DAI DISTURBI DELL'INFORMAZIONE AI DISTURBI DELL'ALIMENTAZIONE - Assolatte

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DAI DISTURBI DELL’INFORMAZIONE
                       AI DISTURBI DELL’ALIMENTAZIONE
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                                       dei giornalisti italiani

                                     MILANO, 13 FEBBRAIO 2019
                                 Primopiano, via Rabolini 13 Milano

DOCENTI

avv. Massimiliano Dona
Presidente Unione Nazionale Consumatori
dott.ssa Laura Gennaro
Ricercatrice CREA - Alimenti e Nutrizione
prof. Andrea Ghiselli
Dirigente di Ricerca CREA - Alimenti e Nutrizione, Presidente Società Italiana di Scienza
dell’Alimentazione
dott.ssa Elvira Naselli
Giornalista Repubblica Salute
prof. Luca Piretta
Docente di “Allergie e Intolleranze Alimentari” Università Campus Biomedico, Roma

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A “Dai disturbi dell’informazione ai disturbi dell'alimentazione”, evento dedicato ai giorna-
listi iscritti all’Albo promosso da Assolatte, si è chiarito come interpretare e diffondere cor-
rettamente le informazioni scientifiche legate all'alimentazione.

Segue una sintesi degli interventi dei docenti.

Latte e derivati: voci, ciarle, dicerie e false verità da WEB e media

Il latte, ha spiegato Andrea Ghiselli (Dirigente di Ricerca CREA - Alimenti e Nutrizione, Pre-
sidente Società Italiana di Scienza dell’Alimentazione), è stato colpito più di altri alimenti
dalle fake news, probabilmente a causa dell’immagine di candore e purezza che lo ac-
compagna. Diversi sono i “capi di accusa” verso quello che, da sempre, è stato conside-
rato un alimento principe per una crescita e una esistenza sana, ben evidenziati da Ghi-
selli attraverso una carrellata di fake news presenti su carta stampata, web e social. Dal
“bere latte è innaturale” e “il latte è ricco di grassi e colesterolo ed è causa di infarti” al
latte che “ruba” il calcio alle ossa e causa fratture e, non ultimo, al latte promotore del
cancro e causa di autismo.
Ma il latte e i prodotti lattiero caseari sono davvero pericolosi? Dati scientifici alla mano,
Ghiselli ha smontato una ad una tutte le accuse, senza se e senza ma: le proteine del lat-
te quali promotrici della massa muscolare, il calcio (e il pool di preziosi minerali) che di-
fendono da osteoporosi e fratture, l’effetto protettivo nei confronti di gravi patologie co-
me malattie cardiovascolari, diabete e obesità.
L’esperto si è soffermato a lungo sul capitolo tumori, smentendo recisamente ogni corre-
lazione tra consumo di latte e neoplasie. Come chiarito dal World Cancer Research Fund
(la maggior autorità mondiale del settore, che analizza le correlazioni tra alimenti e rischi
di tumori), i prodotti lattiero caseari sono ininfluenti nello sviluppo dei tumori, mentre si evi-
denzia il possibile ruolo protettivo nei confronti del tumore al colon-retto. Risultati, ha chia-
rito Ghiselli, che smentiscono anche definitivamente il China Study, documento ritenuto
inattendibile da tutta la comunità scientifica.
Purtroppo il consumo di latte è in diminuzione in molti Paesi e tra questi l'Italia, dove si be-
ve, in media, un terzo di quanto raccomandato. Il latte è un alimento complesso, nel qua-
le non solo il calcio ma anche gli altri elementi (proteine, potassio, magnesio, zinco, fosfo-
ro, iodio e vitamine) contribuiscono allo stato di salute dell’intero organismo, non solo
dell’osso.
Ghiselli ha concluso l’intervento richiamando i giornalisti alla grande responsabilità che si
assumono con la divulgazione di notizie che impattano sulla salute del proprio pubblico.
Notizie che, nell’epoca della Evidence Based Medicine, non possono più alludere a pre-
sunte verità legate al sapere tradizionale e svincolate dalla verità scientifica. Insomma, è
finita l’epoca de “La carota fa bene alla vista”.

L'importanza dei batteri

Luca Piretta (Docente di “Allergie e Intolleranze Alimentari” Università Campus Biomedico,
Roma), partendo proprio da “intolleranza” e “allergia”, tuttora spesso usate erroneamen-
te come sinonimi, si è soffermato sul fenomeno dell’intolleranza che ha ormai assunto le
dimensioni di una moda piuttosto che un vero disturbo della persona. Oppure una giustifi-
cazione per assumere, senza motivi, meno latte. Nel caso in cui l’intolleranza al lattosio sia
stata diagnosticata correttamente, ha sottolineato Piretta, si possono consumare in tutta

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tranquillità i prodotti naturalmente a minore contenuto di lattosio come yogurt e latti fer-
mentati, e i formaggi a lunga stagionatura o fermentati, che hanno livelli di lattosio pros-
simi allo zero. Ci sono poi i prodotti “delattosati”, latte, yogurt, burro e formaggi nutrizio-
nalmente identici alle versioni tradizionali, con un’unica eccezione: il lattosio è già stato
scisso nei suoi due zuccheri semplici.
Piretta si è poi addentrato nel campo della nutrigenetica e della nutrigenomica e della
capacità degli alimenti di modulare l’attivazione, la repressione, l’espressione o il silenzia-
mento di alcuni geni, e quindi, ad esempio, favorire o proteggerci dal cancro. Altro ar-
gomento che ha destato particolare interesse nel pubblico è stato il microbiota. Ovvero
l’universo di batteri presenti nell’intestino umano che supera di 10 volte il totale delle cellu-
le del nostro organismo, mentre il genoma completo di questi batteri supera di 150 volte
quello umano.
La dieta, ha sottolineato più volte Piretta, condiziona pesantemente il microbiota con ri-
percussioni impensabili. Basti pensare che schizofrenia, Parkinson, obesità e malattie in-
fiammatorie sono collegate alla sua alterazione.
Ne deriva che la tendenza moderna a discriminare gli alimenti non può che peggiorare lo
stato di salute, mentre gli effetti protettivi di latte e derivati non possono essere soppiantati
dall’uso di integratori perché l’effetto sinergico dei numerosi e preziosi nutrienti del latte
sono unici e irripetibili.
Vanno invece seguite le indicazioni della piramide alimentare ed inserire ogni giorno al-
meno una porzione di prodotti lattiero caseari, chiavi di volta per un buon stato di salute.
In chiusura, Piretta ha invitato i media a una maggiore consapevolezza del proprio ruolo
nel condizionare le scelte del pubblico.

Il latte che non è latte

Ma se il consumo di latte, in generale, è in calo, dove si rivolgono allora i consumatori?
“Aumentano costantemente le vendite delle bevande vegetali, come cocco, anacardi,
quinoa, soia o avena”, ha spiegato Laura Gennaro (Ricercatrice CREA - Alimenti e Nutri-
zione).
Sono essenzialmente 2, per la ricercatrice, le aree responsabili dello spostamento delle
scelte dei consumatori: nutrizione&salute e sostenibilità. In più, tra loro si inserisce il vega-
nesimo. Ma il tutto si può riassumere in una parola: “naturalità”.
Il primo cluster, nutrizione&salute, deriva da un insieme di timori legati ad allergie e intolle-
ranze, e, più in generale, alle caratteristiche dei prodotti d’origine animale come grassi,
colesterolo e rischio di tumori. Tra l’altro nel mondo occidentale, come confermano le più
recenti ricerche, il concetto di fabbisogno nutrizionale si sta spostando da sopravvivenza
e soddisfacimento della fame ad una ricerca di prodotti che promuovano salute e stato
di benessere.
Tutti i claim nutrizionali che accompagnano questi prodotti vegetali, affiancati dalle
campagne avverse al consumo di latte vaccino, ne hanno decretato il successo.
In Italia, ha evidenziato Laura Gennaro, l’offerta vegetale è variegata: dai prodotti con-
venzionali ai bio, dalla linea “naturale” ai fortificati, dai freschi a quelli a lunga conserva-
zione (che coprono gran parte del mercato). Numerosi e diversificati anche i claim nutri-
zionali utilizzati.
È invece estremamente difficile valutare il contenuto nutrizionale di queste bevande ve-
getali perché cambiano moltissimo da prodotto a prodotto. Essendo alimenti “costruiti”, è
possibile ottenere la composizione che si vuole. È quindi impossibile avere una media at-
tendibile dei contenuti nutrizionali.

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Qualche informazione arriva dal Canada, dove hanno analizzato le differenze con il latte
vaccino. In sintesi, le bevande considerate sono risultate caratterizzate da profili nutrizio-
nali estremamente poveri, abbastanza squilibrati e talvolta ricchi di zuccheri e grassi. In re-
lazione al contenuto di proteine, la bevanda di soia è quella che più si avvicina al latte
vaccino ma con 2 fattori contro: il problema dell’allergia alla soia, più diffusa negli adulti
rispetto a quella al latte, e il problema del gusto, non gradito a noi occidentali e difficil-
mente mascherabile anche con l’utilizzo additivi o altre pratiche.
Ma in Italia, quali sono le raccomandazioni riguardo all’uso di questi prodotti? Sono di sta-
re attenti, precisa la ricercatrice: mancano studi che ci dicano quanto le fortificazioni sia-
no effettivamente efficaci e, quindi, quanto sia valido l’aspetto nutrizionale. In particolare
per i bambini, questo potrebbe essere un problema. Mentre nel recente documento sulla
prima colazione di SINU/SISA si raccomanda di consultare il pediatra prima di dare questi
prodotti ai bambini.
In relazione alla sostenibilità, Laura Gennaro, riferendosi alla recente pubblicazione del
Lancet che valorizza il minor impatto ambientale dei prodotti vegetali, ha sottolineato
come queste evidenze siano limitate alla produzione agricola e non considerino l’intera
catena “dal campo alla tavola”. Il Lancet inoltre, ha concluso Laura Gennaro, non ha va-
lutato che un corretto impatto ambientale deve considerare l’alta densità nutrizionale del
latte, che contiene tanti nutrienti in poche calorie, mentre le bevande vegetali sono con-
notate da un contenuto calorico variabile e con pochi nutrienti.

Bufale, news e scienza

Quali sono gli antidoti alle “bufale”? Come evitare di metterle sullo stesso piano con la
scienza? Qui entra il gioco il mondo dell'informazione. Per Elvira Naselli, giornalista di Re-
pubblica Salute, la regola è quella d'oro per ogni reporter: prendersi tempo e verificare le
fonti. Diffidare dunque del “sui social gira” oppure “è tra i primi di Google trends”. In questi
casi la notizia potrebbe essere vecchia di anni: un piccolo controllo sulla data di pubbli-
cazione e si evitano incidenti imbarazzanti. Attenzione allora ai titoli “trappola”, fatti per
avere qualche click in più sul proprio sito, a quelli troppo “sensazionalistici”, costruiti per ri-
chiamare l'attenzione anche se i contenuti sono poco o quasi nulla interessanti. Così co-
me i titoli per notizie “verosimili”, di fatto bufale nascoste dal momento che queste news di
vero non hanno nulla. Ma la massima cautela, avverte la Naselli, va ai social, blog e fo-
rum, “luoghi” dove le persone percepiscono “una maggiore empatia” ma che non si tra-
duce necessariamente in una “maggiore verità”. Nei blog, per esempio, si trovano storie
interessanti di pazienti e delle loro famiglie, ma che possono anche non avere nulla di
scientifico. Non sempre però si parla di notizie false: ci sono anche quelle diffuse in modo
poco corretto. Anche in questo caso il compito del giornalista è offrire una lettura il più
possibile critica e rigorosa.

Consumatori consapevoli?

Più consapevolezza, dunque. Ma questo vale anche e soprattutto per i consumatori. “Sol-
tanto un italiano su tre riconosce la pubblicità sui social”, ha sottolineato Massimiliano Do-
na, presidente dell'Unione nazionale consumatori, che mette in guardia dal rischio delle
“echo chambers” (le camere dell'eco): ognuno cerca informazioni soltanto se quest'ulti-
me sono uguali alle nostre opinioni. Il risultato è che è sempre più difficile orientarsi nel
mondo dell'informazione e dei social e saper distinguere tra bufale e non. Si arriva quindi

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al paradosso, ricorda Dona, in cui le aziende nelle pubblicità devono sottolineare che
non si tratta di un falso, ma di un vero spot. Emblematico il caso di una nota catena ame-
ricana di caffè in cui preannunciava una prossima apertura di una loro sede a Roma
specificando questa “non è una bufala”. O anche quello della nota architetta Zaha Ha-
did, la cui morte circolava periodicamente sui social. Quando morì nel marzo del 2016, la
notizia fu accompagnata da un “è morta davvero”.
Se per definizione “il consumatore è uno che crede alla pubblicità”, ricorda Dona, tutta-
via esistono anche “strumenti” per difendersi: Resistere alla emotività, non credere alle fo-
to, non fermarsi ai titoli, confrontare, farsi una propria idea e non essere pigri. Un nostro “li-
ke” su un prodotto, infatti, non è mai un gesto neutrale: può creare tendenza oppure de-
cretarne l'insuccesso in termini commerciali. Non a caso si parla sempre più spesso di
“pro-sumers”, vale a dire la sintesi tra “produttori” e “consumatori”. Ciascuno di noi crea
influenza, ha sottolineato Dona, quindi non possiamo dimenticare l’imperativo di adottare
noi stessi, ogni giorno, comportamenti più responsabili.
Dona ha concluso chiarendo che proprio per favorire la buona informazione e chiarezza
per il consumatore una delle ultime attività dell’Unione è stata la realizzazione di una gui-
da sulle fake news che riguardano latte, yogurt, formaggi e burro.

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