Alfonso II d'Este, il Duca che volle diventare Re - Filodiritto

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Tribunale Bologna 24.07.2007, n.7770 - ISSN 2239-7752
                                              Direttore responsabile: Antonio Zama

        Alfonso II d’Este, il Duca che volle diventare Re
                                                16 Novembre 2021
                                                 Alberto Palladini

Non tutti gli Stati d’Europa erano retti da monarchie ereditarie. Nel Cinquecento esistevano altre
forme istituzionali che prevedevano il ricorso a meccanismi elettivi. Pensiamo ai Dogi di Genova e di
Venezia, ma anche al Papa. A nord delle Alpi la carica più prestigiosa era certamente quella del Sacro
Romano Imperatore, scelto da un collegio di sette Principi.
A partire dal 1569 anche il Regno di Polonia, lo stato europeo più vasto, entrò nel novero delle monarchie
elettive.
Difficile dire cosa spinse Alfonso II d’Este ad avanzare la propria candidatura al trono di Polonia. Forse a
muoverlo verso questa avventura fu più di ogni altra cosa il desiderio di rivincita per la mancata
concessione da parte dell’Imperatore del titolo di Altezza e di Serenissimo, oppure la rivalità con i Medici,
da poco investiti del titolo granducale da parte del Papa, e di conseguenza elevati di colpo ad un rango ed
un prestigio superiore a quello delle più antiche casate italiane come i Gonzaga, gli Estensi o i Savoia.
Inoltre la sua condizione di vedovo unita alla dignità regale gli avrebbe magari consentito di
concludere un matrimonio di grande peso politico.
L’autorità regia avrebbe garantito ai duchi di Ferrara il primato assoluto tra le dinastie italiane. È forse
questo disegno che si cela dietro le parole appassionate e retoriche di Battista Guarini, il quale, in merito
all’elezione polacca, scrisse al Duca:
“Io miro al desiderio di gloria, nato ad un medesimo parto con essa Lei, la quale siccome l’ha fatta sempre
degna d’ogni grandezza, così ora non merita di perdere sì grande e sì mirabile occasione di conseguire il
suo fine”.
Dopo la morte dell’ultimo re polacco Sigismondo II Augusto Jagellone senza discendenti, la nobiltà si era
data come nuovo sovrano Enrico di Valois, fratello minore del Re di Francia, preferendolo ad altri
candidati stranieri.
Il nuovo re Enrico, partito non troppo volentieri dalla Francia, si era da poco stabilito nella sua nuova
capitale (febbraio 1574), quando iniziarono a giungergli allarmanti notizie sulle precarie condizioni di
salute del fratello Carlo IX sovrano di Francia. Quest’ultimo morì il 30 maggio 1574. Alfonso II d'Este,
assai vicino alla monarchia francese sia per legami familiari che per affinità politica, da lungo tempo
presagiva l’imminente rimescolamento delle carte sulla scena politica polacca. Informato tempestivamente
della morte del sovrano francese, il Duca non perse un istante e preparò il terreno attraverso la sua rete di
gentiluomini.
Già a inizio giugno 1574 la corte estense prevedeva la imminente fuga del re Enrico dalla Polonia al
fine di reclamare per sé il regno di Francia. In quel mese il nobile reggiano Taddeo Bottoni – residente a
Cracovia già dal novembre 1573 - fu nominato dal Duca nunzio in Polonia.
Negli stessi giorni il Duca Alfonso decise di mandare altri tre suoi gentiluomini: Camillo Gualengo,
Battista Guarini e l’inviato straordinario Ascanio Geraldini
I ferraresi, affiancati dal Bottoni, iniziarono ad accattivarsi con promesse e con esibizione di grande
liberalità la numerosa aristocrazia polacca.
Da una lettera cifrata del 30 giugno 1574 inviata ai suoi agenti Gualengo, Guarini e Bottoni sappiamo che
il duca Alfonso fu informato della fuga del re di Polonia Enrico di Valois avvenuta il 18 giugno “da un
giardino suo appresso Cracovia”. Il re fuggiasco giunse a Venezia nel mese di luglio, dove ad attenderlo
trovò il nostro Alfonso d’Este. I due giunsero poi insieme a Ferrara dove sicuramente avranno parlato
delle cose di Polonia.
Una interessantissima lettera cifrata del 13 agosto 1574 rivela che il Palatino di Cracovia, uno dei
grandi aristocratici polacchi, inoltrò tre condizioni ad Alfonso II per ottenere il suo appoggio in occasione
della dieta: garantire la libertà religiosa, disporre di un capitale di un milione di monete d’oro ed essere
favorevole all’unione del ducato estense con il regno di Polonia.
Vale la pena sentire dalla viva voce del duca Alfonso II la risposta consegnata per tramite del suo
ambasciatore Bottoni:
“quanto alla prima, che è circa alla libertà delle consicenze, Voi sapete che l’animo nostro sarebbe di
mantenere la pace et quiete di cotesto Regno et che sapendo noi quanto si turbino gli animi dei popoli
quando si voglia porre la mano in cose simili, noi lasciaremmo che vivesser secondo il solito delle loro
conscienze, et che quanto alla seconda spettante al valore d’un milione d’oro egli può ben credere che noi
non verressimo in cotesto Regno se non da nostro pari, come habbiamo mostrato in tant’altre occasioni
molto inferiori a questa, nelle quali si sa gli abigliamenti et le gioie che habbiamo avuto con noi, et che
senza altro obligo è cosa certa che noi havressimo tra denari gioie argenti et guardarobba il valore di una
gran somma. Quanto alla terza condizione che è per conto dell’incorporatura dello stato nostro, gli direte
che ci contenteremo di fare che il nostro primogenito, quando piaccia al Signore Iddio di darci figliuoli,
sia egli medesimo anco Duca di Ferrara et del resto dello stato nostro, ne si può parlare sopra ciò d’altra
maniera per la vassallanza che abbiamo con la Chiesa et con l’Imperio la quale ancora che sia tanto
libera, […] non di meno mancando la Casa nostra che n’è investita, essi feudi devolvono alla Sedia
Apostolica et all’Imperio.”
Da questo dispaccio eloquente emerge la consapevolezza di Alfonso quale splendidissimo Principe, ma al
contempo conscio della fragilità della sua dinastia. I suoi ricchi e “felicissimi Stati” erano in realtà feudi
concessi dal Papa e dall’Imperatore. In mancanza di una discendenza legittima sarebbero ritornati a questi
ultimi, cosa che per Ferrara effettivamente avvenne nel 1598.
Come veri e propri agenti informatori, i tre gentiluomini estensi Gualengo, Guarini e Bottoni, e da
settembre 1574 l’agente Somenza inviavano regolarmente dispacci cifrati indirizzati a Ferrara, contenenti
informazioni che al giorno d’oggi potremmo classificare come top secret. É il caso di questo dispaccio del
dicembre 1574, che riflette quanto l’elezione al trono polacco fosse al centro di complicate dinamiche
internazionali:
“Si comincia a trattare alla scoperta di nuova elettione [...] Alli giorni passati si è fatto una congregatione
dal Vescovo di Cracovia in una sua villa dove erano molti nobili della Polonia minore. Il vescovo ha
esortato [...] a voler mettere questo Regno in mano dell’Imperatore perché lo difenderà dal Turco. [...]
Vero è che il Turco vorrebbe che si facesse il Transilvano [Stefano Bathory] re di Polonia, havendo offerto
quattrocento mila talleri e più.”
Un foglio senza data inviato dall’agente Semenza elenca i nobili polacchi a conoscenza del tentativo di
Alfonso d’Este di inserirsi come candidato alla corona di Polonia. Tra di essi ben cinque erano – a
parole – sostenitori del duca di Ferrara; tra di essi il palatino di Cracovia, il Gran Cancelliere del Regno ed
il suo vice. Altri due nobili, il gran maresciallo di Lituania ed il gran tesoriere di Lituania erano inclini
all’idea ad avere un sovrano italiano.
Nel settembre 1575, nell’approssimarsi della tenzone, il duca Alfonso prese visione dei “sei capitoli di
conditioni proposte” dalla nobiltà polacca. La minuta di risposta è ancora conservata nel nostro
Carteggio ambasciatori Polonia. Analogamente ad Alfonso anche gli altri candidati al trono polacco (il re
di Svezia, l’Imperatore, il Voivoda di Transilvania, l’arciduca Ernesto di Asburgo, Ivan il Terribile ed altri)
stavano elargendo promesse nel tentativo di guadagnare nuovi partigiani in vista della dieta di elezione
fissata per il 15 dicembre.
Tra le richieste avanzate dagli aristocratici polacchi sostenitori dell’Estense vi era l’impegno a portare in
Polonia “quella parte delle sue entrate che si conoscerà non essere necessarie per il mantenimento dei suoi
Stati d’Italia”. Questa richiesta fu accettata in toto. Le altre condizioni, altrettanto gravose, imponevano ad
Alfonso di farsi carico dei debiti del Regno, pari a 300.000 fiorini, di pagare l’esercito polacco (altri 70,000
fiorini) ed infine accettare come moglie una nobildonna designata dal Senato.
Anche quest’ultimo aspetto fu oggetto di discussione da parte di Alfonso, da poco vedovo
. Era evidente che il Senato polacco avrebbe indicato Anna Jagellona, sorella dell’ultimo sovrano polacco
“di sangue”: Sigismondo II Augusto Jagellone. Anna aveva ormai più di cinquant’anni, i ritratti della
principessa ancora esistenti la mostrano in modo assai poco lusinghiero. Ecco spiegata la prima risposta,
per nulla diplomatica del duca Alfonso: “noi ci obbligheremo di pigliare una nobile honesta et bella et atta
a figliare, la quale sia a nostra contentezza”.
Insomma, questo trono polacco avrebbe forse portato più oneri che onori. Le entrate della corona
polacca ammontavano a seicento mila scudi annui, “et questa entrata è per il vivere della corte, né può
donarne se ben volesse. Il Re andando nella Polonia Maggiore o nella Minore, o nella Lituania, vien
spesato dalla nobiltà di quei paesi per tre o quattro mesi, secondo che sono obbligati. Può donare il Re poi
tutte le dignità et entrate che vacano alla Corona come sono Palatinati, Castellanati, Governatori,
Arcivescovati, vescovati, et ogni altra sorte di uffici che vachino” riportò l’agente estense Semenza.
Nei giorni tra il 18 ed il 22 novembre 1575 il senato polacco si riunì per designare il proprio sovrano.
Ciascuno dei candidati inviò una memoria scritta da far recitare di fronte all’assemblea.
La lunga orazione del duca Alfonso fu tenuta davanti al senato il 13 novembre. Contrariamente ai piani, il
cav. Guarini non riuscì a recitarla, una improvvisa infermità lo trattenne a Vienna. L’orazione fu letta in
Senato “da un segretario pubblico di questo Regno con grandissima attentione di tutti, del che ha reso
chiaro testimonio il concorso de gli huomini che venivano e vengono ancora a casa nostra a dimandarne
copia, cosa che ci è stata di non piccola spesa, perché ne habbiamo distribuite più di 300 copie fra latine e
polacche”, scrivono gli inviati ferraresi a Varsavia il 28 novembre del 1575.
Ecco cosa i senatori polacchi sentirono sul candidato italiano al trono della loro nazione: Alfonso d’Este
“se ben non comanda in Regno potentissimo, opulentissimo, pieno di illustri signori et di nobili infiniti,
quale è questo così antico (la Polonia), così celebre per la tanto perpetua conservatione della libertà e della
riputatione vostra, comanda però in uno stato grande, delitioso, sicuro, florido per ricchezze, per copia
di nobili et per somma quiete di popoli”
L’orazione recitata di fronte ai senatori polacchi era un lungo inno alla nobiltà di Alfonso, condottiero
brillante e coraggioso, dimostrato anni prima in Ungheria a fianco dell’Imperatore contro i Turchi. Fu
un'esaltazione dell’antichità (mitizzata) e del prestigio della Casa d’Este: “questi è Alfonso, per la Iddio
gratia Duca di Ferrara di Modona et di Reggio, marchese d’Este, conte di Rovigo [...]il quale per
natione è Italiano, della nobiltà della quale regione non accade che io dica altro, bastando la sola
memoria della Romana Repubblica per famiglia e di Este, la quale viene da Caio Azio, il quale declinando
l’Imperio Romano fu eletto Principe l’anno dell’humana salute quattrocento due”
I voti ottenuti dall’Estense all'interno del Senato furono soltanto cinque su quarantacinque. La maggioranza
dei senatori polacchi designò l’imperatore Massimiliano, che nonostante ciò – come vedremo – non riuscì a
conquistarsi l’appoggio della Dieta elettorale.
Una minuta di lettera del 1576 del Giraldini rivela la circolazione di alcune “invenzioni dei maligni” contro
i disegni estensi, oggi verrebbero definite attività di contro-propaganda, diffuse dai partigiani
dell’Imperatore Massimiliano per screditare l’immagine del Duca Alfonso. Un punto fra tutti colpisce: il
fatto “che [Alfonso d'Este] ricercasse favori da Roma, et fin dal Turco medesimo per riuscir Re”.
Il duca Alfonso “scrisse esser falso che havesse mai fatto parlare o scrivere al Turco o ad alcun de suoi in
simil materia...”.
Ma era davvero così? In un’altra busta del ricco Carteggio Ambasciatori è sopravvissuto uno scambio di
lettere con un misterioso medico ebreo nativo di Udine e residente a Costantinopoli. Il suo nome era
Salomone Ashkenazi, medico personale del Gran Vizir e suo advisor in materia di politica estera,
nonché informatore segreto della Repubblica di Venezia. Il suo carteggio con Alfonso d'Este va dal
novembre 1574 al maggio 1575. Sappiamo che il medico Ashkenazi inviò suoi agenti a Ferrara ed in
Polonia per discutere dei progetti estensi sul trono polacco, e da Costantinopoli consigliò il duca Alfonso
su come procedere nei confronti del Sultano e del Gran Visir. Siamo nel dicembre 1574:
“Hora sua excellentia sarà contenta subitto receputto quella [Lettera] dell’Illustrissimo Signor Pascià et la
presente mia, e scriverà una sua lettera al Serenissimo Gran Signor [il Sultano] et all’Illustrissimo Signor
Pascià [ovvero il gran Visir], conforme la sustancia che serà da basso la presente, poi subitto mandar li
vostri imbassatori in quel locho che Vostra Excellentia bene sa, perché subitto giunto qui la sua gratissima
lettera, farò far subitto la expedicione.”
Dunque, non solo il Gran Visir, il potente Mehmet Sokollu Pascià aveva inviato una lettera al Duca
Alfonso, ma persino il Sultano Selim II, nel novembre 1574.
Il tenore di questa missiva conferma in tutto i sospetti che erano stati agitati davanti all’imperatore circa la
collusione tra il duca Alfonso d’Este ed i Turchi:
“Allo Amato Signore fra li signori delle generationi Credenti al Messia, importantissimo fra li grandi
Signori Christiani, compositore delle cause dei nazareni, amico nostro, il duca di Ferrara, dopo fatte le
orationi e laude convenienti alla dignità vostra amichevolmente vi facciamo noto come da Salamone
medico abbiamo in santa ora e ottimo punto ricevuta una vostra grata lettera, e così tutto quello che in
essa si contiene. Come anche il riferitoci a bocca dal ditto Salamone, senza mancamento il tutto abbiamo
inteso, ma atteso che tutte le cose siano in mano del sommo e onnipotente Idio e che senza il
comandamento e deliberatione sua una minima scintilla non si muove, rimettendoci alla voluntà sua, la
risposta della grata preposta vostra al ditto Salamone si è data”
Il Duca Alfonso – dietro suggerimento dell’Ashkenazi - avrebbe dovuto replicare direttamente a Selim II,
sottolineando l’antico legame di sangue che univa gli Estensi con un antenato del Sultano , supplicandolo
di essere “ favorevolle de una lettera et homo per li Signori Electori del Regno de Pollonia de esser io
electo per Re, esser conveniente la electione in la persona mia essendo io parente de vostra alteza
per causa de una dona de Casa nostra qual fu moglie de huno delli Imperatori vostri antecessori. […]
Adunque è ragione che Sua Altezza me favorescha che la electione sia facta in la mia persona,
prometendoli esserle como huno figliolo suo”.
Alla fine la Porta ottomana (con il nuovo Sultano Murad III) preferì sostenere un altro candidato: il
voivoda di Transilvania Stefano Bathory, il quale venne poi scelto come sovrano dalla Dieta polacca,
quest'ultima in conflitto col Senato, che come abbiamo detto aveva scelto l’Imperatore Massimiliano
d’Asburgo.
Nonostante il denaro profuso a piene mani, l’invio di letterati e di diplomatici abilissimi e persino il
coinvolgimento del più grande nemico della Cristianità, il Sultano turco, il miraggio del titolo regale sfumò
per sempre.
Il Geraldini chiese sconsolato il 7 maggio 1576 il permesso di rientrare in Italia, vedendo oramai in Polonia
“uno Re et una Reina coronati cioè il Signor Battori et la signora” mentre l’Imperatore “per la pretensione
che ha su questo Regno non è d’animo di abbandonare questo negotio, avendo accettato il decreto della sua
elettione e giurato gli articoli solennemente”.
Stefano Bathory riuscì effettivamente ad insediarsi, ed a farsi accettare come re da tutta la nobiltà del
Paese. Passò alla storia come uno dei più grandi sovrani della storia polacca.

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Altri articoli sull’argomento:
V. Pacifici, La candidatura di Alfonso II d’Este al regno di Pologna, in Résumés des communications au
Congres VII, Varsavia, 1933
C. Roth, Il dottor Salomone Aschanasi e l’elezione al trono di Polonia 1574-7, Udine, 1961
F. De Caprio, Un re “fugge”, viva il re. Il caso di enrico de Valois sovrano di Polonia e l’avvento al trono
del transilvano Stafan Batory, in: Da est ad ovest, da ovest ad est. Viaggiatori per le strade del mondo, a
cura di G. Platania, 2006.

TAG: Alfonso II D'Este, Ferrara, documenti, carteggio

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