La crisi e i conflitti dei Paesi dell'Africa Saheliana. La priorità per un'eventuale azione nazionale ed europea - Marco Massoni - Difesa

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La crisi e i conflitti dei Paesi dell'Africa Saheliana. La priorità per un'eventuale azione nazionale ed europea - Marco Massoni - Difesa
CENTRO ALTI STUDI                          CENTRO MILITARE
PER LA DIFESA                              DI STUDI STRATEGICI

                    Marco Massoni

    La crisi e i conflitti dei Paesi
       dell’Africa Saheliana.
La priorità per un’eventuale azione
       nazionale ed europea

                    (Codice SMD AL-SA-10
La crisi e i conflitti dei Paesi dell'Africa Saheliana. La priorità per un'eventuale azione nazionale ed europea - Marco Massoni - Difesa
Il Centro Militare di Studi Strategici (Ce.Mi.S.S.) è un organismo istituito nel 1987 che gestisce,
nell’ambito e per conto della Difesa, la ricerca su temi di carattere strategico. Tale attività permette
di accedere, valorizzandoli, a strumenti di conoscenza ed a metodologie di analisi indispensabili
per dominare la complessità degli attuali scenari e necessari per il raggiungimento degli obiettivi
che le Forze Armate, e più in generale la collettività nazionale, si pongono in tema di sicurezza e
difesa.
La mission del Centro, infatti, nasce dalla ineludibile necessità del Ministero della Difesa di
svolgere un ruolo di soggetto attivo all’interno del mondo della cultura e della conoscenza
scientifica interagendo efficacemente con tale realtà, contribuendo quindi a plasmare un contesto
culturale favorevole, agevolando la conoscenza e la comprensione delle problematiche di difesa e
sicurezza, sia presso il vasto pubblico che verso opinion leader di riferimento.
Più in dettaglio, il Centro:
● effettua studi e ricerche di carattere strategico politico-militare;
● sviluppa la collaborazione tra le Forze Armate e le Università, centri di ricerca italiani, stranieri
   ed Amministrazioni Pubbliche;
● forma ricercatori scientifici militari;
● promuove la specializzazione dei giovani nel settore della ricerca;
● pubblica e diffonde gli studi di maggiore interesse.
Le attività di studio e di ricerca sono prioritariamente orientate al soddisfacimento delle esigenze
conoscitive e decisionali dei Vertici istituzionali della Difesa, riferendosi principalmente a situazioni
il cui sviluppo può determinare significative conseguenze anche nella sfera della sicurezza e
difesa.
Il Ce.Mi.S.S. svolge la propria opera avvalendosi di esperti civili e militari, italiani e stranieri, che
sono lasciati liberi di esprimere il proprio pensiero sugli argomenti trattati.
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CENTRO ALTI STUDI                          CENTRO MILITARE
PER LA DIFESA                              DI STUDI STRATEGICI

                    Marco Massoni

        La crisi e i conflitti dei Paesi
           dell’Africa Saheliana.
    La priorità per un’eventuale azione
           nazionale ed europea

                    (Codice SMD AL-SA-10
La crisi e i conflitti dei Paesi dell'Africa Saheliana. La priorità per un'eventuale azione nazionale ed europea - Marco Massoni - Difesa
La crisi e i conflitti dei Paesi dell’Africa Saheliana.
        La priorità per un’eventuale azione
                nazionale ed europea

                              NOTA DI SALVAGUARDIA

Quanto contenuto in questo volume riflette esclusivamente il pensiero dell’autore, e non
quello del Ministero della Difesa né delle eventuali Istituzioni militari e/o civili alle quali
l’autore stesso appartiene.
                                           NOTE

Le analisi sono sviluppate utilizzando informazioni disponibili su fonti aperte.

Questo volume è stato curato dal Centro Militare di Studi Strategici

Direttore
Amm. Div. Mario Caruso

Vice Direttore - Capo Dipartimento Relazioni Internazionali
Col. A.A.r.n.n. Pil. (AM) Marco Francesco D’Asta

Progetto grafico
Massimo Bilotta - Roberto Bagnato

Autore
Angelo Socal

Stampato dalla tipografia del Centro Alti Studi per la Difesa

                              Centro Militare di Studi Strategici
                            Dipartimento Relazioni Internazionali
                                       Palazzo Salviati
                          Piazza della Rovere, 83 - 00165 – Roma
                             tel. 06 4691 3205 - fax 06 6879779
                          e-mail caporelint.cemiss@casd.difesa.it

                                 Chiusa a novembre 2016

                                  ISBN 978-88-99468-58-3
La crisi e i conflitti dei Paesi dell'Africa Saheliana. La priorità per un'eventuale azione nazionale ed europea - Marco Massoni - Difesa
INDICE
SOMMARIO ........................................................................................................................................ 7
ABSTRACT ....................................................................................................................................... 11
CAPITOLO 1 ..................................................................................................................................... 15
 L’Africa Occidentale quale hub dei traffici illeciti verso l’Europa ......................................... 17
 La polarizzazione della conflittualità lungo il 16°Parallelo Nord .......................................... 20
CAPITOLO 2 ..................................................................................................................................... 25
 I principali Movimenti Associati ad Al Qaida (MAAQ) e al Daesh nel Sahel e in Africa
    Occidentale .................................................................................................................................. 25
    o Al Qaida nel Maghreb Islamico (AQMI) .............................................................................. 26
    o Al-Mourabitun ......................................................................................................................... 27
    o Movimento per l’Unicità e il Jihad in Africa Occidentale (MUJAO) ................................ 27
    o Ansardine ................................................................................................................................ 28
    o Boko Haram e l’Avanguardia per l’Aiuto dei Musulmani in Africa Nera (ANSARU) .... 28
    o Fronte di Liberazione di Macina (FLM) ............................................................................... 29
    o Daesh o Al Qaida? ................................................................................................................. 30
CAPITOLO 3 ..................................................................................................................................... 32
 Iniziative regionali ....................................................................................................................... 32
    o Il Processo di Tamanrasset:................................................................................................. 32
    o Il G5 Sahel .............................................................................................................................. 33
CAPITOLO 4 ..................................................................................................................................... 37
 Le Nazioni Unite e il Sahel ........................................................................................................ 37
    o L’Inviato Speciale per il Sahel del Segretario Generale delle Nazioni Unite ................ 37
    o La Strategia Integrata Regionale dell’ONU per il Sahel .................................................. 38
CAPITOLO 5 ..................................................................................................................................... 41
 La crisi del Mali ........................................................................................................................... 41
    o Il Colpo di Stato in Mali e l’irredentismo Tamashek dell’Azawad ................................... 42
    o L’Azawad e i Tuareg .............................................................................................................. 42
    o L’intervento internazionale: AFISMA, Servalo e Barkhane ............................................. 43
    o La Missione Multidimensionale Integrata di Stabilizzazione delle Nazioni Unite in Mali
        (MINUSMA) ............................................................................................................................. 44
    o Le conseguenze regionali e continentali della crisi maliana ........................................... 46
CAPITOLO 6 ..................................................................................................................................... 50
 Gli orientamenti dell’Italia nella gestione delle crisi in Africa e nel Sahel .......................... 50
 Un nuovo concetto strategico dell’Italia per l’Africa e il Sahel ............................................. 50
CAPITOLO 7 ..................................................................................................................................... 54
 L’Unione Europea e il Sahel ..................................................................................................... 54
    o La Strategia per la Sicurezza e lo Sviluppo nel Sahel dell’Unione Europea ................ 54
    o Il Piano d’Azione Regionale dell’Unione Europea per il Sahel (2015-2020) ................ 56

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o Il Processo di Khartoum ........................................................................................................ 57
    o Forme di finanziamento della Strategia e del Piano d’Azione UE ................................. 59
    o Le missioni europee nel Sahel nell’ambito della Politica di Sicurezza e di Difesa
        Comune (PSDC) .................................................................................................................... 61
         EUCAP SAHEL Niger ....................................................................................................... 61
         EUCAP SAHEL MALI ....................................................................................................... 62
         EUTM MALI........................................................................................................................ 63
    o Il Rappresentante Speciale dell’UE per il Sahel (RSUE) ................................................ 63
    o Il Gruppo di Contatto per il Sahel (Piattaforma Bamako) ................................................ 64
    o L’evoluzione dei rapporti dell’Unione Europea con Burkina Faso, Ciad, Mauritania e
        Niger ......................................................................................................................................... 65
         Burkina Faso ...................................................................................................................... 65
         Ciad ..................................................................................................................................... 66
         Mauritania ........................................................................................................................... 68
         Niger .................................................................................................................................... 71
    o Il Vertice della Valletta sulle Migrazioni e il Fondo Fiduciario Europeo d’Emergenza
        per l’Africa ............................................................................................................................... 73
CONCLUSIONI................................................................................................................................. 75
BIBLIOGRAFIA ............................................................................................................................... 77
SITOGRAFIA .................................................................................................................................... 79
NOTA SUL Ce.Mi.S.S. e NOTA SULL’AUTORE .......................................................................... 82

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La crisi e i conflitti dei Paesi dell'Africa Saheliana. La priorità per un'eventuale azione nazionale ed europea - Marco Massoni - Difesa
SOMMARIO

Dopo una rigorosa definizione della regione del Sahel dal punto di vista geografico,
climatico, storico e antropologico, la ricerca mette in luce la preoccupante sovrapposizione
delle storiche criticità della regione con le nuove minacce che si sono venute sviluppando
nel corso dell’ultimo decennio. I cinque Stati saheliani oggetto di approfondimento sono
quelli del Sahel centro-occidentale: Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger.
La scelta è ricaduta intenzionalmente su questi Paesi, non soltanto perché rappresentano
l’embrione di una nuova organizzazione regionale – il G5-Sahel – con cui l’Unione
Europea ha deciso d’intrattenere un partenariato incoraggiante, ma anche perché la
presenza del terrorismo islamista, il massimo fattore destabilizzante dell’intero scacchiere,
si concentra esclusivamente in questa sub-regione, senza ledere, se non di riflesso, i
rimanenti Stati saheliani.
Al banditismo locale e ai traffici leciti e illeciti (stupefacenti, esseri umani, armi, ecc…), che
da sempre hanno caratterizzato le rotte del Sahara e del Sahel, da alcuni anni a questa
parte si è aggiunta l’introduzione del fondamentalismo islamico, mediato dall’arrivo
d’ideologie integraliste provenienti dal Medio Oriente in generale e dal Golfo Persico in
particolare, le quali mirano a radicalizzare un Islam invece tradizionalmente tollerante e
aperto presente in tutta la macroregione dell’Africa Occidentale e del Sahel, minando le
fondamenta di società fragili e d’istituzioni politiche deboli.
La conflittualità di matrice medio-orientale ha aperto un nuovo fronte, polarizzandosi lungo
il 16° Parallelo Nord, allo scopo di consolidare una zona franca terroristica tra Africa
Mediterranea e Africa Sub-Sahariana.
A partire dal 2007 lo scacchiere in oggetto ha visto agire quasi indisturbati una pletora di
Attori Non-Statali, denominati Movimenti Associati al Al Qaida (MAAQ) ossia: Al Qaida nel
Maghreb Islamico (AQMI), nota anche come Al Qaida in Africa Occidentale (AQWA), Al-
Mourabitun, Ansardine, Il Movimento per l’Unicità e il Jihad in Africa Occidentale noto
anche come Movimento Monoteista per il Jihad in Africa Occidentale (MUJAO), il Fronte di
Liberazione di Macina (FLM), Boko Haram, e l’Avanguardia per l’Aiuto dei Musulmani in
Africa Nera (ANSARU).
Si tratta di sigle terroristiche legatesi in un primo momento ad Al Qaida e ora in parte più
prossime al Daesh. In realtà è in corso uno scontro intestino foriero di scissioni interne fra i
MAAQ tanto nel Sahel quanto fra gli Shebaab somali. Fa eccezione Boko Haram in
Nigeria, il quale invece chiese e ottenne nel 2015 il riconoscimento da parte del Daesh,

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divenendo così ufficialmente la prima e unica organizzazione terroristica africana che ne
faccia esplicito riferimento.
L’arco d’instabilità conseguente coincide interamente con il Sahel: parte dall’Oceano
Atlantico, passa per l’Africa Centrale e per il Golfo di Guinea, fino a congiungersi con il
Corno d’Africa Allargato ovvero fino all’Oceano Indiano, pressoché senza soluzione di
continuità.
Lo spillover della caduta del regime libico di Gheddafi ha provocato un’accelerazione delle
crisi prima latenti nei Paesi del Sahara e del Sahel, con il concreto rischio di trasformarsi
nell’epicentro dello scontro seppure con scopi localistici cioè più legati a dinamiche
politiche interne che latori di prospettive e aspirazioni globali. In questo senso si propone
la lettura della crisi maliana, che, antesignana di scenari geopolitici pericolosamente
ripetibili in tutto lo scacchiere, ha messo in scena tutti gli aspetti caratterizzanti le criticità
dell’area: sottosviluppo, disoccupazione giovanile, irredentismi e rivendicazioni territoriali
su base etnica e debolezza delle istituzioni. Il caso della dichiarazione d’indipendenza nel
2012 da parte dei movimenti di liberazione tuareg, alleatisi a tal proposito con i
fondamentalisti dei MAAQ, del sedicente Stato dell’Azawad, corrispondente alle regioni
settentrionali del Paese, il golpe, il conseguente conflitto intra-statale, l’intervento militare
francese con l’Operazione Servalo, il dispiegamento di una missione di peacekeeping
dell’ONU (MINUSMA), il rientro nell’alveo democratico per mezzo di elezioni libere con
osservatori internazionali, il difficile dialogo politico con gli indipendentisti del nord, il
debole accordo di pace, la perdurante situazione d’insicurezza che si diffonde a macchia
d’olio anche nelle regioni meridionali inizialmente non toccate dalla crisi, a causa del
diffondersi del terrorismo di matrice islamica, sono tutti elementi paradigmatici della
tipologia di rischio che anche gli altri Stati saheliani corrono, a meno di una risposta
concertata, di respiro regionale e multidimensionale alle rispettive crisi nazionali.
La seppur tarda reazione alla crisi sahelo-sahariana da parte della comunità
internazionale si sta comunque esprimendo attraverso iniziative di dimensione nazionale
(singoli Stati), regionale (organizzazioni regionali e iniziative ad hoc), continentale e
globale (organismi internazionali e intergovernativi competenti).
Agli inizi del Duemila due iniziative ebbero una buona riuscita – la Pan Sahel Initiative e la
Trans-Saharan Counter-Terrorism Initiative – finalizzate al rafforzamento delle capacità
delle forze di sicurezza di Mali, Mauritania, Ciad e Niger in una prima fase e in una
successiva anche di Algeria, Burkina Faso, Marocco, Nigeria, Senegal e Tunisia.
Un’altra interessante iniziativa di carattere regionale è stato il Processo di Tamanrasset,
voluto da Algeria, Mali, Mauritania e Niger, costituito da un Quartier Generale Operativo

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Congiunto degli Stati Maggiori (Joint Military Command – JMC) e da un Centro di
Intelligence sul Sahel, al fine di coordinare la raccolta delle informazioni, per arginare il
terrorismo e il crimine transnazionale nella regione saheliana, ma le rivalità nazionali degli
Stati promotori non hanno prodotto ancora risultati soddisfacenti.
Nel secondo decennio del Duemila, a causa del rapido peggioramento della situazione,
una ulteriore pletora di attori si sono conseguentemente impegnati a seguirne sempre più
attentamente l’evoluzione, dando vita a iniziative nuove e a specifici ruoli,             spesso
pianificando altrettante strategie per la gestione delle crisi, la stabilizzazione e lo sviluppo
socio-economico del Sahel: le Nazioni Unite, l’Unione Europea (UE), l’Unione Africana
(UA), il Gruppo di Contatto della Piattaforma Bamako, il Ministero degli Esteri italiano con
la figura dell’Inviato Speciale per il Sahel e l’apertura dell’Ambasciata in Niger, la Banca
Africana di Sviluppo, la Banca Islamica di Sviluppo, la Banca Mondiale, la Comunità
Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO-ECOWAS), la Comunità degli
Stati del Sahel e del Sahara (CEN-SAD), il G5-Sahel, l’Organizzazione della
Cooperazione Islamica, l’Organizzazione Internazionale della Francofonia, l’Unione del
Maghreb Arabo (UMA-AMU), la Danimarca, gli Stati Uniti e la Francia. Il gran numero
esistente di strategie per il Sahel in sé però non necessariamente né immediatamente
conduce ai risultati attesi, poiché l’interazione e il coordinamento fra esse non sono ancora
ottimali.
L’Italia ha ricoperto un ruolo chiave durante il momento più acuto della crisi maliana,
allorché Romano Prodi fu nominato Inviato Speciale del Segretario Generale dell’ONU per
il Sahel (ottobre 2012 – gennaio 2014). La finalità era di raccogliere il consenso degli
stakeholder nella più ampia implementazione della strategia integrata regionale per il
Sahel dell’ONU, privilegiando gli aspetti legati alla sicurezza, alla governance, all’aiuto
umanitario e allo sviluppo. Durante il suo incarico Prodi si spese alacremente, affinché una
visione strategica di lungo periodo attecchisse presso la comunità internazionale sensibile
alla causa dello sviluppo sostenibile del Sahel attraverso l’implementazione della sua idea
di un Fondo Globale per il Sahel.
Per quanto riguarda l’Unione Europea, la sua Strategia per il Sahel (2011) e il relativo
Piano d’Azione (2015-2020) sono la base di ogni altra azione intrapresa da Bruxelles nella
regione.    La   Strategia   dell’Unione   Europea    si   declina   secondo    quattro    linee
programmatiche: sviluppo, buon governo e risoluzione dei conflitti interni; azioni politiche e
diplomatiche; sicurezza e Stato di diritto; contrasto dell’estremismo violento e dei fenomeni
di radicalizzazione.

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Parallelamente a questo l’UE nel 2013 ha istituito la figura del Rappresentante Speciale
dell’UE per il Sahel (RSUE), e avviato tre missioni nell’ambito della Politica di Sicurezza e
di Difesa Comune (PSDC) e cioè dal 2012 l’EUCAP Sahel Niger con l’obiettivo di
combattere il terrorismo e la criminalità organizzata; dal 2015 l’EUCAP Sahel Mali, allo
scopo di sostenere le forze di sicurezza interne del Mali nel garantire l’ordine
costituzionale e democratico, mettendo in atto le condizioni per una pace duratura e il
mantenimento del controllo territoriale da parte dello Stato; dal 2013 la missione di
formazione EUTM Mali finalizzata alla ricostruzione delle Forze Armate del Mali, così da
soddisfare le loro esigenze operative, di comando e controllo e di logistica.
L’annosa ricerca e la difficoltosa individuazione per Bruxelles di un interlocutore regionale
affidabile, con cui intessere un dialogo politico di alto livello, è finalmente sfociata
nell’identificazione del gruppo regionale G5-Sahel (formalizzatosi a dicembre 2014 e
composto da Burkina Faso, Mali, Mauritania, Niger e Ciad), in breve tempo divenuto
l’attore principale per la realizzazione dei programmi strategici europei nel Sahel.
Il Partenariato rafforzato EU–G5-Sahel è destinato a essere per i prossimi anni il luogo
d’eccellenza per l’implementazione delle linee d’indirizzo euro-africane a proposito del
crisis management nel Sahel. Aver preferito il relazionarsi a un gruppo di Paesi, anziché
dedicarsi esclusivamente ai rapporti bilaterali con i singoli Stati coinvolti, dimostra
l’esigenza di un dialogo assai articolato sotto il profilo della sicurezza e dello sviluppo, che
solo una risposta di portata regionale può assicurare almeno nelle intenzioni.
È crescente l’interesse internazionale per un’area che fino a pochi anni fa era considerata
geopoliticamente marginale e strategicamente insignificante, che sta entrando sempre più
nell’agenda dei key player internazionali, fra cui l’Europa e l’Italia. La scommessa di lungo
termine è che lo scacchiere latore di crisi croniche più prossimo all’Europa, articolato da
nord a sud lungo l’asse strategico euro-africano che attraversa il Sahel, il Sahara, il
Maghreb e il Mediterraneo, grazie alle iniziative di stabilizzazione prima e di sviluppo poi,
possa trasformarsi presto in un asset strategico senza discontinuità ovvero in
un’opportunità reciproca per l’Italia, l’Africa e l’Europa.

                                                10
ABSTRACT

After a rigorous definition of the Sahel region from the geographical, climatic, historical and
anthropological point of view, the research highlights the worrying overlap of ancestral
criticalities of the region along with the new threats that have developed over the last
decade. The five Sahelian countries being examined are those of Central-Western Sahel:
Burkina Faso, Chad, Mali, Mauritania and Niger. The choice falls intentionally on these
States, not only because they represent a new regional organization in its early stages (i.e.
the G5-Sahel), which the European Union has decided to entertain a promising
partnership with, but also because the presence of Islamist terrorism that is the most
destabilizing factor across the whole area is exclusively concentrated in such sub-region,
without affecting, if not indirectly, the neighbouring Sahelian countries.
To local banditry and legal and illicit trafficking (drugs, human beings, weapons, etc.),
which have always characterized the routes of the Sahara and the Sahel, most recently
Islamist radicalization has been spreading all over, mediated by the arrival of hardliner
ideologies in general from the Middle East and in particular from the Persian Gulf, which
are intended to radicalize a rather traditionally open and tolerant Islam present throughout
the macro-region of West Africa and the Sahel, thus undermining the foundations of still
fragile societies and weak political institutions of the area.
Hence, the Middle East state of conflict has opened a new front, polarized along the 16th
Parallel North, in order to consolidate a terrorist enclave between Mediterranean Africa
and Sub-Saharan Africa.
Since 2007, a plethora of Non-State Actors (NSAs), labelled as Al Qaeda Associates
Movements (AQAM), has been going almost undisturbed across the Sahel, namely:
Al Qaida in the Islamic Maghreb (AQIM), also known as Al Qaeda in West Africa (AQWA),
Al-Mourabitoun, Ansar Dine, the Movement for Oneness and Jihad in West Africa
(MOJWA), also known as the Movement for Unity and Jihad in West Africa (MUJWA), the
Macina Liberation Front (FLM), Boko Haram, and the Vanguard for the Protection of
Muslims in Black Africa (ANSARU). All of them are terrorist groups that at first had linked
to Al Qaeda and now are partly closer to the Daesh. Actually, several inner divisions occur,
harbinger of further internal splits among the AQAMs in the Sahel and the Shebaab in
Somalia as well.
The only exception is that of Nigerian Boko Haram, which instead, in 2015, has officially
pledged allegiance with the Daesh, making it the first and only African terrorist
organization making explicit reference to it.

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The resulting arc of instability coincides entirely with the Sahel strip, starting from the
Atlantic Ocean, through the Gulf of Guinea and Central Africa, until it joins with the Great
Horn of Africa, which means until the Indian Ocean’s shore, virtually seamless.
The spillover of the fall of Gaddafi’s Libyan regime has accelerated the break-up of the
until then only latent crisis in the Sahel-Saharan countries, with a real risk of becoming the
epicentre of the conflict although with localist purposes that is more related to internal
political dynamics, rather than portraying global aspirations. According to this reading, the
Malian crisis it is presented as the forerunner of dangerously repeatable geopolitical
scenarios throughout the zone, having performed all the factors of such critical area:
underdevelopment, youth unemployment, irredentism and territorial claims based on
ethnicity and weak institutions. The following circumstances have revealed the
paradigmatic risks that are likely to be run by other Sahelian countries, unless a
coordinated, regional and multi-dimensional response to their dormant and potential crisis
is not provided in due course: in 2012, some Tuareg liberation movements had self-
proclaimed the State of the Azawad, corresponding to the northern regions of Mali, having
allied in that regard with the fundamentalists to achieve their goal; the resulting intra-state
conflict together with the coup d’état, the consequent French military intervention by
means of the Operation Serval to stem the outbreak, the deployment of a UN
peacekeeping mission (MINUSMA), the return to democratic through free and fair
elections internationally monitored, the difficult political dialogue with the north separatists,
the later weak peace agreement, the continuing lack of security that is spreading like
wildfire in the southern regions not previously affected by the crisis provoked by the
terrorism.
The albeit late reaction to the Sahel-Saharan crisis by the international community is
carried out through a number of initiatives at national (States), regional (regional
organizations and ad hoc initiatives), continental and global (international and
intergovernmental organizations) levels.
During the first decade of the millennium, the more visible programmes were those of US
on the one hand, the Pan Sahel Initiative and the Trans-Saharan Counter-Terrorism
Initiative, and on the other a regional one, the Tamanrasset Process. The former were
aimed at strengthening the capacity of security forces of Mali, Mauritania, Chad and Niger
in the first phase and the second also of Algeria, Burkina Faso, Morocco, Nigeria, Senegal
and Tunisia.
The latter, commissioned by Algeria, Mali, Mauritania and Niger, was made of a Joint
Military Command (JMC) and an Intelligence Centre on the Sahel, in order to coordinate

                                               12
the collection of information, to stem terrorism and transnational crime over the Sahelian
region, but national member States rivalries have not produced tangible nor effective
results so far.
In the second decade of the millennium, due to the rapid deterioration of the situation,
several actors have committed themselves to follow more closely its evolution, giving birth
to new initiatives and specific roles, through many strategies oriented to the crisis
management, the stabilization and the socio-economic development of the Sahel: the
United Nations (UN), the European Union (EU), the African Union (AU), the Contact Group
of the Bamako Platform, the Italian Ministry of Foreign Affairs with its Special Envoy for the
Sahel and the opening of the new Embassy in Niger, the African Development Bank, the
Islamic Development Bank, the World Bank, the Economic Community of West African
States (ECOWAS), the Community of Sahel-Saharan States (CEN-SAD), the G5-Sahel,
the Organization of Islamic Cooperation, the International Organisation of La
Francophonie, the Arab Maghreb Union (AMU), Denmark, the United States and France.
Yet, the large number of existing strategies dedicated to the Sahel, in itself does not
necessarily nor immediately leads to the expected results, since the interaction and the
coordination between them is not yet optimal.
Particularly, Italy has played a key role during the most acute moment of the Malian crisis,
when Romano Prodi was appointed Special Envoy of the UN Secretary-General for the
Sahel (October 2012 – January 2014). The purpose was to obtain the stakeholders
consent in the wider implementation of the United Nations regional integrated strategy for
the Sahel, mainly focusing on aspects related to security, governance, humanitarian aid
and development. During his assignment, Prodi promoted a strategic long-term vision take
root especially within that part of the international community more easily moved to the
cause of sustainable development in the Sahel through the implementation of his idea of a
Global Fund for the Sahel.
As for the European Union, the EU Strategy for the Sahel (2011) and its Regional Action
Plan (2015-2020) are the basis for all further actions undertaken by Brussels. Actually, the
European Union Strategy is declined according to four pillars: development, good
governance and internal conflict resolution; political and diplomatic actions; security and
rule of law; contrast of violent extremism and radicalization.
Parallel to this, the EU in 2013 has set up the position of the EU Special Representative
(EUSR) for the Sahel, and launched three missions under the Common Security and
Defence Policy (CSDP): since 2012, the EUCAP Sahel Niger, in order to combat terrorism
and organized crime; since 2015, the EUCAP Sahel Mali, in order to support the internal

                                              13
security forces of Mali by ensuring the constitutional and democratic order and putting in
place the conditions for a lasting peace and the maintenance of territorial control by the
State; since 2013, the training mission EUTM Mali, aimed at rebuilding the Armed Forces
of Mali, as well as to meet their operational needs, in terms of command and control and
logistics too.
The long-standing search for Brussels of a reliable regional partner in the Sahel, with
which to develop a high-level political dialogue, has finally resulted in the identification of
the regional group named G5-Sahel (born in December 2014 with Burkina Faso, Chad,
Mali, Mauritania and Niger) that has rapidly become the core regional actor for the
realization of the European strategic objectives in the area. The EU-G5-Sahel
strengthened partnership is meant to be for the next coming years the place of excellence
for the implementation of the Euro-African guidelines about the crisis management in the
Sahel. The choice of relating to a group of countries, rather than exclusively giving room to
bilateral relations with pertinent individual countries, demonstrates the need for the
establishment of a much more structured dialogue with an appropriate interlocutor in terms
of security and development that, at least in theory, only a region-wide response
stakeholder can ensure.
As a matter of fact, the international interest for the Sahel is growing, an area which until a
few years ago was considered geopolitically marginal and strategically insignificant. On the
contrary, it is entering more and more on key international players’ agenda, including
Europe and Italy. The long-term gamble for Europe to be taken is that the closest theatre
to its shore delivering chronic and persistent crisis, structured from north to south along the
Euro-African Strategic Axis – crossing the Sahel, the Sahara, the Maghreb and the
Mediterranean – through the necessary stabilization and development initiatives, with no
discontinuities or in a mutual opportunity for Italy, Africa and Europe will soon turn into a
Euro-African Strategic Asset.

                                              14
CAPITOLO 1

Il Sahel
Lungo oltre cinquemila chilometri e largo mille il Sahel è un territorio semi-arido di
transizione bio-geografica ed eco-climatico, delimitato a Nord dal deserto del Sahara e a
Sud dalla Savana. La parola araba sahil significa letteralmente costa, perché descrive per
analogia la vegetazione della savana in cui ci si imbatte subito a ridosso dei limiti delle
sabbie sahariane. La fascia saheliana, estendendosi dall’Oceano Atlantico al Mar Rosso,
dove ha per estremi le Isole di Capo Verde ad Ovest e l’Eritrea ed il Sudan ad Est,
attraversa Senegal, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria e Ciad.

                                         Il Sahel

                                            15
Distante dall’Italia solamente duemila chilometri in linea d’aria, la fascia del Sahel è una
zona di confine fra il deserto settentrionale e la savana meridionale e coincide
simbolicamente e culturalmente con la African Belt, cioè con quell’incolmabile solco
identitario tra Africa Bianca e Africa Nera ovvero tra le popolazioni arabe e berbere
islamiche sunnite (pastori nomadi) da un lato e quelle africane nere islamiche sufi
(agricoltori stanziali) dall’altro.
L’economia saheliana è di sussistenza e si basa sull’allevamento e sull’agricoltura, ma la
desertificazione in atto condiziona la vita nella regione sovente stretta tra carestie,
ricorrenti crisi alimentari e malnutrizione. Sono notevoli le risorse minerarie a cavallo tra
Sahel e Sahara, come ad esempio le miniere del Air in Niger e del Adrar degli Ifoghas in
Mali, ambedue territori tuareg, lo sfruttamento delle quali è sempre stato cagione di
tensioni.
Storicamente il Sahel fu il centro dei grandi regni saheliani dell’Africa Occidentale, quali
l’Impero di Kanem, l’Impero del Ghana o Wagadou, l’Impero del Mali, l’Impero Wolof,
l’Impero Songhai, i Regni dei Mossi, il Sultananto del Darfur, l’Impero Wassalou o
Mandinka, il Sultanato di Sennar, l’Impero Wadai, l’Impero Kaabu, Il Regno Denanke,
l’Impero Bornu e l’Impero Bambara o Bamana o di Ségou.
Contribuiscono inoltre alla precarietà e all’impoverimento del Sahel dal punto di vista
politico-istituzionale la Fragility & Failure, poiché le regioni sahariane e saheliane sono
quelle dove minore è la capacità di controllo del territorio da parte delle autorità centrali.
In effetti le più recenti conflittualità africane manifestatesi nel resto del Continente
insistono sulla fragilità delle frontiere e sulla fatica di alcuni Governi centrali a esercitare la
propria sovranità su importanti fette di territorio, che, lasciate in balìa degli eventi,
diventano oggetto d’interesse di Attori Non Statali (Non-State Actors – NSAs) sempre più
interessati, per la propria sopravvivenza e agenda politica, a legarsi al terrorismo
internazionale. Proprio questa è stata l’astuzia dei qaidisti, i quali hanno saputo
approfittare della liminarità di queste regioni e del conseguente abbandono da parte dei
rispettivi Governi, per introdurvisi pervicacemente. Infatti dal 2007 nel Sahel e in
particolare nel Mali settentrionale è stabile la presenza di Al Qaeda nel Maghreb Islamico
(AQMI) e di altre sigle collegate, che, facendo dell’ubiquità in questa zona grigia la sua
migliore arma, è riuscita a trapiantarsi in luoghi che le sarebbero stati alieni, qualora fosse
stata posta per tempo, da parte della comunità internazionale, l’attenzione necessaria allo
sviluppo del Sahel mediante le opportune misure di Nation Building, in grado di garantire
una risposta multipla per la pace e la sicurezza a livello nazionale, regionale, continentale,
internazionale e transnazionale.

                                                16
L’Europa e l’Italia temono a ragione la crescente insicurezza sviluppatasi nella banda
sahelo-sahariana mediante i tentativi di destabilizzazione nel Sahel soprattutto per mano
dei terroristi filoqaidisti o pro-Daesh. Questa subregione si è repentinamente trasformata
nell’epicentro delle crisi di tutta la macroregione comprendente l’Africa Settentrionale e
l’Africa Occidentale fino al Golfo di Guinea, a causa del diffondersi e del radicarsi del
terrorismo e dei traffici illeciti nonché della loro crescente interdipendenza, favorendo e
rendendo almeno inizialmente coese diverse organizzazioni criminali, molte delle quali
riconducibili ad Al Qaida nelle terre del Maghreb Islamico (AQMI), così da destabilizzare i
precari equilibri interni dei Paesi dell’area e le delicate, quanto decisive, transizioni
democratiche avviate in parte anche dalle primavere arabe come in Tunisia ad esempio.

L’Africa Occidentale quale hub dei traffici illeciti verso l’Europa

                                   L’Africa Occidentale

L’Africa Occidentale e il Sahel sono aree geopoliticamente diverse, le quali tuttavia per
molta parte si sovrappongono strategicamente l’una con l’altra, evidenziando per un verso

                                            17
lo strettissimo rapporto tra la discontinuità insieme antropologico-culturale e ambientale e
per l’altro l’innegabile prossimità geografica esistente tra il Sahel e i restanti Paesi
dell’Africa Occidentale che si trovano al di sotto di questo. Inoltre occorre distinguere
l’Africa Occidentale geografica da quella economico-politica, che coincide con la Comunità
Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS-CEDEAO) 1 seppure con qualche
eccezione. Infatti se la Mauritania, pur avendo contribuito in un primo momento alla sua
costituzione, preferì poi ritirarsi dalla CEDEAO, in quanto si percepisce più come un Paese
arabo che come uno Stato africano strictu sensu, anche il Camerun, ubicato più in Africa
Occidentale che in Africa Centrale, non fa tuttavia parte della CEDEAO, bensì della
Comunità Economica degli Stati dell’Africa Centrale (CEEAC-ECCAS). Ancora, gli Stati
Uniti da un punto di vista strategico usano distinguere la regione saheliana dell’Africa
Occidentale (Burkina Faso, Capo Verde, Ciad, Gambia, Mali, Mauritania, Niger e Senegal)
da quella dei Paesi rivieraschi del Golfo di Guinea a sud (Guinea-Bissau, Guinea, Sierra
Leone, Liberia, Costa D’Avorio, Ghana, Togo e Benin). Ad ogni modo non possono non
darsi sovrapposizioni d’appartenenza, principalmente a causa dell’arbitrarietà sottostante
la delimitazione dei confini e la demarcazione delle frontiere in Africa, sulle quali si sono
venuti edificando i successivi raggruppamenti sub-regionali, rappresentati dalle Comunità
Econcomche Regionali (RECs).

1   La Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO-ECOWAS) è una delle otto Comunità
    Economiche Regionali (RECs) riconosciute dall’Unione Africana (UA). È dotata di una piena capacità d’intervento
    politico e militare (vedasi in particolare la Commissione affari politici, pace e sicurezza), che potenzialmente ha le
    capacità per intervenire con il dispiegamento della propria forza d’intervento regionale, l’Ecowas Standby Force
    (ESF). Infatti ai sensi dell’Articolo 45 dei Protocolli Addizionali sulla Democrazia e la Good Governance, la CEDEAO
    non può restare impassibile, ma deve sempre fornire una risposta adeguata alle crisi derivanti da cambiamenti non
    costituzionali dei governi degli Stati membri.

                                                           18
La CEDEAO

Ebbene durante gli ultimi quindici anni il Sahel e l’Africa Occidentale sono diventati il
centro di smistamento dei traffici clandestini e il cuore del network terroristico
fondamentalista. I proventi dei traffici illeciti (migranti, droga, armi, sostanze tossiche,
automobili rubate, sigarette, ecc…), sovente subappaltati al banditismo locale, e i generosi
riscatti elargiti dai Governi europei, per ottenere il rilascio dei loro cittadini vittime di
rapimenti, perlopiù concentrati nel Sahel centro-occidentale, costituiscono fondamentali
fonti di finanziamento per il terrorismo.
Le nuove rotte della droga che incrociano questi territori destano particolare
preoccupazione, anche perché accrescono il consumo e l’assuefazione alle sostanze
stupefacenti nei territori che attraversano, prima di giungere alla destinazione finale,
contribuendo così alla destrutturazione delle società del Sahel e dell’Africa Occidentale già
gravate dal sottosviluppo e dall’impoverimento endemico: l’eroina prodotta in Asia arriva in
Europa attraverso la Somalia e il Sahel, mentre la cocaina, proveniente dal Venezuela o
dalla Colombia, segue la rotta transatlantica occidentale, che, giungendo in Guinea-

                                               19
Bissau, attraversa la Mauritania e il Marocco, prima di essere smerciata nei mercati
europei.
Parallelamente a questa traiettoria se ne è aperta una seconda, per cui piccoli aeroplani2
carichi di droga, sempre provenienti dal Sudamerica, atterrano oramai direttamente in
piste di fortuna nel Sahel, spesso in territorio maliano oppure a Nema, nella Mauritania
sud-orientale ai confini con lo stesso Mali.

La polarizzazione della conflittualità lungo il 16°Parallelo Nord

                                              Il Sahara e il Sahel

I movimenti legati ad Al Qaida e al Daesh stanno concentrando la propria capacità di
proiezione tattica nel Sahara e nel Sahel, territori fra i più difficilmente gestibili del pianeta
per dimensioni e condizioni climatiche.

2   Molto noto fu il caso del cosiddetto Avion Cocaine, per cui nel novembre 2009 un Boeing 727-200, adoperato dai
    narcotrafficanti, precipitò durante la fase di decollo nei pressi della città di Tarkint, nel Mali settentrionale.
    L’aeromobile, che effettuava voli tra la Colombia e il Mali con equipaggio nigeriano, era immatricolato in Arabia
    Saudita, ma noleggiato in Venezuela e con una licenza scaduta registrata a Bissau.

                                                         20
Il tentativo di polarizzazione in corso è l’apertura di un fronte meridionale della conflittualità
mediorientale lungo una direttrice sud-nord, che è particolarmente preoccupante per l’Italia
e l’Europa. Anche alla luce delle repentine trasformazioni avvenute nei Paesi arabi, è
auspicabile che l’Africa Occidentale, il Golfo di Guinea e il Sahel nelle loro rispettive
sovrapposizioni politiche e strategiche siano considerate in maniera più incisiva e con una
prospettiva di lungo periodo sia da Roma sia da Bruxelles. In questo senso occorre
assicurare una formazione continuativa e costante sotto forma di capacity building delle
forze messe in campo dagli Organismi subregionali, regionali e continentali – G5-Sahel3,
CEDEAO e Unione Africana – e del loro supporto e nello stesso tempo investire in
maniera nuova, autentica e trasformativa nei processi di democratizzazione dei Paesi
della subregione, approfittando del clima di cambiamento che le società civili africane
interessate intendono manifestare. Difatti non è più il tempo di portare avanti una desueta
politica del divide et impera, che poteva essere ancora concepibile ai tempi della Guerra
Fredda, che non intenda lasciare alcuno spazio all’ownership4 africana. Non è casuale che
il Coordinatore del Controterrorismo del Consiglio dell’Unione Europea, Gilles De
Kerchove 5 , sostenga che l’UE debba investire in formazione e nella creazione di
alternative praticabili alla crescente filiera criminale nel Sahel, la quale basa tra l’altro la
propria legittimazione nel risentimento inespresso degli abitanti e delle etnie locali.
La conflittualità d’origine mediorientale, spostandosi verso sud-ovest cioè dall’Asia
all’Africa, ha trovato un suo nuovo epicentro nel Sahel, dove l’apertura di un inedito fronte
di amplissimo raggio reca con sé conseguenze imprevedibili. Da tale inedita
polarizzazione della conflittualità lungo il 16° Parallelo Nord, che coincide con la fascia
saheliana, in un gioco di azione-reazione, è oramai in corso uno stravolgimento della
geopolitica regionale, allo scopo di evitare il consolidamento di una zona franca terroristica
tra Africa Mediterranea e Africa Sub-Sahariana.
Di fronte alla crescente influenza di Al Qaida nel Sahara e nel Sahel gli Stati Uniti hanno
inizialmente collaborato principalmente con Algeri, peraltro nettamente contraria alla
propensione dei Governi europei di cedere alle richieste qaidiste per la liberazione dei loro
ostaggi, e oggi sono più direttamente coinvolti con operazioni negli Stati saheliani.
È risaputo che l’Algeria, il vero convitato di pietra dello scacchiere, si percepisca sempre
più accerchiata dalle manovre della comunità internazionale, e quindi costretta a
intervenire nell’area.

3   Infra.
4   Ownership: spetta alle autorità degli Stati africani individuare le priorità d’intervento e le modalità secondo cui
    conseguirle, esercitando così appieno la propria sovranità su tutto il territorio nazionale.
5   Nel 2007 Bruxelles ha nominato Coordinatore del Controterrorismo del Consiglio dell’Unione Europea il francese
    Gilles De Kerchove.

                                                          21
La creazione nel 2007 del comando americano per il continente africano (AFRICOM)
dimostra il nuovo valore strategico dell’Africa per Washington, motivato dell’espansione
del terrorismo, della presenza cinese e della sicurezza per gli approvvigionamenti
energetici in Africa. Per quanto concerne il Sahel e il Sahara gli USA, aldilà delle attività
classificate, dei sorvoli e delle operazioni mirate con droni, realizzarono due specifici
programmi di grande visibilità: la Pan Sahel Initiative (PSI) e la Trans-Saharan Counter-
Terrorism Initiative (TSCTI), entrambe finalizzate al rafforzamento delle capacità delle
forze di sicurezza di Mali, Mauritania, Ciad e Niger in una prima fase e successivamente
anche di Algeria, Burkina Faso, Marocco, Nigeria, Senegal e Tunisia.
La lotta al terrorismo da parte di Washington nel Sahel e nel Sahara è realizzata quindi
attraverso operazioni militari dirette e l’addestramento delle forze di sicurezza, come nel
caso delle esercitazioni Flintlock 10 in Burkina Faso, con addestramenti tattici condotti
anche in Senegal, Mali, Mauritania e Nigeria.

                                             22
La CEN-SAD

La spregiudicata autonomia finanziaria ed economica dell’ingombrante politica del regime
libico di Gheddafi e la sua disinvoltura mal si adattavano alle concorrenziali pretese
egemoniche sul resto dell’Africa di altri player. Prove dell’attivismo libico a livello
continentale sono state il robusto sostegno politico e finanziario a numerosi regimi africani
e, nel 2009, la Presidenza di turno dell’Unione Africana, Organizzazione che veniva
finanziata profusamente dalle casse libiche nonché l’inarrestabile ruolo di leadership
regionale esercitato mediante il controllo da parte di Gheddafi dell’organizzazione
regionale CEN-SAD – Comunità degli Stati Sahelo-Sahariani 6 – ruolo peraltro manifestato

6   Cfr. www.censad.org - La Comunità degli Stati Sahelo-Sahariani si propone come obiettivo di operare in piena
    collaborazione con le altre organizzazioni economiche regionali e con l’Unione Africana, per rafforzare la pace, la
    stabilità e la sicurezza dell’area e promuovere lo sviluppo economico e sociale dei Paesi membri. La CEN-SAD è
    stata istituita nel febbraio 1998 a seguito di un’apposita Conferenza istitutiva tenutasi a Tripoli. Ne sono Stati parte:
    Benin, Burkina Faso, (Capo Verde), Ciad, Comore, Costa d’Avorio, Egitto, Eritrea, Gibuti, Gambia, Ghana, Guinea,
    Guinea-Bissau, (Guinea Equatoriale), Kenya, Liberia, Libia, Mali, Marocco, Mauritania, Niger, Nigeria, Repubblica
    Democratica del Congo (RDC), São Tomé e Príncipe, Senegal, Sierra Leone, Somalia, Sudan, Togo e Tunisia. Per
    raggiungere gli obiettivi di fondo, la Comunità (sarebbe meglio che la nota fosse tutta nella pagina precedente)
    intende creare un’unione economica molto stretta, attiva nei settori agricolo, industriale, culturale, sociale e
    dell’energia; eliminare tutti gli ostacoli che impediscono la libera circolazione di beni, capitali e persone, il commercio
    estero e gli investimenti e favorire invece le comunicazioni, i trasporti e la creazione di infrastrutture. Sono Organi
    della Comunità: la Conferenza dei Capi di Stato dei Paesi membri; il Consiglio Esecutivo; il Segretariato Generale; la
    Banca sahelo-sahariana (costituita con capitali libici) per l’investimento e il commercio e infine il Consiglio
    Economico, Sociale e Culturale. La CEN-SAD si riunisce una volta all’anno in seduta ordinaria o, straordinariamente,
    su richiesta del Presidente di turno della Conferenza dei Capi di Stato.

                                                              23
grazie anche alle sue mediazioni in diverse aree di crisi nel Sahel, come in Mali, in Ciad-
Sudan, in Mauritania e in Darfur negli Anni Novanta. Non sorprende pertanto la
destabilizzazione della Libia favorita da interessi esterni al Paese. Lo spillover della caduta
del regime libico di Gheddafi e la conseguente acquisizione di parte del suo arsenale dal
jihadismo globale, ha provocato un’accelerazione alle crisi prima latenti nei Paesi del
Sahara e del Sahel, trasformandosi in un nuovo santuario per l’internazionale islamista.
Una delle preoccupazioni maggiori della comunità internazionale è che prenda forma un
nuovo fronte unico lungo l’arco dell’instabilità della faglia sahelo-sahariana, in grado di
elevarne il livello della minaccia, soprattutto se l’ISIS libico7 si legasse alla setta islamista
di Boko Haram, con l’obiettivo teorico di creare una continuità territoriale fra il Nord-Est
nigeriano e il Sud libico gestita da attori non-statali jihadisti, sulla falsariga di quanto già
accaduto in Medio Oriente tra Siria e Iraq con il Daesh. Una delle principali minacce
provenienti dalla Libia meridionale è proprio il Fezzan in generale e il sud-ovest della Libia
in particolare, confinante con il Niger e il Ciad, una sorta di territorio solo in apparenza di
nessuno, dal momento che invece i traffici illeciti di quest’area sono oggetto della rivalità
fra i Tebou e i Tuareg. Peraltro dopo Boko Haram in Nigeria anche il Corno d’Africa vede
farsi avanti i primi accoliti pro Daesh: Al Shebaab non è stato sconfitto e continua a
finanziarsi attraverso il terrorismo internazionale, con esazioni e taglieggi locali non solo
nelle campagne, ma anche nelle città. In particolare dal 2016 è operativo un nuovo gruppo
jihadista somalo, con basi di addestramento probabilmente nel Puntland, che ha
commesso un primo attacco contro le truppe della Missione dell’Unione Africana in
Somalia (AMISOM): si tratta del Fronte dell’Africa Orientale (Jahba East Africa), un’ala
scissionista degli Shebaab somali contraria all’allineamento con Al Qaida e vicina al
Daesh.

7   Lo Stato Islamico in Libia è una formazione capeggiata da Abu al-Mughirah al-Qahtani, che disporrebbe di circa
    cinquemila uomini.

                                                       24
CAPITOLO 2

I principali Movimenti Associati ad Al Qaida (MAAQ) 8 e al Daesh nel Sahel e in Africa
Occidentale
Il radicalismo o fondamentalismo islamico affonda le sue radici tanto nel salafismo, con la
pretesa di ritornare all’autenticità originaria dell’Islam, quanto nel wahabismo saudita,
espressione anch’esso di una lettura ispirata alla purezza delle origini islamiche. Ambedue
le letture dell’Islam sono in contrasto con l’Islam moderato come pure con
l’occidentalizzazione delle culture e del mondo, di cui la globalizzazione è soltanto l’ultima
delle sue molteplici manifestazioni. Il wahabismo e il salafismo sono però completamente
estranei ai Paesi del Sahel, dove è in atto un tentativo di proselitismo, fondato su una
lenta penetrazione nel tessuto sociale delle popolazioni locali, volto alla legittimazione
della sua presenza altrimenti esogena, giacché l’Islam saheliano è di tipo sufi, dunque
particolarmente moderato. Relativamente agli obiettivi di Al Qaida in Africa i
fondamentalisti affermano che nessuna ideologia occidentale, di destra o di sinistra, potrà
mai consentire all’Islam di ritrovare la perduta grandezza e che il rinascimento arabo dovrà
necessariamente passare attraverso il ritorno all’identità religiosa delle origini ed alla
creazione di un’unica Umma dei fedeli, capace di federare un’unione panaraba senza
confini che non siano quelli della fede.
Nella regione sahelo-sahariana è stato fatale non aver prestato attenzione per tempo alle
latenti tensioni preesistenti, che rischiano sempre più di diventare il pretesto per
rivendicazioni separatiste il più delle volte velleitarie, con il pericolo della replicabilità in
Paesi vicini caratterizzati da somiglianze geopolitiche strutturali di questi fenomeni, tali da
assumere la forma di potenziali criticità regionali, quali ad esempio la frammentazione
sociale lungo l’asse del tribalismo e dell’opposizione fra laici/secolari e religiosi/fanatici da
un lato e il collasso dell’idea di Stato-Nazione dall’altro lato. In aggiunta è opportuno
riflettere sulla rilevante frammentazione politica e sociale esistente in tutto il Sahel tra le
popolazioni arabo-berbere del nord e quelle nere del sud lungo l’asse del tribalismo,
dell’etnicismo e dell’alienamento etnico reciproco.
In questa fase, pur mantenendo ai propri vertici solo algerini e mauritani, le varie sigle dei
Movimenti Associati ad Al Qaida (MAAQ) tendono a reclutare sempre più a sud presso
etnie musulmane non arabe, bensì africane, prima non incluse nel processo di
radicalizzazione, quali Peul, Songhai, Mossi e Bambara, solitamente in competizione fra
loro, ovverosia gruppi umani abitanti il Mali meridionale, il Niger, la Nigeria settentrionale e

8   AQ-Associated Movements (AQAM) / Movimenti Associati ad Al Qaida (MAAQ) è una sigla ombrello dei gruppi
    affiliati ad Al Qaida e al Daesh operanti nel Sahara-Sahel.

                                                    25
il Burkina Faso. Si osserva un irradiamento delle ideologie provenienti dal Golfo Persico
attraverso il reclutamento che avviene senza particolari difficoltà presso chi, non avendo
nulla da perdere, è alla ricerca di alternative all’impoverimento e allo stato di abbandono in
cui è stato lasciato sopravvivere per colpa dell’assenza di adeguate politiche di sviluppo.
La diffusione a macchia d’olio di queste filiali a sud del Sahel nella savana tropicale, un
fatto nuovo e allarmante al tempo stesso, corrisponderebbe a una globalizzazione del
jihadismo africano, che però pare mantenere fermi i propri scopi di tipo locale secondo la
maggior parte degli analisti.

Al Qaida nel Maghreb Islamico (AQMI)
Lo scopo finale di Al Qaida nel(le terre del) Maghreb Islamico (AQMI) o Al Qaeda in West
Africa (AQWA) 9 è instaurare un califfato islamico dall’Oceano Atlantico al Mar Rosso,
approfittando dell’inospitalità del Sahel e dall’inabitabilità del Sahara. AQMI è sorta come
emanazione del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC) algerino,
allorché tra la fine del 2006 e il 2007 l’emiro Abdelmalek Droukdel proclamò che avrebbe
inteso estendere il campo d’azione all’intero Maghreb, così da minacciare l’Europa e i suoi
interessi. Adesso in carcere in Algeria, Amari Saifi, altrimenti noto come Abderrazak El-
Parà, era stato l’anello di congiunzione tra il GSPC e Al Qaida. L’algerino Mokhtar
Belmokhtar, detto “Mister Marlboro” (dato per morto in un bombardamento nel novembre
2016 nella Libia meridionale), ha in seguito abbandonato AQMI, per diventare il leader di
Al- Mourabitun. Un altro importante capo di AQMI, Abou Zeid, rimase ucciso in uno
scontro con le forze militari francesi e ciadiane nel 2013 nel Mali settentrionale.
L’attuale leadership con circa duecento effettivi è esercitata dall’Emiro del Grande Sahara,
Yahya Abou Al Hammam. I componenti di AQMI contraggono matrimonio con le
popolazioni tuareg – berbere e non arabe – del Sahel, con la finalità ben precisa di
mescolarsi indissolubilmente ad esse, operando così una trasformazione ideologica e
antropologica ai propri fini. Questa strategia di lungo periodo sta cominciando a
dimostrarsi efficace, dal momento che il terrorismo trova terreno fertile, là dove non vi
siano alternative valide alle aspettative di libertà, futuro e sviluppo, che notoriamente nel
Sahel sono sempre state disattese. Si tratta della medesima situazione di quanto avviene
nella Nigeria settentrionale, dove sta imperversando Boko Haram.
AQMI nel Sahel è presente in Niger, Ciad, Mali e Mauritania, ma la rete terroristica sta
prendendo facilmente piede anche in Senegal. Più precisamente AQMI, che può compiere

9   Al Qaeda in West Africa (AQWA) è un’etichetta alternativa con cui talora AQMI si fa chiamare a sud del Maghreb.
    L’attuale leadership con circa duecento effettivi è esercitata dall’Emiro del Grande Sahara, Yahya Abu al-Hammam.

                                                         26
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