelet era vice presidente del Consiglio
superiore della magistratura ed era stato presidente di Azione
Cattolica dal 1964 al 1973. Per ricordarlo abbiamo
intervistato il figlio Giovanni.

Che ricordo ha di suo padre?

Me lo ricordo come un papà molto paziente e molto capace di
ascoltare, ma anche di dare un’impronta, di guidare, non tanto
con le prediche, quanto con l’esempio, con i fatti più che con
le parole, mostrandomi, concretamente, che diamo la migliore
testimonianza cristiana o democratica o sociale quando siamo
credibili     come   persone,     come   lavoratori,     come
professionisti.Le attività di volontariato, di impegno
sociale, politico, religioso non possono essere una
compensazione di quello che non riusciamo a fare nella nostra
vita familiare o professionale.
Il nostro primo modo di rispondere alla vocazione di Dio
 nella nostra vita e di servire il Paese è quello di fare bene
 il nostro dovere.

Questa è una delle cose importanti che, in un mondo per tanti
versi cambiato rispetto ai tempi di mio padre, mi piacerebbe
aver trasmesso ai miei figli e saper trasmettere ancora oggi
ai miei nipotini.

Cosa ha rappresentato per la sua vita l’assassinio di suo
padre?

Allora, purtroppo, era un evento non rarissimo la morte
violenta nel corso di attentati terroristici o di violenze:
c’erano bombe sui treni, nelle banche, omicidi. È difficile
ricordare ai ragazzi di oggi quel clima perché per fortuna non
c’è più da molti decenni.Ai tanti che si lamentano del
presente, quelli che il mio papà e, prima ancora, Giovanni
XXIII avrebbero chiamato “profeti di sventura” e che
considerano il passato sempre migliore, ricorderei quel tempo
in cui ogni settimana veniva ammazzato qualcuno, un momento di
grande pericolo per le istituzioni, per la democrazia
rappresentativa che allora era disprezzata e considerata una
specie di orpello inutile del capitalismo, della
borghesia.Oggi, forse, non riusciamo ad apprezzare e vivere
con entusiasmo questi doni della libertà e delle elezioni
libere dei propri rappresentanti: la ragione, probabilmente, è
che quei tempi brutti sono passati, siamo tornati a una
fisiologia della democrazia, difficile, ma pur sempre meno
difficile di quegli anni.

Come giudica i rigurgiti antidemocratici attuali?

Io credo che siano diversi. Mio padre forse direbbe che ogni
tempo ha le sue difficoltà da conoscere, che non bisogna
adeguarsi alle mode del momento, ma che è necessario studiare
il proprio tempo per poterlo trasformare e gettarvi dentro
qualche seme buono di Vangelo o di principi di convivenza
democratica. Ma non solo. Una volta mio padre disse: “Questo
nostro tempo non è meno ricco di generosità, di bontà, di
senso religioso, di santità, perfino, di quanto lo fossero i
tempi passati”. In ogni tempo c’è una riserva di bontà e ci
sono problemi da risolvere, basta affrontarli con coraggio,
con serenità, con fiducia negli uomini che Dio ama, come il
mio papà, da cristiano, ha sempre creduto: il Signore guida la
nostra vita e la storia, attraverso tutte le difficoltà ci
porta a un approdo di gioia e di bene.Il mondo di oggi è molto
diverso da allora, ma restano in agguato l’odio e la
menzogna.Ai tempi di mio padre sarebbe stato inconcepibile
negare l’Olocausto o dire pubblicamente: “Mandiamo gli ebrei
ai forni crematori” oppure “Buttiamo a mare tutti gli
immigrati”. Quanto avviene oggi fa spavento sia in sé, sia
perché negli anni di piombo prima sono iniziati i proclami di
tipo ideologico e poi sono arrivati, piano piano, i sassi, le
spranghe, le bombe molotov, le pistole.

 È necessario, pertanto, vigilare sempre.

Ma anche rallegrarsi di opportunità allora impensabili che a
mio padre piacerebbero di sicuro: non ci spariamo per strada,
non c’è più una divisione del mondo in blocchi, si può
comunicare con tutti in tempo reale, il nostro Paese un tempo
abbandonato da tanti dei nostri in cerca di lavoro diventato
meta di speranze e sogni per tanti altri più poveri di noi,
terra promessa per uomini e donne di ogni colore e religione.
A papà piaceva una canzone degli anni Sessanta che diceva “Di
che colore è la pelle di Dio?”.Se fosse vivo forse ci
esorterebbe alla speranza e all’azione: ci direbbe che
dobbiamo studiare il nostro tempo, amarlo e cercare di
renderlo ancora più libero, più giusto, più umano.

Lei al funerale di suo padre usò la parola perdono nei
confronti dei suoi assassini…

Anche altre famiglie, in quegli anni, nelle stesse condizioni
dissero cose simili a quanto affermato dalla mia famiglia.
Forse, le mie parole fecero scalpore perché era un momento
particolarmente drammatico e c’erano tante telecamere, ma in
Italia c’era e c’è ancora un humus cristiano e noi abbiamo
detto solo quello che ci hanno insegnato al catechismo: la
buona notizia dell’amore di Dio per noi, che spinge anche noi
a perdonare agli altri così come noi speriamo di essere
perdonati da Lui.

 Un messaggio antico eppure sempre nuovo meraviglioso e
 dirompente per ogni nuova generazione.

Oggi si parla tanto di giustizia riparativa: che ne pensa?

Non sono sicuro di essere abbastanza informato in proposito,
posso raccontare la mia esperienza. Sono stato parlamentare
dal 2008 al 2013; in quella stessa legislatura c’erano altre
due familiari di vittime delle Br, Olga Di Serio, moglie di
Massimo D’Antona, e Sabina Rossa, figlia di Guido: insieme
abbiamo presentato una piccola proposta di legge, che aveva a
che fare con una strana usanza dei giudici di sorveglianza,
che, sulla base di una disposizione del Codice penale, per
concedere a chi aveva già scontato 26 anni di carcere i
benefici della legge sulla libertà condizionale pretendeva che
ci fossero incontri certificati tra parenti delle vittime e
condannati per omicidio. Noi non vedevamo molto bene questa
prassi: se questo tipo di incontri avviene spontaneamente,
lontano dai riflettori e su iniziativa di tutti gli
interessati, è cosa bellissima; prevederlo invece come
strumento ordinario di pacificazione e di giustizia è un po’
pericoloso se confonde il ruolo laico e imparziale della
giustizia con i rapporti interpersonali, a volte anche
costruttivi e edificanti, fra colpevoli e parenti di vittime,
o peggio li mette sullo stesso piano. Quel che abbiamo
proposto nel nostro disegno di legge era di sostituire il
“sicuro ravvedimento” con il “completamento del percorso
rieducativo”.Non può la giustizia umana valutare l’animo, come
può fare solo il Padreterno, e nemmeno dovrebbe costringere un
poveretto a cui hanno ammazzato un parente a incontrarsi a
tutti i costi con il suo omicida.Questo però non vuol dire che
fra messaggio cristiano e giustizia non ci sia nessun nesso.
L’articolo 27 della Costituzione, secondo cui il fine della
pena deve essere la rieducazione del detenuto e mai andare
contro il senso di umanità, è figlio sia dei principi laici
dello stato di diritto sia dei principi cristiani che
ispiravano una gran parte dell’Assemblea costituente.
L’organizzazione ufficiale di incontri tra parenti di vittime
e assassini mi lascia insomma perplesso. Lo capirei se
avessimo alle spalle una guerra civile, ma non è così: alcuni,
come mio padre, sono morti proprio perché non si sentivano in
guerra con nessuno, non volevano la scorta, pensavano che si
dovesse combattere la violenza continuando a fare il proprio
lavoro e confidando nelle armi ordinarie della democrazia.

 Chi sostiene che in quegli anni di piombo ci fosse la guerra
 civile fa un imbroglio culturale.

Non c’erano due fronti contrapposti, non c’era nessuna
simmetria e sarebbe davvero paradossale riscrivere
quarant’anni dopo una storia che riconosca alle Brigate Rosse
o ai neofascisti degli anni Settanta una dignità di
combattenti di qualche guerra che non c’è mai stata. Erano
criminali politici che grazie all’ordinamento costituzionale
italiano hanno scontato la loro pena e in moltissimi casi sono
tornati ad essere uomini.

Oggi sente ancora vicino suo padre?

Per chi crede nella comunione dei santi, come ogni domenica
diciamo recitando il Credo, l’amore è più forte della morte:
vivi e morti rimangono uniti nell’amore di Dio, nel pane e nel
vino di Gesù.Si era uniti da vivi nella preghiera anche quando
si era lontani; anche oggi, nella messa, quando preghiamo e
facciamo la Comunione, ci sentiamo e siamo ancora tutti uniti,
con papà, con i nonni e con gli altri che non ci sono più,
proprio come quando, da bambini e da ragazzi, pregavamo
insieme prima di dormire o eravamo tutti insieme a tavola.

Imperdonabili? Domenica a
Pandino prosegue il percorso
per i giovani della Zona 1
Imperdonabili? Questo il titolo del nuovo incontro per i
giovani della zona pastorale 1, domenica 16 febbraio, alle
20.45 all’oratorio di Pandino. A guidare la riflessione sarà
la psichiatra Silvia Landra della casa circondariale di
Bollate, che aiuterà a leggere le varie sfaccettature del
perdono che ha modo di toccare con mano ogni giorno nel
carcere milanese. A tracciare il filo rosso tra le serate,
l’esortazione apostolica Christus vivit che stimolerà
ulteriormente la riflessione.

L’appuntamento è dalle 19.45 con possibilità di iniziare in
modo informale la sera con l’apericena.

                         Locandina
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