La Regione Toscana ricorda la tragedia del "Moby Prince" - 22 Maggio 2020 - 22 Maggio 2020

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La Regione Toscana ricorda la tragedia del "Moby Prince" - 22 Maggio 2020 - 22 Maggio 2020
22 Maggio 2020 -

La Regione Toscana ricorda la tragedia
del “Moby Prince”

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Anniversario della tragedia del Moby
Prince

PISA – ”Dopo 27 anni dalla tragedia del Moby Prince, quest’anno la
celebrazione dell’anniversario si svolge con uno spirito diverso, grazie alle
conclusioni della commissione parlamentare d’inchiesta che hanno portato a un
ribaltamento delle verità processuali e dopo le segnalazioni inoltrate alla
procura di Livorno noi familiari ora ci aspettiamo di poter giungere
finalmente alla verità”. Lo afferma Luchino Chessa, presidente
dell’associazione 10 Aprile, che raduna numerosi familiari vittime. Il 10
Aprile 1991 il traghetto con a bordo 141 persone entrò in collisione con la
petroliera Agip Abruzzo nella rada del porto livornese e si incendiò restando
alla deriva per ore. Ci fu un solo superstite: il mozzo Alessio Bertrand. E
oggi, dopo le conclusioni della commissione parlamentare presieduta da Silvio
Lai (Pd), i familiari delle vittime auspicano nuove indagini per stabilire la

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verità dei fatti. ”La storia ufficiale – spiega Chessa – che racconta di un
banale incidente dato dalla nebbia e per cui dall’errore umano è stata
finalmente smentita ipotizzando scenari ben diversi: nebbia inesistente,
posizione e orientamento della petroliera diversi da quelli processuali, una
turbativa nella rotta del traghetto. Smontata anche la tesi della
sopravvivenza a bordo del Moby di meno di mezz’ora, che ha aiutato a sminuire
le gravi responsabilità dei soccorsi, tutti diretti alla petroliera, ma
inesistenti sul Moby Prince, sopravvivenza che invece è andata avanti per
ore”.
Chessa, a nome dei familiari delle vittime, si pone anche una serie di
interrogativi ai quali chiede risposte definitive: ”Perché è stato fatto di
tutto per ridurre la tragedia ad un banale incidente? Perché fin dalle prime
ore dopo la collisione si è parlato subito di nebbia ed errore umano? Perché
l’Agip Abruzzo ha attirato tutti i soccorsi verso di sé e nessuno dalla
plancia di comando ha comunicato che c’era un traghetto in collisione?”.
Domande alle quali la procura livornese, dopo le conclusioni della
commissione parlamentare, dovrà cercare di rispondere con le nuove indagini
avviate nei mesi scorsi. ”E’ stata solo superficialità e incompetenza delle
autorità inquirenti e giudicanti dell’epoca – si chiede ancora Chessa – e
quali scheletri negli armadi hanno portato ad accordi tra le assicurazioni
delle compagnie armatoriali di traghetto e petroliera pochi mesi dopo la
collisione? Esiste un possibile rapporto tra questi accordi e tanti dubbi
sugli scali precedenti l’arrivo a Livorno della petroliera, sulla natura del
suo carico, la mancanza di perizie a bordo e il suo dissequestro tre mesi
dopo la collisione? Che ruolo ha avuto la compagnia armatoriale del Moby
Prince in tali accordi?”. Nel pomeriggio ricorderà la tragedia con la
tradizionale commemorazione in Comune prima del corteo che attraverserà il
centro cittadino per raggiungere il porto. In mattinata da Pontedera (Pisa) è
partita la consueta staffetta podistica promossa per non dimenticare

”Due mesi fa eravamo al porto di Livorno per rendere omaggio alle 140 vittime
e per dire grazie a chi, come Loris e tutti i familiari delle vittime del
Moby Prince si sono battuti con coraggio e determinazione perché la nebbia
sulla verità di quella maledetta strage nella notte del 10 Aprile 1991 si
diradi ulteriormente e si arrivi finalmente alla completa verità. Un
ringraziamento che rinnoviamo oggi, un giorno di dolore ma anche di memoria e
di impegno civile collettivo”. Lo scrive su Facebook Nicola Fratoianni di
Liberi e Uguali, in occasione dell’anniversario della strage. ”Il lavoro
prezioso della commissione d’inchiesta parlamentare – prosegue il segretario

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nazionale di Si – ora si trasformi in rapida iniziativa giudiziaria per
individuare i responsabili del caos nei soccorsi, delle omissioni, delle
carenze nelle inchieste del passato, dei depistaggi. Non solo le famiglie,
non solo la città di Livorno e la Toscana ma tutto il Paese – conclude
Fratoianni – hanno il diritto di conoscere le responsabilità di chi non fece
il proprio dovere, di chi sbagliò allora e di chi ha sbagliato dopo”.

Sulla tragedia del Moby Prince piazza
pulita di ogni equivoco

LIVORNO – Proprio come una un magma incandescente che dopo secoli di quiete
apparente fa saltare con improvvisa violenza il tappo di un vulcano che si
credeva ormai inoffensivo, brani roventi di verità sulla tragedia della Moby

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Prince vengono, in questi giorni scagliati impietosamente su Livorno grazie
al lavoro onesto, appassionato e finalmente leale di un gruppo di senatori
che, tranne uno, della cui correttezza non è lecito dubitare, con gli
ambienti livornesi e con la bruma che allora avviluppò il caso, niente
avevano ed hanno a che fare.

La commissione di inchiesta del Senato, da cui anche chi scrive fu ascoltato,
dopo avere già a suo tempo deposto di fronte al pubblico ministero, poi nella
commissione di inchiesta formale condotta dall’allora ministero della Marina
mercantile e poi ancora di fronte al Pm che anni fa aveva riaperto le
indagini, ha finalmente e chiaramente fatto piazza pulita di ogni equivoco
(per andare leggeri) accertando, una volta per tutte, che nella corrusca
serata del disastro, non vi fu nebbia, se non la caligine provocata
dall’incendio, e, sopra tutto, che l’assioma secondo cui tutte le persone a
bordo sarebbero perite nell’arco massimo di una mezz’ora è manifestamente
falso.

Dagli atti che la commissione ha reso pubblici lo scorso 24 Gennaio senza
risparmiare critiche a talune delle autorità istituzionali che gestirono la
tragedia, si evince l’esistenza manifesta (finora processualmente non
rilevata) di un pesante nesso di causalità fra l’indiscutibile ritardo dei
soccorsi (quasi due ore) e la spaventosa fine di quei centoquaranta
poveretti. Perché – vien da chiedersi – non fu tenuta in alcuna
considerazione l’autorevole perizia (29 Maggio 1996) con cui il professor
Angelo Fiori, stimato anatomo patologo dell’ospedale Gemelli di Roma,
basandosi sulla percentuale di monossido di carbonio contenuta nei polmoni
delle salme recuperate, stabiliva che diverse di esse erano sopravvissute
anche per più ore dopo il sinistro?
Che ci fossero stati dei sopravvissuti oltre la mezzora “processuale” era ed
è palesemente dimostrato dalle note riprese in cui un uomo a poppa del
traghetto appare in una posizione mentre, in una ripresa di qualche ora dopo,
in un contesto di mare assolutamente calmo, appare, ormai morto, spostato di
parecchi metri. Le risultanze dell’inchiesta romana hanno certo scosso
bruscamente diversi soggetti dal pluridecennale letargo in cui si ritenevano
ormai al sicuro. Par quasi di vederli mentre “…irsuti per tema le fulve
criniere.. ”, studiano il da farsi pensando al modo di correre ai ripari,
inseguiti dalla verità, che, come ci insegnavano da bambini, finisce sempre
per venire a galla.

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Del resto, ciò – e anche di più – che la commissione dei senatori ha
incartato nella propria relazione, grazie anche ad alcuni giornalisti
valorosi (io stesso fui, all’epoca dei fatti, chiamato a Napoli per
testimoniare in favore di uno di essi) era già abbondantemente noto.
Pubblicazioni ed inchieste della stampa cartacea e radiotelevisiva avevano,
già da parecchio tempo, messo praticamente a nudo quanto accertato dai
senatori. Fra le molte inchieste condotte in questi ventisette anni, quella
realizzata senza alcun timore reverenziale da Giovanni Minoli per “La storia
siamo noi” (Rai educational) appare senza dubbio la più intelligente e
completa, oltre che sicuramente la più inquietante.
In quella sede, dopo avere rilevato, palesi incongruenze al limite del
credibile e particolari determinanti, allora inspiegabilmente ignorati, il
notissimo giornalista descrive senza alcun infingimento errori, omissioni e
comportamenti inauditamente rimasti ai margini delle varie inchieste per
finire in una sintesi conclusiva in cui formula una serie di interrogativi,
rimasti sempre senza risposta, e evidenzia con ruvida concretezza colpe ed
omissioni ben difficili da spiegare. Merita ripercorrere sommariamente alcuni
dei passaggi di quell’illuminante e coraggioso sevizio televisivo che oggi
mette a disposizione di chiunque abbia voglia di indignarsi e di farsi il
sangue cattivo.
Anzitutto non si spiega come sia stato possibile sorvolare sul fatto che il
comandante dell’Agip Abruzzo, Renato Superina, marinaio di provata ed
indiscussa esperienza, abbia fornito almeno tre posizioni della petroliera,
tutte diverse da quella (la quarta) risultata poi al processo. Anche secondo
l’Avvisatore marittimo, la torre di controllo del porto di Livorno, la nave
si trovava, senza ombra di dubbio, ancorata all’interno di un settore
proibito (che l’ordinanza della Capitaneria, definisce impropriamente “cono”)
come confermato poi anche dal pilota del volo AZ-2421 che alle 22,40 sorvolò
la zona diretto a Pisa.

Sempre secondo l’Avvisatore marittimo quella sera una bettolina rifornì sia
l’Agip Abruzzo che l’Agip Napoli, anch’essa presente in quella rada
affollatissima di navi militarizzate e non tutte ben identificate e ciò
sarebbe confermato dal portello numero sei trovato aperto dai soccorritori
con una manichetta bruciacchiata all’interno. Dalle dichiarazioni del
comandante non si è mai potuto stabilire in quale direzione fosse rivolta la
prua della petroliera, particolare assai importante per ricostruire la rotta
di collisione della Moby Prince in quella fatidica serata.
Altra circostanza singolare è che, nell’abbandonare la nave, il comandante

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Superina “dimenticò” in plancia il giornale di bordo e – guarda caso – tre
giorni dopo, sulla plancia dell’Agip Abruzzo scoppiò un incendio in cui
l’importante documento andò completamente distrutto. In un’intervista
rilasciata in quella notte stessa appena sceso dal mezzo di soccorso Superina
affermò di fronte ai microfoni che il radar di bordo aveva rilevato la Moby
in rotta di collisione verso la petroliera, ma in altre dichiarazioni
successive sostenne che quella sera il radar era spento. Sic!!
Tutti sanno che una nave alla fonda per nessun motivo spenge il radar (l’Agip
Abruzzo ne aveva certamente più di uno) ed è sconcertante che un comandante
“anziano” a cui la Snam aveva affidato una petroliera di quella portata abbia
ripetutamente parlato di una bettolina, come se non fosse stato in grado di
distinguere una piccola cisterna da un ben più grande traghetto, che fra
l’altro (è accertato) rimase incastrato nel fianco della petroliera per non
meno di cinque lunghissimi minuti.

Di un elicottero non identificato in volo quella notte sulla scena del
sinistro di cui riferiscono numerose testimonianze non si è mai più trovata
traccia alcuna. Nell’inchiesta televisiva di Giovanni Minoli vengono
riproposte le comunicazioni radio dei due ormeggiatori che raccolsero
fortunosamente il mozzo Alessio Bertrand, unico sopravvissuto ed è singolare
che essi, sollecitati dallo stesso Bertrand appena issato a bordo del loro
mezzo, riferirono in modo alquanto concitato che a bordo del traghetto
c’erano dei sopravvissuti da salvare mentre, di lì a poco, inspiegabilmente,
con tono dimesso, calmo, quasi da cani bastonati e senza più alcuna emozione
nella voce, comunicarono che sulla Moby erano tutti morti.
Di fronte alla commissione romana il mozzo (che si era sempre cercato di
accreditare come scarsamente credibile) ha poi negato di aver mai detto, né
ai soccorritori né ad altri, che a bordo nessuno era sopravvissuto ed ha
rincarato la dose dicendo che, all’epoca, non ostante le sue insistenze, i
verbali delle dichiarazioni che aveva reso gli venivano fatti firmare
negandogliene la lettura. Qualche tempo dopo, durante una trasmissione
sull’argomento in onda sull’emittente televisiva Telegranducato, la voce
anonima di una persona dichiaratasi impiegato della base Nato di campo Darby,
affermò e confermò: “Noi abbiamo rilevato tutto. I tracciati radar ci sono”.
Come ben si sa, gli inquirenti non sono mai riusciti ad ottenere quei
tracciati.

Nella mattinata dell’undici Aprile 1991 la Moby Prince, ancora rovente, fu
ormeggiata alla darsena petroli dove – osservò qualcuno – è perfino vietato

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fumare. Successivamente, fu sistemata in darsena Toscana senza praticamente
alcuna vigilanza atta ad impedire possibili inquinamenti delle prove così,
solo un paio di giorni dopo quel fatale 10 Aprile 1991, in pieno sequestro
giudiziario, qualcuno (CdL) salì sul relitto e prese tranquillamente a
martellate il timone. La polemica sulla (in) adeguatezza dei soccorsi è,
forse, il punto più critico e triste della faccenda, essa divampò
immediatamente (bruciacchiando anche il sottoscritto) con una virulenza quasi
superiore a quella del tragico rogo. Immediatamente dopo le primissime
spontanee ed istintive telefonate fra Roma e Livorno le bocche si cucirono e
sulla condotta dei soccorsi fu sollevata una testudo impenetrabile di scudi
L’inchiesta sommaria, base per tutti i successivi procedimenti, fu condotta
dalla stessa Capitaneria di porto di Livorno, parte direttamente coinvolta
nei fatti (e nelle polemiche), mentre veniva estendendosi l’ingombrante ombra
della Snam con tutto il suo peso di potente azienda di Stato. Oggi, dagli
atti della commissione, risulta che pochi giorni dopo la stessa Snam stipulò
con la Navarma, società armatrice della Moby, un discutibile accordo
assicurativo a reciproca tutela verso eventuali contenziosi.

Sul fronte delle indagini giudiziarie, il pubblico ministero, sulle cui
spalle era piombata la pesante e scomodissima inchiesta, anziché condurre a
termine il lavoro fino al processo, accettò, probabilmente con sollievo, il
trasferimento al Tribunale del lavoro. Una storiaccia di cui non si finirebbe
mai di parlare continuando a scovare lacune ed elementi sempre nuovi e che, a
distanza di ventisette anni, continua a bruciare le carni vive dei genitori,
fratelli, sposi, figli, amici….. che continuano da allora a piangere quelle
centoquaranta vittime. Una storiaccia a cui le risultanze della commissione
presieduta dal senatore Lai potranno finalmente dare una giusta, se pur
tardiva, spiegazione.
“Abbiamo avuto una conferma, ovvero c’è chi ha operato per far sparire le
responsabilità” ha detto Loris Rispoli, fratello di una delle vittime che da
quella sera porta ininterrottamente avanti la sua battaglia per la ricerca
della verità.
“…. le modalità di indagine hanno (test. abbiano) condizionato in maniera
determinante la possibilità di far luce su alcune ipotesi, a partire dalla
inadeguatezza dei soccorsi” sostiene la commissione senatoriale.
Significative, infine, le osservazioni leggibili alla pagina 138 della
sentenza del processo di primo grado, svoltosi a Livorno, in cui non risultò
il nesso di causalità fra la sopravvivenza a bordo oggi più che adombrato
dalla commissione senatoria:

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“Nel desolante contesto di improvvisazione ed insieme attonito sbigottimento
della autorità marittima che avrebbe dovuto, con la massima solerzia e
rispondenza, disporre e coordinare le iniziative di soccorso, si inseriscono
e possono valutarsi le sconcertanti deduzioni del comandante del porto il
quale ha addirittura ritenuto di precisare……… che il suo silenzio doveva
essere interpretato come un’approvazione di quanto veniva disposto dai
coordinatori a terra…….. insomma, un vacuo presenzialismo del tutto elusivo
dei compiti primari di istituto che lo ha peraltro in ultimo affrancato da un
processo nel quale son invece rimasti “invischiati” il giovane marinaio di
leva Spartano e gli ufficiali Cedro e Checcacci per la loro “gestione” della
centrale Operativa e dei mezzi di soccorso”
Che altro occorre alla Giustizia (a cui diamo questo nome solo per
comprenderci) per riaprire le indagini, magari in un ambiente diverso da
quello livornese?.

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«Su Moby Prince verità è fatta»

LIVORNO – «La verità deve essere a portata di tutti: ed è giusto che il
comune di Livorno sia in prima linea in questa sfida. Per 27 anni la città di
Livorno e soprattutto i familiari delle vittime sono stati imprigionati
dentro un castello fatto di bugie, omissioni e titubanze». Lo ha detto oggi
il sindaco M5s di Livorno Filippo Nogarin in apertura del consiglio comunale
in una comunicazione, ricordando il lavoro svolto dalla commissione
parlamentare di inchiesta sulla tragedia del Moby Prince, in cui persero la
vita 140 persone, e dopo aver fatto distribuire a tutti i consiglieri una

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copia della relazione finale presentata ieri in Senato.
«Ci hanno detto – ha proseguito Nogarin – che la collisione era stata
provocata dalla nebbia, ma la nebbia non c’era. Che le persone a bordo sono
decedute in meno di mezz’ora e dunque era impossibile salvarle. Non è così.
Ci hanno detto che la posizione della petroliera era corretta. Nemmeno per
idea. L’unica nebbia è quella che fino a ieri ha oscurato la verità».
«Quella verità – ha concluso – che è venuta a galla grazie alla tenacia di
alcune persone, Loris Rispoli e Angelo Chessa su tutti, ma anche grazie a
decine di parlamentari che non si sono arresi di fronte a mille resistenze.
Da ieri grazie al lavoro della Commissione di inchiesta lo Stato può tornare
a guardarsi allo specchio. Verità è fatta. Ora aspettiamo la giustizia».
Il sindaco ha chiesto anche all’ufficio stampa di realizzare un banner sul
sito del Comune in cui sarà possibile scaricare tutte le 132 pagine della
relazione della Commissione e relativi allegati.

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Moby Prince: Commissione, non fu
nebbia, indagini carenti

ROMA – Nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, mercoledì pomeriggio, la
Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause del disastro del traghetto
”Moby Prince”, presieduta dal senatore Silvio Lai, ha presentato la relazione
finale sul lavoro svolto a partire dal Dicembre del 2015, alla presenza dei
rappresentanti delle associazioni dei familiari delle vittime.
La tragedia del ”Moby Prince”, avvenuta la sera del 10 Aprile 1991 nel porto
di Livorno, costò la vita a 140 persone. In questi due anni di attività è
stata ripercorsa l’intera vicenda, grazie a 73 sedute della Commissione, 39
sedute del suo Ufficio di Presidenza, a decine di audizioni e all’analisi di
tutti i documenti raccolti da allora per oltre 10 mila pagine. Un grande
lavoro di indagine e di approfondimento, al termine del quale è stato
possibile ricostruire quanto avvenne quella sera di 27 anni fa nella rada di
Livorno.
La relazione finale è stata approvata all’unanimità dalla Commissione nella
seduta del 22 Dicembre scorso.
Il presidente del Senato, Pietro Grasso, intervenendo alla presentazione
della relazione ha detto: «Ci tenevo ad essere presente per esprimere
solidarietà e vicinanza ai familiari delle vittime di quel terribile 10
Aprile 1991, quando 140 passeggeri persero la vita nella collisione tra un
traghetto e una petroliera: un terribile dramma che sconvolse anche la
coscienza del Paese, una pagina nera».
«Sono passati 27 anni da allora, ma il tempo – ha sottolineato Grasso – non
può lenire il dolore, la rabbia e la frustrazione di quanti non hanno voluto
rinunciare ala giustizia e alla ricostruzione della verità e purtroppo ci
sono stati ostacoli all’accertamento dei fatti ed occorre fare luce piena».
Anche i lavori della commissione hanno dimostrato che, ha concluso Grasso,
«non tutto è stato chiarito, si può immaginare che si voleva coprire
qualcosa, cha alcune persone potevano essere salvate».
La relazione finale, come ha precisato il senatore Lai dopo aver ricordato la
figura di Altero Matteoli che si era molto prodigato in questo lavoro, non è
esaustiva, ma ha fugato molte ombre ed ha evidenziato che questa tragedia non
è riconducibile «alla presenza della nebbia e alla condotta colposa avuta dal
comando del traghetto».

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La relazione definisce «carente e condizionata da diversi fattori esterni»
l’indagine della procura di Livorno. Ritiene che la petroliera «si trovasse
in zona di divieto di ancoraggio» e che il ”Moby Prince” abbia avuto
un’alterazione nella rotta di navigazione. Quanto ai soccorsi, alcuni
passeggeri – secondo la commissione – potevano essere salvati, ma durante le
ore cruciali «la Capitaneria di porto apparve del tutto incapace di
coordinare un’azione di soccorso».

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Cordoglio di Conti per la scomparsa di
Federico Sgherri

LIVORNO – Profondo cordoglio ha destato in città, la scomparsa di Federico
Sgherri, una vita spesa sul mare, prima come pilota del porto e poi come
volontario della Stella Maris. Una storia lunga quella di Sgherri, tutta da
raccontare. Lui che aveva accompagnato il Moby Prince fuori del porto pochi
minuti prima della immane tragedia.
A Livorno tutti lo ricordano con affetto perché «era un pezzo di storia dello
scalo labronico» ha detto Renzo Conti che a nome della famiglia e della
società Renzo Conti srl si associa al dolore dei figli.

«Era un uomo – ha detto ancora Renzo Conti – che una volta   andato in pensione
era diventato il punto di riferimento del volontariato. Il   suo motto,
rivolgendosi ai tanti disperati era “devo cercare una casa   per chi è lontano
da casa”».
Un personaggio che mancherà alla città e sopra tutto anche   allo scalo
livornese.

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Testimone Moby Prince: non c’era
nebbia

FIRENZE – La sera del 10 Aprile 1991 nel porto di Livorno, mentre si
consumava la tragedia del “Moby Prince” il traghetto a bordo del quale
morirono 140 persone dopo la collisione con la petroliera “Agip Abruzzo”
ferma in rada, «non c’era nebbia. Lo ribadisco».
Guido Frilli, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta, ha ripetuto
quanto già all’epoca aveva detto a chi indagava, ma il suo verbale non entrò
mai nel fascicolo dell’inchiesta. Le parole di Frilli, un livornese che dalla
sua abitazione seguì quanto succedeva in rada, ripetute ai deputati della
Commissione, potrebbero far riscrivere una nuova verità su quella tragedia

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per la quale una delle cause era stata individuata nella foschia che avrebbe
impedito di capire cosa stava avvenendo e soccorrere i passeggeri del
traghetto.
La Commissione parlamentare, istituita nel 2015 e presieduta da Silvio Lai
(Pd), come riporta “La Stampa”, ha concluso i suoi lavori nel mese di
Dicembre. La relazione finale dovrebbe essere presentata tra qualche giorno e
poi essere trasmessa alla procura per l’apertura di una nuova inchiesta.
Secondo quanto spiega il quotidiano torinese, dai lavori della Commissione
emergerebbero altri due particolari importanti: la sopravvivenza a bordo del
“Moby Prince” per tanti fu molto più lunga dei 20 minuti ipotizzati
dall’inchiesta, e i soccorsi, che in soli 25 minuti misero in salvo tutto
l’equipaggio della petroliera, arrivarono vicini al traghetto solo molte ore
dopo: «Il traghetto era un corollario, ci siamo concentrati sulla
petroliera», avrebbe detto ai deputati l’allora comandante del porto Sergio
Albanese.

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