Back to the Future - L'editoriale di Ivan Zorico

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Back to the Future - L'editoriale di Ivan Zorico
Back to the Future – L’editoriale di Ivan
Zorico
Sarà che sono pienamente in target, sarà che seguo solo
quello nel quale mi riconosco o per il quale ho un interesse
forte, ma a me sembra di vedere solo contenuti e prodotti
“confezionati” per chi si trova nei Trenta.

Profili social come Viva gli anni ’90, Serie A – Operazione Nostalgia o Sole, Whisky e sei in Pole
Position, citazioni varie, film e ricordi più in generale, tutto mi ricorda e mi riporta agli ’80 e ’90.

Poi, però, dopo questa scorpacciata quotidiana di nostalgia, rinsanisco, riprendo contatto con
l’oggi, e mi ricordo di come funzionano gli algoritmi che stanno dietro a siti come Facebook,
Instagram, Google, et similia. In buona sostanza mi mostrano quello che voglio vedere.

Tutto molto semplice. Tutto molto regolare. Ma c’è un ma.
Il ma è che non sono solo io a vivere questa situazione. Milioni di persone si nutrono
giornalmente dei medesimi contenuti: i loro ricordi affondano le radici negli stessi riferimenti
culturali e si riconoscono in modelli, situazioni e archetipi comuni.
Insomma, per dirla con una terminologia cara al marketing, siamo un mercato.

Di questo, ovviamente, non me ne sono accorto solo io.
Tutta l’industria, da quella cinematografica a quella delle tecnologia, passando da quella dei
dolciumi e della moda, ha capito che quelle generazioni di adolescenti (o poco più) vissute a
cavallo degli anni ’80 e ’90, oggi sono cresciute ed sono diventate adulte. Adulti che hanno
capacità di spesa (seppur in molti casi legata a contratti precari) e con un forte radicamento al
passato. Il loro.

Remake di film di successo, prodotti in voga 20 anni fa e addirittura le merendine, che abbiamo
mangiato da piccoli, sono tornate sul mercato spinte da quei brand che sentiamo ormai un po’ nostri.

Quello a cui stiamo assistendo in questo periodo è un clamoroso ritorno al passato trainato, molto
probabilmente, da due fattori principali: la voglia di certezze e la voglia di sentirsi meglio o
migliori.
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Evidentemente, in un mondo che ormai va davvero velocissimo e che ci pone costantemente sfide
sempre più importanti, tornare con la mente a momenti più rilassati ci appare come rifugio naturale
al quale è difficile rinunciare. E, il secondo aspetto, è facilmente riassumibile nella tipica frase della
nonna: “si stava meglio quando si stava peggio”.

  Scopri il numero dedicato al marketing della nostalgia:

  ■   Back to the Future

  Bene, in questo contesto, le aziende e i brand cercano di andare a pescare quei prodotti e
  quelle percezioni a noi care per riproporli sul mercato (ossia a noi) e, perché no, cercare in
  questo modo di trainare anche il nuovo prodotto di punta.

                                                                                              Ivan Zorico

  Il vintage su grandi e piccoli schermi:
  campione di incassi o necessità di
  marketing?
  La moda e la storia rivivono ciclicamente di corsi e ricorsi. Il loro ricordo si trasforma in
  vintage e rievocazione e genera nel tessuto sociale tribù di appassionati a un certo stile o a una
  precisa epoca.
  Questo fenomeno sembra essere stato traslato nel mondo fantastico del grande e piccolo
  schermo. I capolavori del cinema sono stati rivisti e copiati numerose volte ma nell’ultimo
  periodo la quantità di sequel e remake è aumentata esponenzialmente. Il 2019 sarà l’anno delle
  colonne portanti del cinema di animazione: si parte con Mary Poppins, che verrà riproposta
  in una versione molto simile alla precedente. Disney, dopo un’intensa operazione di ripulitura e
  digitalizzazione delle vecchie pellicole, riproporrà gli storici cartoni sotto forma di film.
  Quest’anno nelle sale ci attendono grandi classici dell’animazione come Dumbo, diretto
  nientemeno che da Tim Burton, il Pinocchio di Guillermo del Toro, e Il Re Leone con
  Beyonce. Operazione contraria invece per Spiderman, da fumetto a saga sbanca botteghini e
  ora nuovamente cartone. E poi il ritorno di Toy Story (quarto episodio), Space Jam (con LeBron
  James che a distanza di 13 anni prenderà il testimone di Michael Jordan), e infine Sonic (dedicato
  alla mascotte dei videogiochi anni Novanta).

  La febbre del remake coinvolgerà anche il piccolo schermo, che riproporrà i simboli di un’era
  televisiva come Beverly Hills 90210, pare persino con lo stesso cast.

  Le assolate spiagge di Los Angeles, protagoniste indiscusse per l’intero ultimo decennio del
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Novecento con Baywatch, porteranno nelle grandi sale un secondo lungometraggio dopo la prima
trasposizione del 2017. Sono invece stati tagliati i baffi a Magnum P.I. con Jay Hernandez nei
panni del super detective, in un reboot della serie TV record degli anni Ottanta.

Rumors negli USA propongono addirittura di rifare le avventure di Stanlio e Ollio.

I motivi di questa scelta sono tutti da studiare!
Non penso e spero che dietro queste ipotesi si celi la scarsa inventiva di Hollywood. Mi sembra
una conclusione troppo banale.
Il fenomeno potrebbe essere dovuto a due ragioni: da un lato la risonanza omnicanale
che può dare chi ha vissuto “in diretta” la prima edizione di questi blockbuster, grazie
alla quale i remake possono contare su un effetto di trascinamento verso le generazioni più
giovani.
Molti degli attuali influencer per le masse dei ragazzini più giovani hanno vissuto gli anni ’80 e
’90 e sono quindi affezionati a quegli anni e legati alle pellicole. I ricordi si mischiano mentre per i
nuovi giovanissimi i remake sono in realtà degli inediti. Questo richiamo può sicuramente aiutare
a colpire un target di giovanissimi che ha sostituito le serate pizza e cinema con sushi e Club,
magari rilanciando il settore, dato che con lo streaming, la TV on demand e i vari servizi a
pagamento o gratuiti l’anteprima del cinema ha perso un po’ di lustro.

  Scopri il numero dedicato al marketing della nostalgia:

  ■   Back to the Future

  Una seconda ragione può essere dettata dall’instabilità economica e sociale di questi
  ultimi anni. Un potere d’acquisto ridotto tra i più giovani spinge a “ricentrare” il target del
  grande schermo su fasce d’età più alte. La precarietà, non solo economica, che non arriva
  neppure a misurarsi con il futuro ma si ferma al presente porta inoltre sempre più persone a
  volersi attaccare a un solido passato fatto di certezze e di capolavori intramontabili che
  sfigurano a confronto delle serie attuali che durano poco più di una stagione.

  E se a Seattle non sanno più che catastrofi inventare per mantenere l’onda degli ascolti di
  Grey’s Anatomy alla 15a stagione, qui ci accontentiamo di rispolverare la Dottoressa Giò.

  Il successo dei remake: quando la
  nostalgia fa bene al marketing
  Inutile negarlo, con il passare degli anni diventiamo tutti un po’ nostalgici. I “bei vecchi tempi”,
  che siano gli anni ‘90, ‘80 o ancora precedenti, sono sempre connessi ad emozioni positive,
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ricordi piacevoli, momenti spensierati e gioiosi. E sono tanti gli studi che dichiarano che la
nostalgia ci fa bene; ripercorrere il passato ci dà sicurezza, influisce positivamente sul nostro
umore, probabilmente ci aiuta ad affrontare meglio il presente.

Ecco che i nostri vecchi giochi, i film che vedevamo un tempo, la musica che ascoltavamo,
persino il cibo, ci sembrano migliori di quelli che abbiamo a disposizione oggi. Probabilmente li
idealizziamo soltanto, ma una cosa è certa (oltre al fatto che stiamo invecchiando): ci siamo
affezionati a molte delle piccole cose che riguardano il nostro passato…e pensare di riaverle o
farle provare ai nostri nipoti o figli ci sembra stupendo. E qui entra in gioco il marketing,
che non vuol dire soltanto vendere, ma capire come farlo, quali tasti toccare, quali leve
spingere per farci innamorare di un prodotto. Se però noi ne siamo già innamorati…il gioco è
fatto, ed è più semplice del dover cominciare da zero: basta riproporre, promuovere bene,
innescare il fattore amarcord, trasformare un prodotto del passato in un cult.

  Scopri il numero dedicato al marketing della nostalgia:

  ■   Back to the Future

  Far leva su una connessione emotiva già esistente, vendere ricordi in altre parole, è una
  strategia già ben collaudata da molte grandi aziende con risultati quasi sempre positivi; se
  non di vendita almeno di branding. Insomma infondere un po’ di nostalgia nel marketing può
  essere sempre una buona idea.

  Ecco alcuni degli esempi più interessanti tra i remake
  di prodotti degli ultimi anni
  Il Nokia 3310

  Nokia ha riproposto un paio di anni fa il suo storico 3310. E’ stato il primo cellulare per
  molti trentenni di oggi, si poteva personalizzare con le tante cover colorate e soprattutto si
  poteva usare per giorni senza mai doverlo ricaricare, nonostante le tante ore di gioco con
  l’amatissimo gioco Snake. Sapevamo già prima del rilancio che non avrebbe mai potuto
  sostituire gli smartphone da cui siamo ormai dipendenti, infatti Nokia l’ha proposto ad un
  prezzo quasi simbolico: 49 euro.
  Cosa sono 49 euro per un ricordo felice?

  Contestualmente alla presentazione del remake del 3310 (rigorosamente con Snake e
  suonerie originali) Nokia ha presentato anche i suoi tre nuovi smartphone.
  Si, il passato che ritorna, a volte, è anche utile per illuminare il nuovo che avanza.

  Pokémon GO

  I Pokémon li abbiamo conosciuti nel 1996, quando fu lanciato il famoso gioco per Game Boy
  di Nintendo. Altro non sono che piccoli mostri colorati (poket monsters). Negli anni
  sono stati realizzati diversi videogiochi per le varie console e poi anche giochi non
  interattivi, carte, cartoni animati… insomma il giro d’affari intorno a Pikachu e i pokemon in
  generale sembra essere stato enorme e 20 anni dopo è tornato a far fatturare più di un
  milione di dollari. Come? Con la sua versione aggiornata e tecnologica: un gioco per Apple
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ed Android basato su realtà aumentata e geolocalizzato con GPS che è diventato una vera e
propria manìa in tutto il mondo.

Razr Motorola

La notizia è recente: Motorola (oggi controllata dal gruppo cinese Lenovo) starebbe per
rilanciare Razr, il telefono a conchiglia che spopolava nei primi anni del 2000. Razr è uno
dei cellulari più venduti di sempre (130 milioni di pezzi venduti). La nuova versione, secondo
le indiscrezioni, potrebbe essere lanciata a breve e sarebbe anche in questo caso pieghevole,
grazie ad uno schermo Oled di nuova generazione. Il lancio avverrà nel mese di Febbraio in
primis nel mercato americano ad un prezzo di 1500 dollari, più del doppio del prezzo della
versione originale.

Le console storiche Nintendo in versione mini e il Commodore 64

La linea Nintendo Classic Mini ha riportato in vita le storiche console come il NES o il
Super Nintendo, apprezzate sia da chi riprovare l’ebbrezza dei vecchi tempi che dai più
giovani, attirati dalla novità anche se un po’ vintage. Inoltre dopo 35 anni è tornato anche il
Commodore 64. Si tratta di versioni mini, davvero molto più piccole delle originali, ma
riprodotte fedelmente in ogni singolo particolare, che hanno avuto un successo quasi
incredibile.

  Per approfondire:

  ■   Un mix tra tecnologia e tanta nostalgia: torna in commercio il mitico Commodore 64!

Non parliamo di sola nostalgia tech, il fattore revival invade ormai tutti i settori: dalla
musica alla tv, dalla moda all’arredamento e ovviamente anche il settore food. Quali sono le
Madeline della nostra generazione? Ci sono dei prodotti che associamo così tanto a ricordi
positivi della nostra infanzia che sono stati chiesti a gran voce (e ottenuti) proprio dai
consumatori stessi, tutto grazie al potere del web. Le aziende, nella maggior parte dei
casi, hanno saputo accogliere la richiesta e cogliere l’occasione per mostrarsi attente alle
esigenze dei clienti…e fare branding.

  Per approfondire:

  ■   Scopri il nostro numero: “Questione di Branding”

Ecco un paio di esempi
Winner Taco

Il gelato Algida degli anni ‘90 è tornato sul mercato nel 2014 grazie ai social media e in
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particolare alla pagina Facebook “Ridateci il winner taco” che per anni ha celebrato e
richiesto anche in modo ironico il ritorno dell’amato gelato con post e vari meme. I follower
della pagina hanno organizzato, poi, delle vere e proprie proteste anche sulla pagina Algida
ufficiale, fino a convincere l’azienda a rilanciare il prodotto. Una grande vittoria per il popolo
del web che rimarca ancora una volta la forza dei consumatori con l’avvento dei social
media.

Il soldino in edizione limitata

Una storia simile è quella del Soldino Mulino Bianco, la merendina del Mulino Bianco che
più manca a chi è stato bambino negli anni ‘80 e ‘90. Anche questa richiesta a gran voce sui
social, ma ritornata in edizione limitata soltanto grazie alla community Nel Mulino Che
Vorrei nel 2010, la piattaforma nata per dar voce ai consumatori. Il ritorno del soldino è
stata una delle idee più votate all’interno della community, e l’azienda, che con la
community si era impegnata a realizzare i desideri dei clienti, ha deciso di riproporlo in
occasione dell’Eurochocolate, a Perugia, in versione gigante realizzata appositamente da
maestri cioccolatai. Nello stesso periodo è stata creata una Limited Edition del soldino in
vendita in una speciale scatola di metallo: lo scrigno del Soldino.

Il potere del marketing della nostalgia
  Il potere della TV lo si vede in azione ogni qual volta che un consumatore americano
  acquista una confezione di cereali per la colazione. Per uno spot pubblicitario che ha visto
  tanti anni fa, è disposto ancora oggi a spendere di più per quella confezione di corn flakes
  o riso soffiato. Nell’arco di una vita equivale a migliaia di dollari in cost premium per la
  pubblicità dei soli cereali per la colazione.
  Naturalmente il fenomeno non riguarda soltanto i marchi in vendita nei supermercati, ma
  interessava anche i nomi come John Hancock e Merrill Lynch, Prudential, Archer Daniels
  Midland, Jeep e persino Ronald Regan. Grandi nomi e grandi idee che hanno avuto un
  impatto enorme sulla nostra vista.
   (Seth Godin in “La mucca viola. Farsi notare (e fare fortuna) in un mondo tutto marrone”,
  edito da Sperling & Kupfer).

Con queste parole Seth Godin (uno dei blogger di marketing più influenti del mondo)
spiega lucidamente il motivo per il quale il marketing della nostalgia abbia un potere
immenso e funzioni molto bene ancora oggi.

Prima dell’avvento dei nuovi media e del passaggio da una comunicazione di massa ad una di
nicchia, l’unico vero mezzo tramite il quale i consumatori potevano conoscere i
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prodotti di cui necessitavano (o di cui avrebbero avuto bisogno) era la televisione.
Sostanzialmente senza interferenze e senza soluzione di continuità, la televisione
trasmetteva pubblicità, jingle e claim che, giorno dopo giorno, entravano nelle nostre teste e
si cristallizzavano nei nostri ricordi.

Ecco la “prova del 9”:
■   Per dipingere una parete grande, ci vuole…
■   “Che cosa vuoi di più dalla vita? Un…
■   Two gust is megl…

Solo il 99,99 % di voi avrà completato correttamente i claim qui sopra e ne avrà associato il
relativo brand/prodotto, sempre che siate nati tra gli anni ’80 e i primi anni ’90.

Ancora oggi, se devo pensare di comprare un pennello penso a Cinghiale, se voglio bere un
digestivo propendo per l’Amaro Lucano e se ho desiderio di un gelato confezionato con il
biscotto scelgo il Maxibon.
Di questi esempi potrei farne a decine.

Il punto è che questi brand/prodotti sono entrati dentro la testa di più generazioni di
consumatori ed hanno un vantaggio competitivo formidabile. Per me, come per milioni di
altre persone saranno sempre (o quasi) la prima scelta. Sono perfettamente riconoscibili.

Oggi, invece, questa meccanismo che permetteva di penetrare così massivamente nella testa
delle persone – il complesso industriale-televisivo – è entrato in crisi. Il fattore
principale che ha determinato questa situazione è la cosiddetta “guerra dell’attenzione”.
Essendo immersi tra notifiche, e-mail, chat, informazioni, stimoli, et similia, non riusciamo
più a prestare un’attenzione costante e, soprattutto, evitiamo tutto ciò che ci distoglie dalle
nostre attività.

Fate caso a come si guarda la televisione oggi: in una mano si ha il telecomando e nell’altra
lo smartphone. Sempre se siete tra coloro che ancora guardano la televisione. Perché, da
tempo, ci sono migliaia di persone che ormai non l’accendono neanche più.

Pertanto per un brand che in passato è riuscito a lavorare su un certo posizionamento, e che
ha instaurato un legame quasi familiare con le persone, è certamente più semplice ricorrere
al marketing della nostalgia.

Solo pensare ad un prodotto o rivedere una pubblicità ci fa fare un balzo nel passato,
laddove tutto era più bello e sereno. Ebbene sì, è innegabile, il passato fa questo effetto.

     Scopri il numero dedicato al marketing della nostalgia:

     ■   Back to the Future

     E ora vi chiedo: quanto sareste disposti a spendere per sentirvi di nuovo sereni come un
     tempo? Quale prodotto scegliereste tra uno che sentite parte di voi e uno del quale avete
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sentito appena qualcosa?
Entrambe le domande sono ovviamente retoriche.

Ecco, l’essenza del marketing, non solo della nostalgia, si riassume tutta qui.
Il marketing non serve per vendere prodotti ma per creare percezioni.

Trend visual 2019: il ritorno del
vintage anche sul web
Sicuramente immaginare il mondo di domani è difficile, ma non impossibile
soprattutto per gli artisti e i creativi professionisti, capaci di respirare l’aria del
cambiamento prima ancora che arrivi. Lo stesso accade per chi si occupa di creazione di
siti web e gestione di pagine sui social media, ovvero del professionista che lavora sempre
per i mesi a venire e vive costantemente proiettato nel futuro.

Ogni anno Depositphotos parla con fotografi, designer e content creator per individuare
idee, movimenti e nuovi trend della comunicazione visiva, quelli che caratterizzeranno
il futuro del settore. Vediamo quindi cosa ci riserverà questo 2019.

Personalizzazione, l’unica via da seguire
Le campagne di digital marketing sfruttano oggi nuovi modi personalizzati per
raggiungere il singolo consumatore e questa è oggi l’unica via da seguire per avere
successo. L’utente di oggi è sempre più connesso e rinuncia volentieri alla privacy per
accedere a contenuti – soprattutto immagini – davvero rilevanti per lui.

Di grande tendenza sono i contenuti UGC – creati dai consumatori per i consumatori – e
quelli co-creati con gli influencer, studiati per adattarsi alle singole persone e
raggiungere il destinatario anche in un momento in cui la ad-blindness è ai massimi livelli.

Abbandonato il marketing per tutti, che si rivolgeva a un pubblico ampio e indistinto, oggi
il segreto del successo è portare l’utente a vivere un’esperienza ravvicinata con il brand e
per farlo si utilizzano soprattutto i contenuti visivi.

Provocazione creativa per attirare la curiosità
Chi lavora sui social media conosce bene l’importanza della provocazione visiva, che può
portare a un concreto vantaggio competitivo e stimolare la curiosità dell’utente online.
Oggi le campagne di Digital Marketing puntano su immagini audaci e folli, approcci
non convenzionali alla fotografia e all’arte e a tecniche pensare per un consumo in
movimento del contenuto visivo.
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Scopri il numero dedicato al marketing della nostalgia:

■   Back to the Future

L’immagine che oggi ha successo online è un’immagine incredibile e inaspettata, che si
fa notare ed emerge dal feed sovraffollato che caratterizza tutte le piattaforme social,
da Facebook a Instagram, da Twitter a Linkedin. Non basta più individuare l’argomento
e l’orario perfetto: il vero marketer di oggi sa creare conversazioni e ampliare la
portata organica del suo contenuto sul web.

La nostalgia e il vintage: il sito Adidas ispirato agli
anni ‘90
L’uso di colori, pattern e caratteri degli anni ’90 è alla base del nuovo sito Adidas,
che ha catturato la nostalgia di quel periodo per presentare le sneaker del futuro,
rivolte ai Millennials di oggi.

Il sito della Yung Series sembra uscire dall’epoca iniziale del web design, ma è
rivisitato in chiave assolutamente moderna, l’ideale per chi si sente retrò ma ha da
sempre un occhio attento al design e che questo sforzo promozionale del brand
catturerà sicuramente.

La nota azienda ha, infatti, deciso di promuovere la collezione di sneaker Yung ispirate
agli anni ’90 con un sito nostalgico, che richiama gli inizi della storia del World
Wide Web e si aggancia al trend attuale che prevede la creazione di siti web
addirittura brutali. Abuso di GIF animate, un vortice di colori e orribili sfondi
piastrellati, rendering 3D ispirati al passato e font di sistema che annunciano che il
nuovo sito web è ancora “Under Construction”. Manca sicuramente l’invito animato a
aderire al webring Adidas, ma un pulsante animato davvero terrificante impone al
visitatore l’iscrizione alla mailing list.

Il sito vintage include anche Yung Rappa, un vero gioco per browser che si ispira
all’hip hop e che si adatta a ogni schermo dal 640×480 tipico del passato, ad un
1920×1080 allora impensabile.

Sicuramente vedere un sito di questo tipo fa un certo effetto, ma i brand come
Adidas hanno saputo sfruttare lo stile vintage, portando online la nostalgia per il
passato per presentare la nuova collezione di scarpe sportive ispirate agli anni ’90.

Non abbiamo dubbi che nei prossimi mesi, navigando online, troverete davvero tanti
altri riferimenti alla cultura visiva degli anni ’60, ’70, ’80 e ’90 per attirare tutti
coloro che in quegli anni erano giovani, ma anche i Millennials che guardano al passato
con curiosità.

Bohemian Rhapsody – Il Film
Come si racconta un mito?

Come approcciare la storia di una rock band leggendaria?

Quale sceneggiatore scegliere?

Quale regista?

Quale produttore?

Quali gli attori?

Quando la rock band si chiama Queen e il frontman Freddie Mercury, da dove
bisogna cominciare?

Allora, vediamo di snocciolare un po’ di numeri e di date che ci aiutino ad inquadrare
questo film:

8 anni di sviluppo da quando Brian May annunciava che era in progetto un film sui
Queen e su Freddie Mercury. La sceneggiatura era affidata a Peter Morgan. Nei panni
di Freddie Mercury ci sarebbe stato Sacha Baron Cohen, mentre la casa di
produzione sarebbe stata la TriBeCa Productions, e le riprese sarebbero cominciate nel
2011.
Nel dicembre 2013 viene annunciato che l’attore britannico Ben Whishaw avrebbe
preso il posto di Sacha Baron Cohen, che intanto aveva abbandonato il progetto nel
luglio dello stesso anno, e che la regia sarebbe stata affidata a Dexter Fletcher.
Entrambi, Whishaw e Fletcher, lasceranno definitivamente il progetto nel 2014.

Alla fine del 2015 la casa di produzione GK Films assume lo sceneggiatore
neozelandese Anthony McCarten per scrivere una nuova sceneggiatura, col titolo
“Bohemian Rhapsody”.

Nel novembre 2016 viene annunciato che la New Regency Pictures e la GK Films
sarebbero state nella produzione della pellicola e che le riprese sarebbero iniziate nei
primi mesi del 2017.

Lo stesso anno viene annunciato che Rami Malek vestirà i panni di Freddie Mercury e
che il nuovo regista sarà Bryan Singer.

Allora ricapitoliamo:

■   8 anni di sviluppo;
■   2 sceneggiature;
■   2 diversi sceneggiatori;
■   2 registi;
■   3 attori per il ruolo di Freddie Mercury;
■   4 diverse case di produzione coinvolte (considerando anche la Queen Films Ltd).

Sembra quasi che Hollywood stessa avesse un timore reverenziale a cimentarsi in
questo impegnativo biopic.

Il film non analizza tutta la vita della storica band ma, si focalizza sui primi 15 anni,
dalla fondazione del nucleo originario fino al concerto del Live Aid al Wembley Stadium
di Londra, il 13 luglio del 1985.

Ma veniamo alla recensione vera e propria, che film
è stato Bohemian Rhapsody?
Spettacolare è l’unica risposta che mi viene in mente!

Sono nato nel 1973 e sono cresciuto con le musiche dei Queen proprio dalla metà degli
anni ’80 fino alla metà degli anni ’90, periodo che è coinciso con la mia adolescenza e
quindi con le prime cotte, con le prime uscite in discoteca e con la spensieratezza degli
anni giovanili, dunque non può che essere questo il mio giudizio.

  PER APPROFONDIRE:

  ■   Scopri la nostra rubrica dedicata al Cinema

Ma, nostalgia a parte, il film è davvero spettacolare, per almeno 4 ottimi
motivi.

  1. La fotografia, incredibilmente spettacolare, veloce e roboante nelle scene dei
     concerti e estremamente curata, pacata e ovattata, nelle scene d’interno ed in
     tutti i dialoghi. Il direttore della fotografia, Newton Thomas Sigel, ha optato per
     una scelta cromatica slavata e tenue per tutte le scene d’interno della prima
     parte del film, coincidente con gli anni ’70 e le atmosfere ed i colori tipici di
     quegli anni. Ma la tavolozza cromatica, pian piano, diventa più scintillante e
     smagliante, con l’arrivo degli anni ’80, come a voler rimarcare il cambio di
     decennio anche dal punto di vista cromatico. Nel film sono presenti diversi
     spezzoni originali dei videoclip dei Queen ed è estremamente interessante l’uso
     che ne fa Newton Thomas Sigel, miscelando filmati d’archivio e riprese dal vivo
     con grande maestria. Il direttore della fotografia è uno dei collaboratori fissi del
     regista Bryan Singer e la notevole esperienza ed intesa raggiunta su set di film
     d’azione e di supereroi, quali X-Men, Superman Returns, Operazione Valchiria, X-
Men – Giorni di un futuro passato e X-Men – Apocalisse, ha sicuramente giovato
     alle riprese ed alle inquadrature del film;

1. Il cast di attori, tutti bravissimi e talmente calati nei personaggi, da ricreare un
   effetto mimetico, una recitazione totale. Su tutti svetta Rami Malek (Mr Robot,
   Papillon, Una notte al museo), che interpreta un Freddie Mercury perfetto.
   L’aderenza al personaggio è pressoché totale: l’attore ha studiato a fondo le
   immagini dei concerti dei Queen, in particolare quella del Live Aid ed infatti questa
   scena, la più impegnativa da girare di tutto il film, vede una performance di Rami
   Malek talmente perfetta da essere indistinguibile da quella fatta dallo stesso Freddie
   Mercury. Ma anche le altre interpretazioni dei membri della band sono
   notevolissime, tre giovanissimi attori (il più grande ha 35 anni), con il quasi
   sconosciuto, ma bravissimo, Gwilym Lee (The Tourist, L’ispettore Barnaby,
   Jamestown), che sembra il fratello gemello di Brian May, passando per il talentuoso
   Ben Hardy (X-Men – Apocalisse, Fire Squad – Incubo di fuoco, Mary Shelley – Un
   amore immortale), che presta il volto a Roger Taylor, per finire con Joseph Mazzello
   (Jurassic Park, Il Mondo perduto, Viaggio in Inghilterra), che presta corpo e
   maschera          a     John      Deacon,       il    bassista       dei     Queen;

2. Costumi, trucco e parrucco, curati rispettivamente da Julian Day e Charlie Hounslow
   sono incredibili, la ricerca e lo studio per ricreare i look e quindi le atmosfere degli
   anni ’70 ed ’80 sono stati maniacali. Con una maggior approssimazione, sono sicuro
   che il film non avrebbe avuto lo stesso effetto. Tutto: gli accessori, i vestiti, le
   acconciature e il trucco sono meritevoli della candidatura ai premi Oscar, vedremo;
3. Le musiche, il montaggio del suono, il montaggio vero e proprio, anche questi da
   Oscar. Dietro a tutti e tre c’è sempre la stessa persona: il compositore, montatore e
   regista statunitense John Ottman, assiduo collaboratore di Bryan Singer. Il lavoro
   più arduo è stato quello della sincronizzazione delle canzoni originali dei Queen, con
   il labiale degli attori, un lavoro lungo ed estenuante, che concorre in maniera
   importante al budget complessivo del film, che è stato di 52 milioni di dollari.

Ma, oltre a queste 4 ragioni, potremmo aggiungerne una quinta: la storia raccontata
nella trama del film, benché molti detrattori e puristi abbiano riscontrato delle
incongruenze: l’entrata nel gruppo del bassista John Deacon, sfalsata di un anno; il
fatto che i Queen, diversamente da quanto raccontato nel film, non si siano mai sciolti;
il non rispetto dei tempi cronologici dell’uscita di alcune canzoni; la scoperta della
seriopositività di Freddie Mercury, avvenuta fra il 1986 ed il 1987, e non prima del Live
Aid, come raccontato nel film. La storia della band inglese, invece, è raccontata come
una sorta di “educazione sentimentale” alla vita da artisti.
Tutto sembra uscito da un romanzo di Kipling: il nome esotico Farrokh Bulsara, la
nascita a Zanzibar, l’infanzia a Bombay, il trasloco a Londra, la vita in periferia. Tutto
concorre, come nella vita di un supereroe (di cui il regista è esperto), alla nascita del
mito e della leggenda. I superpoteri del nostro eroe sono un’estensione vocale di
quattro ottave, mani magiche che padroneggiano istintivamente sia la chitarra che il
pianoforte, un carisma ed un fascino magnetici che ne faranno uno dei performer più
grandi di tutti i tempi.

Ultima curiosità, fra i produttori della pellicola, figurano due dei tre membri dei Queen:
Brian May e Roger Taylor, che hanno supervisionato tutti i passaggi del progetto, con il
preciso intento di consegnarci un’immagine del gruppo e del loro leader, in parte
edulcorata, per non smagliare la memoria di Freddie Mercury, che è meglio ricordare
per la sua bravura ed il suo talento, che per la sua vita di eccessi, tipica delle rock star.

Sia come sia, il film è diventato ad 8 settimane dall’uscita (2 novembre 2018 USA, 29
novembre 2018 Italia) il biopic musicale di maggior successo di sempre, con
743.706.115 di dollari di incassi nel Mondo e con 23.351.240 euro in Italia, che ne
fanno il miglior incasso per il 2018 per il nostro paese.
Mentre scrivo questo articolo (7 gennaio 2019), il film è ancora presente in molte sale
italiane, forse lo sarà per un’altra settimana, ma almeno fino a mercoledì 9 gennaio,
quindi il mio suggerimento, se non lo avete ancora fatto, è di andare a vederlo, non ve
ne pentirete.

Ma, se proprio non doveste riuscire a vederlo al cinema, aspettate l’uscita del dvd o del
bluray, saranno soldi spesi bene e magari al cinema andateci per un altro biopic
musicale, in uscita fra maggio e giugno: “Rocketman”, sulla vita e la musica di un
altro grandissimo artista, Elton John. Sono sicuro che anche questo film ci emozionerà
e farà fare un tuffo nei ricordi ad almeno due generazioni.

Un mix tra tecnologia e tanta
nostalgia: torna in commercio il
mitico Commodore 64!
Un mix tra tecnologia e tanta nostalgia: torna in commercio il mitico Commodore
64!
Vera icona degli anni ’80, il Commodore 64 rappresenta per molti 30-40enni di oggi il
primo computer con il quale hanno passato interi pomeriggi giocando con i primi
video-giochi. Certo gran parte del tempo lo si passava a caricare i video-giochi (cosa
impensabile oggi con le moderni console) ma, una volta il caricato il gioco, il
divertimento era assicurato.
   Il Commodore 64 tornerà in commercio nel marzo del 2018 in una versione mini.
   Infatti, non avrà le dimensioni originali, ma sarà grande la metà del suo
   predecessore.

La tastiera avrà il classico colore beige (appariva sostanzialmente vintage prima
ancora che nascesse il vintage), ma i pulsanti non saranno funzionanti. In compenso
avrà una porta HDMI per l’attacco al televisore e due porte USB che potranno
essere utilizzate per collegare una tastiera funzionante e, ovviamente, il
mitico joystick.
E i giochi?
Niente paura: saranno preinstallati ben 64 video-giochi!
Cosa dire allora… ben tornato Commodore 64! Ci sei mancato.
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