UN CROCEVIA DI POPOLI - Kit didattico - Museo M9

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UN CROCEVIA DI POPOLI - Kit didattico - Museo M9
Kit didattico
                     UN CROCEVIA DI POPOLI
Materiale di approfondimenti prima della visita + Percorso autonomo in
            Museo + attività supplementare dopo la visita
Scuola: Secondaria di I grado / 11-14 anni

Discipline: Storia, geografia, italiano

Il kit permette all’insegnante di preparare gli alunni alla visita di M9 - Museo del ’900 e di condurli in
autonomia attraverso le installazioni multimediali concentrando l’attenzione sul tema delle migrazioni e dei
movimenti di popoli.

Obiettivi del kit
   ➔ Avvicinare gli alunni al fenomeno “migratorio”;
   ➔ Acquisire consapevolezza della profondità temporale e della dimensione geografica del fenomeno;
   ➔ Acquisire consapevolezza della complessità e dell’interrelazione reciproca tra fenomeni storici;
   ➔ Introdurre i concetti di “integrazione” “inclusione” e avvicinare all’idea della storicità delle culture e
       delle norme sociali;
   ➔ Educare all’empatia e alla comprensione come portato del metodo storico;
   ➔ Facilitare l’educazione alla diversità;
   ➔ Osservare i luoghi e la società in cui si vive e collocarne il mutamento nel tempo.

Il kit e il percorso si allineano alle indicazioni nazionali per la scuola secondaria di I grado, nell’obiettivo
complessivo di formare cittadini consapevoli e responsabili a tutti i livelli e interpretando le discipline come
punti di vista sulla realtà e come modalità di conoscenza, interpretazione e rappresentazione del mondo.
Contribuisce a sottolineare come la ricerca storica e il ragionamento critico sui fatti essenziali relativi alla
storia italiana ed europea offrano una base per riflettere in modo articolato ed argomentato sulle diversità
dei gruppi umani che hanno popolato il pianeta, a partire dall’unità del genere umano. Implementa l’idea
che ricerca storica e ragionamento critico rafforzino la possibilità di confronto e dialogo intorno alla
complessità del passato e del presente fra le diverse componenti di una società multiculturale e
multietnica.

Risorse del kit
   ➔ Scheda docente.
   ➔ Materiali di approfondimento preliminari alla visita.
   ➔ Scheda percorso in museo “Un crocevia di popoli”. Tempo 2h | min. 15 alunni | 8 € a studente + 2
      accompagnatori gratis.
   ➔ Attività dopo la visita.
UN CROCEVIA DI POPOLI - Kit didattico - Museo M9
Scheda Docente
Molti di noi hanno un parente emigrato per cercare fortuna o un conoscente arrivato in Italia per lo stesso
motivo. La nostra penisola – come e più di altri Paesi – è sempre stata terra di arrivi e partenze. Nel ’900 i
flussi migratori si sono amplificati, diventando un fenomeno di massa.

Questo kit didattico racconta gli spostamenti nazionali e internazionali di milioni di persone, rendendoci
partecipi delle loro paure, delle loro rinunce, delle loro aspettative e dei loro successi. Mostra
l’interconnessione tra fenomeni storici e avvicina i ragazzi ai concetti di empatia e di comprensione impliciti
nel metodo storico.
     ➔ In classe prima della visita si avrà un’introduzione al fenomeno migratorio;
     ➔ In museo si potranno vedere le interconnessioni tra i fenomeni migratori e le altre grandi
         trasformazioni del ’900 italiano;
     ➔ A casa dopo la visita si applicherà il concetto di empatia e di comprensione come bagaglio del
         metodo storico, prendendo le migrazioni come tema di lavoro.

Gli argomenti del kit
Popolazione, famiglie, migrazioni, salute e medicina, mezzi di trasporto, fabbriche e produzione industriale,
città e campagna, lingua e dialetti, cultura e formazione, benessere. È possibile ampliare alcuni degli
argomenti approfonditi in questo percorso grazie agli altri kit dedicati a singole tematiche.

Integrazione con le indicazioni nazionali per la scuola secondaria di I grado
    ➔ Finalità: Formare la coscienza storica dei cittadini e motivarli al senso di responsabilità nei confronti
       del patrimonio e dei beni comuni; curare le aree di sovrapposizione tra la storia e la geografia in
       considerazione dell’intima connessione che c’è tra i popoli e le regioni in cui vivono; formare per
       l’educazione linguistica i processi di produzione e di organizzazione delle informazioni primarie e
       inferenziali, le capacità che si acquisiscono studiando con metodo i testi allo scopo di apprendere il
       lessico specifico e imparare a concettualizzare esponendo in forma orale e scritta.
    ➔ Obiettivi: Acquisire conoscenza dei diversi e profondi legami, dei conflitti e degli scambi che si sono
      svolti nel tempo fra le genti del Mediterraneo e le popolazioni di altre regioni del mondo, rende
      comprensibili questioni che, altrimenti, sarebbero interamente schiacciate nella dimensione del
      presente.
    ➔ Competenze: L’alunno si informa in modo autonomo su fatti e problemi storici anche mediante
      l’uso di risorse digitali. Produce informazioni storiche con fonti di vario genere – anche digitali – e le
      sa organizzare in testi. Comprende testi storici e li sa rielaborare con un personale metodo di
      studio. Espone oralmente e con scritture – anche digitali – le conoscenze storiche acquisite
      operando collegamenti e argomentando le proprie riflessioni. Usa le conoscenze e le abilità per
      orientarsi nella complessità del presente, comprende opinioni e culture diverse, capisce i problemi
      fondamentali del mondo contemporaneo. Comprende aspetti, processi e avvenimenti
      fondamentali della storia italiana dalle forme di insediamento e di potere medievali alla formazione
      dello stato unitario fino alla nascita della Repubblica, anche con possibilità di aperture e confronti
      con il mondo antico. Conosce aspetti e processi essenziali della storia del suo ambiente. Conosce
      aspetti del patrimonio culturale, italiano e dell’umanità e li sa mettere in relazione con i fenomeni
      storici studiati.
    ➔ Capacità: acquisire la capacità di ricostruire i fatti della storia e i loro molteplici significati in
      relazione ai problemi con i quali l’uomo si è dovuto confrontare, fino alle grandi questioni del
      presente. Costruire grafici e mappe spazio-temporali, per organizzare le conoscenze studiate.
      Collocare la storia locale in relazione con la storia italiana, europea, mondiale. Formulare e
      verificare ipotesi sulla base delle informazioni prodotte e delle conoscenze elaborate.
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Materiali di approfondimento preliminari alla visita
Obiettivi dei materiali
   ➔ Introdurre i ragazzi al tema delle migrazioni;
   ➔ Mostrare la persistenza nel tempo e la dimensione spaziale delle migrazioni;
   ➔ Nel tempo sono cambiate le direzioni, i percorsi, le durate, le composizioni sociali dei gruppi che si
       sono mossi, ma non cambia la necessità che l’uomo sente di spostarsi;
   ➔ Introdurre i concetti di “integrazione” e “inclusione”;

Metodo
Tutte le attività della lezione possono essere svolte come gruppo classe intero, in piccoli gruppi o
individualmente. Per ogni fase, è opportuno dedicare uno step conclusivo per condividere le risposte di
tutti con l’intero gruppo classe. Si prevede per ogni argomento un tema per l’introduzione dell’insegnante.

Argomento 1: una storia millenaria

     ➔ Introduzione
L’Italia è da sempre un crocevia di popoli. Collocata geograficamente in una posizione che si presta a fare
da tappa, da punto di partenza o da punto di arrivo, è attraversata da movimenti di popolazione sin dall’età
preistorica. Lo stesso mito fondativo principale della nostra penisola racconta la storia di un’emigrazione, di
una fuga e di una colonizzazione: è il racconto dell’Eneide. Buona parte della nostra cultura è frutto di vari
sincretismi, ovvero della mescolanza e fusione di elementi culturali diversi. Questi movimenti sono però
diventati di massa nel ’900 e sono stati causa e conseguenza di moltissimi altri fenomeni: prendendo le
migrazioni come punto di osservazione, il docente potrà guidare la propria classe alla scoperta delle
trasformazioni del paesaggio e dell’economia, del linguaggio, delle tradizioni popolari e delle abitudini di
consumo, delle famiglie.

     ➔ Occhio alle fonti:
Il testo da leggere è tratto da Giovanni Pizzorusso, Mobilità e flussi migratori prima dell’età moderna: una
lunga introduzione, in “ASEI, Archivio Storico dell’Emigrazione Italiana”, 15/06/2007. Cerca su internet
notizie dell’autore e sulla rivista in cui è pubblicato l’articolo. Chi è? Che mestiere fa? Che epoca studia?
Che tipo di rivista è? La possiamo considerare una fonte affidabile? Perché?

1. Posta al centro del Mediterraneo, punto d’incontro di tre continenti, la penisola       Perché       la
italiana ha visto la costante presenza di correnti migratorie di popolazione fin dai       penisola
tempi preistorici. All’incirca a partire dal 2000 a. C. giunsero, con un movimento “a      italiana      è
tenaglia” da nord e da sud distanziato nel tempo, i grandi flussi di popolazione di        sempre stata
lingua indoeuropea che formarono le varie popolazioni italiche. In epoca storica si        caratterizzata
collocano le prime immigrazioni celtiche (VI-IV sec. a. C.) che contrastarono la           da     correnti
colonizzazione etrusca dell’Italia settentrionale. Inoltre comunità fenicie si             migratorie?
attestarono nelle stazioni commerciali di Sardegna e Sicilia. Successivamente si
affermarono in Italia meridionale le colonie greche, originate in un primo tempo da        Quali popoli
autonomi flussi di popolazione agricola e proseguite nell’età classica da stanziamenti     abitarono la
organizzati sotto l’egida delle città elleniche, che dettero luogo alla formazione di un   penisola?
tessuto urbano nella cosiddetta Magna Grecia.
Dal III sec. a. C. si sviluppò la colonizzazione romana che, all’inizio, rispondeva a      Come        era
esigenze di carattere militare, costituendo a un tempo la ricompensa ai legionari sotto    gestita
forma di terre da abitare e l’opportunità di sottomettere e controllare, attraverso la     nell’antica
colonizzazione, le popolazioni vinte. Ma dalla fine del II secolo a. C. le conquiste       Roma          la
militari offrirono possibilità di stanziamento per la plebe romana e si sviluppò così un   coabitazione tra
ampio e continuato movimento di popolazione romana e italica nella Penisola e oltre.       popoli diversi?
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Parallelamente, l’Italia era il luogo d’arrivo di schiavi di etnie diverse convogliati in
occasione delle campagne militari romane. L’integrazione degli stranieri a Roma
avveniva soprattutto dal punto di vista politico. Si mantenevano invece le differenze
tra i vari popoli. Venne così a costituirsi una società multietnica che si confrontava con
le gentes al di là del confine. Per tutta l’età antica il Mediterraneo e l’Italia furono
quindi al centro di spostamenti umani di diversa natura che incisero in vario modo
nelle società di arrivo, ad esempio dal punto di vista della legislazione favorevole o
sfavorevole all’accoglienza e all’integrazione dello straniero, oppure a livello della
mentalità con lo sviluppo di atteggiamenti xenofobi, come nel caso delle espulsioni
coatte quali quella degli ebrei da Roma del I secolo d.C (…)
L’età tardo-antica e l’inizio del medioevo coincisero con una fase secolare di               Che      cosa
movimenti di popolazione conosciuti generalmente come invasioni barbariche. (…) A            comportò sul
partire dal IV secolo, sotto la pressione dei popoli asiatici (unni, avari), i barbari       piano
“germani” irruppero nella parte occidentale dell’Impero, più debole rispetto                 geopolitico
all’Oriente. (…) Per la prima volta dall’antichità risultò frazionata in unità politiche     l’arrivo   dei
diverse. (…) La divisione politica della penisola italiana (destinata a durare fino al       barbari?
1870) ebbe anche conseguenze durature sulla mobilità delle persone. Anche prima di
costituire delle unità coese dal punto di vista geo-politico, queste realtà territoriali
tesero comunque a esercitare un controllo sulle persone e sui loro spostamenti. (…)
Nel frattempo in Sicilia si era stabilita una cospicua e variegata presenza musulmana Quale influsso
in costante contatto con l’altra sponda del Mediterraneo e con le differenti etnie ebbero gli Arabi
(berberi e arabi) che la abitavano. Nella loro secolare permanenza dall’832 al 1130 gli in Italia?
arabi esercitarono una notevole influenza in campo economico e culturale. Questa
presenza si arrestò e iniziò a declinare con la conquista normanna dell’isola.
Provenienti dalla Scandinavia i normanni si erano attestati nella Francia del Nord e
nell’Inghilterra orientale, giungendo poi nel Mezzogiorno italiano. (…)

2. L’arrivo dei normanni si inserisce in un quadro dell’Italia medievale che, malgrado il    Perché
frazionamento politico, comincia a definirsi come unitario, nonostante le forti              dall’anno Mille
differenziazioni interne, in particolare la divaricazione tra il Nord e il Sud della         aumentarono i
Penisola. All’interno di un processo che investe l’intera Europa, la penisola italiana       fenomeni
conosce – già a partire dal Mille – un complessivo processo di crescita demografica e        migratori?
economica.
In tale contesto anche i fenomeni di mobilità geografica a breve, medio e lungo raggio       Qual     è    la
aumentano considerevolmente. Da una fase tardo-antica e alto medievale nella quale           principale
la Penisola è stata oggetto di successive invasioni, che si presentano come flussi           differenza c’è
migratori di interi popoli, si passa a una situazione di spostamenti più diffusi che         tra           le
coinvolgono realtà locali e situazioni individuali. Con una sommaria generalizzazione si     migrazioni
potrebbe dire che dall’era delle migrazioni dei popoli si passa a quella della               dell’antichità e
migrazione degli individui. (…)                                                              quelli
                                                                                             medievali?
Il composito quadro offerto dall’Italia bassomedievale e molte delle tipologie               Perché      è
migratorie che ne fanno parte costituisce una base di partenza per un’analisi di lungo       importante
periodo dei fenomeni migratori che si prolunga nei secoli dell’Età moderna fino alla         studiare   le
fine dell’Ottocento e al Novecento, all’epoca dei grandi mutamenti socio-economici           migrazioni
determinati dalla transizione demografica e dalla rivoluzione industriale. (…)               medievali?
In generale, tranne il caso della mobilità dei poveri e dei vagabondi in cerca di carità e
di assistenza, in età medievale e moderna le migrazioni furono in misura prevalente          Qual    è    la
determinate da motivi di lavoro o professionali, non solo e non tanto legati alla ricerca    principale
di un’occupazione qualunque, ma anche e soprattutto all’offerta da parte del                 ragione alla
migrante di un determinato lavoro, di una competenza tecnica e di un “mestiere” (già         base      delle
posseduti in origine) laddove questi potevano costituire una risorsa maggiormente            migrazioni?
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valorizzata. (…)

3. Nell’Italia centro settentrionale la società urbana viveva una fase di espansione            Verso quali poli
attirando popolazione sia dal contado, sia da luoghi più remoti. Le città infatti               di attrazione
rappresentavano centri di offerta di lavoro che attraevano manodopera, da quella                vanno        gli
specializzata a quella non qualificata, in un contesto generale di crescita demografica         Italiani che si
che dal Mille arriva fino al Trecento. (…) Il contesto politico-economico della Penisola,       muovono nel
con la sua instaurazione di un sistema dualistico (diviso da una fascia intermedia di           medioevo?
passaggio) e complementare tra le due Italie formate dalle aree del Nord e del Centro
e da quelle del Sud e delle grandi isole, va ulteriormente inserito in un panorama
europeo e mediterraneo nel quale l’Italia urbanizzata aveva assunto un ruolo
centrale, un primato economico, politico e culturale. In tale spazio europeo, che si
mantenne grosso modo dal XII al XVI secolo unificandosi progressivamente
soprattutto nei rapporti economici (dalle fiere, allo sviluppo degli strumenti finanziari,
alla diffusione della cultura giuridica), la funzione di polo di attrazione e di spinta delle
città italiane stimolò una vasta gamma di flussi migratori e di spostamenti di individui,
di personaggi “di qualità” professionale e economica. All’interno di questo “sistema di
rapporti”, nel quale restarono in vigore forme di mobilità a breve raggio, si sviluppò la
rete degli spostamenti a lunga distanza degli italiani.

La lunghezza del trasferimento non sembra essere tuttavia l’elemento decisivo nella             Quali fattori
scelta delle destinazioni. La decisione individuale di partire si inseriva in una strategia     contribuiscono
familiare nella quale la migrazione di un membro faceva parte di una valorizzazione             a scegliere la
complessiva delle risorse a disposizione. Inoltre tali decisioni si formavano spesso in         meta      delle
un contesto comune a tutto il paese d’origine anche per la necessità di appoggiarsi a           migrazioni?
compaesani precedentemente emigrati. Si creavano così dei percorsi consuetudinari
che collegavano un determinato luogo di partenza a uno d’arrivo. (…)

4. In generale il fenomeno dell’urbanesimo si presenta quasi sempre come                        Quali mestieri
“selezionato”. Si cercava di impedire l’arrivo dei poveri e dei vagabondi a vantaggio di        portavano
coloro che potevano contribuire alla ricchezza cittadina. Inoltre, nei principali centri di     spesso      le
produzione manifatturiera, l’immigrazione, anche da grande distanza, di personale               persone    ad
qualificato in determinate attività veniva incoraggiata con politiche fiscali. (…) La           emigrare?
mobilità dei religiosi era altrettanto diffusa, in particolare per i membri di quelle
strutture “internazionali” che sono gli ordini regolari. (…) Un’altra professione che
induceva allo spostamento era quella militare, che ovviamente aveva una
connotazione maschile (…) Ancora su base di genere, questa volta femminile, era lo
spostamento delle serve e delle nutrici, un fenomeno di lunga durata per tutta l’età
moderna. La pratica di questi mestieri era intrinsecamente legata allo spostamento,
nella maggior parte dei casi non definitivo, non di rado con caratteri di stagionalità, di
ingenti gruppi di popolazione, per lo più originaria di zone di montagna e collina alpina
e appenninica.

I grandi mercanti e banchieri italiani che si muovevano in un contesto geografico più
vasto, l’Europa della “Repubblica internazionale del denaro” (…) queste figure (in
particolare i lombardi e i toscani, soprattutto fiorentini, lucchesi e senesi) si
imponevano nell’Europa cristiana e anche oltre, attraversando il Mediterraneo e
intessendo relazioni con il mondo islamico. Inoltre essi si affermavano come
prestatori di denaro delle monarchie, con i rischi che ciò comportava. La creazione di
una rete di rapporti e l’utilizzo di tecniche finanziarie erano gli atout dei mercanti e
banchieri italiani presso le corti e le fiere del Nord Europa e negli avamposti
mercantili. Inoltre erano italiani i rappresentanti del papa che andavano a riscuotere
le tasse pontificie. (…) Questi rapporti spiegano l’origine di un Cristoforo Colombo, che
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è tuttavia solo il caso più noto di un fenomeno più generale riscontrabile, ad esempio,
esaminando le liste degli equipaggi. Questa presenza composita, dal mercante
all’artigiano, all’uomo di mare, ha consentito agli italiani di inserirsi precocemente nei
commerci con il Nuovo Mondo.
(…) Un ultimo sguardo alla mobilità che ha investito la Penisola nel tardo medioevo
mette in rilievo vasti fenomeni che riguardano soprattutto aree rurali. Dall’Europa
orientale balcanica (albanesi e slavi) partì un movimento di immigrazione che,
originato dalla decadenza economica generale di quell’area e incentivato dalle crisi
portate dalla repressione turca, approdò nella Penisola lungo l’intera fascia costiera
dell’Adriatico, nelle città e nelle campagne. Mentre in quest’ultime gli immigrati
trovavano spazio nelle terre sottopopolate a causa dei devastanti effetti della Peste
Nera, permettendo un impulso a progetti di colonizzazione delle terre e di
incentivazione della produzione, nelle città essi ricoprivano le fasce più basse venendo
impiegati in lavori che i locali ormai in maggioranza rifiutavano, come la servitù
domestica, specialmente femminile, in condizioni di schiavitù. (…)

Tutti questi diversi tipi di migrazioni mostrano come alla vigilia dell’età moderna, la       Quali erano le
penisola italiana fosse al centro di un’alta mobilità e di flussi migratori in arrivo e in    caratteristiche
partenza di raggio variabile e vedesse protagoniste fasce diverse di popolazione. (…)         dei      flussi
Nel medioevo il fenomeno migratorio era connotato soprattutto da fattori di                   migratori
regolarità. I flussi non erano fughe o esodi quanto spostamenti più o meno                    medievali?
programmati per motivi di lavoro e interni a strategie individuali o familiari di
ampliamento delle possibilità.
Queste caratteristiche si presentavano soprattutto per le categorie più elevate, i
grandi mercanti finanzieri che, pur stabilitisi in uno dei grandi centri internazionali del
commercio, mantenevano legami sia affettivi e parentali, sia economici con la città
d’origine nonché con altre dove altri loro concittadini (spesso anche loro parenti) si
erano stabiliti. Tali atteggiamenti si confermavano anche per i gruppi emigrati di più
modesto livello, manodopera qualificata e specializzata che accettava lo spostamento
in altri luoghi senza distruggere i legami con la famiglia e con la madrepatria, anzi
spesso ritornandovi ogni anno (emigrazione stagionale) o alla fine di un’esperienza di
lavoro (emigrazione temporanea)

Argomento 2: l’esplosione demografica del ’900
   ➔ Parole chiave
Demografia. Disciplina che risponde a domande come: quanti sono gli abitanti di un luogo? Sono più i
maschi o le femmine? Sono più bambini, giovani o anziani? Che lavoro fanno? Che religione professano?
Quante persone arrivano o partono da un luogo? Quante cambiano lavoro? Quante si sposano? Quanti figli
fanno?

La demografia considera le migrazioni come uno dei suoi argomenti di interesse                Qual è uno dei
principale e ci fornisce alcune chiavi per capirne origine e sviluppi. Secondo questa         principali fattori
disciplina, uno dei motivi per cui milioni di persone cominciano a spostarsi da una           che scatenano le
parte all’altra del pianeta, o anche da una parte all’altra di un Paese, è la crescita        migrazioni
demografica, ossia l’aumento della popolazione, a volte superiore alle risorse                secondo         la
disponibili.                                                                                  demografia?

La meccanizzazione delle attività agricole, cominciata negli Stati Uniti all’inizio del
secolo - e continuato in Europa e sino ad ora in varie ondate nel resto del pianeta -
genera varie conseguenze che influiscono sulla popolazione: anzitutto permette di
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produrre più alimenti di quanti non fosse possibile con le tecniche agricole tradizionali
e la maggiore disponibilità di nutrienti permette, tra altri fattori, di ridurre la mortalità,
aumentando dunque la popolazione; riduce il fabbisogno di manodopera (servono
meno braccia per coltivare le stesse terre), proprio mentre nascono e si sviluppano i
poli industriali, che attirano molti lavoratori nelle aree urbane. Le grandi migrazioni nei
primi settant’anni del ventesimo secolo iniziano così: con lo spostamento dei giovani
nati in campagna, dove le loro braccia non servivano più. L’arrivo di grandi quantità di
prodotti agricoli dagli Stati Uniti, favorito anche dalla nascita di nuovi mezzi di
trasporto più rapidi, mette inoltre a dura prova l’agricoltura europea, provocando la
crisi di molte aziende agricole, disoccupazione e miseria.
Anche le migrazioni dei nostri giorni rispondono anzitutto a un problema demografico:
in alcune parti del mondo si fanno tanti figli – più delle risorse disponibili per crescerli
e sfamarli dignitosamente – mentre in altre la popolazione invecchia rapidamente e
tende a riprodursi sempre di meno e sempre più tardi.
In Italia, nei prossimi vent’anni, per mantenere costante la percentuale della
popolazione di età compresa tra i 20 e i 64 anni, ovvero in grado di lavorare, ogni anno
dovranno entrare circa 300 mila persone abili al lavoro. Gli immigrati sono dunque una
risorsa: si occupano degli anziani, svolgono i lavori faticosi e poco pagati che gli italiani
non vogliono più fare e contribuiscono, con i propri figli, al ringiovanimento della
società italiana.
                                                                                                 Guarda          il
                                                                                                 grafico: che cosa
                                                                                                 noti?

                                                                                                 Che       cosa
                                                                                                 significa
                                                                                                 “Popolazione
                                                                                                 residente”?

Dopo essere rimasta per secoli quasi uguale a sé stessa, nel ’900 la popolazione                 Leggi il testo e
mondiale è molto cresciuta e così anche quella dell’Italia: oggi siamo molto di più e            confronta     le
molto più anziani. Dall’Ottocento alla Prima guerra mondiale, la popolazione del                 spiegazioni del
pianeta passa da 1 miliardo di persone a 1 miliardo e 815 milioni. L’Asia, meno, e               grafico     con
l’Europa, di più, diventano sovrappopolate, ossia ci sono più persone di quante non si           quelle che avevi
possano sfamare con le risorse disponibili. Mentre buona parte del pianeta è ancora              proposto tu.
praticamente deserto, milioni di persone iniziano ad emigrare alla ricerca di migliori
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condizioni di vita: si apre la via delle grandi migrazioni verso il continente americano.    Quali sono i
Nel corso del Novecento, la crescita della popolazione diventa esponenziale: nel 1999        motivi per cui la
eravamo 6 miliardi, oggi ben 7 miliardi e 600 milioni. Se guardiamo il grafico, possiamo     popolazione
notare che la curva sale sensibilmente a partire dagli anni Cinquanta, quando una serie      mondiale cresce
di cause contribuiscono ad allungare la durata media della vita, tra cui                     dagli anni ’50?
l’industrializzazione di parte del pianeta, l’urbanizzazione, l’applicazione di scoperte
mediche, il continuo sviluppo in campo tecnico e scientifico, lo sviluppo tecnologico   Tutto il pianeta
nel settore agroalimentare, la maggiore disponibilità di alimenti di qualità.           cresce       allo
Questa crescita non ha interessato in ugual maniera tutte le aree del pianeta e ancora stesso modo?
oggi ci sono grandi differenze. La popolazione di alcune regioni, come l’Europa o gli
Stati Uniti d’America, sta invecchiando, mentre in molte parti dell’Africa o dell’Asia Che          cosa
continuano a nascere moltissimi più bambini di quante non siano le risorse naturali ed succederà
economiche per garantirne la sopravvivenza.                                             probabilmente
Gli analisti prevedono che nel 2050, quando tutti i Paesi si allineeranno alla tendenza in futuro?
di fare meno figli – sperimentata dai paesi industrializzati già dalla metà degli anni ’50
del ’900 -, ci sarà un’inversione di tendenza e probabilmente la popolazione mondiale
smetterà di crescere.

                                                                                             Guarda il grafico
                                                                                             e confrontalo
                                                                                             con             il
                                                                                             precedente: che
                                                                                             cosa noti?

Anche la popolazione italiana aumenta vertiginosamente all’inizio del secolo: ad un          Quali sono i
anno dall’Unità gli italiani sono 26,3 milioni. Alla fine dell’età Liberale, gli italiani    momenti     di
diventano 36,7 milioni. Lo sviluppo economico a cavallo tra i due secoli si accompagna       sviluppo della
a miglioramenti significativi nelle pratiche sanitarie e nelle condizioni igieniche          popolazione
generali. Così, alla fine della Seconda guerra mondiale, l’entusiasmo per la ritrovata       italiana?
pace e le prospettive più rosee per il futuro – offerte di lì a breve da un grandissimo
periodo di crescita, il cosiddetto miracolo economico – hanno dato vita a un vero e          Oggi che cosa
proprio boom delle nascite. Da allora ad oggi il numero degli italiani da 56,7 milioni a     sta succedendo?
60,7 milioni, ma il tasso di natalità rimane costante: dieci figli ogni mille abitanti.
L’Italia è cioè a “crescita 0” e l’aumento della popolazione è imputabile solo ai flussi
migratori dall’estero.
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Guarda il grafico
                                                                                                  e confronta le
                                                                                                  due linee: che
                                                                                                  cosa noti?

                                                                                                  Che cosa sono il
                                                                                                  saldo naturale e
                                                                                                  il        saldo
                                                                                                  migratorio?

Argomento 3: le direzioni dei flussi
     ➔ Occhio alle fonti.
È molto difficile, per i ricercatori, ricostruire con precisione quante persone si sono spostate da un territorio
all’altro in un determinato periodo. Essi, infatti, hanno a disposizione quasi sempre solo i registri ufficiali
dell’anagrafe sulla residenza delle persone oppure i registri delle frontiere o del rilascio di documenti
ufficiali, come i passaporti. In alcuni periodi, le autorità si sono preoccupate di più di censire i movimenti di
popolazione, a volte per evitare lo spopolamento del proprio territorio (ad esempio come accadeva in Italia
ai tempi del Fascismo), a volte, viceversa, per mandare quante più persone possibili altrove (per colonizzare
territori o per accordi tra Stati, come accadde con gli accordi tra l’Italia e la Germania e il Belgio con cui nel
dopoguerra si inviarono molti lavoratori italiani nelle miniere di quei paesi). Molto più spesso, però, le
persone si spostano senza cambiare ufficialmente la propria residenza, senza dire cioè alle autorità che non
vivono più nel luogo di nascita – sia che si siano spostati all’estero che in altre città dello stesso Stato.
Questo rende molto difficile tracciare questi spostamenti, perché non risultano in nessun registro ufficiale.
È molto probabile, perciò, che molte più persone si siano spostate, magari anche solo per periodi brevi, di
quante non sappiamo.

Da terra di emigranti a terra di immigrati?                                                           Quali sono le
Si dice che, da terra di emigrazione, l’Italia sia diventata terra di immigrazione, ma siamo          principali
stati un popolo con la valigia e non abbiamo mai smesso di esserlo.                                   caratteristiche
Tra il 1846 e il 1940, 10 milioni di persone lasciano l’Italia per dirigersi negli Stati Uniti e in   delle
America del Sud. Tra il 1946 e il 1970, 8 milioni intraprendono il cammino della speranza             migrazioni da
verso la Germania, la Svizzera, il Belgio e altri Paesi industriali del Nord-Europa. Una              e per l’Italia?
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“grande migrazione” entrata nell’immaginario collettivo grazie ai film, alle canzoni e alle
“Little Italy” di tutto il mondo.
Dagli anni ’70 emigriamo meno all’estero, ma la gente del Sud continua a spostarsi al
Nord e persone da ogni parte del mondo iniziano a venire in Italia.
Oggi sono 5 milioni i cittadini stranieri presenti nel nostro Paese, il 9,5% della
popolazione totale contando anche gli “irregolari”.
Ma ci sono ancora 5 milioni di italiani all’estero e ogni anno 100 mila, per lo più giovani,
lasciano il Paese: camerieri, pizzaioli, operai, ingegneri, medici, biologi, ricercatori e
manager…

Andare dove?
Le tre carte geografiche e la tabella che seguono mostrano le principali mete di
emigrazione degli Italiani nel corso del ’900. La scala di valori va dal giallo (poche persone
decidono di recarsi in un certo luogo) al rosso (molte persone emigrano in quel paese).

                                                                                                 Guarda le tre
                                                                                                 carte
                                                                                                 geografiche e
                                                                                                 confronta i tre
                                                                                                 periodi. Che
                                                                                                 cosa noti?

                                                                                                 Guarda anche
                                                                                                 la tabella e
                                                                                                 annota i punti
                                                                                                 che         ti
                                                                                                 sembrano più
                                                                                                 curiosi.
Dalla fine dell’800 gli italiani cominciano a emigrare in massa. La crisi agraria determina    Leggi       la
un aumento considerevole dei flussi migratori da tutto il continente europeo verso             spiegazione:
l’America del Nord, il Sud America, il Canada e l’Australia. I primi a partire sono inglesi,   che     cosa
irlandesi, tedeschi e scandinavi, ma ben presto anche gli italiani intraprendono il viaggio    coincide con
oltreoceano. Il Veneto si spopola: molti partono per il Sudamerica, a lavorare nelle grandi    le        tue
aziende agricole in cui si producono cereali, tabacco e zucchero. Dagli anni ’80 dell’800,     osservazioni?
una crisi agraria e politica chiude le rotte meridionali: la manodopera italiana guarda
allora agli Stati Uniti e al Canada.
La Grande depressione statunitense del 1929 provoca l’aumento della disoccupazione e
la limitazione dei flussi migratori. Gli italiani si dirigono in Francia e soprattutto in
Germania, che diventa la meta privilegiata dopo gli accordi tra i governi fascista e nazista
per sostituire i lavoratori tedeschi impegnati in guerra.
Nel dopoguerra si apre anche la via dell’Australia e molti connazionali emigrano in Belgio,
Svizzera e Germania, anche in questo caso sulla base di accordi tra il governo italiano e
quei Paesi per inviare loro manodopera.
Oggi gli italiani si dirigono in primo luogo in Germania e in Gran Bretagna, seguite da
Spagna, Cina ed Emirati Arabi.
Nei grafici e nelle tabelle si possono osservare le variazioni della popolazione italiana
emigrata verso i principali Stati di destinazione, notando come essi siano cambiati.
Venire da dove?
Le tre carte che seguono mostrano i principali paesi da cui sono arrivati e arrivano oggi
immigrati in Italia. La scala di valori va dal giallo (poche persone vengono da un luogo) al
rosso (molte persone).
                                                                                               Guarda le tre
                                                                                               carte
                                                                                               geografiche e
                                                                                               confronta i tre
                                                                                               periodi. Che
                                                                                               cosa noti?
Per buona parte del ’900 l’Italia non è una terra che attira grandi flussi di persone:            Leggi       la
essendo ancora tra i Paesi più poveri del mondo, è luogo di partenza piuttosto che di             spiegazione:
arrivo. I flussi immigratori riguardano per lo più Italiani emigrati precedentemente che          che     cosa
scelgono di tornare nella madrepatria dopo un’esperienza all’estero non soddisfacente. Il         coincide con
miracolo economico della metà del secolo la trasforma però nella settima potenza                  le        tue
industriale mondiale e crea il terreno per richiamare persone alla ricerca di migliori            osservazioni?
condizioni di vita. Contemporaneamente, negli anni ’70 la crescita demografica nei Paesi
del cosiddetto Terzo Mondo (non sostenuta da un’adeguata crescita economica) e la             Quali sono i
regolamentazione dei flussi migratori attuata da alcuni Paesi europei come la Germania        motivi per cui
diventano la ragione principale della trasformazione dell’Italia in una meta migratoria.      sono cambiati
In principio, gli immigrati sono prevalentemente tunisini, impegnati nell’agricoltura e i paesi di
nella pesca, latino-americani e asiatici; negli anni ’80 arrivano eritrei, capoverdiani, provenienza
somali, marocchini e filippini; negli anni ’90, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, rumeni, degli
albanesi, ucraini e nordafricani.                                                             immigrati?
Rispetto alla nostra emigrazione, fatta spesso di maschi giovani alla ricerca di impieghi
nell’industria, l’immigrazione recente si caratterizza per la massiccia presenza di donne,
che trovano occupazione nell’assistenza domestica.

Un movimento circolare
Si pensa spesso all’emigrazione come ad un movimento lineare, ossia di persone che
lasciano un luogo A per andare in un luogo B. In realtà si tratta in molti casi di movimenti
circolari e a tappe. Ad esempio, dalle campagne del Mezzogiorno ci si spostava prima
nelle aree urbane della costa e da queste si prendeva il salto verso un capoluogo di
provincia o verso le città del Nord. E in molti casi ci si sposta solo per alcuni periodi della
vita, per poi cambiare nuovamente destinazione o tornare a casa e ripartire più avanti.
Questa circolarità è oggi facilitata dai mezzi di trasporto veloci e a basso costo, ma anche
quando attraversare gli oceani era un viaggio di che durava mesi e costava i risparmi di
una vita, non mancava chi tornava spesso indietro.

Argomento 4: la storia è fatta di tante storie…

   ➔ Introduzione
Perché lasciare la casa vecchia per la nuova?
La decisione di emigrare è difficile e sofferta: comporta lasciare le persone che si amano, fare grandi
sacrifici economici e affrontare le difficoltà di inserimento in nuovi contesti culturali, linguistici e sociali.
Talvolta l’emigrazione è una scelta consapevole, compiuta per il desiderio di nuove, migliori e diverse
condizioni di vita o per seguire parenti e amici già trasferitisi.
Più spesso è una necessità dettata da cause esterne: per esempio perché il proprio Paese è martoriato dalla
guerra o perché mancano i più elementari diritti civili, oppure per sfuggire alla miseria e trovare un lavoro.

    ➔ Attività
Attività in gruppi: dividendo la classe, assegnare a ciascun gruppo una storia da leggere e da confrontare
poi con gli altri. In museo si può chiedere ai ragazzi di ascoltare e guardare le stesse storie raccontate dai
protagonisti nelle installazioni multimediali e ritrovare i punti salienti.

    ➔ Domande
Dividere la classe in gruppi. Ciascun gruppo, leggendo la storia assegnata, può riflettere su:
Chi ha deciso di partire? Quando? Perché? Qual è stato il motivo principale che ha fatto scegliere una
destinazione? Chi e che cosa ha aiutato la partenza? Com’è stato il viaggio? Che emozioni hanno provato?
Come si sono trovati all’arrivo? Le aspettative che avevano sono state realizzate? Hanno pensato di
tornare?

STORIA 1 – Dal Veneto al Brasile
Introduzione:
Fra il 1887 e il 1902 entrarono in Brasile quasi 1 milione di italiani. I Veneti erano il 20%
del totale. L’80% dei Veneti emigrati si diresse in Brasile.
Furono tra i primi ad emigrare in massa, molto prima che cominciassero i meridionali.

Storia:
Polesine, 1900.
Qua son vent’anni che non ci sono più buoni raccolti, sempre grandine e siccità. Manca
il mais per gli uomini e il foraggio per le bestie. Le mucche si ammalano nelle stalle. Le
vigne sono piene di parassiti e i bachi da seta stanno morendo. I cereali russi e
americani fanno concorrenza a quelli italiani e i prezzi crollano. Le tasse aumentano, il
costo degli affitti dei poderi sale. Prima si riusciva ad arrotondare con un po’ di lavoro a
domicilio o mandando le donne e i bambini nelle filande. Ma ora la concorrenza delle
fabbriche lombarde le sta facendo chiudere tutte. Poi a furia di dividere i poderi quando
qualche figlio si sposa, non basta la terra neanche per la sussistenza. Le nostre grandi
famiglie di 30-40 persone si stanno sgretolando C’è chi emigra per un periodo dell’anno,
in Austria o in Germania a lavorare nelle miniere o fare le ferrovie. Ma c’è sempre meno
lavoro anche lì. Hanno iniziato la bonifica e qualcuno sta comprando dei macchinari
agricoli a vapore. Viviamo in cason, baracche nelle campagne. Non c’è acqua, si mangia
praticamente solo mais, non ci sono più neanche le mucche per il formaggio. Tutti si
ammalano di pellagra, molti di colera o malaria. C’è sempre meno bisogno di braccia e
invece continuano ad arrivare da tutte le parti del Veneto. Poi c’è stata l’alluvione, è
uscito l’Adige e ancora non si sono asciugati i terreni. Hanno provato pure a fare una
rivolta, “la boje!”, l’han chiamata, ma è finita male: tutti in galera o peggio. Allora non
c’è rimasta più speranza che partire. Partire davvero, andare lontano per non tornare. È
stata una decisione durissima: siamo tutta gente abituata a star qua, molti non son mai
andati neanche al paese vicino. Saranno partite 63 mila persone negli ultimi vent’anni: 9
su dieci sono andati in Brasile, gli altri in Argentina e nessuno quasi è tornato. Noi veneti
siamo stati tra i primi a partire, prima della gente del sud, prima dei lombardi. Se ne
sono andati senza dirlo a nessuno, quasi clandestini. Mandano queste lettere dicendo
che stanno bene, che son ricchi, ma non è che ne capiamo molto di quel che scrivono.
Qua siamo tutti analfabeti. Allora abbiamo deciso di partire. Per fortuna ci ci sono stati
questi agenti delle compagnie di colonizzazione del Brasile e delle compagnie di
navigazione di Genova che ci hanno detto che si può fare. Ci hanno letto le lettere,
hanno scrivono per noi ai nostri familiari già in Brasile. Ci hanno pagato un biglietto di
sola andata per tutta la famiglia e pure il treno fino a Genova: e chi mai se lo sarebbe
potuto permettere? Ci hanno promesso terre e bestiame, ci hanno aiutano nelle
pratiche per il nulla osta delle autorità militari e il passaporto, cambiato monete e
anticipato denaro. Certo, a Genova ci hanno truffato in molti: albergatori, usurai,
cambiavalute e negozianti. Il viaggio per mare è stato duro: un mese stipati in navi lente
verso Plata. Molti bambini sono morti di malattie che si son presi durante il viaggio e poi
c’è toccata la quarantena arrivati in Brasile. Ma in fondo noi non sappiamo far niente se
non coltivare la terra, e qui in Brasile cercano gente per lavorare nei campi!

Alcuni sono stati portati nelle Fazendas. I proprietari di questi terreni ti pagano cercano
continuamente contadini da impiegare nelle piantagioni di caffè. Preferiscono noi veneti
perché ci considerano instancabili, tranquilli, docili e poco esigenti. Ti vengono a
prendere al porto, ti anticipano i soldi del viaggio fino alla piantagione e poi ti pagano
dandoti una casa e sementi e buoni che puoi spendere solo nello spaccio della tenuta
dove costa tutto carissimo. La vita è pessima: sei isolato da tutto, non puoi andare
neanche in chiesa alla domenica, dobbiamo far lavorare anche i bambini per mettere
insieme un salario decente. La volontà del proprietario è legge e se provi a fuggire ti
sequestrano la moglie e i figli. Ti fanno multe su tutto, alla fin fine sei sempre in debito e
non riesci mai a mettere da parte due soldi di risparmio. Praticamente, siamo i sostituti
degli schiavi neri che non si possono più usare.
Noi siamo stati fortunati. E siamo entrati nei programmi di colonizzazione del Rio
Grande voluti dal governo. Ci hanno portato gratuitamente nell’appezzamento di terra
che ci è stato assegnato con una casa provvisoria, attrezzi e sementi. In cambio
dobbiamo disboscarlo, seminarlo e costruire strade e sentieri e poi riscattare il terreno
dopo il primo raccolto. Siamo lontani da tutto: non abbiamo mercati, medici, scuole. Ma
i raccolti bastano per vivere e per non aver più paura del futuro. Si sta meglio qui che da
dove siamo partiti. E poi siamo tutti veneti. Pare di essere al paese: abbiamo le nostre
usanze familiari, ci sposiamo tra italiani, parliamo persino veneto. Non torneremo mai
più in Italia. Tutta la famiglia ormai è qua e poi il biglietto per il ritorno costa troppo.
Con quel che risparmiamo, non potremo mai ricomprarlo. Se mai riusciremo, andremo
in città, a Saõ Paulo. Lì sono tutti italiani, si parla italiano. Persino le case sembrano
italiane. Ci si può andare a fare i muratori o gli artigiani e se potremo, compreremo un
negozio o andremo a lavorare in fabbrica.

STORIA 2 – Marisa Sposa di Guerra
Introduzione:
10mila donne italiane raggiungessero l’America tra il 1946 e il 1947 per raggiungere i
propri mariti, soldati americani conosciuti durante i mesi di occupazione in un’Italia
devastata psicologicamente ed economicamente dalla guerra. Donne di ogni
provenienza e di ogni livello culturale, che spesso a malapena parlavano inglese,
destinate a reinventare la propria vita oltreoceano, nelle più sperdute province
americane inseguendo il sogno di una vita prospera e ricca. Ogni mese, da Livorno e da
Napoli, le Liberty Ships imbarcavano queste sposine eccitate e i loro neonati in un
viaggio – organizzato nei più piccoli dettagli dall’esercito e dalla croce rossa statunitense
– verso quella che doveva essere la terra promessa. È l’epopea delle war brides, che
cominciava scappando ai pregiudizi nei propri paesi di nascita per essersi innamorate di
un soldato americano (spesso di colore); continuava nel tortuoso sistema di visti ed
autorizzazioni per poter essere imbarcate; passava per lacrimevoli addii ai propri cari
nelle banchine dei porti; una traversata per mare lunga e tutt’altro che confortevole su
navi militari rapidamente riadattate e finiva con una vita non sempre all’altezza delle
aspettative in una patria nuova ma non sempre accogliente.
Storia:
La guerra finalmente era finita. Finalmente potevo tornare a scuola.
L’inglese lo studiavo da quando avevo 9 anni. Il mi babbo era convinto che l'Italia
avrebbe perso la guerra e mi ripeteva: “Se impari l'inglese, troverai sicuramente un
lavoro”. Un bel giorno a Livorno arrivarono gli americani. Tutti andavamo a vederli
sfilare. E poi a ballare.
Fu così che conobbi Gino. I suoi genitori erano abruzzesi emigrati dopo la Grande
guerra.
Qualche parola di Italiano riusciva a spiccicarla. La cosa cominciò per gioco, ma poi mi
accorsi che veniva sempre più spesso... a trovarmi all’uscita da scuola. Io dentro di me
dicevo: “Possibile che io gli piaccia?'". Un bel giorno, mi chiese se volevo sposarlo. Io
senza pensarci dissi di sì.
Io avevo quindici anni e Gino diciannove. Quando vieni da una guerra, sei già matura,
perché hai visto certe cose, hai fatto delle esperienze, e a quindici anni a me sembrava
di averne già trenta.
Quando venne a casa mia, il babbo gli chiese dove lavorava e lui gli rispose che lavorava
in una fattoria, aveva tradotto l’inglese factory, con fattoria invece di fabbrica. Allora il
mi babbo gli disse che non poteva sposarmi perché io non ero una contadina e non ero
abituata alla vita dei campi.
Allora Gino tutto agitato riuscì a spiegargli che non faceva il contadino, ma l’operaio.
Mamma allora gli disse: “Torna in America e, se e destino, tra quattro o cinque anni
ritorni e vi sposerete”.
 Ma Gino le rispose: "No, perché tra quattro o cinque anni Marisa non la trovo più qui".
Le autorizzazioni erano un problema. Era frustrante al massimo. Le malattie facevano
paura agli americani. Così, ogni domanda di matrimonio, doveva essere accompagnata
dagli esami fatti da un medico militare. Ci sposammo il 29 marzo 1947. E poi venne il
giorno più triste.
La mattina, quando io mia mamma e mia sorella arrivammo al porto di Livorno, mia
sorella cominciò a urlare: “Marisa, non andare, non andare Marisa!!!”. C'erano le altre
mamme. Tutte piangevano. Poi c'era un mio vicino di casa che lavorava al porto: mi
ricordo che salì su una barchetta e, mentre la nave si allontanava, lui remava, remava e
poi quando non ce la faceva più... alzò tutti e due i remi. Mi viene la pelle d'oca solo a
pensarci… Sul ponte della nave, mentre si levava l'ancora, le spose salutavano e
piangevano. La notte era forse il momento peggiore:
Noi eravamo giù in fondo alla nave, quaranta donne in questa stanza. La notte era uno
strazio: molte ragazze piangevano, probabilmente tante di loro si erano già pentite. Sa,
le cose sembrano sempre belle, ma poi quando ci si trova di fronte alla realtà. Tante
erano proprio risolute: "Io appena arrivo, lunedì, mi vado a cercar lavoro!”. Molte erano
ragazze intelligenti, c'erano ragazze che insegnavano. Ma qualcuna probabilmente
aveva fatto uno sbaglio, perché la notte le sentivo piangere proprio forte. Io credo che
mi abbia salvato l'età che avevo, Fossi stata più grande, forse davanti alla nave avrei
cambiato idea e gli avrei detto: "Gino, parti tu e se c'hai fortuna ritorna".

STORIA 3 - Marcinelle
Introduzione:
Nel 1922 viene stipulato il primo accordo tra società minerarie belghe e l’Italia per
reclutare manodopera in Italia. Nel 1946 sono firmati nuovi accordi italo-belghi:
l’accordo è che l’Italia avrebbe inviato manodopera a cambio carbone. Nei trent’anni
successivi, quasi 200 mila italiani sono andati a fare i minatori in Belgio: 867 morirono
nelle miniere, 20.000 su ammalarono e altrettanti rimasero invalidi.
Storia:
1956:
Giù in Italia non si mangiava, la guerra aveva distrutto tutto. Qualcuno aveva cercato di
occupare un pezzo di terra, ma gli è andata male e si trovava senza lavoro e senza
niente. Io sono partito da Massa, in Toscana. Sono in Belgio da 10 anni. Da quando
l’Italia s’è accordata con le compagnie minerarie belghe per deportarci a scavare
carbone. Partivamo in 2000 tutte le settimane su dei vagoni lentissimi dalla stazione di
Milano. Cambiavano uomini disperati per carbone e soldi stranieri. 200 grammi di
carbone ogni uomo. Qua i minatori polacchi se n’erano ripartiti dopo la guerra e i belgi
non ci volevano più scendere in miniera. Allora servivano altre bestie da soma e hanno
preso noi italiani.
Ci sono due modi di venire in Belgio. Il primo è come ho fatto io, per la via ufficiale. Il
governo faceva andare a Milano tutti i disoccupati che pensava di poter mandare in
Belgio. Per lo più erano meridionali che avevano perso il lavoro per via delle rivolte per
la terra. Ti ammassavano per un po’ in tre piani sotterranei della stazione, tipo un
centro di smistamento, e lì i belgi decidevano chi partiva e chi no. Prendevano quasi
tutti lombardi, piemontesi e toscani perché dicevano che siamo più mansueti. E poi non
dovevi avere simpatie per qualche partito politico o qualche sindacato. Ci caricavano su
dei convogli, ci volevano 52 ore per arrivare in Belgio. Sul treno ti facevano una visita
medica e quelli troppo deboli li scartavano. Agli altri facevano firmare un contratto in
cui si diceva che ci avrebbero dato un “alloggio conveniente”, ammobiliato e a prezzo
moderato. Ma poi arrivati alla miniera abbiamo scoperto che le nostre case sarebbero
stati i campi costruiti per i prigionieri russi dai nazisti durante la guerra. Baracche di
legno e cartone asfaltato o di lamiere ondulate, vicino alle ferrovie, coi letti a castello, i
materassi di paglia e ancora le coperte sudice. Quando arrivavamo alla stazione, ci
smistavano a seconda dei pozzi dove saremmo andati a lavorare, ci caricavano sui
camion per il carbone e via. Dal giorno dopo, senza dirci nulla di come funziona una
miniera, ci mandavano già nei pozzi. Fu un incubo. Sembrava di essere scesi nell’inferno.
Ricordo ancora che il primo giorno ho pianto tutto il giorno: avevo l’impressione che la
terra mi crollasse in testa, c’era moltissimo rumore e non conoscevo nulla dei segnali di
avviso che ci davano. Io ero partito pieno di speranze: avevo dei parenti che erano
venuti su negli anni trenta, dopo i primi accordi del governo. E poi m’ero fatto
convincere dai manifesti rosa che avevano appeso ovunque in paese in cui dicevano che
il salario era buono, che c’erano le vacanze e gli assegni familiari. Ma in 107 righe non
dicevano da nessuna parte che il lavoro è durissimo, che respiriamo carbone, che quasi
tutti si ammalano di silicosi e muoiono perché non riescono più a respirare. E non ci
dicevano nemmeno che morivamo come mosche per gli incidenti in miniera: almeno
100 minatori ogni anno rimangono schiacciati sottoterra. Io ho resistito, ma metà
almeno delle persone arrivate da Milano non è più voluta scendere nei pozzi: sono stati
fatti rimpatriare coi treni speciali o qualcuno ha cercato di andare in città
clandestinamente per cercare un altro lavoro.

Allora c’era l’altro modo, clandestino, per venire a lavorare in miniera. I proprietari delle
miniere, quando si sono accorti che il governo italiano voleva mandar su solo
meridionali e che comunque scappavano tutti, ha cominciato a reclutare gente
direttamente dall’Italia senza passare dal sistema ufficiale. Poi qualcuno è riuscito a
portare la famiglia. Io ho portato mio figlio, perché a 16 anni hanno arruolato pure lui
per la miniera. Se non sono già presi come minatori, non ci fanno portare né la moglie
né gli altri figli. Perché nessun italiano ha il permesso di lavorare in Belgio se non fa il
minatore. Ma ora, dopo l’incidente della miniera a Marcinelle, non so che faremo. Sono
morti 262 minatori. 136 erano italiani. Anche se ci siamo abituati, a che la gente muore
nei pozzi, ci ha fatto impressione a tutti: morire soffocati senza via di fuga a 1000 metri
sotto terra… e poi ora che ne parla la Televisione, di come viviamo, magari i belgi pure
diventano più buoni con noi e possiamo cercare un altro lavoro. Il nostro vicino belga,
che non smetteva mai di insultarci, è entrato da noi piangendo e chiedendoci scusa…
abbiamo pagato col sangue la nostra esistenza.

STORIA 4 - Tutti a Mestre?
Introduzione:
A Mestre ci sono 5000 persone provenienti dal Bangladesh. È la seconda comunità più
grande dopo quella di Roma e la prima area di provenienza degli immigrati in città.

Storia:
Mi chiamo Ripon, ho otto anni e sono arrivato a Mestre da cinque con i miei genitori
che sono del Bangladesh. Quando mi chiedono da dove vengo, io rispondo “da via
cappuccina”. Perché per me il Bangladesh è un racconto dei miei genitori o quella
comunità di tutti i nostri amici e parenti che vivono qui. Siamo tanti, del Bangladesh. Lì
non si può rimanere, dice mio papà. C’è tantissimissima gente, una persona su due vive
è poverissima, i bambini muoiono di fame e devono lavorare tutto il giorno. E poi ci
sono i monsoni, le alluvioni: spesso interi raccolti vanno buttati. Mio papà dice che non
voleva questo per noi. Tutti quelli che partono dal Bangladesh per venire in Europa
vanno in Inghilterra o vengono qui in Italia. Molti pagano dei mediatori, i “Dallal”, per
avere documenti falsi per l’espatrio e i soldi per il viaggio. E quando arriva magari viene
messo a vendere le rose nei ristoranti per ripagare i debiti. Mia mia mamma mi
raccontava che quando siamo arrivati era tutto diverso da come si aspettavano: il clima,
la lingua, la gente, le leggi di qui sono tutte diverse che da noi. Ci sono giovani che
arrivano da soli, stanno un po’ a fare i lavapiatti a Venezia e poi ripartono e vanno
magari a Londra. Ma per la maggior parte siamo famiglie. Siamo tantissimi bambini
bangladesi. Io ho cominciato ad andare a scuola qui: ho imparato l’italiano quasi subito.
Gli altri immigrati non lo fanno. Qui a Mestre ci sono molte donne dell’est Europa che
lavorano nelle case, ma lasciano le famiglie al paese d’origine. 8 persone su 10 della mia
comunità lavorano ai cantieri navali di Marghera. Molti non lavorano direttamente per i
cantieri, ma per le cooperative: ogni mattina aspettano alla Rampa del cavalcavia il
pullmino che li recluta per la giornata. Mio papà ha un negozio di alimentari. Molti
stanno aprendo dei negozi, pasticcerie e ristoranti: ci piace mangiare i nostri piatti a
base di riso e curry, anche se io e i miei fratelli andiamo matti pure per la pasta e la
pizza. Uno dei miei zii ha una sartoria per confezionare i “sari”, i vestiti colorati delle
nostre mamme. Facciamo lavori dignitosi per lo più, ma per molti è stato comunque
difficile adattarsi a lavorare: in Bangladesh mio papà era considerato ricco e istruito e
sperava di poter vivere meglio qui. Invece si è dovuto inventare un nuovo lavoro. Per
questo non raccontiamo quasi nulla di come viviamo ai nostri parenti in Bangladesh, ma
mandiamo loro i soldi per vivere meglio laggiù. Io vivo con altre due famiglie: le sorelle
di mia mamma e i loro mariti e figli. Siamo 9 in un appartamento. Ci piace stare con
altra gente del Bangladesh. Ci ritroviamo nelle scuole di lingua, ricordiamo i martiri della
nazione e soprattutto i nostri padri si infervorano per ore a parlare della politica del
Bangladesh. Impariamo anche l’arabo, perché molti di noi sono mussulmani. La cosa più
divertente, però, è d’estate: allora possiamo stare in piazza tutta la notte con i nostri
fratelli maggiori e giocare a cricket e a volano. Facciamo anche il campionato di cricket
nel parco della Bissuola.

Vivere a Mestre mi piace. Ci sono persone che vengono da tutto il mondo e non si sa
bene chi sia di qui e chi no. Anche i palazzi sono tutti diversi. Sembra che tu possa
essere qualunque cosa, perché sembra che ci siano sempre nuovi pezzi, di città e di
gente. È un po’ come una frontiera: tutti arrivano pieni di speranze e molti ci trovano un
posto per far crescere i propri figli, un posto dove stare. Ci sono i figli degli italiani che
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