SARA GAZZINI Un regalo per sentirci vicini - Il Blog di Sara ...

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SARA GAZZINI Un regalo per sentirci vicini - Il Blog di Sara ...
DISTANTI MA

UNITI

 Un regalo per
 sentirci vicini

SARA GAZZINI
INTRO

E’ un momento difficile, è un momento difficile per tutti. Un momento in cui sembra che il tempo
trascorra senza chiedere permesso e in cui tutto sembra sfuggire senza un perché. Mi sono chiesta più
volte che cosa avrei potuto fare per cercare di alleggerire queste giornate. Esattamente, per cercare di
alleggerirle. Perché inutile nascondersi dietro ad un dito, questa è una situazione gravosa per ognuno
di noi. Per chi ha qualche amico, parente o conoscente che sta lottando contro il virus e che non riesce
a vedere anche solo per potergli tenere la mano.

E’gravosa per chi ha perso o sta perdendo il lavoro e si trova a dover fare i conti con una vita che
comunque, in qualche modo va avanti, e che tra dieci, venti o trenta giorni ti chiederà comunque il
conto da pagare.

Ed è difficile. Per chi cerca di conciliare il lavoro a casa con la gestione dei figli. Figli che sono stanchi di
questa situazione, ma che loro malgrado la stanno accettando. Ecco, se in questo momento potessi fare
un applauso, lo farei proprio a tutti i bambini, che dall’oggi al domani si sono trovati di fronte ad un
mondo che è tutto il contrario della serenità, della spensieratezza, che noi genitori abbiamo sempre
cercato di regalare. Sì. Perché questi bambini, questi ragazzi, abituati a correre, ad andar in altalena, a
fare mille sport e ad avere centinaia di impegni, si sono ad un tratto trovati a dover creder che là fuori
tutto è fermo. Forse sarebbe stato più facile dirgli che babbo natale è un’invenzione o che il ciuccio che
pensavano di avere regalato alla befana, in realtà è rinchiuso nel comodino della mamma.

Questi bambini che tanto abbiamo fatto per proteggere, d’un tratto è come se ce li avessero strappati.
Strappati per essere catapultati in un altro mondo, quello che ferisce e che fa piangere.

Trovare in questo momento qualcosa che avrebbe potuto alleviare l’ansia ed il dolore, sarebbe stato
quasi impossibile. Ma io ho pensato di coinvolgere voi, le vostre storie, le cose che magari non avete
mai avuto il coraggio di raccontare. Dalla vostra dedizione, dalla vostra fiducia nei miei confronti e dal
vostro amore, sono nati alcuni racconti. Che io oggi vi regalo. Perché è il minimo che possa fare dopo
che mi avete abbracciata con questo infinito amore.

Ci troverete anche qualche brano di alcuni amici, che amano le parole, e hanno scritto su carta i loro
pensieri.

Volevo solo dire un “grazie”. A Lisa De Pompeis della LDP Consulting, che rende realtà ogni mia idea.

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Per sentirsi vicini
               Per sentirsi abbracciati
 Per sentirsi parte dello stesso viaggio
Perché leggere è sempre una buona idea

                             Con Amore
                                   Sara

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1.  Otre la vita p.4
2. Immobile p.8

3. Ciao Vale p.11

4. Mannequin p.13

5. Il sorriso di Gemma p.16

6. Francesco p.19

7. Blu p.21

8. Il bacio sulla bocca p.24

9. Diario di una quarantena p.30

10. Rivoglio il futuro p.33

11. Andrà tutto bene p.35

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OLTRE LA VITA

-   Non è possibile, farò tardi anche stamani – esclama Claudia, guardando la

sveglia dell’iphone, troppe volte rimandata e che ormai segna le sette e quarantacinque. Indossa un
jeans, una t-shirt bianca in cotone, ed un paio di Adidas. Il caldo di quella primavera non consente
molto altro. Raccoglie i capelli in una coda improvvisata, agguanta veloce un biscotto e si reca in
motorino verso l’asilo che ormai l’accoglie da quasi un anno. Claudia ha 30 anni, un sacco di volontà,
ma i problemi di doversi scontrare con un’Italia che offre sempre meno posti di lavoro.

E’ supplente in quell’istituto materno, ma grazie al caso è riuscita a restarci per quasi l’intero anno
scolastico. Anno scolastico che adesso che sta quasi per finire le sta iniziando a lasciare addosso tanta
amarezza. Un po’ perché è certa che il contratto, per mancanza di posti, non le sarà rinnovato, un po’
perché avere a che fare con dei bambini e poi non potergli promettere che dopo l’estate sarai lì ad
abbracciarli, non fa parte del modo di fare di Claudia. E poi sopra ognuno di quei bambini c’è Alice.

Alice ha tre anni, gli occhi neri ed i capelli corti e biondi. E’ timida eppure sfrontata. Ha paura e invece
ha coraggio. Alice è come se fosse l’alter ego di Claudia e nonostante non appartenga alla sua classe,
sono riuscite a creare un rapporto speciale. Fatto di abbracci e di segreti. Di cose non dette ma già
capite. Di frasi stroncate a metà per lasciare posto ai baci.

    -   Claudia sei in ritardo - l’ammonisce Monia, la responsabile della struttura, non

appena varca la porta della scuola. Monia non è cattiva, è severa, ma lo fa perché nell’asilo Arcobaleno
tutto sia garantito alla perfezione, l’ordine e forse anche l’amore.

    -   Ti chiedo scusa Monia, non ho giustificazio… - ribatte Claudia.
    -   Ho bisogno di parlarti - Monia non le fa finire neppure il discorso.
    -   C’è un grosso problema - inizia - Poco fa si è fermato a palare con me il babbo di Alice –
    -   Dunque alla mamma di Alice – continua - è stato diagnosticato un male incurabile - Non ci sono
        speranze Claudia. E’ questione di mesi, o forse giorni, non lo sappiamo –
    -   Alice?? Stai parlando della mia Alice?? - ripete Claudia con la voce che trema, mentre cerca di
        allungare la t- shirt che solo in quell’istante si rende conto essere troppo corta per un istituto
        materno.
    -   Si, la tua Alice. Ho voluto essere io a dirtelo, proprio perché conosco il vostro rapporto
        speciale-
    -   Ed io che dovrei fare??? - chiede Claudia che coi suoi capelli rossi e mossi ed i suoi trent’anni
        passati, sente di avere paura come una bimba appena nata.

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-   Non devi fare niente Claudia, se non quello che hai fatto in quest’ultimo anno. Amarla – chiude
        Monia.

In un batter d’occhio è giugno e la fine della scuola. Quei mesi passano troppo veloce per Claudia, che
sfrutta ogni istante per coccolare Alice, per giocare con lei e per evitare che niente possa trapelare nel
suo cuore.

La mamma di Alice se ne va che non è ancora la fine di luglio. La vita non le ha regalato nemmeno la
possibilità di passare l’ultima estate con la sua bambina. La chiesa gremita a poco è servita. Non a
colmare il dolore del padre, non, nel cuore di Claudia, a rassicurare Alice, che ormai non vede già più.
La pensa e la pensa ogni giorno che passa. E pensa che cosa si domanderà, come avranno fatto a
dirglielo, pensa alle sue lacrime. Perché poco conta che Alice abbia solo tre anni, non si è mai troppo
piccoli, né troppo grandi per piangere una mamma.

Claudia trascorre l’estate cercando lavori di occasione per riempire il portafoglio, si improvvisa
cameriera, e barista. Il contratto non rinnovato all’Arcobaleno le impone di doversi arrangiare. Più di
una volta è tentata di fare una telefonata al padre di Alice, ma poi si dice che le parole non le sarebbero
mai uscite e che comunque non sarebbero state quelle giuste.

Ed allora continua a immaginarla. La immagina davanti al mare, con un cappello di paglia e si chiede se
davanti all’orizzonte la sua Alice riuscirà mai a credere ancora nella vita.

Il primo giorno del nuovo anno di asilo, a settembre, Claudia, prende un respiro di coraggio e si
presenta all’istituto materno Arcobaleno. Ha visto solo un paio di volte il padre di Alice, perché
solitamente era la madre che veniva a portarla, a prenderla e che si occupava di lei. Ha paura Claudia e
si vergogna. Ma non può lasciare che tutte le sue preghiere ed i suoi pensieri vadano persi.

Si avvicina.

    -   Chiedo scusa, lei è il papà di Alice?? – esordisce.
    -   Già, sono io - Non mi dica che è il primo giorno e la mia monella ha già combinato qualcosa?? –
        continua.
    -   Oh no, niente di tutto questo – Sono Claudia, ho lavorato l’anno scorso all’Arcobaleno -
    -   Claudia… - gli occhi del papà di Alice si illuminano… - Alice parlava solo di lei –
    -   Già, avevamo un rapporto bellissimo, nonostante non fossi la sua maestra. Ho saputo di sua
        moglie, insomma della mamma di Alice e volevo dirle che… - Claudia è in evidente imbarazzo.
    -   Non c’è bisogno Claudia - mi creda.
    -   Mi farebbe piacere salutare Alice –
    -   Certo, come no, la aspetti qui con me –

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-   Io ero solo una supplente, il mio contratto non è stato rinnovato e quindi… -
    -   Sa, sto cercando proprio una babysitter per tre pomeriggi la settimana. Da quando sono
        rimasto solo con Alice non è facile gestire tutto ed ancor più difficile è trovare qualcuno che la
        possa rendere felice. E’un’idea che potrebbe prendere in considerazione? –
    -   Io credo di sì – risponde Claudia in un soffio.

Nel frattempo suona la campanella. Alice è sulla soglia della porta col suo grembiule bianco a
quadrettini verdi e con lo zainetto sulle spalle. Ha i capelli ben raccolti e Claudia pensa che quel papà
deve essere proprio bravo, anche a sistemare un elastico o una molletta.

Alice sgrana gli occhi e velocemente li gira da uno all’altro lato per scorgere qualcuno che sia venuto a
prenderla. Ride, non appena incrocia lo sguardo di suo padre e ride ancora di più quando scorge quello
di Claudia che è accanto a lui. E’ un attimo. Lascia le mani della maestra e si precipita tra le braccia di
Claudia che con le lacrime agli occhi la stringe.

    -   Beh, il minimo che posso fare a questo punto è proporre una merenda per tre! -esordisce
        Andrea.
    -   Papà siiii!! - replica subito, complice, Alice.
    -   Si, direi di si - risponde timida Claudia.

Non è una merenda, è un vero e proprio pic nic. Panini col prosciutto, una schiacciata con la
mortadella, e la voglia per qualche ora di dimenticare tutto. Si siedono in un parco, Alice con l’altalena,
Claudia che la spinge, Andrea che scatta qualche foto col telefono.

Da allora passano tre anni.

Tre anni che non sono stati sempre facili. Anzi. Specie quando Claudia, dopo un po’ di mesi, si accorge
che Andrea è qualcosa in più rispetto al suo datore di lavoro e che non riesce a fare nessun passo
perché ha paura. Di offendere Alice, di ferire Andrea. Di non esser adeguata. E allora quante volte
scappa Claudia, perché lei è sincera e non vuole prendere il posto di nessuno.

Andrea piange per la moglie, che se ne è andata troppo presto, e per un cuore che forse ricomincia a
battere. Claudia soffre perché sa che non sarà mai stata la mamma di Alice, e perché non ha mai amato
così. Alice ride e piange, perché la vita è una merda ma forse le sta dando un’altra possibilità.

Una sera, di aprile, Andrea si dirige a casa di Claudia. Ormai è più di un anno che lei è diventata la sua
babysitter. E forse è anche più di un anno che Claudia lo pensa e che Andrea non sa cosa fare.

    -   Cosa c’è? - chiede Claudia, quando Andrea suona alla porta.
    -   C’è che vorrei vivere - risponde lui.

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Baciarsi è un attimo. L’attimo in cui Claudia e Andrea si arrendono all’emozione.

Oggi Andrea, Alice e Claudia sono insieme. Insieme anche a Gaia che è nata dall’amore. Dall’amore di
Andrea e di Claudia. Dall’amore di Alice. E da quell’amore che la vita ti toglie, ma che in qualche forma
ti restituisce la possibilità di rendere nuovamente terreno.

   -   Claudia….? –
   -   Andrea, dimmi –
   -   Le bambine ti stanno chiamando. Stanno chiamando la mamma - le dice in un attimo.
   -   Non sarò mai la mamma di Alice – tutto d’un fiato esclama Claudia.
   -   No, non lo sarai. Ma tu pensi di amare me o Gaia, più di Alice? – ribatte Andrea.
   -   No, non lo penso. Assolutamente no –
   -   Ecco. Allora è tutto chiaro –
   -   Cosa? –
   -   La mamma di Alice ti ha mandato qui, esattamente qui.
   -   Per fare cosa??? – chiede Claudia.

Andrea la guarda.

   -   Per salvarci. Per salvarci, amore mio.

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IMMOBILE

di Roberto Reccagni

Le porte si aprono ed il vecchio entrò nell’ascensore.
Mentre premeva il pulsante del piano terra, lo sguardo corse alla figura riflessa nel lungo specchio a
persona della cabina. Ciò che vide era una persona appesantita dagli anni, col viso che denunciava
tutto il dolore della notte in bianco appena vissuta.
Uscì nell’androne del palazzo e si diresse verso le caselle della posta. Solitamente faceva quel percorso
per uscire o con le chiavi in mano per ritirare la corrispondenza.
Mise la lettera nella casella, ma non nella propria.
Poi riguadagnò l’ascensore e discese al piano sotterraneo.
Uscì in uno spazio cantina ordinato e pulito, e la luce automatica si accese al suo passaggio.
Si diresse verso la porta dei corselli box; ne varcò la prima e poi la seconda ed infine si diresse verso il
proprio box.

-Ciao Pà- la voce di Riccardo, dietro lui, forte e amichevole. -Cosa ci fai qui?-
Riccardo, suo figlio, che abitava a pian terreno, in quell’appartamento con giardino proprio sopra i
corselli dei box. Proprio a lui andava il pensiero ogni volta che andava a prendere la macchina e che
aveva il box di fianco al suo. Riccardo e la sua famiglia. Riccardo che aveva deciso di venire a vivere
vicino ai suoi genitori e che aveva voluto la casa con il giardino per le sue bambine. Quel bel giardino
tenuto bene, con le altalene per le figlie, i camminamenti in pietra e la piazzola per il barbecue. E di
notte le luci che esplodevano i verdi, i gialli ed i rossi naturali.

-Cosa fai qui? La mamma dorme?-
-Sì, la mamma dorme. Mi sono allontanato solo per un attimo. Devo prendere alcune cose in
macchina-
-Sei sicuro che va tutto bene? Hai una faccia...-
-Ho dormito poco. - Ma tu piuttosto... Sei scuro in volto e hai un passo deciso. Tutto bene? -
-Non me ne parlare. Una giornata di merda, nata ieri male e che continuerà ancora peggio! - – continua
mentre aziona l’apertura automatica del box. Di rimando fa la stessa cosa anche il padre – Devi sapere
che sono messo male con il lavoro della onlus e mentre ho l’acqua alla gola, chi mi telefona? Fabrizio!
Ha un cliente nuovo che gli ha passato un lavoro importante ed ha bisogno di me per la parte grafica
pubblicitaria. Questa mattina il cliente gli ha imposto il briefing e devo affiancarlo assolutamente. Ne
avremo fino alle 14 poi devo andare dal tipografo a vedere le bozze per la onlus e prima di andare a
prendere Giada a scuola alle 18, devo passare da un vecchio cliente che ha un lavoro importante che
deve programmare nel breve e che ha scelto proprio ieri per farsi vivo! -

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-Poi Giulia ha scelto di non dormire nel suo letto, questa notte, ed è venuta nel lettone.. beh, sai come è
finita? Che sono andato a dormire sul divano. A dormire… lasciamo perdere, cazzo!-
-Ti capisco, ma se tu fossi nei panni della mamma, cosa faresti?-
-Lo so, ma qui ci sono io che ballo.-
-Allora lasciami dire quello che quasi ogni notte accade due piani sopra te – il vecchio abbassò lo
sguardo a terra, tirò un lungo sospiro e riprese - Immagina la mamma di notte : gli occhi si aprono nel
buio della stanza oscurata dalle tapparelle abbassate. E la durissima realtà si manifesta fulminando
ogni sogno notturno, vissuto ancora nella normalità di una vita ancora troppo vicina per essere
dimenticata.
E allora l'urlo.
L'unica manifestazione di disperazione permessa dalla tetraplegia.
E io mi sveglio a quell'urlo, coll'animo in subbuglio e capisco. E corro da lei per cacciare il terrore e
verso quel giaciglio dove tutto è immobile tranne un cuore che batte all'impazzata. E l'urlo ormai
trasformato in pianto, mi fa sempre tremare. E serve poco tutto l'amore e la dolcezza di cui sono
capace: la calma arriva solo dopo che il tumulto del corpo e dell'anima hanno consumato il loro veleno.
Così ogni mattino. E non mi riesce farmene una ragione. Non si sopisce il dispiacere con l'abitudine. -

Un attimo di sosta, poi il vecchio continuò.

-E tu, mio caro, per quanto difficile possa essere la tua realtà, per quante cose vorresti andassero per il
verso giusto e non é così, per l'insofferenza di una vita che non esce dal cliché della monotonia, ebbene
pensa che non sei nei panni della mamma e puoi muoverti, puoi parlare, puoi vivere la tua giornata,
puoi fare programmi di vita. Non sei condannato a vivere in una camicia di forza, in una corazza da cui
non potrai mai uscire.
Non sei vivo soltanto per il fatto che ti é rimasto solo un cervello che ancora non si é spento. Non sei
costretto a dipendere totalmente dagli altri, dalla loro solerzia, dalla loro pietà e dalla loro capacità di
comprendere i tuoi bisogni che non sai esprimere.
Dunque sii sereno e affronta tutte le tue cose col cuore leggero. Sei giovane, sano e queste non sono
solo parole ma sostanza di vita. La tua. -

La macchina del figlio rombava salendo la rampa di uscita dai corselli, e si allontanava verso la
giornata impegnativa.
Aveva appena donato al figlio una preziosa raccomandazione. Ma soprattutto aveva vegliato tutta
notte la moglie che se ne era andata. Le aveva tenuto in silenzio la mano che era andata sempre più
raffreddando.
Il vecchio era ancora lì, davanti alla bocca aperta del box, immerso e schiacciato dai suoi pensieri.
Si frugò in tasca cercando il telecomando della macchina. I fari potenti lo inondarono di luce, anche se

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era giorno, appena toccò il tasto di apertura del telecomando.
Entrò nel box e si trascinò verso la portiera, non prima di essersi soffermato all’altezza del cofano per
una carezza. Un ringraziamento verso una amica fedele di tante corse.

Si sedette al posto di guida e si guardò attorno. Quel contorno tanto familiare, ricco di conforto nei
momenti belli e nei momenti brutti.
Poi con un gesto rapido premette il comando di chiusura della serranda. Mentre si abbassava toglieva
luce all’ambiente e alla fine rimase soltanto il filtrare fioco della luce dei corselli attraverso i fori di
aerazione. Come tanti piccoli occhi ad osservare.
Un respiro. Il piede sul freno e la pressione sul pulsante di accensione.
Il motore si accese con un rumore spaventoso, dilatato dall’angusto spazio, mentre il cuore del vecchio
cominciò a battere all’impazzata.
Chiuse gli occhi ed abbassò il finestrino.
Fece una smorfia alla prima sorsata di aria avvelenata. Ma non si mosse.
E poco dopo smise anche di pensare.

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CIAO, VALE

Avevo poco più di quattordici anni quando ho conosciuto Valentina.

Era il primo giorno di liceo ed io avevo una paura fottuta. La camicetta bianca che mia madre mi aveva
costretto ad indossare era un lago di sudore, per fortuna potevo stringermi nel jeans, quello un po’
consumato e leggermente sbiadito, che comunque sia, mi dava la certezza che tutto quello che sarebbe
accaduto non avrebbe potuto farmi male. Non sapevo dove sedermi quel maledetto primo giorno, ma
Valentina, senza dire niente, mi fece spazio vicino a lei. Capii subito che doveva essere una tipa sicura
ed indipendente. Non aveva la voce che tremava, ed il suo atteggiamento fiero pareva non tradisse
alcuna emozione.

Era la Sicilia degli anni 90’.

Non ci era consentito molto, neppure un accenno di lucida labbra. Quando alla sera ci incantavamo nel
guardare Beverly Hills, nella speranza che magari un giorno ci sarebbe stato un Dylan che ci avrebbe
toccate con tanta passione, i nostri padri, severi e super protettivi, si insospettivano ed allora ci
costringevano a cambiare canale. Salvo la mattina dopo raccontarci come Dylan, ancora una volta, ci
aveva fatto tremare il cuore e bagnare le mutandine.

La domenica pomeriggio era il giorno della settimana che aspettavamo con più ansia. C’ era una
discoteca nel paese, dove si riunivamo tutti i ragazzini della nostra età. La nostra vita era fatta
dell’attesa della domenica, perché i giorni che correvano dal lunedì al sabato, servivano solo per capire
cosa avremmo indossato e come ci saremmo truccate.

L’ultimo anno di liceo, Valentina, ha incontrato quello che è poi diventato suo marito. Aveva voglia di
costruire una famiglia, di diventare moglie e poi madre. Di restare abbracciata a quei valori che le
avevano insegnato da sempre e di cui si voleva fare portatrice. Io invece sentivo sempre più che tutto
quello in cui fino ad allora avevo vissuto, mi andava stretto.

Era stretto il mio paese, era stretta la mia casa, forse era stretto anche l’amore di Valentina, troppo
veloce e troppo assolutista per crederci. E così ci siamo separate, separate solo formalmente, perché
quando la vita decide che due persone debbano amarsi, tu puoi metterci in mezzo tutti gli imprevisti
del mondo, ma quelle persone si ameranno comunque. Io in una grande città, lei nello stesso paese. Io
lontana, lei chissà dove eppure accanto.

Sono passati gli anni. Pensavo di essere entrata nel dimenticatoio delle troppe cose da fare ed invece
quando ha dovuto scegliere una madrina per la sua prima figlia, lei ha scelto me.

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E così ogni volta in cui io scendevo in Sicilia, quello diventava il nostro giorno, mio e di Valentina, il
giorno in cui aspetti di dire le cose che non sai raccontare a nessun altro, il giorno, in cui hai voglia di
condividere un abbraccio. Quell’abbraccio che sai ti proteggerà da tutto. O almeno questo è ciò che
avresti creduto.

Un paio di anni fa, inaspettatamente, mi ha fatto un regalo, un weekend solo per noi, è stato
incredibile. È come se il tempo si fosse fermato a quel banco del liceo. Perché noi avevamo le stesse
cose da dirci, avevamo la stessa voglia di amore, i soliti sogni che ci facevano battere il cuore, la stessa
voglia di restare sempre accanto.

Non è passato molto tempo da allora, non è passato molto tempo da quando arrivò quella telefonata
che non avrei mai voluto ascoltare. Valentina aveva appena scoperto di avere un tumore al fegato con
svariate metastasi.

Ma come la mia Vale? Quella che mi faceva spazio accanto a lei nel banco, quella che mi capiva e mi
stringeva, quella che sognava Dylan e l’amore?

Da quel momento è iniziata un’altra vita. Fatta di controlli e di chemioterapia. Di attese per delle
risposte, di preghiere e di speranza. Ci sono stati momenti in cui ci abbiamo creduto davvero, ma la
sentenza crudele ed impietosa non ha tardato ad arrivare. Un giorno di ottobre, dopo il mio ennesimo -
Come stai-, Valentina mi ha semplicemente detto: -voglio vederti-.

Non ho fatto domande, sapevo che sarebbe stato il nostro saluto.

Vale era irriconoscibile o per lo meno lo è stata per i primi minuti. Poi tutto è tornato ,come era sempre
stato. Io e lei accanto di banco, l’amore per Dylan, il lucida labbra, la domenica a ballare. Abbiamo riso,
cazzo ce l’abbiamo fatta pure a ridere. Quando ho lasciato quella stanza, sapevo benissimo che non
l’avrei più rivista. Ed infatti, pochi giorni, dopo, in piena notte, il messaggio che non avrei mai voluto
leggere.

Ho perso la mia migliore amica.

Non ha più senso il lucida labbra. Non ha senso il pensiero. Non ha senso niente. Se non l’odore, il suo
odore, perché quello me lo porto addosso.

E’ l’odore di chi si ama e quello nessuno sarà mai in grado di strapparlo via.

Ciao, Vale.

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MANNEQUIN

di Massimiliano Carlesi

-Guardi signora che lei è bellissima anche adesso! - Mi venne spontaneo rispondere così.

Stava piovendo ed eravamo dentro un bar in centro a Firenze.

Pioveva forte, era aprile, tirava un vento fresco che spettinava e la pioggia era fitta e fine. Stavamo
entrambi aspettando che spiovesse, io dovevo andare alla stazione e la signora a trovare il marito.
Aveva con sé un mazzo di fiori e gli occhi di chi si sente sola. Claudio non c'era più da circa un anno, e
lei non aveva smesso di amarlo. Mentre aspettavamo eravamo seduti. I tavoli del bar erano piccoli e
vicini tra di loro. Tirò fuori dalla borsa qualche vecchia foto. Mi disse: -Le guardi, guardi quanto ero
bella quando ero giovane, ero una indossatrice, una mannequin-

Si vedeva che era stata una donna bellissima e lo era ancora, soprattutto per la dolcezza, per
l'educazione, avevo notato come si era rapportata con la cameriera. Era evidente che fosse una signora
benestante, di quelle che hanno visto il mondo e il lusso, ma aveva un modo di fare molto gentile e
umile. Era leggera e raffinata, una presenza luminosa e piena di amore e di rispetto. Rispetto per quello
che aveva intorno e anche per me che quel giorno ebbi la fortuna di scambiare due parole con la
signora Silvana. Occhi verdi, una pelle chiara, un foulard sulla testa viola. Aveva un leggerissimo
rossetto chiaro con un sorriso contagioso. Aveva 85 anni ed era orgogliosamente fiorentina.

- Non doveva essere facile scegliere di fare l'indossatrice a quei tempi – le chiesi con grande
spontaneità.

- Hei giovanotto, a quei tempi cosa!? Non sono mica un dinosauro eh!?- E rise chinando la testa
all'indietro. - E' vero non era facile, ma neanche così difficile, bastava volerlo davvero, mi vide
passeggiare in Piazza della Signoria un collaboratore di Giovanni Battista Giorgini, in quel momento
cominciò la mia carriera, i miei genitori erano poverissimi e non volevano assolutamente, ma io ero
una testona, non li ascoltai. Firenze era bellissima e la volevo vivere al massimo delle mie possibilità!
Ho lavorato per Balenciaga, Chanel, Dior, Ferragamo e tanti altri. E’ stata una favola. Sono stata
fortunatissima, sia nel lavoro che nell'amore -

Io e i ragazzi del bar la ascoltavamo estasiati. Ci stava raccontando un pezzo di storia, senza
malinconia, senza quel rancore di chi dice -ai miei tempi-; parlava con ironia, dissacrando un qualcosa
che in realtà era grande, parlava del passato, ma allo stesso tempo parlava con speranza anche del
futuro.

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-Guardi questa – riprese - siamo io e Claudio sulla sua prima moto, era bellissimo! Lo sa mi diceva
sempre -Silvana non ti sposerò mai-.

Presi la foto in mano e la guardai con attenzione. Ci entrai dentro, toccai la sella della moto, respirai il
profumo dell'erba dei campi, sentii sulla guancia il calore del sole, e la forza di quando hai tutto il
futuro davanti. Mi disse che Claudio era napoletano. La famiglia era ricchissima, il padre era un
importante diplomatico internazionale e in quel momento quando lo conobbe abitavano a Firenze. Si
innamorarono subito.

Senza essere sposati fecero la prima volta l'amore in un albergo a Viareggio. Quando andarono alla
stazione per tornare a Firenze dopo che lei aveva perso la sua preziosa verginità, si sentiva addosso
tutti gli occhi delle persone che incrociava, come se dalla sua faccia trapelasse la sua notte
peccaminosa.

Il passare del tempo ci dà e ci toglie. Quando parlava mi resi conto che una delle cose che ci ha tolto è il
pudore, l'ingenuità, la scoperta.

    -    La sua famiglia – continuò - non voleva che uscisse con una che per vivere faceva quel lavoretto
         che facevo io, in più venivo da una famiglia di contadini! Ma lui era più testone di me - E rise
         ancora.
    -    Non ti sposerò mai, me lo diceva continuamente, Silvana non ti sposo, non sono fatto per il
         matrimonio –

Parlava e gli occhi si riempivano di luce, era un modo per averlo ancora lì. Ed effettivamente c'era.
Perché non lo aveva mollato e ce l'aveva ancora addosso.

- Non avevo ancora vent'anni quando ci siamo conosciuti e da quel momento non ci siamo più lasciati -
-- Allora vi siete sposati!?- chiesi.

- Io un po' ci tenevo. Effettivamente quella cosa che non mi avrebbe mai sposata un po' mi feriva, ma
conoscendolo avevo capito perché. Dieci anni fa, io avevo 75 anni, lui 78, una domenica mattina mi ha
svegliata e mi ha detto mettiti un vestito bello, andiamo a pranzo fuori. Mi prese per mano ed
entrammo una chiesa. La chiesa era zeppa di amici e parenti, c'erano i figli con i nipoti, mi guardò e mi
disse:

- Sfiliamo insieme-

Arrivammo all'altare e mi sposò.

    -    Ti ho sposata adesso perché a questo punto non c'è bisogno di dimostrare a nessuno che ci
         amiamo, perché ci siamo scelti non soltanto una volta, ma tutti i giorni. Perché il nostro unico

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legame è stata la nostra libertà di scegliere di stare insieme. La nostra libertà è stata la nostra
        promessa d'amore. Siamo stati una cosa sola, abbiamo scelto nelle nostre diversità e nelle
        nostre piccole paure di essere una cosa sola. E adesso, questo nostro piccolo segreto lo
        confidiamo anche a Dio –

Smise di piovere, il sole cominciò ad affacciarsi tra i signorili palazzi di Piazza della Repubblica.

- Signora la posso accompagnare al taxi? – domandai - Io poi proseguo verso Santa Maria Novella -

- Certamente, giovanotto, sarà un piacere –

Attraversammo la piazza, un profumo di valori eterni, del tempo che si ferma, di una Firenze nascosta
ma che brucia di vita ancora.

Silvana salì sul taxi. Era bellissima.

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IL SORRISO DI GEMMA

Lucia è stanca delle cose che ormai in casa non vanno bene da tempo. Il rapporto con Maurizio si sta
sgretolando giorno per giorno, le sta sfuggendo di mano e la consapevolezza di non poter fare più
niente per riportarlo a vivere è quello che le fa più male. Perché Lucia lo sa bene che la fine è alle porte,
e se ancora non riesce a pronunciare quella parola, è solo perché la disperazione sembra essere più
grande di lei.

Non trova pace, non trova respiro, tranne quando va a trovare sua nonna Gemma.

Sono ormai tre anni che un ictus si è portato via la sua voce e la sua risata contagiosa, sono tre anni
ormai che è immobile in un letto con le sbarre, e che l’unica cosa che riesce ancora a regalare a Lucia è
il movimento dei suoi occhi, che la seguono ovunque anche quando non c’è. Gemma ormai vive in un
mondo tutto suo, fatto di silenzio e di una speranza che non c’è più. Ma Lucia non si è arresa ed ogni
giorno va lì, in quella casa, le siede accanto e le parla di tutto. Di come non riesca più ad amare
Maurizio, di coma sia in difficoltà nel prendere una decisione, del terrore che ha al pensiero che possa
non essere la decisione giusta. Le parla di sua figlia Martina, e di quell’ultima volta in cui tutte e tre
hanno riso forte fino alle lacrime.

Gemma continua a guardarla, nel suo silenzio che però sembra fatto di tante parole.

E’ stato lento e progressivo il suo andarsene.

Lucia ha visto imbiancare la sua folta chioma bruna, l’ha vista in difficoltà nell’accettare l’aiuto di una
badante. Lei che era sempre stata una roccia, che aveva affrontato tanti dolori, come la perdita
dell’unico amore della sua vita, non pensava di dovere avere bisogno di qualcuno.

    -   Lucia sono sopravvissuta senza tuo nonno, non mi serve qualcuno che si prenda cura di me – le
        ripeteva sempre.

Eppure Gemma aveva bisogno di aiuto perché non era più la stessa.

Lucia l’ha ascoltata ripetere le stesse cose un milione di volte, ha visto le trecce dei suoi maglioni ai
ferri perdere sempre più punti e le linee un tempo perfette delle maniche assumere curve improbabili.

L’ha vista dimenticare di mangiare o pensare di poter fare colazione all’ora di pranzo.

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L’ha vista rinunciare allo smalto perlato che portava sempre alle mani. E l’ha vista ridere sempre di
meno. Fino a quell’ictus maledetto, che l’ha immobilizzata del tutto, rendendo priva di forza una donna
che della sua forza aveva rivestito la vita.

    -   Nonna, ma te lo ricordi, quando ti sei trasferita in questa casa ? inizia Lucia - Te lo ricordi
        quanto fu difficile per te , dopo che il nonno se ne era andato, lasciare la casa in campagna che
        tanto amavate per venire a star vicino a noi? Come hai fatto nonna?? Dove hai trovato la
        forza?? Come hai fatto a ripartire da capo?? Dimmelo nonna. Che io non ci riesco. Come hai
        fatto, quando il tuo cuore piangeva, a rimetterti in piedi, ad arredare questo appartamento , a
        renderlo accogliente? Hai voluto a tutti i costi quel divano bianco con i fiori rosa, e lo hai voluto
        perché di quei fiori, io sono certa, che tu riuscissi a sentirne il profumo. Come hai fatto nonna a
        non lasciarti andare, ma a continuare a scegliere i tuoi abiti con cura e passione. ? ll blu, nonna,
        ricordi quanta passione avevi per i vestiti blu? E ricordi anche di tutte le volte in cui mi hai
        abbracciato ? Delle nostre passeggiate in bicicletta, tu con il cestino grande per metterci la
        spesa. Te lo ricordi delle chiacchiere e del tuo buonumore? Delle battute che riuscivi a farmi,
        ogni volta in cui mi vedevi arrivare con le lacrime in tasca? Come hai fatto, nonna?? Come hai
        fatto a non mollare mai?? Quanto vorrei ora che tu mi potessi parlare, quanto vorrei che adesso
        tu mi dicessi cosa devo fare. Mi manca la tua voce nonnina e mi manca sapere in che direzione
        devo portare la mia vita. Perché se non sei tu a dirmelo, io non sono così sicura di fare la scelta
        giusta. Hai visto? Oggi indosso la sciarpa che mi avevi fatto ai ferri. Quella tutta colorata. Perché
        indecise su quale tonalità andare, tu mi dicesti: -Sarà un arcobaleno-. La tengo sempre nonna,
        perché c’è il tuo odore, e la tua cura. C’è tutto l’amore che mi hai dato da quando sono nata, lo
        sai?? E la sai un’altra cosa, non importa se non mi rispondi, perché io lo so che mi stai
        ascoltando. Lo vedo dai tuoi occhi, nonna, tu mi stai ascoltando. Io vorrei solo fare la scelta
        giusta è che ho paura nonna. Ecco l’ho detto. Io, nonna, ho paura. Ho paura. Te ne ha mai
        avuta?? Quando il nonno se ne è andato, tu hai avuto paura, nonna? Hai avuto paura tutte le
        volte in cui la vita ti ha servito ingiustamente delle batoste da sopportare? Ecco, forse è
        esattamente questo ciò che vorrei tu mi dicessi, vorrei che tu mi dicesi che anche tu hai avuto
        paura, che anche tu, come me, ti sei sentita sola. Vorrei tu me lo dicessi nonna. Mi basterebbe
        tu me lo sussurrassi. Riuscirei a sentirti. Io riesco a sentirti, nonna. Anche se me lo dici con un
        filo di voce. Credimi, io posso sentirlo. Adesso vado, nonna. Maurizio e Martina mi aspettano,
        ed io proverò a vivere un’altra serata in un apparente serenità. Vado, nonna. Lo sai che questo
        lenzuolo color lilla è proprio bello? Tu sei bella, nonna. Aspetta, ti porto uno specchio. Ecco
        guardati. Sei bella. Sei sempre la più bella -

Quella notte Gemma ha chiuso gli occhi per sempre. Si è addormentata, abbozzando un sorriso e forse
è proprio in quel sorriso che Lucia ha trovato tutte le sue risposte.

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Dopo pochi mesi, ha deciso di lasciare Maurizio e con Martina si sono trasferite in quel nido di
profumo e di colore che era la casa di Gemma.

Non ha cambiato niente Lucia in quella casa. Non il divano bianco con i fiori rosa, non il lenzuolo lilla.
Non le fotografie sul comodino di Gemma stretta al suo amore.

    -   Lo sai ora nonna che faccio?? Apro il tuo portagioie, mi metto il tuo orologio all’orecchio e mi
        metto ad ascoltare il ticchettio delle lancette. Lo stesso che sentivo quando mi abbracciavi e lo
        avevi al polso. Sai nonnina cosa hai fatto per l’ennesima volta?? Mi hai risposto. Perché
        chiudendo gli occhi quella sera, quella sera in cui ci siamo parlate tanto, mi hai voluto dire che
        anche tu hai avuto paura e affinché io non ne avessi, mi hai fatto posto. Mi hai fatto posto tra le
        tue cose. Quanto mi hai amato nonna? Quanto? –
    -   Mamma!! - Martina interrompe i pensieri di Lucia - Ho fame, ceniamo?? –
    -   Certo amore, è già pronto. Iniziamo ad apparecchiare -
    -   Ok. Allora io sto a destra, tu accanto a me ed il posto che era della nonna lo lasciamo libero.
        Come sempre. Vero mamma? -
    -   Sì, Martina. Il posto della nonna lo lasciamo libero. Come sempre.

Chiude il portagioie Lucia, ripone l’orologio e si asciuga le lacrime. La vita la aspetta.

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FRANCESCO

Francesco ha vent’anni ed ama la vita. La ama forte da sempre, la ama e la rincorre, come si fa a
vent’anni. La scuola superiore e poi l’università. Sceglie scienze politiche, non è ancora certo sul cosa
voglia diventare, ma Francesco ama studiare, ama studiare quasi quanto ama la vita. Il capo chino sui
libri da leggere o da imparare, da sempre lo portano in un’altra dimensione. Da piccolo erano le favole
il suo passatempo preferito, quelle che gli davano la possibilità di immedesimarsi in qualsiasi
personaggio, quelle che gli consentivano di scegliere il travestimento più adatto, quello che al
momento sentiva di adottare.

Non ha molti amici Francesco, ma quelli che ha li cura con dedizione e rispetto. Perché Francesco ha
rispetto delle persone e della vita. Non tollera le ferite, né tanto meno il dolore ed è questo che lo porta
sempre ad entrare in punta di piedi nella vita degli altri. Non vuole sentirsi di troppo, ha paura di
sentirsi di troppo.

Da sempre preferisce raccontarsi con amiche, le sente più vicine alla sua sensibilità ed al suo modo di
pensare. Talvolta anche alla sua maniera di gesticolare. Però continua a credere che la sola persona
che lo possa comprendere fino in fondo è Luca.

Luca abita a pochi metri da Francesco ed insieme sono cresciuti. Sono diventati uomini, si sono
ubriacati, hanno fumato la prima sigaretta e anche cercato di farsi la prima canna. Poi sono stati così
male, che insieme hanno deciso che quello non era certo il divertimento che avrebbe fatto per loro.

Francesco e Luca si comprendono all’istante, basta un cenno o un accenno. Una strizzata d’occhio.
Talvolta anche il mero silenzio. Perché da sempre sono due anime che viaggiano all’unisono.

Oltre questo, ha una famiglia che lo ama oltre ogni limite e da cui Francesco ha imparato l’educazione,
il rispetto e la lealtà.

Tutto apparentemente perfetto, eppure col passare del tempo, Francesco avverte che ogni abito inizia
a risultargli stretto e inizia a pensare alle favole della sua infanzia, quando invece pareva che tutto
fosse concesso. In realtà la vita non è propriamente una favola, e Francesco, quando lascia i suoi libri e
quel mondo fatto di non pensare, si trova costretto a capirlo, in maniera sempre più intensa.

Aveva baciato una ragazza un paio di anni prima. Lei si chiamava Annalisa, aveva i capelli castani e
qualche lentiggine sul volto. Era timida, forse più di Francesco, ma questo probabilmente era il motivo
per cui lui l’aveva scelta e l’aveva baciata. Non si sarebbe trovato davanti ad una persona troppo
intraprendente e quel bacio lo avrebbe ricordato. Così fu. Perché Annalisa fu dolce e delicata, così come

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piaceva a Francesco. Annalisa aveva capito tutto. Francesco, invece, ancora brancolava nel buio. Ma
questo inizialmente non gli importava. Fu Luca il primo a sapere di quel bacio, perché Francesco glielo
confidò. Luca che già faceva l’amore da un anno con Gaia, non poteva che essere felice per l’inizio di
quel rapporto intrapreso dall’amico. Luca era felice, Francesco no. Dopo qualche anno, fu la volta di
Valentina, ma lei non fu né dolce né delicata. Dopo il primo bacio, lei -La Vale-, cosi come Francesco
l’aveva conosciuta, si mise a cavalcioni su di lui, che la guardava impaurito dal divano di casa. Vale si
muoveva, sciolse i capelli ed iniziò a baciargli il collo. I suoi movimenti divennero sempre più
insistenti. Cercava il sesso duro, ma Francesco non riusciva a rilassarsi. Ci provò, ci provò con tutte le
sue forze, perché Francesco lo voleva con tutto il cuore. Voleva fare all’amore con la Vale, per poi
correre da Luca e raccontarglielo. Voleva far l’amore con la Vale, magari per dirlo poi anche il sabato
sera seguente durante l’aperitivo che puntualmente si regalava insieme ai suoi amici. Avrebbe voluto
dirlo, per poi andare dietro ai discorsi di qualcuno, che nel vedere qualche atteggiamento da femmina
di un ospite qualsiasi del locale, lo etichettava subito con espressioni del tipo - ecco il frocio-.

Provò a concentrarsi Francesco, provò a pensare alla Vale che intanto aveva scoperto i seni e che con
quegli occhi blu avrebbe fatto impazzire chiunque. Cercò di chiudere gli occhi Francesco per pensare
che magari avrebbe potuto esserci Luca al posto della Vale, perché allora quel bacio sì che lo avrebbe
fatto eccitare, sì che lo avrebbe fatto innamorare.

Francesco è stato ritrovato qualche mese dopo privo di vita nel bagno di casa. Prima di impiccarsi
aveva scritto una lettera a Luca ed una ai suoi genitori. Francesco non aveva dimenticato il rispetto e
l’educazione, neppure in quell’attimo in cui il dolore era così forte da fargli credere che non poteva
esistere altra soluzione se non quella di andarsene. Perché tanto Luca non lo avrebbe mai baciato,
perché ci sarebbe stato sempre qualcuno che lo avrebbe chiamato frocio, e perché Francesco era
troppo gentile per pensare di poter far piangere i propri genitori. Inconsapevole che in questo modo li
avrebbe fatti piangere di più e per sempre. Ma Francesco non ce la faceva a sentirsi chiamare frocio,
Francesco non riusciva più a essere quello che non era.

Quando la mamma lo ha trovato, ha saputo solo disperarsi per non avere capito, per non averglielo
impedito. Ha solo pianto la mamma, abbracciata al babbo, perché che Francesco fosse omosessuale,
non avrebbe fatto la differenza, loro lo avrebbero amato allo stesso modo.

Ha pianto anche Luca che forse pur di non farlo morire, lo avrebbe pure baciato.

Ma Francesco non c’è più.

Perché il mondo è uno schifo e non ha ancora capito che l’amore è fatto di mille colori. Un po’ come
l’arcobaleno.

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BLU

di Adriana Galli

Aspettò che la porta del treno si aprisse. Respirò sul suo stesso collo.

Sollevò leggermente gli occhiali da sole, come per posizionarli sulla parte giusta del suo viso. Lasciò la

presa del maniglione freddo alla sua destra.

Scese.

Girò lo sguardo come se seguisse una voce che diceva -Livia!-, ma nessuno l’aveva chiamata. Nessuno

che potesse farsi udire al di là del suo tempo.

Oltre le lenti nere, sempre poco scure, mai sufficientemente coprenti, un raggio di sole piovoso

Matteo.

Ebbe poco tempo per guardalo.

Lei, che lo avrebbe guardato per sempre. Quell’avvicendarsi cattivo e rapido di minuti le diedero giusto

un attimo per respirare l’aria di casa. Lui era fermo, a pochi metri da lei. Nascosto nel collo peloso del

suo giubbotto. Come se non volesse farsi trovare. Le mani in tasca. Era febbraio, ma a Livia sembrò il

primo giorno di settembre.

-Possibile che in questa stazione non ci sia nessuno? Dove sono finiti tutti?- (farfugliò nella sua mente

spostando tutti i pensieri e le preoccupazioni per far posto a Matteo).

Non c’era nessuno a quell’ora, in quella stazione stracolma di gente.

Si sganciò dalle sue gambe e corse verso di lui.

Un abbraccio violento.

La testa di Livia nel collo di Matteo.

Le braccia di Matteo cingevano tutti i suoi pensieri.

E Giulietta e Romeo.

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Le mani di Livia finalmente trovarono pace, sulla faccia di Matteo.

Niente. Niente la distrasse da lui. Parlarono, si abbracciarono e si toccarono gli occhi e i pensieri. Si

ritrovarono in albergo.

-Ma come ci siamo finiti?- (Livia perse il contatto con la realtà. È come se avesse

regalato la sua giornata a Matteo con la preghiera -vivila tu per me-).

La scatolina celeste.

Sulla sedia della camera d’albergo, nella sua borsa.

Ecco la realtà.

Riprese in mano i suoi minuti e ricominciò a viverli, perché questi erano suoi e non poteva passarli a

Matteo.

-Tieni-, disse porgendo la scatolina accuratamente incartata nel bianco trapuntato con croci verdi (non

il solito verde, non quello che piaceva a Livia). Era di nuovo febbraio e faceva più freddo.

Matteo aprì quella scatola, estrasse il test di gravidanza. Livia assaporò quel distacco. Sembrava come

se fosse abituato a fare test di gravidanza!

-Andiamo-.

Il polso di Livia nella mano di Matteo non sentiva nulla. Ma trasmetteva a tutto il corpo delle piccole

scossette elettriche. Entrarono in bagno (-chissà cosa avrebbe fatto Giulietta se si fosse trovata nella

stessa sua situazione- ragionò distrattamente mentre cercava di raccogliere nella mente alcuni passi

fra quelli che Shakespeare aveva scritto per farla sognare).

Sembravano persi, in quello che parve ad entrambi un terribile momento di felicità.

-E se fosse rosa?-.

-Ci pensiamo tra cinque minuti-.

-No, ci pensiamo adesso!-.

-Livia smettila e fai sta benedetta pipì!-.

-Non mi scappa-.

-Livia!-.

-Uffa-.

                                                                                                            22
-E adesso che devo fare?- (si sentì così piccola, una bambina alle prese col suo primo bacio

elementare).

-Adesso, stando a questo foglietto, devi infilare questo steak a testa in giù nel bicchiere e poi

aspettiamo 5 minuti-.

-5 minuti?? Ma sono pochissimi??-.

-Fumiamo?-.

-No-.

-E invece sì!-.

Matteo riprese il suo polso e lo portò fuori da quel bagno dove non ci voleva stare.

Uscirono, chiusero la porta, come per serbare per sempre in quel bicchiere il loro sogno piccolo piccolo

e si appoggiarono l’uno all’altra come fossero i muri più resistenti mai costruiti.

-Livia, promettimi una cosa?-.

-No-.

-Guardami negli occhi e giurami che non farai cazzate!-.

-No-.

Matteo lesse una paura così agghiacciante negli occhi di Livia, uno scorrere impetuoso di sangue tra le

sue mani e i suoi ricordi, che rinunciò al suo sogno.

Livia non pianse. Neppure quella volta.

5 minuti dopo furono già passati 5 minuti.

-Entro io -.

-No, fermati Livia, entro io -.

-No! -.

Si abbracciarono ed entrarono per mano, come quando da piccoli si avvicinavano ai quadri di fine

anno. Con la stessa paura di essere stati bocciati. Loro, che erano i più bravi di tutta la scuola.

Blu.

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IL BACIO SULLA BOCCA

Niccolò Cantini, ha 40 anni e vive a Manhattan da quindici anni ormai. Da quando, dopo avere studiato
a Firenze al Polimoda, venne contattato dalla Dreams Maison, un’importante casa di moda
newyorkese.
Il mondo della moda era sempre stato il suo sogno. Esteta ed ambizioso, Niccolò accettò la proposta
non appena gli venne fatta, non intendendo assolutamente rinunciare ai suoi sogni.

E’ un uomo di una bellezza sconvolgente. Di quelli che ti chiedi se siano usciti da un film, dalla fantasia
o da entrambi.
La scelta di partire per la grande mela in realtà non fu semplice.

Due mesi prima, in un pianobar a Firenze, aveva conosciuto Luna.

Lei era quello che Niccolò forse non era mai stato, semplice e dolcissima. I capelli color rame e gli occhi
blu. Una carriera musicale già avviata, una promessa della musica. Lei di anni, allora, ne aveva venti. Di
famiglia tendenzialmente povera, o piuttosto modesta, lavorava come cameriera in un caffè
semplicemente per pagarsi i vari viaggi tra Roma e Milano in cerca dell’audizione giusta.

Alla sera faceva piano bar, e quando cantava aveva la capacità di incantare tutti.
Una sera, in quel piano bar proprio dietro Ponte Vecchio, entrò Niccolò.
Quando lei intonò- Il bacio sulla Bocca- di Fossati, lui ne rimase tremendamente affascinato.

Decide dunque di aspettarla alla fine della serata. Il braccio appoggiato sul balcone del bar, i capelli
neri che gli cascavano un po’ sul volto.

Lei timida, ed assolutamente concentrata sulla sua passione, lo considerò poco, praticamente niente.
- Tu sarai mia- le sussurrò Niccolò, con la sicurezza che da sempre si portava dietro.
Lei rispose, - se il caso lo vorrà – con quella delicatezza che faceva di lei una creatura quasi surreale.
- Ho sempre avuto un grande ascendente sul caso – aggiunse Niccolò riuscendo a strapparle un accenno
di sorriso.
Lui tornò lì la sera dopo e quella dopo ancora, sperando di vederla.

Ma niente, era come se fosse scomparsa nel nulla. Alla seconda sera, decise di chiedere al proprietario
del locale.

Luna non lavorava più lì.

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Lei quella sera già sapeva che quella sarebbe stata la sua ultima esibizione. Gli occhi verdi di Niccolò
l’avevano colpita, ma per una volta aveva scelto di non lasciarsi andare e di
fidarsi del destino.
Qualche mese dopo, una mattina, Niccolò era seduto al tavolo di un bar vicino all’università che
frequentava. Stava disegnando un modello che aveva amato molto, fin da quando ne aveva avuta
l’ispirazione e che gli serviva per partecipare ad un concorso indetto dal Polimoda.
Quando la cameriera arrivò, lui ordinò un the senza alzare neppure gli occhi.
Fu lei che sussurrò: - Effettivamente tu ed il caso andate molto d’accordo -

Era Luna.
Si guardarono. E non si lasciarono più.

Due mesi di amore folle, di lui che cercava di incastrare le sue lezioni all’università, la gestione di una
madre ormai da anni alcolizzata ed i demoni di una vita che si portava dietro e che neanche a Luna
confidava, e di lei che cercava di incastrare il suo lavoro al caffè, con le serate in un nuovo piano bar.
Si dettero il primo bacio, il giorno seguente a quel caffè, al giardino dell’orticoltura.

Passavano le giornate a letto a fare l’amore.

Passavano l’amore a fare l’amore.

Niccolò vinse il concorso indetto dal Polimoda, e vinse la possibilità di fare un master a New York per
un grosso brand.
Non glielo disse, non ebbe il coraggio di dirlo a Luna. Le lasciò un biglietto e se ne andò. Se ne andò
proprio il giorno in cui lei stava andando a Milano per partecipare ad una grande audizione.

Dalla sera prima Niccolò non le rispondeva al telefono. Luna era in treno, tirò fuori dallo zainetto un
quaderno, in cui era solita scrivere i testi delle sue canzoni. Lì trovò il biglietto, in cui lui le diceva che
era partito e che aveva deciso di lasciarla, e che stare insieme o chiederle di seguirla avrebbe
significato chiederle di rinunciare ai suoi sogni mentre lui stava inseguendo i suoi.

Luna, in lacrime, scese alla prima fermata ed attese il primo treno per Firenze. Niente audizione.

Da allora sono passati 15 anni.

Quindici anni in cui Niccolò ha lavorato duramente. Ormai è Nick, per tutti, ed è titolare di uno dei
brand più in voga a New York.
Durante la fashion week a New York, lui presenta la sua sfilata per le strade di Soho. E’ un successo
strepitoso. Sceglie il quartiere più trendy, un po’ come lui. Finisce la serata a casa di Ally, una modella
ventenne. E’ circondato da belle donne, e ormai ne fa una collezione. Ma nessuna storia vera, almeno

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dopo Luna.
Uscendo da casa di Ally, sale su un taxi per raggiungere il suo appartamento.

Quando la direzione creativa della casa di moda gli aveva offerto quel posto a New York, gli aveva
assegnato quell’appartamento sulla Fifth Aveneu tra la 62 nd e la 63 nd street. Adesso era suo. Non
solo l’appartamento, ma tutto il condominio.

Erano stati anni intensi, eppure perché proprio quella sera quel senso di incompletezza??

Chiede al tassista di fermarsi nella zona di Times Square, sente di dover camminare.
Ancora quelle luci psichedeliche continuavano ad affascinarlo, ma Firenze gli mancava.

Adesso, dopo tutti quegli anni, la città del giglio, in confronto a Manhattan, pareva
una miniatura. Ma Manhattan a differenza di Firenze non aveva cielo. Se passeggi per New york,
soprattutto in dei punti, non vedi il cielo. Per questo Nick adorava il suo appartamento posto al piano
più alto e la vista su Central Park. Lì ritrova il cielo di Firenze, lì ritrovava i suoi ricordi.
Quella sera, uscendo dall’appartamento di Ally, aveva pensato che lei sicuramente all’indomani lo
avrebbe cercato e che lui non avrebbe risposto.

Ally abitava in un appartamento rosa, una costruzione dal sapore di una serie televisiva. L’intonaco
tenuto bene e la perfetta sistemazione delle scale antiincendio. Un piccolo gioco di incastri e di
saliscendi molto simile a quello dei ricordi.

Quella sera i ricordi si volevano per forza impadronire di Nick.
Si ferma ad un locale italiano per bere qualcosa. Ci andava spesso lì. Il proprietario ormai lo
considerava una parte integrante del pub. Apre la porta, e le note de -Il bacio sulla bocca- gli vengono
incontro.
Nick ha tutto ma non ha lei.
A Firenze, nel medesimo istante, sono le nove di mattina. Luna ormai fa la moglie a tempo pieno. Dopo
che Nick se ne era andato, era sprofondata nella disperazione totale. Dopo aver letto quel biglietto, non
l’aveva più cercato. Si era sentita delusa, delusa ed abbandonata. Era tornata a Firenze e quella stessa
notte nella sua camera aveva scritto una canzone, una canzone che parlava di passione di amore, e di
abbandono. L’aveva intitolata -Averti per perderti- e all’indomani aveva provato a inciderla nel piano
bar in cui saltuariamente lavorava. Ma solo ascoltarla le procurava dolore. La bobina era rimasta nel
suo cassetto dei ricordi per tutti quegli anni. L’audizione saltata a Milano era stato un treno perso,
come quello da cui lei era scesa, perché non se la sentiva di andare avanti, non senza Nick.
Tre anni dopo dopo aveva conosciuto Francesco Innocenti, lui era molto più grande di lei, diciassette
anni di differenza. Un chirurgo plastico affermato. Un uomo facoltoso. Ma quasi un padre padrone. Per
lui i sogni non erano così importanti, per lui Luna aveva ed avrebbe potuto avere tutto quello che le

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serviva. Non le faceva mancare niente. Niente. Aveva spesso altre donne, e in fondo Luna lo sapeva
pure. Ma alla sera lui tornava da lei e a lei andava bene così. Perché tanto all’amore non ci credeva più.
Luna, già decisa a lasciare la musica, conosciuto Francesco se ne convince definitivamente. I sogni
uccidono l’amore, rincorrere i sogni può uccidere l’amore. Questo glielo aveva insegnato Nick. Non
cantava più, neppure sotto la doccia.
Luna ha una famiglia piuttosto sgangherata. Un padre ed una madre che per vivere alternano lavori
occasionali, al fare gli artisti di strada.
Ed una sorella, Nina. Lesbica e perdutamente innamorata dell’amore. A differenza di Luna, lei ci crede,
e per ogni fregatura che prende riparte più forte e più innamorata di prima. Si innamora ogni volta. Si
diletta a fare la cartomante e al caso ed ai segni del destino ci crede oltre misura. Era stata proprio lei
che la sera prima che Luna incontrasse NicK le aveva predetto che avrebbe avuto un incontro decisivo.
Da allora si era sempre più convinta di avere la capacità di sentire qualcosa, in particolare l’amore. E
quando l’amore era nell’aria, carte o non carte, Nina lo odorava da lontano.

E’ lei, soltanto lei, che sa di Nick e dell’amore di Luna per lui. Odia il marito di lei e quella mattina,
fingendo un improvviso bisogno di parlare con la sorella, che sa essere triste e delusa, si fa raggiungere
da lei al giardino dell’orticoltura. Il desiderio è quello che la sorella non si accontenti di dimenticare.

E’ un istante ed ecco che Luna ricorda quel primo bacio.
Nick non aveva chiuso occhio. Il ricordo di Luna, quella canzone, lo avevano portato a vagare tra i
ricordi per tutta la notte. Rientrando a casa aveva aperto una bottiglia di scotch e si era ubriacato ben
bene. Si era addormentato alle prime luci dell’alba sul suo divano di pelle e forse per la prima volta
dopo quindici anni, non era andato a lavoro. Inizia a chiedersi che cosa ne sia stato di Luna. Lasciata
Firenze, aveva deciso di tagliare con tutto e tutti. Orfano di padre dai tredici anni, aveva solo la madre
che due anni dopo che lui era partito per NY, era morta. Solo in
quell’occasione si era ripresentato a Firenze. Ma non aveva neppure partecipato al funerale, si era
presentato per salutarla, ma più per mettersi in pace la coscienza con un ipotetico Dio, che per volontà
sua.
Aveva odiato profondamente sua madre finché era stata in vita e non poteva certo mentire ora che era
morta. Alcolizzata, aveva insegnato a Nick solo la perdizione e la vergogna. Il padre invece era un ricco
industriale tessile di Prato, che aveva creato un mezzo patrimonio, quello che aveva consentito a Nick
di studiare e di portare avanti i suoi sogni, come il padre gli aveva insegnato. Dopo la morte del padre,
la mamma gli aveva fatto vivere degli anni di tortura. Dal raccoglierla per la strada, al trovarla svenuta
sotto la doccia. Poco prima della sua partenza per New York era stata internata in una clinica, dove poi
aveva finito i suoi giorni.
Nick non era scappato da Luna. Aveva inseguito la vita.
I giorni procedono. Lui a New York, tra Ally che poi decide di rivedere, la sua segretaria Margot, una

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