Francesco, il pensiero a tutte le mamme nella Festa a loro dedicata

Pagina creata da Edoardo Colucci
 
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Francesco, il pensiero a
tutte le mamme nella Festa a
loro dedicata
Un   saluto   particolare   a   tutte   le   madri   in   occasione
dell’odierna Festa della mamma, celebrata in Italia e nel
mondo. Lo ha rivolto Papa Francesco, nei saluti successivi al
Regina Coeli, affidando tutte le mamme alla protezione di
Maria, la “nostra Mamma celeste” e ricordando, soprattutto,
quelle che oggi non ci sono più, chiedendo anche qualche
secondo di silenzio, ognuno per pensare alla sua:

 Il pensiero va anche alle mamme che sono passate all’altra
vita e ci accompagnano dal Cielo.

Tante sono state le occasioni in cui Francesco ha dedicato
alle mamme le sue parole e il suo pensiero. In particolare il
Papa aveva rivolto la sua preghiera, lo scorso 17 aprile, per
tutte le donne incinte che “sono inquiete, si preoccupano” e
si domandano “in quale mondo vivrà mio figlio?”. Che “il
Signore – ha invocato – dia loro il coraggio di portare avanti
questi figli con la fiducia che sarà certamente un mondo
diverso, ma sempre sarà un mondo che il Signore amerà tanto”.

Una ricorrenza che risale alla seconda metà dell’800

La Festa della mamma, che in alcuni Paesi ricorre in date
diverse, affonda le sue radici nella seconda metà del 1800,
quando negli Stati Uniti, Julia Ward Howe, poetessa e
pacifista, propose senza successo di istituire la Giornata
della madre per la pace (Mother’s Day for Peace). Era il 1870.
Fu poi Anna Jarvis a celebrare per la prima volta nel 1908 la
Giornata della madre, dedicata a sua mamma Ann Reeves, anche
lei attivista per la pace e amica della Howe. La ricorrenza
iniziò poi a diffondersi finché nel 1914 il presidente degli
Stati Uniti Woodrow Wilson istituì su delibera del Congresso
la Festa nazionale della mamma, nella seconda domenica di
maggio.

Le spinte consumistiche che hanno alterato le motivazioni

In Italia, la Festa della mamma è stata ufficializzata, solo
nella seconda metà del ‘900, su proposta – nel dicembre 1958 –
del senatore Raul Zaccari, dopo acceso dibattito al Senato;
celebrata da allora l’8 maggio e poi spostata nel 2000 alla
seconda domenica del mese, per permettere alle mamme di godere
della giornata festiva insieme ai figli. Una ricorrenza laica
tra le più popolari al mondo e che negli ultimi decenni è
stata connotata da forti impulsi commerciali. Ne abbiamo
parlato con Chiara Giaccardi, mamma e lavoratrice, ordinario
di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso
l’Università Cattolica del Sacro Cuore.

           Ascolta l’intervista a Chiara Giaccardi

https://media.vaticannews.va/media/audio/s1/2020/05/06/10/1355
83415_F135583415.mp3

La crisi della pandemia può ridare slancio allo spirito
originale della Festa?

«Io credo senz’altro di sì, perché proprio in questo periodo
abbiamo avuto modo di riscoprire, tutti – uomini e donne,
grandi e piccoli – l’unicità del codice materno, il fatto che
c’è una forma tipicamente umana di accoglienza, sollecitudine,
accompagnamento, legame non contrattuale e non solubile ma
soprattutto legame di reciprocità che è quello che in questi
mesi, ormai, ci ha sostenuti. E io credo che sia stata una
riscoperta preziosa anche per re-immaginare come vogliamo
essere, chi vogliamo essere quando la situazione si sarà – non
dico – normalizzata, ma un po’ modificata rispetto alle
restrizioni che abbiamo conosciuto in questo tempo».

Pensando al periodo precedente l’emergenza: quanto conta la
narrazione delle mamme nei media? Quanti stereotipi e luoghi
comuni sono ancora da superare?

«Sicuramente moltissimi. Io ho avuto – non so se è capitato
anche agli altri – veramente uno shock dal silenzio, dalle
strade vuote, dalle poche persone che camminavano tenendosi a
distanza. E poi alla ripresa, leggera, rivedere ancora
macchine, sentire ancora rumore … Abbiamo rivisto la nostra
vita di prima come qualcosa che in fondo aveva qualche tratto
disumano. Io credo che le madri – ma anche i padri, perché il
codice materno è anche un codice paterno, un codice di
reciprocità – in questi giorni, in queste settimane hanno
vissuto un altro modo di stare in famiglia, di occuparsi non
soltanto di un aspetto, secondo una divisione rigida dei
ruoli, ma del benessere di tutta la famiglia: fare da maestri,
far da accompagnatori spirituali in qualche caso, fare da
consiglieri, esserci, condividere tutti i momenti della
giornata. Io credo che questo sia un patrimonio, un effetto
collaterale positivo, in mezzo a tante sofferenze di questo
tempo, che va preservato, perché ci ha messi di fronte un po’
all’assurdità di un modello di vita estremamente centrifugo
che davamo per scontato e che non riuscivamo nemmeno più a
vedere nei suoi caratteri un po’ parossistici, e che adesso
abbiamo imparato a tenere un po’ a distanza e a vedere con un
occhio più lucido e più umano».

Abbiamo visto negli ultimi decenni le mamme multi-ruolo, nel
vortice di impegni in casa e al lavoro, ma anche coinvolte in
una società multimediale a volte opprimente con uno Stato, in
Italia, che non le aiuta.

«Questo è il problema che viene detto della conciliazione – io
preferisco chiamarlo della armonizzazione – tra lavoro e
famiglia. E’ una questione molto delicata che rischia di fare
passi indietro dopo questa pandemia, perché se le scuole non
riaprono o riapriranno a ritmi alternati, con restrizioni, il
presupposto implicito è che le madri dovranno stare a casa a
curare i bambini. Io credo che tra lavoro e famiglia non solo
non ci debba essere contraddizione o conflittualità, ma che ci
sia una potenziale sinergia. Naturalmente, se i tempi di
lavoro sono umani, se la qualità del lavoro è umana, io credo
che una donna che lavora possa essere una madre migliore, o
comunque un’ottima madre, così come un’ottima lavoratrice,
perché la maternità è qualcosa che allarga lo sguardo sul
mondo, che rende più ricettivi, più capaci di mettersi nei
panni dell’altro, più capaci di immaginare il futuro per le
prossime generazioni, e questo nel mondo del lavoro serve, è
necessario. Il contributo femminile è necessario nel mondo del
lavoro, nel mondo della politica, nel mondo della cultura e
questa è una conquista del nostro tempo che non dobbiamo
assolutamente perdere. Il contributo femminile è fondamentale.
Emmanuel Levinas diceva che la madre è la prima figura
concreta dell’etica, perché è colei che è capace di portare
l’altro. E questo è indispensabile, se vogliamo costruire un
mondo umano. Non so se si sta andando in questa direzione: lo
spero veramente».

La chiave di volta può essere avere una sinergia tra lavoro e
casa che coinvolga anche i papà?

«Certamente io penso che questo tempo è stato anche un
laboratorio di sperimentazione di nuove dinamiche familiari.
Noi abbiamo implicitamente assunto un modello della
frammentazione della separazione dei ruoli e della divisione
del lavoro, modello – diciamo –     fordista anche dentro la
famiglia. Io credo che invece questo periodo in cui i ruoli si
sono mescolati – in cui il tempo si è dilatato, in cui
ciascuno ha svolto tante funzioni perché tanti papà hanno
svolto anche i compiti domestici, la cucina e tutte le
incombenze che di solito vengono rigorosamente consegnate alle
mamme – sia proprio un laboratorio di novità di relazioni. E
anche questa idea di una parte del lavoro, non di tutto il
lavoro non di tutti i lavori, ma di una parte del lavoro
svolto a casa, penso che sia una conquista di questi giorni
molto importante: abbiamo capito che tanta della mobilità che
davamo per scontata forse non è necessaria. In tanti casi è
importante incontrarsi, in tanti casi basta anche una riunione
via skype o via zoom o su qualunque altra piattaforma,
soprattutto se sono riunioni operative o più tecniche Ecco
quindi, imparare a modulare il nostro impegno lavorativo
domestico, ad armonizzare i nostri ruoli, a non separare le
funzioni perché la disgregazione poi ci arriva dentro e ci
rende i disumani».
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