Amelio, Ottonieri, Eleandro: la voce di Giacomo Leopardi

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Amelio, Ottonieri, Eleandro: la voce di Giacomo Leopardi

                                         Giovanna Milella

Le Operette morali, il libro «più caro dei miei occhi» come ebbe a definirlo lo stesso Leopardi,
sono una raccolta di ventiquattro prose scritte tra il 1824 e il 1832.
Gentile sostiene che sia particolarmente complicato stabilire una cronologia delle Operette
morali se le si volesse considerare come una raccolta delle varie parti in cui il libro è diviso; non
sarebbe inoltre consentito di seguire le indicazioni fornite dallo stesso autore. «Queste
Operette», egli diceva, «composte nel 1824, pubblicate per la prima volta in Milano nel 1827,
ristampate in Firenze nel 1834 coll’aggiunta del Dialogo di un venditore di Almanacchi e di un
Passeggero, e di quello di Tristano e un Amico, composti nel 1832; tornano ora alla luce
ricorrette notabilmente, ed accresciute del Frammento apocrifo di Stratone da Lampasco scritto
nel 1825, del Copernico e del Dialogo di Plotino e di Porfirio, composti nel 1827 ».

In una lettera, citata da Gentile, del 1820 indirizzata al suo amico Giordani, Leopardi
comunicava che aveva abbozzato «certe prosette satiriche […] quasi per vendicarsi del mondo
e quasi anche della virtù[…]». La frase è interessante per capire lo stato d’animo d’ironia, di
satira, di ribellione con cui vennero concepite. L’idea di Leopardi è di portare il ridicolo su una
materia seria, alta, non bassa in quanto il ridicolo su argomenti bassi non diletta, nello Zibaldone
infatti dice « Delle cose veramente ridicole nella società o negl’individui è ben raro trovare chi
ne rida»; « E’ molto facile lo scherzare sulle cose straordinarie, sui difetti del corpo[...] la
difficoltà consiste nel saper muovere a riso sulle cose ordinarie».
Le prose sono rivolte al medesimo fine, a quella missione di educatore della sua nazione e degli
uomini a cui il Leopardi non seppe mai rinunciare. Le Operette morali, con la vena di
scetticismo che le pervade, si lasciano leggere come un nuovo “protrettico” al ben vivere
dell’uomo civile.
L’autore si rende inoltre conto dell’importanza della comunicazione significativa dei temi delle
Operette, del fatto che un messaggio è efficace a seconda di come viene espresso. Per questo
motivo lo stile seguito da Leopardi tende ad evitare l’enfasi retorica, dando vita a prose nitide e
sobrie.
Inoltre l’autore si è impegnato a studiare il suo pubblico affinché fosse un pubblico attivo e non
passivo; l’opera infatti non consegna al lettore una conoscenza ma lo stimola, lo induce a
riflettere, è dunque un opera maieutica.

Nelle Operette, Leopardi espone il “sistema”, da egli stesso elaborato, attingendo al vastissimo
materiale raccolto nello Zibaldone. L’esposizione non è però di tipo dottrinale; Leopardi infatti
ricorre a una serie di invenzioni fantastiche, a miti, allegorie, paradossi, apologhi.
Molte delle Operette sono dialoghi, i cui interlocutori sono personaggi fantastici o mitici (Ercole
e Atlante, il mago Malambruno e il diavolo Farfarello, la Natura ed un’anima, la Terra e la Luna,
un folletto ed uno gnomo, la Moda e la Morte, la Natura ed un Islandese), oppure personaggi
storici (Colombo e Gutierrez, Plotino e Porfirio), oppure ancora personaggi storici ed esseri
bizzarri o fantastici (Federico Ruysch e le sue mummie, Torquato Tasso e il suo genio
familiare). Altre invece sono esposte in forma narrativa, come la Storia del genere umano e La
scommessa di Prometeo (specie di racconto filosofico alla Voltaire). Altre infine sono prose
liriche (L’elogio degli uccelli, Il cantico del gallo silvestre), raccolte di aforismi (Detti
memorabili di Filippo Ottonieri) e discorsi che si rifanno alla trattatistica classica (Il Parini,
ovvero della gloria).

Le Operette morali sono un’opera figurale, i personaggi sono cioè figure, tipi, ad esempio la
figura del filosofo, la figura dell’intellettuale, e sono un tentativo di rappresentare dall’interno
modi possibili di abitare il moderno. Nell’analisi figurale dell’opera si trova infatti una
fenomenologia dell’esistenza umana.
All’interno dei vari personaggi, Leopardi affida in particolare a tre di questi: Amelio, Ottonieri
e Eleandro, l’esposizione del suo pensiero.
L’analisi delle operette dove sono presenti questi personaggi è volta al fine di analizzare il
pensiero dello scrittore.

Amelio, filosofo solitario

Nell’Elogio degli Uccelli vengono narrati i pensieri che nascono nella mente di Amelio quando
in una mattina di primavera, seduto in un angolo ombreggiato con i suoi libri, ascolta il canto
degli uccelli.
Amelio era il soprannome di Gentiliano, discepolo di Plotino, vissuto nel III secolo. E’ un
filosofo che scrive in greco ma non è un antico, l’antichità per Leopardi è finita con le
repubbliche.
È presentato come “solitario”, egli filosofa in solitudine. Leopardi sosterrà e spiegherà poi che
ogni filosofo ha bisogno della solitudine.
Amelio annuncia il proposito di voler stendere una vera e propria “storia del riso”. Come tanti
altri progetti dell’autore questo non ebbe seguito, ma nonostante ciò noi abbiamo il quadro delle
concezioni di Leopardi a proposito del riso: attraverso il paragone fra gli uccelli e gli uomini, fra
il canto dei primi e il riso dei secondi, viene esposta la teoria del riso dello scrittore.

« Sono gli uccelli naturalmente le più liete creature del mondo», così inizia la riflessione di
Amelio. Gli uccelli cantano ogni volta che sono contenti e dal momento che cantano per gran
parte del loro tempo vuol dire che sono più atti ad essere dilettati, rallegrati rispetto agli altri
animali.
Il canto è quindi espressione di una letizia, di un’armonia dei sensi, di cui però gli uomini sono
privi.
L’elogio della leggerezza, e del riso come segno corporeo della leggerezza, rappresenta
quell’armonia dei sensi che non appartiene all’uomo, i cui sensi sono invece tarpati dalla
spiritualizzazione, è la sostanza stessa della civiltà a bloccare i sensi nel corpo dell’uomo e a
mitigare questa prigionia dei sensi, questa assenza di armonia c’è il riso.
Il canto degli uccelli ha però qualcosa del riso degli uomini: «si potrebbe dire in qualche modo,
che gli uccelli partecipano del privilegio che ha l’uomo di ridere il quale non hanno gli altri
animali».
È interessante come venga ritenuto il riso, la facoltà di ridere, come una delle caratteristiche
principali dell’uomo, insieme alla facoltà di ragionare, nonostante l’uomo sia la creatura più
misera e infelice. Ma il riso è essenziale agli uomini, così come il canto agli uccelli.
Gli uomini hanno bisogno di ridere per distrarsi, per dimenticarsi di se stessi, della vita e
dell’infelicità di questa: «Quanto conoscono meglio la vanità dei predetti beni, e l’infelicità
della vita; e quanto meno sperano, e meno eziandio sono atti a godere; tanto maggiormente
sogliono i particolati uomini essere inclinati al riso».
Il riso dovette apparire tra gli uomini dopo il pianto come necessità di una sospensione degli
affanni; inoltre l’uomo adulto è più atto a ridere rispetto al fanciullo, così anche l’uomo
moderno rispetto all’uomo antico, al selvaggio, il quale «si dimostra per lo più serio, come
fanno gli altri animali; anzi alla vista malinconico».
È tale la necessità del riso che l’ebbrezza stessa fu praticata perché in essa poteva fiorire il riso.
Queste considerazioni erano già state precedentemente segnate nello Zibaldone, dove ad
esempio Leopardi scrive «Quanto più l’uomo cresce e crescendo si fa più incapace di felicità,
tanto più egli si fa più proclive e domestico al riso, e più straniero al pianto»; l’ubbriachezza fa’
si che «l’uomo prova allora un piacere effettivo, massime se viene da uno stato affannoso ec. e
lo prova senz’alcun’altra cagione esterna, ma per quella semplice dimenticanza de’ mali, e
trascuranza de’ beni, desideri e spernaze, e per quella specie d’insensibilià cagionatagli da quel
languore».
Amelio giunge poi all’affermazione che gli uccelli non pare siano affetti dalla noia.
Viene introdotto così uno dei temi fondamentali del pensiero leopardiano. Questa assenza di
noia viene spiegata attraverso una stretta corrispondenza fra condizioni esteriori e interiori delle
creature: gli uccelli non sono mai fermi, sono in continuo movimento e in continuo spostamento
da un luogo ad un altro, da un paese ad un altro. La dinamicità, la vivezza di questi animali
quindi è ciò che consente loro di non conoscere la noia, in quanto superano la staticità,
l’inazione che è la forma più generale e tipica di noia.
Queste condizioni esterne corrispondono con quelle interne, dell’animo per le quali sono
appunto meglio predisposti alla felicità rispetto agli altri animali: «siccome abbondano della vita
estrinseca, parimente sono ricchi della interiore». La loro immaginazione è come quella dei
bambini, «ricca, varia, leggera, instabile», è fonte di «pensieri ameni e lieti, di vari diletti e
conforti». Inoltre gli uccelli hanno particolarmente sviluppati i sensi della vista e dell’udito,
considerati i sensi «più particolari ai viventi».
Si capisce quindi come il riso, il diletto degli uccelli si presti ad indicare la via all’uomo per
liberarsi dalla noia.
Amelio conclude con il desiderio di venir trasformato in un uccello, per provare quella gioia e
letizia della loro vita, ma «per un poco di tempo».

Filippo Ottonieri

I Detti Memorabili di Filippo Ottonieri sono una raccolta di aforismi, i quali esprimono il
pensiero dello scrittore.
Filippo Ottonieri è un personaggio inventato da Leopardi; è nato e vissuto a Nubiana, nella
provincia di Valdivento, entrambi posti fantastici. Questo personaggio è il ritratto dell’autore
delle Operette: è descritto infatti come una persona odiata dai suoi concittadini perché aveva
gusti diversi da questi. Si credeva che fosse un filosofo non solo nei pensieri ma anche nella vita
pratica. Si professava epicureo nonostante condannasse Epicuro in quanto considerava che la
sua teoria fosse adatta all’età moderna e non a quella antica. Gli piaceva essere considerato un
socratico e si comportava spesso come Socrate, in quanto s’intratteneva filosofeggiando ora con
uno ora con un altro a proposito di qualsiasi argomento e soprattutto parlava in modo ironico;
ma in realtà era molto diverso dal filosofo ateniese perché non ragionava nella maniera socratica
né conversava con le persone semplici e umili.
Evocando la figura di Socrate, Leopardi vuole sottolineare il compito del riso socratico,
dell’ironia socratica nelle Operette morali, e cioè quello di permettere un’analisi libera e
spregiudicata del mondo e delle sue opinioni. La filosofia ironica, tanto nel caso di Socrate
quanto in quello dell’Ottonieri e di Leopardi, nasce come una sorta di reazione alla generale
insensibilità del mondo, dal vedersi questi personaggi respinti dalla società per la loro incapacità
di condividere propositi e sistemi. Questa filosofia non può che presentarsi come una lente
d’ingrandimento che smaschera la menzogna, e per far questo fa un continuo uso del paradosso
e si scaglia contro i pregiudizi.

Ottonieri sosteneva che « i diletti più veri che abbia la nostra vita, sono quelli che nascono dalle
immaginazioni false; e che i fanciulli trovano il tutto anche nel niente, gli uomini il niente nel
tutto». Già nello Zibaldone ritroviamo questo pensiero: «Il piacere infinito che non si può
trovare nella realtà, si trova così nell’immaginazione, dalla quale derivano la speranza, le
illusioni ec.».
I momenti peggiori della nostra vita sono i momenti di piacere perché il ricordo di questi
momenti è più bello e più dolce dei momenti stessi. Anche questo concetto viene spiegato già
nello Zibaldone dove Leopardi afferma che l’anima umana miri unicamente al piacere, alla
felicità, per cui vive in funzione di questa, della ricerca di questa, ma tale desiderio o tendenza
naturale è illimitato, non può quindi trovare alcun riempimento negli oggetti e termina con la
vita stessa. Da questo deriva sia la vanità di ogni piacere ma soprattutto l’inesistenza
nell’esperienza di un piacere assolutamente puro, che non sia «misto di dispiacere». Tuttavia c’è
un sentimento secondo Leopardi che ci rivela il desiderio infinito proprio dell’uomo, questo
sentimento è la noia. «La noia è il desiderio della felicità, lasciato, per così dire, puro». In
quest’operetta il tema della noia viene solamente accennato, Leopardi non vi si sofferma,
nonostante sia alla base dei suoi pensieri, bensì prosegue affrontando altri temi, a questo
comunque collegati.

La vita di ogni uomo è un continuo affannarsi e preoccuparsi, e si vive ogni giorno in
prospettiva e nell’attesa della morte. È chiaro il paragone che usa Ottonieri per spiegare questa
situazione: «[…] ognuno di noi da che viene al mondo, è come uno che si colloca in un letto
duro e disagiato: dove subito posto, sentendosi stare incomodamente, comincia a rivolgersi
sull’uno e sull’altro fianco [….] e dura così tutta la notte, sempre sperando di poter prendere alla
fine un poco di sonno […] finché venuta l’ora, senza essersi mai riposato, si leva.».
Nessuno è veramente felice, la natura non ha posto alcun limite ai mali dell’uomo. Questo è un
tema fondamentale su cui verte l’opera di Leopardi, il tema da cui nasce il suo pessimismo
cosmico e che è ben espresso nel Dialogo della Natura e di un Islandese, dove la
rappresentazione della natura meccanicistica toglie ogni speranza all’uomo­islandese. Ottonieri
infatti afferma che nessun uomo dovrebbe sperare in un aumento di bene o in una diminuzione
dell’infelicità perché «la fortuna…non perde però in alcun tempo la facoltà di offenderci con
danni nuovi e tali da vincere e rompere la stessa fermezza della disperazione».
Il dolore, così come il piacere, riempiono l’animo umano tanto che non lasciano a questo spazio
per le preoccupazioni altrui, tengono quindi occupato l’animo e inadatti alla cura dei bisogni
altrui. Siamo quindi tutti egoisti. Gli uomini, soprattutto nell’età moderna dice Ottonieri, «sono
facili a ricevere e difficili a rendere».
Verso la fine dell’operetta Leopardi riprende il tema, a lui caro, del riso: «D’infinite cose che
nella vita comune sono ridicole veramente, è rarissimo che si rida; e se pure alcuno vi si prova,
non gli venendo il fatto di comunicare il suo riso agli altri, presto se ne rimane. All’incontro, di
mille cose o gravissime o convenientissime, tutto giorno si ride, e con facilità grande se ne
muovono le risa negli altri».
Inoltre la verità non è bella, «il vero non è bello», e nelle cose umane è da preferire il bello al
vero, ma se manca il bello allora bisogna preferire il vero. Ma nell’età moderna, nelle «città
grandi» si è lontani dal bello perché questo non ha più luogo nelle vite degli uomini, e così si è
lontani anche dal vero perché nelle città ogni cosa è «finta o vana». Esiste solo la falsità e questa
è la miseria più grande del mondo. Non c’è più quindi il bisogno di vivere in quanto questo è
separato dalla felicità, «dove che posta la vita, è sommo e primo bisogno il condurla con
minore infelicità che si possa».
Non esiste più neanche la speranza, almeno per i saggi, consapevoli delle condizioni della vita,
disillusi; solo gli ignoranti sperano ancora. Questa affermazione richiama la concezione
socratica della conoscenza come un bene e dell’ignoranza come un male, ma Ottonieri
sottolinea che quella concezione poteva essere accettata nell’antichità, ma nell’età moderna
bisogna capovolgerla.
Il modo in cui Leopardi scrive, il modo in cui Ottonieri parla manifestano una coscienza della
vanità delle cose che si accompagna a un’attitudine conversevole, comunicativa, persino al
piacer del ragionamento e dello humor.
«Il riso di Ottonieri è il riso della filosofia» dice Antonio Prete, quella filosofia che ha già riso
del mondo e ora non le resta che ridere di se stessa.
Bisogna ridere di tutto, questa è la cosa più seria, questo è ciò che richiede la vanità del tutto.
Nello Zibaldone Leopardi scrive: « Tutto è follia in questo mondo, fuorché il folleggiare. Tutto
è degno di riso fuorché il ridersi di tutto. Tutto è vanità fuorché le belle illusioni e le dilettevoli
frivolezze».

Eleandro

Il Dialogo di Timandro ed Eleandro è il dialogo fra un uomo che stima l’uomo, che ha fiducia in
questo in quanto lo ritiene perfettibile, il primo, e un uomo che invece prova compassione per
l’uomo, Eleandro, che è disilluso dal mondo. Egli è un’altra figura significativa del pensiero
leopardiano.
Nel dialogo Timandro chiede a Eleandro il perché nel suo scrivere debba sempre deridere e
biasimare la specie umana, ed Eleandro risponde elencando le sue ragioni.
La prima di queste è «l’intolleranza di ogni simulazione e dissimulazione», il fatto che gli
uomini debbano costantemente usare maschere e travestimenti sociali per rapportarsi con gli
altri, il fatto quindi che si nascondano e ingannino gli altri uomini.
In secondo luogo Eleandro spiega che lui in realtà non sta deridendo la specie umana, ma si sta
dolendo della sorte di questa, perché nulla è più evidente dell’infelicità umana. Per questo
motivo ridendo dei mali del mondo trova conforto anziché piangerci sopra, e cerca di procurare
conforto anche agli altri uomini. «Stimo assai più degno dell’uomo il ridere dei mali comuni;
che il mettermene a sospirare, lagrimare e stridere insieme cogli altri, o incitandoli a fare
altrettanto». Questo è il motivo per il quale per Elenadro è il riso di Democrito il più opportuno.
«Dicono i poeti che la disperazione ha sempre in bocca un sorriso», in questo passo è evidente
un pensiero che muove dal riso come conforto e come rimedio e arriva a un punto in cui la
disperazione e il sorriso appaiono congiunti. È compito dei poeti esprimere questa
congiunzione.
La disperazione che nasce dalla consapevolezza, dalla disillusione è un’altra ragione che spinge
Eleandro a scivere in questo «modo biasimevole», come lo ritiene Timandro. Questa
disperazione non lascia spazio a illusioni, all’immaginazione che potrebbero allietare la
condizione umana. Egli è consapevole di essere infelice, è come il cartesiano cogito ergo sum,
«io giudico quanto a me di essere infelice, e in questo so che non m’inganno» dice Eleandro.
Viene poi affrontato dai due personaggi l’argomento della perfettibilità dell’uomo. Secondo
Eleandro si sbaglia chi sostiene che la conoscenza del vero sia la base della perfezione, mentre i
mali provengono dall’ignoranza. Le verità filosofiche non fanno che danneggiare l’animo
umano, a differenza di quanto pensa Timandro e con lui tutti i filosofi precedenti. La
dimostrazione di questo è il fatto che gli uomini moderni, che hanno una più grande conoscenza
del vero, sono maggiormente infelici rispetto agli uomini dell’antichità, dei selvaggi che si
astenevano totalmente dal filosofeggiare. La barbarie dell’uomo moderno è nell’animo, mentre
nell’uomo antico era nel corpo.
L’ultima frase del dialogo, pronunciata da Eleandro, è la chiara espressione di come le Operette
morali per Leopardi sia un’opera postuma, nel senso che sarebbe stata compresa appieno solo in
un futuro: «[…] sono disposto ad assegnare per testamento una buona parte della mia roba ad
uso che quando il genere umano sarà perfetto, se gli faccia e pronuncisi pubblicamente un
panegirico tutti gli anni; e anche gli sia rizzato un tempietto all’antica, o una statua, o quello che
sarà creduto a proposito».

Conclusioni

Dopo aver analizzato queste tre operette, i temi di queste, facendo riferimento anche allo
Zibaldone, possiamo ricostruire l’esatto percorso del pensiero leopardiano, il necessario
passaggio dalla noia al riso, che è il tema caratteristico dello scrittore recanatese, soprattutto in
questa fase finale del suo pensiero.

La noia è il sentimento fondamentale della vita, è «la semplice vita pienamente sentita, provata,
conosciuta, pienamente presente all’individuo, ed occupantelo».
L’uomo tende naturalmente alla felicità, ogni essere vivente mira al piacere, ma essendo questo
desiderio illimitato non può essere soddisfatto durante la vita di ognuno e termina con questa.
Da questa situazione deriva il carattere vano di ogni piacere e l’impossibilità di provare
nell’esperienza un piacere assolutamente puro. Tuttavia c’è un sentimento che è in grado di
rivelare il desiderio dell’infinito proprio dell’uomo: questo è la noia.
La noia è un sentimento contro natura, l’uomo non era stato destinato a provare tale sentimento,
è «la passione la più contraria e lontana alla natura». Bisogna però riconoscere alla noia la
facoltà di essere «amica della verità», in quanto sostiene Leopardi essa sia «la meno soggetta ad
errare»
La noia è intollerabile, l’uomo la considera come considera la morte, e cioè una non­esistenza, il
dolore che nasce da questa è più tollerabile della noia stessa, è persino più piacevole la
disperazione. «Il tempo che tutto alleggerisce, indebolisce, distrugge, non distrugge mai né
indebolisce il disgusto e la fatica che l’uomo prova nel non far nulla. La pura noia, il puro nulla,
né il tempo né alcuna forza possibile […] non basta a renderlo meno intollerabile».
La noia non deriva dalla noia dell’inazione, la forma tipica e generale, bensì dalla noia
«nell’atto del piacere»: «Il desiderio del piacere, nel tempo di quello che si chiama piacere è
molto più vivo dell’ordinario, più vivo che nel tempo d’indifferenza».
Essendo consapevole che questa condizione dell’uomo è perenne e inevitabile, in quanto la vita
stessa è priva della felicità, che è il sommo bene, in quanto «la vita è per se stessa un male»,
Leopardi capisce che all’uomo non resta che trovare una via d’uscita, una distrazione.
Questa distrazione è il riso, che è visto come un conforto, come una via di liberazione. Questo
viene presentato più volte nello Zibaldone e nelle Operette morali; emblematiche sono le
Operette qui analizzate, ad esempio la condizione naturale degli uccelli nelle Elogio degli
uccelli sembra essere l’espressione di una esorcizzazione al male della noia: il canto degli
uccelli che simboleggia il riso degli uomini è presentato come una possibile via d’uscita
dall’angoscia esistenziale. Così pure il riso di Eleandro, che è lo stesso riso di Democrito, viene
considerato il conforto alla disperazione proveniente dalla consapevolezza dei mali della vita.
Bisogna ridere di tutto, questo è il riso della filosofia, è il riso di Ottonieri, è l’unica cosa che
resta da fare all’uomo disilluso.
Leopardi recupera la concezione di un «rider alto» inteso come la fonte del coraggio morale, è
lo strumento per poter sopportare il disagio della civiltà. «[…] il semplice rider alto vi dà una
decisa superiorità sopra tutti gli astanti o circostanti, senza eccezione. Terribile ed awful è la
potenza del riso: chi ha il coraggio di ridere, è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di
morire».
Il riso è essenziale all’uomo, è il nuovo punto di partenza per riuscire a vivere nell’età moderna.

Bibliografia

G. Leopardi, Operette morali, Milano, Oscar Mondadori, 1988.

G. Leopardi, Trattato delle passioni, Roma, Donzelli Editore, 1997.

G. Leopardi, Manuale di filosofia pratica, Roma, Donzelli Editore, 1997.

A. Vigorelli, Il disgusto del tempo, Milano, Mimesis, 2009.

A. Prete, La «storia del riso» di Amelio filosofo solitario, in A. Vigorelli, Dispensa di Filosofia
Morale 2009­2010

G. Gentile, Manzoni e Leopardi, in A. Vigorelli, Dispensa di Filosofia Morale 2009­2010
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