OSCAR ROMERO "Se mi uccidono risusciterò nel popolo di El Salvador"

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OSCAR ROMERO "Se mi uccidono risusciterò nel popolo di El Salvador"
OSCAR ROMERO
              “Se mi uccidono risusciterò nel popolo di El Salvador”

Oscar Arnulfo Romero temeva la morte e non si sentiva un eroe.
Arcivescovo della capitale di El Salvador al tempo in cui il piccolo stato centroamericano era
lacerato dalla guerra civile, nel suo ultimo passaggio a Roma (gennaio 1980) confidò al cardinale
Moreira Neves che sarebbe stato ucciso presto, anche se non sapeva se dalla Destra o dalla Sinistra;
ma non chiese un posto in Vaticano per salvarsi e tornò alla sua diocesi di San Salvador.
Un mese prima del suo assassinio scriveva:
“Ho paura per la violenza verso la mia persona. Sono stato avvertito di serie minacce. Temo per la
debolezza della carne ma chiedo al Signore che mi dia serenità e perseveranza… Gesù Cristo
assistette i martiri e, se necessario, lo sentirò più vicino nell’affidargli il mio ultimo respiro. Ma più
prezioso che il momento di morire è affidargli tutta la vita, vivere per Lui”.
Le sue omelie terminavano con i “Fatti della settimana”: un dettagliato resoconto (con nomi e
cognomi di vittime e persecutori) di terribili omicidi, torture e violenze di ogni genere nei confronti
del popolo e degli operatori della Chiesa che ne prendevano le difese. Il 23 marzo, di fronte
all’orrore di decine di morti innocenti, saccheggi e soprusi di “una settimana tremendamente
tragica” pronunciò le parole che gli valsero la condanna a morte da parte di chi da esse sentiva
minacciato il proprio potere.
Oscar Romero è stato ucciso sull’altare, durante la Consacrazione, mentre celebrava la Messa
nella cappella dell’ospedale il 24 marzo del 1980.
Poco prima, nell’omelia aveva pronunciato queste parole:
“Chi si consegna, per amore verso Cristo, agli altri, questi vivrà come il seme di grano che muore,
però che muore solo apparentemente. Se non morisse resterebbe solo. Se il raccolto si da invece
perché il seme muore, allora il seme si lascia immolare su questa terra, perché solo così produce il
raccolto. Vinta la morte i figli di Dio resusciteranno in Cristo.
Tutto lo sforzo per migliorare una società, soprattutto quando è sprofondata nell’ingiustizia e nel
peccato, è uno sforzo che Dio benedice, vuole, esige. Vale la pena lavorare affinché tutte queste
aspirazioni di giustizia, di pace e di bene che abbiamo ora su questa terra, li possiamo formare
nell’illuminazione di una speranza cristiana. Questa Eucaristia è precisamente un atto di fede: con
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fede cristiana pare che in questo momento la voce di diatriba si converta nel corpo del Signore che
si è offerto per la redenzione del mondo e che in questo calice il vino si trasforma nel calice che fu
il prezzo della salvezza. Che questo corpo immolato e questo sangue sacrificato per gli uomini ci
alimenti anche per offrire il nostro corpo e il nostro sangue alla sofferenza e al dolore, come
Cristo, non per noi stessi, ma per dare un messaggio di giustizia e di pace al nostro popolo.”.
Aveva memorizzato e interiorizzato i documenti di Papa Paolo VI il cui magistero era decisivo
per lui. Nel 1977 scriveva: “Alcuni tendono a radicalizzarsi e a far uso della violenza come
risposta, il che la Chiesa non può accettare e condanna… Ci preoccupa pure la durezza di cuore di
quelli che potrebbero fare qualcosa di più per la tremenda miseria del nostro popolo… I nostri
appelli alla non violenza e a una vita e giustizia cristiane basate sul Vangelo e sul magistero della
Chiesa sono attaccati pubblicamente e anonimamente da chi si sente colpito. Ci consola pensare
che la nostra attività è conforme al Vangelo e a quanto la Chiesa universale ha proclamato…”.
Romero era un uomo semplice, gli piaceva guardare i cartoni animati in TV. Ma aveva la
semplicità e la chiarezza di Gesù. Si occupava dei poveri e degli oppressi perché aveva letto il
Vangelo. Era critico contro le violenze di destra e di sinistra convinto che al di sopra delle tragedie,
del sangue e della violenza, c’è una parola di fede e di speranza che ci dice: “C’è una via d’uscita…
Noi cristiani possediamo una forza unica”.
È venerato dagli anglicani. A Westminster, sul frontone della cattedrale, c’è una sua statua,
accanto a quella di Martin Luther King. Fu proposto al Nobel per la Pace nel 1979 (quell’anno il
premio andò a Madre Teresa di Calcutta).
Nel 1983, in visita in El Salvador, Papa Wojtyla, contro la volontà del Governo fece deviare il
percorso dell’auto che lo portava e si impose per lasciare il corteo ed andare a pregare sulla tomba
di Romero. Davanti alla Cattedrale il Papa attese 10 minuti prima che qualcuno arrivasse con le
chiavi.
Nel 2000 Giovanni Paolo II alla celebrazione dei nuovi martiri al Colosseo lo citò dicendo
“Pastori zelanti come l’indimenticabile arcivescovo Oscar Romero, assassinato sull’altare durante
la celebrazione del Sacrificio Eucaristico”.
Nel 2010 il parlamento di El Salvador ha decretato il 24 marzo “Giorno di mons. Oscar Arnulfo
Romero”.
Il mandante dell’omicidio è stato individuato nel leader dell’estremismo di Destra.
I quattro sicari sull’auto da cui venne sparato il colpo di fucile letale non sono ancora noti.

In occasione dei “Dialoghi di Pace 2011” (vedi relativa sezione su www.parrocchiamilanino.it LA
SCOSSA IN VETRINA) sono stati letti stralci della sua più celebre omelia: quella pronunciata nella
Cattedrale di San Salvador il 23 marzo 1980.
Di questa è facile trovare l’appello finale. Più difficile è averne l’intero testo, lo proponiamo nella
traduzione di Donata Marocchi, pubblicata in

Oscar Romero
Il mio sangue per la libertà di El Salvador
Le omelie dell’Arcivescovo
Eurostudio, Milano, 1980

Disponibile presso il Centro di Documentazione San Fedele dei Gesuiti di Milano
Piazza San Fedele 4 - 20121 Milano

Le evidenziature sono una sorta di personale lettura per vivacizzare graficamente la pagina e dire al
lettore sconosciuto: “queste parole mi hanno colpito, mi dicono qualcosa di te e di me”…

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In nome di Dio vi prego, vi scongiuro,
                                        vi ordino: non uccidete!
                                        Soldati, gettate le armi...

                                            Chi ti ricorda ancora,
                                               fratello Romero?
                                             Ucciso infinite volte
                                    dal loro piombo e dal nostro silenzio.

                                           Ucciso per tutti gli uccisi;
                                                 neppure uomo,
                                         sacerdozio che tutte le vittime
                                              riassumi e consacri.

                                         Ucciso perché fatto popolo:
                                            ucciso perché facevi
                                              cascare le braccia
                                               ai poveri armati,
                                        più poveri degli stessi uccisi:
                                     per questo ancora e sempre ucciso.

                                       Romero, tu sarai sempre ucciso,
                                          e mai ci sarà un Etiope
                                          che supplichi qualcuno
                                              ad avere pietà.

                                         Non ci sarà un potente, mai,
                                                che abbia pietà
                                           di queste turbe, Signore?
                                        nessuno che non venga ucciso?

                                           Sarà sempre così, Signore?

David Maria Turoldo

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IL MIO SANGUE PER LA LIBERTÀ DI EL SALVADOR
Omelia della 5a domenica di Quaresima, 23 marzo 1980

Condividono con noi questa celebrazione della parola di Dio e dell’Eucarestia i nostri fratelli che
compongono una missione ecumenica che visita El Salvador in questi giorni per rendersi conto della
nostra situazione riguardo ai diritti dell’uomo.
Sentiamo in essi la solidarietà del Nord America nella sua componente cristiana e così
comprendiamo come il Vangelo possa illuminare le diverse forme di società.
A loro la nostra gratitudine e che questi giorni che passano fra di noi siano sommamente benefici
per riaffermare il comune impegno cristiano. Vediamo che il nostro sforzo è compreso ed
appoggiato da tutti coloro che si illuminano veramente con la luce del vangelo.
Vogliamo salutare, inoltre, i radioascoltatori di YSAX che per tanto tempo hanno atteso questo
momento che, grazie a Dio, è arrivato. La radio funziona di nuovo, anche se non ignoriamo il
rischio che corre la nostra povera emittente per essere strumento e veicolo della verità e della
giustizia. Ma sappiamo che bisogna correre rischi perché dietro a questo rischio c’e tutto un popolo
che appoggia la parola di verità e di giustizia.
Mi fa felice contare anche, questa mattina, sulla collaborazione di Radio Noticias del Continente
che sta portando, dalla nostra emittente, come le domeniche passate, la nostra voce all’America
Latina. È con noi il giornalista Demetrio Olaziregui, che ci ha raccontato di una bomba che è
scoppiata nello studio radio di quella emittente in Costa Rica. Si trattava di varie cariche di dinamite
che hanno distrutto il muro di un edificio di due piani e tutti i vetri. La radio è stata in silenzio per
un po’, ma poi ha ripreso a funzionare ed ora sta fornendoci questo meraviglioso servizio.
Il giornalista ci dice che l’omelia continuerà ad essere trasmessa e che ci sono domande di
collegamento dal Venezuela, dalla Columbia ed anche dal Brasile. Quella emittente ha ricevuto
centinaia di lettere che confermano che si sente benissimo quest’onda in Honduras, in Nicaragua e
in molte altre parti. È dunque per rendere grazie a Dio che il messaggio, che non vuole essere altro
che un modesto riflesso della parola divina, trova canali meravigliosi per propagarsi ed arrivare a
molti uomini e dire loro che questa Quaresima è una preparazione per la nostra Pasqua. Già di per
sé la Pasqua è grido di vittoria, e niente può spegnere quella vita che Cristo resuscitò: né la morte,
né tutti i segni di odio contro di Lui, né contro la sua Chiesa potranno vincere.
Così come Cristo fiorirà in una Pasqua di Risurrezione, è necessario accompagnarlo in questa
Quaresima, in una Settimana Santa che è croce, sacrificio,martirio. Come Egli diceva: “Fortunati
quelli che non si scandalizzano della loro croce!”
La Quaresima è dunque un richiamo a celebrare la nostra redenzione in questo difficile insieme di
croce e di vittoria. Il nostro popolo ha ora molte possibilità, tutto ci parla di croce; ma coloro che
hanno fede e speranza cristiana sanno che dietro a questo calvario di El Salvador c’è la Pasqua, la
resurrezione. È questa la speranza del popolo cristiano.
Ho cercato durante queste domeniche di Quaresima di scoprire nella rivelazione divina, nella Parola
che si legge alla messa, il progetto di Dio per salvare i popoli e gli uomini; per cui oggi, nel
momento in cui si presentano diversi progetti storici per il nostro popolo, possiamo assicurare che
conseguirà la vittoria quello che meglio rispecchia il progetto di Dio. Questa è la missione della
Chiesa. Alla luce della Parola che rivela il progetto di Dio per la felicità dei popoli abbiamo il
dovere, cari fratelli, di indagare anche la realtà, vedere come si rispecchia fra noi, oppure come
viene disprezzato fra noi il progetto di Dio. Nessuno se ne abbia a male se alla luce delle parole
divine che vengono lette durante la nostra messa illuminiamo le realtà sociali, politiche,
economiche; se non facessimo così, non ci sarebbe cristianesimo per noi. Cristo ha voluto incarnarsi
perché questa luce che Egli Trae dal Padre si faccia vita per uomini e popoli.
So che ci sono molti che si scandalizzano per queste parole e mi accusano di aver abbandonato la
predicazione del vangelo per occuparmi di politica. Non accetto questa accusa, anzi faccio uno
sforzo affinché quello che il Concilio Vaticano II, le Conferenze di Medellin e di Puebla hanno
voluto insegnarci non rimanga solo negli scritti, non venga studiato solo in teoria, ma lo viviamo e
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lo riportiamo nella nostra conflittuale realtà. Perciò ho chiesto al Signore, durante tutta la settimana,
mentre recepivo il clamore del popolo ed il dolore per così gravi crimini, per l’ignominia di tanta
violenza, di concedermi la parola giusta per consolare, per denunciare, per chiamare al pentimento.
Benché continui ad essere una voce che implora nel deserto, la Chiesa prosegue lo sforzo per
compiere la sua missione.
Durante le domeniche di Quaresima abbiamo dunque visto questo programma di Dio che si
potrebbe sintetizzare così: Non c’è peccato che non possa essere perdonato, non c’è inimicizia che
non si possa riconciliare quando c’è conversione e ritorno sincero al Signore. Questa è la voce della
Quaresima!
Alla luce delle parole divine di oggi presenterò questa riflessione con questo titolo:

La Chiesa è un servizio di liberazione personale, comunitaria, trascendente.

Questi tre aggettivi caratterizzano i tre pensieri dell’omelia di oggi:
     1) La dignità della persona è la prima che si deve salvaguardare.
     2) Dio vuole salvare tutto il popolo
     3) La trascendenza dà alla liberazione la sua dimensione vera e definitiva.
Non c’è immagine più bella di quella di Gesù che salva la dignità umana quando ha davanti a sé
l’adultera, umiliata perché è stata scoperta in flagrante adulterio. Vogliono sia lapidata. E Gesù,
dopo aver rinfacciato, senza dire parola, il peccato dei giudici, chiede alla donna: “Nessuno ti ha
condannata?” “ Nessuno, Signore” “Nemmeno io ti condannerò, ma non peccare più”.
Fortezza e tenerezza. La dignità umana prima di tutto. Era un problema legale ai tempi di Gesù. Nel
Deuteronomio qualsiasi donna sorpresa in adulterio doveva morire e se c’era la possibilità di
discutere il tipo di morte discutevano i farisei e i saggi: “lapidazione o strangolamento?” Ed a
questo si riferisce la domanda: “Questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio, la nostra legge
dice che deve morire, tu che cosa dici? Secondo le disposizioni attuali, come dobbiamo ucciderla?”
A Gesù non interessavano i dettagli legali.
La grande risposta della sua sapienza è stata: “Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra”.
Ha toccato le coscienze. Erano i testimoni, secondo le leggi antiche, quelli che dovevano tirare la
prima pietra. Ma i testimoni, guardando la loro coscienza, sentivano di essere testimoni del loro
peccato. La dignità della donna è salva.
Dio non salva il peccato, ma la dignità di una donna sommersa nel peccato. Egli ama, è venuto
proprio per salvare i peccatori e qui ne abbiamo un esempio. Convertire è molto meglio che
lapidare. Perdonare e salvare è molto meglio che condannare. La legge deve essere un servizio alla
dignità umana e non un falso legalismo col quale si calpesta l’onore delle persone.
Dice il Vangelo con stupendo realismo: se ne andarono, cominciando dai più vecchi.
Si passa la vita ad offendere Dio e gli anni che avrebbero dovuto servirci per rafforzare questo
compromesso con l’umanità, con la dignità dell’uomo, si sprecano rendendo ogni volta più ipocrita
la vita, nascondendo i peccati che aumentano con l’età.
Bisogna tener presente ciò, cari fratelli, perché oggi è molto facile, come i testimoni dell’adultera,
incolpare e chiedere giustizia. Quanto poco si guarda la propria coscienza! Com’è facile denunciare
l’ingiustizia delle strutture, la violenza delle istituzioni, il peccato sociale! E queste sono cose vere:
ma dove sono le sorgenti di questo peccato sociale? Nel cuore di ogni uomo. La società attuale è
come una specie di società anonima in cui nessuno vuole addossarsi colpe e tutti sono responsabili.
Tutti siamo peccatori e tutti abbiamo messo il nostro granello di sabbia in questa mole di crimini e
violenze.
Perciò la salvezza comincia dall’uomo, dalla dignità dell’uomo. Bisogna strappare dal peccato ogni
uomo. In Quaresima è questo il richiamo di Dio: convertitevi individualmente. Non ci sono qui, fra
tutti i presenti, due peccatori uguali. Ognuno di noi ha ne proprie colpe e vogliamo rinfacciarle agli
altri per nascondere le nostre. È necessario che mi tolga la maschera, anch’io sono uno di quelli e

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voglio chiedere perdono a Dio ed alla società. Questo è il richiamo di Cristo: la persona prima di
tutto!
Come starebbe bene qui un capitolo sulla promozione della donna da parte del cristianesimo! Se la
donna ha ottenuto posizioni simili a quelle dell’uomo, lo si deve largamente al vangelo di Gesù
Cristo. Ai tempi di Gesù ci si meraviglia che egli parlasse con una samaritana perché la donna era
indegna di parlare con un uomo. Gesù sa che tutti siamo uguali: non c’è greco o giudeo, uomo o
donna, tutti siamo figli di Dio. La donna dovrebbe essere doppiamente grata al cristianesimo perché
Cristo, col suo messaggio, è Colui che ha promosso la grandezza della donna. E di che altezza sono
capaci questi doni femminili, che spesso a causa del maschilismo sono stati deprezzati.
Anche i testimoni hanno capito che la redenzione comincia dalla dignità umana e che prima di
essere giudici che amministrano la giustizia devono essere uomini onesti e devono poter dare con
limpida coscienza una sentenza.
Bisogna fare particolare attenzione a questo vangelo: Quale delicatezza vive in Gesù. Per quanto
peccatore sia un uomo, Egli lo considera figlio di Dio, immagine del Signore. Non condanna, ma
perdona. Non è consenziente nel peccato, è forte per resistere al peccato, ma sa condannare il
peccato e salvare il peccatore.
Per non stancarvi, cari fratelli, non sto a leggervi tutto il ricco contenuto del documento di Puebla in
una delle sue basi teologiche. Sono tre i profili teologici di Puebla: la verità su Cristo, la verità sulla
Chiesa e la verità sull’uomo.
Parlando dell’uomo, noi vescovi del continente americano a Puebla abbiamo parlato delle false
visioni della terra che l’uomo adduce a seconda dei suoi interessi: soprattutto quelle che fanno
dell’uomo uno strumento di sfruttamento, o quelle che fanno dell’uomo, nelle ideologie marxiste,
solo una rotella dell’ingranaggio economico, o quelle che fanno della Sicurezza Nazionale
l’immagine dello stato, come se lo stato fosse il padrone e l’uomo lo schiavo. L’uomo deve essere
in cima a tutta l’organizzazione umana per promuovere l’uomo.
Noi Vescovi dell’America Latina ci siamo dunque impegnati: “Professiamo che qualsiasi uomo e
qualsiasi donna, per quanto insignificanti sembrino, hanno in sé una nobiltà inviolabile che essi
stessi e gli altri devono rispettare e far rispettare senza condizioni. Ogni vita umana merita per sé
stessa, in qualsiasi circostanza, la sua dignità. Qualsiasi convivenza umana deve basarsi sul bene
comune, che consiste nella realizzazione sempre più fraterna della comune dignità, il che esige che
gli uni non vengano strumentalizzati in favore degli altri”
Questa è la base della nostra sociologia, quella che abbiamo imparato da Cristo nel suo vangelo: è
l’uomo prima di tutto che bisogna salvare ed è il peccato individuale la prima cosa di cui dobbiamo
occuparci. I nostri conti con Dio, le nostre relazioni individuali con Lui, pongono le basi per tutto il
resto.
Falsi liberatori sono quelli che rendono l’anima schiava del peccato e per questo a volte sono tanto
crudeli, perché non sanno né amare né rispettare la persona umana.
Il secondo pensiero passa dall’individuale al comunitario. Nelle letture di oggi è bello osservare che
Dio vuole salvare gli uomini come popolo. È tutto il popolo che Dio vuole salvare.
La prima lettura di oggi, i famosi inni d’Isaia, presentano un Dio che parla col popolo; è il dialogo
di Dio con una “personalità collettiva” (come se si parlasse di una persona); Dio parla con un
popolo e di questo popolo Dio fa il suo popolo, perché ad esso affida promesse, rivelazioni che
serviranno poi a tutti gli altri popoli.
Fate attenzione, cari fratelli, che nella storia della Bibbia, del Vecchio Testamento, ci sono concetti
che si riferiscono unicamente al “popolo di Dio” e ce ne sono altri che si riferiscono al popolo nel
senso comune, al popolo naturale. Molte volte i profeti rimproverano la gente d’Israele perché si
vantava di discendere da Abramo e non di obbedire a Dio e di credere in Dio. I credenti, questo
numero limitato, erano e sono il vero Popolo di Dio.
Ne abbiamo un esempio questa mattina. Negli Stati Uniti c’è un gruppo di cristiani che non sono
tutti gli Stati Uniti così come in El Salvador pure c’è un gruppo della Chiesa che non è tutto El
Salvador. E quando io come Pastore mi rivolgo al popolo di Dio, non pretendo di essere un maestro
per tutto El Salvador, ma di essere al servizio di un nucleo che si chiama la Chiesa, l’Arcidiocesi, di
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coloro che voglio servire Cristo e riconoscere nel vescovo il maestro che parla in nome di Cristo.
Da loro attendo rispetto, obbedienza, con loro mi sento molto unito e non mi stupisce che coloro
che non sono Popolo di Dio, benché siano dentro la Chiesa, mi critichino, mormorino contro di me.
Costoro non sono popolo di Dio, quantunque siano battezzati, quantunque vengano a messa ma non
seguono gli insegnamenti del Vangelo, le applicazioni concrete della nostra pastorale. Noi ci
rivolgiamo al Popolo di Dio come al nucleo dei salvadoregni che credono in Cristo e che vogliono
seguirlo fedelmente e si alimentano della sua vita, dei suoi sacramenti, attorno ai suoi pastori.
Questo popolo di Dio si sussegue nella storia.
Ricordate quanto dice la prima lettera di oggi: “Voi vi fate vanto del primo esodo, quando vi ho
tratti dall’Egitto, quando attraversavate il deserto. Quante meraviglie avvennero durante quel
viaggio con Mosè! Ma non gloriatevi più di questo passato, già fa parte della storia, io faccio cose
nuove”. Che splendida frase! È Dio che fa le cose nuove ed è Dio che va con la storia.

Ogni paese vive il proprio “esodo”

Oggi anche El Salvador vive il proprio esodo, oggi pure noi stiamo attraversando un deserto
cosparso di cadaveri, in cui un dolore angoscioso ci sta stremando. Molti provano la tentazione di
coloro che camminavano con Mosè: tornare indietro e non collaborare.
La grazia del Cristiano non sta nel fissarsi in tradizioni che non si possono ormai più sostenere, ma
nell’applicare la tradizione eterna di Dio alle realtà presenti.
La storia non finirà, la svolge Dio. Perciò dico: nella misura in cui i progetti storici cercano di
rispecchiare il progetto eterno di Dio, in questa misura divengono riflesso del Regno di Dio. Perciò
la Chiesa, popolo di Dio nella storia, non si situa in alcun sistema sociale, in nessuna
organizzazione politica, in nessun partito. La Chiesa non si lascia cacciare da nessuna di queste
forze perché essa è la pellegrina eterna della storia e va segnalando in tutti i momenti storici ciò che
veramente rispecchia e ciò che non rispecchia il Regno di Dio.
Il gran lavoro dei Cristiani deve essere questo: immergersi nel Regno di Dio e con questo spirito
collaborare anche ai progetti della storia. È bene che ci si organizzi in organizzazioni popolari, è
bene che si formino partiti politici, è bene che si prenda parte al governo, è bene che si porti il
riflesso del Regno di Dio e si cerchi di stabilirlo dove si lavora. È questo il grande obbligo degli
uomini di oggi. Miei cari cristiani, vi ho sempre detto e lo ripeterò sempre: da qui, dal gruppo
cristiano, dal Popolo di Dio, devono uscire gli uomini destinati ad essere i veri liberatori del nostro
popolo.
Qualsiasi progetto storico che non si basi sulla dignità della persona umana, sull’amore di Dio, nel
Regno di Cristo fra gli uomini, sarà un progetto effimero mentre sarà sempre più stabile quello che
rispecchia questo eterno disegno di Dio. Per questo bisogna essere grati alla Chiesa, cari fratelli
politici: non manipolare la Chiesa, per farle dire quello che Voi volete che dica.
Io non ho alcuna ambizione di potere e perciò con tutta libertà dico al potere ciò che è bene e ciò
che è male, ed a qualsiasi gruppo politico dico ciò che è bene e ciò che è male. È mio dovere.
Non abbiamo niente da mendicare da nessuno perché abbiamo molto da dare a tutti. E questa non è
superbia ma l’umiltà grata di chi ha ricevuto da Dio una rivelazione per comunicarla agli altri.
Infine il terzo pensiero tratto dalle letture di oggi è che il progetto di Dio per liberare il popolo è
trascendente. Che cos’è la trascendenza?
Nella storia, dal principio alla fine, Dio svolge un progetto e bisogna trovare la soluzione tenendo
conto di questa prospettiva di Dio perché sia efficace. Secondo questa prospettiva di Dio, come
appare nelle parole di oggi che sono state lette nella Bibbia, bisogna in primo luogo riconoscere che
Dio è il protagonista della storia; secondo, che si deve partire dalla redenzione dal peccato; terzo,
non rifiutare Cristo che è il cammino e la meta della vera liberazione. Lo troviamo nelle letture di
oggi, ed è questo il progetto che abbiamo studiato durante tutta la Quaresima.

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Fatti della settimana

Ad Anguilares abbiamo celebrato il terzo anniversario dell’assassino di p. Grande. Si nota che la
repressione ottiene i suoi effetti: c’era poca gente, c’è paura, è una zona sommamente martirizzata.
A Tejutlà, nel cantone di Los Martinez, abbiamo celebrato la festa del patrono del cantone e là mi
hanno consegnato una denuncia spaventosa. Il 7 marzo, a mezzanotte, arrivò un camion pieno di
militari, alcuni vestiti da civili ed altri in uniforme. Questi aprirono le porte, si introdussero in casa,
con violenza ne fecero uscire, colpendoli coi calci dei fucili ed a pedate, tutti i membri della
famiglia; violentarono quattro ragazze, colpirono selvaggiamente i loro genitori, li minacciarono di
ritorsioni se avessero parlato.
A Cojutepeque, il parroco p. Ricardo Ayala è stato vittima di una falsa denuncia. Arrivò alla Curia
questo telegramma, copia di un telegramma del Direttore della Guardia Nazionale al Capo di Stato
Maggiore: “Mi onoro trascrivere radiocomunicazione proveniente Guardia Nazionale Cojutepeque,
che dice: Signor Comandante, alla fine della settimana scorsa Ricardo Ayala, parroco chiesa San
Sebastiàn, si riunì con un gruppo di persone di ambo i sessi cantone San Andrés, giurisdizione
Monte San Juan questo dipartimento, dicendo loro che giorno 15 corrente partirà per Nicaragua o
Cuba per cercare rinforzi per continuare lotta in nostro paese”. Ridicolo, vero?
In un’altra comunità del dipartimento di Cuscatlan, a Candelaria, si denuncia che la Guardia
Nazionale dei cantoni di San Miguel, Nance Verde e San Juan Miraflores Arriba del comprensorio
di Candelaria Cuscatlàn, durante la sera ha catturato il giovane riservista Emilio Mejia che stava
andando con altre persone verso Cojutepeque. Venne portato al suo cantone San José La Ceiba,
dove quella stessa sera fu ucciso di fronte alla casa di Salvador Mejìa. Lì fu raccolto da sua madre
Carmen Martinez de Mejìa la mattina del giorno dopo e sepolto nel pomeriggio. Si dice che ciò sia
successo per un equivoco, poiché cercavano un’altra persona con lo stesso nome. Equivoco fatale.
È stato catturato a casa sua il signor Mejìa nel cantone San Juan Miraflores Arriba, davanti alla sua
sposa Pilar Raymundo de Mejìa; dopo essere stato sottoposto a maltrattamenti fu portato via da
casa. Il giorno seguente sua moglie lo trovò a duecento metri da casa, decapitato.
Sono stati catturati a casa loro, nel cantone San Miguel Nance Verde, Josè Cupertino Alvarado e le
sue figlie Carme Alvarado e Maria Josefa Alvarado. I loro cadaveri sono stati trovati dietro l’eremo
del Cantone San Juan Miraflores Arriba. Sono stati sepolti in una fossa comune il giorno seguente
dai loro familiari.
Al richiamo della nostra Curia per la perquisizione della casa dei Padri Belgi della Colonia Zacamil,
il Ministro della Difesa ha risposto: “Per quanto riguarda la perquisizione della casa menzionata,
desidero fornirle i seguenti dettagli:
1) Non c’era alcuna targa che la indicasse come casa di sacerdoti o come luogo di culto religioso. 2)
Non venne perquisita solo questa casa ma anche un’altra della zona, sulla quale pure si avevano
informazioni che imponevano indagini. 3) Quando ci si rese conto che la casa apparteneva a
sacerdoti e che non c’era nulla di compromettente, si sospese la perquisizione. 4) Non si esclude la
possibilità che dopo la perquisizione altre persone siano entrate nella casa allo scopo di fare danni e
far credere che la perquisizione sia stata violenta. Ammetto che, su richiesta, il corpo della Guardia
Nazionale non ha negato di aver effettuata la perquisizione; ho comunque ordinato di fare maggior
attenzione e di avere maggiore rispetto nei casi particolari, quali quello segnalato; ho inoltre chiesto
di essere consultato prima di agire”. Purtroppo i fatti dimostrano che le cose sono andate
diversamente.
Ci può essere stata confusione circa due fatti particolarmente gravi e per questo motivo la nostra
Segreteria d’Informazione ha preparato due dichiarazioni.
La prima si riferisce alla guardia di polizia torturata nella Cattedrale. La versione ufficiale è
ambigua. Dice che accorsero all’Arcivescovado il ed risultato fu negativo.
Il Bollettino spiega: “Il giorno 21 marzo, membri del FAPU sollecitarono l’Arcivesco affinché li
aiutasse a dare sepoltura ai diciassette cadaveri nella Cattedrale, perché temevano di essere assaliti
lungo la strada per il cimitero e perciò si vedevano obbligati a seppellirli nella Cattedrale.
L’Arcivescovo promise di ottenere delle garanzie per la sepoltura e le richiese attraverso il
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Ministero della Difesa, che mostrò attenzione al caso, concordando la partecipazione della Croce
Rossa Internazionale e sollecitando la partecipazione del Ministero della salute pubblica. Ai
rappresentanti delle organizzazioni FAPU e BPR vennero comunicati i passi compiuti
dall’Arcivescovo, ma questi non si sono messi d’accordo. Gli uni accettavano di portare i morti al
cimitero e gli altri dicevano che li avrebbero sepolti nella Cattedrale. Tanto i rappresentanti
dell’Arcivescovado quanto i membri della Croce Rossa Internazionale intendevano collaborare per
una sepoltura normale, ma non dissero che avrebbero favorito una manifestazione di denuncia che
si sarebbe svolta in seguito. Mentre si discutevano queste cose, il Direttore della Polizia Nazionale,
il Colonnello Reynaldo Lopez Nuila, sollecitò telefonicamente l’intervento dell’Arcivescovado
affinché gli occupanti della Cattedrale liberassero la guardia Miguel Angel Zuniga, che era stata
sequestrata dagli occupanti la Cattedrale. Immediatamente inviai un delegato alla Cattedrale, però
non venne preso in molta considerazione e gli fu detto che Zuniga non c’era. Il delegato con un
membro del Soccorso Giuridico si diresse all’Università di San Salvador per parlare con il
Coordinamento Rivoluzionario di Massa e li vennero informati che era certa la cattura del
poliziotto, ma che lo avevano già liberato. Assieme a rappresentanti della Croce Rossa
Internazionale si parlò anche della sepoltura dei cadaveri e durante questo incontro si decise solo
che quelli del BPR avrebbero sepolto i loro morti nel cimitero e quelli del FAPU nella Cattedrale.
Una commissione composta da sacerdoti e laici si presentò all’Ospedale Militare per parlare con
Miguel Angel Zuniga, il quale dichiarò che mentre passava davanti alla Cattedrale gli si
avvicinarono quatto individui armati di pistola mitragliatrice che lo portarono nella cripta della
Cattedrale, lopicchiarono, gli applicarono degli anelli di ferro al polso e alla mano e gli diedero
scariche elettriche e dolpi agli occhi ed allo stomaco per fargli confessare il nome dei suoi capi e dei
suoi compagni ed il numero dei veicoli. Uno di coloro che lo interrogavano gli inumidì gli occhi
con un liquido di color giallastro che gli provocò grande dolore e bruciore. Gli dicevano che gli
avrebbero fatto, se non collaborava, quello che avevano fatto alla gente di San Martìn e che
avrebbero ucciso sua madre. Gli mettevano le rivoltelle alla testa. Egli giurava su Dio a su sua
madre che non aveva mai torturato o fatto male ad alcuno. Alla fine lo portarono sulla via e lì
fermarono un taxi. Il medico che lo cura all’ospedale dice che al momento Zuniga non può vedere
ma che sperano possa recuperare la vista. Ha due dita immobilizzate a causa delle scariche
elettriche. Questo è il caso del poliziotto. In nessun modo approviamo una cosa talmente crudele. La
persona sta al di sopra delle ideologie e bisogna rispettarla.
Ecco l’altro caso che vogliamo chiarire.
La Chiesa Cattolica ha aperto le porte di quattro edifici di sua proprietà per proteggere i rifugiati
che sono dovuti fuggire dalle loro case per timore della violenza che colpisce molte zone del paese.
La nostra Chiesa è assolutamente convinta che proteggere con carità chi soffre è uno dei suoi
obblighi principali, senza tener conto del credo che professa, né del colore politico, né del suo modo
di pensare. Alla Chiesa basta che si tratti di una persona per accorrere in aiuto. In questo caso
concreto la Chiesa ha ceduto quattro locali, perché siano rifugio e non centro di indottrinamento
politico di alcun tipo, ed ancor meno perché siano campo d’allenamento militare (che invece di
proteggere la gente la esporrebbero al pericolo). Per questo ha chiesto alle organizzazioni popolari
di rispettare la funzione del rifugio, la finalità che è stata data ai locali. E di questo si è data notizia
anche alle autorità militari. La Chiesa sta realizzando questa opera umanitaria per mezzo della
Caritas, che è l’organismo ufficiale dell’Arcivescovado. Al di fuori della Caritas la Chiesa non
riconosce nessun altro organismo che rappresenti la sua azione caritatevole ufficiale. È ben chiaro
perciò che solo la Caritas rappresenta l’Arcivescovado per queste opere di beneficenza e di aiuto.
La Caritas è membro del CEAH, Comitato Ecumenico di Aiuto Umanitario, che a livello ecumenico
riunisce altre organizzazioni di carattere sociale, le quali però non rappresentano la Chiesa
Cattolica. L’Arcivescovado testimonia che la sua azione ha carattere umanitario e cristiano e se non
sempre si sono raggiunti i risultati desiderati non è stato per inerzia ma per non aver trovato la
comprensione e la collaborazione necessarie.

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Abbiamo vissuto una settimana tremendamente tragica

Non posso darvi i dati dal sabato scorso, il 15 marzo, ma in questa settimana si è registrata una delle
più forti e dolorose operazioni militari nelle zone di campagna; i cantoni interessati sono stati: La
Laguna, Plan de Ocotes, El Rosario ed il risultato dell’operazione è stato tragico. Molte fattorie
bruciate, azioni di saccheggio e, come sempre, cadaveri. A La Laguna hanno ucciso la coppia di
sposi Ernesto Navas, Audelia Mejìa de Navas ed i loro figlioletti Martin e Hilda di 13 e 7 anni, ed
inoltre undici campesinos.
Abbiamo poi dei morti senza nome: a Plan de Ocotes quattro campesinos, due bambini e due donne.
A El Rosario, tre campesinos ancora. Questo fu al sabato.
La domenica, otto giorni fa, ad Arcata vennero assassinati da quattro membri di Orden, i
campesinos Vicente Ayala, 24 anni, suo figlio Freddy e Marcellino Serrano. Quello stesso giorno,
nel cantone Calera de Jutiapa, fu assassinato il campesino Fernando Hernandez Navarro mentre
fuggiva dai militari.
Il 17 marzo fu un giorno tremendamente violento: sono state messe varie bombe nella capitale e
all’interno del paese. Nella sede del Ministero dell’Agricoltura i danni sono stati enormi.
All’università Nazionale il campus venne accerchiato militarmente fin dall’alba e l’assedio durò
fino alle sette di sera. Durante tutto il giorno si sentirono raffiche di mitragliatrice nella zona
universitaria. L’Arcivescovado intervenne per proteggere le persone che si trovavano all’interno.
Diciotto persone morirono all’azienda Colima, quindici erano campesinos.
Morirono pure l’amministrazione e l’enologo dell’azienda. Le forze armate affermano di essere
state provocate.
Per lo meno cinquanta persone morirono durante i gravi fatti di quel giorno. Nella capitale, sette
persone negli incidenti della Colonia Santa Lucia. Nelle vicinanze di Tecnillantas, cinque persone.
Nella sezione di raccolta della spazzatura, dopo il trasferimento di questa istituzione da parte della
forza militare, vennero localizzati i cadaveri di quattro operai catturati durante un’azione.
Al chilometro 38 della strada verso Suchitoto nel cantone Montepeque morirono sedici campesinos.
Quello stesso giorno furono catturati a Tecnillantes due studenti dell’UCA, due fratelli: Mario
Nelson e Miguel Alberto Rodriguez Velado. Il primo, dopo quattro giorni di detenzione illegale fu
consegnato ai tribunali, non così suo fratello che è ferito e tuttora detenuto illegalmente. Il Soccorso
Giuridico è intervenuto a sua difesa.
Amnesty Inernational ha emesso un comunicato stampa nel quale ha descritto la repressione dei
campesinos, specialmente nella zona di Chalatenango.
In una conferenza stampa tenutasi a Managua, Patricio Fuentes, portavoce del Progetto di azione
speciale per il Centro America di Amnesty ha assicurato che durante due settimane di indagini che
condusse a El Salvador potè provare l’avvenuta uccisione di ottantadue perseguitati politici, fra il
10 ed il 14 marzo. Segnalò che Amnesty International condannò recentemente il governo di El
Salvador considerandolo responsabile di 600 assassinii politici. Il Governo salvadoregno si difese
dalle accuse argomentando che il rapporto di Amnesty si basava su supposizioni; ma noi abbiamo
provato che in El Salvador si violano i diritti umani ancor più che nel Cile, dopo il colpo di stato. Il
Governo salvadoregno disse pure che i 600 morti erano stati causati dallo scontro armato fra truppe
dell’esercito e guerriglieri. Fuentes disse che durante la sua permanenza ad El Salvador potè vedere
che prima e dopo le uccisioni ci furono torture.
Il portavoce di Amnesty disse che i cadaveri delle vittime, come caratteristica, avevano i pollici
legati dietro le spalle. Misero pure sui cadaveri dei liquidi corrosivi per evitare l’identificazione
delle vittime da parte dei familiari, in modo da ostacolare denunce di carattere internazionale.
Tuttavia i morti sono stati identificati dopo l’esumazione dei cadaveri. Fuentes disse che la
repressione dell’esercito salvadoregno ha come scopo di smantellare l’organizzazione popolare
mediante l’assassinio di dirigenti, sia nelle città che nelle campagne.
Nell’area rurale, secondo il portavoce di Amnesty, per lo meno 3.500 campesinos sono fuggiti dai
luoghi d’origine verso la capitale, per mettersi in salvo dalla persecuzione: “Abbiamo liste complete
a Londra ed in Svezia di giovani e donne che sono stati assassinati solo per il fatto di essersi
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organizzati”, assicurò Fuente. Egli disse che Amnesty International, che è un’organizzazione
umanitaria, non si identifica con governi, con organizzazioni, con persone, né pretende di far cadere
il governo, ma combatte perché vengano rispettati i diritti umani in qualsiasi parte del mondo, ed in
particolare dove maggiormente sono minacciati o calpestati. Questo conferma dunque quanto
stiamo dicendo su questa settimana spaventosa.
Vorrei fare, a proposito di lunedì 17 marzo, tanto violento, un’analisi di quella che fu forse la causa
di queste violenze: lo sciopero generale dichiarato dal Coordinamento Rivoluzionario di Massa.
Il suo fine era di protestare contro la repressione e domenica scorsa dissi che era un fine legittimo:
si tratta di denunciare un fatto che non si può tollerare.
Ma lo sciopero aveva pure uno scopo politico, quello di dimostrare che la repressione invece di
intimidire le organizzazioni popolari le sta irrobustendo, e quello di denunciare l’attuale Governo,
che ha bisogno della repressione violenta per venire a capo delle sue riforme, riforme che per
diversi motivi non sono accettabili dalle organizzazioni popolari.
Lo stato d’assedio e la disinformazione cui ci costringono sia i comunicati ufficiali che la maggior
parte dei mezzi di comunicazione non permettono tuttavia di misurare con obiettività la portata
dello sciopero nazionale. Radio straniere hanno parlato di una partecipazione del 70%, che sarebbe
una percentuale altissima e potrebbe essere considerata un notevole trionfo. Anche considerando gli
stabilimenti che hanno chiuso per paura sia delle azioni della sinistra sia di quelle minacciate dalla
destra e dal Governo alla mattina del lunedì, non si può negare che la forza dimostrata dal
Coordinamento nel campo dei lavoratori è stata grande. Il Coordinamento non è forte solo nelle
campagne ma anche nelle fabbriche e nelle città.
È probabile che si siano commessi errori, ma ciò nonostante si può ritenere che lo sciopero abbia
rappresentato un passo avanti nella lotta popolare ed abbia dimostrato che la sinistra è in grado di
paralizzare l’attività economica del paese. La risposta del Governo allo sciopero è stata dura. Ciò è
dimostrato non solo dalle pattuglie in città e dalla sparatoria contro l’Università di San Salvador, ma
anche e soprattutto, dalle morti che hanno causato. Non meno di dieci operai sono stati uccisi nelle
fabbriche da agenti dei corpi di sicurezza; tre lavoratori del Municipio furono assassinati dopo
essere stati arrestati da agenti della Polizia d’Azienda. E questa è una denuncia precisa dello stesso
Municipio della capitale.
A questi morti se ne aggiunsero altri lo stesso giorno e si arrivò ad almeno sessanta secondo alcuni,
mentre altri dicono più di 140. Nelle campagne l’interruzione del lavoro è stata accompagnata da
azioni militari da parte di alcune organizzazioni popolari, come a Colina, San Martin e Suchitoto. Si
può dubitare della convenienza tattica di queste azioni, ma questa possibile inopportunità non
giustificava l’azione repressiva del governo.
Il Coordinamento ha certamente fatto degli sbagli e ha molto da fare per presentarsi come
un’alternativa coerente di potere rivoluzionario democratico. Dio voglia che valuti e perfezioni un
atteggiamento che sia veramente popolare e che non trovi, con alcuni gesti illogici, il rifiuto dello
stesso popolo.
Non è che questi errori siano sovversivi, o provocati da risentimenti sociali: avvengono perché non
si permette loro uno sviluppo politico normale. Sono perseguitati, massacrati, messi in difficoltà nel
lavoro di organizzazione, nel loro intento di ampliare il contatto con altri gruppi democratici. Quello
che si ottiene è la loro radicalizzazione e la loro disperazione. In queste circostanze è difficile non
buttarsi in attività rivoluzionarie, nella battaglia. Il meno che si può dire è che il paese sta vivendo
una fase pre-rivoluzionaria e non assolutamente una fase di transizione.
La questione fondamentale è come uscire nel modo meno violento da questa fase critica.
A questo punto la responsabilità maggiore è quella dei governanti civili e, soprattutto, militari.
Anche il Papa, a Roma, questa settimana ha contato le vittime che vi sono state in Italia a causa del
terrorismo ed ha deplorato gli ultimi dieci crudeli assassinii avvenuti nella Capitale. Se fosse qui,
anche il Papa si soffermerebbe, come stiamo facendo noi, a raccogliere giorno per giorno i dati su
queste morti atroci.
Il 18 marzo vennero localizzati i cadaveri di quattro campesinos morti in quel giorno in zone
diverse. Due a Metapàn, due a San Miguel.
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Mercoledì 19 marzo, alle 5,30 del mattino, dopo un’operazione militare nei cantoni di San Luis La
Loma, La Cayetana, Leon de Pietra, La India, Paz, Opico, El Mono, vennero trovati i cadaveri di tre
campesinos: Humberto Urbino, Oswaldo Hernàndez e Francisco Garcia.
Nella capitale, alle 2 di notte, i locali dei Sindacati di Bebidas e della Federazione Sindacale
Rivoluzionaria vennero occupati militarmente, mentre molti operai vegliavano il cadavere di
Manuel Pacin, operaio consigliere dei lavoratori municipali, il cui cadavere venne trovato ad Apulo,
dopo che era stato catturato. Durante questa occupazione morirono due persone, una delle quali era
l’operaio Mauricio Barrera, dirigente del Sindacato delle Industrie Metalmeccaniche.
Diciannove operai vennero consegnati ai tribunali. Su richiesta dei familiari Soccorso Giuridico è
intervenuto in questo caso. È stato affermato che gli archivi dei sindacati sono stati confiscati.
Sulla stampa nazionale è stata riportata la morte di nove campesinos in uno scontro, secondo la
versione delle Forse Armate, nel villaggio di San Bartolo Tecoluca. Alle 12, soldati dell’esercito nel
villaggio di El Almendral, giurisdizione di Majagual, La Libertad, catturarono i campesinos Miguel
Angel Gomez de Paz, Concepcion Coralia Menjìvar e José Emilio Valencia. Essi non sono stati
rimessi in libertà: chiediamo vengano consegnati ai tribunali.
Giovedì 20 marzo, alle quattro del pomeriggio, nel cantone di El Jocote, Quezaltepeque, furono
assassinati il dirigente campesino Alfonso Munoz Pacheco, Segretario per i conflitti di lavoro della
Federazione dei lavoratori della campagna. Il campesino Munoz era molto noto nelle campagne per
la sua attività in favore della causa dei contadini.
E qualcosa di terribile successe lo stesso giovedì. Venne trovato ancora in vita il campesino
Augustin Sànchez, che era stato catturato il giorno 15 da soldati a Zacatecoluca. Questi lo portarono
alla Polizia di Azienda. Il campesino Sanchez ha affermato, in una dichiarazione rilasciata davanti a
notaio e a testimoni, di essere stato catturato nell’azienda El Cauca, dipartimento di La Paz, mentre
lavorava nella filiale della Unione Comunale Salvadoregna. Per quattro giorni rimase senza
mangiare e bere, sottoposto a torture, frustato e sottoposto ad asfissia, finché il 19 marzo spararono
alla testa a lui e ad altri due compagni. Ebbe fortuna di sopravvivere, il colpo gli aveva rovinato
solo lo zigomo destro e l’occhio. All’alba, mentre stava per morire, venne aiutato da alcuni
campesinos e successivamente trasportato all’ospedale da una persona di fiducia. Il campesino non
poté firmare questa terribile testimonianza perché le sue mani erano rovinate. Persone degne di
fiducia erano presenti a questo terribile episodio, ci sono documenti fotografici che rivelano le
condizioni in cui è stato raccolto questo povero campesino.
Ci è pervenuta un’informazione, ancora non confermata, dell’eccidio di venticinque campesinos a
San Pablo Tacachico. All’ultimo momento, poco prima che cominciasse la messa, è arrivata la
notizia di questa terribile tragedia. Venerdì 21, a partire dalle 6 del mattino, si è effettuata
un’operazione militare nella via di Santa Ana che porta a San Paolo Tacachico. Detta operazione è
stata condotta dai soldati delle caserme di Opico e Santa Ana, in collaborazione con la Polizia di
Azienda, distaccata a Tacachico. Durante detta operazione effettuarono perquisizioni nei cantoni di
El Resbaladero, San Felipe, Moncagua, El Portillo, San Josè La Cova, Magotes e nelle loro
rispettive colonie Los Pozos e le Delicias. Nello stesso modo perquisirono anche tutti quelli che si
trovavano sugli autobus o camminavano a piedi.
Nel cantone Mangotes, giurisdizione di Tacachico, la repressione fu più crudele, poiché i soldati
con due carri armati seminarono il terrore fra gli abitanti di questa zona. Durante la perquisizione
rubarono quattro radio e 400 colones in contanti, bruciarono la casa e i beni di Rosario Cruz,
lasciandolo nella più squallida miseria assieme ala sua famiglia. Assassinarono Alejandro Mojìca e
Felix Santos: il primo nella sua abitazione ed il secondo in campagna. Entrambi lasciano moglie e
figli. Per timore della repressione sono stati sepolti nei loro rispettivi campi. Hanno portato poi in
località sconosciuta Isabel Cruz, Manuel Santos e Santos Urquilla.
Dato finale, col quale vorremmo esprimere una solidarietà speciale. Ieri sera, l’UCA, Università
Centro Americana, è stata attaccata per la prima volta e senza una provocazione. Una nutrita équipe
di soldati iniziò questa operazione assieme alla Polizia Nazionale all’1,15 della notte; sono entrati
nel campus sparando e fu assassinato uno studente di matematica, Manuel Orantes Gùillén. Mi si
dice pure che sono spariti vari studenti e che i loro familiari e l’UCA protestano per la violazione di
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un campus di cui si deve rispettare l’autonomia. Quello che non hanno fatto all’Università
Nazionale, senza dubbio per timore, lo hanno fatto all’UCA. L’UCA non aveva armi per difendersi
ed è stata un’inutile violenza. Speriamo di poter dare maggiori dettagli su questo avvenimento che
rappresenta un grave crimine contro la civiltà e la legalità.

Significato di questi mesi

Cari fratelli, sarebbe interessante ora fare un’analisi, ma non voglio abusare del vostro tempo, di
quello che hanno significato questi mesi di un nuovo governo che voleva cancellare questa
atmosfera d’orrore. Se ciò che si pretende è decapitare l’organizzazione del popolo e contrastare il
processo che il popolo desidera, non si può ottenere altri frutti. Senza radici nel popolo nessun
Governo può avere efficacia ed ancor meno può imporsi con il sangue ed il dolore.
Vorrei fare un appello speciale agli uomini dell’esercito e in concreto alla base della Guardia
Nazionale, della polizia, delle caserme.
Fratelli, siete del nostro stesso popolo, perché uccidete i vostri fratelli campesinos? Davanti
all’ordine di uccidere deve prevalere la legge di Dio che dice: NON UCCIDERE. Nessun
soldato è obbligato ad obbedire ad un ordine contro la legge di Dio. Una legge immorale non
ha l’obbligo di essere osservata. È tempo di recuperare la vostra coscienza e di obbedire
prima alla vostra coscienza che all’ordine del peccato. La Chiesa, che difende i diritti di Dio,
la Legge di Dio, la dignità umana, la persona, non può restare silenziosa davanti a tanta
ignominia. Vogliamo che il Governo comprenda che non contano niente le riforme se sono
tinte di sangue. In nome di Dio, dunque, ed in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti
salgono fino al cielo ogni giorni più clamorosi, vi supplico, vi scongiuro, vi ordino in nome di
DIO: “cessi la repressione!”.

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