Vergognoso: Trump compra tutte le scorte mondiali di il

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Vergognoso: Trump compra tutte le scorte mondiali di il
Vergognoso:   Trump  compra
tutte le scorte mondiali di
un   farmaco    contro   il
coronavirus
Il remdesivir è una delle rare medicine efficaci contro
il coronavirus. Niente di risolutivo, ma un modesto effetto lo
avrebbe. Peccato che potremmo non trovarlo più. Gli Stati
Uniti hanno acquistato tutta la produzione di luglio e il 90%
di quella di agosto e settembre. Proprio in questi giorni
l’Agenzia europea per il farmaco stava valutando la sua
approvazione nel continente (attualmente da noi è usata in
regime compassionevole).

Niente da fare, almeno per tre mesi. La Casa Bianca era già
stata tacciata di “pirateria moderna” dalle autorità della
Germania a marzo, dopo aver bloccato alla frontiera un carico
di mascherine destinate alla polizia di Berlino e aver cercato
di opzionare il vaccino allo studio nell’azienda tedesca
CureVac. Mentre si moltiplicano gli appelli internazionali per
una distribuzione equa delle risorse contro il coronavirus, il
comportamento degli Stati Uniti sembra andare in direzione
opposta.

L’annuncio dell’operazione piazza pulita sul remdesivir è
stato dato dal Dipartimento della Salute americano lunedì. “Il
presidente Trump – si legge nell’annuncio – ha concluso un
accordo stupefacente per assicurare che gli americani abbiano
accesso al primo farmaco autorizzato contro il Covid”. Agli
ospedali degli Stati Uniti andranno 500 mila trattamenti. Ogni
trattamento contiene 6 o 7 fiale e costa 3.200 dollari,
Vergognoso: Trump compra tutte le scorte mondiali di il
pagabili (per chi la ha) dall’assicurazione.
Secondo la rivista Medicines Law and Policy il costo di
produzione per un ciclo di una settimana con il remdesivir è
di 7 dollari e il farmaco (messo a punto ai tempi di Ebola, ma
con risultati clinici non brillanti) ha goduto di una buona
dose di finanziamenti pubblici per la fase di studio. A marzo
la Gilead, l’azienda americana che lo produce, aveva chiesto
che il remdesivir fosse inserito nella lista dei farmaci
orfani, una categoria ad hoc per le malattie rare che prevede
una serie di vantaggi su brevetti ed esclusive. La Food and
Drug Administrationl’aveva appena concessa quando un’ondata di
sdegno si è sollevata negli Stati Uniti. Tutto si può dire del
coronavirus tranne che sia raro. “Non è il momento di
approfittarne, da parte delle case farmaceutiche”, aveva
tuonato tra gli altri il candidato democratico alle
presidenziali Bernie Sanders. Una decina di giorni dopo
l’approvazione, la designazione di “farmaco orfano” è stata
revocata.

Nel frattempo la Gilead ha concesso una licenza di produzione
ad alcuni paesi in via di sviluppo, come Egitto, India e
Pakistan, per rifornire anche i loro vicini. Paradossalmente,
gli ultimi della lista sono dunque i paesi ricchi diversi
dagli Stati Uniti. I test sul remdesivir avevano dimostrato
che il farmaco riduce di alcuni giorni la durata dei sintomi,
ma non il tasso di mortalità. L’unico medicinale in grado di
salvare vite al momento è il desametasone, un cortisonico
economico e ben disponibile anche in Italia, che in uno studio
di Oxford ha dimostrato di poter ridurre la letalità di un
terzo. Per l’autunno sono attesi farmaci nuovi e specifici per
il coronavirus come gli anticorpi monoclonali.

Elena Dusi per REPUBBLICA
Vergognoso: Trump compra tutte le scorte mondiali di il
40 milioni di medici ai
potenti del mondo: è ora di
cambiare modello di sviluppo
“Gli operatori sanitari affrontano la gestione della
pandemia di COVID-19 uniti in un approccio pragmatico
e basato sulla scienza. Con lo stesso spirito, siamo
anche uniti nel sostenere una vera guarigione da questa
crisi una #HealthyRecovery.

Abbiamo visto in prima persona quanto possano essere fragili
le comunità quando salute, sicurezza alimentare e libertà di
lavoro sono interrotte da una minaccia comune. I livelli di
questa tragedia in corso sono molti e amplificati da
disuguaglianze e dagli investimenti insufficienti nei sistemi
di sanità pubblica. Abbiamo assistito a morte, malattie e
angoscia mentale a livelli mai visti da decenni.
Questi   effetti   avrebbero   potuto   essere   parzialmente
mitigati, o     forse    anche    prevenuti,     da  adeguati
investimenti in preparazione alla pandemia, sanità pubblica e
gestione ambientale.

Dobbiamo imparare da questi errori e tornare a essere più
forti, più sani e più resistenti. Prima di Covid-19,
l’inquinamento atmosferico stava già indebolendo i nostri
corpi. Questo      inquinamento    (da    traffico,     uso
inefficiente     dell’energia   residenziale,     centrali
elettriche a carbone, inceneritori e agricoltura intensiva)
causa ogni anno sette milioni di morti premature aumentando
sia   i rischi di polmonite       sia  la   loro   gravità;
bronco-pneumopatie croniche ostruttive, carcinomi polmonari,
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malattie cardiache e ictus; determina inoltre esiti avversi in
gravidanza come scarso peso alla nascita e asma, mettendo
ulteriormente a dura prova i nostri sistemi sanitari.

Una vera guarigione significa non consentire più che
l’inquinamento continui a contaminare l’aria che respiriamo
e   l’acqua     che   beviamo,   e    non   permettere che
deforestazione e cambiamento climatico avanzino senza sosta,
scatenando potenzialmente sempre nuove minacce per la salute
su una popolazione vulnerabile.

In un’economia sana e in una società civile ci si
prende cura dei più vulnerabili; i lavoratori hanno
accesso a lavori ben retribuiti che non aggravano inquinamento
e devastazione ambientale; le città danno       priorità    a
pedoni, ciclisti e trasporti     pubblici; fiumi e cieli sono
protetti e puliti. La natura     è fiorente, i nostri corpi
sono più resistenti alle malattie infettive e nessuno si
riduce in povertà a causa dei costi sanitari. Per raggiungere
questa economia sana dobbiamo usare incentivi e disincentivi
più intelligenti al servizio di una società più sana e più
resiliente.
Se i governi apportassero importanti riforme agli attuali
sussidi per i combustibili fossili, spostandone la maggior
parte verso la produzione di energia rinnovabile e pulita, la
nostra aria sarebbe più sana e le emissioni climatiche si
ridurrebbero drasticamente, alimentando una ripresa economica
che, da qui al 2050, darebbe uno stimolo ai guadagni globali
del PIL per quasi 100 trilioni di dollari.
Quindi, mentre ponete attenzione alle risposte da dare
per il post-Covid, chiediamo che i vostri responsabili
e consiglieri medici e scientifici siano direttamente
coinvolti nella concezione di tutti i pacchetti per la ripresa
economica; che riferiscano sulle ripercussioni sulla salute
pubblica a breve e a      lungo   termine   che  le   azioni
indicate possono avere, e che alla luce di queste
diano il proprio timbro di approvazione.
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Gli enormi investimenti che i vostri governi faranno
nei prossimi mesi, in settori chiave come assistenza
sanitaria, trasporti, energia e agricoltura, devono porre al
centro la protezione e la promozione della salute; perché ciò
che il mondo ha bisogno ora è un #HealthyRecovery.

I vostri piani per incentivare l’economia devono essere una
prescrizione proprio per questo.

Appello firmato da 40 milioni di medici e indirizzato a tutti
i leader del G20 e per conoscenza a tutti i consiglieri
scientifici, medici, sanitari del G20.

La vera guerra è iniziata, la
guerra dei vaccini
Da quando Covid19 è piombato sulle nostre vite, abbiamo usato
a piene mani la metafora della guerra come riferimento
simbolico per tentare di spiegare la multiforme sfida cui
siamo stati sottoposti nel gestire l’emergenza del virus che
ha sconquassato il mondo. Abbiamo ricevuto bollettini
quotidiani da lasciare senza respiro che riportavano la conta
dei morti, come persi in battaglia. Siamo stati serrati dentro
le nostre case per evitare gli attacchi del nemico invisibile.
Le corsie degli ospedali sono state rappresentate come
trincee, fronti di guerra popolati di guerrieri o di eroi che
l’hanno spuntata contro il virus. Susan Sontag, già ai tempi
dell’HIV/Aids, era entrata nelle pieghe dei meccanismi per cui
si fa ricorso al racconto in chiave bellica di una crisi
sanitaria: “La guerra è pura emergenza, in cui nessun
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sacrificio sarà considerato eccessivo”.

Se la narrazione guerriera serve dunque a smorzare le
contraddizioni stratificate nella società globale ben prima di
Covid19, non ci sono dubbi che attorno al nuovo coronavirus si
stia apparecchiando uno scontro vero, che è tangenziale alla
capacità sanitaria di contenere il contagio. La guerra è di
natura commerciale, ruota intorno alla febbrile ricerca per
scoprire il vaccino contro SARS-CoV-2. E va combattuta con un
nemico potente e senza scrupoli, l’industria farmaceutica. Si
tratta di dirimere una questione decisiva per il futuro: se i
prodotti che scaturiranno dalla frenetica corsa al vaccino
saranno blindati dalle logiche privatistiche del monopolio
brevettuale (previsto dalle regole del commercio
internazionale), o se saranno invece trattati come beni comuni
accessibili a tutti, considerata la finalità per cui impazza
oggi la ricerca e il sostanzioso finanziamento pubblico con
cui si impegnano i leader del mondo guidati dall’Unione
eruropea (ad oggi, 8 miliardi di dollari).

Quando un vaccino ottiene l’autorizzazione dalle agenzie del
farmaco, i profitti possono essere stellari. Abbiamo vagamente
idea di che cosa significhi questo, nel caso di un vaccino
sviluppato per fermare la pandemia che mette sotto scacco il
pianeta, e per la quale non esistono rimedi? Covid19 ha
sfiancato quasi tutti i settori dell’economia, ma il settore
farmaceutico è in totale fibrillazione e potrebbe trarre lauti
benefici dalla pandemia: “Le aziende farmaceutiche puntano a
Covid19 come all’opportunità di business che capita una volta
nella vita”, ha commentato di recente Gerald Posner, autore
di Pharma: Greed, Lies and the Poisoning of America (Industria
del farmaco: avidità, bugie, e l’avvelenamento dell’America,
ndr).
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Il mondo ha bisogno di prodotti diagnostici e preventivi, non
si discute. Governi, case farmaceutiche e laboratori di
ricerca stanno mettendo in campo uno sforzo imponente, a un
ritmo mai visto prima nella storia della ricerca medica: allo
stato attuale si registrano 295 trattamenti e 109 vaccini in
sperimentazione. Non deve pertanto sorprendere la corsa agli
annunci sulla stampa internazionale. Una battaglia sul filo di
una comunicazione non sempre suffragata a dovere dalla
revisione scientifica. E talora intrisa dei toni della
propaganda, che serve ai rialzi da capogiro del listino
finanziario, più che a segnalare i successi nella ricerca. In
questo modo le varie biotech e aziende farmaceutiche hanno
l’agio di collocare le nuove azioni a prezzi maggiorati.

Mentre prosegue la sperimentazione con un processo di
accelerazione che rischia di cambiare per sempre le procedure
consolidate per gli studi clinici. Infatti la ricerca
scientifica si incrocia anche con la battaglia geopolitica fra
Stati Uniti e Cina, particolarmente infuocata a causa della
pandemia. Il 21 maggio il senatore americano Rick Scott ha
depositato un disegno di legge per la protezione della ricerca
nazionale sul vaccino anti-Covid19 da atti di furto o di
sabotaggio che possano provenire dalla Cina. L’iniziativa
legislativa fa seguito a ripetute segnalazioni da parte di
agenzie della sicurezza nazionale inglesi e americane (tra cui
FBI e la Cyber-security and Infrastructure Security Agency,
CISA) in merito a specifiche azioni di cyber-spionaggio e a
tentativi di hacker cinesi che investono industrie
farmaceutiche, enti di ricerca scientifica, università,
agenzie sanitarie e governi locali. Come in un film…

Sono otto i progetti per i vaccini già in fase clinica, la
metà di questi è cinese e uno europeo: quello dell’italiana
IRBM in collaborazione con l’Università di Oxford, che è già
in fase di sperimentazione umana. Ma lo scenario in cui ci si
muove è quello di un oligopolio. L’industria dei vaccini è in
buona sostanza una concentrazione di 4 aziende –
GlaxoSmithKline, Merck, Pfizer e Sanofi – che controllano
l’85% del mercato e un giro d’affari di oltre 35 miliardi di
dollari. Il mercato mondiale dei vaccini è cresciuto di sei
volte negli ultimi venti anni e, in questo scenario di
concentrazione, va messa in conto la potente élite della
filantropia globale guidata da Bill Gates.

Con la sua fondazione, proprio due decenni fa, Gates ha
riacceso i motori della (allora) stanca produzione di vaccini
attraverso una multiforme gamma di iniziative pubblico-private
– prima fra tutte la Global Alliance for Vaccine Immunization
(GAVI),    oggi    molto    potente    –   per    colmare    i
cosiddetti pharmaceutical gaps ed escogitare in accordo con
l’industria privata soluzioni di mercato – sia in termini di
incentivi che di finanziamento – che potessero espandere i
programmi di vaccinazione dei bambini, soprattutto nei paesi a
basso e medio reddito. Il rilancio dei programmi di
immunizzazione e della produzione di vaccini architettato
dalla fondazione Gates ha incrementato la copertura vaccinale
– oggi purtroppo messa a dura prova da Covid19 – ma tutto
questo è avvenuto in una logica di dipendenza e rafforzamento
di Big Pharma, così che il prezzo dei vaccini non è
esattamente alla portata dei paesi del Sud globale – Medici
Senza Frontiere (MSF) ci ricordava nel 2014 che la copertura
vaccinale pediatrica completa costava 68 volte di più rispetto
al 2001.

Bill Gates comunque, possiamo dirlo senza tema di essere
smentite, resta il deus ex-machina delle strategie vaccinali
nel mondo. Avendo profetato l’arrivo di un nuovo virus
potenzialmente pandemico nel 2015, il tycoon filantropo si è
organizzato in tempo e ha fatto significativi investimenti in
una rete di biotech che ora afferisce alla Fondazione Gates.
Fra le aziende di punta rientra la tedesca CureVac, cui Trump
propose a marzo l’acquisto in esclusiva del brevetto del
vaccino in fase di sviluppo, a uso e consumo della sola
popolazione americana.

La Fondazione Gates inoltre ha investito miliardi di dollari
in sette dei più promettenti progetti di ricerca che
riguardano SARS-CoV-2, e nella costruzione di impianti di
eventuale produzione di questi candidati, avvalendosi della
competenza acquisita nel campo delle malattie infettive, e
consapevole che da solo può mobilitare denaro nell’ordine di
grandezza di più governi, ma molto più celermente. Bill è
appassionato di vaccini, li considera la soluzione migliore
per la gran parte dei problemi sanitari del pianeta. E fa capo
alla Fondazione Gates anche la giovane, ma già assai
influente, Coalition for Epidemic Preparedness Innovations
(CEPI) creata nel 2017, dopo l’epidemia di Ebola, per
accelerare la scoperta di vaccini in caso di epidemie.

CEPI è centrale nella definizione degli scenari su Covid19,
compare in prima fila in tutte le recenti iniziative della
comunità internazionale contro la pandemia. Il lancio di
Access to Covid19 Tools (ACT) Accelerator, una collaborazione
globale per lo sviluppo, la produzione e l’accesso equo ai
nuovi vaccini, farmaci, diagnostici per Covid19 annovera la
Fondazione Gates come protagonista indiscussa insieme alla
Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Lo stesso dicasi
nel caso della “chiamata all’azione” di Oms e Unione europea
per la raccolta di fondi destinati alla ricerca medica contro
Covid19: in prima linea, accanto ai governi, le più importanti
alleanze pubblico private nate per iniziativa (e fondi) di
Gates – CEPI, GAVI, il Fondo Globale contro Aids, tubercolosi
e malaria, UNITAID, FIND – e, naturalmente, l’industria
farmaceutica.
Questo crescendo di mobilitazione ha ispirato l’Unione europea
a cimentarsi anche sul testo di una risoluzione per la
sessione online della Assemblea mondiale della sanità,
dedicata esclusivamente a Covid19.     Approvata con suono di
fanfare il 20 maggio, la risoluzione si limita a enunciare la
necessità della cooperazione globale per l’accesso equo ai
prodotti che verranno scoperti contro il Covid19. Il testo,
concordato dopo due settimane di tortuosi negoziati, evita
tuttavia di fare riferimento esplicito ai brevetti
farmaceutici e al prezzo dei farmaci. Evita di suggerire ai
governi il ricorso alle flessibilità dell’accordo TRIPS sulla
proprietà intellettuale, come percorso positivo e legittimo di
deroga al brevetto. Per rompere il monopolio e accelerare
produzione e accesso ai vaccini, in cambio del pagamento di
royalties alla impresa.

Si tratta di una regressione semantica degna di nota, rispetto
al linguaggio consuetudinario delle numerose risoluzioni
adottate dall’Oms sul tema dell’accesso ai farmaci; una
regressione preoccupante, se rapportiamo la debolezza
dell’impegno all’urgenza della pandemia del nuovo coronavirus.
Eppure, l’Europa sa bene quanto possano agire da barriera i
brevetti. In un suo rapporto del 2009, la Commissione europea
aveva spiegato che l’80% delle 40.000 richieste di brevetti
prese in esame riguardava l’estensione del brevetto di
prodotti già in commercio per usi secondari o per forme
diverse dello stesso prodotto (nel caso di un farmaco, ad
esempio, la versione in sciroppo di una precedente pastiglia),
con una perdita di circa 3 miliardi di euro l’anno solo nel
settore farmaceutico, dovuta alla ritardata disponibilità sul
mercato dei più economici farmaci equivalenti.

I governi intanto, alle prese con i contagi, i lockdown e le
roboanti crisi economiche – l’UNDP ha previsto il primo netto
declino dello sviluppo umano dal 1990, a causa della pandemia
– non restano del tutto immobili di fronte alla mala parata
dei monopoli brevettuali ventennali sui vaccini e sugli altri
dispositivi medici necessari a gestire il virus.

Dalla fine di marzo il governo del Costarica propone la
creazione di un archivio globale (patent pool) per condividere
al massimo la conoscenza scientifica sotto l’egida dell’Oms e
“includere i diritti esistenti e futuri dei brevetti per
invenzioni e disegni, dati dei test e dei processi regolatori,
know-how e copyrights per la produzione di testi diagnostici,
dispositivi medicali, farmaci e vaccini”, così da velocizzare
la scoperta dei rimedi per contrastare Covid19. L’accesso a
questa conoscenza dovrebbe essere gratuito e fornito sulla
base di “licenze ragionevoli ed economicamente compatibili,
per ogni paese membro”. L’idea è sostenuta dal Cile e dalla
stessa Oms. Il direttore di CEPI, Richard Wilder, ha già
bollato la proposta del Costarica come “inefficace e non
necessaria”. Sarà un caso che, prima di occuparsi di vaccini,
Wilder era a capo dell’ufficio sulla proprietà intellettuale a
Microsoft? La fortuna di Bill Gates poggia sui brevetti.

Mentre il presidente brasiliano Bolsonaro prosegue
pervicacemente nella sua fase negazionista a base di
idroxiclorochina, nel Parlamento a Brasilia sono stati
depositati disegni di legge per chiedere l’applicazione della
licenza obbligatoria per uso governativo (un dispositivo per
impedire l’abuso di posizione dominante) sui dispositivi
medici e prodotti contro il Covid19. Dal canto loro, Ecuador e
Canada si sono attivati per semplificare le procedure       di
ricorso alle licenze obbligatorie. Una iniziativa simile è
giunta in porto a febbraio in Australia con un emendamento
alla norma nazionale sui brevetti e a marzo è toccato alla
Germania, con la autorizzazione di usi speciali di licenze
obbligatorie associate alla prevenzione e al controllo di
malattie infettive negli umani. La nuova norma tedesca non
richiede la fattispecie dell’ abuso di monopolio, né permette
al detentore del brevetto di bloccare la licenza obbligatoria
del governo, come previsto anche nella riforma
australiana. Eppur si muove. Ma, sotto pressione,
l’irrefrenabile industria farmaceutica è in piena campagna di
lobby per ricordare che senza diritti di proprietà
intellettuale non può esistere innovazione.

Insomma, che ne sarà della corsa al vaccino contro Covid19,
alla fine?     Forse, come riporta un recente articolo
del Guardian, tutta questa frenesia nella ricerca pandemica
non porterà lontano. Se ne stanno facendo una ragione, pare,
gli esperti del governo inglese, nel momento in cui
l’Università di Oxford procede con il reclutamento di 10.000
volontari per la fase due della ricerca, dopo la fase pre-
clinica sui macachi. Questa nuova prudenza ha qualche
fondamento di ragionevolezza.

Prima di tutto, nonostante la conoscenza acquisita sulla
famiglia dei coronavirus da parte della comunità scientifica,
c’è ancora molto da scoprire a proposito di SARS-CoV-2. Va
detto poi che la famiglia dei coronavirus sviluppa un’immunità
che recede rapidamente, come sappiamo anche dalla cinetica
dell’influenza. Infine, al netto degli annunci, la ricerca sui
vaccini comporta livelli di complessità superiori a quella sui
farmaci: un vaccino deve proteggere dalla malattia e
prevenirne il contagio, e deve farlo in massima sicurezza
perché è somministrato sui grandi numeri delle persone sane,
al contrario delle terapie, utilizzate solo con le persone
malate. Non esiste possibilità di sconti sugli eventuali
effetti collaterali in nome della primogenitura sul mercato.

Che ne sarà dei vaccini anti-Covid19, dunque? Coltivo la
speranza che SARS-COV-2 scompaia prima che Big Pharma possa
appropriarsene e specularci sopra, imponendo costi
inaccessibili ai vaccini, magari adducendo a scusa il valore
che rivestono per la salute della popolazione. Sarebbe
l’ultima beffa di questo nuovo sorprendente coronavirus. Del
resto, non si è comportato così anche il micro-organismo della
SARS nel 2004?

Nicoletta Dentico per SBILANCIAMOCI

Amigos brasileiros, cuidados
com a cloroquina. Bolsonaro
esta mentindo!
A Sociedade Brasileira de Imunologia (SBI) emitiu uma parecer
sobre uso de cloroquina para o tratamento de pacientes com
covid-19. O documento ressalta que até o momento não existe
terapia comprovadamente efetiva para o tratamento do
coronavírus e que esse medicamento em questão, tem efeitos
colaterais que podem levar a morte de pacientes. Ignorando as
evidências científicas, o presidente Jair Bolsonaro faz
campanha intensiva do medicamento.

A cloroquina ou hidroxicloroquina são algumas das estratégias
terapêuticas que têm sido testadas para tratar a doença. Mas o
documento da SBI ressalta que, mesmo que o remédio tenha
eficácia comprovada em outras enfermidades, como malária e
doenças reumáticas, os fármacos apresentam descrição de
efeitos adversos como inflamações da retina ocular, perda de
consciência, convulsão, prolongamento QT (que se relaciona com
alteração da frequência cardíaca) e toxidade cardíaca, sendo
exigido contínuo monitoramento médico dos indivíduos em uso da
cloroquina ou hidroxicloroquina.

Em estudo recente com 1.438 pacientes com covid-19, que
estavam em 25 hospitais diferentes, foram avaliados quatro
tratamentos:      hidroxicloroquina       e    azitromicina,
hidroxicloroquina, azitromicina e sem uso desses fármacos. Os
pacientes que receberam “hidroxicloroquina e azitromicina
apresentaram uma maior incidência de falência cardíaca quando
comparado com o grupo sem tratamento”, demonstrou o estudo.

Segundo os cientistas, não houve nenhuma “melhora
significativa quanto à mortalidade quando foram avaliados os
grupos de pacientes que receberem hidroxicloroquina,
azitromicina ou ambos os fármacos em associação em comparação
com o grupo sem tratamento”.

Em   outro   estudo,   foram   avaliados   1.376   pacientes   com
coronavírus. Nesse estudo os pacientes foram avaliados quanto
a necessidade de intubação orotraqueal e óbito com duas
frentes: com ou sem tratamento com hidroxicloroquina. “Esse
estudo mostrou que a introdução do tratamento com
hidroxicloroquina não foi associada com a diminuição ou
aumento do risco de intubação ou óbito quando comparado com os
pacientes que não receberam esse fármaco” aponta a Sociedade
Brasileira de Imunologia.

A maioria dos pacientes dos estudos acima mencionados, já
estavam em estado grave quando receberam esses fármacos. Por
isso, recentemente, foram avaliados pacientes com covid-19 em
estado moderado. Nesse estudo foram avaliados 150 pacientes em
duas frentes: com ou sem tratamento com hidroxicloroquina. O
resultado foi que não houve diferença quanto à evolução dos
pacientes que usaram ou não esse fármaco, porém foram
observados vários efeitos colaterais.

Um outro estudo com 90 pacientes com covid-19, observou que os
indivíduos em uso da hidroxicloroquina tiveram um risco
aumentado de apresentar problemas cardíacos.

Em outro estudo foi observado que pacientes graves com
covid-19, não devem ser submetidos a utilização de alta dose
de cloroquina como tratamento único ou em associação com
azitromicina ou oseltamivir, devido a segurança farmacológica
relacionada aos problemas cardíacos e a letalidade.

“Baseados nas evidências atuais que avaliaram a utilização da
hidroxicloroquina para a terapêutica da COVID-19, a Sociedade
Brasileira de Imunologia conclui que ainda é precoce a
recomendação de uso deste medicamento na COVID-19, visto que
diferentes estudos mostram não haver benefícios para os
pacientes que utilizaram hidroxicloroquina”, afirmou a SBI.

Os especialistas ressaltam que o medicamento contém efeitos
“adversos graves que devem ser levados em consideração”.
“Desta forma, a SBI fortemente recomenda que sejam aguardados
os resultados dos estudos randomizados multicêntricos em
andamento, incluindo o estudo coordenado pela OMS [Organização
Mundial da Saúde], para obter uma melhor conclusão quanto à
real eficácia da hidroxicloroquina e suas associações para o
tratamento da COVID-19”.

A entidade ressalta ainda que, “até que tenhamos vacinas
efetivas e melhores possibilidades terapêuticas comprovadas
para o tratamento dessa doença, o isolamento social para
conter a disseminação do SARS-CoV-2 ainda é a melhor
alternativa nesse momento. Dados colhidos em vários países do
mundo mostram que esta é a única medida efetiva para
desacelerar as curvas de crescimento dessa infecção”.

da CONGRESSOEMFOCO

Garattini, direttore Istituto
Mario Negri: c’è il rischio
che      facciano      pagare
all’Italia 50 miliardi per il
vaccino
“Quando arriveremo ad avere un vaccino i costi potrebbero
essere molto molto elevati e allora bisognerà farsi trovare
pronti e agire per tempo”. Lo spiega Silvio Garattini, decano
dei farmacologi italiani e fondatore dell’Istituto di Ricerche
Farmacologiche Mario Negri, in un’intervista al ‘Messaggero’.
“Una dose potrebbe costare fino a mille euro e solo per
l’Italia servirebbero almeno 50 miliardi per poterlo fare a
tutti, una cifra insostenibile. Quindi bisogna lavorare a una
strategia e sarebbe bene farlo con altri Paesi”. Per Garattini
“dobbiamo stare attenti a cosa succede dal punto di vista del
prezzo, tenendo conto che, tra l’altro, molti di questi che
stanno sviluppando vaccini hanno già ricevuto sovvenzioni
pubbliche e da fondazioni private”.

“Il nazionalismo è un secondo grosso problema come si capisce
dalla dichiarazione del dg di Sanofi: metto a disposizione il
vaccino solo per gli Stati Uniti, dove lo hanno già prenotato,
ma anche perché lì i farmaci costano molto di più che in
qualsiasi altro Paese. Pensiamo – dice il farmacologo – a chi
ha meno risorse o ai Paesi in cui non è stato sviluppato il
vaccino, avrebbero meno possibilità di averne a disposizione.
E allora occorre agire per tempo. I governi devono lavorare
fin da adesso con i Paesi in cui si sta sviluppando un vaccino
per sapere qual è il percorso da seguire e accordarsi per
produrlo in più sedi, perché serviranno miliardi di dosi. Se
necessario si potrà ricorrere anche alle disposizioni che
esistono nelle contrattazioni internazionali che possono
imporre una licenza obbligatoria, se necessario, affinché
tutti i Paesi abbiano a disposizione il vaccino”.

Secondo Garattini “il vaccino dev’essere un bene comune. La
licenza obbligatoria è una strada efficace che negli anni
scorsi si è già percorsa, per esempio in India, per il
Sofosbuvir, il farmaco anti epatite C, che era disponibile a
prezzi eccessivi. Ci sono le modalità per ottenere i
risultati, l’importante però è pensarci prima. Quando arriverà
il vaccino sarà già tardi e per i governi sarà molto più
difficile contrattare”. Le agenzie regolatorie, come la nostra
Aifa, possono avere un ruolo? “In questa partita – replica –
l’onere spetta alla politica, ai governi. Certamente ci sono
interazioni già in atto tra le agenzie, ma non sono in grado
di risolvere questi problemi né spetta loro farlo”.

“L’Europa ha l’occasione di fare qualcosa di unico se vuole
che tutti i suoi Paesi abbiano il vaccino. Innanzitutto può
suggerire una serie di sedi in cui si può produrre e
allacciare rapporti con Stati e aziende perché ci possa essere
il trasferimento della produzione dove necessario. La salute è
sempre stata fuori dalle aree di collaborazione fra i Paesi
dell’Unione, la pandemia potrebbe finalmente far scattare
l’ora della solidarietà sanitaria. Vanno create alleanze per
attivare un meccanismo solidale. L’Europa si faccia capofila
per un’equità di accesso ai vaccini. Ma, ripeto, va fatto ora,
non fra sei mesi”.

Sul tema dei vaccini interviene su Facebook Nicola Zingaretti.
“Una sfida decisiva” scrive il governatore del Lazio e
segretario del Pd, “un vaccino dovrà essere un bene comune,
accessibile a tutti, fabbricato e realizzato in Italia e in
quanto tale tutelato”. In modo che “tutti i cittadini abbiano
la possibilità di vaccinarsi”.

da HUFFPOST

Plasma, clorochina, Avigan:
l’assurda e infondata guerra
social sulle cure per il
coronavirus
Fate presto! Questa terapia funziona davvero! Negli ultimi due
mesi, come parlamentari, abbiamo ricevuto tantissime
sollecitazioni da parte di chi riteneva di aver trovato sui
social la “terapia miracolosa”, affinché fosse applicata a
tutti e, soprattutto, prima possibile. Da scienziati, abbiamo
invitato sempre alla prudenza, perché sappiamo bene che ogni
terapia comporta inevitabilmente benefici ma anche rischi di
effetti collaterali. Inoltre, solo una valutazione attenta e
rigorosa, tale da dimostrare che la bilancia penda dalla parte
dei   benefici,     può   consentire     che   una    terapia
sia autorizzata in modo definitivo. La condivisione di
articoli prima della revisione tra pari (processo che ne
garantisce, anche se non in modo assoluto, l’affidabilità) è
divenuta una pratica comune, con tutti i vantaggi e le
criticità del caso.

Se allo scoppio della pandemia la scienza si è messa a
correre, i social hanno raggiunto la velocità della luce.
Rivediamo un attimo al rallentatore quello che è successo
nelle ultime settimane.

Il miracolo (?) dal Sol levante

La prima terapia a guadagnare una certa rilevanza sui social è
stata quella con l’Avigan. Un ragazzo in vacanza
in Giappone ha pubblicato un video, poi divenuto virale, nel
quale affermava che la gente era tranquillamente in strada in
un quartiere di Tokyo grazie a questa “medicina miracolosa”.
In realtà si è scoperto che il farmaco, potenzialmente
teratogeno, causa cioè di anomalie o alterazioni
nell’embrione, non poteva essere venduto liberamente al
pubblico ma era controllato direttamente dal governo
giapponese, il quale doveva autorizzarne l’uso. Quindi erano
totalmente prive di fondamento le voci di una sua
distribuzione ed efficacia di massa.

Una consacrazione prematura
Poi, è stato il turno dell’idrossiclorochina, un vecchio
farmaco antimalarico, che Donald Trump e altri politici
americani hanno prematuramente esaltato. La sua fama è
derivata anche dalla super-sponsorizzazione di un ricercatore
francese molto noto, Didier Raoult, che ha pubblicato anche un
articolo interessante ma relativo a pochi pazienti.

Sono stati avviati diversi trial clinici in modo affrettato.
In alcuni casi però, si è osservato un aumento
della mortalità maggiore in seguito a trattamento con
idrossiclorochina per la nota cardiotossicità del farmaco, a
fronte di deboli effetti benefici.

Non ci resta che attendere

Un farmaco antivirale non è stato spinto da clamore mediatico
ma da dati scientifici più consistenti è il Remdesivir, che ha
mostrato dei risultati incoraggianti in uno studio ampio
(oltre mille pazienti): il periodo sintomatico per la malattia
è passato da 15 a 11 giorni, e la mortalità da 11,6% a 8%.

Sono questi risultati sufficienti per dire che Avigan e
idrossiclorochina non funzionano e Remdesivir invece funziona
un poco? Non ancora, perché ci sono troppi fattori che devono
essere valutati, come ad esempio lo stadio della malattia a
cui sono somministrati. Quindi, paradossalmente la partita
potrebbe essere ancora in parte aperta, ma sicuramente sarà
solo l’esito dei diversi studi clinici autorizzati a darci una
risposta definitiva. L’unica certezza è che potremmo trovarci
di fronte afarmaci utili sì, ma in ogni caso non miracolosi.

Soluzioni via Whatsapp
Dopo gli antivirali, è arrivato il momento dell’eparina,
pubblicizzata tramite un messaggio “virale” via Whatsapp,
perché scioglieva i trombi venosi che si osservavano in
maggiore formazione in seguito alla malattia Covid-19 e nei
soggetti più gravi. Anche in questo caso, sebbene l’eparina
fosse già utilizzata in molti protocolli terapeutici anti-
Covid-19, solo una sperimentazione accurata su pazienti con
caratteristiche omogenee potrà darci certezze maggiori.

La via (problematica) del plasma

In fondo alla lista c’è la terapia con il plasma (parte del
sangue priva di cellule) prelevato dai soggetti guariti
dall’infezione, il cosiddetto “plasma iperimmune”, che risale
addirittura al premio Nobel 1901 Emil Adolf von Behring.
Purtroppo, a fronte di dati iniziali incoraggianti che
andavano però valutati con cautela, sui social si è ancora una
volta scatenato il caos. C’è chi l’ha proposta addirittura
comeun’alternativa ai vaccini (“I vaccini fatteli tu, io mi
curo con il plasma” è il grido di battaglia) senza capire che
in realtà plasma e vaccini si basano esattamente sullo stesso
principio e cioè utilizzo di anticorpi che combattono il
virus. Con una differenza: gli anticorpi della plasma-terapia
sono di un’altra persona e hanno un’efficacia limitata nel
tempo, mentre il vaccino fa produrre i propri anticorpi con un
effetto più duraturo.

La plasma-terapia è interessante, ma sono necessari studi
clinici randomizzati (anche questi appena autorizzati) per
poterne confermare l’efficacia perché, ricordiamolo, anch’essa
ha delle problematiche:

– il plasma dei guariti è ricco di anticorpi solo per un breve
periodo dopo la guarigione;

– per ottenere il plasma serve una procedura complessa tramite
una macchina che “centrifuga” il sangue, trattiene la parte
liquida (il plasma appunto) e restituisce al donatore la parte
cellulare (globuli bianchi, rossi, piastrine);

– con un donatore si possono curare al massimo due pazienti;

– infine, la trasfusione di plasma reca con sé tutti i rischi
delle trasfusioni, come le possibili infezioni.

Dati ancora incerti

Ma quanto funziona il plasma? Come già ampiamente discusso,
uno dei problemi principali delle terapie contro il
coronavirus è che la maggior parte delle persone (anche quelle
ospedalizzate) guarisce, e non è semplice valutare se questo
sia avvenuto proprio grazie alla terapia. Lunedì scorso sono
stati resi noti dei dati sull’utilizzo della plasma-terapia
effettuata negli ospedali di Mantova e di Pavia.

Su 46 pazienti trattati con plasma la mortalità è stata del
6%, mentre, negli stessi ospedali la mortalità precedentemente
variava dal 13 al 20%, con un valore medio del 15%. Questo
significherebbe che anziché 7 pazienti in quel campione
ristretto ne sono morti solo 3, ma è chiaro che ci sia una
forte incertezza su questi numeri che possono essere chiarite
solo studiando un numero di pazienti maggiore.

Curiamo (anche) l’infodemia
Quello che purtroppo non siamo ancora riusciti a curare è la
velocità con cui le fake news si diffondono sui social e come
influenzino l’opinione pubblica, a volte addirittura riprese e
amplificate dai media tradizionali. È la cosiddetta infodemia,
che il dizionario Treccani definisce come “circolazione di una
quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con
accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un
determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti
affidabili”. Quando c’è di mezzo la salute, questo rappresenta
un atteggiamento particolarmente irresponsabile, perché
spingendo affinché si scommetta tutto sulla cura sbagliata si
rischia non solo di non aiutare nessuno, ma anche di ritardare
la scoperta di una terapia davvero utile e potenzialmente
risolutiva.

Marco Bella con la collaborazione di Angela Ianaro per IL
FATTO QUOTIDIANO

Vaccino    coronavirus:   Le
multinazionali farmaceutiche
e l’amministrazione Trump
ricattano il mondo
Mentre scoppia il caso Sanofi sul vaccino che ancora non c’è
ma che potrebbe essere distribuito prima negli Usa, Oxfam
lancia un appello in previsione dell’Assemblea Mondiale della
Sanità, in programma il 18 maggio con i ministri della salute
dei 194 stati membri collegati a distanza. E rivela come
l’amministrazione Trump spinga perché non venga utilizzato un
meccanismo di negoziazione collettiva delle licenze dei
brevetti tra gli stati ma piuttosto perché venga garantito il
diritto di brevetto alle cause farmaceutiche.

Quattro i punti del piano: l’obbligo a livello globale di
condivisione di tutte le conoscenze, dati, brevetti (legati al
Covid 19), e l’impegno a subordinare tutti i finanziamenti
pubblici alla realizzazione di terapie o vaccini che siano
resi accessibili a tutti e privi di brevetti; l’impegno da
parte dei Paesi ricchi ad aumentare gli investimenti pubblici
diretti ad una maggiore capacità globale di produzione e
distribuzione di vaccini; un piano, concordato a livello
globale, di distribuzione dei vaccini, terapie e test
diagnostici basato sulle reali necessità sanitarie dei Paesi e
non sulla loro capacità di spesa. Vaccini, trattamenti e test
dovrebbero essere resi disponibili per tutti e prodotti e
venduti al minor costo possibile (idealmente per i vaccini a
non più di 2 dollari a dose) e forniti gratuitamente a
chiunque ne abbia bisogno; un impegno concreto per migliorare
l’attuale sistema di ricerca e sviluppo di nuovi farmaci – in
cui il profitto delle case farmaceutiche viene prima della
salute delle persone – evitando il mancato sviluppo di molti
farmaci necessari ma non redditizi o la loro indisponibilità
per le persone più vulnerabili a causa di prezzi non
accessibili.

“Per vaccinare (ma il vaccino non è stato ancora sviluppato,
ndr) contro il coronavirus la metà più povera della
popolazione mondiale – 3,7 miliardi di persone – servirebbe
meno di quanto le 10 maggiori multinazionali del farmaco
guadagnano in 4 mesi. Per sconfiggere la pandemia – dice la
confederazione di organizzazioni non profit che si dedicano
alla riduzione della povertà globale – è perciò indispensabile
che governi e aziende farmaceutiche si impegnino per garantire
che vaccini, test diagnostici e terapie siano gratuiti ed
equamente distribuiti a tutti, in tutti i paesi del mondo.
Solo così sarà possibile vincere questa sfida, in cui nessuno
è salvo se non lo saremo tutti”.

“La Fondazione Gates ha calcolato che per produrre e
distribuire un vaccino efficace e sicuro per le persone più
povere del mondo serviranno 25 miliardi di dollari, meno dei
circa 30 miliardi di dollari che le 10 big del farmaco hanno
guadagnato in media in soli 4 mesi lo scorso anno. A fronte di
profitti complessivi per 89 miliardi di dollari nel 2019.
Eppure paesi ricchi e grandi aziende farmaceutiche – spinti da
interessi nazionali e privati – potrebbero impedire o
ritardare la distribuzione di vaccini nei paesi in via di
sviluppo” sostiene Oxfam.

“Sul tema, l’Unione Europea ha presentato una risoluzione
all’Assemblea Mondiale della Sanità, che propone la creazione
di un meccanismo volontario di negoziazione collettiva delle
licenze dei brevetti tra gli stati e le case farmaceutiche e
di condivisione di dati e conoscenze relative a vaccini,
terapie e test diagnostici Covid 19, che possa garantire
prezzi accessibili per il maggior numero di paesi, inclusi
quelli più poveri. Un’iniziativa che – sottolinea Oxfam –
rappresenta un primo passo nella giusta direzione, anche se
ancora insufficiente. Se, infatti, questo meccanismo fosse
reso obbligatorio e applicato a livello globale, potrebbe
permettere a tutti i paesi di produrne versioni a basso costo,
oppure importarle se non hanno le infrastrutture adeguate per
la produzione”.

“Dai   documenti    trapelati   risulta    però  purtroppo
che l’amministrazione Trump, stia lavorando per eliminare
dalla risoluzione qualsiasi riferimento a questo meccanismo,
inserendo un forte richiamo al rispetto dei diritti sui
brevetti delle case farmaceutiche, che vedrebbero quindi
garantita l’esclusività nella produzione e la possibilità di
fissare i prezzi di vaccini, terapie e test che svilupperanno.
Ciò appare – spiega Oxfam – tanto più inaccettabile, per il
fatto che per finanziare il loro lavoro di ricerca e sviluppo
siano stati utilizzati fondi pubblici”. Ed è in questa ottica
che probabilmente l’inquilino della Casa Bianca ha scelto un
ex manager dell’industria farmaceutica e un alto ufficiale per
guidare l’operazione Warp Speed, volta ad accelerare lo
sviluppo di un vaccino: Moncef Slaoui sarà advisor del
programma e il generale Gustave Perna svolgerà il ruolo di
direttore operativo. Slaoui è l’ex capo della divisione
vaccini della GlaxoSmithKline (Gsk), che ha lasciato nel 2017
per fare il finanziere. La Gsk sta lavorando al vaccino anti
Covid 19 proprio insieme alla Sanof, al centro della polemica
del giorno per le dichiarazioni del suo dg sulla distribuzione
in via prioritaria del vaccino negli Usa, poi parzialmente
modificata. C’è poi Moderna, nel cui board Slaoui siede come
consigliere.

“Sarebbe disumano e controproducente per la tutela della
salute di ciascuno di noi, indipendentemente dal Paese in cui
viviamo, non garantire a tutti la possibilità di essere
vaccinati – ha detto Sara Albiani, policy advisor di Oxfam
Italia per la salute globale – Vaccini, test e cure efficaci e
sicure dovrebbero essere prodotti su scala globale e
distribuiti senza brevetti, a basso costo, in base ai bisogni
nelle diverse aree del mondo, anziché essere messe all’asta al
migliore offerente. Abbiamo bisogno di un Piano globale che
stabilisca chiaramente come saranno prodotti e distribuiti,
definendo tutte le garanzie del caso”.

Per Oxfam serve un piano globale per scongiurare il rischio
che i paesi ricchi si aggiudichino, una volta sviluppati,
vaccini e terapie a scapito di quelli più fragili, così come
successo sinora con i dispositivi di protezione e i
respiratori polmonari per le terapie intensive. Occorre
inoltre evitare che alcune aziende farmaceutiche possano
trarre profitti enormi a scapito della salute globale,
controllando la produzione e fissando i prezzi di farmaci
utili per il trattamento del coronavirus.

“Valga per tutti un esempio: lo scorso marzo, su pressione
dell’opinione pubblica, la casa farmaceutica Gilead ha
rinunciato alla inclusione del Redemsivir (già sviluppato per
combattere l’Ebola e potenzialmente efficace anche contro il
Covid-19) nella categoria dei farmaci per la cura delle
malattie rare, che le avrebbe consentito di fissare prezzi
altissimi e ingenti profitti come produttore esclusivo.
Tuttavia, l’azienda – secondo le stime di autorevoli analisti
economici – avrebbe intenzione di realizzare ampi guadagni
dalla vendita del farmaco, fissandone un prezzo comunque di
4.000 dollari a paziente, a fronte di un costo di produzione
stimato di circa 9 dollari”.

da IL FATTO QUOTIDIANO

E’ ora di strappare alle case
farmaceutiche    vaccini    e
farmaci salvavita. La salute
non si vende.
Immaginate un mondo in cui una rete di professionisti sanitari
vigila sulla comparsa di nuovi ceppi di un virus, aggiorna
periodicamente i vaccini e rende queste informazioni
disponibili a tutto il mondo. Immaginate che questo lavoro
venga svolto senza valutazioni legate alla proprietà
intellettuale, e senza che le grandi case farmaceutiche
sfruttino la disperazione per fare profitti. Può sembrare
un’utopia, ma in realtà è il modo in cui da cinquant’anni
viene prodotto il vaccino contro l’influenza.

Il Sistema globale di sorveglianza e di risposta all’influenza
(Gisrs) dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms)
prevede che esperti da tutto il mondo si riuniscano due volte
all’anno per analizzare gli ultimi dati e decidere contro
quali ceppi influenzali il vaccino dovrà essere efficace. Il
Gisrs è una rete di laboratori diffusa in 110 paesi e
finanziata quasi interamente dai governi. Incarna alla
perfezione la cosiddetta “scienza aperta”. Visto che il Gisrs
si dedica alla protezione delle vite umane, invece di pensare
al profitto, è il solo a poter gestire il sapere necessario
per sviluppare i vaccini.

Per combattere la pandemia in corso la comunità scientifica
mondiale ha dimostrato di voler condividere le conoscenze
sulle cure, coordinare test clinici e pubblicare le scoperte.
In questo clima di cooperazione è facile dimenticare che da
anni le case farmaceutiche hanno privatizzato il sapere
comune, estendendo il controllo sui farmaci salvavita
attraverso brevetti arbitrari e facendo pressioni politiche
contro la produzione di farmaci generici. Con l’arrivo del
covid-19, è evidente che questo monopolio costa molte vite
umane. Il controllo sulla tecnologia usata per testare la
presenza del virus ha intralciato la rapida distribuzione di
strumenti diagnostici, così come i 441 brevetti dell’azienda
3M contenenti le parole “respiratore” o “N95” hanno reso più
difficile ai nuovi produttori fabbricare le mascherine. Come
se non bastasse, nel mondo sono in vigore vari brevetti per
tre dei farmaci più promettenti contro il covid-19:
remdesivir, favipiravir e lopinavir/ritonavir. Questi brevetti
minacciano sia la convenienza economica sia la disponibilità
di farmaci contro il virus.

Due scenari
Oggi siamo di fronte alla scelta tra due futuri. Nel primo
scenario continueremo come prima, affidandoci alle case
farmaceutiche, sperando che una possibile cura contro il
covid-19 superi i test clinici, e che emergano nuove
tecnologie di rilevazione, diagnostica e protezione. In questo
futuro i brevetti daranno ai monopolisti il controllo su buona
parte di queste innovazioni. I produttori fisseranno dei
prezzi alti, che determineranno quindi un razionamento delle
cure. Senza un intervento pubblico, moriranno molte persone,
soprattutto nei paesi in via di sviluppo.

Lo stesso problema riguarderà qualsiasi vaccino contro il
covid-19. La maggior parte dei vaccini immessi oggi sul
mercato è protetta da brevetti. Ad esempio il Pcv13, l’attuale
vaccino contro vari ceppi di polmonite somministrato ai
bambini, costa centinaia di dollari perché è sottoposto al
monopolio della casa farmaceutica Pfizer, a cui frutta cinque
miliardi di dollari all’anno. E nonostante la Gavi
(un’associazione in cui ci sono, tra gli altri, l’Oms,
l’Unicef e la fondazione Gates) copra alcuni dei costi del
vaccino nei paesi in via di sviluppo, molte persone non
possono permetterselo. Ogni anno in India si registrano più di
centomila morti di neonati causate dalla polmonite.

Il secondo futuro possibile prevede l’ammissione che il
sistema attuale, in cui i monopoli privati fanno profitti con
un sapere prodotto da istituzioni pubbliche, non funziona.
Come denunciano da tempo docenti universitari e sostenitori
della sanità pubblica, i monopoli uccidono, negando l’accesso
a farmaci salvavita che sarebbero invece disponibili in un
sistema alternativo, come quello che facilita ogni anno la
produzione di vaccini antinfluenzali.

Da anni l’Onu e l’Oms cercano di rafforzare l’accesso alle
cure per aids, epatite e tubercolosi, e oggi lo fanno anche
per il covid-19. Accordi di condivisione dei brevetti e altre
idee simili rientrano in un programma più ampio di riforma del
modo in cui vengono sviluppati i farmaci salvavita.
L’obiettivo è sostituire un sistema monopolistico con uno
fondato sulla condivisione del sapere.

Per troppo tempo abbiamo creduto al mito che il regime attuale
di proprietà intellettuale sia necessario. Il successo del
Gisrs e di altre applicazioni della “scienza aperta” dimostra
che non è così. Mentre aumentano le morti provocate dal
covid-19, dovremmo rimettere in discussione l’etica di un
sistema che ogni anno, silenziosamente, condanna milioni di
esseri umani. Serve un nuovo metodo. Studiosi e politici si
sono già fatti avanti con proposte per creare innovazioni
farmaceutiche non solo redditizie, ma socialmente utili. Quale
momento storico migliore per mettere in pratica queste idee?

Joseph Stiglitz per INTERNAZIONALE
(Traduzione di Federico Ferrone)

Segnalazioni, a cura di Sergio Falcone

Lo scienziato Ernesto Burgio:
Coronavirus, cronaca di una
tragedia annunciata
Nel dicembre 2019, un nuovo Coronavirus potenzialmente
pandemico è apparso nella provincia di Wuhan, in Cina. Da lì
l’epidemia ha cominciato a diffondersi nel resto della Cina,
poi in Asia e in tutto il mondo. Oggi, i casi sono riportati
in tutto il mondo, in Asia, Europa, Nord America, Sud America,
Africa e Oceania. La temuta trasmissione del virus da uomo a
uomo è stata confermata in tutte queste nazioni e in Europa,
anche da soggetti asintomatici.

È difficile capire perché questi dati siano stati a lungo
sottovalutati, soprattutto nei Paesi occidentali. Solo l’11
marzo 2020 l’OMS ha dichiarato l’allarme pandemia. Ad oggi, 27
aprile 2020, i casi confermati nel mondo sono 3.023.205 e i
decessi confermati 208.883 (26.977 in Italia contro 4.633
registrati in Cina e 243 in Corea del Sud). La situazione
appare particolarmente grave nel Nord Italia, e più
recentemente anche nel Regno Unito (20.732 morti), Francia
(22.856 morti), Spagna (23.521 morti) e soprattutto negli
Stati Uniti d’America (55.900 morti), con il numero di casi
che cresce ogni giorno a Madrid, San Paolo, come a New York
City. L’Italia al 18 aprile 2020 ha registrato 16.400
operatori sanitari infetti e fino a oggi 151 medici morti. In
questo documento, cercheremo di spiegare perché l’Italia è
diventata il secondo epicentro delle epidemie mondiali dopo la
Cina e perché le strategie di contenimento e le misure
preventive adottate finora dal governo italiano non sembrano
ancora sufficientemente adeguate, per rallentare l’espansione
dell’epidemia di COVID-19.

Introduzione: cronaca di una tragedia
annunciata

Una delle affermazioni più false che sono circolate in questi
40 drammatici giorni in Italia è che il dramma che stiamo
vivendo non era prevedibile e prevenibile. Questo non è vero.
Prima di tutto, perché per almeno venti anni, dai primi
allarmi sull’influenza aviaria e poi sul Coronavirus della
SARS, sapevamo che le probabilità di una pandemia erano alte.
In secondo luogo, perché coloro che avevano affrontato questi
problemi in quegli anni avevano cercato in tutti i modi di
avvertire l’instaurarsi del pericolo imminente, soprattutto
vedendo come reagivano i Paesi asiatici. È vero che solo pochi
esperti erano stati in grado di rendersi conto del pericolo
del virus molto presto, avendolo i cinesi sequenziato in tempo
record e avendone pubblicato la sequenza il 12 gennaio. Ma è
altrettanto innegabile che i media di tutto il mondo fossero
pieni di immagini di ciò che stava accadendo in Cina. Ed era
evidente che il dramma annunciato stava avvenendo, come era
anche evidente che Cina, Corea, Hong Kong, Taiwan e tutti i
Paesi del Sud-Est asiatico erano ben preparati e reagivano
rapidamente ed efficacemente. È certamente possibile affermare
che i cinesi avrebbero potuto avvertirci prima, dato che alla
fine di dicembre sapevano cosa stava succedendo. Ma, in tutta
sincerità, dobbiamo ammettere che, visto quello che è successo
in Italia e in altri Paesi occidentali, le cose non sarebbero
cambiate molto. Perché gli abitanti del ricco Occidente non
credevano che una pandemia nel 21° secolo sarebbe stata un
dramma come quello che stiamo vivendo. I cittadini comuni non
ci credevano, i politici e gli intellettuali non lo credevano,
né molti degli esperti che avrebbero dovuto organizzare le
strategie in tempo per rallentare l’inesorabile progresso del
virus. Molti dei quali non solo mancavano di competenze ed
esperienze specifiche, ma come ha dichiarato un noto
parassitologo dell’Università di Padova, hanno seguito la
pandemia in televisione invece di organizzare in tempo
l’informazione e la formazione di cittadini e operatori
sanitari; la radicale riorganizzazione del sistema sanitario,
al fine di ottenere il riconoscimento precoce dei pazienti; la
sorveglianza attiva e il monitoraggio locale; la creazione di
corridoi alternativi per la diagnosi e l’isolamento dei
pazienti e dei loro contatti; il rafforzamento dei reparti
ospedalieri necessari per il trattamento di casi gravi; la
protezione degli operatori sanitari. Se non c’è dubbio che i
Paesi occidentali non hanno reagito correttamente, è
altrettanto interessante analizzare le loro diverse reazioni
derivanti dalla loro storia e cultura e le conseguenze di
queste. I Paesi dell’Europa meridionale, principalmente
l’Italia, hanno lungamente sottovalutato i rischi e hanno
rischiato di sopraffare i loro sistemi sanitari, nelle regioni
più colpite. I Paesi del Nord Europa hanno reagito in modo più
ordinato e razionale e sono stati in grado di ridurre il danno
e le morti.

I Paesi anglosassoni hanno forse più di tutti gli altri
sottovalutato il virus, soprattutto nelle prime fasi della
pandemia, pensando in modo molto darwiniano che sarebbe stato
meglio mettere in conto migliaia di morti tra i più deboli e i
più vecchi, piuttosto che rallentare e danneggiare l’economia.
Tuttavia, il modo in cui la pandemia si sta diffondendo e i
suoi drammatici effetti iniziali dimostrano la debolezza di
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