Educare: attività pastorale della Chiesa - WebDiocesi

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Educare: attività pastorale della Chiesa

                                                                               relazione di Ernesto DIACO
                                                                            Marina di Massa, 2 ottobre 2010

1. La scelta della Chiesa italiana: l’educazione al centro degli Orientamenti pastorali
   2010-2020
    I vescovi italiani hanno scelto l’educazione quale prospettiva di fondo degli orientamenti
pastorali del decennio 2010-2020: nella primavera 2009 fu individuato il tema e nell’Assemblea
generale del maggio scorso è stato approvato nelle linee di fondo il documento decennale, la cui
pubblicazione è attesa nelle prossime settimane. Si tratta di una decisione in continuità con il
cammino precedente, in cui risaltava il primato dell’evangelizzazione e l’impegno per
un’impostazione sempre più estroversa della vita ecclesiale, come ha indicato anche il Convegno
ecclesiale nazionale di Verona (2006), articolato secondo gli ambiti fondamentali dell’esistenza
umana: la vita affettiva, il lavoro e la festa, la fragilità, la tradizione, la cittadinanza.
         Una parte importante nell’incamminarsi decisamente in questa direzione va attribuita
all’insegnamento di Benedetto XVI, che è spesso intervenuto a segnalare i contorni della
“emergenza educativa” che interessa la società e la cultura attuali, con indicazioni precise
riguardanti anche il compito della Chiesa in tale contesto. Durante il Convegno di Verona,
nell’ottobre 2006, per citare solo uno dei numerosi interventi del Papa su questo tema, egli aveva
affermato che “perché l'esperienza della fede e dell'amore cristiano sia accolta e vissuta e si
trasmetta da una generazione all'altra, una questione fondamentale e decisiva è quella
dell'educazione della persona. Occorre preoccuparsi della formazione della sua intelligenza, senza
trascurare quelle della sua libertà e capacità di amare. E per questo è necessario il ricorso anche
all'aiuto della Grazia”.
        Se il Convegno di Verona aveva in qualche modo prefigurato il focalizzarsi dello sguardo
ecclesiale sull’educazione («l’appello risuonato in tutti gli ambiti ci spinge a un rinnovato
protagonismo nel campo educativo, domandandoci un investimento capace di rinnovare i nostri
percorsi formativi per renderli più adatti al tempo presente e significativi per la vita delle persone»1,
scrivevano i Vescovi all’indomani dell’appuntamento), si può dire che la scelta della Chiesa italiana
parte da più lontano. La questione educativa era ben presente già nei Padri del Concilio Vaticano II,
quando scrivevano nel Proemio della dichiarazione Gravissimum Educationis: “l'educazione dei
giovani, come anche una certa formazione permanente degli adulti, sono rese insieme più facili e
più urgenti dalle circostanze attuali. (…) D'altra parte gli sviluppi meravigliosi della tecnica e della
ricerca scientifica, i nuovi mezzi di comunicazione sociale danno loro la possibilità, anche perché
spesso hanno più tempo libero a disposizione, di accostarsi più facilmente al patrimonio culturale e
spirituale dell'umanità e di arricchirsi intrecciando tra i gruppi e tra i popoli più strette relazioni”.
Sono parole che sembrano scritte oggi, in cui si moltiplicano le opportunità, specialmente grazie
allo sviluppo tecnologico, cadono molte barriere e si riducono le distanze.
        La scelta dell’educazione per gli orientamenti pastorali degli anni 2010-2020 non è la scelta
di un tema di discussione o di un aspetto dell’impegno ecclesiale che si ritiene necessario rinforzare.
L’educazione è un elemento che appartiene all’essenziale della vita cristiana e che va letta nel
1
 Nota pastorale CEI dopo il Convegno di Verona: “Rigenerati per una speranza viva” (1Pt 1,3): testimoni del grande
“sì” di Dio all’uomo, n. 17.

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quadro complessivo del cammino post-conciliare della Chiesa italiana, il cui filo rosso è
l’evangelizzazione. Da “Evangelizzazione e sacramenti” (anni Settanta) a “Comunicare il Vangelo
in un mondo che cambia” (primo decennio del Duemila), passando per “Comunione e comunità”
(anni Ottanta) e “Evangelizzazione e testimonianza della carità” (anni Novanta), è cresciuta sempre
più la coscienza della responsabilità missionaria e dei mutamenti intercorsi sia nella società che
nella comunità cristiana.
        Tra l’educazione e l’evangelizzazione la continuità è forte. E risiede nel fatto che non si può
“comunicare il Vangelo in un mondo che cambia” se non affiancando permanentemente le persone,
accompagnandole in un cammino di ricerca, scoperta/riscoperta, assimilazione personale della
verità, generandole alla fede in Cristo e a un’umanità piena e autentica. Anche la “Lettera ai
cercatori di Dio”, pubblicata dalla Cei nel 2009, si colloca in questa direzione.
        Benedetto XVI, soffermandosi sulla domanda di significato dei giovani, affermava nel
maggio scorso davanti ai Vescovi italiani che “La nostra risposta è l’annuncio del Dio amico
dell’uomo, che in Gesù si è fatto prossimo a ciascuno”. E continuava: “La trasmissione della fede è
parte irrinunciabile della formazione integrale della persona, perché in Gesù Cristo si realizza il
progetto di una vita riuscita: come insegna il Concilio Vaticano II, ‘chiunque segue Cristo, l’uomo
perfetto, diventa anch’egli più uomo’ (Gaudium et spes, 41). L’incontro personale con Gesù è la
chiave per intuire la rilevanza di Dio nell’esistenza quotidiana, il segreto per spenderla nella carità
fraterna, la condizione per rialzarsi sempre dalle cadute e muoversi a costante conversione”.
        Certo non possiamo parlare di una completa identificazione tra educazione ed
evangelizzazione. Serve un’intenzionalità e un’opera educativa specifica; la vicinanza tra queste
dimensioni di fondo aiuta comunque a mettere in luce la falsa dicotomia tra educazione umana e
cristiana e il fatto che l’opera educativa della Chiesa mira all’integralità della persona e quindi si
serve di più luoghi, momenti, itinerari e attenzioni diverse. Il convegno ecclesiale di Verona in
questo è stato paradigmatico: con la scelta dei cinque ambiti esistenziali ha offerto lo schema di un
progetto formativo integrale, in cui la fede è presente in ciascun ambito in modo trasversale, e non è
relegata in un capitolo a parte.
        In questo quadro, la Chiesa italiana come vede se stessa e come guarda al futuro? La
domanda è d’obbligo, all’inizio di un nuovo decennio, la cadenza che la comunità ecclesiale ha
scelto per i propri orientamenti di fondo. La risposta viene proprio dagli eventi e dalle parole che
preludono al prossimo documento programmatico. La Chiesa italiana dà di sé una triplice
immagine: quella di discepola, di madre e di maestra. A fianco dell’uomo e presa per mano da Dio:
è così che si vede – e si propone – oggi, non solo ai piccoli e agli anziani, ma decisamente anche al
mondo adulto, all’interno dei propri spazi e nel più vasto ambiente sociale e culturale.
        Se dovessi riassumere il cuore degli orientamenti pastorali, ciò che la Chiesa italiana si sente
chiamata e mandata a fare in questi anni, lo direi così: annunciare Gesù Cristo come la pienezza e la
bellezza dell’umano e aiutare chi cresce a diventare donne e uomini come lui e insieme con lui. È
lui infatti la misura del vero umanesimo.
        Il tema adottato dai Vescovi italiani – è importante ricordarlo – rappresenta un orizzonte di
discernimento all’interno del quale ogni Chiesa locale trova il suo percorso, distinto e autonomo
nella sua singolarità ma armonizzato e concorde attorno alle comuni preoccupazioni, alle attenzioni
di fondo, agli obiettivi condivisi nella cornice della missione della Chiesa e alle esigenze
dell’esistenza cristiana di sempre riportate all’oggi.

2. L’educazione sfida di sempre ed emergenza-segno del nostro tempo
      Il compito educativo, dunque, è “esigenza costitutiva e permanente” (Benedetto XVI ai
Vescovi italiani, 28 maggio 2009) della missione della Chiesa. È un volto del suo mandato di

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“rendere Dio presente in questo mondo” e far sì che ogni uomo possa incontrarlo, scoprendo la
forza trasformante del suo amore e della sua verità, in una vita nuova caratterizzata da tutto ciò che
è bello, buono e vero; una vita nutrita e rafforzata dentro la comunità dei discepoli di Gesù, la
Chiesa.
        Educare è un compito tipicamente umano: far crescere le nuove generazioni che si
affacciano alla vita è esigenza vitale di ogni comunità umana. Da sempre la Chiesa ha dedicato
attenzione alla crescita delle persone, tanto che si potrebbe scrivere la sua storia anche solo
seguendo il filo delle istituzioni, delle figure, delle esperienze educative. Giustamente però questo
compito viene sempre più spesso definito urgente, poiché la situazione in cui oggi esso deve essere
svolto presenta aspetti che vanno oltre quelli che ordinariamente il rapporto tra le generazioni porta
con sé. In tutte le epoche, per esempio, la differenza di sensibilità dei figli rispetto ai genitori e i
conseguenti possibili attriti e incomprensioni non hanno mancato di manifestarsi, sia pure in modi
diversi. Oggi, però, diversi fenomeni fanno pensare che siamo in presenza di qualcosa di nuovo
rispetto a queste dinamiche ricorrenti.
       È questa la ragione per cui andiamo assistendo a una crescente attenzione per i temi
educativi. Ciò si verifica non soltanto da parte della comunità ecclesiale. Colpisce, ad esempio, la
lunga serie di articoli sull’argomento che da qualche tempo riempiono le pagine dei quotidiani
nazionali. Voglio ricordare l’editoriale dello scrittore Alessandro D’Avenia (Chi abbandona e chi è
abbandonato, in “Avvenire”, 8 settembre 2010), sulla carenza di maestri, in cui fra l’altro si legge:
«La crisi dei giovani è crisi di maestri… Esiste un terreno sul quale la scuola sta mancando e non è
questione di ideologie, ma di amore all’uomo». Sulla stessa linea si muove la nota scrittrice
Susanna Tamaro che, sul “Corriere della Sera” del 30 agosto scorso (Padri e figli, il grande
abbandono), scriveva che «Non si ha più bisogno di una volontà, non c’è più una meta verso la
quale tendere… la frammentarietà dei rapporti familiari moderni, la loro continua fluidità, l’essere
spesso mentalmente altrove dei genitori generano queste nuove disperate solitudini».
         L’ampiezza di richiami alla crisi educativa, la diffusione della domanda e della sensibilità in
questo senso, la convergenza che la stessa espressione “emergenza educativa” sta suscitando
mostrano che quello dell’educazione è un terreno fecondo di incontro, e quindi forse mai come oggi
l’attività pastorale non si può considerare solo un fare autoreferenziale e “interno”. Allo stesso
tempo, è evidente la necessità di una attenta lettura cristiana dei tempi, per dare risposte efficaci e
non limitarsi alla denuncia o a lanciare un allarme.
       Come la Chiesa vede lo stato dell’educazione oggi? Un’interpretazione quanto mai
autorevole è quella che lo stesso Benedetto XVI ha fornito in più occasioni e su cui ci si fermerà tra
poco. Una fonte ulteriore a cui riferirsi è il rapporto-proposta “La sfida educativa”, curato dal
Comitato per il progetto culturale della Cei alla fine del 2009 e pubblicato dagli editori Laterza.
Basta una scorsa all’indice del volume per accorgersi che ogni ambito sociale è preso in esame –
non solo quelli specificamente educativi, ma anche il mondo del lavoro e dell’impresa, lo
spettacolo, i consumi, lo sport… Questo a significare che nessun luogo e nessuna persona devono
essere esclusi nel discernimento e nell’azione corresponsabile per fare delle nostre città dei luoghi
favorevoli all’educazione, ossia alla crescita armonica e integrale di ogni persona. Anche il
contenuto di questo volume è sotteso alle riflessioni che seguono.

       2.1. Un falso concetto di autonomia dell’uomo
       Nel discorso all’Assemblea Cei del maggio scorso, Benedetto XVI ha indicato due radici
dell’emergenza educativa in altrettanti aspetti della cultura contemporanea. “Una radice essenziale
consiste – ha affermato – in un falso concetto di autonomia dell’uomo: l’uomo dovrebbe svilupparsi
solo da se stesso, senza imposizioni da parte di altri, i quali potrebbero assistere il suo autosviluppo,
ma non entrare in questo sviluppo”. Se ogni relazione di tipo asimmetrico e ogni insegnamento

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vengono scambiati per condizionamenti che intaccano la libertà, o peggio          ancora in vincoli che
mortificano la persona, allora l’educazione finisce per risolversi tutta          nel mero liberare la
spontaneità, facendo esprimere le proprie potenzialità in ogni direzione          possibile, senza altro
criterio che la volontà e il piacere individuale. L’educazione, in definitiva,    è accettata solo come
auto-educazione.
        Non si può negare che la crescita debba avere al centro la persona stessa, che è la prima
responsabile del proprio percorso umano e a cui va riconosciuto un ruolo da protagonista nel
processo educativo. L’auto-educazione è indispensabile, ad ogni età. Allo stesso tempo, però, ciò
non è sufficiente: l’ “io” infatti diventa se stesso solo nel dialogo con un “tu” e se si apre a un “noi”.
E il “tu” di cui parliamo è sì quello dell’amore, della fiducia, della vicinanza, ma è anche il “tu”
asimmetrico dell’autorità educativa, che si incontra in un rapporto fatto anche di obbedienza e di
disciplina. Amore, rispetto e proposta educativa possono (e devono) convivere. Non si cresce senza
tutto questo, così come non si cresce senza modelli. L’autosufficienza è un mito, così come è falsa
ogni presunzione di neutralità educativa.
         La carenza di adulti consapevoli del proprio ruolo educativo, e dunque non del tutto
paritetico, è forse la più grande solitudine dei ragazzi e dei giovani di oggi. Senza contare che per
delle generazioni “iperculturalizzate” come le attuali l’esercizio della libertà è spesso reso più
difficile, per cui forte è la necessità di un accompagnamento e un aiuto esperto. Fra le sfide
principali dell’educazione c’è senz’altro quella del sostenere la capacità di compiere scelte
responsabili ed essere fedeli ad esse. È quel “coraggio delle decisioni definitive” di cui parlava
Benedetto XVI al Convegno ecclesiale di Verona e che oggi è messo in discussione dalla
considerazione, del tutto apparente e illusoria, della possibile reversibilità di ogni scelta.
        In questo contesto non mancano comunque le opportunità da valorizzare per ridare
all’educazione una prospettiva autentica e piena. L’accento posto sulla libertà, così rilevante nella
cultura diffusa, può infatti aprire cammini di vera e non mascherata liberazione e dignità. La
sensibilità che incontriamo ci ricorda che educare ha come fine non la semplice socializzazione e
l’inserimento nella società, che è sempre anche un po’ omologazione, ma il servire e far maturare la
libertà e la responsabilità della persona che riceve l’offerta educativa. L’opportunità da cogliere è
quella di favorire una reale centralità della persona, dandole priorità anche rispetto al processo
formativo stesso.

       2.2. Il relativismo
         Una seconda radice dell’emergenza educativa è individuata da Benedetto XVI “nello
scetticismo e nel relativismo o, con parole più semplici e chiare, nell’esclusione delle due fonti che
orientano il cammino umano. La prima fonte dovrebbe essere la natura secondo la Rivelazione. Ma
la natura viene considerata oggi come una cosa puramente meccanica, quindi che non contiene in sé
alcun imperativo morale, alcun orientamento valoriale: è una cosa puramente meccanica, e quindi
non viene alcun orientamento dall’essere stesso. La Rivelazione viene considerata o come un
momento dello sviluppo storico, quindi relativo come tutto lo sviluppo storico e culturale, o - si dice
- forse c’è rivelazione, ma non comprende contenuti, solo motivazioni. E se tacciono queste due
fonti, la natura e la Rivelazione, anche la terza fonte, la storia, non parla più, perché anche la storia
diventa solo un agglomerato di decisioni culturali, occasionali, arbitrarie, che non valgono per il
presente e per il futuro” (Discorso all’Assemblea Cei, 27 maggio 2010). Davanti alla perdita di
questi riferimenti essenziali, prosegue il Papa, fondamentale è “ritrovare un concetto vero della
natura come creazione di Dio che parla a noi; il Creatore, tramite il libro della creazione, parla a noi
e ci mostra i valori veri. E poi così anche ritrovare la Rivelazione: riconoscere che il libro della
creazione, nel quale Dio ci dà gli orientamenti fondamentali, è decifrato nella Rivelazione, è
applicato e fatto proprio nella storia culturale e religiosa, non senza errori, ma in una maniera
sostanzialmente valida, sempre di nuovo da sviluppare e da purificare. Così, in questo ‘concerto’ –
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per così dire – tra creazione decifrata nella Rivelazione, concretizzata nella storia culturale che
sempre va avanti e nella quale noi ritroviamo sempre più il linguaggio di Dio, si aprono anche le
indicazioni per un’educazione che non è imposizione, ma realmente apertura dell’ ‘io’ al ‘tu’, al
‘noi’ e al ‘Tu’ di Dio”.
        Nella omogeneizzazione di tutte le posizioni e nella privatizzazione della verità, invece di
essere valorizzate tutte le ispirazioni e le esperienze, in realtà finiscono per perdere tutte di valore.
Di qui lo stretto legame tra il relativismo e il nichilismo, definito dal filosofo Umberto Galimberti
l’ospite “inquietante” della condizione giovanile odierna. È evidente che se si ritiene infondato o
addirittura lesivo della libertà ogni riferimento a un bene oggettivo, che precede le nostre scelte e
può essere criterio regolatore di esse e metro di valutazione, diventa inevitabile dubitare della bontà
della vita e della consistenza dei rapporti e degli impegni di cui la vita è intessuta. L’educazione
perde così anche il legame a dei “contenuti”, ormai giudicati indifferenti, per ridursi solo a
procedura, metodo, tecnica, con l’inevitabile conseguenza della scissione della persona e delle sue
dimensioni fondamentali. In numerose occasioni, Benedetto XVI ha invitato a tenere insieme l’unità
della persona e dell’atto educativo, indicando la necessità per questo di “allargare gli orizzonti della
razionalità”. Ciò vale anche per il desiderio, anch’esso purtroppo non raramente ristretto negli spazi
angusti che consente la riduzione dell’uomo a una sola dimensione.
         La scuola rischia, in questa temperie culturale, di trovarsi ridotta al grande supermarket dei
mezzi – in cui sono assenti i fini – in cui ognuno va a prendere quello che gli serve, in funzione del
proprio progetto di autorealizzazione, senza però cercarvi le indicazioni esistenziali per mettere a
punto questo progetto di vita e senza costruire allo stesso tempo relazioni solide e significative con
gli altri. Senza una meta, inoltre, il cammino è inconcludente e anche più faticoso. Apparentemente
più libero, in realtà alla fine facilmente deludente.
        Particolarmente affascinante, in questo contesto, è la sfida posta dal pluralismo culturale e
religioso. Il relativismo si propone come l’unica mentalità capace di favorire l’incontro e la
tolleranza, il rispetto e la convivenza. Non è affatto così. Al tanto sbandierato rispetto per le idee e
le diverse posizioni davanti alla vita, segue spesso un violento attacco alle persone, con accuse di
intolleranza e di rigidità. I termini andrebbero però rovesciati: le persone meritano sempre e
comunque rispetto in quanto tali, anche quando si trovano in errore; le idee, invece, possono e
devono essere vagliate criticamente, ha insegnato con lucidità il Concilio Vaticano II nella
dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis Humane. Sono le persone ad avere diritti
insopprimibili, non le idee. Considerarle sbagliate non significa automaticamente condannare chi le
fa proprie.
        Affermare l’esistenza di una verità dell’uomo e delle cose, di una prospettiva che tutti ci
supera e a cui occorre ispirarsi, non mina in radice la convivenza e l’ascolto dell’altro; gli riconosce
invece di essere all’altezza di tale prospettiva inesauribile e liberante, a cui attingere continuamente.
Solo la verità rende libero l’uomo. Ecco una bella opportunità per chi educa in un contesto di
pluralismo religioso e culturale. Fra le opportunità educative che possiamo evidenziare spicca
inoltre quella di aiutare le persone a compiere una sintesi progettuale della loro esperienza, delle
conoscenze, delle capacità. Quella cioè di costruirsi attorno a un centro unificatore, essenziale per
riconoscere e attribuire senso a ogni frammento del vissuto. Si potrà così rispondere alla domanda
di una ricerca condivisa delle fonti e delle mete per costruire un solido progetto di vita.

       2.3. La questione antropologica e lo smarrimento del senso profondo dell’educare
       Una sintesi di questi elementi è quanto il progetto culturale della Chiesa italiana compie
collocando la crisi dell’educazione nella più ampia questione antropologica: se cambia la realtà
stessa dell’uomo, cambia a sua volta il concetto di educazione ed entrano in crisi i tradizionali
parametri educativi. Se l’educazione riguarda la formazione-crescita dell’uomo, come posso

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educare se non so chi o cosa sia l’essere umano? Non ha senso l’educazione di un uomo ridotto ad
“oggetto”, a una particella della natura in tutto uguale alle altre o la cui differenza dovesse essere
semplicemente quantitativa. L’educazione presuppone un di più, a partire dalla libertà e dalla
razionalità. “L’attuale crisi dell’educazione – afferma pertanto La sfida educativa – ha a che fare
non soltanto con singole difficoltà, ma piuttosto con l’idea che abbiamo dell’uomo e del suo futuro”
(p. 3).
        Dopo la “morte di Dio”, che ha attraversato il Novecento, questo sembra essere il secolo
della “morte dell’uomo” e del prossimo, come ben rileva Luigi Zoja nell’omonimo saggio del 2009
(La morte del prossimo, Ed. Einaudi). Da oltreoceano, inoltre, giunge l’assicurazione che presto le
scoperte della GNR Revolution (Genetica, Nanotecnologia, Robotica) invaderanno la sfera fisica e
spirituale dell’uomo per regalargli un’immortalità terrena permessa dalla sconfitta definitiva di ogni
malattia e limite biologico. Anche il sociologo Aldo Schiavone (Storia e destino, ed. Einaudi) mette
in luce le prospettive aperte dagli sviluppi tecnologici, decretando la fine dell’evoluzione naturale a
favore di quella artificiale, decisa dall’uomo stesso. Se cresce il potere nelle nostre mani, però,
cresce smisuratamente anche il senso di responsabilità e la necessità di un’istanza etica che regoli le
scelte che i nuovi scenari consentono e favoriscono.
        È oggi sempre più evidente la perdita di monopolio antropologico della prospettiva cristiana:
emergono con decisione nuove concezioni, segnate principalmente dalla fede nell’onnipotenza
scientifico-tecnologica. Da questo punto di vista, possiamo davvero considerarci a un bivio:
continuare a ispirarci alla visione antropologica aperta al mistero, e quindi al limite, o costruire un
nuovo progetto di esistenza umana fondato sull’autonomia da ogni tipo di fondamento trascendente
e sul (solo) principio dell’autodeterminazione, che significa tra l’altro l’impossibilità di un’etica
razionale universale. È anche a questo che pensa Benedetto XVI quando rilancia la proposta di
invertire la formula tipica della modernità giusnaturalista (“Etsi Deus non daretur”, anche se Dio
non esistesse) con il “Velut si Deus daretur” (come se Dio ci fosse).
       Con il vacillare di un’idea profonda, umanistica, di educazione, anche alcune sue dimensioni
fondamentali vengono meno. Mi riferisco al concetto di autorità e di tradizione, parole che oggi non
godono certo di buona stampa ma che, al di là di alcuni irrigidimenti o impoverimenti sempre
possibili, sono tra i doni che rendono possibile crescere e costruire novità per il futuro. Ecco la
grande opportunità data all’umanità e al compito così altamente umano dell’educazione nel nostro
tempo: riscoprire l’uomo in tutte le sue dimensioni, facendo leva anche sulla sensibilità per il corpo
e per lo spirito, che si presentano divaricate ma possono essere tenute insieme. Il “ritorno”
dell’educazione deve portare a un nuovo grande umanesimo.
        Una breve parola va spesa anche circa la necessità di modelli positivi nell’educazione e più
in generale per la formazione della propria personalità. Il bambino cresce per imitazione e anche
l’adulto, da questo punto di vista, non smette di guardarsi intorno e di desiderare. È un fatto però
che oggi la principale “fabbrica dei modelli” sia quella dei mezzi di comunicazione, con le
possibilità di bene e gli aspetti negativi che questo comporta. Tornare a offrire – e soprattutto ad
essere – modelli positivi è una frontiera avanzata dell’educazione.
       Una tale necessità risalta in maniera (quasi) drammatica davanti alla “scomparsa delle
generazioni” a cui molti analisti invitano a fare attenzione. Se essere adulti – perché questo è il
messaggio che non raramente trasmettiamo – significa per lo più una fila di problemi da risolvere, il
peso delle responsabilità che soffoca il tempo libero e il divertimento, ecc. allora è comprensibile
che un giovane trovi la maturità scarsamente desiderabile e tenda a rinviare il più possibile
determinati passaggi esistenziali, come l’autonomia di vita, il matrimonio, la generazione dei figli.
        Naturalmente, non mancano neppure in questo caso le opportunità educative. In particolare,
sembra essere il momento propizio per dire basta alle numerose deleghe educative che spesso
resistono nei rapporti sociali: la famiglia verso la scuola, i genitori nei confronti della Chiesa,
l’intera società nei confronti della politica, che ha la sua parte da fare ma non può certo risolvere la

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radice delle difficoltà educative. È una catena che si può spezzare, dando forma a inedite “alleanze
educative” tra le agenzie tradizionali e i luoghi in cui, in modo sempre più rilevante, passa la vita di
oggi. Il riferimento è al continente digitale e al mondo delle comunicazioni in generale, così come
allo sport, allo spettacolo, al turismo, all’esperienza del lavoro e dei consumi. Perfino l’universo
della fragilità umana e del divertimento sono compresi in questa necessaria rete a favore della
persona.

3. Nodi e prospettive aperte
    Abbiamo visto le motivazioni che portano a una nuova attenzione (“investimento”, dice la Cei
nella Nota pastorale dopo Verona) sull’educazione. Quella dei Vescovi si rivela una scelta
opportuna, necessaria, impegnativa e allo stesso tempo possibile e affascinante. Una scelta che apre,
non conclude; una scelta che suscita creatività e non solo ripetizione, fedeltà e novità. Una scelta
che invita a “pensare” l’educazione nel cambiamento. Ora è il momento di cercare di rispondere
(insieme e non solo in questo breve spazio) alla domanda: cosa comporta tutto ciò? Cosa ci chiede?
(è una domanda che comprende ma non si esaurisce in: che cosa dobbiamo fare?). Da parte mia,
offro la suggestione di alcune linee, nella stessa logica del capitolo 5 degli Orientamenti pastorali
che verranno pubblicati: indicazioni per la progettazione pastorale di ogni soggetto coinvolto, in
modo specifico e sinergico allo stesso tempo.
        Prima di qualche schematica riflessione operativa, permettete ancora una piccola
provocazione. Si parla diffusamente – anche qui l’abbiamo fatto – di “emergenza educativa” nella
società odierna, ma esiste una emergenza educativa anche nella Chiesa? Credo che la risposta
debba essere positiva, senza che questo suoni irrimediabilmente pessimistico o giudicatorio. La
Chiesa partecipa delle difficoltà del mondo in cui vive, pur offrendo ad esso un contributo che la
sua sorgente nella Grazia. Gli stessi Vescovi, all’inizio del nuovo decennio pastorale, invitano a
premettere un’approfondita verifica dell’azione educativa della Chiesa in Italia, così da promuovere
con rinnovato slancio questo servizio al bene della società. A me sembra, per limitarmi a ciò che
rilevo nella mia esperienza personale, che i rischi più frequenti che si corrono nell’educazione
ecclesiale siano due: da una parte non far percepire che la fede è insieme un amore, una vita, un
sapere, una libertà, una ragione di speranza, uno sguardo, limitando o prescindendo da uno o più di
tali aspetti, e dall’altra ridurre l’educazione cristiana a una “buona educazione”, un moralismo senza
“perché” e, al limite, anche senza Gesù. L’educazione è una offerta globale di vita. Attrezzare
culturalmente la testimonianza e l’azione pastorale – come invita a fare il Convegno di Verona –
serve proprio a non perdere le ragioni e le fonti essenziali del vivere cristiano.
       Riassumo in cinque punti le principali prospettive che mi sembra investano il “decennio
dell’educazione” fin dal suo inizio, ben consapevole che non esistono ricette pastorali risolutive.
       3.1. Ravvivare il dono educativo che è in noi
        La comunità cristiana educa a partire dalla consapevolezza di un dono ricevuto; a partire da
esso, la comunità avverte la gioia e la responsabilità di dare voce ed espressione alla dedizione
sperimentata; di far intravedere la prospettiva della vita buona e bella toccata con mano e di
generare ad essa. Educare non è solo un impegno possibile, è una vocazione per cui riceviamo la
grazia, un cammino di santità, una risposta d’amore al “sì” di Dio, per cui diventiamo la Chiesa del
“sì” all’uomo, alla sua vita, intelligenza, libertà, amore. Esiste dunque anche una “dimensione
contemplativa” dell’educazione, in cui siamo noi i primi ad essere formati. Nella liturgia, ad
esempio, o dall’ascolto della Parola, guardando all’unico e vero Maestro. Nei prossimi dieci anni
avremo risposto al compito che ci attende non se avremo trovato nuovi modelli pedagogici, che
semmai sono un frutto conseguente, ma se avremo saputo rinnovarci alla sorgente stessa
dell’educazione del popolo di Dio. E magari anche rinfrescato la memoria della grande tradizione
educativa cristiana (anche locale), della santità educativa.

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Sarebbe un errore, infatti, scegliere di rispondere all’emergenza educativa con un nuovo
attivismo, anche se maggiormente accordato e calibrato sulle analisi più recenti. Il cantiere
dell’educazione necessita sì di pensiero condiviso, di competenze non sfruttate prima d’ora, di
nuovi orizzonti. Ma è soprattutto il fascino legato al mistero dell’uomo e al dispiegarsi della sua vita
nel mondo che può accendere vocazioni educative stabili e generose. La fatica e il piacere
dell’apprendere, di cercare e di seguire i buoni maestri. L’educazione è grazia e avventura allo
stesso tempo perché è fiducia nell’esistenza, scommessa nell’uomo che non si vede, artigianato
paziente dove scolpire se stessi, lasciarsi modellare e aiutare altri a realizzare il capolavoro della
propria umanità.
       3.2. Curare la qualità educativa dell’intera vita cristiana
       L’educazione ha bisogno di un requisito essenziale: la qualità della vita della comunità e la
sua capacità di entrare con le persone in una relazione che faccia crescere. Può educare solo una
comunità che sia impegnata a costruirsi realmente come tale. “Non iniziative straordinarie, ma il
coraggio semplice di essere Chiesa, popolo di Dio che attraversa la storia testimoniando la bellezza
dell’evento di Gesù Cristo” (Luigi Guglielmoni). Questo forma. Non a caso la cura delle relazioni è
sempre più spesso citata anche nei documenti ecclesiali come una via di testimonianza. Nel nostro
caso, si tratta ben più di usare cortesia o finezza di tratto: occorre educare la capacità stessa di
relazione per rendere le relazioni educanti.
        Appare decisiva la qualità umana, cristiana ed ecclesiale delle comunità: la loro vita e la loro
testimonianza costituiscono la chiave risolutiva dei processi educativi e pastorali. Ma come parlare
di comunità cristiana in un tempo in cui tutte le appartenenze sembrano essersi allentate e in cui gli
stessi credenti sembrano ormai abituati a ricondurre tutto alla loro valutazione personale, non
sempre per stima della propria coscienza, quanto più spesso per debolezza della propria
appartenenza? E, d’altra parte, quale immagine danno di sé le comunità cristiane nelle quali
viviamo? “Educare le nuove generazioni alla fede – attesta Benedetto XVI – è un compito grande e
fondamentale che coinvolge l’intera comunità cristiana… E’ indispensabile che possano fare
esperienza della Chiesa come di una compagnia di amici veramente affidabile, vicina in tutti i
momenti e le circostanze della vita, una compagnia che non ci abbandonerà mai nemmeno nella
morte, perché porta in sé la promessa dell’eternità”.
        La comunità, per essere viva e rispondere alla ricchezza della sua identità, deve saper
valorizzare le soggettività, che significa riconoscere i diversi carismi: vocazioni, doti personali,
esperienze spirituali e di aggregazione. Fare spazio alle soggettività fa crescere il senso di
responsabilità, fa maturare, genera appartenenza. Ecco perché, fra le priorità della “agenda”
educativa della Chiesa italiana non può mancare il rilancio della vocazione educativa dei religiosi e
delle aggregazioni ecclesiali.
        La verifica dei percorsi avviati e delle scelte compiute negli ultimi anni, a cui ci invitano i
Vescovi, non si limita agli itinerari di iniziazione cristiana o alla formazione dei formatori
(catechisti, educatori), due nodi non facili da sciogliere, ma si estende allo stile e alla proposta che
emerge dall’intera vita della comunità, soggetto di una “educazione diffusa” che incrocia tutti i suoi
momenti e ogni persona operi in essa. Pochi giorni fa, aprendo il Consiglio permanente della Cei, il
cardinale Angelo Bagnasco notava che “nella nostra visione, non c’è traguardo personale o
comunitario che non abbia una corrispondente implicanza educativa”. La domanda cardine degli
orientamenti pastorali, dunque, è probabilmente questa: che volto ha – quali ricadute, scelte,
caratteristiche – una Chiesa che pone la dimensione educativa al cuore della sua vita, della sua
presenza in un territorio?
       3.3. Due vie da percorrere: la formazione permanente e le alleanze educative
      Da tempo si va osservando come esista una forte sproporzione fra le energie e le risorse che
le comunità riservano per l’iniziazione cristiana e l’educazione dei fanciulli e ciò che si mette in

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campo per la formazione dei giovani e degli adulti. Non sembra però che sia facile invertire la
tendenza o comunque colmare le carenze individuate. Fra le ragioni principali c’è forse la mancanze
di modelli formativi adeguati, oltre a una prassi ecclesiale incentrata più sulle cose da fare che sulla
fede delle persone da alimentare, mentre è quest’ultima il vero tesoro di una comunità. Prendendo a
prestito una terminologia che sempre più spesso si riscontra anche nel contesto ecclesiale, il passo
da compiere è la maturazione di una mentalità di “formazione permanente”, con passaggi e
attenzioni particolari – consapevoli che certi automatismi non funzionano più – ma che abbia
davvero il coraggio di dare un’identità adeguata alla catechesi degli adulti, necessariamente saldata
alla vita personale e sociale, e alla testimonianza. Ricordando che “senza il desiderio di ravvivare il
senso della propria umanità nella cura per le nuove generazioni sarà difficile far decollare proposte
significative e produttive di formazione degli adulti” (mons. Crociata).
         Se da una parte ci è chiesto di non limitarci alle tradizionali attività educative, per assumere
un respiro e una responsabilità educativa diffusa, dall’altra occorre passare dalla genericità di certi
percorsi o dall’improvvisazione del “tutto forma” alla cura di scelte intenzionali riguardanti il
mondo adulto (catecumenato e mistagogia) e nuove figure educative nel mondo della mobilità, della
fragilità, del tempo libero, della cultura e della comunicazione.
        Anche la “pastorale integrata” di cui si parla da alcuni anni e che fino ad oggi si è tradotta
soprattutto in nuove forme di collaborazione pastorale può trovare nuovi sbocchi nel campo
dell’educazione, sia all’interno della comunità ecclesiale che fra Chiesa e altre realtà o istituzioni. È
lo stesso Benedetto XVI a ricordarci che: “La frontiera educativa costituisce il luogo per un’ampia
convergenza di intenti: la formazione delle nuove generazioni non può, infatti, che stare a cuore a
tutti gli uomini di buona volontà, interpellando la capacità della società intera di assicurare
riferimenti affidabili per lo sviluppo armonico delle persone”. Certamente, affinché si possa
realizzare una “alleanza” per l’educazione è necessario condividere una base di obiettivi e di valori
verso cui, ciascuno per la propria parte, convergere. L’alternativa, d’altronde, è la cultura della
delega educativa, che alla fine lascia soli e disorientati i nostri ragazzi.
       Non mi soffermo sull’ambito fondamentale della formazione degli educatori, ma è evidente
che un vero educatore si contraddistingue anche dalla capacità e dal desiderio di continuare ad
apprendere, a capire, a formarsi e a lasciarsi formare. È insita nella vocazione educativa, perché di
vocazione si tratta.
        Il primo elemento di tale patrimonio comune è il valore e la centralità della persona, la
fiducia nell’uomo e nella bontà della vita, oltre al senso stesso dell’educare. Operare affinché la
società diventi un luogo favorevole all’educazione è compito anche della Chiesa, che in questi anni
non potrà che auspicare e promuovere un ampio dibattito e un proficuo confronto sulla questione
educativa in tutta la società civile. Sull’educazione, infatti, si gioca il futuro di tutti.
       3.4. Percorsi di vita buona
        Ogni ambito del vissuto umano è interpellato dalla fede e dalla sfida educativa. Il Convegno
ecclesiale di Verona l’ha messo in luce fin dalla fase di preparazione nelle Diocesi, e poi
nell’impostazione dei lavori, nel discorso del Papa e nel messaggio complessivo dell’evento. Come
ha notato il cardinale Ruini nel suo discorso conclusivo il 20 ottobre 2006, l’educazione è una
prospettiva trasversale ai diversi ambiti dell’esistenza, da cui emerge come una vera urgenza e allo
stesso tempo come una risorsa su cui investire. “Il nostro Convegno – ha affermato – con la sua
articolazione in cinque ambiti di esercizio della testimonianza, ognuno dei quali assai rilevante
nell’esperienza umana e tutti insieme confluenti nell’unità della persona e della sua coscienza, ci ha
offerto un’impostazione della vita e della pastorale della Chiesa particolarmente favorevole al
lavoro educativo e formativo”.
       Il compito educativo appartiene al “sì” con cui la Chiesa e il cristiano rispondono al “sì” di
Dio all’uomo, evidenziato dal Papa a Verona. Ne è una delle espressioni più alte ed eloquenti.

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Attraverso l’educazione, infatti, l’uomo si incontra col Dio creatore, che si prende cura dei suoi
figli, svela loro l’altissima dignità e vocazione che risiede in essi. Educare significa compiere un
atto di fede; significa vedere oltre la fragilità e il limite dell’esistenza umana; significa, nel rispetto
della libertà di ciascuno, orientare la persona, ossia aiutarla a rivolgersi verso il sole che sorge (cfr
Lc 1,78), la luce vera che illumina ogni uomo (cfr Gv 1,9). Solo così ciascuno potrà riconoscere i
doni che porta in sé, accettare se stesso fino in fondo e realizzare il capolavoro della propria
umanità.
        Benedetto XVI a Verona ha anche offerto una preziosa impostazione per il lavoro educativo.
“Occorre preoccuparsi – ha detto, riferendosi alla persona – della formazione della sua intelligenza,
senza trascurare quelle della sua libertà e capacità di amare”. Educare l’intelligenza, la libertà, la
capacità di amare: ecco le coordinate essenziali di un progetto formativo integrale, che mette al
centro l’uomo e la sua verità. Ogni percorso educativo autenticamente cristiano non può trascurare
nessuno di questi grandi obiettivi. La fede, infatti, mette in gioco quanto abbiamo di più nostro e di
più intimo, in un rapporto profondamente personale con il Signore che ci attira a sé. Chiederci come
le indicazioni maturate nel Convegno ecclesiale di Verona siano state recepite e attuate in ordine al
rinnovamento dell’azione ecclesiale e alla formazione dei laici, è uno dei primi passi da compiere
nel nuovo decennio. Lo chiedono i Vescovi stessi, ne gli orientamenti pastorali per la Chiesa
italiana, riprendendo sotto il titolo “percorsi di vita buona” le sollecitazioni educative offerte dalla
vita affettiva, il lavoro e la festa, la fragilità umana, la tradizione, la cittadinanza.
       3.5. Tra smarrimento e speranza
         Nella Lettera alla diocesi e alla città di Roma del 21 gennaio 2008 sul compito urgente
dell’educazione, Benedetto XVI riconosce che “alla radice della crisi dell’educazione c’è infatti una
crisi di fiducia nella vita”. E che “anima dell'educazione, come dell'intera vita, può essere solo una
speranza affidabile”. Non trovo coordinate migliori di queste per concludere questa lunga
riflessione. Che non si tratti di un’esortazione consolatoria o la sottovalutazione dei gravi problemi
da affrontare lo dimostra questo intenso passaggio, estratto da un recente intervento di mons.
Mariano Crociata, segretario generale della Cei, al convegno pastorale della diocesi di Avezzano.
        “Ci troviamo contemporaneamente inseriti in Cristo e posti in una situazione di
smarrimento; il nostro è insieme il tempo dell’unione con Cristo e il tempo dello smarrimento
educativo. Da credenti quali siamo e vogliamo essere, non possiamo pensare di stare con Cristo
estraniandoci dalla condizione culturale e storica che viviamo, anzi siamo convinti che è qui e ora
che il Signore ci chiama a dare manifestazione e testimonianza della nostra fede. A fare la
differenza non è la condizione sociale, culturale e religiosa di questa epoca; ciò che fa la differenza
è se noi crediamo e accettiamo che il Signore oggi ci dà grazia, ci conferisce la nostra vocazione, ci
rende possibile e ci chiede di rimanere in comunione con lui, inseriti in lui… Questo atteggiamento
deve improntare la nostra esperienza e la nostra riflessione. Anche perché solo a questa condizione
la nostra fede è vera, si mostra nella sua verità. E la verità della nostra fede è che Cristo Gesù è vivo
e presente, non è un personaggio del passato, ma un nostro contemporaneo, il contemporaneo di
ognuno di noi, colui che vive con noi questo tempo e comunica le risorse per affrontarlo,
attraversarlo e farci sbarcare sul futuro, sulla terra promessa di una umanità compiuta”. D’altra
parte, Romano Guardini che è stato un grande educatore e un fine interprete del suo tempo, amava
affermare: “Se il Dio vivente c’è, allora c’è anche per l’educazione”.

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