NOTIZIE DAL 23 FEBBRAIO AL 28 FEBBRAIO

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NOTIZIE DAL 23 FEBBRAIO AL 28 FEBBRAIO
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                                                   ANNO 2019
                   Notizie dal 23 febbraio al 28 febbraio
 notizie e informazioni SULL’africa e, in particoLare, sui paesi del corno d’africa,
   raccolte da agenzie, gruppi, istituzioni,CON pareri, considerazioni e pareri

SOMMARIO

Pag. 02 - 23 Feb. L’UE intensifica la partnership in Africa
Pag. 02 - 23 Feb. Una ventina di svizzeri e binazionali nelle zone di conflitto
Pag. 03 - 23 Feb. Ue-Lega Araba: vertice Sharm el Sheikh, focus su cooperazione economica e Medio
                  Oriente
Pag. 04 - 23 Feb. Uganda. Programma per salvare la vita dei piccoli affetti da retino blastoma
Pag. 04 - 23 Feb. La guerra che portò il caos in Libia venne scatenata dai francesi con l’avallo degli
                  americani.
Pag. 05 - 24 Feb. Angola. Il ponte che collega i quartieri Bairro Popular / Palanca a Luanda è crollato
Pag. 05 - 24 Feb. Angola. La Cina continua a estendere la sua presenza in Africa
Pag. 06 - 24 Feb. L’Etiopia sarà il primo paese africano ad avere l’energia prodotta da centrali nucleari?
Pag. 07 - 25 Feb. Somalia. Raid aereo americano al confine con l’Etiopia
Pag. 07 - 25 Feb. Libia e Siria. Le forze della coalizione alla caccia di jihadisti anche con i droni
Pag. 09 - 26 Feb. Somalia. Soldato condannato a morte per l’omicidio di un civile
Pag. 09 - 26 Feb. Sfollati in Etiopia: la crisi dimenticata
Pag. 10 - 27 Feb. Somalia: Fmi, economia crescerà del 3,5 per cento nel 2019 e 2020
Pag. 10 - 28 Feb. Violento attacco al nostro Centro MsF per il trattamento di Ebola

                     Per segnalazioni ed informazioni: tel.+39.348.6924401; tel.+39.339.2940560
                website: www.hdig.org ; e-mail: riccardo.galletti@hdig.org, mario.pellegrino@hdig.org;
              IBAN Banca Friuladria (ag.Thiene-VI): IT43 M 053 3660 7900 0004 6284703
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23 Feb. L’UE intensifica la partnership in Africa
Il 9 Febbraio il Commissario per la cooperazione e lo sviluppo internazionale, Neven Mimica, ha firmato ad
Addis Abeba (Etiopia) un sostegno supplementare ai programmi di 5 organizzazioni regionali (COMESA, EAC,
IGAD, IOC, SADC) che coprono ben 25 paesi africani: Angola, Botswana, Burundi, Comore, Gibuti,
Repubblica Democratica del Congo, Eritrea, Etiopia, Kenya, Lesotho, Madagascar, Malawi, Mauritius,
Mozambico, Namibia, Ruanda, Seychelles, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Swaziland, Tanzania, Uganda, Zambia
e Zimbabwe.
Il sostegno del valore di 225 milioni di euro rafforzerà la creazione di posti di lavoro e la stabilità nei paesi
dell’Africa orientale, meridionale e dell’Oceano indiano, contribuendo a mantenere gli impegni presi nel
contesto dell’Alleanza Africa-Europa. Questo supplemento porta la dotazione finanziaria complessiva del Fondo
europeo di sviluppo (FES) per questo programma indicativo regionale a 1,49 miliardi di Euro per il periodo
2014-2020 e si concentra su 3 aree prioritarie: integrazione economica regionale; pace, sicurezza e stabilità
regionale e gestione regionale delle risorse naturali.
Durante questa missione la Commissione europea, la Commissione dell’Unione africana e l’International Trade
Center (ITC) hanno istituito l’Osservatorio commerciale dell’Unione africana, un pilastro fondamentale
dell’Area africana continentale di libero scambio.
L’8 febbraio il Commissario Mimica ha anche visitato la vicina Eritrea, dove ha incontrato il presidente Isaias
Afwerki per discutere della situazione nella regione ed esplorare modi per l’UE e l’Eritrea di intensificare le
relazioni politiche e il dialogo su questioni di interesse per entrambe le parti. È stato lanciato un progetto iniziale
da 20 milioni di euro, finanziato attraverso il Fondo fiduciario dell’UE per l’Africa e l’Ufficio delle Nazioni
Unite per i servizi ed i progetti (UNOPS), per ricostruire il collegamento stradale tra il confine etiopico e i porti
eritrei stimolando così il commercio, consolidando la stabilità e producendo chiari benefici per i cittadini di
entrambi i paesi.
Nel luglio dello scorso anno, l’Eritrea e l’Etiopia hanno firmato uno storico accordo di pace che ha posto fine a
20 anni di conflitto. Il riavvicinamento ha già prodotto benefici per la popolazione eritrea : riapertura dei
confini, ripresa della comunicazione, stabilità politica, sviluppo economico e riduzione del prezzo delle materie
prime. Contribuirà inoltre, a più lunga scadenza, alla stabilità dell’intera regione.

23 Feb. Una ventina di svizzeri e binazionali nelle zone di conflitto
Dal Servizio delle attività informative della Confederazione svizzera si apprende che una ventina di persone
svizzere, fra loro anche donne e bambini, si trovano in zone di conflitto
                                                                      Una ventina di jihadisti svizzeri o
                                                                      binazionali, uomini, donne e bambini, si
                                                                      trovano attualmente nelle zone di conflitto
                                                                      in Iraq e Siria. Lo afferma il Servizio delle
                                                                      attività informative della Confederazione
                                                                      (SIC), che dal 2001 tiene la contabilità delle
                                                                      persone che hanno lasciato la Svizzera per
                                                                      unirsi alla Jihad nell'ambito di un
                                                                      programma di contrasto al terrorismo. In
                                                                      totale sono state conteggiate 78 partenze
                                                                      verso la Siria e l'Iraq, 15 verso la Somalia,
                                                                      l'Afghanistan e il Pakistan e una verso le
                                                                      Filippine. Delle persone partite 31 avevano
                                                                      la nazionalità svizzera, 18 delle quali con
                                                                      doppia cittadinanza. Gli altri casi
                                                                      riguardano cittadini di nazionalità straniera
                                                                      in possesso di un permesso di soggiorno o
                                                                      aventi un qualsiasi legame con la Svizzera.

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Dai dati risultano una una ventina di minori, tra cui figurano sei figli con almeno un genitore svizzero. Il SIC ha
registrato tra i simpatizzanti della causa jihadista 33 decessi, di cui 27 confermati, e 16 ritorni in Svizzera, di cui
13 confermati. Gli adulti che si sono recati in zone di conflitto sono tutti oggetto di procedimenti penali.

23 Feb. Ue-Lega Araba: vertice Sharm el Sheikh, focus su cooperazione economica e
Medio Oriente
Europei e arabi hanno una lunga e ricca storia di scambi culturali, economici, commerciali e politici. Questo,
insieme alla vicinanza geografica e all’interdipendenza, ha contribuito a istituzionalizzare una forte relazione tra
l’UE e la Lega degli Stati arabi (LAS). In questo quadro, l’obiettivo comune è sviluppare una cooperazione più
stretta per realizzare le loro aspirazioni condivise per assicurare pace, sicurezza e prosperità in entrambe le
regioni.
I lavori inizieranno domenica 24 e lunedì 25 febbraio a Sharm El-Sheikh, in Egitto. Donald Tusk, sarà co-
presidente dell’incontro insieme al capo dello Stato egiziano Abdel Fatah al Sisi. Tusk rappresenterà l’Ue
insieme al presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker.
Ai presidenti si uniranno l’Alta rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di
sicurezza/Vicepresidente della Commissione Federica Mogherini e il Commissario per la Politica europea di
vicinato e i negoziati di allargamento Johannes Hahn.
Il cancelliere tedesco Angela Merkel parteciperà al summit ha detto Steffen Seibert, aggiungendo che il vertice
sarà il primo incontro ufficiale di tutti i leader dell’Unione europea e dell’SVL. A rappresentare l’Italia sarà il
Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.
Il vertice offre ai leader l’opportunità di affrontare una vasta gamma di temi e sfide comuni, quali gli
investimenti, i legami economici, i cambiamenti climatici, la sicurezza e gli sviluppi politici in atto. Europei e
arabi hanno una lunga e ricca storia di scambi culturali, economici, commerciali e politici. Un passato comune,
la vicinanza geografica e l’interdipendenza hanno contribuito a rafforzare la cooperazione tra l’UE e la Lega
degli Stati arabi e la loro collaborazione favorirà ulteriormente un ordine mondiale multilaterale fondato su
regole.
Il vertice inizierà nella giornata di domenica 24 febbraio alle ore 17:00, con un discorso di benvenuto del
presidente Al Sisi. Subito dopo, alle 17:30, è in programma una cerimonia ufficiale d’apertura, alla quale
seguirà una sessione plenaria sul rafforzamento del partenariato euro-arabo e la cooperazione nel quadro delle
sfide più importanti a livello globale. Seguiranno poi una foto di famiglia e una cena ufficiale, alla quale
prenderanno parte i capi delle diverse delegazioni. L’evento riprenderà il giorno successivo, lunedì 25 febbraio,
alle ore 10:30, con una riunione nel formato ristretto a cui prenderanno parte i leader dei paesi “impegnati ad
affrontare insieme le sfide regionali”, alla quale seguirà la seconda parte della seduta plenaria che inizierà il
giorno precedente. La sessione di chiusura è prevista per le ore 14:20, e terminerà con una conferenza stampa
finale.
L’organizzazione del vertice è stata decisa al termine di una riunione informale tra i capi di Stato e di governo
dei paesi Ue, svoltasi a Salisburgo lo scorso 19-20 settembre. L’iniziativa era già stata introdotta dal Consiglio
europeo il 18 ottobre 2018, che ha definito il summit un’opportunità per sottolineare la necessità di una
maggiore cooperazione tra l’Ue e il mondo arabo. Ad oggi, i paesi aderenti alle due organizzazioni costituiscono
il 12 per cento della popolazione mondiale, anche e soprattutto a fronte della forte crescita demografica che ha
caratterizzato il Medio Oriente nell’ultimo periodo. L’evento potrebbe essere, quindi, un’occasione per
rafforzare la cooperazione multilaterale nel quadro di una serie di questioni pressanti, come lo sviluppo socio-
economico, il commercio, gli investimenti, la sicurezza energetica, il cambiamento climatico e i flussi migratori.
I rapporti commerciali tra le due organizzazioni sono già ad un livello significativo. L’Unione europea è il
primo partner commerciale e il primo investitore nei paesi aderenti alla Lega: il 23 per cento del totale delle
importazioni di petrolio europee proviene dalle nazioni della Las, così come il 19 per cento di quelle relative al
gas naturale. Ne consegue che il vertice costituirà anche un’importante occasione per discutere un ulteriore
rafforzamento della cooperazione economica bilaterale, in particolare nei settori dell’energia, della scienza,
della ricerca, della tecnologia, del turismo, della pesca e dell’agricoltura.

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L’immigrazione, il cambiamento climatico, i rapporti economici, la cooperazione e la situazione attuale in
Medio Oriente, Siria, Yemen e Libia. Questi i temi su cui sarà incentrato, stando alle informazioni diffuse da
una serie di fonti europee.
La Lega araba include 22 stati membri dell'Africa e del Medio Oriente: Algeria, Bahrein, Comore, Gibuti,
Egitto, Iraq, Giordania, Kuwait, Libano, Libia, Mauritania, Marocco, Oman, Territori occupati palestinesi,
Qatar, Arabia Saudita, Somalia, Sudan, Siria, Tunisia, Emirati Arabi Uniti e Yemen. Non partecipa la Siria, la
cui appartenenza alla Lega è in sospeso dal 2011. Dalla firma di un memorandum d'intesa nel 2015, l'Ue e la
Las hanno mantenuto una relazione avanzata, con cui riunioni ministeriali biennali e incontri annuali tra il
Comitato politico e di sicurezza dell'Ue e rappresentanti permanenti della Las. L'Ue e la Las hanno anche
lanciato nel 2015 un dialogo strategico per lo sviluppo della cooperazione operativa euro-araba su questioni di
sicurezza.

23 Feb. Uganda. Programma per salvare la vita dei piccoli affetti da retino blastoma
Nel mondo, ogni anno, si registrano 9 mila nuovi casi di retinoblastoma, il tumore dell’occhio. Alta l’incidenza
sui bambini in età pediatrica e, mentre nei Paesi ad alto reddito oltre il 90% dei bambini affetti da
retinoblastoma sopravvive, nei Paesi del Sud del mondo il 70% muore perché non riceve una diagnosi precoce e
cure tempestive. Si tratta di cifre impressionanti cui, per fare fronte a questa piaga, in Uganda, all’Ospedale
Ruharo, la diocesi di Ankole insieme a CBM Italia Onlus, di Milano, la più grande organizzazione umanitaria
internazionale impegnata nella prevenzione e cura della cecità e disabilità evitabile nei Paesi del Sud del
mondo, ha lanciato un programma nazionale di prevenzione e cura del retinoblastoma. La diocesi di Ankole,
fondata nel 1957 a Ruharo, a 3 km da Mbarara, promuove servizi sanitari, educativi e di assistenza sociale per
gli abitanti di Mbarara, Ibanda, Isingiro e Ntungamo. In tale cornice si inserisce l’assistenza ai più piccoli, per
salvare le loro vite.
“In Uganda, il nostro obiettivo prioritario è ridurre la mortalità dei bambini colpiti da retinoblastoma salvando la
loro vista e la loro vita. Non è facile, la tempestività in questi casi è fondamentale per evitare che la malattia si
diffonda ulteriormente. Quando diagnosticato precocemente e trattato in modo efficace, il retinoblastoma
infantile infatti è curabile”, dichiara Massimo Maggio, Direttore di CBM Italia Onlus.
Il programma, avviato nel 2006 presso il Ruharo Eye Centre a Mbarara, nella parte sud occidentale dell’Uganda,
favorisce l’accesso alle cure mediche ai bambini offrendo loro un trattamento completo: dall’identificazione al
trattamento con chemioterapia o chirurgia; dalla riabilitazione con protesi oculari ai controlli di breve e lungo
termine.
Il 72% della popolazione ugandese vive nelle zone rurali più povere e isolate, dove non ci sono ospedali.
Tantissimi bambini colpiti da retinoblastoma, a causa della povertà e dell’isolamento, non ricevono una diagnosi
tempestiva e arrivano negli ospedali quando ormai è troppo tardi, quando il tumore è diventato incurabile. Su
270 bambini trattati, dal 2006 al 2013, i risultati evidenziano la riduzione della mortalità del 37% e un aumento
della percentuale di bambini che hanno mantenuto la vista dopo la terapia dal 15 al 77

23 Feb. La guerra che portò il caos in Libia venne scatenata dai francesi con l’avallo degli
americani.
La guerra di Libia. Correva l’anno 2011, i dodici mesi che cambiarono il mondo ma sopratutto la storia d’Italia.
Eravamo ormai abituati a ricordarlo come l’anno della caduta del governo Berlusconi IV e dell’arrivo dell’ultra-
europeista Mario Monti a Palazzo Chigi dopo mesi di attacchi politici e finanziari (non senza speculazioni assai
poco trasparenti).
Tutti ricordiamo gli insopportabili risolini di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy al Consiglio Europeo del 23
ottobre 2011. Ebbene, ora su quei giorni cruciali potremmo apprendere qualcos’altro. Se possibile, qualcosa di
ancora più inquietante. Come ha rilevato Scenarieconomici, spulciando fra le mail dell’allora Segretario di Stato
Usa Hillary Clinton si scopre che l’attacco internazionale che portò alla caduta del regime di Muhammar
Gheddafi e all’uccisione del Colonnello venne lanciato solo ed esclusivamente per rispondere a precisi interessi
geostrategici francesi, con

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l’avallo statunitense. A tutto detrimento degli interessi italiani. L’obiettivo era uno solo: affermare la potenza
transalpina ed eliminare ogni influenza italiana nel Maghreb.
Certo, sapevamo già che la guerra voluta da Sarkozy era un mezzo per estromettere il nostro Paese dal controllo
del petrolio libico, ma vederlo scritto nero su bianco resta comunque impressionante.
E allora vediamo cosa contengono, quelle mail famigerate. Il 2 aprile del 2011, l’allora candidata democratica
alla Casa Bianca riceveva un messaggio dal suo consigliere per il Medio Oriente Sidney Bluementhal dai toni
assai espliciti. Da quelle righe emerge infatti che il presidente francese dell’epoca, Sarkozy, ha finanziato e
aiutato in ogni modo le fazioni anti gheddafiane con denaro, armi e addestratori, allo scopo di strappare più
quote di produzione del petrolio in Libia e rafforzare la propria posizione tanto sul fronte politico esterno quanto
su quello geostrategico globale.
Di più. A motivare definitivamente la decisione dell’Eliseo di entrare nel conflitto sarebbe stato il progetto
del raìs di soppiantare il franco francese africano con una nuova divisa pan-africana, nell’ottica di un’ascesa
della Libia come potenza regionale in grado di raccogliere intorno a sè un’alleanza regionale di Stati.
Sostituendo così proprio la Francia, a suon di oro e di argento (Gheddafi ne avrebbe conservate poco meno di
trecento tonnellate).
Le conseguenze dell’intervento sono storia nota, con la Libia precipitata in un’atroce guerra civile, l’Isis che
spadroneggia sulle coste meridionali del Mediterraneo e un’ondata di migranti senza precedenti che si riversa
sulle nostre coste. All’epoca l’Italia, all’oscuro di tutto, prese addirittura parte alla guerra contro Gheddafi, sia
pure a malincuore.
Ora però è chiaro che quella manovra, insieme all’attacco speculativo portatoci dalla Germania, aveva un solo
obiettivo: l’Italia. Che ancora oggi ne sconta le terribili conseguenze.

24 Feb. Angola. Il ponte che collega i quartieri Bairro Popular/Palanca a Luanda è crollato
Con oltre sei milioni di abitanti, la
provincia di Luanda comprende il comune
di Luanda, Cazenga, Cacuaco, Viana,
Belas, Icolo e Bengo e Quiçama.
A seguito delle forti piogge avvenute in
questo periodo è crollato il ponte che
collega i quartieri Bairro Popular / Bairro
Palanca in Luanda. Inoltre è crollato un
ponte temporaneo a causa
dell'inondazione che ha anche distrutto
centinaia di case. Si sono verificati due
morti nel quartiere di Rasta, nel comune
di Kilamba Kiaxi, e altri due a Boavista,
nel distretto di Ingabota di Luanda, tutti
rimasti otto le macerie delle abitazioni crollate.
Parlando alla stampa, il direttore dell'ufficio governativo di Luanda del servizio tecnico e infrastrutturale (GPL),
Osvaldo do Amaral, ha affermato che il lavoro sul canale di drenaggio, che collega il ponte crollato, è rimasto
paralizzato. Il funzionario ha anche detto che dall'inizio di febbraio, la pioggia ha distrutto 711 case, oltre a
scuole e centri sanitari, ma non ci sono state altre vittime.

24 Feb. Angola. La Cina continua a estendere la sua presenza in Africa
La Cina continua a estendere la sua presenza in Africa. Una presenza che spesso e volentieri è in grado di
portare investimenti, sviluppo e stabilità. Chi pensa che la presenza di Pechino si limiti all'Africa orientale si
sbaglia. Uno dei paesi con il quale Pechino ha il rapporto più stretto è infatti l'Angola, sulla costa Sud
Occidentale del continente.

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Per il 2018 la Cina si conferma infatti il più grande investitore in Angola, stando ai dati della Investment and
Export Promotion Agency (AIPEX) of Angola. L'agenzia ha approvato 71 progetti per un valore di circa 502
milioni di dollari tra il marzo e il dicembre dell'anno appena trascorso. E le prospettive sono di ulteriore
crescita, con il numero di progetti che dovrebbe aumentare ancora di più.
"Sfortunatamente, le province costiere hanno infrastrutture di qualità molto maggiore rispetto al resto del
paese", dichiara a CCTV+ Licini Contreiras, presidente dell'Aipex. "Parlo di energia, idroelettrica, strade,
infrastrutture e ospitalità. Dobbiamo provare a migliorare la situazione anche nelle altre province". In questo
senso possono essere d'aiuto gli investimenti cinesi che potrebbero concentrarsi anche sulle energie rinnovabili,
settore sul quale ci sarà un forum imprenditoriale nella prima metà del 2019.

24 Feb. L’Etiopia sarà il primo paese africano ad avere l’energia prodotta da centrali
nucleari?
La Russia e la Cina propongono e sostengono il nucleare come una soluzione per l'energia pulita per favorire lo
sviluppo dei paesi del continente Africano.
Impaziente di incrementare le forniture di elettricità per abitazioni e aziende, l'Etiopia e altre nazioni africane
stanno preparandosi, aprendo la strada alle centrali nucleari.
Per ora, il Sudafrica è l'unico paese del continente che gestisce una centrale nucleare.
Ma negli ultimi anni, almeno altri sette stati dell'Africa sub-sahariana hanno firmato accordi per schierare
l'energia nucleare con il sostegno della Russia, secondo gli annunci pubblici della World Nuclear Association
(WNA), un ente industriale.
Il memorandum d'intesa dell'Etiopia sulla cooperazione nucleare con la Russia spiana la strada per la
costruzione di una centrale nucleare e di un reattore di ricerca a lungo termine, ha affermato Frehiwot
Woldehanna, ministro dello stato dell'Etiopia per il settore energetico. Il paese dell'Africa orientale si sta
elettrificando rapidamente per soddisfare la crescente domanda di energia ed ha come obiettivo di diventare il
più grande esportatore di energia del continente, attenendosi alle promesse di mantenere una bassa emittenza di
gas serra pericolosi per il pianeta.
Nell'ambito di un piano di sviluppo 2015-2020, Addis Ababa intende aumentare la produzione di energia a oltre
17.000 megawatt (MW) dalla capacità attuale di poco più di 4.200 MW, principalmente sfruttando fonti idriche,
eoliche e geotermiche. Il suo progetto più ambizioso è la diga Grand Renaissance in costruzione sul fiume Nilo
che, se completata entro i prossimi quattro anni, produrrà 6.000 MW a pieno regime, secondo l'etiope Electric
Power, l'azienda di proprietà statale. Ma è forte la preoccupazione sull'abbondanza di acqua per la principale
fonte di elettricità del paese, poiché la siccità diventa sempre più frequente. Con i fiumi che a volte si stanno
prosciugando, "non si può fare completamente affidamento sull'energia idroelettrica.
I piani per una centrale nucleare in Etiopia rimangono nella "fase di pre-fattibilità", ma il paese è seriamente
intenzionato a costruirne una.
                                                       Con i 48 paesi dell'Africa subsahariana che generano la
                                                       stessa quantità di energia della Spagna, nonostante una
                                                       popolazione 18 volte più grande, l'opzione di portare
                                                       l'elettricità alla popolazione su scala più ampia usando
                                                       l'energia nucleare sta guadagnando slancio. Sei su dieci
                                                       africani sub-sahariani non hanno ancora accesso
                                                       all'elettricità, secondo i dati della Banca Mondiale.
                                                       Come l'Etiopia, gli stati nucleari emergenti Sudan, Kenya,
                                                       Uganda, Nigeria, Ruanda, Zambia e Ghana hanno firmato
                                                       accordi con la società nucleare statale russa, ROSATOM -
                                                       la maggior parte dal 2016. Il loro contenuto spazia dalla
                                                       costruzione di reattori nucleari all'assistenza con studi di
                                                       fattibilità e formazione del personale.

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Le soluzioni di ROSATOM per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi variano da paese a
paese, ma vengono normalmente elaborate nelle fasi successive di un programma nucleare di nuova costruzione
"nel più rigoroso rispetto del diritto internazionale", ha detto una portavoce alla Thomson Reuters Foundation.
Anche le aziende nucleari statali cinesi hanno assunto un ruolo guida nella regione, concludendo accordi con
Kenya, Sudan e Uganda, come mostrano dati WNA.
L'Etiopia si è impegnata a rispettare l'accordo di Parigi sui cambiamenti climatici per ridurre le sue già magre
emissioni di due terzi rispetto alle proiezioni business-to-usual, entro il 2030. L'accordo di Parigi, concordato
nel 2015 da circa 195 nazioni, cerca di ridurre l'economia globale dai combustibili fossili nella seconda metà di
questo secolo, limitando l'aumento delle temperature medie a "ben al di sotto" di 2 gradi Celsius (3,6
Fahrenheit) sopra tempi industriali. Il potenziamento dell'energia nucleare potrebbe essere un'opzione neutrale
dal punto di vista del carbonio, ma presenta dilemmi come l'alto costo della costruzione di un impianto e la
creazione di infrastrutture di supporto, compresa la gestione sicura del combustibile nucleare.
Tuttavia, ottenere l'accesso a grandi quantità di elettricità a basso costo da impianti nucleari attivi 24 ore su 24, 7
giorni su 7, potrebbe aumentare la produzione domestica e lo sviluppo.
La problematica essenziale che investe la sicurezza viene espressa da alcuni osservatori politici che esprimono
preoccupazione per la prospettiva di reattori nucleari sostenuti dalla Russia in alcuni paesi per la presenza di
gruppi ribelli e istituzioni governative deboli. Nella trattazione della ,materia un diplomatico occidentale con
sede in Africa, che ha chiesto di rimanere anonimo, dubita infatti delle rassicurazioni della Russia che
raccoglierà i rifiuti nucleari dai progetti che ha aiutato a stabilire.
In questo contesto i rifiuti radioattivi non smaltiti correttamente possono essere utilizzati per la realizzazione di
bombe sporche. Le cosiddette bombe sporche possono combinare esplosivi convenzionali come la dinamite con
materiali radioattivi come le scorie nucleari. Il Trattato sulla non proliferazione delle armi nucleari impone
misure di salvaguardia per garantire il materiale nucleare. E 40 nazioni hanno aderito al Trattato di Pelindaba
che crea una zona senza armi nucleari in Africa.
La strada quindi ora è avviata ma si presuppone sia una strada lunga. Potrebbero volerci 20 anni perché l'Etiopia
costruisca una centrale nucleare, stima Hong-Jun Ahn, un ingegnere elettrico coreano che consiglia il governo
etiopico sui suoi piani nucleari.

25 Feb. Somalia. Raid aereo americano al confine con l’Etiopia
Il comando militare Usa in Africa (Africom) ha ucciso, mediante l’impiego di droni, 35 militanti di al Qaeda
affiliati ad al-Shabaab in un raid in Somalia, in una area non precisata vicino al confine etiope. Africom
comunica che i militanti sono stati uccisi mentre si spostavano da una postazioni ad un’altra in una zona rurale e
che "raid di precisione eliminano potenziali minacce per i nostri partner in Somalia”.
Non ci sono comunicazioni per eventuali danni collaterali né se l’azione è stata compiuta in appoggio a truppe
di terra.

25 Feb. Libia e Siria. Le forze della coalizione alla caccia di jihadisti anche con i droni
Il quotidiano cattolico Avvenire dimentica per un giorno l’assalto contro il ministro Salvini, definito quasi come
un demonio, stile Famiglia Cristiana, sol perché cerca di frenare il business dell’immigrazione, e si dedica ad
argomenti inconsueti per il mondo cattolico, quali la caccia ai jihadisti che le forze della coalizione stanno
realizzando da tempo. Ecco l’analisi del quotidiano, che riportiamo per il suo indubbio interesse per l’opinione
pubblica.
Sono operazioni semi-segrete, ordite dalle forze speciali e dai droni. Puntano alla cattura e all’eliminazione dei
vertici jihadisti. Raid mirati che stanno accompagnando ovunque le varie fasi della guerra contro il terrorismo.
In Afghanistan, in Iraq, in Somalia, in Yemen, in Siria, in Iraq, in Libia e in Mali c’è una sorta di caccia
all’uomo, fatta di un intreccio di intercettazioni, lavoro certosino di intelligence e vigilanza permanente dello

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spazio aereo. Soprattutto ora che la fine della guerra in Siria si avvicina, i jihadisti sono circoscritti in una ridotta
area a ridosso dell’Eufrate ed è stato dato il «rompete le righe» ai combattenti. Fino all’obiettivo finale, che
dovrebbe mirare a disarticolare i gruppi terroristici, eliminando i cervelli della rete.
L’ultimo colpo è stato assestato dalla task force Sabre in Mali, da una squadra dei 500 uomini delle forze
speciali francesi basati in Burkina Faso. Il numero due dell’Alleanza per la vittoria dell’islam e dei musulmani,
Yahia Abou Hamman, è stato ucciso nel primo pomeriggio del 21 febbraio, a nord di Timbuctu, in una zona
monitorata da tempo da almeno un drone, decollato da Niamey, in Niger. E una rete di avamposti e basi
occidentali il desertico Sahel, la nuova frontiera del jihadismo più vicina all’Europa, puntellata soprattutto dai
francesi e dagli americani. Hamman è il quarto comandante a essere ucciso nel giro di un anno. Faceva parte del
cerchio più ristretto del capo dei capi, Iyad Ag Ghaly, il terrorista più ricercato della regione. Si spera ora di
arrivare ai contatti di quest’ultimo e di prenderlo, costi quel che costi.
Come si sta cercando di fare con al-
Baghdadi, in Siria, e con i foreign
fighters (i combattenti stranieri)
occidentali che nessuno desidera
rimpatriare. Le forze speciali americane,
britanniche e francesi avrebbero ordine
di «non fare prigionieri». Forse anche
quelle danesi. Dal 2014, Abu Bakr al-
Baghadi è stato dato per morto una
mezza dozzina di volte. E invece
potrebbe aver seguito le orme di
Benladen, modificando di 360′ i suoi
stili di vita. L’anno scorso era stato
intercettato dalla Nsa americana a Deir
ez-Zor. Facendo man bassa delle
confessioni di Abu Zaid al-Iraqi,
catturato in un’operazione sinergica fra
operazioni al limite della legalità, di
regolamenti di conti da far west, come
avviene in tutte le guerre asimmetriche, contro miliziani, tecno-guerriglie e jihadisti privi di copertura aerea. I
droni armati fanno il lavoro sporco, insieme alle forze speciali, infiltrate con elicotteri. Si uccide, purtroppo. A
volte si mietono vittime innocenti, si sequestrano armi, telefoni portatili e computer ricchi di informazioni per
l’intelligence. Gli israeliani sono maestri nel campo. Studiano meticolosamente l’obiettivo e ne affidano le sorti
ai droni o molto più spesso al Kidon, il ramo più segreto del Mossad. Addestrati nel deserto del Neghev, i
commando si muovono generalmente in cellule formate da tre uomini e una donna, trappola ideale per liquidare
bersagli maschili.
Molte azioni avvengono in Medioriente, ma anche l’Africa è assurta a teatro operativo. Non meno clandestini
sono i programmi americani di uccisioni mirate in Afghanistan, Yemen e Somalia, con centinaia di raid e blitz
delle forze speciali dal decennio scorso ad oggi. Il 20 febbraio, i droni a stelle e strisce hanno chiuso
definitivamente anche il dossier di Fabien Clain e del fratello Jean-Michel, eliminati nell’area di Baghuz,
l’ultimo fortino del Daesh in Siria. Fabien era il jihadista francese che aveva prestato la voce alla rivendicazione
dei sanguinosi attacchi a Parigi nel 2015.
Interessanti anche i numeri riportati: la legione straniera affluita nel Califfato conta su 40mila circa combattenti
stranieri che hanno raggiunto il Daesh, dal giugno 2014 alla fine del 2017, con 110 nazionalità rappresentate in
Siria e Iraq: 5.600 sarebbero i combattenti rientrati nei Paesi di origine.
138 i foreign fighter italiani partiti per il Siraq o la Libia: 47 i morti in combattimento, 28 i probabili rimpatriati.
Sono numeri inquietanti, e speriamo che intelligence, polizia e magistratura continuino nella loro opera di
prevenzione.

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26 Feb. Somalia. Soldato condannato a morte per l’omicidio di un civile
                                 Un tribunale militare di Mogadiscio ha condannato a morte un soldato
                                 governativo per aver ucciso un civile nel distretto di Mahad nella regione del
                                 Medio Shabelle, nel sud della Somalia, ha riferito radioshabelle.com il 25
                                 febbraio 2019.
                                 Abdulkadir Mohamud Ali è stato giudicato colpevole dalla corte per l'omicidio
                                 del civile Abdirahman Adow Mohamud avvenuto lo scorso novembre. La
                                 vittima, che era un autista noto nella zona, fu colpita da vicino con arma da
                                 fuoco dal soldato ad un posto di blocco a Mahaday, nella regione del Medio
Shabelle. L'ex soldato può presentare appello, hanno detto i giudici della corte militare.

26 Feb. Sfollati in Etiopia: la crisi dimenticata
                                        DIMENSIONI• DI TESTO AaAa
Con tre milioni di sfollati al suo interno, l'Etiopia sta attraversando una delle crisi umanitarie più gravi e
ignorate al mondo. Otto milioni di persone hanno urgente bisogno di assistenza alimentare. Altri 8 milioni
hanno necessità di supporto per i bisogni più basilari.
La nostra Monica Pinna, per il programma AID ZONE di Euronews, ha voluto approfondire il ruolo dell’Europa
in un Paese sospeso tra profonde riforme democratiche e violenti scontri interetnici.
Le riforme democratiche adottate dal nuovo Primo Ministro d’Etiopia Abiy Ahmed hanno dato una scossa alla
politica e all’economia del Paese. Tra gli effetti anche un aumeto delle violenze interentiche.
Dati: A oggi sono circa 3 milioni gli sfollati all’interno del Paese. Due terzi di loro sono fuggiti dai conflitti, il
resto da siccità e inondazioni. Mentre otto milioni di etiopi hanno urgente bisogno di assistenza alimentare, altri
otto milioni sono considerati in stato di vulnerabilità cronica.

Il nuovo Primo Ministro d’Etiopia Abiy Ahmed ha scosso l'Etiopia facendo grossi passi avanti per promuovere i
diritti umani. Questo giovane leader punta all'unità di un Paese oggi frammentato. Se riuscirà nei suoi intenti
l'ondata di democrazia potrà influire sull'intera regione, non soltanto sull' Etiopia.
Il campo di Qoloji
Qoloji è il campo di sfollati più grand dello Stato Somalo dell’Etiopia, nell’Est del Paese. Qui vivino circa
80.000 persone, principalmente di etnia somala, provenienti dalla vicina regione dell’Oromia. Ci sono nuovi
arrivi praticamente ogni giorno, ma molti si sono installati qui più di un anno fa.

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Tra le grandi urgenze da affrontare nel campo, spiccano la mancanza di acqua unita alla difficoltà nell'igiene
personale. L’agenzia delle Nazioni Unite IOM, supportata dal Soccorso Umanitario della Commissione
Europea, ha costruito latrine e docce e sta lavorando sulla sensibilizzazione all’igiene.
"Abbiamo formato 16 operatori per l’igiene. Li abbiamo selezionati tra gli stessi evacuati. Ogni promotore ha
l’incarico di formare 30 donne. Insegnano loro la prevenzione e una volta terminata la sessione, eseguono
controlli porta a porta, lo riferisce Halimo Hassen, dell'’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni.
“Ho imparato a lavarmi le mani correttamente, specialmente prima di cucinare. A lavare i piatti a mangiare
mentre il cibo è ancora caldo e a coprire gli avanzi”, dice ancora Ubah Ali Esse.
Si tratta di regole di base che possono però salvare vite. Ogni settimana gli operatori della IOM vanno porta a
porta per verificare gli effetti pratici dei loro insegnamenti. Ubah ci ha mostrato il modo in cui ha iniziato a
separare l’acqua potabile da quella non potabile nelle due taniche che le sono state fornite.

27 Feb. Somalia: Fmi, economia crescerà del 3,5 per cento nel 2019 e 2020
L'economia della Somalia crescerà del 3,5 per cento quest'anno e il prossimo, in progressione rispetto alla stima
fatta lo scorso anno (3,1 per cento). Lo dice il Fondo monetario internazionale (Fmi) in una nota diffusa oggi
sulle conclusioni della missione di revisione conclusa di recente nel paese, in cui si sottolinea che l'economia
somala "si sta riprendendo", ma che sono "necessari ulteriori sforzi per assicurare la resilienza economica e
ridurre la povertà" nel paese. Nel documento, i tecnici del Fondo "si congratulano con le autorità per l'attuazione
delle riforme chiave e per le prestazioni soddisfacenti nell'ambito del programma", incoraggiandole a sostenere
questo slancio concreto, "che contribuirà a spianare la strada verso l'eventuale liquidazione degli arretrati e la
riduzione del debito" nell'ambito dell'iniziativa a sostegno dei Paesi poveri fortemente indebitati (Heavily
Indebted Poor Countries, Hipc). L'organismo osserva che dal 2017 l'economia somala è cresciuta, l'inflazione
rallentata e che il deficit commerciale si è ristretto. Si prevede un tasso di inflazione pari al 3 per cento
quest'anno e del 2,8 per cento il prossimo, in discesa rispetto al 3,5 per cento prospettato lo scorso anno. Allo
stesso modo, il deficit delle partite correnti potrebbe ridursi al 5,3 per cento del Prodotto interno lordo (Pil)
quest'anno, rispetto al 5,6 per cento stimato lo scorso anno.
Secondo i dati registrati fino a novembre, infine, le entrate nazionali hanno raggiunto un totale di 161 milioni di
dollari, il 31 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2017. A fine settembre l'Unione europea ha
approvato un pacchetto di 100 milioni di euro a sostegno del bilancio statale della Somalia, il primo di questo
tipo mai approvato in favore del paese del Corno d’Africa. Il finanziamento, si legge nella nota diffusa da
Bruxelles, sarà erogato fino al 2021 e contribuirà al processo di “capacity building” della Somalia, oltre che ad
aumentare il ruolo delle autorità locali nella fornitura di servizi di base.
La Banca mondiale aveva annunciato poco prima lo stanziamento di una linea di credito di 80 milioni di dollari
in favore della Somalia per finanziare la riforma delle finanze pubbliche. Secondo quanto si apprende da una
nota dell’istituto, 60 milioni di dollari saranno destinati al progetto di finanziamento dei costi delle riforme e gli
altri 20 milioni al progetto di rafforzamento delle capacità di gestione delle entrate e delle finanze pubbliche.
Si tratta della prima linea di credito stanziata dalla Banca mondiale in favore della Somalia dall’inizio della
guerra civile, nel 1991. “Il finanziamento rappresenta una pietra miliare nello sviluppo e nella ricostruzione
della Somalia”, si legge nella nota, secondo cui la Banca mondiale collaborerà con il governo di Mogadiscio
anche per migliorare servizi quali l'istruzione, l'assistenza sanitaria e l'accesso all'acqua pulita, all'energia e al
credito. Grazie anche al finanziamento, l’istituto prevede che l'economia della Somalia crescerà in media tra il
3,5 e il 4,5 per cento annuo nel periodo 2019-2022.

28 Feb. Violento attacco al nostro Centro MsF per il trattamento di Ebola
Il 24 febbraio, alle dieci di sera, aggressori non identificati hanno attaccato il Centro trattamento Ebola di MSF a
Katwa. Dopo aver lanciato delle pietre contro la struttura, hanno appiccato il fuoco in diverse aree, distruggendo
reparti e attrezzatture. Secondo i racconti dei testimoni, il fratello di un paziente è deceduto mentre tentava di
fuggire, ma le esatte circostanze della sua morte sono ancora da chiarire.

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L’attacco è stato traumatico per i pazienti, per i loro parenti e per lo staff presente nel centro in quel momento.
Siamo riusciti a trasferire in Centri di trattamento vicini tutti i nostri pazienti, quattro casi confermati e sei
sospetti, ma questo attacco ha dato un duro colpo alla nostra capacità di rispondere all’epidemia nel suo attuale
epicentro.
Sebbene le ragioni dell’attacco non siano chiare e tale violenza sia inaccettabile, è evidente che gli attori
impegnati nella risposta contro l’Ebola, MSF compresa, non sono riusciti a ottenere la fiducia di una porzione
significativa della popolazione ha detto. Tutte le realtà coinvolte in questa risposta devono cambiare approccio e
confrontarsi seriamente con le proteste e le paure delle comunità locali.
Dopo il violento attacco Centro di trattamento Ebola nel Nord Kivu, in Repubblica Democratica del Congo
(RDC) in cui la struttura è stata data alle fiamme e parzialmente distrutta, abbiamo deciso di sospendere le
attività nel nostro centro, inaugurato solo un mese fa.
La sospensione delle attività limiterà gravemente la possibilità di accedere a cure mediche essenziali.

Dopo più di sei mesi dall’insorgere dell’Ebola nel Nord Kivu e nella provincia di Ituri, l’epidemia non è
ancora sotto controllo, con oltre 870 casi confermati e più di 540 decessi. Dopo i primi risultati nel
fermare il contagio negli epicentri iniziali, a Mangina, Beni e in alcuni centri più piccoli come Tchomia,
Mutwanga e Masereka, l’epidemia si è diffusa da 4 a 19 distretti sanitari. Le persone continuano a morire nelle
comunità, vengono contagiate nei centri sanitari, e la maggior parte dei nuovi casi di Ebola non può essere
ricondotta a casi già conosciuti. Le precedenti epidemie di Ebola hanno dimostrato che è indispensabile
ottenere l’accettazione della comunità locale. Senza questa fiducia, i malati e i morti restano invisibili e gli
operatori sanitari rischiano di subire minacce o aggressioni. La risposta all’epidemia rischia di fallire senza il
coinvolgimento delle comunità locali.
Le attività di MSF per rispondere all’epidemia di Ebola continuano a Butembo, Bunia, Bwena Sura,
Kayna e Biena.
La risposta alle emergenze è una delle attività principali per MSF in Repubblica Democratica del Congo.
Butembo e Katwa sono attualmente gli epicentri dell’epidemia di Ebola dichiarata il 1° agosto 2018 in RDC, la

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seconda peggiore epidemia nella storia della malattia. Il Centro di trattamento MSF a Butembo può
accogliere 96 pazienti mentre quello di Katwa contava 62 posti letto. Dall’inizio delle attività, MSF ha assistito
più di 2.100 pazienti in questi due centri, con 250 casi confermati di Ebola e 110 pazienti guariti.
MSF gestisce anche Centri di transito a Beni e Bwana Sura (distretto sanitario di Komanda) e un centro di
isolamento a Bunia.
MSF ha anche supportato la vaccinazione degli operatori in prima linea, e conduce attività di prevenzione e
controllo dell’infezione, oltre che di sensibilizzazione tra gli operatori sanitari e le comunità colpite. Dopo più di
sei mesi dall’insorgere dell’Ebola nel Nord Kivu e nella provincia di Ituri, l’epidemia non è ancora sotto
controllo, con oltre 870 casi confermati e più di 540 decessi. Dopo i primi risultati nel fermare il contagio negli
epicentri iniziali, a Mangina, Beni e in alcuni centri più piccoli come Tchomia, Mutwanga e Masereka,
l’epidemia si è diffusa da 4 a 19 distretti sanitari. Le persone continuano a morire nelle comunità, vengono
contagiate nei centri sanitari, e la maggior parte dei nuovi casi di Ebola non può essere ricondotta a casi
già conosciuti.

                     Per segnalazioni ed informazioni: tel.+39.348.6924401; tel.+39.339.2940560
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