Per questa Scheda Formativa, grazie a: Gioele Anni, Silvia Malacarne, Maria Eletta Moriano, Giovanni Mugnaini - ioVoto.eu

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Per questa Scheda Formativa, grazie a:
Gioele Anni, Silvia Malacarne, Maria Eletta Moriano, Giovanni Mugnaini
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Indice

La partecipazione al “sogno europeo”                         pag.4

1)   L’Unione Europea: non un ostacolo, ma un’opportunità
2)   L’Europa “a piccoli passi”
     Proposte di attività                                    pag.9

Il “sogno europeo” sulla linea del tempo                     pag.11

Europa oggi: il “sogno europeo” e le sue fragilità           pag.12

1)   I nuovi nazionalismi e la “partecipazione” dei popoli
2)   Immigrazione europea e partecipazione
     Proposte di attività                                    pag.22

Link utili                                                   pag.24

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Introduzione
Nel 1849, durante il “Congresso internazionale di pace” a Parigi, lo scrittore francese Victor Hugo
disegnava per la prima volta il sogno di un’unica nazione europea. E pronunciava queste celebri
parole: «Non siamo più inglesi né francesi né tedeschi. Siamo europei. Non siamo più europei,
siamo uomini. Siamo l’umanità. Non ci resta che abdicare dal più grande degli egoismi: la nostra
patria».

La storia, da allora, ha corso velocemente. Il sogno di Hugo pian piano ha preso forma, almeno
in parte. Le sue idee sono passate sulle gambe di altri uomini, alcuni dei quali incontreremo in
questa scheda formativa.

Perché associare all’Unione Europea il concetto di “partecipazione”, su cui stiamo riflettendo in
questo speciale anno msacchino? Perché l’Unione Europea nasce proprio come un sogno di
“partecipazione”: la partecipazione di cittadini, popoli e Stati alla costruzione di un continente
unito nella ricerca del bene comune, e non diviso (come è stato per millenni) da odi e rivalità.

Così, in questa scheda formativa, vedremo innanzitutto le origini del “sogno europeo”: capiremo
quali presupposti stavano alla base della prima forma di Unione, nel secondo dopoguerra, e
quali forme speciali (e spesso sconosciute) di partecipazione sono a disposizione di noi cittadini
europei. Poi, con una linea del tempo interattiva, ci confronteremo coi fatti che hanno segnato il
cammino del “sogno europeo” sulle strade della storia. Infine guarderemo all’Europa di oggi,
dove la crisi della partecipazione al “sogno europeo” si manifesta soprattutto su due temi: il
risorgere dei movimenti nazionalisti; e la grave crisi nell’accoglienza dei migranti.

L’Europa è un sogno che ha bisogno della partecipazione di tutti. Ci sta a cuore ribadirlo, in
questo tempo in cui è facile sventolare la bandiera europea come capro espiatorio di tanti
problemi. Ci sta a cuore, tanto più dopo i recenti, tragici fatti di Parigi, prenderci cura
dell’Europa che è la nostra casa, in cui i valori di rispetto, dialogo e accoglienza risplendano
luminosi come esempio per tutto il mondo.

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LA PARTECIPAZIONE AL “SOGNO EUROPEO”

1. L’Unione Europea: non un ostacolo, ma un’opportunità
Troppo spesso, nelle cronache dei media, sentiamo dire frasi come questa: “Il problema è che
l’Europa ha troppo potere!”; oppure come questa: “Gli Stati nazionali hanno le mani legate dai
trattati di Bruxelles!”; e tante altre affermazioni di questo genere.
In realtà, a ben vedere, questo non è assolutamente vero. Anzi, casomai il problema è contrario:
l’Unione Europea non può imporre niente nelle materie che rientrano nella sfera di sovranità
dei singoli Stati, e che pure sono molto importanti per l’Unione stessa (ne parliamo meglio
poco più avanti). Questo provoca squilibri fra i vari Stati, oltre al rischio di sanzioni che
intervengono solo successivamente alle lamentele dei cittadini dei vari Stati membri dell’UE
davanti alla Corte di Giustizia.

Ti serve rinfrescarti la memoria sulle varie istituzioni dell’Unione Europea? Qualche anno fa il
MSAC aveva preparato una Scheda Formativa che fa al caso tuo. L’avevamo intitolata “Cittadini
d’Europa”, e contiene anche diverse proposte di attività. Puoi trovarla a questo link:
http://msac.azionecattolica.it/european-day-2012

Occorre dunque far capire che l’Europa non è un ostacolo, ma un’opportunità, se non la
soluzione a tanti problemi che si vivono in Italia, in Spagna, in Germania…nei vari Stati
nazionali che compongo, appunto, l’Unione Europea.
L’Unione Europea nasce proprio come un “sogno”: il sogno di far partecipare gli Stati europei, e
per mezzo degli Stati tutti i singoli cittadini europei, alla costruzione di un progetto comune di
pace e di benessere. Per capire fino in fondo quali sono le potenzialità del “sogno europeo”,
tuttavia, occorre fare qualche passo indietro, fino a comprendere le origini di quella che oggi
chiamiamo “Unione Europea”.
I firmatari del trattato di Parigi del 1951 che istituiva la Comunità Economica del Carbone e
dell’Acciaio (CECA), fra i quali l’Italia, non avevano certo in mente di creare un’unione politica
(ovvero una sorta di “super – Stato” che sovrastasse le singole nazioni). Ma allo stesso tempo, nei
loro intenti e nelle loro dichiarazioni c’era qualcosa di più della creazione di una collaborazione
economica. C’era, almeno in alcuni di loro, come per esempio in Alcide De Gasperi, l’idea che
piano piano quel sogno di una “federazione europea” (ovvero di un’unità che diventasse anche
politica tra i vari Stati membri) si potesse, si dovesse realizzare.

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Chi era Alcide De Gasperi? È stato il primo Presidente del
                          Consiglio dell’Italia repubblicana, e ha ricoperto questa carica dal 1946
                           al 1953. Per il suo impegno alla costruzione del “sogno europeo”, è
                           considerato uno dei padri dell’Europa unita. A proposito di una
                          “federazione europea”, ecco uno stralcio del suo discorso alla
                         Assemblea del Consiglio d’Europa, a Strasburgo, il 10 dicembre 1951
                       (l’intero discorso di De Gasperi si trova qui). Consideriamo, leggendo, che
                    in Europa era ancora fresca la ferita delle due guerre mondiali, due guerre
                          “civili” per i popoli europei, che si erano combattuti aspramente tra
                              loro:

« La costruzione degli strumenti e dei mezzi tecnici, le soluzioni amministrative sono senza dubbio
necessarie: e noi dobbiamo essere grati e coloro che ne assumono il compito. Queste costruzioni
formano la armatura: rappresentano ciò che le scheletro rappresenta per il corpo umano.
Ma non corriamo il rischio che si decompongano se un soffio vitale non vi penetri per vivificarle
oggi stesso? Se noi costruiremo soltanto amministrazioni comuni, senza una volontà politica
superiore vivificata da un organismo centrale, nel quale le volontà nazionali si incontrino, si
precisino e si animino in una sintesi superiore — non rischieremo che questa attività europea
appaia, al confronto della vitalità nazionale particolare, senza calore, senza vita ideale
potrebbe anche apparire ad un certo momento una sovrastruttura superflua e forse anche
oppressiva quale appare in certi periodi del suo declino il Sacro Romano Impero. In questo caso
le nuove generazioni, prese dalla spinta più ardente del loro sangue e della loro
terra, guarderebbero alla costruzione europea come ad uno strumento di imbarazzo
ed oppressione. In questo caso il pericolo di involuzione è evidente».

Sono parole così attuali, se pensiamo a come, oggi, l’Unione Europea è spesso bistrattata in tv e
sui media! Quelle “giovani generazioni” di cui parlava De Gasperi, che rischiano di perdere
adesione al “sogno europeo” quando esso si riduca a semplici politiche di bilancio…be’, quelle
giovani generazioni potremmo essere noi.

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2. L’Europa “a piccoli passi”
Tornando a De Gasperi, comunque, non perdiamo di vista il grande contributo che egli, insieme
agli altri padri dell’Europa unita (come Schuman, Monnet…) seppe offrire. È infatti in questo
periodo che si afferma il concetto di “Europa a piccoli passi”. Fin da subito quindi, seppur
partendo da una base economica, il “sogno europeo” guardava a qualcosa di diverso, di più
forte. Questi “piccoli passi” hanno portato all’Unione come la conosciamo oggi.

Tuttavia, dobbiamo dire che l’Unione Europea si è trascinata nel tempo alcuni grossi problemi,
dovuti anche al fatto che gli Stati membri (come dicevamo all’inizio della scheda) faticano a
rinunciare alla propria sovranità. Ci sono infatti ancora molte politiche che sono di esclusiva
competenza degli Stati, per esempio:

       La politica fiscale (definizione di tasse e spese statali)
       Tutela e miglioramento della salute umana
       Istruzione, formazione professionale, gioventù e sport
       Cultura
       Turismo

Secondo l’art. 6 del TFUE (Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea), sulle politiche
elencate (esclusa la politica fiscale) l’Unione può solo «svolgere azioni intese a sostenere,
coordinare o completare l'azione degli Stati membri».

Tutto ciò ha portato alla fase di stallo che stiamo vivendo e alle forti critiche che sono piovute
addosso all’UE. Critiche purtroppo prevedibili in un periodo di crisi internazionale come questo,
che non si può risolvere facendo troppe leggi, senza neppure una necessaria mediazione fra i vari
Stati membri che hanno culture diverse. La crisi in Grecia ha reso evidente che un’Unione delle
banche, delle economia e della finanza è destinata a fallire. Ormai appare chiaro a tutti che è
necessario un cambiamento radicale.

I modi per farlo però ci sono. Uno di questi può essere quello di valorizzare il concetto di
cittadinanza europea. Introdotto nel Trattato di Maastricht, esso attribuisce ad ogni cittadino
di ogni Stato membro lo status di cittadino dell’Unione Europea, che come è scritto nel trattato
non sostituisce quello di cittadino dello Stato membro ma si aggiunge ad esso. Essere cittadino
europeo significa avere una lunga schiera di diritti, alcuni di natura internazionale, altri civili e
politici, tra i quali:
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      la protezione diplomatica di qualunque Stato appartenente alla UE
      libera circolazione delle merci
      la libertà di circolazione e di soggiorno in uno Stato membro
      il diritto al voto per il parlamento europeo
      il diritto di iscrivere alle istituzioni e di presentare petizioni

Tutte cose molto significative, che sono però poco conosciute e di cui si apprezza poco la
portata.

Il non aver evidenziato il peso delle persone che abitano negli Stati membri è stata, ed è tutt’ora
una grave mancanza delle istituzioni europee, oltre che di quelle dei vari Stati. Se l’individuo
non conosce i propri diritti e le proprie responsabilità, vedrà le istituzioni lontane,
che prendono le loro complicate decisioni in luoghi chiusi. Allora sarà più facile anche
per quelle forze contrarie e distruttive avere più presa fra le popolazioni. Prendere coscienza del
proprio potere come cittadino, e di conseguenza assumersi su di sé la responsabilità che questo
status comporta, aiuta a fare un passo importante: da un’Unione Europea che mette al centro il
bilancio degli Stati, a un’Unione Europea al cui centro ci sia il cittadino che partecipa
attivamente alla vita della sua comunità.

Non bisogna dimenticare infine che, come accennato prima, gli Stati membri hanno storie e
culture economiche, giuridiche e sociali molto diverse fra loro, e questo fattore si è sentito ancora
di più dopo il recente nell’Unione ingresso dei Paesi dell’Est. Si è preteso che non solo tutti gli Stati,
ma tutti i cittadini abbracciassero subito i valori dell’UE, anche quando non erano pronti a farlo.
Questo ha portato a inevitabili frizioni, fra le quali l’ultima gravissima sull’accoglienza ai migranti
(sono ancora fresche le immagini dei muri, costruiti in Stati dell’Europa orientale come
l’Ungheria). Ma si potrebbero fare tanti esempi. Se i primi Stati firmatari condividevano più o
meno gli stessi valori, per cui fu relativamente facile per loro trovare un accordo, questo non si
può dire rispetto a quei Paesi usciti da poco dai regimi dittatoriali dell’epoca comunista. Occorre
saper aspettare i loro tempi, senza forzarli a prendere decisioni contrarie al loro modo di pensare.

In questo senso assume gran valore l’istituto delle cooperazioni rinforzate, che altro non sono
che accordi che alcuni Stati membri, con il consenso degli altri, prendono su particolari materie
sulle quali sono in grado di poter meglio collaborare. Una sorta di “andate avanti voi, noi piano

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piano ci adeguiamo”. Questo istituto però, per quanto positivo sia, funziona solo se veramente gli
Stati che sono fuori da questa cooperazione, alla fine si adattano veramente, e in tempi che non
potranno essere esageratamente lunghi.
Un ulteriore rischio che corre l’Europa è quello di essere troppo chiusa in sé stessa. Lo si è notato
soprattutto in questo ultimo periodo, con la questione dell’emigrazione. Un’Unione che vuole
essere al centro della scena internazionale e che vuole apparire come meta di pace e democrazia
non può certo permettersi di chiudere le proprie frontiere. Non può creare muri per escludere,
ma ha il dovere di cercare di accogliere le diverse popolazioni e le loro tradizioni, senza tuttavia
rinunciare alle proprie.

Per ultimo ci siamo lasciati il vero problema europeo e la causa dell’attuale crisi. Un problema
che riassume tutto quello detto sopra: gli Stati membri non sono in grado di rinunciare alla
propria sovranità. Non possono permettere che un organismo internazionale assuma decisioni al
loro posto, hanno timore di perdere il proprio prestigio in ambito internazionale, ritengono che
rinunciare anche solo a una piccola parte della propria sovranità significhi rinnegare la propria
storia. Questa visione eccessivamente nazionalistica è tanto anacronistica quanto dannosa. L’ex
Presidente del Consiglio e della Commissione Europea, Romano Prodi, la condannava con una
frase emblematica:

                                  “Chi si crede troppo grande
                                      per l’Europa si ritroverà
                           troppo piccolo per tutto il resto”.

Solo un’Unione Europea forte può essere veramente competitiva in ambito internazionale e può
diventare un esempio in ambito economico, ma soprattutto politico, culturale e sociale.

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PROPOSTE DI ATTIVITÀ

    1.   Se vi serve conoscere meglio le istituzioni europee, vi consigliamo delle attività proposte
         nella scheda formativa segnalata all’inizio di questo paragrafo (per comodità, mettiamo
         il link anche qui)

         In particolare, cliccando sul link e scorrendo a pagina 14, troverete delle proposte di
         attività per realizzare un gioco dell’oca (consigliamo di evitare le domande secche, ma
         per ogni domanda offrire 4 possibili risposte tra cui scegliere…così eviterete silenzi
         imbarazzanti!). Oppure si propone di ideare un opuscolo informativo da distribuire a
         scuola. Inoltre è riportato il riferimento a un sito per prenotare una visita nei luoghi delle
         istituzioni europee.

         Invece a pagina 19 è proposta un’attività divisa in tre fasi: un test per mettere alla prova
         le nostre conoscenze (in allegato), un momento di approfondimento e di studio in classe
         (usando i contenuti della scheda) e una fase di ricerca degli eventi fondamentali per la
         nascita dell’UE, usando dei libri di storia, letteratura, filosofia…

    2.   Conosciamo i simboli del “sogno europeo”: la bandiera, il motto, l’inno, le sedi del
         Parlamento…quanti ne conosciamo? Perché sono proprio quelli? Abbiamo altre curiosità
         sulle istituzioni europee? Vogliamo sapere come ha agito l’Europa rispetto ai grandi
         problemi di questo periodo storico? Bene, abbiamo trovato ciò che fa per voi!

         Vi suggeriamo di andare a vedere i materiali offerti nei siti che vi elenchiamo:
        Qui troverete delle slides con dati e informazioni di base sull’Unione Europea. Sono ideali
         per cominciare un momento di approfondimento. Vi basta scaricarle e studiarvi i dati che
         sono presentati…il successo è assicurato! Oppure potete usarle prima del gioco dell’oca
         (vedi proposta n.1), per permettere un ripasso veloce prima di cominciare il gioco.
                       http://europa.eu/publications/slide-
                       presentations/slides/pdf/eu_in_slides_it.pdf

        Questo invece è il link per accedere ai canali dell’EuroparlTV, il canale televisivo online del
         Parlamento europeo. Il suo obiettivo è di informare i cittadini dell'UE sulle attività del
         Parlamento. http://europarltv.europa.eu/it/channels.aspx

                In particolare i canali sono divisi in tre sezioni:

             L’attualità del Parlamento: i video si riferiscono a interviste e approfondimenti
                legati agli avvenimenti recenti

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 L’Europa dei giovani: è la sezione più utile a noi msacchini per gli incontri nelle
                 scuole. Ci sono diversi tipi di video, anche molto brevi, per informare i più giovani e
                 far crescere un sentimento di appartenenza alla comunità europea. Suggeriamo
                 di spulciare tra i video “A confronto”, per trovare le riprese di alcuni momenti di
                 dialogo tra parlamentari e studenti di diverse scuole europee.

              Alla scoperta del Parlamento: qui troverete delle vere e proprie lezioni sull’Europa

          Cercate il video più adatto per il tema che avete scelto di affrontare e utilizzatelo nel
          modo migliore! I video sono ottimi strumenti per alleggerire il pomeriggio di studio o per
          presentare il tema o per imparare in modo alterativo! Buona visione!

         E se ancora non è abbastanza, potete trovare altri materiali e tanti giochi interattivi a
          questo link http://europa.eu/teachers-corner/index_it.htm E tra tutti gli spunti offerti,
          potete anche dare un’occhiata qui http://www.educazionedigitale.it/europanoi/

          Buon divertimento con i giochi online sulle caratteristiche basilari dell’UE!

     3.   Riflettiamo sui diritti e doveri di noi “cittadini europei”. Sul sito youthforeurope.it se ne
          trova un sintetico elenco. Li conoscevamo tutti? Cosa vuol dire per noi essere “cittadini
          europei”? Ps: youthforeurope.it ha tanti materiali interessanti, tra cui una serie di quiz
          sull’Unione Europea. Potrebbe essere utile dargli un’occhiata.

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IL “SOGNO EUROPEO” SULLA LINEA DEL TEMPO

Nel primo paragrafo della scheda, dunque, abbiamo parlato di un “sogno europeo” nato al
termine delle due guerre mondiali. Un “sogno europeo” carico di tensione ideale, che si
concretizzava – nel pensiero dei suoi padri fondatori, tra cui De Gasperi – in una serie di “piccoli
passi”.

Allo stesso tempo, abbiamo visto, il “sogno europeo” nasceva con una “zavorra”: l’incapacità
degli Stati europei a rinunciare a parte della loro sovranità… ovvero a credere, fino in fondo, in
quel “sogno”.

Negli anni, dal 1951, la storia del “sogno europeo”, e della partecipazione di cittadini e
popoli alla sua realizzazione, si è svolta secondo passaggi storici molto importanti. A volte
sono stati eventi di pubblico dominio; in altri casi di trattati firmati forse nel silenzio, ma in realtà
importantissimi; e in altre occasioni ancora, il percorso del “sogno europeo” si è snodato secondo i
risultati di consultazioni elettorali.

Per questa seconda parte della scheda formativa, abbiamo deciso di ricorrere a uno strumento
interattivo: una linea del tempo animata e interattiva. Basta cliccare su un evento, infatti, per
aprire un contenuto speciale: un breve testo, una foto, un video…

Potete accedere alla linea del tempo cliccando questo link:

                                         LINEA DEL TEMPO

Nelle nostre scuole, ormai tutte dotate di L.I.M., può essere uno strumento prezioso per un punto
d’incontro. A voi, e ai vostri compagni di scuola, la possibilità di divertirvi scorrendo gli anni della
storia europea. Un consiglio: potremmo organizzare un’attività sulla linea del tempo dividendoci
in gruppi, usando i vari device (computer, tablet, smartphone…) e confrontandoci poi sugli eventi
che, nel corso del tempo, hanno consentito alla partecipazione al “sogno europeo” di decollare;
oppure, hanno inferto a questo “sogno” qualche duro colpo.

11
EUROPA OGGI: IL “SOGNO” E LE SUE FRAGILITA’

1. I nuovi nazionalismi e la “partecipazione” dei popoli
Abbiamo visto, nei paragrafi precedenti, che il “sogno europeo” nasce come idea di
partecipazione di cittadini, popoli e Stati a un disegno sovranazionale ispirato al progresso e al
bene comune. Ci siamo concentrati poi sugli aspetti positivi (i diritti speciali di cui godono i
cittadini europei) ma anche su quelli negativi (lo scarso sentimento di appartenenza all’Europa,
che si traduce anche in una altrettanto scarsa conoscenza di quegli stessi diritti; nonché una
fragile consapevolezza del funzionamento dell’Unione, nelle sue dinamiche ordinarie). E
abbiamo ricostruito, grazie alla “Linea del tempo”, gli avvenimenti che hanno via via rafforzato
o indebolito la comune partecipazione al “sogno europeo”.

Oggi, come ci dicevamo, questa partecipazione al “sogno europeo” appare in crisi. Il fatto
geopolitico su cui, in modo più evidente, si è registrata la crisi dell’Europa, è la gestione
scoordinata e tragica dei flussi migratori: la approfondiremo meglio nella sezione successiva. In
questi ultimi giorni, poi, a seguito dei tragici fatti di Parigi, l’Europa si confronta con una sfida
terribile, come quella di rispondere congiuntamente alla minaccia dell’ISIS. Adesso però vogliamo
confrontarci con un effetto della crisi della partecipazione al “sogno europeo”: nel momento in
cui l’Europa sembra più debole, ecco risorgere le spinte nazionalistiche che fanno leva sulla
forza dei singoli Stati.

Occorre rileggere ancora le parole di De Gasperi, veramente profetiche: senza una volontà
politica comune «le nuove generazioni, prese dalla spinta più ardente del loro sangue
e della loro terra, guarderebbero alla costruzione europea come ad uno strumento
di imbarazzo ed oppressione». Ecco quello che sta accadendo: in momenti di crisi, alcuni
partiti politici prendono l’Unione Europea come “capro espiatorio” di tutti i mali e sostengono che
i singoli Stati nazionali saprebbero fare molto meglio, se non ci fosse il “vincolo”
dell’appartenenza all’UE. Si torna insomma al punto di partenza: quando gli Stati nazionali, o i
loro popoli, o parte della loro cittadinanza, rivendicano maggiore sovranità, e non si affidano
alla comunità europea, ecco che l’UE entra in una “crisi di partecipazione” (che di fatto è
una crisi di fiducia).

Ma quali sono i principali movimenti politici critici contro l’Unione Europea, e dove sono radicati?
Lo vediamo qui con una sintetica mappa.

12
Regno Unito
La situazione più potenzialmente destabilizzante per l’Unione Europea è quella
legata al Regno Unito. Il Regno Unito (formato dalla Gran Bretagna – ovvero
Inghilterra, Scozia, Galles – e dall’Irlanda del Nord) appartiene all’Unione
Europea ma non aderisce alla moneta unica. Così, come sa chiunque è
stato a Londra, possiamo circolare liberamente tra Italia e UK come cittadini
europei; ma dobbiamo cambiare gli Euro in sterline. Questo perché l’economia
britannica è molto forte nel mondo, guidata da una capitale finanziaria come
Londra; e al momento del passaggio all’Euro, i britannici non hanno voluto
perdere la loro moneta che è molto solida.
Nel momento della crisi economica nell’area Euro, comunque, le
diffidenze dei britannici verso l’Unione Europea hanno cominciato a
crescere. La forte emigrazione verso il Regno Unito (quanti di noi
hanno un amico che lavora a Londra, Manchester o Liverpool?) ha
cominciato a non essere accettata. Così, in vista delle elezioni del maggio 2015, il primo ministro
uscente, David Cameron, sotto la pressione soprattutto del partito ultranazionalista UKIP (UK
Indipendence Party, non a caso…), ha annunciato che nel 2017 si terrà un referendum in cui la
popolazione potrà decidere se il Regno Unito deve uscire o rimanere nell’Unione Europea. Anche
questo, se vogliamo, è un fatto che dice di una voglia di “partecipazione”: i governanti delle
nazioni sentono la pressione dei cittadini, che si esprime tramite i social media e i nuovi mezzi di
comunicazione; e decide di consultarli mediante lo strumento del referendum.
A oggi, i contorni del referendum sono ancora molto incerti; i mercati temono l’uscita del Regno
Unito dall’Unione, che significherebbe un grosso rischio di perdite economiche. Ma ormai il dado è
tratto. Staremo a vedere, con la speranza che tra un anno e mezzo le buone ragioni dell’Europa
siano chiare a tutti i sudditi della Regina Elisabetta.

Germania
In Germania, il partito euroscettico più forte è “Alternativa per la Germania” (Alternative
                                                                               fuer Deutschland -
                                                                              AfD). AfD è nato nel
                                                                                2013 intorno a un
                                                                                gruppo            di
                                                                                economisti, ed ha
                                                                                subito goduto di
                                                                                molta attenzione,
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essendo di fatto l’unico partito tedesco dichiaratamente anti-UE. Alle elezioni del 2013 tuttavia
ha solo sfiorato l’accesso al Parlamento (4,7% dei voti, serviva il 5% per ottenere almeno un
seggio), mentre alle elezioni europee del 2014 è cresciuto toccando il 7% (e conquistando sette
seggi). I teorici del partito pensano che l’unione monetaria possa rivelarsi a lungo andare
dannosa, e per questo vorrebbero il ritorno alle monete nazionali (o la creazioni di unioni
monetarie più piccole, limitate ai paesi in salute economica: per esempio AfD propose un “Euro
del Nord”).
Dal 2014, in Germania è comparso anche Pegida: un movimento nato da una pagina
Facebook. Dichiaratamente anti-islamico (la sigla Pegida significa “Europei patriottici contro
l’islamizzazione dell’Occidente”) e spesso protagonista di toni xenofobi, il movimento ha la sua
base a Dresda. Al momento non ha ancora partecipato a elezioni regionali o nazionali, ma si
promette di farlo: in estate infatti, durante la grave crisi dei rifugiati, Pegida – che sembrava in
forte declino – è tornata a crescere, attirando nuovi simpatizzanti.

Italia
Nella nostra Italia, il sentimento anti-europeo è cavalcato soprattutto da due formazioni
politiche: la Lega Nord con il suo segretario, Matteo Salvini; e il Movimento 5 Stelle spesso
rappresentato da Beppe Grillo. Nel nostro Paese, che ha vissuto (e ancora vive) in modo
                             profondo la crisi economica, l’insofferenza verso l’UE è in realtà
                              piuttosto diffusa: lo stesso Presidente del Consiglio e Segretario del
                              PD, Matteo Renzi, e altri leader di partiti di altro colore politico,
                              pur non mettendo in discussione l’appartenenza alla UE, si sono più
                              volte espressi contro l’Europa “dei burocrati e dei vincoli di bilancio”
                              (ovvero, in un linguaggio semplificato, contro un’Unione Europea
                              che cerca più la stabilità dei suoi Stati membri, piuttosto che il
                                rilancio delle economie in crisi). In realtà, la retorica anti-europea
                                 è tanto facile quanto spesso inesatta, poiché, come sappiamo, le
politiche dell’Unione sono legate alle volontà degli Stati membri, dunque dei vari governi.
Prendersela in modo generico con “l’Europa” rischia, così, di essere un modo per scaricare le
responsabilità di una situazione incerta contro un’entità superiore, che in realtà però non può
intervenire in modo autonomo.

Francia
In Francia, la bandiera anti-Ue è sventolata con forza dal partito di estrema destra “Front
National”, guidato da una donna: Marine Le Pen. Il Front National spicca tra i partiti europei
14
perché, a differenza di molte formazioni recenti, ha una luna storia: è stato infatti fondato oltre
quaranta anni fa, nel 1972, dal padre della attuale leader, Jean-Marie Le Pen. Da sempre il FN si
pone su posizioni avverse alla globalizzazione, e dunque è contrario al
progetto dell’Unione Europea. Il fondatore del partito, Jean-Marie
Le Pen, sosteneva che il FN è in realtà un movimento
“trasversale”: di destra per i valori patriottici, di centro
per la sensibilità religiosa cristiana, di sinistra per
l’attenzione ai temi sociali. Così, anche oggi, il FN
raccoglie consensi in vari settori della società: in tempo
di crisi, e ora, in Francia, di forte allarme dopo gli
attentati del 13 novembre, il FN è attrattivo e, secondo
alcuni sondaggi, alle elezioni regionali di dicembre
potrebbe volare sopra il 30%.

Grecia
In Grecia, un po’ come in Italia – ma con molta più forza – la gravissima crisi economica ha
generato un forte anti-europeismo. Il primo ministro ora al Governo, Alexis Tsipras, ha
impostato la sua scalata sul rifiuto della austerità europea, minacciando anche di portare la
Grecia fuori dall’Euro. Alla fine però Tsipras ha accettato le trattative con i creditori della Grecia,
tra cui l’Unione Europea (UE, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale, infatti,
avevano prestato soldi alla Grecia per evitare il fallimento delle sue banche): la Grecia è così
rimasta, al termine di un lungo braccio di ferro, dentro l’Europa. In Grecia, tuttavia, esistono due
formazioni tra le più estreme in Europa, entrambe anti-europeiste. Uno è il Partito Comunista
di Grecia (KKE), fondato addirittura nel 1918, ultimo baluardo tra i Partiti Comunisti europei:
                                                               alle ultime elezioni, il KKE ha ottenuto
                                                                      ancora il 5,5% dei voti. E l’altro,
                                                                                di        più        recente
                                                                                formazione,          è      il
                                                                                partito         nazionalista
                                                                                “Alba             Dorata”,
                                                                                ritenuto        da       molti
                                                                                commentatori               un
                                                                                partito
                                                                                dichiaratamente
                                                                                neofascista.
15
Ungheria
Solo nel 2004, l’Unione Europea
festeggiava      l’ingresso
dell’Ungheria.      Oggi,
però, il governo della
nazione
centroeuropea          si
caratterizza per alcuni comportamenti che imbarazzano la comunità continentale. Il primo
ministro ungherese, Viktor Orbán, negli ultimi anni ha modificato la Costituzione e portato
avanti alcune riforme, tra cui quella elettorale, che hanno dato al Paese un carattere più
autoritario. In estate, poi, Orbán si è schierato duramente contro l’accoglienza dei migranti: è
stato il primo all’interno dell’Unione Europea a far erigere un muro per fermare i migranti,
precisamente al confine tra Ungheria e Serbia. Così facendo, di fatto, ha sospeso la libera
circolazione prevista nei territori dell’Unione. Ma gli atteggiamenti, da molti definiti illiberali e
antidemocratici di Orbán, sono dovuti anche alla crescita, in Ungheria, del partito “Jobbik”, il
“Movimento per un’Ungheria Migliore”. “Jobbik” è nato nel 2003 negli ambienti
dell’estrema destra ungherese, e nelle elezioni del 2012 ha ottenuto più dl 20% dei consensi dalla
popolazione magiara. Il movimento è stato accusato di antisemitismo e xenofobia, ed è
duramente euroscettico: nel 2012, Jobbik ha chiesto un referendum per l’uscita dell’Ungheria
dall’UE.

Polonia
                                                               La    Polonia    esprime      oggi   il
                                                               Presidente del Consiglio Europeo,
                                                               Donald Tusk, già primo ministro per
                                                               il partito “Piattaforma civica”
                                                               dal    2007     al    2014.   Eppure,
                                                               nell’ultimo anno, il Paese si è reso
                                                               protagonista     di     una     svolta
                                                               euroscettica: alle elezioni di ottobre
                                                               2015, infatti, ha trionfato con quasi
                                                               il 40% dei voti il partito “Diritto e
Giustizia”. Non si tratta di un partito estremista, ma le posizioni del leader Kaczyński sull’UE

16
sono chiare: no al federalismo europeo, no alla politica comune di accoglienza dei migranti; sì,
invece, a una più stretta alleanza con Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca per affermare le
esigenze regionali contro i “grandi Stati” del resto del continente.

Altre “spine nel fianco” dell’Europa di oggi sono le situazioni di Catalogna e Scozia. Si tratta di
due regioni, la prima appartenente alla Spagna (la capitale della Catalogna è Barcellona), la
seconda al Regno Unito, che manifestano da tempo una volontà di indipendenza. La Scozia
ha già vissuto un referendum, nel maggio 2015, in cui però la popolazione ha detto “No” al
distacco dal Regno Unito. La Catalogna, invece, è a uno stadio più avanzato. I partiti
indipendentisti, che hanno la maggioranza nel Parlamento regionale catalano (in Spagna le
Regioni hanno grande autonomia, molto più che in Italia), hanno già approvato una risoluzione
che vorrebbe portare, nel giro di 18 mesi alla “Repubblica catalana”. In entrambi i casi, Scozia
e Catalogna vorrebbero rimanere nell’UE, ma dovrebbero esservi ammesse con voto unanime
favorevole degli altri Stati. E Gran Bretagna e Spagna, in caso di secessioni, non sarebbero
disposte a “perdonare” facilmente…

Siamo arrivati al termine del nostro tour tra le formazioni anti-europeiste. Ma perché, in questi
tempi, i venti anti-UE soffiano in modo così diffuso per tutto il continente? La spiegazione non va
ricercata solo in una motivazione economica, ma anche nella sua conseguenza ideale. Ad
eccezione della Gran Bretagna, che ha un’economia fortemente competitiva (anche per ragioni
storiche, eredità del grande impero inglese), Paesi come l’Ungheria o la Polonia, ma anche come
l’Italia stessa (pensiamo, nelle nostre scuole, ai tanti progetti che si realizzano con fondi europei!),
hanno solo da guadagnare, economicamente, dall’appartenenza alla UE. E infatti, la Polonia
vive una forte crescita da quando è entrata nell’UE; mentre l’Ungheria, a sua volta in crescita
economica, ma in calo demografico, avrebbe bisogno di includere nuovi cittadini (da dentro, ma
anche da fuori l’Unione).

Che cos’è allora che muove la “crisi della partecipazione” al “sogno europeo”, e che ridà
fiato, invece, alle pulsioni di chiusura nazionalista? Rodolfo Ragionieri, docente di Relazioni
Internazionali, lo spiega così: «La forza di attrazione del nazionalismo nei momenti di crisi è
spiegabile: infatti in tali situazioni richiama un'identità ben conosciuta fin dagli anni della scuola,
comprensibile a tutti, ma che allo stesso tempo offre un ruolo significativo agli intellettuali e alle
classi dirigenti che se ne fanno portatrici. In particolare l'etno-nazionalismo fa riferimento a un
gruppo incontaminato che rappresenterebbe nel modo più puro la propria comunità. Le
ideologie etno-nazionaliste, infatti, tendono a costruirsi a partire dal mito di una comunità
17
originaria, non sempre realmente esistita, e mai esistita nei termini nei quali viene descritta. Il
ritorno a quella comunità costituirebbe la ricetta della salvezza» (Il nazionalismo, una tigre di
carta? Di Rodolfo Ragionieri, su Testimonianze n.484/5).

Alle radici della “crisi europea”, dunque, c’è una crisi economica in cui è più facile urlare messaggi
“ben conosciuti” e “comprensibili a tutti” (l’identità nazionale) piuttosto che investire sul
dialogo, l’incontro, la costruzione insieme. Ma la storia dimostra che, se l’Europa non pensa con
obiettivi comuni, ispirati da uno stesso «soffio vitale» (per citare di nuovo De Gasperi), le
conseguenze possono essere terribili. E intanto, entità nazionali ben superiori per dimensioni e
disponibilità di risorse ai nostri piccoli stati europei (pensiamo agli U.S.A., alla Cina, alla Russia,
ma anche al Brasile o all’India…) crescono e determinano i cambiamenti del mondo.
Dunque: o noi europei rilanciamo il “sogno” di una partecipazione europea condivisa,
rispettosa delle diversità ma convinta e ambiziosa; oppure non potremo dare al mondo tutto
quello che abbiamo portato, in termini di cultura e sviluppo umano, in millenni di storia.

2. Immigrazione europea e partecipazione
Quando ragioniamo sul tema della partecipazione all’interno dell’Unione Europea, non possiamo
fare a meno di parlare del fenomeno delle migrazioni, che ormai ha raggiunto dimensioni
planetarie e che quotidianamente ci spinge ad informarci e interrogarci.

                           Soprattutto nell’ultimo periodo (l’estate 2015 rimarrà, per molti versi,
                                            tristemente storica) siamo continuamente bombardati
                                                   da     notizie   relative   ai   numerosi   barconi
                                                        approdati sulle coste di Lampedusa, ai flussi
                                                           di migranti irregolari che penetrano ogni
                                                          giorno i confini europei, a permessi di
                                                        soggiorno non concessi, a Stati che risultano
                                                 favorevoli a politiche di accoglienza e ad altri,
                                          invece, irrigiditi nel proprio nazionalismo e intenzionati a
innalzare muri sempre più alti. Tale fenomeno trova la sua origine in due principali ragioni: una
economica dovuta ad un progressivo processo di globalizzazione ed apertura del mercato
mondiale che implica una circolazione sempre più intensiva di merci, persone e capitali; una di
carattere politico relativa alla divisione tra Stati che promuovono strutture democratiche e carte
costituzionali rispettose dei diritti umani, e Stati fondati invece su regimi dittatoriali che

18
alimentano conflitti armati ed economici e politiche strutturali poco efficaci e in contrasto con i
diritti umani.

Secondo alcune recenti stime delle Nazioni Unite circa il 3,2% della popolazione mondiale
vive lontano dai Paesi di origine; ma quando si parla di migrazioni è necessario fare alcune
distinzioni. Esistono infatti vari criteri per classificare le migrazioni:

1.      Criterio “geografico”. Migrazioni interne ai singoli paesi (ad es. dal sud al nord di un
paese o dalla campagna alla città) e migrazioni transnazionali (da uno Stato ad un altro);
queste ultime si possono ulteriormente distinguere tra:

•       Migrazioni infracontinentali (all’interno dell’Asia, dell’Africa, delle Americhe)

•       Migrazioni transcontinentali (di asiatici, africani o latino americani verso le aree mondiali
del benessere e della democrazia come gli USA, l’Australia o l’UE).

2.      Criterio “giuridico”. Migrazioni regolari (il migrante possiede un permesso di soggiorno)
e migrazioni irregolari (comprendono sia coloro che possiedono il visto di ingresso al momento
dell’entrata nel Paese di destinazione e i cui documenti sono scaduti o sono stati smarriti durante
il periodo di soggiorno; sia i cosiddetti “clandestini”, stranieri entrati nel paese di destinazione
senza il regolare permesso di soggiorno).

3.      Criterio “di motivazione”. Migrazioni forzate (migrazioni di profughi che scappano da
condizioni di guerre o carestie, a cui i Paesi europei sono tenuti a dare adeguata protezione) e
migrazioni economiche (migrazioni di chi solitamente si sposta alla ricerca di un miglioramento
economico o per altre legittime motivazioni, come: a. svolgere studio o attività di ricerca; b. per
motivi di lavoro; c. per motivi di ricongiungimento familiare).

Nonostante il luogo comune del “migrante irregolare” estremamente diffuso ai giorni nostri,
l’Unione Europea considera la migrazione una possibile fonte di sviluppo e
arricchimento. Essa, in una recente pubblicazione, afferma infatti il proprio interesse a
perseguire un approccio comune in materia di migrazione, in quanto riconosce i vantaggi sia
di coloro che si trasferiscono in Europa, sia delle società che li accolgono.

Gli immigrati possono colmare le lacune a tutti i livelli del mondo del lavoro: dagli specialisti
altamente qualificati, che nell’UE mancano; ai lavoratori che svolgono mansioni che gli
19
europei non vogliono più svolgere. I vantaggi delle migrazioni riguardano la riduzione della
povertà tramite l’aumento degli investimenti, progressi in sanità e istruzione, benefici in campo
culturale e sociale. Tali vantaggi potenziali dell’immigrazione possono concretizzarsi con successo
solo se il processo di integrazione delle persone straniere viene incentivato con politiche efficaci,
che implicano una reciprocità di azione: da un lato gli immigrati devono rispettare le norme e i
valori della società in cui si inseriscono, dall’altro la società stessa deve garantire gli strumenti
necessari per favorire la loro piena partecipazione alla vita sociale (apprendimento della lingua,
possibilità di sfruttare opportunità di studio o lavoro, godere degli stessi diritti dei cittadini
dell’UE).

Proprio la questione della partecipazione e dell’integrazione delle persone immigrate pone
l’accento sul ruolo che l’Unione Europea sta attualmente ricoprendo. L’intento di costruire un
approccio comune riguardo l’immigrazione è efficace? Viene realmente promosso dall’UE? Ci
sono ancora alcuni limiti, di cui la stessa UE è responsabile, che ostacolano il raggiungimento di
una politica comune e minano l’ideale dell’UE come luogo di partecipazione. Alcune delle
questioni più controverse e problematiche possono essere considerate queste:

1) Dal 1990 la “Convezione di Dublino” completa il sistema europeo comune di asilo. Essa è
stata aggiornata nel 2003 e rinominata “Regolamento Dublino II”, ed ancora nel 2013 come
“Regolamento Dublino III”. Tale sistema prevede che ogni domanda di asilo debba essere
esaminata da un solo Stato UE e la competenza per l’esame di una domanda di protezione
internazionale ricade in primis sullo stato che ha svolto il maggior ruolo in relazione all’ingresso e
al soggiorno del richiedente nel territorio degli stati UE. In pratica: se un migrante sbarca con un
barcone sulle coste italiane, è lo Stato italiano che deve farsi carico dei vari passaggi di
accoglienza, riconoscimento, assistenza, verifica delle credenziali per poter concedere i vari
permessi, accompagnamento alla vita “normale” nel nostro Paese. Nonostante le numerose
modifiche, il problema del sistema europeo resta sempre quello di una disparità nella
redistribuzione delle responsabilità di accoglienza tra gli stati UE (sono soprattutto i
Paesi del Sud-Europa che devono far fronte ai maggiori flussi migratori, per ovvi motivi di
esposizione sul mare: dunque noi, la Grecia, la Spagna il Portogallo…). Inoltre, tale meccanismo
limita fortemente le preferenze di soggiorno del singolo migrante (capita spesso di sentire di
migranti che sbarcano in Italia, ma vorrebbero raggiungere i propri familiari in Francia,
Germania, Svezia…le normative attuali non lo consentono).

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2) Sebbene vi siano stati numerosi tentativi di abolizione dei controlli alle frontiere tra gli Stati UE
per favorire la circolazione di capitali, merci e persone (in particolare grazie agli accordi di
Schengen, 1985-1996), tuttavia le politiche dell’Unione hanno sempre faticato a svincolarsi da un
sistema basato sulla protezione e sul rafforzamento delle frontiere, anziché promuovere una
progressiva integrazione degli Stati e quindi anche dei propri cittadini-migranti.

3) I differenti approcci nazionali sia nei confronti della sorveglianza delle frontiere sia per quanto
riguarda l’accoglienza e il processo di integrazione dei migranti, condizionati dalla differente
esposizione dei flussi di arrivo e dai vincoli politico-sociali locali, generano difficoltà nel
programmare direttive e programmi di indirizzo comune.

4) Un elemento fondamentale che in un sistema democratico è segno concreto di partecipazione
è il diritto di voto. La difficoltà nell’ampliare l’attribuzione della cittadinanza nazionale ed
europea ai cittadini stranieri stabilmente residenti in uno Stato membro, e dunque la facoltà di
partecipare mediante un elettorato attivo e passivo, rende più faticoso il processo di integrazione
e di creazione di una “casa comune”.

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PROPOSTE DI ATTIVITÀ

         Per riflettere sul tema dei nazionalismi può essere utile il gioco di ruolo “Robusta
          Costituzione!” presentato a pagina 24 del faldone del 2010/2011. Si possono dividere i
          partecipanti all’incontro in 6 gruppi, a ogni gruppo è assegnato un Paese e quindi un
          profilo (ogni profilo è già descritto nella spiegazione del gioco). L’obiettivo finale è scrivere
          una “costituzione europea” tutti insieme, rispettando le peculiarità di ogni Paese, ma
          cercando una mediazione sui diversi temi.

          Il gioco è strutturato in tre fasi:

     1.   Gli Stati girano tra i diversi stand (chiamati “luoghi”), nei quali i gruppi superando delle
          prove possono far crescere e sviluppare il proprio Paese.
     2. Si scrive la propria “costituzione europea”
     3. Si avvia il confronto tra tutti i gruppi per trovare la mediazione

     Per i dettagli e i materiali utili rimandiamo sempre alla scheda.

L’attività è utile per capire come nascono i nazionalismi e come può essere arricchente il
confronto tra Paesi diversi, anche se è difficile e richiede tempo.

         Inoltre un video utile per presentare l’incontro e dare una panoramica dei partiti più
          nazionalisti è:
          https://www.youtube.com/watch?v=dHB1uQo84O4
         Per capire come gli arrivi dei migranti in Europa hanno evidenziato delle criticità nelle
          norme che regolano l’UE, è utile prima di tutto azzerare i pregiudizi.
          Quali sono i pregiudizi più comuni? E noi come ne siamo influenzati?
          Vi proponiamo una lista di 6 affermazioni di alcuni parlamentari europei sul tema
          dell’immigrazione.
          Disponete le sedie in fila, tante quante sono i partecipanti all’incontro.
          Dopo la lettura di ogni affermazione verrà chiesto ai partecipanti di sedersi; i posti da
          destra verso sinistra indicheranno un livello di gradimento della frase che è stata appena
          letta. (ultime sedie a destra  sono d’accordo, ultime sedie a sinistra  per niente
          d’accordo)
          È possibile cambiare posto durante la fase di discussione, cercando di far capire agli altri
          quanto si è convinti o non convinti rispetto all’affermazione pronunciata.

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Consigliamo la lettura di questo articolo, che riporta dati e grafici interessanti, per vincere
       i nostri pregiudizi:
       http://www.internazionale.it/opinione/jacopo-ottaviani/2015/09/17/luoghi-comuni-
       immigrazione-grafici

           Affermazione                   Parlamentare                         Paese

         “Siamo radicalmente
     contrari a qualsiasi quota di
      immigrazione imposta da                                                 Francia
                                           Marine Le Pen
         Bruxelles. I Paesi sono
        sovrani e ognuno deve
           poter decidere chi
              accogliere.”

     "L'Europa non è chi si volta
         da un'altra parte, chi
     appicca il fuoco ai campi di       Jean-Claude Juncker
       raccolta. L'Europa sono i          (Presidente della                Lussemburgo
     ragazzi di Kos che portano i      Commissione europea)
        panini ai siriani, chi ha
       applaudito il loro arrivo
      nella stazione di Monaco."

     “Abbiamo bisogno di una          Martin Schulz (Presidente             Germania
     suddivisione equa e giusta       del Parlamento europeo)
           dei profughi.”

         “Se proprio dobbiamo
       accogliere immigrati, che                                               Italia
                                           Matteo Salvini
      siano di religione cristiana.
     In attesa di bloccare questa
        invasione organizzata."

     "L'immagine dei profughi
     marchiati alla frontiera tra                                              Italia
                                            David Sassoli
     Austria e Repubblica Ceca
      ha provocato profonda
           indignazione."

      “Non possiamo gestire la
           nostra politica
          d'immigrazione
       continuando ad essere                Nigel Farage                   Regno Unito
        membri dell'Unione
       europea, mantenendo
     aperta una porta a mezzo
        miliardo di persone.”

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LINK UTILI:

Ecco qualche materiale utile ad approfondire i concetti qui trattati:

RIPARTIZIONE DEI MIGRANTI NELL’UE
http://www.internazionale.it/notizie/2015/05/14/quote-migranti-agenda-grafico

FORTRESS EUROPE - BLOG DI GABRIELE DEL GRANDE
http://fortresseurope.blogspot.it

MECCANISMO DI DUBLINO III
http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2013:180:0031:0059:EN:PDF

UE E PARTECIPAZIONE
http://www.integrazionemigranti.gov.it/Attualita/IlPunto/approfondimento/Pagine/Partecipazio
ne%20e%20Cittadinanza/Unione%20Europea%20par.aspx

IL RITORNO DEI NAZIONALISMI
https://www.youtube.com/watch?v=dHB1uQo84O4

La questione delle migrazioni, tuttavia, è e rimarrà ancora a lungo di grande attualità. La fonte
migliore di informazione, anche per trarre spunti per attività, probabilmente è fornita dai
giornali: sfogliamoli, cerchiamo storie, per poter comprendere tramite l’esperienza dei migranti
ciò che spesso rischia di rimanere solo un insieme di nozioni teoriche sui vari permessi di soggiorno
e le politiche di accoglienza o respingimento dei migranti.

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