Associazione Italiana di Psicologia Giuridica - AIPG

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Associazione Italiana di Psicologia Giuridica - AIPG
Associazione Italiana di Psicologia Giuridica
                 Corso di Formazione in
   Psicologia Giuridica e Psicopatologia Forense
     Teoria e Tecnica della Perizia e della Consulenza Tecnica
           in ambito Civile e Penale, adulti e minorile “

   L’imputabilità: il piacere tossico negli adolescenti

                                                          Candidata
                                                       Micaela Libbi

                           CORSO 2020
Sommario

1) IL PIACERE TOSSICO ...............................................................................................2

2) IL BISOGNO E IL DESIDERIO...................................................................................4

3) I NUOVI STILI DI CONSUMO GIOVANILE .............................................................5

4) ADOLESCENZA E DIPENDENZA............................................................................ 11

5) L’IMPUTABILITA’ DI UN MINORE........................................................................ 14

   5.1) L’ARTICOLO 97 DEL CODICE PENALE ........................................................................ 17

   5.2) L’ARTICOLO 98 DEL CODICE PENALE ........................................................................ 18

6) IL CONCETTO DI MATURITA’ E L’IMPUTABILITA’ ......................................... 18

7) IL TRATTAMENTO GIURIDICO DI UN SOGGETTO TOSSICODIPENDENTE . 24

BIBLIOGRAFIA ............................................................................................................. 31

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1) IL PIACERE TOSSICO

L’osservazione della realtà circostante può condurre i ricercatori ad incorrere in fenomeni, i quali
seppure studiati e conosciuti da tempo, risultino ancora non completamente chiari. Uno di questi
fenomeni nell’ambito psicopatologico e clinico è rappresentato dalla dipendenza da sostanze o da
comportamenti specifici, i quali vanno ad influenzare e a distorcere, a differenti livelli di gravità,
le esperienze private di alcuni soggetti.

La dipendenza primariamente risulta essere un fenomeno individuale il quale può presentarsi
durante lo sviluppo psicologico in risposta a specifici fattori evolutivi, nonché una condizione
neurobiologica e un problema sociale. L’insieme di questi fattori inseriscono la dipendenza in una
costellazione di relazioni oggettuali, angosce e difese la cui dinamica si esplica in una necessaria
attitudine le cui finalità e le motivazioni non sempre risultano chiare, tanto alla consapevolezza
del paziente, quanto alla valutazione del clinico (Baraldi, 2001).

Lo scopo principale delle droghe risulta essere il cambiamento della percezione del sé e
dell’ambiente circostante, le dipendenze patologiche fanno sì che i soggetti modifichino lo stato
di coscienza ordinario il cui disagio e sofferenza non riescono ad essere regolati altrimenti.

Il punto fondamentale nell’esperienza della dipendenza è rappresentato dalle problematiche
innescate dalla separazione e dal distacco, le quali sono causa di profonda preoccupazione e di
tendenze e comportamenti regressivi. Le rappresentazioni e i vissuti riguardati la perdita e la
solitudine vano a costituire la principale minaccia nel funzionamento dell’Io . Il senso di
svuotamento e di frammentazione del sé conducono ad intensificare le difese il cui fine si esplica
nell’affrontare l’angoscia di essere sé stessi (Greenspan, 1989).

Il dramma che si osserva in questi soggetti è rappresentato dall’incombente pericolo di cedimento
psichico e, si riferisce ad una tensione particolare ed intollerabile dalla quale scaturisce la
complessità dei meccanismi di difesa attivati come controllo rispetto al terrore della vulnerabilità.

Affinché la dipendenza si instauri nella vita di una persona è necessaria la presenza di una
vulnerabilità di base, che conduce ad una modalità di comportamento utilizzata nel momento in
cui il soggetto si trova sotto stress. Nei soggetti dipendenti si presentano delle emozioni gravose,
quali la frustrazione, la delusione, la rabbia, la gelosia, la rivalità, l’invidia e la competizione, che
non riescono ad essere mentalizzate nell’esperienza interiore. Diviene fondamentale la capacità di

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rappresentazione di un pensiero o di un affetto, affinché i soggetti dipendenti riescano a
raggiungere il controllo di quelle emozioni che, potrebbero sopraffare e annientare la loro identità.
La regolazione affettiva è un processo attivo, che vede il coinvolgimento di domini interdipendenti
tra di loro, quello neurofisiologico, comportamentale e cognitivo-esperenziale, la cui interazione
è determinata dall’influenza derivante dalle relazioni stabilite durante la prima infanzia (Del Rio
& Luppi, 2010)

La modalità particolarmente aggressiva con la quale i soggetti dipendenti hanno vissuto la
separazione e il distacco nelle prime fasi dello sviluppo, li porta a sperimentare un disturbante
senso di alterità e di vuoto esistenziale, la cui conseguenza si evidenzia in un pervasivo sentimento
d’impotenza che non riesce ad essere elaborato nelle successive fasi di sviluppo.

Quando un soggetto si sente stanco, malato o è sotto pressione, le d olorose esperienze
psicosensoriali esperite in questo stato, non riescono ad essere integrate nel Sé, facendo sì che il
soggetto tenda ad estraniarsi dalla realtà ordinaria, ricercando sensazioni alternative piacevoli. Se
l’allontanamento dalla realtà risulta essere parziale e temporaneo, tale meccanismo di difesa può
risultare adattivo, tuttavia i problemi incorrono nel momento in cui l’allontanamento diviene una
modalità ricorsiva con la quale si gestiscono gli eventi che si presentano nella vita o le tensioni
percepite nelle relazioni.

Il dipendente patologico fa in modo di non sentire e di non pensare, ricorrendo ad una specie di
tecnica autoipnotica che lo catapulta in un altro mondo, un modo presimbolico, nel quale non si è
ancora costituito il legame e la separazione dall’oggetto.

Facendo riferimento ad un aspetto dinamico, si può affermare che, gli oggetti della dipendenza
presentano delle somiglianze con l’oggetto transizionale: non sono umani, sono tattili, sono
investiti libidicamente, devono essere stabilmente disponibili e prevedibili: grazie a ciò l’equilibrio
psicofisico riesce ad essere mantenuto in condizioni di elevata tensione.

Lo scopo del soggetto dipendente è quello di ricercare un piacere, il quale provoca uno stato di
trance autoindotto, che permette di costruire una realtà psicosensoriale differente da quella esperita
nella realtà ordinaria, tale realtà parallela permette di ritirarsi da ogni contatto , di dissociare le
sensazioni, le emozioni e le immagini conflittuali, che non sono rappresentabili sul piano
cosciente.

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Il soggetto dipendente attraverso i suoi comportamenti paradossali esprime una richiesta di aiuto,
a volte quasi consapevolmente, a causa della sua incapacità a tollerale il dolore, rinuncia all’uso
del pensiero e della riflessività, ricercando una scarica emozionale che viene messa in atto in modo
progressivo con modalità sempre più compulsive (Gaddini, 1986).

   2) IL BISOGNO E IL DESIDERIO

Un fenomeno tossicomanico assume valenze differenti se si rivolge l’attenzione alla “sostanza,
agli usi di questa o alle caratteristiche della relazione con l’oggetto. Se l’attenzione è volta alla
“sostanza” si considereranno oggettivamente tossicomani tutti quei comportamenti di dipendenza
da sostanze “ufficialmente” tossiche, come, per esempio, le cosiddette droghe “pesanti”. Tuttavia,
la definizione di tossicodipendenza, diventerà più incerta se la nostra attenzione è volta verso le
droghe “leggere”, o verso l’uso di altre sostanze non oggettivamente tossiche. In questo caso non
ci si potrà limitare a sottolineare la presenza o l’assenza di una sostanza, ma la valutazione dovrà
essere diretta verso la quantità assunta o la frequenza. Le caratteristiche di un comportamento
tossico verranno determinate dal rapporto, necessariamente variabile, tra la frequenza d’uso e la
quantità di assunzione (Freda, 2001).

Il fattore che primariamente va a discriminare le manifestazioni tossicomaniche è determinato
dalla compulsività (craving). Si potrebbe definire la compulsività come un bisogno impellente,
una necessità “automatica”, un’urgenza. Le azioni del soggetto sono depauperate
dall’intenzionalità, al punto tale che il soggetto dipendente non riconosce i confini della sua
volontà o della sua identità (Sarno &Madeddu, 2007).

Occorre effettuare una distinzione nell’orizzonte motivazion ale tra “bisogno” e “desidero”: il
termine bisogno rimanda alle necessità biologiche in funzione della sopravvivenza, il bisogno è la
percezione di una mancanza totale o parziale di uno o più elementi che costituiscono il benessere
di un individuo. L’essere umano esprime il bisogno già nelle primissime fasi dello sviluppo, il
bisogno veicola la necessità, l’urgenza, l’intollerabilità dell’attesa (Sarno & Epifanio, 2005).

Il bisogno è correlato allo stato somato-psichico presente agli esordi della vita. La vita del neonato
è costellata da un inevitabile presenza di bisogni il cui soddisfacimento garantisce la sua
sopravvivenza, contrariamente l’impossibilità da parte dell’ambiente di colmarli insinua in questo
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una condizione di sofferenza intollerabile. Il bisogno si vede correlato alla “cultura” dell’oggetto
il quale è necessario a saturare un bisogno incoercibile. Nella “cultura” del bisogno il valore
dell’oggetto si traduce in un utilizzo immediato (Pieretti & Manella).

I sentimenti di indifferenza, l’abbandono di sé ai piaceri, l’ingordigia sottolineano come gli abusi
presenti nella cultura del bisogno vadano a tradursi in azioni. L’assenza dell’oggetto conduce ad
una fame che non riesce ad essere soppressa sintomaticamente, la fame diviene una coazione volta
a riempire un vuoto provocato da una mancanza, e l’oggetto viene ricercato in maniera compulsiva.
Se la vita dell’oggetto dipende dal suo immediato utilizzo e può avere una sostituibilità infinita,
questo non ha la possibilità di avere delle specifiche caratteristiche (Winnicott, 1960).

Se la “cultura” è veicolata da un desiderio il valore dell’oggetto è stabilito in relazione alle sue
qualità intrinseche. Il desiderio, si alimenta delle attese: le relazioni, i pensieri, possono
incrementarsi in uno spazio -tempo dove è presente l’assenza dell’oggetto. Le rappresentazioni
che nascono in assenza dell’oggetto, servono a far sì che l’oggetto sia presente mentalmente nel
tempo della sua “assenza”. Primariamente la rappresentazione visiva e successivamente la parola
permettono al bambino di tollerare l’assenza della mamma, in accordo con la necessità o con il
desiderio della sua presenza (Alberti, 2017). Se la “cultura” è veicolata da un desiderio il valore
dell’oggetto è stabilito in relazione alle sue qualità intrinseche (Pieretti & Manella)

Nella nostra cultura tali caratteristiche conducono a confini indefiniti tra quei comportamenti
presunti normali e comportamenti tossicomanicamente patologici (Freda, 2001).

   3) I NUOVI STILI DI CONSUMO GIOVANILE

Nei paesi occidentali negli ultimi anni il consumo di sostanze è un fenomeno che vede un
incremento esponenziale, il quale va assumendo caratteristiche preoccupanti. Prima tra le quali è
l’ingresso delle droghe nella “normalità”, nel vivere quotidiano (Gatti & Grosso, 2006).

Il mondo della dipendenza porta con sé scenari pieni di dolore e devianza riguardanti sempre di
più gruppi sociali già in partenza svantaggiati ed emarginati, o soggetti con pregresse
problematiche di sofferenza mentale. Ciò che si evidenzia è come la maggior parte dei giovani

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consumatori stia andando verso un uso occasionale e intermittente di sostanze di sintesi, legato a
contesti ricreativi.

La grande varietà e disponibilità di sostanze e farmaci sul mercato, nonché l’aumento della
popolazione di consumatori, nei prossimi anni condurranno ad un incremento dell’incide nza di
casi di soggetti che per motivi propri o aggiuntivi si inseriranno nelle trame della dipendenza
patologica.

In previsione di questo incremento si rende necessario potenziare la formazione e la riflessione
sull’intervento delle dipendenze patologiche, settore verso il quale la psicologia clinica e la
psichiatria ancora ad oggi mostrano una malcelata diffidenza (Di Blasi, 2003).

Il consumo intermittente o occasionale di sostanze sembra essere l’area del fenomeno
numericamente più vasta, ma allo stesso tempo poco conosciuta, poiché viene resa invisibile
dall’alone di normalità che circonda i giovani consumatori. In questa area è possibile confrontare
una vasta gamma di variabilità fenomenologica che si esprime in comportamenti fisiologici,
normalmente trasgressivi, spesso incautamente pericolosi e a volte chiaramente problematici
(Bertoletti & Meringolo, 2010).

Tali comportamenti, si riscontrano prevalentemente nella fase adolescenziale: con questo termine
si indica la fascia di età compresa tra i 12 e i 19 anni, un passaggio dall’infanzia all’età adulta,
quella maggiormente più ricca di cambiamenti a livello fisico, psichico ed emotivo. L’adolescente
si trova in una fase di profondo mutamento, in cui deve fare scelte che saranno poi fondamentali
per la costruzione di una identità adulta. L’adolescenza da un lato prevede l’abbandono dei valori
giovanili, e dall’altro l’apertura verso nuovi comportamenti, verso la sperimentazione di nuovi
ruoli, e l’esplorazione di un ambiente socio-culturale in cui l’adolescente si trova a vivere.

L’elemento caratteristico nella costruzione dell’identità è rappresentato dal corpo dell’adolescente:
l’inizio della pubertà vede il raggiungimento della capacità riproduttiva, conducendo a notevoli
cambiamenti sia a livello fisico che mentale. L’adolescente si ritrova in un corpo nuovo, e deve
imparare ad accettarlo tanto biologicamente che psicologicamente. Il giovane ha bisogno di tempo
per elaborare la sua trasformazione, che implica la perdita e la costruzione della sua nuova
immagine interna: deve creare la propria identità corporea. Il maggior rischio che il giovane corre
è quello di poter considerare il corpo come un ostacolo nel rapporto con gli altri e per questo tende
a tenerlo a distanza, a negarlo, a odiarlo, a metterlo in pericolo (Pesce, 2020).
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Un altro aspetto della costruzione della propria identità riguarda la sfera emotiva: l’adolescente
inizia a provare sensazioni, emozioni e sentimenti nuovi, sconosciuti e indecifrabili (Nicolò &
Ruggiero, 2016).

Rilevante risulta anche essere il tema della separazione e dell’individuazione, il soggetto si trova
a scegliere tra modelli vecchi e nuovi, tra imposizioni e ribellioni, tra essere come si vuole o come
si dovrebbe essere (Monti et al., 2018). I delicati compiti evolutivi che devono essere affrontati nel
periodo adolescenziale possono far emergere contesti complicati o stati transitori di bisogno, che
rendono l’adolescente un “soggetto a rischio” per problemi di diversa natura.

Assumono particolare rilevanza, tanto per gli aspetti sociali, quanto per quelli psicologici, le
problematiche correlate ai comportamenti di dipendenza, poiché l’adolescenza sembra essere il
periodo cruciale per la sperimentazione della maggior parte delle sostanze psicoattive lecite e
illecite (Ravenna, 2001).

Tradizionalmente il consumo di sostanze stupefacenti si vedeva correlato al disagio, a vicende
familiari più o meno traumatizzanti, così che oggi ci si trova spiazzati di fronte a questi
comportamenti giovanili che appaiono maggiormente connessi alle difficoltà tipiche presenti nella
fase adolescenziale, declinate in uno scenario antropologico-culturale molto complesso.

Questi comportamenti hanno in comune la ricerca del piacere immediato, i conseguenti rischi sono
legati alla perdita o alla mancanza di controllo sul consumo, tuttavia si muovono all’interno di uno
spazio così vasto rispetto al quale risulta essere molto difficile stabilire un confine tra sano e
patologico, tra normalità e devianza (Cambria, 2004).

A volte, tali comportamenti, cecano di esprimere le difficoltà legate al raggiungimento d i tappe
evolutive importanti, quali l’assunzione di una nuova identità sociale e sessuale, o il delineare un
progetto di vita che possa risultare interessante e convincente. Nello stesso tempo, esprimono
impulsi vitali che appaiono sintonici tanto ad alcune caratteristiche del nostro tempo e del nostro
modo di vivere, che vede come elementi fondamentali la velocità, il consumismo, l’efficienza e il
rischio, quanto alle esigenze fase-specifiche dove il soggetto va alla ricerca di un senso, e
l’accostamento al rischio viene percepito come un comportamento naturale che si sviluppa
all’interno del processo di crescita (Di Blasi, 2003).

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Le droghe catalizzano sia i consumatori occasionali che sono spinti dalla curiosità nello
sperimentare degli stati di alterazione della coscienza, sia i consumatori problematici che
utilizzano la sostanza come una protesi a cui viene affidato il compito di risolvere, anche solo
temporaneamente, le proprie difficoltà.

Diversi ragazzi vivono condizioni di difficoltà psicologiche di varia natura, rispetto alle quali il
consumo di droghe, rappresenta una sorta di soluzione sintomatica più o meno consapevole. Per
molti adolescenti il consumo di sostanze è preceduto e si sovrappone ad una situazione di
malessere. Il disagio dell’adolescente si mostra, principalmente, nella relazione con i co etanei, e
si esprime attraverso un sentimento di inadeguatezza e di inferiorità che non gli permette di vivere
in maniera naturale le situazioni sociali, costringendoli all’isolamento all’interno del gruppo di
appartenenza.

Il profondo timore che la propria identità sociale e sessuale, non corrisponda né alle proprie
aspettative né a quelle dei coetanei, sembra indicare una fragilità nell’area delle rappresentazioni
narcisistiche del Sé.

L’uso di droghe sembra rappresentare un facilitatore nelle relazioni, consentendo al giovane di
viverle in maniera più fluida, sentendosi all’altezza del compito (Pietropolli, 2000).

Le droghe divengono protesi chimiche che consentono di gestire meglio le proprie difficoltà
interne e relazionali, di districare transitoriamente i nodi problematici facendo sì che la propria
vita relazionale e sociale trascorra in modo apparentemente “normale”. L’Io conquista una
maggiore fluidità che permette di gestire in maniera più funzionale aspetti e rappresentazioni di sé
narcisisticamente conflittuali.

Con il tempo, molti soggetti sperimentano che la tenuta di questa strategia è scarsa e che il sollievo
rispetto alla sofferenza è insufficiente. Ben presto ai problemi sottostanti all’assunzione si vanno
ad aggiungere i problemi legati all’abuso della sostanza (Carbone, 2003).

La letteratura sulle dipendenze non rileva numerosi autori che rendono chiaro cosa si intenda con
il termine dipendenza. Sono rari i lavori in cui viene data un’indicazione di cosa possa essere
considerato un segno distintivo, un tratto peculiare del comportamento e dell’esperienza della
dipendenza (Skog, 1999).

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Sembra che coloro che scrivono sul tema delle dipendenze, diano per scontato che tutti sappiano
cosa si intenda con questo termine, ma in particolar modo si crede che esista un consenso unanime
sull’esatto significato di questo concetto per le differenti scienze che se ne occupano. Questa
trascuratezza rispetto alla definizione di dipendenza sembra indicare l’esistenza di un accordo su
come tanti differenti tratti comportamentali, e la variegata e complessa galassia di comportamenti
associabili al concetto di dipendenza, abbia effettivamente un nucleo di elementi e manifestazioni
comuni che possano essere legittimamente sussunti all’interno di una unica classe teorica.

Ad oggi anche le dipendenze comportamentali vengono considerate forme di dipendenza, poiché
i tratti più caratterizzanti di queste forme di comportamento richiamano fortemente i sintomi delle
dipendenze da sostanze in termini di tolleranza, astinenza, perdita di controllo ed altre
caratteristiche elencate nelle diverse versioni dei criteri diagnostici dei DSM e degli ICD (Potenza,
2006, Griffiths, 2011, Kraus, potenza, 2016).

La proposta di assimilare le dipendenze comportamentali alle classiche dipendenze da sostanze
viene sostenuta anche in virtù di presunte analogie nelle dimensioni fisiopatologiche e nei correlati
neurali (American Psychiatric Association, Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders:
DSM-5,2013; Potenza et al., 2013; Potenza, 2014; Kuss & Griffiths, 2012; Romanczuk-Seiferth,
Van Den Brink & Goudriaan, 2014).

Per ciò che riguarda le dipendenze, ciò che spesso viene impropriamente denominato come
malattia, rappresenta, invece, solo una sindrome, vale a dire u na costellazione di sintomi che
appaiono occorrere in modo congiunto, per correlazioni o nessi causali ampiamente sconosciuti.
Nel recente DSM-5 la categoria “disturbi da dipendenza e correlati all’uso di sostanze” ha
conosciuto cambiamenti sostanziali rispetto alle edizioni precedenti: le categorie di “abuso” e
“dipendenza da sostanze” sono state riunificate in un unico disturbo, misurato su
un continuum da lieve a grave, i cui criteri per la diagnosi sono stati uniti in un unico elenco di 11
sintomi.

Il DSM 5 pone le seguenti condizioni per la diagnosi di un Disturbo da Uso di Sostanze (DUS):

Una modalità patologica d’uso della sostanza che conduce a disagio o compromissione
clinicamente significativi, come manifestato da almeno due delle condizioni seguenti, che si
verificano entro un periodo di 12 mesi:

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1) La sostanza è spesso assunta in quantità maggiori o per periodi più prolungati rispetto a quanto
previsto dal soggetto;

2) Desiderio persistente o tentativi infruttuosi di ridurre o controllare l’uso della sostanza;

3) Una grande quantità di tempo viene spesa in attività necessarie a procurarsi la sostanza (per
es., recandosi in visita da più medici o guidando per lunghe distanze), ad assumerla (per es.,
fumando “in catena”), o a riprendersi dai suoi effetti;

4) Craving o forte desiderio o spinta all’uso della sostanza;

5) Uso ricorrente della sostanza che causa un fallimento nell’adempimento dei principali obblighi
di ruolo sul lavoro, a scuola, a casa;

6) Uso continuativo della sostanza nonostante la presenza di persistenti o ricorrenti problemi
sociali o interpersonali causati o esacerbati dagli effetti della sostanza;

7) Importanti attività sociali, lavorative o ricreative vengono abbandonate o rid otte a causa
dell’uso della sostanza;

8) Uso ricorrente della sostanza in situazioni nelle quali è fisicamente pericolosa;

9) Uso continuato della sostanza nonostante la consapevolezza di un problema persistente o
ricorrente, fisico o psicologico, che è stato probabilmente causato o esacerbato dalla sostanza;

10) Tolleranza, come definita da ciascuno dei seguenti: a) il bisogno di dosi notevolmente più
elevate della sostanza per raggiungere l’intossicazione o l’effetto desiderato; b) un effetto
notevolmente diminuito con l’uso continuativo della stessa quantità della sostanza;

11) Astinenza, come manifestata da ciascuno dei seguenti: a) la caratteristica sindrome di
astinenza per la sostanza (riferirsi ai Criteri A e B dei set di criteri per Astinenza dalle sostanze
specifiche); b) la stessa sostanza (o una strettamente correlata) è assunta per attenuare o evitare
i sintomi di astinenza.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità indica la dipendenza come quella “condizione psichica e
talvolta anche fisica, derivante dell’interazione tra un organismo vivente e una sostanza tossica, e
caratterizzata da risposte comportamentali e da altre reazioni, che comprendono sempre un
bisogno compulsivo di assumere la sostanza in modo continuativo o periodico, allo scopo di
provare i suoi effetti psichici e talvolta di evitare il malessere della sua privazione” (Vichi &
Ghirini, 2017).

Nella pratica clinica, la nozione di dipendenza viene sempre più spesso utilizzata per spiegare
quelle sintomatologie derivanti dalla ripetizione di attività, socialmente accettate, prodotte
indipendentemente dall’uso di sostanze. A sostegno dell’ipotesi dell’esistenza di una base comune
delle dipendenze, vi sono i risultati di numerosi studi che riferiscono un’elevata frequenza di
condizioni di polidipendenza, vale a dire la compresenza di una o più dipendenze, da sostanze e
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comportamentali, nella stessa persona, e di cross-addiction, cioè il passaggio nel corso della storia
di vita di un soggetto da una dipendenza all’altra (Johnson, 1999).

A sostegno dell’ipotesi di un concetto unificato di dipendenza vanno sottolineati i risultati rispetto
all’efficacia di trattamenti terapeutici simili nella cura delle tossicodipendenze e delle dipendenze
comportamentali, come nel caso dei gruppi di auto-aiuto (Margaron & Aguglia, 2003).

   4) ADOLESCENZA E DIPENDENZA

Come già sottolineato, l’adolescenza sembra un periodo particolarmente critico per lo sviluppo di
comportamenti dipendenti. La ricerca condotta da Baiocco e colleghi (2004), ha fatto emergere
chiaramente che già intorno ai 13 anni si evidenziano i primi comportamenti problematici e che
questi vanno a configurarsi come una vera e propria sindrome da dipendenza verso i 17 anni. Il
fenomeno della tossicodipendenza negli ultimi anni ha visto un coinvolgimento preponderante nei
giovani, nonché nei minori maggiormente concentrati nelle grandi città a causa della graduale
riduzione dell’età legata alla prima assunzione si sostanze stupefacenti, all’aumento del numero
dei reati commessi al fine di procurarsi le dosi utili, e della maggiore disponibilità concernente le
operazioni della criminalità organizzata dei minori tossicodipendenti.

La ricerca sulle dipendenze si vede orientata a comprenderne la natura e conseguentemente ad
evidenziarne tanto i fattori di rischio quanto di protezione, al fine di sviluppare dei programmi
preventivi adeguati (Baiocco, Couyoumdjian & Del Miglio, 2004).

Tapert & Brown (2000) hanno evidenziato una serie di fattori comuni a tutte le forme di
dipendenze, correlati al sistema familiare e sociale, i quali vanno ad influenzare lo sviluppo di
comportamenti problematici (Tapert & Brown, 2000).

L’importanza del contesto familiare è sostenuta dagli studi che evidenziano come la dipendenza
patologica si sviluppi prevalentemente in soggetti i cui genitori sono o sono stati a loro volta
dipendenti (Baldascini & Pannone, 2019).

Migno (2019) ha sottolineato come l’elemento cardine che porta allo sviluppo di comportamenti
problematici negli adolescenti sia la socializzazione. Questa ipotesi mette in risalto, come nel corso
del processo di socializzazione, i giovani apprendano comportame nti sociali, quali il bere,
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l’utilizzo di sostanze e il gioco d’azzardo, mediante le interazioni con le persone significative, in
una prima fase in particolar modo nel contesto familiare e, successivamente all’interno del gruppo
dei pari. Rispetto alle relazioni genitore-figlio, risulta coerente con l’idea generale che la
probabilità che un ragazzo manifesti comportamenti problematici, non unicamente di tipo
dipendente, sia direttamente connessa con la capacità genitoriale di controllare che i propri figli
non siano coinvolti in situazioni a rischio (Mignosl, 2019).

Tra le cause che frequentemente inducono i minori all’uso di sostanze stupefacenti vi sono i fattori
familiari quali le tormentate relazioni tra i genitori, separazione, divorzio, ostilità, manca nza di
calore o di reciproco interesse, un rapporto insussistente tra genitore e figlio con atteggiamenti
disciplinari di vago ed inconsistente valore. In ambito familiare si sviluppano particolari
dinamiche che provocano nel minore un sentimento di rifiuto inducendolo a ricercare un gruppo
alternativo anche se l’atteggiamento di dissenso nei confronti della famiglia originaria non avrebbe
carattere decisamente ostile. Diversi studi di Barnes e collaboratori sottolineano come il fattore
maggiormente predittivo di comportamenti problematici susseguenti all’utilizzo di alcol, droghe e
al gioco d’azzardo sia il grado di controllo genitoriale (parental monitoring) espresso
dall’interessamento e dalla conoscenza rispetto alle abitudini dei propri figli (Barnes, Reifman,
Farrell & Dintcheff, 2000; Johnson &Johnson, 1999).

Bandura (1989), aveva ipotizzato la presenza di meccanismi grazie ai quali le influenze della
famiglia agevolino il cambiamento del comportamento dei figli, aumentando l’esposizione a
situazioni rischiose o la vulnerabilità verso tali situazioni. La famiglia esercita la sua influenza
anche nei confronti della rete sociale del ragazzo, aumentando o diminuendo l’esposizione ad
eventi critici.

L’utilizzo di sostanze da parte dell’adolescente è maggiormente probabile quando la famiglia
risulta essere ben integrata in quartieri dove vi è una maggiore disponibilità e accessibilità alle
droghe (Maggiolini & Di Lorenzo, 2018).

Tanto i fattori familiari quanto la loro interazione con altre variabili, come l’influenza del gruppo
di pari, conduce l’adolescente all’assunzione di sostanze. A ciò si aggiungerebbero condizioni di
disagio economico e di difficoltà lavorativa che favorirebbero l’aumento della marginalità.
Occorre però circoscrivere il fenomeno del minore tossicodipendente affermando che esso si
riscontra in quei delinquenti che potremmo definire di livello inferiore, di inconsistente profitto e

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di scarso prestigio all’interno del mondo criminale. Si tratterebbe in definitiva di soggetti privi di
apprezzamento, poiché falliti nella loro “carriera criminale”. I reati commessi riguardano in
concreto non solo la detenzione, l’uso, e l’acquisto delle sostanze stupefacenti ma configurano le
fattispecie di reati contro il patrimonio, caratteristici degli eroinodipendenti e di reati contro la
persona, come suicidi, omicidi, lesioni personali, dovuti a stati di angoscia, a terrore suscitato da
allucinazioni, a confusione onirica o ad idee deliranti che si esplicitano sotto l’effetto degli
allucinogeni (Leonzio, 2020).

Rispetto ai meccanismi sottostanti all’influenza del gruppo dei pari è stato ipotizzato che, piuttosto
che esercitare pressioni dirette, il gruppo dei pari porta a percepire la messa in atto di
comportamenti a rischio come normativi e prevalenti, fornendo concrete opportunità per
l’attuazione di comportamenti a rischio e portando a percepire tali condotte come un mezzo che
può mantenere i legami (Matthews, Baker & Spillers, 2004).

Coerentemente alla funzione svolta dal gruppo dei pari di avvicinare il giovane a condotte
rischiose, tra i fattori individuali maggiormente indagati nel contesto degli adolescenti risultano la
ricerca di sensazioni e l’impulsività. La ricerca di sensazioni si esprime nel bisogno di esperire
sensazioni percepite come fuori dalla norma, nel fare esperienze nuove e nella propensione a farsi
coinvolgere in situazioni avventurose o pericolose. Questo appare come veritiero in particolar
modo per gli adolescenti, i quali si trovano in un periodo di vita in cui il bisogno di assunzione di
rischio risulta primario, al fine di mettere alla prova le proprie capacità e di concretizzare la propria
autonomia (Malagoli & Lubrano, 2004).

Alcuni studi condotti da Santunione e collaboratori (2002) hanno evidenziato una relazione tra la
ricerca di sensazioni e l’abuso di droghe in particolar modo nella fase di sperimen tazione. Come
la ricerca di sensazioni anche l’impulsività risulta essere un tratto di personalità che rende il
soggetto maggiormente suscettibile allo sviluppo di una dipendenza patologica. Secondo gli autori
l’impulsività risulta essere alla base di un comportamento spontaneo, non controllato e in assoluto
non intenzionale (Santunione, Bolzani, Giannelli & Agostini, 2001).

Allen e colleghi (1998) sostengono che un soggetto impulsivo risulti solitamente incapace nel
ritardare le gratificazioni, risultando dunque maggiorente orientato verso una gratificazione
immediata (Allen, Moeller, Rhoades & Cherek, 1998).

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Rosenbaum collaboratori (2019) evidenziano come l’impulsività implichi un maggior
orientamento verso il presente, un comportamento disinibito e una scarsa capacità di
pianificazione. Facendo riferimento a questi aspetti dell’impulsività si può comprendere la
maggiore suscettibilità dell’adolescente verso la dipendenza patologica alla luce degli studi
riguardanti lo sviluppo cognitivo, in particolar modo alle diverse forme di ragionamento e di
pensiero euristico (Rosenbaum & Hartley, 2019).

Coffey e colleghi (2003) mediante un confronto tra dipendenti da sostanze e un gruppo di controllo
hanno rilevato un’associazione significativa tra impulsività e dipendenza, questa associazione
secondo Zuckerman (1999) si attua, principalmente nella persistenza del comportamento
dipendente (Coffey, Gudleski, Saladin & Brady, 2003).

   5) L’IMPUTABILITA’ DI UN MINORE

Il soggetto minorenne non ha ancora raggiunto un grado di sviluppo fisico e psichico tale da poter
comprendere quale sia il valore etico-sociale delle sue azioni, non riesce a distinguere ciò che è
giusto da ciò che è ingiusto. Rispetto a questa considerazione il nostro codice espone come la
minore età sia tra le cause di esclusione dell’imputabilità.

Seguendo l’orientamento delle scienze psicologiche, visto che l’età della maturazione psichica non
è la stessa per tutti i soggetti, ma si modifica da persona a persona, si dovrebbe procedere a valutare
l’imputabilità caso per caso. Sussistono, però, esigenze giuridiche di certezza, uguaglianza e
praticità dell’accertamento che impongono l’adozione di un criterio cronologico, che, rispetto ai
dati offerti dall’esperienza, deve essere altamente presuntivo del raggiungimento della maturità.

Un primo dato riguarda la non necessaria correlazione tra maturità fisica e psichica. Anche
evidenziando un’anticipazione dello sviluppo puberale e intellettuale di 2/3 anni, questa non si
vede accompagnata da una maturazione affettiva, ciò determina che l’età evolutiva si protrae nel
periodo post-adolescenziale, andandosi a concludere con il raggiungimento della maturità tra i 18
e i 25 anni, a seconda della costituzione, della razza, della religione (Mantovani Diritto penale).

Rari comunque sono i casi di minori per i quali si può parlare di vera e propria tossicodipendenza,
trattandosi piuttosto di ragazzi che muovendo da un complessivo disagio esistenziale e da

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condizioni di identificazione, per integrarsi in un gruppo, per sentirsi partecipi a un certo tipo di
sottocultura giovanile. Il rapporto con la droga resta caratterizzato pertanto da questo tipo di
motivazioni e, se anche tende a rafforzarsi in relazione all’aumento della dipendenza psicologica
ed alla conferma della disistima di sé, raramente giunge alla soglia della vera dipendenza.

Il Codice Penale Sardo del ‘59 considerava imputabili i quattordicenni e prevedeva nei loro
confronti un accertamento individuale al fine di verificane la capacità o meno di discernimento.

I Codici Parmense ed Estense avevano, invece, stabilito il limite della minore età a dieci anni.

Il codice Zanardelli considerava non imputabili i minori di nove anni, prevedendo alcune fasce di
età (9-14, 14-18, 18-21) rispetto alle quali l’imputabilità era o subordinata alla prova del
discernimento o diminuita.

Molte legislazioni straniere avevano elevato la soglia dell’imputabilità all’età di 13,14 o 15 anni.
Più recentemente, il codice Russo del 1960, ha innalzato l’inizio dell’imputabilità a 16 anni, il
Codice Polacco nel 1970 a 17 anni, e il Codice Brasiliano a 18 anni. Un’eccezione è rappresentata
dal codice di San Marino del 1975, che considerando la precocità dei ragazzi di oggi ha abbassato
l’imputabilità assoluta a 12 anni.

Il Codice Rocco ha elevato il limite della non imputabilità assoluta a 14 anni “elevamento
giustificato dalla necessità di fondere l’imputabilità sulla certezza che l’agente abbia la capacità di
intendere e di volere, e tale certezza, secondo i più recenti studi, devesi senz’altro escludere fino
agli anni quattordici per tutti i minori”( Atti della commissione ministeriale, in Lavori preparatori del
codice penale, vol. IV, Roma 1929, p. 81). Ha altresì fissato il termine della minore età e l’inizio
della piena imputabilità a diciotto anni compiuti. I minorenni vengono suddivisi in due categorie:
i minori di quattordici anni e i minori tra i quattordici e i diciotto anni, i primi non sono considerati
capaci di intendere e volere, i secondi sono soggetti da parte del giudice ad accertamento della loro
imputabilità.

L’imputabilità del minore risulta subordinata ad un criterio cronologico:

        •   Fino a quattordici anni il minore non è mai imputabile, perché nei suoi confronti è
            prevista una presunzione assoluta di incapacità, senza cioè prova contraria. L’art.97
            c.p. stabilisce che “non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto,

                                                    15
non aveva compiuto i quattordici anni” (codice penale approvato con R.D. 19 ottobre
             1930 nr.1398)
        •    Fra i quattordici e diciotto anni il minore è imputabile solo se il giudice ha accertato
             che al momento del fatto aveva la capacità di intendere e di volere. L’ art. 98 c. p.
             rinuncia, a qualsiasi presunzione e subordina l’eventuale affermazione della
             responsabilità penale al concreto accertamento della capacità naturale: “è imputabile
             chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, aveva compiuto quattordici anni, ma non
             ancora diciotto, se aveva la capacità di intendere e di volere ma la pena è diminuita”.

L’imputabilità non è né esclusa né diminuita dall’assunzione volontaria di stupefacenti prima di
commettere un fatto costituente reato. Per quanto riguarda i minorenni il cod ice penale prevede
sempre una valutazione della capacità di intendere e di volere prendendo in considerazione la realtà
soggettiva dell’imputato vista nella sua evoluzione. Quindi, mentre l’art. 93 c.p. (riguardante il
fatto commesso sotto l’azione di sostanze stupefacenti) richiede un accertamento relativo al solo
momento della commissione del reato, finalizzato a verificare se il minore era sotto l’effetto di
sostanze stupefacenti, l’art. 98 richiede ai fini dell’imputabilità una valutazione globale del minore
nel suo aspetto evolutivo.

Si ritiene che per la valutazione dell’imputabilità con riferimento alle caratteristiche del reato di
volta in volta commesso la maturità fisio-psichica vada accertata in relazione sia al momento della
consapevolezza che della volontà.

Se possiamo ritenere che i minori assuntori di sostanze stupefacenti, anche in considerazione del
tipo di reati usualmente commessi, siano in grado di percepire l’antigiuridicità del proprio
comportamento, non altrettanto è possibile farlo per quanto riguarda l’aspetto della volontà,
dell’attitudine a determinarsi nella scelta fra il bene ed il male, il lecito e l’illecito.

Nel comportamento del tossicofilo sono riscontrabili evidenti segni di immaturità, i quali
potrebbero portare ad un proscioglimento ex art. 98 c.p. Nella pratica, però, a parte quei rarissimi
casi in cui le condizioni del soggetto sono così deteriorate da condurre facilmente
al riconoscimento dell’incapacità di intendere e di volere, normalmente le caratteristiche e le
problematiche di questi ragazzi non vengono prese esplicitamente in considerazione e non viene
attribuita autonoma rilevanza al loro rapporto con la droga, fattore che anzi gioca implicitamente

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in modo sfavorevole all’imputato, comportando spesso una carcerazione preventiva più lunga ed
una pena più pesante nonché una maggiore resistenza alla concessione del perdono giudiziale.

Il minore autore di illeciti penali riconosciuto capace di intendere e di volere ancorché
tossicodipendente è quindi imputabile e punibile. La disciplina dell’abuso di sostanze stupefacenti,
prevista dal DPR 9 ottobre 1990 n. 309 (Testo Unico delle leggi in materia di disciplina degli
stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di
tossicodipendenza) prevede agli art. 73 e 74 delle sanzioni penali legate a fattispecie criminali
ricorrenti anche nell’esperienza giudiziaria minorile.

L’art. 73 comma 1 del Testo Unico punisce chiunque coltiva, produce, fabbrica, estrae, raffina,
vende, offre, cede o riceve a qualsiasi titolo distribuisce, commercia, acquista, trasporta, esporta,
importa, procura ad altri, invia, consegna per qualunque scopo o comunque illecitamente detiene
sostanze stupefacenti o psicotrope, con la reclusione da otto a venti anni. In questa ipotesi non è
applicabile il perdono giudiziale che viene concesso dal giudice qualora questi ritenga che il
colpevole minorenne di un reato per il quale la legge stabilisce una pena restrittiva della libertà
personale non superiore nel massimo a due anni, si asterrà dal commettere altri reati.

Sostanzialmente l’uso di sostanze stupefacenti costituisce per i minorenni autori di reato un fattore
che può dar luogo ad un aggravio della pena, pur attivando una serie di servizi che sono previsti
nel programma terapeutico di riabilitazione per il quale il minorenne deve manifestare la propria
disponibilità di volersi o meno sottoporre.

   5.1) L’ARTICOLO 97 DEL CODICE PENALE
L’art.97 presuppone una presunzione assoluta di non imputabilità, prescindendo dalla capacità di
intendere e di volere che non può essere superata neanche se il minore infraquattordicenne si
presenta perfettamente capace. “Il giudice nel momento in cui viene constatata la minore età
dell’imputato, non può sostituire alla volontà del legislatore un proprio convincimento positivo in
merito alla presenza dell’imputabilità” (Bettiol, 1986)

In tal caso l’unica causa di esclusione dell’imputabilità è sulla base di un dato esclu sivamente
formale quale l’età anagrafica. Si esclude l’imputabilità del minore di quattordici anni, poiché si
può pensare che questi vista la sua giovanissima età non abbia tali capacità. Anche se la capacità
di intendere, spesso viene acquisita molto prima del compimento dei quattordici anni, la capacità
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di volere entra in dubbio in quanto si fa dipendere dalla formazione del carattere e della personalità,
la quale nel minore di quattordici anni risulta essere ancora in fieri, non applicando a questo, la
sanzione penale, si cerca di non impedirne il suo regolare sviluppo. Tuttavia il minore di
quattordici anni, prosciolto per difetto di imputabilità, non deve essere incondizionata mente
lasciato libero anche se risulta essere pericoloso: al minore che risulta pericoloso socialmente può
essere soggetto ad un’attenzione particolare da parte dei Servizi Sociali.

   5.2) L’ARTICOLO 98 DEL CODICE PENALE
Il minore, che ha più di quattordici anni, ma non ne ha ancora compiuti diciotto, è imputabile solo
se al momento in cui ha commesso il fatto, aveva la capacità di intendere e di volere. Il giudice
deve accertare volta per volta se il soggetto era imputabile o meno, poiché nei confronti del
soggetto non opera nessuna presunzione, né di incapacità né di capacità. Aver previsto un
accertamento caso per caso è una scelta specifica del nostro legislatore, poiché alla base c’è la
consapevolezza che tra i quattordici e diciotto anni può sussistere la capacità di intendere e di
volere necessaria per essere considerati penalmente responsabili delle proprie azioni, come può
non esserci, indipendentemente da patologie giuridicamente rilevanti, visto che si parla di una
fascia di età in cui i soggetti raggiungono la maturità richiesta ai fini penali in momenti differenti,
a causa delle multiformi varietà ambientali in cui si svolge il processo di maturazione. La capacità
di intendere e di volere espressa nell’art.98 c.p. è differente dalla stessa espressione contenuta
nell’art.85 c.p., bisogna dare alla capacità di intendere e volere del minore infraquattordicenne una
sua area di operatività, in considerazione della peculiarità dell’età minorile, diversa e aggiuntiva
rispetto a quella propria della capacità di intendere e volere dell’adulto. Tale capacità viene
individuata nel concetto di maturità, un concetto molto vago e, recentemente anche molto
controverso.

   6) IL CONCETTO DI MATURITA’ E L’IMPUTABILITA’
Il termine maturità è frutto dell’elaborazione giurisprudenziale. Il tema relativo al limite
cronologico dell’imputabilità ha condotto alcuni commentatori a richiamare alcuni Atti
internazionali relativi ai minori. Il rinvio è senz’altro corretto; da questi, tuttavia, non può trarsi
inequivoca soluzione al problema in oggetto. Così, le Regole minime per l’amministrazione della

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giustizia minorile (le c.d. “Regole di Pechino”), adottate a New York dall’Assemblea Generale
delle Nazioni Unite il 29 novembre 1985 (In Giustizia e Costituzione, 1989, 2, 57 ss., nonché in
Germanò-Scarcella, Il codice della giustizia minorile, Milano, 1992, 1420 ss.), affermano
solamente, all’art. 4, che “In quei sistemi giuridici che riconoscono la nozione di soglia della
responsabilità penale, tale inizio non dovrà essere fissato ad un limite troppo basso, tenuto conto
della maturità affettiva, mentale ed intellettuale” del minore.

Parimenti, la Convenzione sui diritti del fanciullo (New York, 20 novembre 1989), ratificata e resa
esecutiva con la legge 27 maggio 1991, n. 176, stabilisce, all’art. 40 § 3, che “Gli Stati Parti si
sforzano di promuovere l’adozione di leggi, di procedure, la costituzione di autorità e istituzioni
destinate specificamente ai fanciulli sospettati, accusati o riconosciuti colpevoli di aver commesso
reato, ed in particolar modo:
        •   di stabilire un’età minima al di sotto della quale si presume che i fanciulli non abbiano
            la capacità di commettere reato;
        •   di adottare provvedimenti, ogni qual volta ciò sia possibile ed auspicabile, per trattare
            questi fanciulli senza ricorrere a procedure giudiziarie, rimanendo tuttavia inteso che
            i diritti dell’uomo e le garanzie legali debbono essere integralmente rispettati”.

Spetta, dunque, al legislatore stabilire quando il minore possa ritenersi di quella maturità affettiva,
mentale ed intellettuale, tale da poterlo considerare, ex art. 85 c.p., capace di intendere e di volere
e di modificare, eventualmente, la correlata statuizione di cui all’art. 97 c.p.

Appare affatto scontato come una risposta, che sia coerente e fondata, non possa essere
esclusivamente giuridica, ma debba trarre alimento dai dati di altre discipline scientifiche, psico-
socio-comportamentali, che abbiano come oggetto d’indagine il medesimo tema. D’altra parte,
non sarà, forse, vano chiedersi quale modello di maturità abbia finora contemplato l’ordinamento
giuridico nel suo complesso: un minore penalmente irresponsabile prima dei 14 anni, ma
civilmente e politicamente incapace fino ai 18 (art. 2 c.c.); tuttavia in grado di lavorare e, di gestire
tale situazione giuridica, ben prima; capace di prestare il proprio consenso ad atti sessuali con
adulti (in linea di massima) già a 14 anni e, fra (quasi) coetanei, se appena tredicenne (art. 5 della
legge 15 febbraio 1996, n. 66).

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Il Codice Rocco, introducendo la presunzione assoluta di non imputabilità del minore di
quattordici anni e l’obbligo dell’accertamento dell’imputabilità per l’infradiciotenne, identificava
quest’ultima con la capacità di intendere e volere, come per l’adulto.

Il codice Zanardelli (30 giugno 1889) poneva come condizione necessaria per l’imputabiltà del
minore il concetto di “discernimento”, il quale viene abolito nel codice Rocco in quanto ritenuto
un elemento “impreciso, incerto, vago al punto da essere argomento di molte discussioni per
fissarne il contenuto e l’estensione” (Relazione sul libro I del progetto del guardasigilli Alfredo
Rocco, 1929).

Per ovviare a tali inconvenienti si optò per “capacità di intendere e di volere”, formula ritenuta
maggiormente chiara, “meno nebulosa e maggiormente ancorata a parametri più oggettivi e più
scientifici, in quanto non legata ad apprezzamenti etici-intuitivi, ma alla fenomenologia psichica”
(Ponti, Gallina, 1983).

Tuttavia anche se la giurisprudenza e la dottrina individuano nel concetto di maturità il contenuto
della capacità di intendere e di volere, la situazione appare rientrare nella stessa indeterminatezza,
rilevandosi, tale termine altrettanto vago e impreciso al pari del discernimento. Rispetto al concetto
di maturità la giurisprudenza della Corte di Cassazione è concorde su vari parametri, tra i quali
ricorrono più frequentemente: armonico sviluppo della personalità, sviluppo intellettivo adeguato
all’età, capacità di valutare adeguatamente i motivi degli stimoli a delinquere, comprensione del
valore morale della propria condotta, capacità di soppesare le conseguenze dannose del proprio
operato per sé e per gli altri, forza del carattere, comprensione dell’importanza di certi valori etici,
dominio acquisito su se stessi, attitudine a distinguere il bene dal male, l’onesto dal disonesto, il
lecito dall’illecito, unità funzionale delle facoltà psichiche, il loro normale sviluppo rispetto all’età,
capacità di elaborare i comportamenti umani a livello della coscienza, capacità di percepire
criticamente il contenuto etico di un atto e di correlarlo al contesto dei rapporti e interessi
socialmente protetti, capacità di volere i propri atti come risultato di una scelta consapevole,
attitudine a far entrare nel proprio patrimonio di cognizioni e di esperienze il concetto della
violazione, assimilazione delle regole morali e sociali in base ad un’autentica convinzione e non
per un processo di imitazione formale (Ponti, Gallina, 1983).

In un primo momento, l’interpretazione della capacità di intendere e di volere, si limitava alla
considerazione di assenza di deficienze organiche o di turbe del minore. Le valutazioni in ordine
alla maturità venivano mutate da ambiti che si avvicinavano a quelli della patologia, portando a

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considerare imputabile il minore, se normale secondo canoni psichiatrici. Evidente la privazione
di un autonomo significato alla capacità di intendere e di volere di cui all’art. 98 c.p.: si faceva
coincidere la non imputabilità del minore con l’infermità mentale. Prevale, in questo contesto
temporale, il paradigma medico come criterio di riferimento per la valutazione del minorenne.
Successivamente, la nozione di maturità si amplia, favorita dal fatto che, a seguito della riforma
del 1956, muta la composizione del Tribunale per i minorenni: accanto a due giudici togati, siedono
ora due giudici esperti, portatori di conoscenze e di saperi non solo giuridici. La conseguenza è
che la base del giudizio sulla maturità si dilata: non solo valutazioni giuridiche, ma anche linee
interpretative che guardano al reato commesso dal minore in una prospettiva diversa ed ulteriore
rispetto a quella meramente giuridica. Tra l’altro, si diffondeva proprio in questo periodo la
convinzione dell’estrema dannosità del carcere su personalità ancora in formazione: una
convinzione che anche la Corte costituzionale, accordando all’idea rieducativa la prevalenza sulla
stessa realizzazione della pretesa punitiva, contribuiva, non poco, a rafforzare e legittimare. Così
operando si amplia la piattaforma dei parametri di riferimento dai quali attingere per fondare il
giudizio di maturità o immaturità, includendovi le condizioni economiche, sociali e culturali del
minore. Negli anni successivi, si afferma una concezione ancor più estesa, che vede nelle situazioni
di disagio e privazione sociale, quale quella che si riscontra ad esempio in famiglie disagiate,
sottoposte a condizioni economiche precarie, turbate da fenomeni quali ad esempio la
disoccupazione.

Analizzando i contributi derivanti dalla letteratura giuridica, medico-legale e psicopedagogica,
emerge come il concetto di immaturità sia altra cosa rispetto al vizio di mente: un minore può
essere immaturo ma perfettamente sano di mente. Fino a non molto tempo fa il parametro che si
prendeva in considerazione per valutare la capacità di intendere e di volere era quello medico: la
facoltà intellettiva veniva distinta da quella volitiva, entrambe venivano esaminate al fine di
valutare una loro possibile compromissione dovuta o ad una malattia di ordine fisiologico o
psichiatrico, facendo sì che si potesse determinare un quadro clinico del soggetto.

Si è tentato di ancorare il giudizio di immaturità a criteri biologici e organici, come i ritardi dello
sviluppo intellettivo, l’immaturità psicomotoria, le carenze, per cui il ragazzo è incapace se, dalla
perizia psichiatrica e da diversi esami clinici, come l’elettroencefalogramma, risulta essere
epilettoide, paranoide, cerebropatico, schizoide etc. L’attenzione viene dunque rivolta
esclusivamente alla sua condizione mentale, senza prendere in considerazione la su a storia o le
modalità di commissione del reato. Il vantaggio di questo è che la scienza medica e psichiatrica

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