Consiglio Nazionale dei Geologi
←
→
Trascrizione del contenuto della pagina
Se il tuo browser non visualizza correttamente la pagina, ti preghiamo di leggere il contenuto della pagina quaggiù
GIORN Data 21-08-2019 Pagina 39 Foglio 1 Il Cnr e l'Università di Milano hanno analizzato l'evoluzione nell'arco di oltre 60 anni della frequenza delle giornate con "atmosfera limpida" La qualità dell'aria migliora in Italia L ·aria italiana è più limpida e pulita rispetto al passato. Inoltre il significativo, seppur parziale, contenimento delle en1issioni determina un aumento della radiazione solare che giunge a terra, smascherando il vero effetto dei gas serra. Ql1este le conclusioni a cui sono giunti ricercatori del Dipartimento di scienze e politiche ambientali dell'Università degli Studi di Milano e dell'Istituto di scienze dell'atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-lsac), pubblicate di recente sulla rivista scientifica Atmospheric Environment. I ricercatori della Statale e del Cnr-Isac hanno utilizzato i dati di una variabile meteorologica che non era mai stata studiata in modo esaustivo in Italia, cioè la visibilità orizzontale in atmosfera, molto condizionata dal livello di inquinamento atn1osferico. La visibilità orizzontale è importante l'inquinamento atmosferico I risultati dello la nostra salute, vanno infatti in diversi ambiti tra cui quello le emissioni inquinanti nelle nostre città. "Le analisi studio sono stati ad interagire con la radiazione del traffico aereo, tanto da venire sono fortemente effettuate hanno quindi messo in pubblicati sulla solare riflettendola verso Io spazio monitorata continuamente da cambiate negli ultimi evidenza in modo molto efficace rivista scientifica causando un raffreddamento della molti decenni in tutte le stazioni il grande successo che si è avuto Atmospheric superficie terrestre provocando, del Servizio Meteorologico decenni, con un rapido in Italia sul fronte della lotta Environment quindi, un effetto opposto a dell'Aeronautica Militare, dove calo dopo i tumultuo'!>i all'inquinamento atmosferico quello dei gas clirnalteranti, come un operatore addestrato valuta, anni '60 e '70 -con1111enta Maurizio Maugeri, l'anidride carbonica", aggiunge mediante una serie di riferimenti, docente di Fisica dell'atmosfera Veronica Manara del Cnr-lsac. quale è la massima distanza alla frequenza dei giorni con visibilità all'Università di Milano-. Tuttavia, Q11esto significa, quindi, che quale un oggetto risulta visibile. sopra i 10 o i 20km è più che non dobbiamo scordare che si l'aumento del contenuto di Nella ricerca viene discussa raddoppiata negli ultimi quaranta può e si deve fare ancora di più aerosol in atmosfera registrato l'evoluzione tra il 1951 e il 2017 anni. Ciò è dovuto al fatto che in per completare il percorso di fino agli inizi degli anni '80 ha solo della frequenza delle giornate Italia, come negli altri paesi più risanamento che i dati di visibilità in parzialmente nascosto l'aumento di con "atn1osfera lin1pida", ovvero sviluppati, le emissioni di sostanze atmosfera documentano in modo temperatura causato delle sempre con una visibilità superiore a 10 e inquinanti sono fortemente così efficace". Un altro aspetto di più alte concentrazioni di anidride a 20 chilometri, in varie aree del cambiate negli ultimi decenni e, a grande rilevanza delle analisi è carbonica. Negli ultimi decenni, territorio italiano. �esta frequenza una rapida crescita delle emissioni che mettono in evidenza il legame grazie al contenimento delle è cambiata fortemente in tutte le negli anni '60 e 70, dovuta al tra il particolato atmosferico e emissioni, la progressiva riduzione aree considerate e i cambiamenti tumultuoso sviluppo economico, la trasparenza dell'atmosfera. degli aerosol ha determinato un più grandi si sono avuti nelle aree ha fatto seguito un'altrettanta "Le emissioni degli inquinanti aumento della radiazione solare che più inquinate del Paese tanto che, rapida decrescita dovuta ad una che concorrono al particolato giunge a terra smascherando il vero in zone come il bacino padano, la serie di norme emanate per ridurre atmosferico, oltre a danneggiare effetto dei gas serra. Ritaglio stampa ad uso esclusivo del destinatario, non riproducibile.
21/08/2019
21/08/2019
21/08/2019
21/08/2019
Edifici scolastici: in Gazzetta il decreto con finanziamento degli interventi di adeguamento antisismico 21/08/2019 Approvati i piani regionali per un valore complessivo pari ad oltre 58 milioni di euro per il finanziamento degli interventi di adeguamento alla normativa antisismica degli edifici scolastici per il triennio 2018-2021. È stato, infatti, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 187 del 10 agosto 2019 il Decreto Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca 30 aprile 2019 recante "Finanziamento interventi di adeguamento alla normativa antisismica degli edifici scolastici, a valere sulle risorse di cui al Fondo ex protezione civile, annualità 2018-2021" con il quale sono stati approvati i piani regionali per un valore complessivo pari ad euro 58.111.670,63 grazie ai quali gli enti locali beneficiari potranno procedere ad effettuare gli interventi di adeguamento sismico e riqualificazione strutturale degli edifici scolastici. Come previsto, gli enti locali beneficiari dei finanziamenti sono tenuti ad effettuare la proposta di aggiudicazione degli interventi entro e non oltre il 10 agosto 2020 e la durata dei lavori non dovrà eccedere i due anni dall'avvenuta aggiudicazione definitiva dell'intervento. Al decreto del MIUR sono allegati i piani regionali con il dettaglio degli interventi che hanno ottenuto il finanziamento. Di seguito il dettaglio:
Regione Importo finanziato Basilicata 1.526.172,09 Calabria 4.313.000,00 Campania 8.072.614,99 Friuli Venezia Giulia 1.982.205,51 Lazio 6.062.789,84 Liguria 1.781.639,96 Lombardia 10.497.451,06 Piemonte 5.001.418,96 Puglia 5.318.721,01 Sicilia 7.369.256,83 Veneto 6.186.400,38 TOTALE 58.111.670,63 A cura di Redazione LavoriPubblici.it © Riproduzione riservata Documenti Allegati Decreto MIUR
Mitigazione del rischio idrogeologico: approvato il piano degli interventi immediatamente cantierabili 21/08/2019 Approvata la prima fase della pianificazione stralcio 2019, proposta dal Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, con la quale sono stati individuati gli interventi infrastrutturali immediatamente eseguibili già nel 2019 aventi carattere di urgenza ed indifferibilità, per l'ammontare complessivo di oltre 315 milioni di euro tra le Regioni e la provincia autonoma di Bolzano. È stata, infatti, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 188 del 12 agosto 2019 la Delibera CIPE 24 luglio 2019, n. 35 recante "Piano nazionale per la mitigazione del rischio idrogeologico, il ripristino e la tutela della risorsa ambientale di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 20 febbraio 2019. Approvazione del piano stralcio relativo agli interventi immediatamente cantierabili individuati dal Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare". Nel dettaglio, l'ammontare complessivo dello stanziamento è pari a 315.119.117,19 euro ripartiti secondo la tabella A allegata alla delibera del CIPE. La Tabella B riporta,
invece, l'elenco dei progetti di cui si compone la prima fase del «Piano stralcio 2019». (*) La Provincia Autonoma di Trento, ad oggi, non ha dato riscontro alla nota DGSTA n. 7762 del 19/04/2019 e successivi solleciti n. 9283 del 14/05/2019 e n. 10522 del 29/05/2019. A cura di Redazione LavoriPubblici.it © Riproduzione riservata Documenti Allegati Delibera CIPE
Rifiuti speciali, il 41% arriva da costruzioni e demolizioni La produzione nazionale aumenta ma l’Italia è leader nel riciclo Foto: twitter.com/ISPRA_Press 21/08/2019 - Ancora in aumento la produzione nazionale dei rifiuti speciali che, nel 2017, sfiora i 140 milioni di tonnellate (quasi il 3% in più rispetto al 2016). Cresce solo la produzione di rifiuti non pericolosi (+3,1%), mentre rimane stabile quella di rifiuti pericolosi (+0,6%, corrispondente a 60 mila tonnellate). I rifiuti complessivamente gestiti aumentano del 4% e l’Italia si conferma leader nel riciclo segnando un +7,7% delle quantità avviate a recupero di materia ed una diminuzione dell’8,4% di quelle destinate allo smaltimento. Nel 2017 i rifiuti importati (oltre 6 milioni di tonnellate) sono il doppio di quelli esportati (3 milioni di tonnellate). La quantità maggiore arriva dalla Germania, quasi 2 milioni di tonnellate (dei quali il 96% rifiuti metallici) seguiti da quelli provenienti dalla Svizzera, oltre 1 milione di tonnellate, dalla Francia, 824 mila tonnellate e dall’Austria, 733 mila
tonnellate. I rifiuti di metallo importati sono destinati al riciclaggio, principalmente in acciaierie localizzate in Friuli Venezia Giulia e in Lombardia. Il 68% dei rifiuti esportati (poco più di 2 milioni di tonnellate) appartengono alla categoria dei non pericolosi e il restante 32% (circa 1 milione di tonnellate) a quella dei pericolosi. Sono i dati della XVIII edizione del Rapporto Rifiuti Speciali 2019(disponibile online sul sito www.isprambiente.gov.it), il report annuale dell’ISPRA/SNPA che fornisce un quadro di informazioni oggettivo, puntuale e sempre aggiornato sulla produzione e gestione dei rifiuti speciali non pericolosi e pericolosi. Il maggior contributo alla produzione complessiva arriva dal settore delle costruzioni e demolizioni che, con oltre 57 milioni di tonnellate, concorre al 41% del totale prodotto. Le attività di trattamento dei rifiuti e di risanamento ambientale rappresentano il 25,7% del totale (quasi 36 milioni di tonnellate), l’insieme delle attività manifatturiere il 21,5% (quasi 30 milioni di tonnellate). A livello di macroarea geografica, è il Nord che produce più rifiuti speciali, quasi 81 milioni di tonnellate (pari, in termini percentuali, al 58,3% del dato complessivo nazionale), seguita dal Sud con quasi 33 milioni di tonnellate (23,7%) e dal Centro con circa 25 milioni di tonnellate (18% del totale nazionale). La Lombardia produce il 22,2% del totale dei rifiuti speciali generati (30,8 milioni di tonnellate) seguita dal Veneto e dall’Emilia-Romagnacon circa il 10% della produzione nazionale (rispettivamente pari a 15,1 milioni di tonnellate e 13,7 milioni di tonnellate). Gli impianti di gestione dei rifiuti speciali operativi sono 11.209 di cui 6.415 situati al Nord, 2.165 al Centro e 2.629 al Sud. In Lombardia sono localizzate 2.176 infrastrutture, il 20% circa del totale degli impianti presenti sul territorio nazionale. Gli impianti dedicati al recupero di materia sono 4.597 (41% del totale). Circa 20,2 milioni di tonnellate di rifiuti speciali sono utilizzati, in luogo delle materie prime, all’interno del ciclo produttivo in 1.307 impianti industriali.
Tali stabilimenti riciclano il 20% del totale dei rifiuti recuperati a livello nazionale. Il recupero di rifiuti inorganici riguarda oltre 54 milioni di tonnellate (quasi il 37% del totale gestito). Tali rifiuti derivano, prevalentemente, dalle attività di costruzione e demolizione (44,8 milioni di tonnellate) e sono generalmente utilizzati come rilevati e sottofondi stradali. Le operazioni di recupero di metalli e di rifiuti organici rappresentano, rispettivamente, il 13,6% e l’8,4% del totale gestito. Circa 2 milioni di tonnellate di rifiuti speciali sono coinceneriti in impianti industriali in sostituzione dei combustibili convenzionali, mentre l’incenerimento interessa più di 1 milione di tonnellate. Sono smaltiti in discarica 12 milioni di tonnellate di rifiuti (l’8,2% del totale gestito) di cui circa 10,9 milioni di tonnellate di rifiuti non pericolosi e 1,2 milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi. Fonte: ufficio stampa ISPRA/SNPA © Riproduzione riservata
DETRAZIONI FISCALI: TRA CHI VENDE E CHI COMPRA, CHI NE HA DIRITTO? L’acquirente non può beneficiare dei bonus fiscali non usati dalla società venditrici. Ma in un caso specifico. Vediamolo. Di Redazione Tecnica - 21 agosto 2019 © RIPRODUZIONE RISERVATA Le detrazioni fiscali spettano a chi effettua i lavori, se chi effettua i lavori ha tutte “le carte in regola” per poterne usufruire. Se non le ha, non ne usufruisce e, di conseguenza, le detrazioni non possono passare a chi acquista l’unità residenziale se non ci sono le condizioni. Il caso specifico che analizziamo qui, da cui ha avuto origine l’interpello 313 delle Entrate, ci dice che chi acquista un immobile da un’impresa non può beneficiare delle detrazioni fiscali previste, né per quanto riguarda gli interventi di ristrutturazione edilizia (articolo 16-bis, comma 1 del TUIR) né per quelli relativi alla riqualificazione energetica (articolo 14 del Dl n. 63/2013) se l’impresa non ha i requisiti per usufruirne. Il chiarimento è stato fornito dall’Agenzia delle Entrate con l’interpello 313/2019. Nel caso delle detrazioni fiscali previste per gli interventi di ristrutturazione edilizia, lo sconto fiscale riguarda soltanto l’Irpef e una Spa non può usarlo perchè soggetta a imposta sui redditi delle società. Nel caso, invece, delle detrazioni relative alla riqualificazione energetica, il bonus è fruibile anche dalle società ma solo per i fabbricati strumentali utilizzati per l’esercizio dell’attività imprenditoriale. Bonus casa scambio tra chi compra e chi vende Nel caso preso in esame dall’Interpello, una Spa ha venduto all’acquirente un’unità immobiliare che faceva parte di un complesso residenziale, completamente dismesso dall’impresa venditrice. Sulle parti comuni del complesso, la società aveva fatto lavori di recupero edilizio e riqualificazione energetica (sostituzione della caldaia e tinteggiatura dei vani scala) senza chiedere le detrazioni e pagando con bonifico ordinario. I lavori di riqualificazione hanno espressamente fatto parte della trattativa di compravendita. L’acquirente ha chiesto di poter usufruire dei bonus fiscali previsti per le opere di riqualificazione e ristrutturazione eseguite sulle parti comuni. Perché? Perché le spese, come richiede la norma agevolativa disciplina
dall’articolo 16-bis, comma 1 del Tuir, possono considerarsi effettivamente a carico degli acquirenti in quanto relative a interventi effettuati nelle parti comuni ed espressamente inserite negli atti di compravendita. L’acquirente ricorda anche che, in base alla circolare n. 43/2016, le agevolazioni non vanno perse se si presenta un’adeguata dichiarazione sostitutiva di atto notorio, che attesti la natura degli interventi e la corretta contabilizzazione ai fini dell’imposta sui redditi. Bonus casa per chi compra: l’Agenzia non approva L’Agenzia delle Entrate esclude che l’acquirente possa beneficiare delle detrazioni fiscali non usate dalla società. Interventi di recupero edilizio Per quanto riguarda il recupero del patrimonio edilizio è vero che, in caso di vendita dell’immobile, l’acquirente può usufruire della detrazione non utilizzata dal venditore, ma si tratta di uno sconto Irpef e, quindi, riconosciuto soltanto alle persone fisiche, come precisato dalla circolare n. 7/E del 2018. Una Spa è soggetta all’imposta sul reddito delle società, ma non all’Irpef. Per questo motivo, non può beneficiare del bonus né tanto meno trasferirlo al nuovo proprietario. Interventi di riqualificazione energetica La stessa cosa vale per le detrazioni relative alla riqualificazione energetica. In questo caso, anche i titolari di reddito d’impresa possono accedere ai benefici fiscali, ma solo per le unità immobiliari strumentali all’esercizio dell’attività imprenditoriale e non per i beni merce che l’impresa costruisce e vende. L’azienda in questione non può usufruire delle detrazioni perchè il complesso immobiliare non è un bene strumentale ma “merce”. Le detrazioni, non sussistendo neanche per l’azienda, non possono quindi essere trasferite all’acquirente.
APE, CONTROLLI QUALITÀ: A CHI SPETTANO? IN VENETO, AGLI ENTI LOCALI In cosa consistono i controlli di qualità degli Attestati di Prestazione energetica? Chi ha il compito di farli? Di Redazione Tecnica - 21 agosto 2019 © RIPRODUZIONE RISERVATA Quali sono, in Veneto, le modalità per effettuare i controlli della qualità dell’Attestazione di prestazione energetica (APE) degli edifici? Lo spiega la Delibera del 30 luglio 2019 n. 1090, che dice che la competenza per i controlli sugli APE è di Province e Comuni, che eseguono anche i controlli sugli impianti termici. APE, controlli qualità: cosa sono? I controlli comprendono: – l’accertamento documentale degli APE, – la verifica del rispetto delle procedure delle Linee guida del D.M. 26/06/2015; – le valutazioni di congruità e coerenza dei dati di progetto o di diagnosi, con la procedura di calcolo e i risultati espressi; – le ispezioni dell’edificio. Il controllo della qualità dell’APE riguarda sia gli edifici residenziali sia i non residenziali. La delibera 1090/2019 stabilisce anche che la Città metropolitana di Venezia, le Province (per i Comuni con popolazione fino a 30.000 abitanti) e i Comuni con popolazione superiore a 30.000 abitanti devono controllare, dando priorità alle classi energetiche più efficienti, in ogni anno solare almeno il 2% degli APE, relativi al territorio di competenza, registrati nell’applicativo della Regione Ve.Net.energia-edifici. APE: le novità più importanti Catasto Regionale APE: al via in Calabria
Da Ottobre 2019 la modalità di trasmissione informatica degli attestati di prestazione energetica degli edifici sarà l’unica possibile. Leggi tutto l’articolo APE: gli interventi migliorativi Gli interventi migliorativi, detti anche interventi raccomandati, sono le indicazioni che, in fase di redazione dell’attestato di prestazione energetica, il certificatore energetico indica al fine di migliorare l’efficienza dell’immobile oggetto di certificazione. È obbligatorio indicare nell’APE gli interventi migliorativi?
Una riforma fiscale verde per il nuovo Governo Più carbon tax, meno sussidi ambientalmente dannosi e rimodulazione ecologica dell’Iva: dopo 8 anni di “clausole di salvaguardia” è arrivato il momento di allargare l'orizzonte [20 Agosto 2019] di Luca Aterini Dopo le comunicazioni del premier Conte, oggi al Senato, ad aprirsi è una nuova fase d’incertezza: all’esperienza del Governo M5S- Lega è bastato poco più di un anno per avviarsi al tramonto, ma è stato sufficiente per lasciare in eredità alla prossima legge di Bilancio un macigno da 23,1 miliardi di euro. Si tratta del paventato aumento dell’Iva, che il nuovo Governo – chiunque saranno i suoi componenti – dovrà trovare in fretta il modo di affrontare. È dal 2011 con il Governo Berlusconi (allora insieme alla Lega) che “clausole di salvaguardia” come questa si susseguono di anno in anno – certo mai con importi così alti –, e visto che ancora il problema dell’Iva non è risolto forse aiuterebbe cambiare approccio. E non c’è orizzonte migliore di una riforma fiscale verde per spingere lo sviluppo sostenibile del Paese: gli spunti non mancano. Sempre nel 2011, come già abbiamo ricordato su queste pagine, l’Agenzia europea dell’ambiente (Eea) nella sua Environmental fiscal reform – Illustrative potential in Italy ha individuato ad esempio un potenziale pari a 25 miliardi di euro tra introduzione di tasse ambientali e rimozione di sussidi impropri, in grado di spingere l’innovazione ambientale come ridurre altre tasse e in primis il costo del lavoro. Più di recente Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile e già ministro dell’Ambiente, ha proposto una riforma fiscale semplice per il clima e il lavoro: «Da un’altra parte si discute sulla necessità di penalizzare fiscalmente le emissioni di gas serra che stanno generando tanti danni e pericoli e che non dovrebbero essere gratis: senza una qualche forma di carbon tax non pare proprio possibile rispettare l’Accordo di Parigi per il clima. Perché non provare ad affrontare questi due problemi congiuntamente?». Sempre Ronchi ricorda che il tema è ormai all’attenzione internazionale: «La World bank ha appena pubblicato un Rapporto sull’andamento del carbon pricing a livello mondiale (State and trends of carbon pricing 2019 , Washington DC, June 2019). Da questo rapporto risulta che questi sistemi stanno crescendo e si stanno diffondendo a livello mondiale: nel 2010 le iniziative di carbon pricing erano 19 e riguardavano solo il 4% delle emissioni mondiali di CO2, ad aprile 2019 sono cresciute a ben 57, applicate a circa il 20% delle emissioni mondiali di CO2-28 sono iniziative di Ets (Emission trading system) e 29 di carbon tax- introdotte in 46 nazioni (in alcune nazioni sono in vigore tutte e due). Questi dati documentano che i sistemi di carbon pricing sono stati introdotti a livello nazionale, smentendo lo scetticismo di quanti,specie in Italia, sostenevano la loro praticabilità solo a livello globale: se funzionano in 46 nazioni, e sono in aumento, significa che si possono introdurre anche a livello di singoli Paesi. Il rapporto della World bank ci ricorda che per rispettare il target dell’Accordo di Parigi, e mantenere l’aumento della temperatura al di sotto dei 2°C, il carbon pricing dovrebbe essere pari ad almeno 40-80 $/tCO2 al 2020 e salire almeno a 50-100 $/tCO2 al 2030. Oggi siamo lontani da questi livelli, meno del 5% delle emissioni di gas serra è soggetta ad un carbon pricing in linea con il livello necessario al 2020» e ad oggi in Europa i grandi emettitori pagano attraverso l’Ets circa 28 euro a tonnellata per la CO2. Che fare dunque? Da una parte la proposta di Ronchi è quella di applicare una carbon tax, inizialmente bassa, anche ai settori non regolati dal sistema Ets europeo, stimando di poterne ricavare «un’entrata aggiuntiva di circa 8 miliardi» di euro; un aggiustamento da introdurre tenendo però di conto – come suggerito dalla stessa World bank – gli impatti sociali del carbon pricing e sulla necessità di forme di graduazione e di compensazione per i redditi bassi, per non cadere nell’errore che ha acceso la miccia dei Gilet gialli in Francia.
Dall’altro lato a suggerire la linea d’intervento è il Catalogo dei sussidi ambientali, recentemente pubblicato dal ministero dell’Ambiente con dati aggiornati al 2017, che mostra come i sussidi vigenti con effetti negativi per l’ambiente ammontano a ben 19,3 miliardi all’anno, dei quali ben 16,8 sono destinati a fonti fossili di energia: recuperandone «almeno 12» e sommandoli agli 8 della carbon tax «avremmo a disposizione ben 20 miliardi, non una tantum, ma permanenti. Con 20 miliardi l’anno si potrebbe ridurre il cuneo fiscale a vantaggio sia dei lavoratori, sia delle imprese – argomenta Ronchi – In questo modo promuoveremmo misure a favore del clima, penalizzando i combustibili fossili, e favoriremmo lo sviluppo degli investimenti delle imprese e dell’occupazione». È in un contesto di più ampio respiro come questo che, eventualmente, parte delle risorse potrebbero essere indirizzate anche a sterilizzare l’aumento dell’Iva, con la consapevolezza però che limitarsi al compitino non porterebbe nulla allo sviluppo sostenibile del Paese, come mostra la storia degli ultimi otto anni. L’economista Gustavo Piga, già presidente Consip, sul Sole 24 Ore si spinge a suggerire di «lasciar aumentare l’Iva, guadagnando ben 23 miliardi di risorse che potrebbero essere usate per gli investimenti pubblici in tutto il Paese. L’impatto di questa manovra, chiamata anche del “moltiplicatore in pareggio”, è noto e positivo per la crescita: se è vero che la domanda privata sarebbe in parte depressa dall’aumento delle imposte indirette, l’impatto positivo dei maggiori investimenti pubblici lo sovrasterebbe, sia nel breve che nel medio periodo». L’economista Tito Boeri, già presidente dell’Inps, oggi su La Repubblica, propone invece una via di mezzo sottolineando comunque che è «forse più saggio, a questo punto, rassegnarsi a un aumento selettivo dell’Iva, riducendo la gamma di beni e servizi soggetti all’aliquota del 4% guardando agli effetti distributivi di questa operazione, e armonizzando le aliquote del 10 e del 22 per cento a un livello intermedio, cosa che sarebbe anche di grande aiuto nella riduzione dell’evasione fiscale. La ragione per cui tutti i partiti sostengono di non volere aumentare l’Iva è che nessuno si vuole intestare un così visibile aumento delle tasse. Ma l’impegno a non aumentare le tasse non significa rinunciare a cambiare la composizione del prelievo fiscale che in Italia grava troppo sul lavoro. Un aumento selettivo e ben congegnato dell’Iva aprirebbe lo spazio per riduzioni delle tasse sul lavoro con benefici importanti per la crescita del nostro Paese. Bene ricordarsi che proprio una riduzione della pressione fiscale sul lavoro, abbinata a un aumento dell’Iva è stata la chiave del ritorno alla crescita della Germania agli inizi del nuovo millennio. Allora era la Germania il grande malato d’Europa. Oggi siamo noi a vantare questo triste primato». E anche in questo caso, come suggerito ormai da anni su queste pagine, una riforma fiscale verde offrirebbe la bussola ideale per dare un senso all’aumento selettivo dell’Iva, tenendo conto degli impatti ecologici dei vari beni e servizi soggetti a tassazione: qualche esempio? Iva agevolata per prodotti che contengono una quota minima di riciclato, in modo da rendere competitivo il costo tra questi ultimi rispetto ai prodotti realizzati esclusivamente con materiale vergine.
Una riforma fiscale ecologica per sfuggire al diktat dell’Iva: sì, ma come? Bisogna premiare l’efficienza e l’innovazione, riducendo ulteriormente il carico fiscale a chi va in questa direzione [20 Agosto 2019] Tempo di legge di Stabilità e, quindi, la riflessione sui temi fiscali è attuale: tutti partono da lì e cioè dal tema dell’Iva e delle clausole di salvaguardia. Ora, a parte riflessioni più ampie su come le risorse pubbliche sono state investite in questi ultimi anni, mi voglio riferire esclusivamente al tema di una riforma fiscale ecologica che riorganizzi le entrate dello Stato italiano a gettito invariato, introducendo tasse ambientali e riducendo i sussidi impropri, abbassando le tasse sul costo del lavoro e aumentando gli investimenti pubblici nella green economy. Chi può dirsi contrario? Nessuno. Eppure, ci sono buone ragioni per non arruolarsi tra i favorevoli senza procedere a molti approfondimenti. Innanzitutto in Italia la pressione fiscale è già alta. Su questo non credo di dover aggiungere altro, se non che un’alta pressione fiscale ha avuto anche l’effetto di ridurre gli investimenti, compresi quelli in ricerca e innovazione. Quindi far riferimento al gettito invariato porta con sé quella difficoltà di fondo che si ripercuote sulla scarsa competitività del Paese. Senza, poi, considerare le entrate parafiscali: ad esempio quelle delle bollette energetiche (che pagano le imprese e famiglie) che finanziano le fonti rinnovabili. Senza contare che un nucleo ristretto di imprese pagare già il diritto ad emettere CO2 secondo le regole comunitarie in vigore. Queste entrate parafiscali, pur non essendo inserite nel bilancio dello Stato, assolvono alla funzione di introdurre sull’energia degli oneri che spingono, nel caso migliore, verso l’efficienza e, in quello peggiore, tendono a rendere meno competitive una serie imprese. Dopodiché bisogna capirsi sulle imprese. Non sono tutte uguali: ci sono quelle che sono energy intensive e quelle labour intensive e, molto spesso, sono organizzate per filiere orizzontali, in cui c’è chi produce il materiale (e quindi usa risorse) e chi lo trasforma in diversi manufatti, fase nella quale il lavoro ha un maggiore peso. L’uno presuppone l’altro, senza contare che il produttore del materiale è sovente (sempre?) anche il riciclatore e, quindi, il perno del sistema di economia circolare. E quindi? Non si può dividere il mondo in due, tra chi usa le risorse e chi no, perché ognuno ha un ruolo nella filiera. Bisogna premiare l’efficienza e l’innovazione, riducendo ulteriormente il carico fiscale a chi va in questa direzione. Ambiente, innovazione e infrastrutture devono essere in cima all’agenda di un Piano di investimenti pubblici e privati a livello italiano ed europeo. Il piano Junker (chi se lo ricorda?) non basta: per ridurre drasticamente le emissioni ci vuole ben altro (un Industria 4.0 su ambiente e energia?). Una volta individuati gli obiettivi, questi devono essere perseguiti con rigore e disciplina. Improponibile a Bruxelles? di Massimo Medugno, direttore generale Assocarta
Una realtà studiata per la prima volta in dettaglio grazie anche a ricercatori italiani Le acque più calde provenienti dall’Atlantico stanno sciogliendo i ghiacci dell’Artico Le regioni più direttamente interessate sono quelle dei mari di Barents e di Kara, e dei mari di Groenlandia, Islanda e Norvegia [20 Agosto 2019] Nell’ultimo mese i ghiacci dell’Artico hanno toccato un nuovo record negativo, infrangendo quello del luglio 2012: la copertura del ghiaccio marino è arrivata al 19,8% sotto la media, e non c’è da stupirsi. Come testimoniano i dati Noaa luglio 2019 è il mese più caldo mai registrato al mondo, e rappresenta al contempo il 415° mese consecutivo con temperature globali superiori alla media: un surriscaldamento accelerato del pianeta che dunque, sull’onda dei cambiamenti climatici, prosegue dal 1985 ma con impatti diversificati sul territorio. L’Artico rientra tra le aree più fragili, e allo scioglimento dei suoi ghiacci concorrono più fattori: tra le cause ci sono acque più calde che dal Nord Atlantico muovono verso di loro, come documenta in dettaglio un nuovo studio realizzato da un team di ricercatori europei, tra cui Dorotea Iovino e Alessio Bellucci, ricercatori del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc). «Con il progetto Primavera, che rappresenta la parte europea e il ‘cervello’ di uno sforzo internazionale (HighResMIP, che partecipa al Coupled Model Intercomparison Project 6, in supporto dell’IPCC), è stato possibile – spiega Bellucci – analizzare per la prima volta in modo sistematico l’impatto della risoluzione dei modelli climatici (ovvero, la loro capacità di rappresentare fenomeni a scale via via più raffinate) su diversi processi cruciali per la dinamica del clima globale». Nello studio Impact of model resolution on Arctic sea ice and North Atlantic Ocean heat transport, pubblicato su Climate Dynamics, si documenta infatti che la perdita sempre più veloce di ghiaccio marino nell’Artico è in parte dettata dal crescente apporto di calore determinato dalle correnti marine che dall’oceano Atlantico trasportano acque più calde verso le alte latitudini. «Sappiamo – continua Bellucci – che il trasporto di acque più calde provenienti dall’Atlantico è uno dei fattori responsabili della riduzione dei ghiacci artici osservata negli ultimi decenni. Grazie all’analisi coordinata di esperimenti condotti con 5 diversi modelli (tra cui il modello del CMCC), utilizzando un protocollo sperimentale concordato, è stato possibile studiare per la prima volta nel dettaglio l’impatto della risoluzione dei modelli sulla rappresentazione dell’interazione tra ghiaccio marino e circolazione oceanica. In tale contesto, si è visto, in particolare, che il grado di realismo nella rappresentazione dei processi oceanici gioca un ruolo primario, mentre il ruolo della risoluzione dei processi atmosferici appare più incerto». Adesso possiamo dunque comprendere meglio il rapporto tra oceano, ghiaccio e clima, e in particolare di quei fenomeni che governano il cambiamento climatico nell’Artico: i risultati dello studio evidenziano chiaramente come l’estensione e lo spessore del ghiaccio si riducano fortemente all’aumentare dell’apporto di acque calde dall’Atlantico, specialmente a nord di 60°N. Le regioni dell’Artico che appaiono più direttamente interessate dal fenomeno sono quelle dei mari di Barents e di Kara, e dei mari di Groenlandia, Islanda e Norvegia (settore Atlantico del Mar Glaciale Artico), che per primi ricevono questo afflusso di acque calde dall’Atlantico.
Incidente nucleare in Russia: dubbi e preoccupazioni sul tema delle contaminazioni radioattive La Federazione nazionale degli ordini dei chimici e dei fisici a disposizione delle istituzioni [20 Agosto 2019] Nei giorni scorsi l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (Isin), aveva comunicato che «Non sono state rilevate misure anomale di radioattività nell’aria, sia in Italia che negli altri paesi europei«, precisando che «In seguito all’incidente dell’8 agosto nel sito militare presso la città russa di Severodvinsk, l’Istituto ha intensificato i controlli attraverso le stazioni delle reti di monitoraggio europee di cui fanno parte anche le Arpa-Appa. Infatti, non appena reso noto l’incidente che la mattina dello scorso 8 agosto ha provocato alcune vittime e il possibile rilascio di materiale radioattivo nella base militare russa di Severodvinsk, la rete internazionale dei controlli si è da subito attivata seguendo con attenzione la vicenda. Dai monitoraggi continui, effettuati con strumentazione in grado di rilevare tracce di radioattività molto al di sotto dei livelli di pericolosità effettiva, al momento non è stata rilevata presenza di anomalie radiometriche in Italia e, in generale, in alcun Paese europeo». Oggi interviene la Federazione nazionale degli ordini dei chimici e dei fisici (Fncf) che evidenzia che, rispetto a quanto avvenuto durante un test missilistico vicino alla città di Nenoska, «Ad oggi non è stato ancora reso noto, essendo coperto da segreto militare, se l’incidente occorso riguardi un missile dotato solo di propulsore nucleare o anche di testata, oppure riguardi un nuovo tipo di propulsione singola radioisotopica termoelettrica». La Fncf spiega che «I missili a propulsione nucleare hanno solitamente una doppia propulsione, la prima data da un motore a razzo a combustibile chimico che fornisce la spinta iniziale, la seconda da un motore nucleare che utilizza il calore di un piccolo reattore nucleare per generare la spinta successiva. Il vantaggio della doppia propulsione è dato dal fatto che la propulsione nucleare necessita di poco combustibile, è più potente e dura molto di più di quella chimica e quindi può portare più “carico” (es una bomba nucleare), molto più lontano e a grande velocità anche fino a 10 mach (1 mach = velocità del suono = 1.191 km/h). Naturalmente utilizzare un reattore nucleare nel motore di un missile è una cosa particolarmente complessa, sofisticata e delicata, che richiede particolari attenzioni vista la necessità di ridurre schermature e protezioni per evitare aumenti di peso del missile e dunque poter sprigionare grande potenza e permettere al missile di raggiungere grandi velocità e distanze. Giuseppe Scalzo, fisico della Fncf, fa un esempio della portata di questi missili «Un missile a propulsione può trasportare una bomba nucleare, può raggiungere velocità anche superiori a 10.000 Km/h ed è pertanto difficilmente intercettabile dai sistemi di difesa in quanto può impiegare una decina minuti per arrivare alla distanza di 2.000 Km». I chimici e fisici italiani ricordano che «Il test missilistico, come già detto, è naturalmente coperto da segreto militare ma è verosimile che data la presenza di radiazioni gamma qualcosa sia andato fuori controllo nella reazione. La stampa conferma che l’esplosione avvenuta ha provocato la morte di cinque tecnici specialistici e due funzionari del governo mentre non si hanno notizie certe di quanti altri siano rimasti coinvolti dall’esplosione. È emerso il fatto che i sanitari che hanno prestato soccorso ai feriti (pare una sessantina) non erano stati avvisati dell’esposizione a radiazioni e della possibile contaminazione con materie radioattive. Merita sottolineare che queste tipologie di test possono comportare il rischio di esposizioni a radiazioni e ricadute pertanto sia sull’ambiente che sulla popolazione. Proprio questa preoccupazione, e soprattutto l’assenza di informazioni certe, ha portato diversi enti ed istituzioni a vario titolo ad effettuare rilievi e misurazioni a differenti distanze». La presidente Nausicaa Orlandi sottolinea che «La Fncf ritiene importante che la popolazione abbia delle informazioni complete e non discordi in modo da garantire la salute e sicurezza della collettività ed evitare l’insorgere di fake news lesive. Nell’ambito del proprio ruolo di ente pubblico, organo sussidiario dello stato, la Fncf si mette a disposizione delle istituzioni e della comunità per fornire supporto e chiarimenti, ove necessario, avvalendosi del contribuito dei propri professionisti chimici e fisici esperti nell’ambito
nucleare, di radioisotopi, di radiazioni e di radioprotezione. Per quanto riguarda le radiazioni emesse e dunque il livello di contaminazione ambientale, la stampa riporta che il governo russo dai rilevamenti fatti in sei stazioni distanti una cinquantina di chilometri dal luogo dell’incidente rivelano un valore di radioattività pari a circa 16 volte il fondo ambientale normalmente misurato. Un dato di questo genere, peraltro concorde con quello riportato ad esempio da Greenpeace (20 volte il normale), fa pensare che l’incidente vi sia stato ma senza contaminazione rilevante per zone che si trovano a distanze superiori a un centinaio di km. Per avere un paragone basti pensare che l’incidente occorso alla centrale di Chernobyl evidenziò un valore di aumento di fondo di centinaia di migliaia di volte». Nonostante dopo l’evento sia stato registrato un breve e circoscritto picco di radiazioni, nelle aree limitrofe all’incidente si è verificato un incremento nell’acquisto di Iodio ed Emiliano Cazzola, chimico della Fncf evidenzia che «Tale sostanza viene impiegata in caso di fughe nucleari per bloccare la tiroide e limitare i potenziali danni derivanti da esposizione a radioisotopi di Iodio. Gli isotopi dello Iodio sono prodotti in grandi quantità durante gli incidenti nucleari essendo generati dalla fissione dell’Uranio. Lo Iodio, e quindi anche i suoi radioisotopi, è accumulato nella tiroide che lo impiega per la sintesi ormonale. Come è facile comprendere qualora i radioisotopi dello iodio si sostituissero nel metabolismo tiroideo, si innescherebbero una serie di gravi patologie all’organo stesso e ad altri collegati». Alla Fncf dicono che «Si resta ad ogni modo in attesa di ulteriori dati ed informazioni tenendo conto che probabilmente saranno effettuati altri rilievi e misurazioni in altre centraline di controllo degli stati Europei. L’assenza di chiarezza, infatti, nelle comunicazioni interne e verso l’estero, non aiuta certo a guadagnare la fiducia, sia della popolazione che delle autorità, in particolare vista la tipologia di incidente avvenuto che sembra confermare una continua ricerca e sviluppo di armi sempre più sofisticate». La Orlandi conclude: «La Federazione nazionale degli ordini dei chimici e fisici resta sicuramente a disposizione delle istituzioni per fornire il supporto necessario atto a dare un’informazione corretta, chiarire eventuali dubbi e preoccupazioni in tema di radiazioni e relative implicazioni sulla salute delle persone e sull’ambiente».
Sala Baganza (PR), torrente Scodogna: più sicurezza contro le alluvioni Martedi 20 Agosto 2019, 15:47 Il corso d'acqua fu protagonista nel 2011 di una rovinosa piena che provocò danni e la morte di un uomo, Agostino Galeotti, nella frazione salese di Talignano Importanti lavori di miglioramento della sicurezza idraulica per il torrente Scodogna, protagonista nel 2011 di una rovinosa piena che provocò danni e la morte di un uomo, Agostino Galeotti, nella frazione Talignano di Sala Baganza (PR). Dopo le opere di manutenzione realizzate in questi anni dalla Regione Emilia-Romagna, entro fine mese si concluderanno i lavori iniziati soltanto all’inizio di agosto per il raddoppio della portata del torrente, nel tratto lungo 200 metri a monte e a valle del ponte che sorge su via Olma, una delle zone più popolate di Talignano e più delicate dal punto di visa della sicurezza idraulica. L’intervento ha comportato un investimento complessivo pari a 110mila euro, finanziati dall’ente emiliano-romagnolo (100mila euro) e dal Comune di Sala Baganza (10mila euro), che ne ha curato la progettazione e la direzione dei lavori affidata a Cristina Muzzi, responsabile dell’Area Opere pubbliche e progettazione. "La positiva esperienza di condivisione e collaborazione con gli altri enti coinvolti, ha permesso di raggiungere un risultato importante – sottolinea Muzzi –: il notevole miglioramento delle condizioni di sicurezza idraulica della zona, nel rispetto del delicato e pregevole contesto ambientale". Il sindaco di Sala Baganza, Aldo Spina, pone l’accento sul "percorso particolarmente complesso dell’intervento, il cui esito ci riempie di soddisfazione. L’obiettivo è stato infatti raggiunto grazie al supporto determinante della Regione, al pari della disponibilità dei singoli privati cittadini interessati e dalle loro rappresentanze".
L’assessore comunale ai Lavori pubblici, Nicola Maestri, evidenzia come le opere siano state "eseguite nei tempi programmati, sfruttando nel modo migliore le poche settimane disponibili per realizzare l’intervento nel rispetto dell’ambiente e dei ritmi di vita della fauna presente". red/mn (fonte: Comune Sala Baganza)
Il livello del Mediterraneo è in aumento: due scenari Martedi 20 Agosto 2019, 12:29 Con uno studio che ha messo in correlazione le proiezioni climatiche per i prossimi anni con quelli dei movimenti della superficie terrestre lungo alcune coste del Mediterraneo negli ultimi 20 anni, i ricercatori hanno evidenziato un aumento certo del livello del mare Come potrebbe aumentare il livello del mare Mediterraneo nel 2050 e nel 2100? I ricercatori hanno individuato due scenari possibili in relazione all'andamento delle variazioni climatiche. I risultati sono illustrati nello studio “Natural Variability and Vertical Land Motion Contributions in the Mediterranean Sea-Level Records over the Last Two Centuries and Projections for 2100”, pubblicato nei giorni scorsi sulla rivista Water della MDPI, ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), della Radboud University (Olanda) e della Sorbonne Université(Francia). Le proiezioni climatiche usate per lo studio sono quelle fornite dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC, organismo delle Nazioni Unite per la valutazione della scienza relativa ai cambiamenti climatici). Il calcolo ha incluso gli effetti della subsidenza (movimento verticale del suolo verso il basso per cause naturali o antropiche) individuata da misure geodetiche GPS acquisite negli ultimi 20 anni circa e la fluttuazione naturale del livello marino, causato dalla variabilità climatica, che agisce con periodi decennali. “I risultati mostrano che nello scenario climatico RCP8.5 (il primo, nrd), si potrà verificare entro il 2050 un aumento massimo del livello medio del mare di circa 20 cm mentre nel 2100 si potranno raggiungere i 57 cm circa. Nello scenario RCP2.6 (il secondo, ndr), meno critico del precedente, nel 2050 si potrà avere un aumento di 17 cm e nel 2100 di 34 cm”, evidenzia Marco Anzidei, ricercatore dell’INGV, coautore dello studio e coordinatore del progetto europeo SAVEMEDCOASTS che ha finanziato la ricerca. Antonio Vecchio - autore dello studio e ricercatore della Radboud University - precisa, inoltre, che “a livello locale le fluttuazioni del livello marino possono contribuire fino al 9% della variazione
totale attesa, mentre subsidenza e variabilità nel loro insieme sono responsabili di circa il 15% della variazione del livello del mare. Nella laguna di Venezia, dove la subsidenza accelera l'effetto dell’aumento del livello marino, si stima che nel 2100 il livello medio del mare sarà più alto rispetto ad oggi tra i 60 e gli 82 cm, nei due scenari climatici RCP2.6 e RCP8.5”. Le analisi mostrano che gli effetti locali hanno un ruolo rilevante nel calcolo delle proiezioni di aumento di livello marino per diverse zone. “In particolare” - conclude Marco Anzidei - “lungo le coste basse e subsidenti gli aumenti attesi sono in grado di causare una ingressione marina più rapida, cioè il mare tende a sommergere tratti più o meno ampi di costa in maniera più veloce rispetto alle zone non subsidenti. Ciò rappresenta un fattore di rischio per l'ambiente, per le infrastrutture e per le attività umane, come l’erosione e l’aumento dei rischi legati ad inondazioni, mareggiate e maremoti, con le conseguenti perdite economiche. Le istituzioni, a tutti i livelli di governance, devono tenere conto di queste proiezioni perchè sono fondamentali per affrontare in modo più consapevole la gestione delle nostre coste”. red/mn (fonte: Ingv)
Cambiamenti climatici, l’allarme di uno studio: “Entro il 2050 il livello del Mar Mediterraneo potrebbe salire di 20 centimetri” Secondo il report pubblicato sulla rivista Water sono due gli scenari possibili: uno più grave e uno meno. Situazione critica a Venezia dove l'acqua entro il 2100 potrebbe crescere anche di 60-82 centimetri rispetto ad oggi di F. Q. | 20 AGOSTO 2019 I cambiamenti climatici potrebbero far salire il livello del Mar Mediterraneo fino a 20 centimetri entro il 2050 e fino a 57 centimetri entro il 2100. A rivelarlo uno studio pubblicato sulla rivista Water dai ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) di Bologna e di Roma, dell’olandese Radbound University e dell’Università la Sorbona di Parigi. Tra le città che maggiormente risentiranno delle variazioni c’è Venezia dove l’acqua, nel 2100, potrebbe salire di 60 – 82 centimetri rispetto ad oggi.
Due gli scenari prospettati dallo studio. Uno che vede, appunto, il mare alzarsi di 20 centimetri entro 30 anni, e un altro più positivo. “Nello scenario RCP2.6 (il secondo, ndr), meno critico del precedente, nel 2050 si potrà avere un aumento di 17 cm e nel 2100 di 34 cm”, evidenzia Marco Anzidei, ricercatore dell’Ingv e coautore dello studio. Nello specifico gli studiosi hanno osservato le variazioni del livello in corrispondenza di nove stazioni mareografiche, poste nel Mediterraneo centro-settentrionale, che ne misurano il livello dal 1888. I dati delle stazioni sono stati incrociati e combinati con quelli delle proiezioni climatiche fornite dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC, organismo delle Nazioni Unite per la valutazione della scienza relativa ai cambiamenti climatici). Prese in considerazione anche le misure relative all’abbassamento del suoloper cause naturali o dovute alle attività umane, ottenute con il Gps negli ultimi 20 anni. Anche gli effetti locali, come le fluttuazioni del livello marino, possono incidere sulla variazione totale attesa fino al 9%. Proprio questo è il motivo per cui nella laguna veneta l’aumento del livello marino è accelerato, spiega il ricercatore Antonio Vecchio. “In particolare – conclude Marco Anzidei – lungo le coste basse e subsidenti gli aumenti attesi sono in grado di causare una ingressione marina più rapida, cioè il mare tende a sommergere tratti più o meno ampi di costa in maniera più veloce rispetto alle zone non subsidenti. Ciò rappresenta un fattore di rischio per l’ambiente, per le infrastrutture e per le attività umane, come l’erosione e l’aumento dei rischi legati ad inondazioni, mareggiate e maremoti, con le conseguenti perdite economiche. Le istituzioni, a tutti i livelli di governance, devono tenere conto di queste proiezioni perché sono fondamentali per affrontare in modo più consapevole la gestione delle nostre coste”.
L’AUMENTO DEL MARE MEDITERRANEO NEL 2050 E NEL 2100 NELLE PROIEZIONI DEI DATI SCIENTIFICI Redazione 20 Agosto 2019 Con uno studio che ha messo in correlazione le proiezioni climatiche per i prossimi anni con quelli dei movimenti della superficie terrestre lungo alcune coste del Mediterraneo negli ultimi 20 anni, i ricercatori hanno evidenziato un aumento certo del livello del mare, ipotizzando due scenari possibili. Il tema delle variazioni climatiche sta, sempre di più, concentrando l’attenzione dei ricercatori in tutti i settori delle geoscienze. Con lo studio “Natural Variability and Vertical Land Motion Contributions in the Mediterranean Sea-Level Records over the Last Two Centuries and Projections for 2100”, pubblicato nei giorni scorsi sulla rivista Water della MDPI, ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), della Radboud University (Olanda) e della Sorbonne Université (Francia) hanno osservato come potrebbe aumentare il livello del mare nel 2050 e nel 2100 in corrispondenza di nove stazioni mareografiche poste nel Mediterraneo centro-settentrionale, che ne misurano il livello a partire dal 1888. Il calcolo ha incluso gli effetti della subsidenza (movimento verticale del suolo verso il basso per cause naturali o antropiche) individuata da misure geodetiche GPS acquisite negli ultimi 20 anni circa e la fluttuazione naturale del livello marino, causato dalla variabilità climatica, che agisce con periodi decennali.
Lo studio ha previsto due scenari possibili del livello del mare nel 2050 e 2100, calcolati sulla base delle proiezioni climatiche fornite dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC, organismo delle Nazioni Unite per la valutazione della scienza relativa ai cambiamenti climatici), perfezionate con i dati della subsidenza, che varia da luogo a luogo, e della fluttuazione naturale del livello marino. “I risultati mostrano che nello scenario climatico RCP8.5, si potrà verificare entro il 2050 un aumento massimo del livello medio del mare di circa 20 cm mentre nel 2100 si potranno raggiungere i 57 cm circa. Nello scenario RCP2.6, meno critico del precedente, nel 2050 si potrà avere un aumento di 17 cm e nel 2100 di 34 cm”, evidenzia Marco Anzidei, ricercatore dell’INGV, coautore dello studio e coordinatore del progetto europeo SAVEMEDCOASTS (www.savemedcoasts.eu) che ha finanziato la ricerca. Antonio Vecchio – autore dello studio e ricercatore della Radboud University – precisa, inoltre, che “a livello locale le fluttuazioni del livello marino possono contribuire fino al 9% della variazione totale attesa, mentre subsidenza e variabilità nel loro insieme sono responsabili di circa il 15% della variazione del livello del mare. Nella laguna di Venezia, dove la subsidenza accelera l’effetto dell’aumento del livello marino, si stima che nel 2100 il livello medio del mare sarà più alto rispetto ad oggi tra i 60 e gli 82 cm, nei due scenari climatici RCP2.6 e RCP8.5”. Foto – La laguna veneta. Qui, secondo le proiezioni più critiche (RCP 8.5) nel 2100 il livello medio del mare potrebbe essere più alto di circa 82 cm rispetto ad oggi. Ph © Marco Anzide Le analisi mostrano che gli effetti locali hanno un ruolo rilevante nel calcolo delle proiezioni di aumento di livello marino per diverse zone. “In particolare” – conclude Marco Anzidei – “lungo le coste basse e subsidenti gli aumenti attesi sono in grado di causare una ingressione marina più rapida, cioè il mare tende a sommergere tratti più o meno ampi di costa in maniera più veloce rispetto alle zone non subsidenti. Ciò rappresenta un fattore di rischio per l’ambiente, per le infrastrutture e per le attività umane, come l’erosione e l’aumento dei rischi legati ad inondazioni, mareggiate e
maremoti, con le conseguenti perdite economiche. Le istituzioni, a tutti i livelli di governance, devono tenere conto di queste proiezioni perchè sono fondamentali per affrontare in modo più consapevole la gestione delle nostre coste”. #ingv #mediterraneo #clima #savemedcoast #radbouduniversity #sorbonne #ipcc FONTE: COMUNICATO INGV DEL 20 agosto 2019 La scheda Chi: Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), Radboud University (Olanda), Sorbonne Université (Francia). Cosa: Proiezione dell’aumento del livello del Mediterraneo centro-settentrionale nel 2050 e nel 2100. Dove: I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista internazionale Water di MDPI https://www.mdpi.com/2073-4441/11/7/1480
Dall'Arabia Saudita il pannello fotovoltaico che rende l’acqua potabile Il calore generato da pannelli fotovoltaici usato per potabilizzare l'acqua: un'accoppiata vincente che potrebbe migliorare la vita a un miliardo di persone. Speciali pannelli fotovoltaici potrebbero produrre contemporaneamente corrente elettrica e acqua potabile.|PENG WANG La nuova invenzione di un team di ricercatori dell’Arabia Saudita potrebbe rivoluzionare la vita a milioni di persone costrette a combattere quotidianamente con la mancanza di acqua potabile ed energia. Peng Wang e i suoi colleghi della King Abdullah University of Science and Technology di Thuwal hanno infatti messo a punto un innovativo dispositivo fotovoltaico che oltre a produrre corrente elettrica può purificare le acque inquinate. Secondo i ricercatori la mancanza di accesso all’acqua e a fonti di energia colpisce oltre 780 milioni di persone nel mondo. Il costo sociale ed economico di questo
Puoi anche leggere