IL FUTURO È GIÀ QUI. Un'Europa sociale in risposta a dubbi e scetticismi - DANIELE VIOTTI

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IL FUTURO È GIÀ QUI. Un'Europa sociale in risposta a dubbi e scetticismi - DANIELE VIOTTI
DANIELE VIOTTI             Dal bilancio all’alternativa. Da costruire insieme.

IL FUTURO
È GIÀ QUI.
Un’Europa sociale in risposta
a dubbi e scetticismi.

UNA GUIDA PER CAPIRE IL BILANCIO EUROPEO
IL FUTURO È GIÀ QUI. Un'Europa sociale in risposta a dubbi e scetticismi - DANIELE VIOTTI
IL FUTURO È GIÀ QUI. Un'Europa sociale in risposta a dubbi e scetticismi - DANIELE VIOTTI
DANIELE VIOTTI

IL FUTURO È GIÀ QUI.
Un’Europa sociale in risposta a dubbi e scetticismi.

Dal bilancio all’alternativa. Da costruire insieme.    p. 4
Cos’è il bilancio europeo?                             p. 18
Daniele Viotti                                         p. 24

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IL FUTURO È GIÀ QUI. Un’Europa sociale in risposta a dubbi e scetticismi.

DAL
BILANCIO
ALL’ALTERNATIVA.
DA COSTRUIRE
INSIEME.

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IL FUTURO È GIÀ QUI. Un'Europa sociale in risposta a dubbi e scetticismi - DANIELE VIOTTI
Dal bilancio all’alternativa. Da costruire insieme.

  Q       uando mi hanno proposto di entrare nella Commissione Bilanci non ho nascosto un
          certo scetticismo. Prima di tutto, non mi ero mai occupato di un bilancio e mi sembrava
un lavoro molto tecnico, più indicato a un esperto di economia o di giurisprudenza che non a
un laureato in Scienze politiche come me. In seconda battuta, ero spaventato dal compito che mi
sarebbe toccato. Insomma, stiamo parlando dell’intero bilancio dell’Unione Europea. Un’astro-
nave enorme da circa 150 miliardi di euro, che bisogna saper gestire proprio perché è da quel tipo
di lavoro che si determinano gli investimenti, le ricadute e, più in generale, il comportamento
dell’istituzione Europa.
   Poi ,però, ho capito che si trattava di un’opportunità più unica che rara. E sono anche stato
scelto come relatore al bilancio generale dell’Ue per il 2019. Quella che sembrava la commissio-
ne più tecnica di tutte, quello che pareva essere il ruolo più burocratico possibile, si è rivelato esse-
re il terreno più politico. E, soprattutto, politica nel senso più alto del termine. Ovvero quel tipo
di insieme di azioni capaci di determinare davvero un cambio di paradigma e una nuova visione
delle cose. Insomma, parafrasando José Mourinho, chi sa tutto di bilancio, non sa niente di bi-
lancio. Per andare a influire davvero sulla vita dei cittadini è più utile essere un politico, avere una
chiara visione delle cose e sapere come usare quelle linee e quegli espedienti tecnici per cambiare
traiettoria. Non è stato facile adattarsi e imparare, anche perché arrivo da giovane eurodeputato a
confrontarmi con ex ministri e presidenti del consiglio, ma più sono andato avanti, più ho capito
che è nella Commissione Bilanci che si prendono le decisioni importanti. Siamo silenziosi - del
resto, mentre le altre commissioni possono fare dichiarazioni tutto l’anno, noi siamo al centro
della scena solo in autunno, quando lo dobbiamo approvare ‘sto benedetto bilancio, appunto -
ma ci siamo e lavoriamo per voi anche in tutti gli altri mesi.
   Ho scritto questo libro per provare a spiegarvi cosa succede in quelle oscure e noiose riunioni
che facciamo ogni settimana a Bruxelles. Come determinano le scelte e le politiche le decisioni
di spostare fondi da una linea di bilancio all’altro. Cosa succede nei delicatissimi rapporti tra
Parlamento, Commissione europea e Consiglio. Ma quello che mi preme è cercare con voi di
fare un passo ulteriore. Che parta dal bilancio per abbracciare l’idea stessa di Europa. In fondo,
ogni anno, il bilancio ha un relatore, e questo relatore può essere di una famiglia politica diver-
sa. Quindi ci sono le dovute differenze tra un bilancio redatto da un relatore popolare, da uno
liberale e da uno socialista. Poi c’è la conciliazione tra la posizione del Parlamento, quella della
Commissione - in genere molto aperte, di prospettiva e “laiche” verso gli investimenti e le pro-
poste di fondi aggiuntivi - e gli Stati membri, rappresentati dal Consiglio, la cui unica funzione
è sostanzialmente quella di tagliare e limitare. Ma in questo compromesso, c’è una differenza tra
un bilancio con un relatore popolare (quindi più conservatore), uno liberale (e quindi più atten-
to al mercato) e uno socialista (che cerca quindi di essere più attento alle questioni sociali). Qui
voglio raccontarvi la via socialista al Bilancio, cercare di spiegare le differenze che possono esserci
e, soprattutto, dove vogliamo andare come famiglia politica europea di sinistra.

IL LUNGO ITER DEL BILANCIO UE

  H      o iniziato illustrandovi la procedura di conciliazione. Quel rito che il presidente della
         Commissione, il liberale francese Jean Arthuis, non ha esitato a definire “barocca” (e
stiamo parlando di un politico francese, uno che quando si alza e fa le dichiarazioni ufficiali
nell’aula del Parlamento ha uno standing che va da Napoleone a Charles De Gaulle, per dire che
di barocco se ne intende) ed è in realtà estremamente prevedibile. Sia dal punto di vista tecnico
e formale, sia da quello politico. Funziona pressapoco così: a marzo il Parlamento europeo inizia

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a dare le sue indicazioni ovviamente apertissime e con tantissimi soldi. Diciamo quanto è bella
l’Europa, quanto sarebbe bello il destino del mondo se ci fosse più Europa e quanto staremmo
meglio se l’Europa si comportasse in modo più aperto, sociale e equo… Insomma, per davvero
dalla parte dei cittadini. A maggio arriva la proposta della Commissione, che è sempre una pro-
posta molto dialogica e rispettosa delle nostre indicazioni politiche e delle richieste economiche
che facciamo. Del resto, se la Commissione europea non fosse europeista ci sarebbe un lievissi-
mo problema di contraddizione in termini. Inoltre, considerando la presenza di Jean-Claude
Juncker, sul cui operato qui non voglio discutere ma di cui è indubbio lo spiccato e apertissimo
europeismo, e il lavoro di Commissari come l’ex vice-presidente con delega ai bilanci Kristalina
Georgieva - attualmente Direttore generale della Banca internazionale per la ricostruzione e lo
sviluppo e della Agenzia internazionale per lo sviluppo - e il suo successore, il popolare tedesco
Günther Oettinger, si può lavorare e dialogare molto bene. Poi, in estate, verso luglio, arrivano i
tagli del Consiglio (l’insieme dei Capi di Stato e di Governo).
   Se da un lato abbiamo un Parlamento europeo che ci prova davvero a fare la propria parte (e
non dimentichiamo che siamo l’unica istituzione eletta direttamente dai cittadini); e dall’altra
abbiamo una Commissione europeista, a favore di maggiori investimenti, la cui volontà è dav-
vero costruire un continente più autenticamente federato pungolando gli Stati membri, in terza
battuta c’è un organo, il Consiglio, che non ha nessuna intenzione di allocare più risorse.
   A questo punto inizia quel balletto estenuante che si traduce nella procedura di conciliazione. Il
rito “barocco” di cui sopra. Si fanno tantissime riunioni che sappiamo benissimo essere inutili e da
cui tutti usciranno con la stessa identica posizione con la quale sono entrati. Riunioni estenuanti,
in cui si litiga e niente cambia. Fino all’ultimo giorno utile per l’approvazione del bilancio, quello
da cui non possiamo scappare. Un giorno in cui a quanto pare siamo obbligati a fare la nottata - da
quando siedo a Bruxelles è sempre andata così e tutto mi fa pensare che sarà così ogni anno - per-
ché se no probabilmente non ci sentiamo con la coscienza a posto. Insomma, sembra quasi che
il bilancio dell’Unione Europea venga approvato ogni anno più per sfinimento che per altro. E
purtroppo il Parlamento europeo, che deve infine approvarlo con il voto dell’aula di Strasburgo, si
trova a rinunciare ad alcune delle sue richieste. Questo perché il Consiglio, che funziona come una
specie di “camera alta”, ha potere di veto. Il che ci porta a un altro discorso, che tra l’altro ci fa capire
molto bene come non sia del tutto vero tutto ciò che viene raccontata sull’Europa.
   Quando vi dicono che «È colpa dell’Europa» (ma di cosa? Ma di tutto, che domande) vi
stanno dicendo una cosa non vera. Questo perché l’Europa, in quanto tale, e per come è entrata
nel discorso politico, non esiste. Dire “Europa”, vuol dire usare una categoria del pensiero molto
facile, ma che evidentemente riduce un pensiero molto più complesso. Perché come diceva quel
tale, la situazione è sempre un po’ più complessa.
   Prendersela con l’Europa come entità astratta non vuol dire niente. In realtà, quando ci si la-
menta dell’inefficienza e l’inadempienza dell’Europa nel rispondere alle situazioni d’emergenza
e alle richieste autentiche dei cittadini ci si dovrebbe lamentare proprio con i Governi nazionali.
Insomma, ci fosse onestà intellettuale, i Governi che attaccano l’Europa dovrebbero attaccare
loro stessi. È un cortocircuito cognitivo, ma se mi seguite nel ragionamento lo troverete logico e
funzionale. Ve lo spiego con un esempio. Quando c’è stata la crisi dei profughi siriani, quando la
cosiddetta Europa si è trovata a dover approntare un piano di emergenza per la rilevazione delle
persone in tutto il continente, noi abbiamo fatto tutto il lavoro in tempi davvero strettissimi (me
lo ricordo, c’ero: stavamo finendo una Commissione Bilanci quando è arrivata la notizia e, in
quel momento, ci siamo messi lì con carta e penna facendo proprio i cosiddetti conti della serva
per provare a risolvere immediatamente la situazione cercando di capire quanti soldi potevamo
far uscire). C’erano già le coperture economiche e la Commissione aveva fatto il suo lavoro poli-

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tico. Poi, però, gli Stati membri hanno bloccato tutto per ragioni di politica interna - e non sto a
spiegarvi qui quanto quello dell’immigrazione sia uno dei più grandi temi di dibattito contem-
poraneo per la ricerca di consenso - e hanno lasciato incompleto il processo di ricollocazione.
Quindi, gli Stati membri attaccano l’Europa accusandola di inefficienza per non aver portato
a termine procedure che gli stessi Stati membri non hanno voluto portare a termine sfruttando
il diritto di veto di cui dispongono in Consiglio o, addirittura, non rispettando le direttive e le
decisioni incorrendo in sanzioni che tanto qualcuno prima o poi pagherà.
   I cittadini, paradossalmente, non dovrebbero lamentarsi dell’Europa, ma dei loro stessi gover-
nanti nazionali.

INVESTIRE SULL’EUROPA, INVESTIRE SUL FUTURO

  C     ’è quindi bisogno di una nuova pedagogia europea, di un nuovo racconto. Abbiamo bi-
        sogno di una nuova cultura europea e di smettere di legare tutto solo ed esclusivamente
a discussioni aride e sterili sui soldi. E lo dico io che sto in Commissione Bilanci! Una delle di-
scussioni più stupide che si possano fare sull’Europa è quella sul dare/avere: quanti soldi diamo
all’Europa e quanti soldi riceviamo? Insomma, il grande cavallo di battaglia degli euroscettici. Vi
faccio una domanda retorica: siamo così sicuri che questo tipo di discussione possa essere fatta
solo ed esclusivamente secondo termini economici? Mi dite quando, di preciso, abbiamo trasfor-
mato la politica in mera ragioneria? Lo chiedo a ragion veduta perché sono convinto sia il caso,
in realtà, di valutare gli investimenti e le ricadute anche in termini immateriali. Prendiamo in
considerazione, ad esempio, le opportunità, l’apertura, la prospettiva futura che siamo in grado
di dare grazie alle possibilità europee. Possibilità che, semplicemente, non si possono calcolare.
E che forse sono incalcolabili ma esistono proprio perché esiste l’Europa. Voi che valore dareste
alla possibilità di poter prendere un aereo da Torino, Bergamo, Lamezia Terme, Bologna, Bari,
dove volete, e andare in una grande città europea spendendo una cifra ridicola? Che valore da-
reste a questo tipo di apertura resa possibile dalla liberalizzazione delle compagnie aeree? Che
valore date alla possibilità di poter andare da casa vostra a Berlino, a Parigi, a Stoccolma senza
nessun tipo di problema e con una cifra tutto sommato contenuta? Che valore date alla qualità
degli spostamenti con i treni ad alta velocità che collegano le grandi città d’Europa - comprese
le nostre Milano e Roma - e che sono possibili grazie alla cultura della concorrenza? Che valore
date all’abolizione del roaming, che vi permette di poter usare lo smartphone ovunque? Che
valore date all’opportunità che hanno le piccole e medie imprese di poter vendere e far circolare
liberamente le proprie merci senza pagare dazi doganali?
   Sono vantaggi che non si possono calcolare, ma sono traiettorie culturali di cui dobbiamo
tenere conto per costruire il futuro.
   Del resto, è anche una chiara indicazione politica. Mentre le forze politiche più retrograde
e conservatrici stanno soffiando sull’odio, proponendo una politica fatta di paura, chiusura e
ritorno ai confini di un passato remoto che mai avremmo voluto vedere di nuovo, il dibattito
intellettuale si sta muovendo verso la considerazione di una sempre maggiore connettività e di
una sempre maggiore interconnessione per costruire un futuro in cui, alla lunga, si riducono ogni
tipo di disuguaglianze. È la tesi alla base, ad esempio, di uno dei più importanti e significativi
saggi usciti negli ultimi tempi: Connectography di Parag Khanna.
   Per questo sono convinto che l’unica soluzione sia quella di avere ancora più Europa. Di chie-
dere ancora più Europa. Di battere i pugni sul tavolo non per dare meno soldi all’Europa, ma
per darne di più. Perché investire nell’Europa è l’unico modo che abbiamo per poter investire

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degnamente - e tutti insieme - sul futuro.
   Questo perché abbiamo bisogno di grossissimi investimenti in infrastrutture materiali e im-
materiali, ad esempio. Ammodernare le reti ferroviarie minori e periferiche (quindi non pensare
solo alle linee ad alta velocità, ma a quelle dei pendolari e di chi vorrebbe sinceramente fare a
meno della propria automobile: ci torneremo). Far sì che ogni investimento sia anche un investi-
mento verso un’Europa più sostenibile e più sensibile alle tematiche ambientali.
   Non dimentichiamoci che l’Europa ha tra i suoi punti cardini il rispetto sempre maggiore
dell’ambiente. E anche qui siamo nel campo di quello che non possiamo calcolare.
   Quanto vale un’Europa che ti permette di vivere nel continente in cui il cibo è il più sano e
controllato del mondo? Un continente che mette le industrie nelle condizioni di rispettare de-
terminate condizioni e, quindi, avere più restrizioni per inquinare sempre meno (e questo sem-
mai apre un’altra discussione sulla concorrenza sleale che arriva da altri Paesi con legislazioni più
leggere e permissive)? Insomma, quanto vale la possibilità di vivere nel continente in cui si vive
meglio, si invecchia di più e ci sono le migliori condizioni per vivere? Quanto vale la possibilità
di potersi curare in qualsiasi ospedale di qualsiasi Stato dell’Unione facendo sì che siano le reci-
proche mutue ad accordarsi? Non possiamo metterlo a valore, è un bene incalcolabile che ha reso
migliore la nostra vita nel quotidiano. E fa parte di quelle cose cui nemmeno fai più caso perché
lo si dà per scontato. Se non ci fosse più, improvvisamente, quello sì che sarebbe un problema.
   Fare il calcolo del dare/avere, dicevamo, è stupido.

DALLA “PRESENTIFICAZIONE” DELLA POLITICA
ALLA COSTRUZIONE DI UN NUOVO SOGNO EUROPEO

  U      n giorno un mio amico mi ha chiesto se tutti quei partiti euroscettici, quelle famiglie
         politiche che propongono referendum contro l’Unione Europea, se tutte quelle persone
che passano il tempo ad attaccare le istituzioni sono consapevoli di tutto questo discorso che ho
fatto sui beni immateriali e le grandi possibilità che arrivano dall’Europa, dalla concorrenza e
anche dal mercato unico - e se quindi il loro processo politico è strumentale e intellettualmente
disonesto - o se semplicemente non ci fanno caso.
   Ovviamente tutti loro sanno perfettamente quanto vale l’Europa, e sono consapevoli che i
loro discorsi sarebbero controproducenti soprattutto per il loro elettorato (pensate solo alla Lega
Nord e agli imprenditori che la votano: dove pensate sia il grosso del loro export?). Infatti, se ci
fate caso, al netto di una preoccupante persistenza dei discorsi autonomisti, dei discorsi indipen-
dentisti e dei discorsi atti a disgregare l’Unione Europea (resto convinto che la più grande colpa
politica di David Cameron sia quella di aver avallato il referendum sulla Brexit e di aver quindi
dato il “La” a tutti i prossimi referendum che i Paesi euroscettici proporranno), ci sono sempre
meno discorsi contro l’Euro - legati se mai a questioni folcloristiche - e nessuno attacca il mercato
unico. Pensate che addirittura Theresa May ha dichiarato di voler tenere l’Inghilterra dentro il
mercato unico.
   È chiaro, quindi, che tutto questo discorso si fa in modo strumentale. È politica. I voti devono
arrivare da qualche parte .
   Io lego questa tendenza ad additare l’Europa come responsabile di molti problemi - quando in
realtà sarebbe la soluzione più ovvia per risolvere gran parte di questi stessi problemi - alla logica
orribile del capro espiatorio. È un bersaglio facile, per certi versi lontano e su cui è impossibile fare
delle verifiche istantanee. Viviamo in un’epoca di “presentificazione” della politica, per cui esiste
solo l’istante, e non conta che un attacco sia fondato (lo spiega Douglas Rushkoff in un bel libro

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Dal bilancio all’alternativa. Da costruire insieme.

dal titolo Presente permanente): conta solo che l’attacco vada a segno, e che ci sia un colpevole in
grado di attirare l’odio, il rancore e il risentimento di cittadini spaventati e impoveriti. Da Roma
Ladrona ai migranti, l’Europa è solo l’ultima eccellente “vittima” di una strategia consapevole
che certi partiti adottano per organizzare e mantenere il proprio consenso.
   Bisogna tornare a parlare di Europa in modo positivo. Certo, viviamo nella cosiddetta Età del
Risentimento, ma è necessario fare uno sforzo - soprattutto noi, politici europeisti e democratici
, che spesso ci dimentichiamo di aver creduto nel sogno europeo per cercare un po’ di facile
consenso - per tornare a credere nell’Europa come orizzonte di possibilità, sia materiali che im-
materiali. Questo non vuol dire lesinare critiche e far finta che vada tutto bene. No. L’Europa
è una macchina burocratica molto poco costosa (ci torneremo) ma inefficace. Inoltre, durante
gli anni peggior della crisi finanziaria ed economica, la Commissione Barroso ha attuato delle
politiche tremende, punitive, che hanno compromesso tantissimo l’immagine dell’Europa, una
scelta deliberata di quella che ricorderemo come la peggiore Commissione di sempre.
   So bene come l’Europa non sembri aver effettivo potere: si blocca per colpa delle ingerenze
degli Stati membri, e fino a quando non avremo modo di mettere mano in modo significativo ai
Trattati dell’UE la situazione non cambierà (e dato il clima di crescente euroscetticismo dubito
possa esserci una soluzione sul breve periodo). Del resto, gli stati che attaccano l’Europa un gior-
no sì e l’altro pure, non penso vogliano cedere stille di sovranità - che pure dovrebbero cedere,
in un’ottica federativa purissima - in nome di un’idea che in questo momento non porta voti.
   Ma lo sforzo cui siamo chiamati è uno sforzo cui vale davvero la pena dedicarsi. I vantaggi che
porta l’Europa sono tanti e vanno raccontati. Così come dobbiamo spiegare tutti i vantaggi che
l’Europa potrà portare. Insomma: è ora di dare ai cittadini - tutti, anche quelli che non ci credono
- un nuovo sogno europeo.
   Quel sogno, però, non si crea da solo, né possiamo limitarci a raccontarlo. Dobbiamo costru-
irlo ammettendo una volta per tutte che le passioni delle persone si accendono non proponendo
l’unione fiscale e bancaria, non parlando di bilancio (ahimé), o di risorse proprie (del resto, lo
stesso presidente del gruppo di alto livello sulle risorse proprie, l’ex presidente del Consiglio ita-
liano Mario Monti, ha definito il documento di partenza “Un po’ grigio”: e se lo dice lui…). Gli
entusiasmi e le passioni si accendono se si riesce a dare una prospettiva di integrazione reale nella
vita delle persone.
   Dopo aver lavorato bene sui diritti - dal diritto alla mobilità al diritto alla salute passando per
il diritto al lavoro - facendo sì che tutti in Europa potessero avvalersi delle stesse condizioni in
qualsiasi luogo, dobbiamo fare un passo successivo e lavorare su una fitta serie di risposte ai pro-
blemi concreti che stanno affrontando i cittadini. Per questo penso che sia necessario lavorare
sull’Europa sociale. Un’Europa che sia campione del mondo dei diritti.
   L’Europa, ad esempio, può - e deve - farsi carico di problemi come la disoccupazione giovanile
e l’esclusione.
   Ha fatto bene l’ex ministro dell’economia Padoan a proporre - sia durante il governo Renzi,
sia durante il governo Gentiloni - un assegno europeo di disoccupazione. Non so se mai si realiz-
zerà, ma è una proposta concreta che esprime una chiara volontà di muoversi verso una maggiore
integrazione sociale e verso una maggiore responsabilità condivisa. Forse non è il caso di pensare
a soluzioni tampone studiate tanto per conquistare qualche titolo di giornale (come il reddito di
cittadinanza, su cui è necessario un surplus di riflessione e non mi sento di abbracciarlo solo per
facile consenso), ma ragionare ad ampio spettro su misure di welfare a sostegno sia delle famiglie,
sia dei singoli. Per questo è necessario che il Partito Socialista Europeo faccia sua questa battaglia:
è un problema condiviso, deve essere risolto assieme. Non è un problema italiano, o greco, o
spagnolo: è un problema europeo.

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   Oppure lavorare sulla “cultura” europea. Io sono anche d’accordo, in linea di principio, con
la proposta del capogruppo del partito popolare Manfred Weber, oramai approvata, di regalare
un biglietto per l’interrail a tutte le ragazze e ragazzi europei che compiono diciott’anni e che
consentirà dall’estate 2018 a 20-30 mila giovani di viaggiare in Europa con un bonus di 510 euro,
(un piano finanziario da 12 milioni). Mi chiedo però se non sarebbe stato più utile lavorare su
un sistema più integrato di “accesso” all’Europa. Mi spiego meglio: a parte il costo enorme che
può avere un’operazione del genere (curiosamente proposta da chi ha sempre tenuto di gran
conto il rigore dei conti, ma va beh), che senso ha regalare un biglietto per l’interrail a ragazzi che
possono sì andare a Berlino, a Parigi, a Copenhagen, a Madrid, a Stoccolma, a Bucarest, e che poi
quando arrivano non hanno i soldi per andare a mangiare non dico al ristorante, ma nemmeno
da McDonald’s o non possono permettersi una notte in ostello, o entrare in un museo, o - perché
no - andare a bere una birra per conoscere altre persone?
   Corriamo il rischio di regalare biglietti a chi non sa cosa farsene di questo tipo di bonus e
potrebbe addirittura rivendersi il biglietto per avere ipoteticamente due euro in più per potersi
permettere qualcos’altro (non è forse già successo così con il bonus cultura del Governo italiano?
Insomma, basta con la cultura dei bonus e le mancette e i contentini!).
   Quando parlo di infrastrutture immateriali parlo soprattutto di infrastrutture “culturali” che
mettano le persone nelle condizioni di usufruire al meglio delle opportunità che ci sono. La
mia proposta a riguardo è non solo legata all’introduzione delle tematiche europee nelle scuole
- sappiamo bene come il futuro parta da lì, dalle radici, appunto - ma abbraccia quanto proposto
dal gruppo dei socialisti europei e dalla nostra ex presidente della commissione cultura, Silvia
Costa: un sistema di incentivi e di sconti per poter viaggiare e accedere a strutture di ospitalità,
musei, trasporti. Dobbiamo far sì che l’Europa diventi un sistema culturale, da usare per crescere.
Non regali, ma crescita condivisa, una crescita “europeista”: le ragazze e i ragazzi che fanno i licei
e gli istituti professionali non solo si formano come cittadini della propria comunità, ma come
cittadini europei.
   Sono nuove prospettive, che cambiano totalmente l’immagine di un continente. Non più solo
banche, finanza, rigore dei conti ma una speranza di futuro, l’idea di essere comunque pronti a
sfidare il domani, sapere che dalla tua parte c’è un’Europa che non ti lascia solo. Quando par-
liamo di Europa sociale parliamo anche di sostegno a ogni tipo di istruzione - dagli asili nido
all’istruzione universitaria - o il contrasto all’esclusione sociale.
   Inoltre, penso che ogni tipo di azione - che parte da un uso diverso dei soldi europei - debba
essere svolta secondo strettissime regole di rispetto dell’ambiente. Abbiamo già detto di come
l’Europa sia il continente più attento alle tematiche ambientali, e penso che le conclusioni di
Parigi, quelle della conferenza COP21, debbano rappresentare un punto di partenza. La nostra
asticella deve essere sempre più alta. Altrimenti, mentre l’Europa dorme schiava delle sue buro-
crazie, Paesi come la Cina cercano di recuperare il tempo perso approntando piani energetici
puliti dal valore economico di 50 mila miliardi di dollari (e con una ricaduta inestimabile in
termini di infrastrutture e vantaggi futuri). Ma l’ambiente non è solo produzione e consumo
di energia: è anche mobilità pubblica e privata, è anche costruzione di infrastrutture sostenibili,
è anche aggiornamento dei sistemi di riscaldamento per far sì che le case non siano più degli
oggetti altamente inquinanti come capita adesso nelle nostre grandi città. E questi investimenti
non vanno solo a colpire la sfera politica e amministrativa, ma anche quella culturale: perché
cambiare le abitudini, cambiare i consumi e cambiare il modo di approcciarsi alle cose non è
un processo automatico, che avviene dal nulla. Dobbiamo persuadere le persone a inquinare di
meno, e rendere più conveniente spostarsi su mezzi collettivi e in condivisione rispetto alle auto
private. Sì, anche per le famiglie numerose.

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Dal bilancio all’alternativa. Da costruire insieme.

   Se una famiglia tedesca vuole andare in vacanza a Maratea, deve poterlo fare con mezzi di
trasporto pubblici e collettivi tipo autobus o treni, ma che siano economici, convenienti, sicuri
e confortevoli. E, soprattutto, deve potersi muovere anche sull’asse periferico. Non solo quello
da - mettiamo - Düsseldorf a Napoli, ma anche sulla linea Napoli-Maratea. Quando sentiamo i
vari “romanzi pendolari” in giro per il nostro Paese, ci rendiamo conto che gli investimenti veri
vanno fatti su queste linee, per permettere di collegare tutti alle grandi città e alle grandi infra-
strutture. Anche in questo modo si combatte l’esclusione sociale, che può essere anche di natura
geografica. Ed è qui che arriviamo al nodo cruciale: e, cioè, quello degli investimenti e dell’1%.

UNIONE EUROPEA, UN PROGETTO DA COMPLETARE

  L’       Unione Europea, lo abbiamo detto lungo tutte queste pagine, ma adesso cerchiamo di
           spiegarlo bene, è un “progetto” di federazione che ancora non è stato portato a com-
pimento. Ci sono molti gruppi - a cominciare dal Movimento Federalista Europeo, dal nome
inequivocabile - che spingono gli Stati membri e i loro politici a compiere progressi in tal senso,
perché la strada, per quanto assurdo possa sembrare, è ancora molto lunga. Ci sono tantissimi
ritardi, tantissimi intoppi burocratici e ci sono anche tantissimi problemi di natura “reputazio-
nale” da risolvere.
   Diciamocelo chiaramente: l’Europa è stata la peggiore sponsor di se stessa, negli ultimi anni.
Ha fatto molto poco per farsi volere bene.
   Portiamo ancora sulla pelle ben chiari i segni che ci ha lasciato la politica lacrime e sangue pro-
posta dalla Commissione Barroso per rispondere in modo molto immediato, facile, e distruttivo
alla crisi del 2007. Il rigore quasi religioso dei bilanci. L’austerity come unica ideologia. La macel-
leria sociale. L’idea dell’Europa come ente punitivo. La risposta più sbagliata possibile alla situa-
zione perché fatta solo per compiacere la nazione più potente di tutte, la Germania. La soluzione
più sbagliata perché alla paura si è risposto con la paura, senza provare a mettere in piedi una
strada coraggiosa fatta di investimenti, di rispetto per il capitale umano e per la società nel suo
complesso. Non ho le competenze per studiare le conseguenze che avrebbero potuto garantire
delle politiche di stampo keynesiano rispetto alla credenza - anche molto miope politicamente,
questo sì - di un capitale che si autoregolasse tagliando sui servizi e lasciando fare tutto alla mano
del mercato. E lo sappiamo che quando si tagliano i servizi, a farne le spese sono le fasce meno
protette della popolazione. Infatti l’Europa della Commissione Barroso ha distrutto qualsiasi
idea sociale potessimo avere. Ha colpito la sanità in Grecia, ha provocato il disastro delle pen-
sioni in Italia, ha reso impossibile qualunque discorso su investimenti espansivi in infrastrutture
materiali e immateriali al grido di There is no alternative. Un grido che, ricordiamolo, arriva di-
rettamente da Margaret Thatcher. E invece io credo che il lavoro della politica sia proprio quello
di trovare - e perché no, inventarsi - delle alternative.
   Forse, però, date le conseguenze sui consumi e sull’occupazione, fatta di investimenti pubblici
e con uno stato che si assume il rischio di salvare le sue stesse aziende, ci sarebbe stato bisogno di
più attenzione alle conseguenze sociali di certe politiche. Del resto, lo sappiamo bene che il PIL,
che cresca o che no, non misura mai la felicità e la qualità della vita delle persone.

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IL FUTURO È GIÀ QUI. Un’Europa sociale in risposta a dubbi e scetticismi.

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Dal bilancio all’alternativa. Da costruire insieme.

  UE, UNA MACCHINA EFFICIENTE

  S    e ci pensate, è assurdo che l’Unione Europea venga attaccata e accusata di essere un pachi-
       derma costosissimo quando in realtà è l’amministrazione più economica che esista. Pensate
che il Parlamento e la Commissione funzionano avendo a disposizione l’1% del Prodotto inter-
no lordo di tutta l’Europa per attuare le proprie politiche. E non lo si usa mai tutto. È una cifra
ridicola, se pensate che dentro quell’1% ci sono gli investimenti, ci sono i fondi di coesione e
tutto quello che si dice di dover ricevere. Tutto sta in quell’1%. Per darvi un termine di paragone:
una nazione come gli Stati Uniti d’America, che si fregia da sempre di avere una limitata apparec-
chiatura burocratica e di essere una amministrazione molto snella e molto poco “statalista”, ha a
disposizione il 25% del PIL da investire. Qui non stiamo parlando solo di costi amministrativi e
burocratici: sono i soldi di cui disponiamo per fare tutto.
   Inoltre, quando vengono attaccati gli sprechi dell’Unione Europea, si fa un buco nell’acqua,
perché anche a livello di meri costi amministrativi stiamo parlando della macchina più efficiente
e meno costosa che ci sia. Tutto il costo della “struttura” e della “burocrazia” - dall’ultimo del
palazzo all’ultimo stipendio del più alto dei funzionari, compresi ovviamente noi parlamentari
- pesa per il 6% di questo 1%. Se vi sembra una cifra alta, vi ricordo che il costo medio di un’am-
ministrazione comunale anche non di una grande città si aggira sul 30%.
   Se ci pensate è pazzesco: non esiste nessuna istituzione in grado di investire il 94% del proprio
budget. E pensate cosa succederebbe se avessimo a disposizione un budget più alto di questo
misero - con tutto il rispetto! - 1%.
   I soldi che adesso investiamo finiscono in Horizon 2020, che è uno dei più ambiziosi progetti
per la ricerca che ci siano mai stati; finiscono nel famoso Piano Juncker, che forse non ha funzio-
nato con l’effetto leva immaginifico che aveva prospettato all’inizio del suo mandato l’attuale
presidente della Commissione, ma che l’Italia ha saputo usare molto bene, e c’è anche quel famo-
so Piano Juncker “per l’Africa” che rappresenta veramente una grandissima chance per il futuro
di un continente che per noi deve essere partner principale. A Bruxelles c’è qualcuno che gli aiuti
strutturati, seri e radicati li costruisce per davvero. Solo che i risultati si vedranno fra vent’anni
e, credetemi, saranno stupefacenti. E di questo, diciamocelo pure, bisogna dare il merito anche
a Matteo Renzi.
   Ci sono tantissime idee in ballo, per rendere l’Europa una macchina ancora più efficace e che
sia in grado di andare verso un compimento del suo processo federale. Ma la questione dei soldi
è sempre dirimente. Anche andando oltre le resistenze specifiche degli Stati membri di cui vi ho
parlato.
   Facciamo un esempio che vale per tutti: la difesa comune. Un tema strategico fondamentale,
sia in termini politici, che in termini economici.
   Come Parlamento, abbiamo chiesto alla Commissione di mettere a punto un piano molto
serio per la costruzione di una infrastruttura che ponesse le basi per avere un servizio di dife-
sa comune. Un unico sistema di difesa vorrebbe dire avere una maggiore integrazione (gli Stati
collaborerebbero di più) e avere finalmente una politica estera comune (una “linea” europea).
E, sulla lunga distanza, significherebbe anche un deciso risparmio economico per tutto il conti-
nente. Ora come ora, infatti, l’Europa ha 27 eserciti che impattano sul PIL complessivo per una
cifra che è pari al doppio di quanto costa uno degli eserciti più costosi del mondo, che è quello
degli Stati Uniti. Senza, ovviamente, che nessuno dei nostri eserciti sia efficace la metà di quello
americano.
   Considerate che i soldi che risparmieremmo andrebbero a rimpolpare il fondo per gli investi-
menti che, attualmente, è di circa 150 miliardi di euro. Soldi che spendiamo tutti. C’è il progetto

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IL FUTURO È GIÀ QUI. Un’Europa sociale in risposta a dubbi e scetticismi.

Garanzia Giovani (su cui sarebbe necessario investire sempre di più), c’è il progetto Erasmus (su
cui possiamo essere critici quanto vogliamo, ma è uno dei pilastri fondamentali per la costruzio-
ne di una cultura europea), ci sono le politiche agricole (un altro tassello fondamentale proprio
per continuare a garantire quella qualità della vita di cui raccontavo prima), ci sono le politiche
ambientali (su cui sarà necessario anche lì investire sempre di più) e così via.
   Il piano per la difesa comune costa circa 6 miliardi di euro. Soldi che purtroppo devono essere
presi da quel budget. O gli Stati incrementano i fondi, o si prenderanno la responsabilità di averci
lasciato una coperta ancora più corta.
   Anche perché non esiste nessun documento che blocca il budget europeo all’1% del PIL.
Qualche anno fa era addirittura più alto (niente di straordinario, circa l’1,34%) e non è quindi
detto che debba restare tutto sempre così.
   La cifra, infatti, è decisa dagli Stati membri mentre concordano il piano finanziario plurienna-
le. Quello, insomma, che decide i soldi e decide quanto del budget sia dato dai contributi degli
Stati membri (attualmente siamo all’80%) e quanto dalle risorse proprie (attualmente, attorno
al 20%).

RISORSE PROPRIE, LA VIA PER L’AUTONOMIA

  I   l sentiero delle risorse proprie è un po’ complicato e un po’ noioso, ma è fondamentale per
      il discorso che stiamo cercando di fare. Oggi come oggi, quando parliamo di risorse proprie,
stiamo parlando di residui di IVA e di antiche tassazioni in vigore nell’archeologia del processo
di unificazione. Ad esempio, residui dell’antichissima tassa sul carbone e sull’acciaio ai tempi
della CECA: la prima tassa che abbiamo mai avuto a livello continentale.
   Io credo che il tema delle risorse proprie da qui in avanti debba essere centrale, perché è un
tema eminentemente politico. Se vogliamo dare sempre maggiore autonomia all’Europa - che
adesso è, come detto, vincolata ai chiari di luna dei Paesi membri, che usano l’Europa per fare po-
litica interna - dobbiamo far sì che alcune risorse arrivino direttamente a Bruxelles e Strasburgo.
E si badi bene, questo non vuol dire assolutamente che il peso di queste misure debba gravare sui
cittadini. Anzi. Vuol dire proprio uscire dalla logica per cui sono i cittadini a pagare. Vuol dire
che in un contesto in cui tantissime aziende e tantissime attività producono reddito e hanno
profitti enormi proprio grazie al fatto stesso che l’Europa esista, queste attività devono corri-
spondere all’Europa qualcosa.
   È una storia vecchia, ma al tempo stesso sempre attuale. Sto parlando di tassare le transazioni
finanziarie (che esistono proprio grazie all’apertura di un mercato bancario europeo), sto par-
lando della carbon tax (personalmente sono convinto debba essere intesa come una tassa a esau-
rimento: dobbiamo puntare sulle energie rinnovabili, non sul carbone, senza colpire le piccole
imprese ma andando a tassare le aziende che più sono responsabili dell’inquinamento atmosferi-
co), sto parlando delle tasse - tasse, non multe - per le multinazionali che fanno profitti in Europa
approfittando di regimi fiscali molto agevolati per poi “scappare con la borsa”. Insomma, sarebbe
ora che Paesi come l’Irlanda smettessero di offrire delle condizioni vantaggiose a questo tipo di
aziende, sostanzialmente drogando il mercato e facendo un danno enorme alla collettività euro-
pea. È un discorso socialista? Sì, me ne rendo conto. È un discorso di equità e correttezza. Ed è
un discorso di prospettiva purissima perché queste riforme potrebbero in un colpo solo (1) non
colpire i cittadini e (2) incrementare - e di molto - il bilancio europeo.
   L’obiettivo grosso - che rappresenterebbe anche un grandissimo successo - è quello di costruire
il prossimo quadro finanziario pluriennale, che inizierà nel 2020, su basi completamente nuove.

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Dal bilancio all’alternativa. Da costruire insieme.

Basi che includano più soldi per Horizon 2020, che vadano verso la costruzione di quelle strut-
ture di mutualità di cui spiegavo sopra la necessità; basi che rendano l’Europa meno “matrigna” e
più “madre”: capace di farsi carico di quello che gli Stati non riescono più a fare. Magari innescan-
do un processo talmente virtuoso da andare addirittura a pesare “meno” di oggi sulle spalle dei
cittadini europei. Non è un caso che il Commissario ai bilanci Günther Oettinger abbia accolto
le indicazioni del Parlamento Europeo e, in particolare, del gruppo dei Socialisti & Democratici,
affermando di volere un quadro finanziario il cui peso delle risorse proprie passi dal 20% al 50%.
Questo sarebbe un ribaltamento totale. Lo capite da voi.
   Per fare tutto questo, però, c’è bisogno di una vera e autentica mentalità europea. E sapete da
chi è partito tutto questo? Dall’unico Paese che, almeno fino ad ora, riesce a mantenere una vera
e autentica mentalità europea.
   Non è la Francia di Emmanuel Macron, no.
   Non è nemmeno l’Italia, passata da essere uno dei Paesi maggiormente euroentusiasti a essere
uno dei più euroscettici.
   No. Il paese più europeista di tutti è, ovviamente, la Germania.

L’ALTERNATIVA C’È, INVENTIAMOLA INSIEME

  S    ono stato eletto al Parlamento Europeo nel maggio 2014. Da quando sono qui, ho avuto
       l’occasione di partecipare a diverse conferenze high level organizzate da Wolfgang Schäub-
le, l’attuale Presidente del Parlamento tedesco e ai tempi potentissimo ministro delle finanze.
Conferenze sul quadro finanziario 2020-2017. Era appena partito il programma 2014-2020 e i
tedeschi già si occupavano del successivo. Questo vuol dire sapersi organizzare, avere una visio-
ne e essere in possesso di una decisa mentalità europea. I tedeschi arrivavano, invitavano i pezzi
grossi della Commissione europea e gli spiegavano la strategia della Germania, la loro visione e
l’importanza di mettere soldi e risorse dove fosse più utile a loro. Noi di queste conferenze non
ne abbiamo mai fatte. Anzi, non ci abbiamo mai nemmeno pensato. Andiamo in ordine sparso e
facciamo una grande confusione: c’è il documento del Governo, poi arriva quello delle Regioni,
dopo arriva anche quello immancabile delle Euroregioni, poi c’è il parere di Confindustria, dei
sindacati, delle piccole imprese… manca solo il mio e abbiamo fatto tutto. La Germania invece
viene qui con la voce del Governo, la più autorevole che ha, e detta la linea. Noi siamo ancora
all’ognun per sé. E, lo capite da voi, è un grandissimo peccato.
   Pur non essendo mai stato un grandissimo fan di Matteo Renzi, gli ho sempre riconosciuto
e apprezzato un’azione europeista, dettata da una vera passione e una forza autentica, che lo ha
portato a ottenere dei risultati non secondari come la lettera sulla flessibilità e il piano per gli
investimenti di cui abbiamo già parlato alla fine del Semestre di presidenza italiana dell’Unione
Europea. Proprio per questo, quando era Presidente del Consiglio, l’ho spinto più volte - sia du-
rante una direzione nazionale del Partito Democratico, sia durante un nostro incontro a Palazzo
Chigi - a partecipare a una di quelle conferenze high level organizzate da Wolfgang Schäuble e,
addirittura, di organizzarne una lui stesso per spiegare la posizione dell’Italia sul prossimo qua-
dro finanziario. Una posizione che, come ho scritto anche più volte, avrebbe dovuto rappresen-
tare una sorta di contraltare mediterraneo ai paesi del Nord: una sorta di “asse” che rispondesse
all’austerità.
   Purtroppo, però, alla fine del Semestre, l’atteggiamento dialogante e “severo ma giusto” dell’al-
lora Presidente del Consiglio è cambiato. Ha iniziato a battere i pugni sul tavolo, a dire tutto e il
contrario di tutto, arrivando addirittura a togliere la bandiera dell’Europa dai suoi messaggi uffi-

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IL FUTURO È GIÀ QUI. Un’Europa sociale in risposta a dubbi e scetticismi.

ciali durante la campagna per il referendum costituzionale, lanciando dei segnali un po’ contro-
versi, dando quasi l’impressione di essere uno che voleva solo portare qualcosa a casa per calcolo
elettorale personale senza avere una chiara idea di Europa. Per dire, nell’ultimo periodo (prima
del voto del marzo 2018) gli unici interventi di Matteo Renzi sul tema europeo non sono stati
all’altezza della fama e dell’immagine di politico della Generazione Erasmus che si era ritagliato
agli inizi della sua carriera.
   Forse qui dobbiamo prendere davvero esempio dai tedeschi perché non esiste una posizio-
ne. Non esiste una posizione dell’Italia. Non esiste una posizione del partito. Non esiste una
posizione nemmeno nel gruppo dei Socialisti. E, oltretutto, noi quest’anno a marzo abbiamo
avuto le elezioni politiche generando una fase di stallo e un successivo cambio di vertici e visioni
sull’Europa davvero preoccupanti.
   Prima di questo grosso scossone, avevo più volte detto che Matteo Renzi avrebbe dovuto “met-
tere la tenda” nella sede del Partito Socialista Europeo e spingere Sergueï Stanichev, il presidente
del Partito, ad assumere una nuova visione e una nuova posizione più coraggiosa nella partita del
prossimo quadro finanziario.
   Il 2019 è sempre più vicino.
   Con che tipo di programma ci presenteremo alle prossime elezioni europee? Che cosa faremo
dire al nostro candidato presidente della Commissione? Quale sarà la via socialista all’Europa?

   Alla fine il segreto è tutto qui. Io sono sempre stato un grandissimo appassionato di politica. Ho
sempre creduto alla politica come lavoro collettivo per il miglioramento dell’esistente, e ho sempre
rifiutato di legare questa “missione” che al momento ho l’onore - e l’onere - di svolgere come una mera
amministrazione di quello che c’è. Ho deciso di candidarmi al Parlamento europeo proprio perché è
qui, negli apparentemente asettici corridoi di Bruxelles, che si decidono le cose vere. Il teatrino della
politica di casa nostra è semplicemente posizionamento e consenso. Interessante, divertente anche,
ma non è così che saremo in grado di offrire risposte e pensieri alternativi ai giovani disoccupati che
vogliono scappare dall’Italia, ai pensionati cui non basta più la pensione minima, agli imprenditori
che non riescono più a investire, ai professionisti che si trovano costretti a evadere le tasse perché si la-
mentano di una pressione fiscale allucinante, alle partite IVA che ormai sono la nuova carne da ma-
cello del mercato, agli studenti che si chiedono cosa sarà della loro vita e sono attanagliati dalla paura.
È un lavoro facile? No. È una strada semplice? No. È qualcosa che vale la pena fare? Assolutamente
sì. E lo dirò ogni volta che ne avrò l’occasione. Del resto, il mestiere di noi politici - e, aggiungerei, di
noi politici di sinistra - è quello di costruire le alternative là dove sembra apparentemente non ci sia
più nessuno spazio. Veniamo da anni buissimi, e stiamo vivendo tempi tremendi ma, al tempo stesso,
interessanti. Anni in cui l’unica dottrina egemone è stata quella dal retrogusto un po’ thatcheriano
del There is no alternative. Ecco, io voglio credere che un’alternativa ci sia. Anzi, sono disposto anche
a mettere insieme le forze per inventarla.
   Il viaggio è appena iniziato. Che dite, lo facciamo insieme?

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IL FUTURO È GIÀ QUI. Un’Europa sociale in risposta a dubbi e scetticismi.

COS’È
IL BILANCIO
EUROPEO?

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Cosè il bilancio europeo?

  T     reni ad alta velocità, fibra ottica, agricoltura sostenibile, ricerca biomolecolare, interventi
        umanitari, ricostruzione dopo grandi disastri naturali, nuove infrastrutture fisiche e digitali.
   Cosa hanno in comune tutti questi progetti? In maniera diversa vengono tutti finanziati tramite
il Bilancio Generale dell’Unione Europea, una dotazione finanziaria da circa 150 miliardi di euro -
sembrano un sacco di soldi ma forse non è così - gestita direttamente dalla Commissione Europea e
definita da Parlamento e Consiglio UE.
   Visto da vicino il Bilancio Europeo non pare troppo entusiasmante: si tratta di un librone sulle
2500 pagine pieno di numeretti e definizioni incomprensibili, con sigle, rimandi e, soprattutto,
tantissime cifre. Superato l’impatto iniziale, in realtà, scopriamo che non si tratta poi di un oggetto
così esoterico, basta saperlo leggere.

  Il Bilancio Generale dell’Unione Europea si divide in cinque capitoli, ognuno dedicato a spese
diverse:
  Titolo Ia: Industria, ricerca ed energia
  Titolo Ib: Occupazione, politiche del lavoro e welfare
  Titolo II: Tutela del territorio, ambiente e cambiamento climatico
  Titolo III: Sicurezza interna, asilo e politiche di frontiera
  Titolo IV: Aiuti umanitari, politica estera e protezione internazionale
  Titolo V: Amministrazione e spese di gestione

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                                                                                 ed energia
                                                                           Ib - Occupazione,
                6% 6%                                                            politiche del lavoro
                                                                                 e welfare
          1%                            12%                                II - Tutela del territorio,
                                                                                ambiente e
                                                                                cambiamento climatico
                                                                           III - Sicurezza interna, asilo
                                                                                 e politiche di frontiera
                                                                           IV - Aiuti umanitari,
                                                  34%                           politica estera
                                                                                protezione internazionale
                                                                           V - Amministrazione
              41%                                                              e spese di gestione

   All’interno di ciascun titolo le singole voci sono divise in centinaia di voci, ognuna che va a finan-
ziare uno specifico progetto europeo: la Politica Agricola Comune, per esempio, rientra nel Titolo
II, mentre la Garanzia Giovani nel Ib.

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IL FUTURO È GIÀ QUI. Un’Europa sociale in risposta a dubbi e scetticismi.

    Ma come si arriva alla definizione del testo finale? Chi decide dove si distribuiscono i soldi? Qua-
li sono le priorità? Una volta compresa la struttura del Bilancio si può capire meglio la procedura
che porta alla sua formazione: i cinque Titoli (quattro effettivi, come spiegheremo il V è pressoché
residuale) sono come scaffali vuoti di una libreria, serve qualcuno che decida come disporre i tomi.
Questo qualcuno è - e non potrebbe essere altrimenti - la politica, nella sua doppia accezione del
Parlamento europeo, espressione dei cittadini, e del Consiglio, che tutela gli interessi degli Stati. De-
finire il bilancio europeo non è semplice e, per questo motivo, esiste una sequenza di passaggi spe-
cifica (formalizzata a metà anni ‘80) chiamata “procedura di bilancio” che occupa un intero anno
lavorativo e arriva, entro dicembre, alla presentazione di una proposta concordata fra le principali
istituzioni europee.

   A inizio anno (indicativamente fra febbraio e marzo) il Parlamento europeo elabora un testo
d’indirizzo politico che, senza dettagliare troppo cifre o impegni particolari, elabora una posizione
di massima sulle principali aree di interesse su cui si chiede alla Commissione di impegnarsi. Negli
ultimi anni, per esempio, è stata data grande enfasi alle politiche legate al tema delle migrazioni, così
come ai finanziamenti per i programmi volti a contrastare il riscaldamento globale.
   Sulla base di queste indicazioni e sentite le varie rappresentanze degli Stati membri (spesso tra-
mite le ambasciate a Bruxelles o contattando i Ministeri competenti), la Commissione elabora una
bozza di bilancio che viene inviata al Parlamento europeo e al Consiglio. A questo punto, siamo fra
giugno e luglio, i rappresentanti dei cittadini e dei Paesi elaborano le loro proposte, emendando il
testo base fornito dagli uffici del Berlaymont.
   Com’è naturale spesso le posizioni dei deputati e quelle dei ministri economici sono molto di-
verse e non è raro che la somma di modifiche, emendamenti, aumenti, tagli e nuove proposte si
trasformi in un groviglio inestricabile, impossibile da tradurre in un progetto di bilancio coerente e,
soprattutto, che rispetti i vincoli di trasparenze e sosteniblità imposti dai Trattati europei.
   A questo punto si entra dunque nell’ultima fase, quella più delicata, chiamata “conciliazione”.
In sostanza si tratta di una sorta di conclave laico in cui una delegazione del Parlamento europeo
e i rappresentanti del Consiglio si incontrano per cercare di arrivare a un accordo, il tutto con la
mediazione della Commissione che, per mandato, deve garantire alle due parti tutto il supporto
tecnico e operativo possibile.
   A volte le riunioni possono durare anche per ore, addirittura giorni, ma devono necessariamente
finire entro ventuno giorni contati dall’approvazione del testo base con gli emendamenti del Parla-
mento europeo. Di norma, giorno più giorno meno, si arriva a un accordo verso metà novembre e il
testo finale, con l’accordo di tutte e tre le istituzioni, viene deliberato in maniera definitiva durante
la sessione plenaria del Parlamento europeo che si tiene durante l’ultima settimana di novembre
a Strasburgo. A oggi non è mai successo che il Bilancio Generale non fosse adottato, nei casi più
complessi si è arrivati a un’approvazione in extremis pochi giorni prima di Natale, ma, qualora le
divergenze fossero del tutto insanabili si passerebbe in automatico a un regime transitorio detto dei
“dodicesimi” dove il bilancio mese per mese viene definito sulla base della spesa media sostenuta
nello stesso periodo dell’anno precedente. Si tratta, come ovvio, di un’eventualità estrema che cree-
rebbe disagi enormi - molti programmi operativi sono su base annuale o semestrale - nell’allocazio-
ne delle risorse e porterebbe, con tutta probabilità, al blocco pressoché totale di ogni stanziamento,
dai più piccoli (come gli stipendi per i dipendenti) a quelli enormi dei fondi strutturali.

   Nonostante i suoi 150 miliardi di valore complessivo, però, il Bilancio europeo rimane uno
strumento ancora incompleto: al momento rappresenta poco più dell’1% del PIL dell’Unione
quando, a confronto, il bilancio federale americano ne rappresenta più del 20%. Questa limitatezza

                                                    20
Cosè il bilancio europeo?

permette di intervenire, come abbiamo visto sopra, in molti campi fondamentali ma, soprattutto
in questi anni di crisi, non consente alla UE di avere la massa critica per adottare misure shock
emergenziali. Nel futuro sarà necessario superare alcuni egoismi statali e rafforzare il più possibile
l’interconnessione fra la spesa pubblica dei Paesi membri e quella effettuata a livello sovranazionale.
Alcuni compiti storici delle entità statali classiche dovranno essere condivisi: la difesa, per esempio,
ma pure le politiche di accesso e la gestione dei confini. Per fare tutto questo sarà necessaria una do-
tazione finanziaria molto più ampia di quella attuale, da raggiungere pure arrivando a una qualche
forma di tassazione diretta da parte dell’Unione Europea.

   A oggi, infatti, la massima parte (l’ottanta per cento) del Bilancio Europeo viene finanziato da
trasferimenti diretti effettuati dagli Stati verso Bruxelles. Questo approccio conferisce alle capitali
europee un potere di ricatto pressoché assoluto rispetto alle decisioni prese dalla Commissione che,
almeno al momento, ha un’autonomia finanziaria quanto mai limitata. Le varie proposte per le
cosiddette “risorse proprie” non implicano in nessun modo un maggior esborso fiscale per i contri-
buenti: nessuno vuole tassare i singoli cittadini. Fra le ipotesi in discussione c’è infatti la tassa sulle
transazioni finanziarie, che avrebbe come risultato indiretto un salutare calo della speculazione, la
possibilità di tassare le aziende che producono emissioni serra o una qualche forma di IVA armoniz-
zata per le multinazionali con sede in Paesi fuori dall’Unione Europea.
   Il bilancio, insomma, non è solo un’arida tabella di excel con celle e numeretti ma, anzi, è uno
degli strumenti principali della politica europea. Comprenderlo, capire come funziona e saperlo
leggere è fondamentale per capire al meglio le sfide che l’Unione Europea ha di fronte e il suo fu-
turo si intreccia in maniera inesorabile con le politiche che vogliamo perseguire lungo i prossimi
dieci, venti, cinquant’anni. Il bilancio si concentra sugli aspetti per i quali i finanziamenti europei
possono apportare un reale valore aggiunto. Finanzia ciò che non sarebbe finanziato o che sarebbe
più costoso finanziare attraverso i bilancio nazionali. Molte conquiste dell’UE non sarebbero state
possibili senza un bilancio comune. Ogni cittadino europeo beneficia in qualche modo di questo
strumento che aiuta milioni di studenti, migliaia di ricercatori, numerose regioni e ong. Consente,
tra le altre cose, di avere cibi più sani e sicuri, strade, ferrovie, aeroporti nuovi, una maggiore sicu-
rezza, opportunità di studio all’estero. Il bilancio UE è principalmente un bilancio di investimenti,
genera economie di scala. In alcuni Paesi costituisce praticamente l’unica fonte per gli investimenti
in infrastrutture.

   Il bilancio UE deve essere sempre in equilibrio: non accumula debiti e spende solo ciò che riceve.
Quello annuale deve essere conforme a un piano a lungo termine, che è il quadro finanziario plu-
riennale. Attraverso il QFP si fissano gli importi massimi di spesa per anno e i settori strategici su
cui operare, che sono poi divisi per programmi (es. quello Life è dedicato all’ambiente). Traduce, in
pratica, in termini finanziari e giuridici le priorità politiche stabilite dall’UE e dagli Stati membri.
   Un obiettivo prioritario dell’UE è rilanciare la crescita economica e l’occupazione. Pertanto ven-
gono finanziate la ricerca, l’innovazione e lo sviluppo tecnologico, si promuovono migliori condi-
zioni di lavoro in Europa e vengono incoraggiati interventi a favore della competitività delle piccole
e medie imprese. I costi amministrativi rappresentano solo il 6% del bilancio dell’Ue e riguardano
la spesa per il personale e gli immobili delle istituzioni europee, incluso il Parlamento europeo, il
Consiglio dei Ministri, la Commissione europea, la Corte di giustizia dell’Unione Europea e la
Corte dei conti europea.

  Le risorse del bilancio sono accessibili a qualsiasi cittadino europeo.
  Qui maggiori informazioni: https://europa.eu/european-union/topics/budget_it

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