OS. Opifi cio della Storia - Unina

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OS.
Opificio
della
Storia

Anno 2021 | Numero 2   ISSN 2724-3192
                       DOI 10.6093/2724-3192/82600
OS.
Opificio
della
Storia

OS. Opificio della Storia è un laboratorio di idee e di ricerche attraverso
il quale si intende promuovere la centralità degli studi storici nelle
pratiche di conoscenza, di trasmissione e di valorizzazione dei
paesaggi della produzione.
La rivista è espressione dell’Associazione nazionale RESpro - Rete
di storici per i paesaggi della produzione ed è impegnata a dar voce a tutti
gli studiosi interessati a difendere e a sostenere la cultura storica
del lavoro e dei luoghi della produzione in tutte le loro declinazioni,
economica e sociale, moderna e contemporanea, dell’architettura
e dell’arte, in una prospettiva interdisciplinare costantemente
aperta al mondo della conservazione, dell’archeologia, della
geografia e della comunicazione.
OS accoglie studi storici e ricerche applicate sui sistemi produttivi,
dagli ambienti silvo-pastorali all’agricoltura e all’industria, e sui
paesaggi rurali e urbani, colti nella loro dimensione materiale
e immateriale e nelle loro diverse articolazioni economiche,
politiche, sociali, artistiche e territoriali.

OS. Opificio della Storia è una rivista scientifica pubblicata in
Open Access sulla piattaforma SHARE Riviste nell’ambito
della Convenzione Universities Share, con il patrocinio del
Dipartimento di Architettura e Disegno Industriale dell’Università
della Campania Luigi Vanvitelli.

Tutti i testi pubblicati in OS. Opificio della Storia sono valutati
secondo le modalità del “doppio cieco” (double blind peer review),
da non meno di due lettori individuati nell’ambito di un’ampia
cerchia internazionale di specialisti.

https://resproretedistorici.com
http://www.serena.unina.it
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Opificio
della
Storia

Comitato di direzione              Comitato scientifico
Francesca Castanò                  Salvatore Adorno_ Università di Catania
Roberto Parisi                     Patrizia Battilani_ Università di Bologna
Manuel Vaquero Piñeiro             Cristina Benlloch_ Universitad de Valencia
Renato Sansa
                                   Alessandra Bulgarelli_ Università degli Studi di Napoli “Federico II”
                                   Francesca Castanò_ Università degli studi della Campania “Luigi Vanvitelli”
                                   Aldo Castellano_ Politecnico di Milano
Direttore responsabile             Francesco M. Cardarelli_ Istituto di Studi sul Mediterraneo - CNR
                                   Antonio Chamorro_ Facultad Latinoamericana de Ciencias Sociales Ecuador
Rossella Del Prete                 Yi Chen_ Tongji University
                                   Maddalena Chimisso_ Università degli Studi del Molise
                                   Antonio Ciaschi_ Università “Giustino Fortunato” di Benevento
                                   Daniela Ciccolella_ Istituto di Studi sul Mediterraneo - CNR
                                   Inmaculada Aguilar Civera_ Universitad de Valencia
                                   Augusto Ciuffetti_ Università Politecnica delle Marche
                                   Juan Miguel Muñoz Corbalán_ Universitat de Barcelona
                                   Rossella Del Prete_ Università degli Studi del Sannio
Coordinamento redazione            Mauro Fornasiero_ University of Plymouth
                                   Barbara Galli_ Politecnico di Milano
Maddalena Chimisso
                                   Anna Giannetti_ Università degli studi della Campania “Luigi Vanvitelli”
                                   Paolo Giordano_ Università degli studi della Campania “Luigi Vanvitelli”
Redazione                          Alberto Guenzi_ Università degli studi di Parma
                                   Luigi Lorenzetti _ Università della Svizzera Italiana
Valeria Bacci                      Elena Manzo _ Università degli studi della Campania “Luigi Vanvitelli”
Roberta Biasillo
                                   Omar Mazzotti _ Università di Bologna
Tania Cerquiglini
Barbara Galli                      Luca Mocarelli _ Università degli Studi Milano-Bicocca
Dario Marfella                     Zied Msellem _ Université de Tunis
Omar Mazzotti                      Aleksander Paniek _ University of Primorska, Koper
Rossella Monaco                    Roberto Parisi _ Università degli Studi del Molise
Zied Msellem                       Roberto Rossi _ Università degli Studi di Salerno
Ana Elisa Pérez Saborido           Renato Sansa _ Università della Calabria
Mariarosaria Rescigno
                                   Donatella Strangio_ Università degli Studi di Roma “La Sapienza”
Roberto Rossi
Giacomo Zanibelli                  Pietro Tino_ Università degli Studi Roma Tre
                                   Manuel Vaquero Piñeiro _ Università degli Studi di Perugia
                                   Claudio Varagnoli _ Università degli Studi “G. D’Annunzio” Chieti-Pescara
Progetto grafico: Roberta Angari   Aingeru Zabala Uriarte_ Universidad de Deusto, Bilbao
OS.                        Indice
Opificio
della               p.6    Editoriale
Storia                     Renato Sansa

                    p.8    Una compagnia di passamanerie
                           nella seconda metà del Seicento:
Anno 2021                  la “Eredi Giupponi & C.” di Padova
Numero 2                   Andrea Caracausi

ISSN 2724-3192      p.22   La rigenerazione delle aree interne:
                           è possibile una nuova dimensione rurale?
DOI 10.6093/2724-          Benedetta Verderosa
3192/8260
                    p.34   Un’economia collettiva agro-silvo-pastorale
                           nel lungo periodo: il caso della
                           Magnifica Comunità di Fiemme
                           Tommaso Dossi

                    p.44   Viñas patrimoniales en Chile:
                           la corriente principal
                           Philippo Pszczólkowski,
                           Gonzalo Rojas, Pablo Lacoste

                           Territori al lavoro
                    p.62   Intorno agli Appennini:
                           racconto dei seminari itineranti RESpro
                           Tania Cerquiglini
                    p.66   L’urbanizzazione del Terminillo e
                           il Progetto TSM2: la storia e gli usi civici
                           come strumenti di lotta
                           Serena Caroselli, Augusto Ciuffetti

                           Biblioteca
                    p.72   «ciò che accade al di sopra delle nostre teste».
                           A margine di Appennino di Augusto Ciuffetti e La
                           montagna della Sibilla di Manuel Vaquero Piñeiro
                           Claudio Lorenzini
                    p.82   Le valli alpine e i drammi della storia
                           tra XIX e XX secolo:
                           la vicenda di Simone Pianetti
                           Mariangela Miotti
OS. numero 2 | anno 2021              ISSN 2724-3192

«ciò che accade al di sopra delle nostre teste».
A margine di Appennino di Augusto
Ciuffetti e La montagna della Sibilla di
Manuel Vaquero Piñeiro*.
«what happens above our heads».
Alongside Appennino by Augusto Ciuffetti
and La montagna della Sibilla by
Manuel Vaquero Piñeiro*.

CLAUDIO LORENZINI
Università degli Studi di Udine
cla.lorenzini@gmail.com

* Si propone una lettura di due importanti opere recenti dedicate alla storia
dell’Appennino: Augusto Ciuffetti, Appennino. Economie, culture e spazi sociale dal
medioevo all’età contemporanea, Carocci, Roma 2019, e Manuel Vaquero Piñeiro,
La montagna della Sibilla. Uomini e territori nell’Appennino umbro, Padova University
Press, Padova 2019. L’intento è quello di mettere a confronto le storie dei territori
appenninici con quelli alpini, evidenziandone gli aspetti convergenti. Una delle
basi comuni della comparazione è rappresentata dalle politiche attese e adottabili
per la ricostruzione successiva ai sismi che hanno colpito l’Appennino fra il 1997 e
il 2016, e quale contributo può fornire per esse la storiografia. Nel citare i due testi
si utilizzerà il solo titolo.

Di passaggio

C’è un passo del racconto di Winfried Sebald, All’estero – è il primo di Vertigini (1990) –
che mi è utile rammentare qui, quale esordio: è oltremodo esteso, e di ciò mi scuso,
ma mi aiuta a intraprendere la riflessione attorno a due libri importanti come Appen-
nino di Augusto Ciuffetti e La montagna della Sibilla di Manuel Vaquero Piñeiro. Sebald,
l’autore/narratore, è in viaggio da Vienna a Venezia, forse nell’autunno 1976, e ha
trascorso nel sonno la gran parte del tragitto.

          Subito al risveglio ebbi la sensazione che il treno, dopo aver attraversato a velocità regolare e
          per un bel pezzo le vallate, ora corresse via dalle montagne precipitandosi verso la pianura. Ab-
          bassai il finestrino. In quel frastuono folate di nebbia mi investirono. Si andava a rotta di collo.
          Massi di pietra nero-bluastra lambivano il convoglio con i loro spigoli appuntiti. Mi sporsi fuori
          cercandone invano le sommità. Si aprivano valli scure, strette, scoscese. Torrenti e cascate – una
          miriade di goccioline bianche nella notte appena dileguata – erano così vicini che l’alito di quel-
          la frescura faceva rabbrividire il viso. Il Friuli, dissi fra me – e subito pensai, com’era naturale,
          alla sciagura abbattutasi pochi mesi prima sulla regione. A poco a poco l’alba riportava vaga-

72          BIBLIOTECA                                                  DOI https://doi.org/10.6093/2724-3192/8255
OS. numero 2 | anno 2021           ISSN 2724-3192

       mente alla luce cumuli di terra rimossa, spezzoni di roccia, edifici crollati, discariche di macerie
       e di pietrisco, e qua e là piccole tendopoli. Rarissime le luci accese nell’intera zona. Le nuvole
       basse, che sbucando dalle vallate alpine si allargavano al di sopra di quell’area devastata, si
       associarono nella mia immaginazione a un dipinto di Tiepolo di fronte al quale mi ero spesso
       fermato a lungo. Raffigura la cittadina di Este che, funestata dalla pestilenza, è ancora lì ap-
       parentemente indenne nella pianura. Lo sfondo è costituito da una catena di montagne con una
       vetta fumante. La luce che si diffonde sul quadro sembra dipinta attraverso un velo di cenere. Si
       sarebbe quasi indotti a credere che sia stata questa luce ad attirare gli uomini fuori dalla città,
       in aperta campagna, là dove, dopo essersi per un po’ aggirati vacillando, vennero stroncati d’al
       contagio che già ne aveva minato gli organismi. In primo piano, al centro del dipinto, giace una
       madre morta di peste, il figlio ancora vivo tra le braccia. Sulla sinistra, in ginocchio, santa Tecla,
       nell’atto di intercedere per gli abitanti della città, il viso levato verso l’alto, dove le schiere celesti
       attraversano l’aria e, a chi sa indirizzare il proprio sguardo, danno un’idea di ciò che accade al di
       sopra delle nostre teste. Santa Tecla, prega per noi, sì che contagio maligno e morte repentina
       non ci abbattano, e ogni assalto del Male sia a noi misericordiosamente risparmiato. Amen1.

Fra le tante, ovvie differenze fra una pestilenza e un terremoto, vi è quella della me-
moria di chi ne ha patito gli effetti: per la prima, come stiamo re-imparando a nostre
spese, il tempo è riuscito a spegnerne le tracce, se non nei lacerti sfilacciati dei rac-
conti – per me erano di terza mano: li sentivo dai miei nonni, che li avevano sentiti
dai loro genitori, in Carnia – di chi aveva contratto la spagnola2; per il secondo, per
le popolazioni che vivono in zone sismiche, il terremoto è un fenomeno con cui con-
vivere e il cui ricordo è costantemente presente, anche alla distanza, allorquando,
almeno per chi ha visto e provato la distruzione, il sisma è leggibile quotidianamente
quale frutto delle scelte effettuate durante la ricostruzione.
Sebald in tutta evidenza sta passando per il Canale del Ferro, la stretta vallata che
unisce attraverso la Valcanale il Friuli alla Carinzia; scendendo in direzione di Ve-
nezia – fu uno degli assi commerciali principali dell’economia friulana fino all’Otto-
cento inoltrato, quello che univa la città Dominante con Vienna – l’orizzonte si am-
plia quando il Fella, il torrente che l’attraversa, si unisce al Tagliamento, e si giunge
prima a Venzone poi a Gemona, due dei centri più martoriati dai terremoti del 5 e 6
maggio e dell’11 settembre 1976.
Con la sua raffinata rielaborazione visiva Sebald mette a confronto la “chiusura” del
Canal del Ferro, e la condizione di disagio che patì durante la permanenza nelle tende
e nelle baracche («Rarissime le luci accese nell’intera zona»), e l’“apertura” dei cieli
della prima fascia pedemontana («Le nuvole basse [...] si allargavano al di sopra di
quell’area devastata»), con gli scuri e i chiari della grande pala di Santa Tecla del duo-
mo di Este di Giambattista Tiepolo (1759), commissionato per celebrare lo scampato
pericolo dalla peste del 1630, una delle più cruente per Venezia e la sua Terraferma.
Si è soliti sostenere che la Germania, a differenza dell’Italia, abbia saputo fare i conti
con il proprio passato. Con questa frase, il cui significato è di per sé sfuggente o fuo-
rviante, ci si riferisce alle responsabilità sul Secondo conflitto mondiale: a fronte di
una colpa la cui portata è indicibile, sarebbe corrisposto un processo di espiazione
che noi siamo pronti a riconoscere (ma, con minor prontezza, a far nostro). L’intera
opera di Sebald, semplificando, ne è una testimonianza eloquente3. Varrebbe per le
guerre, dunque, dove le responsabilità – siano personali o collettive, poco conta qui
– contano; ma può valere forse pure per le calamità naturali, dove (in parte, almeno)
le responsabilità sono riposte altrove e la fatalità incombente vale più delle cattive
misure preventive?
In questo fare i conti con il tempo, la ricostruzione dei fatti diventa un antidoto,
dapprima per non dimenticare, poi per rielaborare, prender coscienza, stabilire una
giusta distanza dai fatti, per non soccombere4: serve a fare storia, dunque.
Appennino e La montagna della Sibilla scaturiscono anche da una volontà di partecipazio-
ne, interrogando e interrogandosi: qual è il ruolo, quale il compito, quale il contri-
buto che gli storici e la storia possono fornire alla ricostruzione di un territorio com-
promesso quale quello appenninico, che non solo ha subìto gli effetti dei sismi – il
26 settembre 1997 in Umbria, il 14 settembre 2003 nel Bolognese, il 9 aprile 2009 in
Abruzzo, il 24 agosto 2016 nel Lazio, il 26 e 30 ottobre 2016 fra Marche ed Umbria,
per citare i maggiori – ma che conosce almeno dagli anni Venti del Novecento un
preoccupante fenomeno di spopolamento ed abbandono. Nel ricercare attraverso un

73       BIBLIOTECA                                                  «ciò che accade al di sopra delle nostre teste»
OS. numero 2 | anno 2021       ISSN 2724-3192

minuzioso percorso a ritroso nel tempo le ragioni per andare avanti, Augusto Ciuf-
fetti e Manuel Vaquero Piñeiro adottano una prospettiva emica, rivolgendosi «a chi
sa indirizzare il proprio sguardo» non tanto (o non solo) verso «le schiere celesti» che
«attraversano l’aria» per trovare risposte, ma a coloro che abitarono e – nonostante
tutto – continuano ad abitare quegli spazi, affinché siano maggiormente consapevoli
dell’eredità che li unisce. Si tratta di ricostruzioni che «danno un’idea di ciò che ac-
cade al di sopra delle nostre teste» (sono sempre le parole di Sebald, riferite alla Santa
Tecla), ove quel “nostre” è diretto anche (o forse soprattutto) a chi abita le pianure
– non indenni, peraltro, dallo spopolamento degli ultimi decenni – e le città, da cui
spesso vengono adottate quelle decisioni che, troppo spesso, le montagne subiscono.
La difficoltà della ricostruzione delle comunità appenniniche colpite dai terremoti
risiede anche in queste tensioni fra città e montagne, che i libri di Augusto Ciuffetti
e Manuel Vaquero Piñeiro descrivono con sapienza, datandole e contestualizzandole.
È un passo significativo di cui tener conto per qualsiasi politica da adottare d’ora in
poi, affinché la ricostruzione non sia vana o, peggio, inutile, venendo a mancare la
ragione stessa per cui la si compie: le popolazioni dell’Appennino.

Storie da ricostruire

Fra il 9 e l’11 maggio 2019 L’Aquila è stata sede dell’incontro Ricostruire storie, in occasio-
ne della assemblea della Società italiana di Storia moderna. L’appuntamento, a dieci
anni dal sisma, aveva i caratteri della solennità, riunendo pure i rappresentanti delle
altre società storiche – antica, medievale, contemporanea e delle donne – con l’obiet-
tivo di dar luce a una tendenza già ben visibile: il progressivo sfaldarsi del ruolo pub-
blico della storia e della storiografia5. La sede era appropriata per ragionare sullo stato
della disciplina che, al pari delle case ferite, abbisogna di puntelli per sorreggersi e
cerca in tutti i modi di ribadire la sua utilità per stare in piedi.
Utile come, e a cosa, la storia? Si tratta di interrogativi che legano assieme tutte le pa-
gine di Appennino e de La montagna della Sibilla, che sfociano in una constatazione tanto
corretta quanto dirimente per capire il come e il cosa: «Il fascino dell’Appennino come
pezzo vivente di un mondo ormai perso […] non può da solo offrire delle coordinate per
il futuro: serve, infatti, un quadro, un “contenitore” politico, con adeguati strumenti
normativi e amministrativi, nel quale depositare questo insieme di ipotesi, idee, pro-
getti e suggestioni»6. Innanzitutto, l’inderogabile necessità di comprendere, poiché
è anche «dalla conoscenza» storica che possono «arrivare validi e saldi punti di rife-
rimento per percorsi di rinascita funzionali a piccole e più grandi comunità lacerate
al loro interno»7. Poi le scelte, che la storia può contribuire a far fare con maggior
consapevolezza, ma non può (e non deve) sostituirsi a chi è chiamato a farle: alla
gente, alla politica.
Nelle troppe fratture che un sisma provoca c’è di fatto anche quella che determina
un prima e un dopo, una discontinuità nella scala del tempo che diventa oggetto di
primario interesse degli storici (dalle mie parti, le montagne del Friuli, la letteratu-
ra storica, compresa quella sui terremoti, è fiorita dopo il 1976)8. Ed è forse (anche)
per questo che le politiche di sviluppo proposte invocano nell’immediato il ricorso
alla storia, come se da essa potessero emergere delle risposte preconfezionate, per poi
abbandonare questa prospettiva allorquando subentrano altre richieste, in tutta evi-
denza più pressanti, influenti, interessate. Queste, come è noto e provato, rischiano
di tralasciare del tutto quel percorso di consapevolezza che, sull’Appennino, signifi-
ca rispettare modalità peculiari di addomesticamento di un territorio, il suo popo-
lamento – e, di converso, dal tardo Ottocento in poi, lo spopolamento – e lo sviluppo
economico, letti attraverso un’indagine accurata e accorata attorno ad alcune parole
chiave: pluriattività, mobilità, adattamento, inventiva, integrazione, accoglienza9.
La militanza di questi due libri, la loro adesione incondizionata alla richiesta di par-
tecipazione di quelle comunità protagoniste delle stesse loro pagine, sta in questa
traiettoria, che agevola attraverso la storia la «aggregazione» e il «riconoscimento
delle comunità stesse»10.
Il terremoto fra le montagne del Friuli ricomparve nel 1976, dopo un intervallo di qua-
si mezzo secolo. Gli effetti del sisma del 27 marzo 1928, però, erano stati circoscritti

74        BIBLIOTECA                                                                 C. Lorenzini
OS. numero 2 | anno 2021      ISSN 2724-3192

a poche comunità della Carnia e della valle dell’Arzino e avevano lambito o per nulla
interessato la vasta area della Pedemontana, del Friuli collinare e centrale e del Canal
del Ferro ampiamente distrutta nel 1976. Il primo arrivò durante l’innesco dello spopo-
lamento montano in Friuli; il secondo, nel decennio susseguente alla fase di maggior
contrazione della popolazione, durante gli anni sessanta del Novecento. Questa crono-
logia degli abbandoni è pressoché coincidente con quella che si registra sugli Appen-
nini11. Anche per le comunità delle montagne friulane il terremoto ha rappresentato
uno spartiacque, tale da determinare un prima e un dopo, non solo per la storia della
popolazione, ma per aver creato una divergenza profonda rispetto a quel che è avvenuto
nei territori di pianura: questi han conosciuto un appiattimento o una stasi dell’anda-
mento della popolazione; per quelle, dopo un decennio di relativa stabilità, la curva
della popolazione ha ricominciato a ridiscendere, senza mai arrestarsi12.
Con un’enfasi sospetta, proprio alla luce della condizione dei territori delle montagne,
si è nel tempo affermato il mito del “modello” di ricostruzione del Friuli, sul quale tan-
to è stato detto e scritto: la nascita della protezione civile, la delega della ricostruzione
ai comuni, la prima politica di tutela del patrimonio storico-artistico e tanto altro an-
cora13. Si tratta di risultati effettivi che non vanno disconosciuti, ma che hanno trovato
esiti pieni nelle pianure ed un’accoglienza parziale sulle montagne.
Anche per il Friuli montano, dunque, il terremoto è stato un volano per far accele-
rare fenomeni già in atto. Il “com’era e dov’era” – parte del bagaglio di conoscenze e
rivendicazioni fatte proprie durante la ricostruzione – è diventato per alcuni territori
un’occasione, per altri un modello di sviluppo di retroguardia, poiché quel che c’era
al momento del sisma già cominciava a non esserci più. Lo stesso vale per l’Umbria
martoriata dal sisma del 201614.
Oltre a questo principio, ve ne fu un altro – attribuito ex post all’arcivescovo di Udine, il
padovano Alfredo Battisti, e divenuto parte integrante anche culturale del “modello”
– che stabiliva una gerarchia della ricostruzione: “prima le fabbriche, poi le case, poi
le chiese”. Applicare alle montagne questo principio significava intervenire su un tes-
suto industriale insediatosi da poco più di un decennio, grazie ai benefici riconosciuti
a seguito della soppressione della Ferrovia Carnia-Tolmezzo-Villa Santina (1968): una
tratta pensata e realizzata nel 1910 per riuscire ad agevolare la crescita dell’industria del
legno, si era dimostrata un pesante fardello dalla scarsa efficacia infrastrutturale. Sen-
za addentrarsi ulteriormente di questa vicenda, conta qui enfatizzare (e storicizzare) la
politica che ha privilegiato fin da prima il 1976 il fondovalle e l’area pedemontana per
gli insediamenti produttivi, con l’intento di arginare quello scivolamento che, invece
che rallentare, si è appoggiato su di un piano sempre più inclinato.
Lo scivolamento a valle e l’abbandono delle montagne furono pure oggetto di propo-
sta deliberata da alcuni pianificatori, che avevano individuato nella pianura e nella
pedemontana uno spazio adeguato per farne un nuovo spazio da abitare. Non si trat-
tava di una proposta provocatoria: fu vagliata, prima di essere rigettata. Queste mo-
dalità di pensare alla ricostruzione, che si uniscono sottilmente alle new towns, nem-
meno consideravano la storia quale interrogativo: ne annullavano la portata. Invece,
anche col terremoto si convive, e si ricostruisce pretendendo continuità, anche dove
sembrerebbe impossibile farlo: anche a costi notevoli, si è imparato a fronteggiarlo,
sviluppando un rapporto virtuoso fra popolazione e risorse, come si insiste spesso
nelle pagine di Appennino e La montagna della Sibilla. È anche per questa ragione che que-
sti due libri sono, in questo momento di profondo ripensamento della definizione
stessa delle aree marginalizzate, e in specie le montagne15, opere necessarie. Provo ad
offrire alcuni elementi di confronto con l’area alpina per capire il perché.

Tornare?

Nelle conclusioni di Appennino e nel terzo paragrafo de La montagna della Sibilla16 si tro-
vano elementi puntuali sugli effetti dello spopolamento e sulle prospettive demogra-
fiche di questo vasto spazio dell’Italia “interna”, anche attraverso dei confronti con
l’area alpina. Da un decennio o poco più, dopo molti anni di declino, alcune aree delle
Alpi – segnatamente, quelle Occidentali – stanno conoscendo una stasi e, sorprenden-
temente, un aumento della loro popolazione. Le ragioni di questo andamento sono

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tante; su due di esse la riflessione è stata un po’ più serrata. Un primo ambito è legato
alle possibilità che uno spazio ormai scarsamente popolato fornisce a chi decide di
riabitarlo: “riempire i vuoti” come una occasione per riattivare le risorse, utilizzando
le nuove competenze (anche tecnologiche) proprie del bagaglio di conoscenze di chi
ritorna o chi, con un’istruzione superiore rispetto al passato, sa prospettare una di-
versa valorizzazione dell’ambiente delle montagne, così come una parte significativa
del mercato richiede, turismo compreso. È questa la prospettiva dei giovani che ritor-
nano nelle valli per intraprendere i mestieri abbandonati dalle generazioni dei padri
e dei nonni, scesi a valle durante l’espansione industriale: i neo-rurali alpini, e in
particolare i giovani pastori, rientrano in questo gruppo. Un secondo ambito investe
invece gli immigrati, chi si trova non tanto a scegliere ma, per necessità, a ricercare
sulle montagne un luogo dove abitare per cominciare una nuova esperienza di vita17.
Nell’uno e nell’altro caso, ci troviamo di fronte ad uno scarto, una cesura culturale.
Fra i membri del primo gruppo, dopo aver spezzato una continuità, le persone che
riabitano le montagne lo fanno (anche) sulla base di una trama che, attraverso la
memoria (e il pendolarismo) delle generazioni immediatamente precedenti, consen-
te di far rivivere quegli stessi luoghi anche grazie a una comune storia. Nel secondo,
invece, lo scarto è netto: privo di una tradizione, chi giunge da contesti molto lontani
si trova a doversi confrontare con chi è rimasto per costruirne, non senza fatica, una
complementare o nuova.
Oggi, in quei contesti, di chi sono le montagne18? A chi l’onere e l’onore di supportare
la trasmissione del patrimonio culturale – materiale e immateriale – che conserva-
no19? Chi ha il diritto di assumere la titolarità dei beni collettivi, che sono stati e pos-
sono tornare ad essere una delle basi materiali per la sopravvivenza nelle terre alte20?
Va detto, per inciso, che queste tendenze di (timida) ripresa del popolamento, sono
comunque circoscritte, e per altre aree alpine, come quelle orientali, sono pressoché
sconosciute21. Non solo: a seguito di una più lunga stasi della popolazione, osservata
pure nell’Appennino umbro fra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del No-
vecento22, si è assistito ad un vero e proprio tracollo demografico di centri e di vallate.
Non è, tuttavia, una novità. Con una scala del tempo almeno millenaria, l’Appen-
nino – e le Alpi – sono stati popolati, spopolati, ripopolati più volte. È ovvio che gli
effetti della modernizzazione su questi spazi montani non hanno trovato sbocchi
univoci e men che meno uno sviluppo diffuso; lo spopolamento, così come descrit-
to dall’inchiesta degli anni Trenta del Novecento, lasciava intuire che la sua portata
non sarebbe stata circoscritta nel tempo23. Questa consapevolezza, tuttavia, porta a
considerare con tutta la serietà dovuta la preghiera che l’Appennino torni ad «essere
uno spazio accogliente e aperto nei confronti degli “altri”», quale parte significativa,
«plurisecolare» della propria storia24; una attitudine che (ovunque, non solo fra que-
ste montagne) sembra essersi smarrita.

Paradossi

Nell’ampio catalogo dei primi nemici immaginari di Tartarino di Tarascona (1872),
accanto all’«indiano Siou», all’«Orso grigio delle Montagne Rocciose» e al «pirata
malese» compare «il bandito degli Abruzzi». Le tre stampe di santa Maria Maddalena
acquistate dalla nonna di Sabina, la protagonista de I Brusaz di Giovanna Zangrandi
(1954), appese «al rosso assito di larice» in una casa dell’immaginario villaggio tede-
sco di Herden immediatamente al di là del crinale italiano delle Alpi orientali, erano
state acquistate da «un abruzzese nomade» giunto fin lassù (circa alla metà dell’Otto-
cento) 25. Si tratta di due indicatori dei mestieri e dell’esotismo intrinseco delle popo-
lazioni appenniniche, alla cui caratterizzazione ha contribuito non poco Dagli Appen-
nini alle Ande, il celeberrimo racconto incluso nel Cuore di Edmondo De Amicis (1886). È
da questo racconto, soprattutto, che il destino migrante delle genti dell’Appennino
sembra essersi affisso loro indelebilmente, con ripercussioni pesanti sulla compren-
sione stessa della mobilità degli uomini da queste terre26.
Ai briganti – costretti a muoversi – e ambulanti – capaci di muoversi – vanno almeno
aggiunti i pastori – che sanno muoversi con le greggi – per completare il quadro essen-
ziale della mobilità e dell’emigrazione appenninica. Per gli storici, anche quell’emi-

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grazione, così come quella dalle Alpi, per lungo tempo è rientrata nel celebre paradig-
ma di Fernand Braudel della «fabbrica di uomini ad uso altrui»: tali sarebbero state le
comunità delle montagne mediterranee. Le caratteristiche distintive delle montagne
secondo quel modello erano almeno cinque: le loro risorse, le collettività (nel signifi-
cato istituzionale e sociale di gestione dei propri beni), la qualità della popolazione,
il numero delle strade e l’eccezionale importanza dei contatti27. Nonostante queste
peculiarità, nonostante le risorse e le infrastrutture, il rilievo dei contatti (che sup-
poniamo dovesse costituire l’ossatura del gioco degli scambi), e nonostante le quali-
tà proprie delle loro genti, le popolazioni erano costrette infine ad emigrare, poiché
l’ammontare della popolazione era costantemente in disequilibrio rispetto al livello
delle risorse produttive: una povertà cronica le portava a dover fuggire, costituendo il
bacino demico delle pianure e delle città.
Attorno a questo passo, come è noto, è scaturito quel processo di revisione storio-
grafica sull’interpretazione dell’emigrazione alpina che ha consentito di ribaltare il
carattere deterministico di questa lettura, in fin dei conti senza tempo28. Valeva per
le Alpi, ma vale pure per gli Appennini – ai quali Braudel si riferiva pure – come am-
piamente dimostrano due capitoli cruciali di Appennino. Nel primo, la mobilità degli
uomini viene inserita nel suo contesto più appropriato della pluriattività e della pro-
toindustria che caratterizza parte significativa di quest’area. La commercializzazio-
ne dei prodotti – dalla carta alle lime e raspe, dai manufatti ferrosi alle maioliche e
terraglie – unitamente alle necessità di materie prime per la produzione, comporta-
vano sia competenze molteplici di ciascuno, sia una spiccata propensione a muoversi
per ottenere quei benefici che, rimanendo ancorati ai villaggi di appartenenza, non
avrebbero ottenuto per sé stessi e per le proprie famiglie29. Nel secondo, le migrazio-
ni stagionali sono descritte nell’intreccio con le transumanze, in particolare verso
l’area dell’Agro romano e della Maremma: una delle ragioni stesse del popolamento
successivo alla peste nera. Con una organizzazione del lavoro complessa e straordi-
nariamente raffinata nei suoi risvolti di genere – per le donne che rimangono nei
villaggi e per quelle che invece affiancano gli uomini negli spostamenti – e model-
lando paesaggi, strade e sentieri, le transumanze proseguirono fino alla prima metà
dell’Ottocento30. L’integrazione organica tra montagne e pianure concretizzatasi dal
movimento di uomini ed animali, che tanta parte ha pure nella costruzione dei pa-
esaggi alpini, era uno dei principali oggetti d’interesse di Fernand Braudel, quando
si era chiesto, sempre nelle celeberrime pagine sulle montagne, se «La vita montanara»
fosse la «prima storia del Mediterraneo?»: è al principio di quel capitolo che la definizione
della montagna come “fabbrica di uomini” compare31.
La mobilità (maschile, stagionale) e le transumanze avevano contribuito a far rag-
giungere un equilibrio duraturo fra la popolazione e le risorse, fino almeno alle frat-
ture economiche e politiche che muteranno i caratteri della prima e precluderanno
le seconde. È con quella fase che, qui e pure in molte aree delle Alpi, recisi i legami
instauratisi con la mobilità tradizionale maschile e contenute le possibilità di cresci-
ta del primario anche in virtù della corsa al bosco e al legno durante il Settecento, si
spezzeranno quegli equilibri che porteranno alla controversa modernità32: un para-
dosso – anche in questo caso, valevole per l’Appennino tanto quanto le Alpi – che non
sembra trovare via d’uscita.

Spopolamenti

All’emigrazione e alle mobilità, è riservato in verità un terzo capitolo di Appennino, che
prende le mosse da quel che avviene «Lungo i cammini»: le professioni di servizio,
quali vetturali e carradori, i mestieri “per via”, dagli ambulanti ai ciarlatani, fino ai
contrabbandieri e ai briganti33.
C’è uno spazio entro il quale si possono intrecciare i percorsi di questi mestieri: il bo-
sco. Con un processo di progressivo depauperamento di molte aree boschive dell’Ap-
pennino, come il Pistoiese, il bosco ha conosciuto una contrazione significativa in
questi spazi, principalmente a causa di fattori endogeni: fra queste, le riforme leo-
poldine, che imposero la vendita delle risorse collettive, e l’apertura del porto franco
di Ancona (1732), dal quale si commercializzava lungo le rotte adriatiche e mediter-

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ranee il legname: un sostanziale «legnicidio»34. Tuttavia, anche sull’Appennino lun-
go il Novecento il bosco è ritornato ad espandersi, risultato del suo sottoutilizzo e
della progressiva perdita d’importanza nelle economie locali e non di quel legname.
I mancati tagli, qui come sulle Alpi, sono un indicatore del cattivo stato di salute dei
boschi, che non possono che faticare a rinnovarsi senza un loro utilizzo ragionato35.
Questo ritorno del bosco è uno degli specchi dello spopolamento. Il crollo del numero
di capi allevati e l’abbandono delle transumanze fanno sì che la produzione di forag-
gio sia sempre più ridotta e l’avanzata delle foreste inesorabile.
La percezione di questo processo è ambivalente e forse, vista dai territori che hanno
subito gli effetti della tempesta Vaia (26 ottobre 2018) 36, in repentino mutamento.
Da un lato, quale sinonimo di abbandono inesorabile, l’avanzata del bosco è assunta
come un fatale superamento dei confini fra natura e cultura: anche dalle mie par-
ti, si dice che il bosco “entra in casa”, ad indicare un travolgimento fatale37. Da un
altro versante, la prossimità del bosco agli abitati amplifica, alimentandolo, il mo-
tivo narrativo degli uomini “selvatici”, coloro che abitano le selve poiché in grado
di avvalersene per sopravvivere, e di insegnare agli uomini a lavorare il latte quale
primo passo verso l’addomesticamento, di intraprendere quel lontano dissodamento
che aveva permesso l’antropizzazione delle montagne, poiché gli unici in grado di
trovarvi rifugio e conforto: fra questi, i briganti, i contrabbandieri, gli eremiti38. Le
dimore della Sibilla, di Giove Pennino protettore delle greggi, dalle quali giunsero
i pastori che contribuirono alla nascita di Roma e nelle quali sorse il monachesimo
benedettino, lungi dall’essere spazi naturalmente isolati e chiusi, erano – e possono
tornare ad essere – il centro di una fitta rete di relazioni e scambi fin dall’alto medio-
evo: il cuore, non la periferia39.

Resistere

C’è un lemma che ha trovato largo consenso, non solo fra gli storici, per descrivere la
capacità delle comunità di montagna di riuscire a superare le crisi nel tempo: resi-
lienza. Quel che han saputo fare anche le popolazioni dell’Appennino lungo i secoli
medievali e moderni, mitigando gli effetti delle pandemie e delle calamità natura-
li, non è stato sufficiente a contenere le conseguenze paradossali della modernità.
I mutamenti dei caratteri dell’emigrazione tradizionale, la fine della transuman-
za, le infrastrutture, l’industria, la crescita dell’idroelettrico, le politiche nazionali
e regionali e così via, hanno contribuito a far soccombere questi territori piuttosto
che a salvaguardarli, spesso privilegiando scelte esogene e cancellando ogni misura
endogena, ossia quelle che avrebbero permesso di esercitare le misure “resilienti”.
L’ambiguità intrinseca a questo termine40, soprattutto se osservato nel lungo periodo
sugli Appennini, viene superata in Appennino e La montagna della Sibilla dall’adozione
di un altro concetto, meno equivoco: la resistenza. È da «valide forme di resistenza
[...] nella quale le ricerche storiche e le stesse funzioni degli studiosi sono chiamate
a caricarsi di una forte valenza civile», che vengono supportate le motivazioni di chi
sceglie di «restare o ritornare» quali «atti di tenace resistenza, di estrema difesa della
presenza umana in territori nel passato centrali e densamente abitati»41. I paesag-
gi stessi «resistono» se le comunità delle montagne sono messe nelle condizioni di
potersi avvalere con ragionevole profitto delle proprie risorse, reinventando o ripri-
stinando forme di gestione e collaborazione collettiva attorno a quell’“altro modo di
possedere” che contraddistingue ancora una parte enorme di queste terre42. Questa
libertà costituzionalmente stabilita e preservata per le popolazioni delle montagne
può essere (finalmente) affermata se gli argomenti delle comunità sono convincenti,
fondati, ragionati. Anche per questo, l’accumulo di dati e di esperienze che la storia
offre, e che Appennino e La montagna della Sibilla raccolgono, sono un atto di resistenza.

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Sul mare

In una prospettiva globale, l’Appennino ha rappresentato uno spazio di congiunzione
fra le sponde opposte dell’Italia centrale, in una direttrice che agevolò, anche attra-
verso la fitta rete di porti adriatici, i rapporti fra l’Europa e l’Oriente43. Nell’ampio
ventaglio di professioni e mestieri esercitati migrando dalle popolazioni appennini-
che, si contempla pure quello dei facchini e scaricatori nei porti, come in quello di
Ancona; la presenza degli abitanti di Visso è accertata durante gli ultimi decenni del
Cinquecento44 e, ragionevolmente, proseguì e si amplificò con l’apertura del porto
franco durante la seconda metà del Settecento. Ancona e la fiera di Senigallia erano
due fra i porti adriatici preferenziali per l’approdo dei legnami da Venezia e da tutto
il bacino nord-adriatico di questa merce. In tal modo, Ancona diventava uno snodo
nel quale convergevano uomini e merci scambiati fra due assi, l’uno orizzontale fra
le dorsali appenniniche, l’altro verticale che l’univa alle montagne dell’Italia nord-o-
rientale e ai territori centro-europei per mezzo delle risorse. Non è solo probabile ma
è certo che quegli uomini avranno maneggiato legname proveniente dalla Valcana-
le, dal Canale del Ferro e dalla Carnia, fluitato lungo i torrenti del bacino del fiume
Tagliamento, giunto a Latisana e da lì imbarcato per Venezia, o direttamente verso
Ancona. Erano le vallate attraversate da Sebald mentre stava viaggiando nell’autunno
1976 da Vienna verso la città Dominante. Si era risvegliato in tempo per osservare la
desolante distruzione, «gli edifici crollati, le discariche di macerie e di pietrisco». Poi
il sole tornava, la vallata si apriva, lasciando spazio alla speranza.

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1
    Winfried Sebald, Vertigini, traduzione di Ada Vigliani, Adelphi, Milano 2003 (1990), pp. 54-55.
2
 Che, infatti, viene identificata come l’epidemia “dimenticata”; rimando a Contagio globale, impatto dise-
guale. Influenza spagnola e Covid-19 a confronto, con testi di Guido Alfani, David Bidussa, Antonio Maria Chie-
si, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Milano 2021, in https://fondazionefeltrinelli.it/schede/conta-
gio-globale-impatto-diseguale-influenza-spagnola-e-covid-19-a-confronto/ (ultima consultazione: 04
luglio 2021). Cfr. ora Adriano Prosperi, Tremare è umano. Breve storia della paura, Solferino, Milano 2021, pp.
35-44; Domenico Cecere, Calamità ambientali e risposte politiche nella Monarchia ispanica (secc. XVII-XVIIII). Intro-
duzione, in «Mediterranea», n. 51, 2021, pp. 65-74. Christian Pfister, “The Monster Swallows You“. Disaster
Memory and Risk Culture in Western Europe, 1500-2000, Rachel Carson Center, Munich 2011.
3
  Cfr. inoltre Lynne Sharon Schwartz, a cura di, Il fantasma della memoria. Conversazioni con W.G. Sebald, prefazio-
ne all’edizione italiana di Filippo Tuena, traduzione di Chiara Stangalino, Treccani, Roma 2019; Claudia
Öhlschläger, Michael Niehaus, hrsg, W.G. Sebald-Handbuch. Leben, Werk, Wirkung, Metzler, Stuttgart 2017.
4
 Mi riferisco a Storia naturale della distruzione, traduzione di Ada Vigliani, Adelphi, Milano 2004 (2001),
che ricostruisce gli effetti dei bombardamenti alle città tedesche durante la Seconda guerra mondiale.
5
    Silvia Mantini, a cura di, Ricostruire storie. Riflessioni e pratiche di storia moderna, Editoriale scientifica, Napoli 2020.
6
 Appennino, p. 297. Ho omesso dalla citazione il riferimento esplicito all’opera di Peter Laslett, The World
We Have Lost, Charles Scribner’s Sons, New York 1965 (edizione italiana Il mondo che abbiamo perduto. L’In-
ghilterra prima dell’era industriale, Jaca Book, Milano 1979). Sul suo (relativo) rilievo assunto nel contesto
italiano, cfr. The World We Have Lost di Peter Laslett. Un dibattito, a cura di Silvia Salvatici, con interventi
di Pier Paolo Viazzo, Daniela Lombardi, Angiolina Arru, Martine Segalen, Marzio Barbagli, in «Con-
temporanea», XII, n. 4, 2009, pp. 743-770.
7
    Appennino, p. 11.
8
    Un primo esempio: Arduino Cremonesi, Storia dei terremoti nel Friuli, Arti grafiche friulane, Udine 1977.
9
    Appennino, p. 14.
10
     Appennino, p. 13.
11
     Appennino, § 5, Popolamenti e spopolamenti, pp. 111-137; La montagna della Sibilla, pp. 38-39.
12
   Alessio Fornasin, Claudio Lorenzini, Lo spopolamento montano in Friuli: le cifre al vaglio, in Idd., a cura di, Via
dalla montagna. ‘Lo spopolamento montano in Italia’ (1932-1938) e la ricerca sull’area friulana di Michele Gortani e Giacomo
Pittoni, Forum, Udine 2019, pp. 211-222.
13
  La letteratura al proposito è molto vasta e si arricchisce ad ogni ricorrenza decennale; fra gli ultimi di
questi titoli, anche per quel che segue, mi limito a segnalare Corrado Azzolini, Giovanni Carbonara,
a cura di, Ricostruire la memoria. Il patrimonio culturale del Friuli a quarant’anni dal terremoto, Forum, Udine 2016 e
Sandro Fabbro, a cura di, Il “modello Friuli” di ricostruzione, Forum, Udine 2017.
14
     La montagna della Sibilla, p. 63.
15
  Roberta Biasillo, Dalla montagna alle aree interne. La marginalizzazione territoriale nella storia d’Italia, in «Storia
e futuro», n. 47, 2018 in https://storiaefuturo.eu/dalla-montagna-alle-aree-interne-la-marginalizza-
zione-territoriale-nella-storia-ditalia/ (ultima consultazione: 04 luglio 2021). Cfr., complessivamente,
Antonio De Rossi, a cura di, Riabitare l’Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquiste, Donzelli, Roma 2018;
Laura Bonato, a cura di, Aree marginali. Sostenibilità e saper fare nelle Alpi, Angeli, Milano 2017.
16
  Appennino, Conclusioni, Un grande avvenire dietro le spalle, pp. 289-299; La montagna della Sibilla, § 3, La popo-
lazione alla prova dei cambiamenti, pp. 28-35.
17
   Roberta Clara Zanini, Pier Paolo Viazzo, “Approfittare del vuoto”? Prospettive antropologiche su neo-popolamento
e spazi di creatività culturale in area alpina, in «Revue de Géographie alpine / Journal of Alpine Research», vol.
102, n. 3, 2014 http://rga.revues.org/2476, (ultima consultazione: 04 luglio 2021); Id., Le Alpi italiane.
Bilancio antropologico di un ventennio di mutamenti, in «EtnoAntropologia», 8, n. 2, 2020, pp. 15-32; Pier Paolo
Viazzo, Alpi a sorpresa. Storia e antropologia di fronte ai mutamenti climatici e demografici del XXI secolo, in Luigi Lo-
renzetti, a cura di, Le Alpi di Clio. Scritti per i vent’anni del Laboratorio di Storia delle Alpi (2000-2020), Dadò, Locarno
2020, pp. 77-87; Mauro Varotto, a cura di, La montagna che torna a vivere. Testimonianze e progetti per la rinascita
delle terre alte, Nuova dimensione, Portogruaro 2013; Federica Corrado, a cura di, Nuovi montanari. Abitare le
Alpi nel XXI secolo, Giuseppe Dematteis, Alberto Di Gioia, Franco Angeli, Milano 2014.
18
  Mauro Varotto, Benedetta Castiglioni, a cura di, Di chi sono le Alpi? Appartenenze politiche, economiche e cultu-
rali nel mondo alpino contemporaneo, Padova University Press-Rete montagna, Padova-Belluno 2012.
19
   Laura Bonato, Pier Paolo Viazzo, www.tradizione.it (sito in costruzione): nuove sfide per l’antropologia alpina, in
Idd., a cura di, Antropologia e beni culturali nelle Alpi. Studiare, valorizzare, restituire, Edizioni dell’Orso, Alessan-
dria 2013, pp. 9-27.

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20
     Appennino, pp. § 7, Un diverso modo di possedere, pp. 179-211.
21
  Roland Löffler, Peter Čede, Michael Beismann, Judith Walder, Ernst Steinicke, Current Demographic
Trends in the Alps: Nothing Quiet on the Western Front - Quiet in the East, in The Alps in Movement: People, Nature, Ideas,
edited by Andrea Omizzolo, Thomas Streifeneder, Eurac Research, Bolzano 2016, pp. 134-169.
22
     La montagna della Sibilla, pp. 28-30.
23
  Augusto Ciuffetti, Manuel Vaquero Piñeiro, Tra rinnovamento e arretratezza: economie e demografia della dorsa-
le appenninica centrale, in Via dalla montagna cit., pp. 87-119.
24
     Appennino, pp. 298-299.

 Alphonse Daudet, Tartarino di Tarascona, traduzione di Piero Gadda Conti, Rizzoli, Milano 1951, p. 17;
25

Giovanna Zangrandi, I Brusaz, Mondadori, Milano 1966, p. 19.
26
     Appennino, p. 289.
27
  Jon Mathieu, The European Alps - An Exceptional Range of Mountains? Braudel’s Argument Put to the Test, in «Euro-
pean Review of History / Revue européenne d’histoire», 24, n. 1, 2016, pp. 96-107. L’ultima delle carat-
teristiche, la più sfuggente, come ha evidenziato Mathieu, scompare fra l’edizione del 1949 e quella del
1966 de La Méditerranée et le monde méditerranéen à l’époque de Philippe II di Fernand Braudel.
28
  Pier Paolo Viazzo, Comunità alpine. Ambiente, popolazione, struttura sociale nelle Alpi dal XVI secolo a oggi, II edizione ri-
veduta e ampliata a cura di Giuliana e Pier Paolo Viazzo, Museo degli Usi e costumi della gente trentina-Ca-
rocci, San Michele all’Adige-Roma 2001; Dionigi Albera, Paola Corti, a cura di, La montagna mediterranea: una
fabbrica d’uomini? Mobilità e migrazione in una prospettiva comparata (secoli XV-XX), Gribaudo, Cavallermaggiore 2000.
29
     Appennino, § 6, Economie integrate. Mobilità, pluriattività e protoindustria, pp. 139-177.
30
     Appennino, § 8, Mettersi in cammino. Transumanze e migrazioni stagionali, pp. 213-230.
31
     Fernand Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi, Torino 1986, p. 37.
32
     Appennino, § 11, Il paradosso della modernità, pp. 261-287.

 Appennino, § 9, Lungo i cammini. Vetturali, venditori ambulanti, contrabbandieri e briganti, pp. 231-243; Piero Cam-
33

poresi, Mestieri nomadi ed arti per via, in Id., La miniera del mondo. Artieri inventori impostori, Il Saggiatore, Milano
1990, pp. 279-307.
34
     Appennino, p. 247.
35
  Davide Pettenella, Boschi e green economy: un progetto necessario, in Riabitare l’Italia cit., pp. 471-485; Pietro
Piussi, Rimboschimento di Alpi e Appennini nella seconda metà del Novecento, in Antonio Lazzarini, a cura di, Di-
boscamento montano e politiche territoriali. Alpi e Appennini dal Settecento al Duemila, Franco Angeli, Milano 2002,
pp. 527-537. Cfr. anche Giovanni Maria Flick, Maurizio Flick, Elogio della foresta. Dalla selva oscura alla tutela
costituzionale, il Mulino, Bologna 2020, e Matteo Melchiorre, Per una storia degli alberi e del bosco, in «Stori-
ca», n. 76, 2020, pp. 91-128.
36
  Diego Cason, Michele Nardelli, Il monito della ninfea. Vaia, la montagna, il limite, Lineagrafica Bertelli,
Trento 2020; Paola Favero, Sandro Carniel, C’era una volta il bosco. Gli alberi raccontano il cambiamento climatico.
Sarà una pianta a salvarci?, Hoepli, Milano 2019.
37
  Daniela Perco, Riflessioni sulla percezione e sulla rappresentazione del bosco in area prealpina e alpina, in Diboscamen-
to montano e politiche territoriali cit., pp. 319-329.
38
     Cfr. il numero monografico Terra d’asilo, terra di rifugio, di «L’Alpe», n. 5, 2002.
39
     La montagna della Sibilla, § 2, “Cuore” non soltanto geografico, pp. 22-28.
40
     Appennino, p. 13.
41
     Appennino, p. 12; La montagna della Sibilla, p. 23.
42
  Appennino, § 10, Paesaggi in mutazione, paesaggi che resistono, pp. 245-260, e § 7, Un diverso modo di possedere, pp.
179-211; La montagna della Sibilla, § 4, Lunghe permanenze / lunghe resistenze, pp. 35-49.
43
     Appennino, p. 76.
44
   Appennino, p. 144. Su questi aspetti, rimando a Sergio Anselmi, Adriatico. Studi di storia, secoli XIV-XIX,
CLUA Edizioni, Ancona 1991, e. Marco Moroni, Mercanti e fiere tra le due sponde dell’Adriatico nel basso medioevo
e in età moderna, in Paola Lanaro, a cura di, La pratica dello scambio. Sistemi di fiere, mercanti e città in Europa, 1400-
1700, Marsilio, Venezia 2003, pp. 53-79.

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OS. numero 2 | anno 2021       ISSN 2724-3192

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