MISSIONE ECUADOR 1 - 11 SETTEMBRE 2019 - Focsiv
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INDICE
AGENZIE
Redattore Sociale 29 ottobre 2019 ARTICOLO
DIRE Amazzonia, un "albero dei miracoli" per
frenare la deforestazione
AgenSIR 25 ottobre 2019 ARTICOLO
Amazzonia: la lotta degli indigeni dell’Ecuador
contro i “mecheros” della morte e gli scarti del
petrolio
Redattore Sociale 23 ottobre 2019 ARTICOLO
DIRE Amazzonia, Lucitante (Udapt): "Noi, nativi
Cofàn decimati dal petrolio"
Redattore Sociale 23 ottobre 2019 ARTICOLO
DIRE Diritti, Fajardo: L’Unione Europea si batta
contro l’impunità delle multinazionali
Redattore Sociale 23 ottobre 2019 ARTICOLO
DIRE Amazzonia, Del Bufalo (Focsiv): basta abusi, è
la nostra casa comune
Redattore Sociale 23 ottobre 2019 ARTICOLO
DIRE Amazzonia, Fajardo: ora uno strumento ONU
contro gli abusi delle multinazionali
Agenzia DIRE 21 ottobre 2019 BREVE
Guardiani d’Amazzonia, 23 ottobre incontro
con l’avvocato Pablo Fajardo
Redattore Sociale/ 16 ottobre 2019 VIDEO
DIRE Amazzonia, Monsignor Reyes: la chiesa sta
con gli indigeni
AgenSIR 16 ottobre ARTICOLO
Sinodo per l’Amazzonia: Pablo Fajardo
(Ecuador), 30mila vittime in lotta con il
colosso statunitense Chevron Texaco
Agenzia DIRE 15 ottobre 2019 ARTICOLO
Amazzonia, i guardiani contro Chevron: “Alla
fine vinceremo noi”
Agenzia DIRE 15 settembre 2019 VIDEO
Amazzonia, i guardiani contro Chevron: “Alla
fine vinceremo noi”
Agenzia DIRE 11 settembre 2019 VIDEO
Ecuador, Mons. Lazzari: “La mia casa per i
migranti venezuelani”
Agenzia DIRE 9 settembre 2019 VIDEO
Ecuador, a Lago Agrio il riciclo ti cambia la vita
Agenzia DIRE 6 settembre 2019 VIDEO
Ecuador, passa anche dalla Tuscia la via
ancestrale del cacao
Agenzia DIRE 5 settembre 2019 VIDEO
In Ecuador negli orti delle ‘parteras’, le
levatrici della tradizioneAgenzia DIRE 3 settembre 2019 VIDEO
Amazzonia, Mons. Pasqualotto: “Salvate i
fiumi dell’Ecuador”
Agenzia DIRE 3 settembre 2019 VIDEO
Amazzonia in fiamme: “Colpa
dell’estrattivismo”
QUOTIDIANI
Avvenire 28 novembre 2019 ARTICOLO
Amazzonia ti amo qui sposerò Gissela
Toscana oggi 22 novembre 2019 NOTIZIA
Il petrolio, l’Amazzonia e l’Urbanina: una
storia di oggi
Avvenire 26 ottobre 2019 ARTICOLO
Fra i poveri dell’Ecuador, vittime del petrolio
PERIODICI
La Stampa – Tuttogreen 24 novembre 2019 ARTICOLO
Ecuador la battaglia contro Big Oil, per
difendere la salute delle popolazioni
La difesa del popolo 26 ottobre 2019 ARTICOLO
Amazzonia: la lotta degli indigeni dell’Ecuador
contro i “mecheros” della morte e gli scarti del
petrolio
Famiglia Cristiana 16 ottobre 2019 DOSSIER
Amazzonia, polmone ferito della terra
Famiglia Cristiana 25 settembre 2019 ARTICOLO
Un anno che ti cambia la vita
Credere 22 settembre 2019 DOSSIER
Lucy Urvina Alejandro: in missione per la casa
comune
TELEVISIONE
TV 2000 – TG2000 24 ottobre 2019 SERVIZIO
Amazzonia, la storia dei Kofan. Gli indigeni
nomadi tornati sulle terre
RAI 1 – UNOMattina 23 ottobre 2019 TRASMISSIONE
Pablo Fajardo e Filippo Di Girolamo, sacerdote
e giornalista in studio.
TV2000 – Siamo noi 23 ottobre 2019 TRASMISSIONE
Sinodo Amazzonico, il nuovo sguardo della
Chiesa.
TV2000 – TG2000 14 ottobre 2019 SERVIZIO
Amazzonia, riflessioni sul clima ma anche su
celibato e sacerdozio
RAI 3 – TG3 13 ottobre 2019 SERVIZIO
Le donne della tradizione
RAI 3 – TG3 12 ottobre 2019 SERVIZIO
Nella discarica dove scavavano i bambini, si
riparte dal ricicloRAI – TG3 12 ottobre 2019 REPORTAGE
Silvia Corna di ENGIM Internazionale
RAI 3 – TG3 11 ottobre 2019 SERVIZIO
Il caffè sostenibile dell'Amazzonia
RAI3 – TG3 10 ottobre 2019 SERVIZIO
Amazzonia, gli indigeni Cofan ricostruiscono il
villaggio
RAI 3 – TG3 9 ottobre 2019 SERVIZIO
Il petrolio dell'Amazzonia
RAI 3 – TG3 8 ottobre 2019 SERVIZIO
"Ecco le conseguenze del petrolio nella nostra
foresta”
RAI 3 – TG3 7 ottobre 2019 SERVIZIO
Lago Agrio (Amazzonia): "per anni nel terreno
scarti di lavorazione
TV2000 – Siamo noi 7 ottobre 2019 TRASMISSIONE
Sinodo per l’Amazzonia, al centro la dignità
delle persone
TV2000 – TGTG 7 ottobre 2019 TRASMISSIONE
Le donne dell’Ecuador, la violenza domestica
RAI 1 – Santa Messa 6 ottobre 2019 SERVIZI
Apertura del Sinodo
RAI 3 – TG3 Persone 5 ottobre 2019 REPORTAGE
Per amore dell’Amazzonia, Giacomo Rubini
RAI 1 – TG! TV7 27 settembre 2019 REPORTAGE
La favela sotto acqua
TV2000 – TG2000 25 settembre 2019 SERVIZIO
Amazzonia, reportage sulla foresta
contaminata dal petrolio
TV2000 – TG2000 24 settembre 2019 SERVIZIO
Economia sostenibile, reportage in Ecuador
sul ciclo del caffè
TV2000 – TG2000 23 settembre 2019 SERVIZIO
Amazzonia, reportage in Ecuador tra gli
abitanti malati di cancro
RAI 3 – TG3 20 settembre 2019 SERVIZIO
Ecuador, Amazzonia, Clima
RAI 1 - UNOMattina 20 settembre 2019 TRASMISSIONE
Rosita Rosa giornalista TG1 racconta la sua
missione in Ecuador
RAI 1 – TG1 TV7 20 settembre 2019 REPORTAGE
SOS Amazzonia.
RADIO
RADIO INBlu – Atlante 6 ottobre 2019 TRASMISSIONE
In Ecuador le popolazioni amazzoniche
pagano con la vita l’estrazione del petrolio
RADIO RAI 3 – Mondo 2 ottobre 2019 TRASMISSIONE
Il Sinodo per l’Amazzonia
Radio Vaticana – Rassegna 13 settembre 2019 TRASMISSIONE
Stampa Vicenzo Giardina di Agenzia DIREWEB
Dailyworker.it 12 febbraio 2020 ARTICOLO
Sfruttamento dell’Amazzonia ma davvero
conosciamo la reale situazione?
lastampa.it/tuttogreen 4 febbraio 2020 ARTICOLO
Ecuador, la battaglia contro big oil
Famigliacristiana.it 9 gennaio 2020 ARTICOLO
la "Missione Ecuador" che sfida la montagna
di rifiuti
Repubblica.it 27 novembre 2010 SLIDESHOW
"Nero e rosso: dall'Amazzonia al Sahara". Un
viaggio tra le ferite del mondo
lastampa.it/tuttogreen 22 novembre 2019 ARTICOLO
Da Ferrara all’Amazzonia: la storia di Laura e
Matteo
ladifesadelpopolo.it 26 ottobre 2019 ARTICOLO
Amazzonia: la lotta degli indigeni dell’Ecuador
contro i “mecheros” della morte e gli scarti del
petrolio
Pressenza.com 21 ottobre 2019 BREVE
Amazzonia. Incontro con Pablo Fajardo,
mercoledì 23 ottobre alla Dire
Famiglia Cristiana 16 ottobre 2019 ARTICOLO
Migranti in America latina: l'Ecuador della
Ruta Andina
Famiglia Cristiana 16 ottobre 2019 DOSSIER
Amazzonia, polmone ferito della terra
Repubblica.it 16 ottobre 2019 REPORTAGE
Ecuador, il vescovo italiano in Amazzonia: "Io
al fianco degli indigeni, porterò a Roma la loro
battaglia per l'acqua
Repubblica.it 16 ottobre 2019 REPORTAGE
Ecuador, le amazzoni tra ambientalismo ed
emancipazione: "Con la 'chakra' proteggiamo
la foresta"
Repubblica.it 16 ottobre 2019 REPORTAGE
Ecuador, nella Chernobyl dell'Amazzonia: qui
dove gli indigeni e multinazionali si danno
battaglia
Pressenza.com 15 ottobre 2019 ARTICOLO
Amazzonia, i guardiani contro Chevron: “Alla
fine vinceremo noi”
Repubblica.it/MondoSolidale 7 ottobre 2019 ARTICOLO
Servizio civile, tra i giovani dell'Ecuador che
hanno scelto di cambiare vita
Famigliacristiana.it 26 settembre 2019 DOSSIER
Lucy Urvina Alejandro: in missione per la casa
comuneRassegna Stampa
DATA 20 febbraio 2020
TESTATA Lastampa.it/tuttogreen
REDAZIONE web
ECUADOR, LA BATTAGLIA CONTRO BIG OIL
Questo reportage del fotografo Marco Palombi racconta la battaglia avviata dalle popolazioni native contro
i giganti del petrolio per difendere la salute: Secoya, Waorani e Secopai, che vivono di pesca e agricoltura
In Ecuador, nella cittadina di Lago Agrio, una parte di Amazzonia è diventata un pozzo di olio nero. Immense
piscine piene di rifiuti, profonde fino a 5 metri, sono il risultato di sversamenti di scarti petroliferi con cui,
negli anni, Chevron-Texaco hanno inondato quest’area di foresta amazzonica. Il petrolio finisce nelle acque
dei fiumi contaminando la terra, le piante e i prodotti che ne derivano. Risultato, un disastro sanitario per le
comunità indigene che vivono qui, con un elevatissimo numero di malati di tumore.
Questo reportage del fotografo Marco Palombi descrive anche la battaglia avviata dalle popolazione native:
Secoya, Waorani e Secopai, che vivono di pesca e agricoltura, con il sostegno attivo della ONG Focsiv, hanno
fatto causa alla multinazionale e la battaglia legale è ancora in corso. Tra i protagonisti ci sono Donald e Pablo,
due contadini diventati avvocati per combattere lo scempio ambientale.Rassegna Stampa
DATA 12 febbraio 2020
TESTATA Dailyworker.it
REDAZIONE web
Il racconto di chi ha vissuto quei posti affrontato nei prossimi tre articoli
L’Ecuador e lo sfruttamento del territorio
DW(ITALIA).In questi tempi nei quali sul coronavirus si è detto di tutto, è girata anche la fake news secondo
la quale bevendo una certa “Miracle Mineral Solution” (sostanzialmente, composta da candeggina) ci si può
proteggere dal virus. Mi ha colpito perché ci fa capire che anche se pensiamo di essere progrediti, non solo
le paure restano le stesse, ma addirittura con un po’ di bravura chiunque ci può raggirare. Mi è tornato allora
in mente quello che succedeva in Ecuador, in particolare nelle province di Sucumbíos, con il capoluogo Nueva
Loja (più conosciuto come Lago Agrio), e Orellana. Quando negli anni ’70 arrivò la prima compagnia
petrolifera multinazionale statunitense, la Texaco, e cominciò a scavare i primi pozzi, essa usava irretire la
popolazione, composta prevalentemente da indios, con bufale create ad arte. «Nuotare nell’acqua nera era
per noi bambini cosa normale. Non potevo certo pensare che ci stessero avvelenando. Ci dicevano anche che
spalmandoci quei fanghi puzzolenti, la pelle ne avrebbe giovato»: mi raccontò Pablo Fajardo, incontrato
qualche mese fa proprio lì, in mezzo a quel nero che ancora ammorba la meravigliosa foresta plurale
amazzonica ecuadoriana.
Pablo, Donald Moncayo e molti altri rappresentanti delle comunità indigene, hanno visto morire parenti e
amici, e hanno capito che dovevano darsi da fare per ottenere giustizia. Hanno deciso di fondare
un’associazione, la Udapt, in difesa delle vittime – 30mila quelle colpite direttamente, perché vicine ai pozzi,
ma almeno 250mila a vari livelli – dello scempio, perpetrato all’epoca dalla Texaco, successivamente
acquistata dalla Chevron.Rassegna Stampa «Dal 1972 al 1992 la Chevron-Texaco ha trivellato il Paese, scaricando in apposite fosse scavate nella foresta (880 piscinas) oltre 60 miliardi di litri di acqua tossica, scarto dell’attività estrattiva petrolifera, finendo con l’inquinare un’estensione territoriale di 480mila ettari, fiumi compresi. Fiumi dove le donne lavavano i panni e attingevano l’acqua per cucinare, dove i bambini giocavano e gli uomini pescavano», precisa Fajardo, diventato avvocato per difendere la causa. Per noi giornalisti arrivati lì nell’ambito della “Missione Ecuador”, organizzata dalla Ong Focsiv (Federazione degli organismi cristiani servizio internazionale volontario), è stato un pugno nello stomaco. Un territorio, che rappresenta una delle maggiori riserve di biodiversità presenti sulla Terra, è irrimediabilmente ferito. Non solo perché la multinazionale non ha effettuato alcun tipo di bonifica, nonostante una sentenza del tribunale ecuadoriano gliel’avesse imposto, ma soprattutto perché la sensazione stando lì è che ormai ci si possa fare ben poco. Il disastro è compiuto. Moncayo affonda il badile e dalla terra zampilla liquido nero e l’odore di benzina è nauseabondo. «I dati dell’incremento di tumore nelle province di Sucumbíos e Orellana sono agghiaccianti – afferma Valentina Vipera, referente Focsiv Ecuador -. Uno studio del 2016, realizzato da Udapt con la Clinica Ambiental e la Ong svizzera Cssr, ha registrato 550 casi ogni 100mila persone, dai 180 ai 200 all’anno. Il 70% sono donne perché entrano maggiormente in contatto con l’acqua. Su quattro casi di cancro, tre sono donne». «Quando ci accorgemmo che i fiumi erano inquinati», racconta Fabio Scotto, coordinatore del progetto “Juntos” (piccoli produttori in rete di caffè e cacao) di Cefa, «pensammo che si potevano creare dei bacini per raccogliere l’acqua piovana. Quello che non sapevamo era che pioveva petrolio». La multinazionale infatti aveva costruito anche 384 mecheros (inceneritori), che bruciano 24 ore su 24 le scorie del greggio a temperature che superano i 100 gradi e le cui emissioni tossiche arrivano fino a 250 chilometri. Camini costantemente accesi, lingue di fuoco che illuminano le notti della Sierra, tutto intorno una morìa di insetti. Questa è la foresta che brucia perennemente, che avvelena l’aria e, per lo Stato ecuadoriano, è perfettamente legale. Sono passati decenni. La causa contro la Chevron-Texaco continua, con tutte le difficoltà che può avere “Davide contro Golia” pertanto, ad una prima sentenza favorevole, ne sono seguite altre avverse. La Udapt non solo non si arrende, ma ha anche ampliato il proprio ambito di difesa, perché nuovi problemi si sono affacciati. Oggi Texaco in Ecuador non c’è più; ci sono nuove compagnie partecipate dallo Stato. Il presidente Lenin Moreno nel 2017 si era impegnato con le Nazioni Unite a tutelare il territorio, salvo poi concedere di trivellare nel parco nazionale Yasunì, uno degli hotspot di biodiversità più ricchi del pianeta. Un’area talmente sensibile che è impossibile garantire un impatto zero. «Sono state accordate concessioni petrolifere nelle terre ancestrali degli indigeni», dice Mauricio López Ortega, segretario esecutivo della Repam (Rete ecclesiale panamazzonica), incontrato nel suo ufficio, nella capitale Quito. «Non è questione né di destra, né di sinistra. Le politiche estrattive riguardano tutti i governi – continua -. In America Latina la tendenza generale è a intensificare lo sfruttamento delle risorse naturali senza preoccuparsi dell’impatto ambientale, senza garantire un’equa redistribuzione dei profitti (infatti, nonostante la presenza di molte risorse, i quasi 17 milioni di ecuadoriani vivono con un reddito annuale pro capite di circa seimila dollari – dato 2017 -, ndr) e senza consultare le popolazioni interessate». Papa Francesco a ottobre 2019 ha invitato quelle popolazioni in Vaticano e le ha ascoltate, e oggi uscirà il tanto atteso documento post-sinodale.
Rassegna Stampa
DATA 9 gennaio 2020
TESTATA Famigliacristiana.it
REDAZIONE web
LA "MISSIONE ECUADOR" CHE SFIDA LA MONTAGNA DI RIFIUTI
09/01/2020 La discarica dell'area del Lago Agrio, una montagna maleodorante foriera di malattia e di morte.
Dove oggi banchettano i corvi, ieri erano i bambini a scavare, a mani nude, in cerca di qualcosa da vendere.
Ma è la storia di un passato che sta per finire
Arriva per primo il naso, poi l'occhio. Le zaffate provenienti dalla discarica nel “barrio” di Puerto Rico, nella
zona del Lago Agrio (Ecuador), non lasciano spazio a dubbi. Infatti, giunti nei pressi, ci accoglie un'enorme
montagna di rifiuti, dove orde di corvi hanno trovato casa, e si contendono le carcasse. Quella montagna
maleodorante è foriera di malattia e di morte. Ma è anche lì a dimostrare che a volte ci può essere una
rinascita. Perché quella è l'ultimo retaggio di un tempo passato - è in corso la bonifica dell'area -, quando al
posto dei corvi a frugare in cerca di qualcosa da vendere erano i bambini, a mani nude, senza alcun tipo di
protezione, in condizioni di totale insalubrità. “Missione Ecuador” di Focsiv è anche questo: scoprire che
un'alternativa è possibile anche nella disperazione.
IL CENTRO DI RICICLO INTEGRATO E LA RACCOLTA DIFFERENZIATA NELL'AREA DEL LAGO AGRIO
Oggi poco lontano è sorto un centro integrato per il riciclo dei rifiuti. Le buone pratiche possono favorire un
circolo virtuoso, anche dal punto di vista economico.
Perché chi vi lavora - 14 delle 40 famiglie del posto -, riceve un compenso legato alla vendita dei rifiuti. Dalla
città - dove, dopo una campagna atta a promuovere la differenziata, un'altra associazione provvede alla
raccolta -, ma anche da imprese private opportunamente sensibilizzate, confluiscono qui cartone, vetro,
bottiglie in pet e rottami metallici, per un totale di 40 tonnellate di rifiuti all'anno, che vengono rivenduti adRassegna Stampa imprese locali e nazionali. «Si va dai 60 centesimi al chili per il pet ai 15 per il cartone, e il fatturato cresce», dice con una certa soddisfazione, Rolando Bravo, ventotto anni, studente di Biologia, presidente da cinque de l'Asociación de recicladores Puerto Rico, che ha in gestione il centro. RICICLO DELL'ECUADOR: UNA BATTAGLIA LUNGA 10 ANNI I risultati di oggi però hanno avuto un iter complesso. Ci volle tutta la tenacia degli abitanti che nel 2009 avviarono proteste serrate per denunciare i rischi sanitari connessi ad un luogo che già da dieci anni era utilizzato come discarica a cielo aperto, dove non si applicava nessun sistema di gestione ambientale. La zona era infestata dai topi, la puzza era nauseabonda e si manifestavano le prime malattie. «Bisognava intervenire con urgenza - ha spiegato l'assessore all'Ambiente Germano Jimenez -. L'Unione Europea ci venne incontro con un finanziamento e avviammo il progetto “Lago Agrio Ciudad Limpia”, affidato per la gestione alle Ong Oxfam Italia e Cefa. Per il Municipio si trattava prima di tutto di acquistare il terreno e costruire un capannone dove stoccare la spazzatura e, allo stesso tempo, di progettare una vasca di conferimento ed eseguire la bonifica ambientale della zona. Mentre le Ong sostennero la creazione di un sistema integrale dei rifiuti solidi urbani con l'applicazione di un sistema di raccolta differenziata urbana, e organizzarono corsi di formazione per la popolazione. L'associazione dei riciclatori intanto cresceva, ma mancava la normativa. Così abbiamo cominciato a regolamentare attraverso ordinanze municipali. Nel 2016 siamo stati premiati dal Ministero dell'Ambiente, nell'ambito dell'iniziativa “Riciclo dell'Ecuador”». In Ecuador ci sono altri progetti di riciclaggio e rivendita, che coinvolgono più di 20mila persone, di cui l'80% sono donne. Come Maria Pineda, dal sorriso contagioso, quattro figli, segretaria dell'Asociación de recicladores Puerto Rico, felice del suo lavoro, con il quale sostiene la sua famiglia. E non è poco per un Paese dove la mentalità maschilista - machista come dicono loro - ha come conseguenza la grande difficoltà per le donne di convincere i mariti a lasciarle intraprendere un lavoro fuori casa.
Rassegna Stampa
DATA 27 novembre 2019
TESTATA Repubblica.it
REDAZIONE web
"NERO E ROSSO: DALL'AMAZZONIA AL SAHARA". UN VIAGGIO TRA LE FERITE DEL MONDO
Un viaggio fotografico dal Sud America all’Africa, dall'Amazzonia al Sahara, con lo scopo di far conoscere le
culture di popoli lontani e delle loro tradizioni e lingue antichissime. In Amazzonia i nativi Secoya, Waorani,
Secopai sono costretti sempre più a cercare nuove terre da coltivare e corsi d'acqua dove pescare. Conoscere
queste popolazioni e le loro culture è importante, poichè a causa del cambiamento climatico rischiano di
scomparire.
Dal Sahara fino all' Etiopia, popoli in continua migrazione vanno alla ricerca di un mondo migliore. Ci sono i
Poul e i Tuareg che abitano il deserto, tribù come i Karo, gli Hamer e i Dorze che vivono nella valle del fiume
Omo, culla della nostra civiltà. Tutti popoli che si spostano di continuo alla ricerca di acqua: la desertificazione
non agevola il loro compito e gli animali fonte di sostentamento spesso muoiono. La parte meridionale
dell’Omo River Valley è stata eletta nel 1980 Patrimonio dell’umanità dall’Unesco: in nessun altro luogo del
pianeta sono concentrate così tante popolazioni diverse dal punto di vista genetico, linguistico e sociale.
Gli scatti raccolti dal fotografo Marco Palombi durante i suoi viaggi saranno esposti dal 28 novembre al 26
gennaio al museo di arti figurative di San Pietroburgo.
di MARCO PALOMBIRassegna Stampa
DATA 22 novembre 2019
TESTATA Lastampa.it/tuttogreen
REDAZIONE web
TENA (ECUADOR). Dall’Università di Ferrara all’Amazzonia. Con una missione: studiare le piante della foresta,
catalogarle, valorizzarne le proprietà e favorirne conoscenza e utilizzo sostenibile. È la storia di Laura
Scalvenzi e Matteo Radice, professori e cooperanti, due figlie di cinque e 16 anni, in Ecuador dal 2002. La
prima volta si sono incontrati a Pavia, poi entrambi hanno ottenuto il dottorato di ricerca a Ferrara. “In
Biotecnologie io, in Scienze farmaceutiche lui” racconta Scalvenzi a La Stampa: “Già allora, dopo la laurea,
sentivamo di voler mettere a servizio le nostre professionalità per fini umanistici e la cooperazione ci
sembrava l’ambito migliore”.
In Amazzonia, nella provincia di Pastaza, dove i fiumi delle Ande precipitano verso la giungla, sono arrivati
così. Oggi il sole brucia ma loro, in piedi accanto a un albero del cacao e cabosse giallo ocra, sembrano non
accorgersene. “L’occasione è stata un progetto gestito dal Volontariato internazionale per lo sviluppo, una
ong salesiana”, ricorda Radice. “All’epoca c’era l’esigenza di trovare produzioni alternative – aggiunge - che
fossero capaci di generare ricchezza e allo stesso tempo non fossero contrarie allo stile di vita delle
popolazioni amazzoniche”.
Il riferimento è stata la Fondazione Chankaup, costituita negli anni ’90 da padre Silvio Broseghini, un
missionario trentino, originario di Baselga di Piné, che aveva dedicato la vita alla conoscenza e ai diritti delle
comunità dei nativi Achuar e Shuar. “Sin dall’inizio l’idea è stata mettere al centro la biodiversità”, riprende
Scalvenzi. “Ci siamo concentrati sulle piante che i popoli utilizzavano nel quotidiano – spiega - per inserirle in
un canale commerciale che ne rispettasse però la cultura e fosse sostenibile da un punto di vista ambientale”.
Rassegna StampaNel tempo la Fondazione ha prodotto oli essenziali, oli vegetali e spezie che sono state acquistate in Italia dal consorzio Ctm Altromercato diventando ingredienti della linea cosmetica Natyr. In una seconda fase è stata sviluppata anche una linea cosmetica per il mercato locale, denominata Ikiam, una parola nella lingua Achuar vuol dire “foresta”. “In Ecuador, nella capitale Quito o in città come Cuenca, questi prodotti hanno guadagnato spazio e sono divenuti fonte di reddito per le comunità. Grazie alla collaborazione del commercio equo e solidale, poi, è stato possibile trasferire tecnologie e aumentare le competenze dei nostri collaboratori in Ecuador”, sottolinea Scalvenzi. Consigli d’acquisto particolari? “Ci sono i prodotti per il corpo e per i capelli a base di ungurahua, un olio vegetale che le donne Achuar utilizzano per rendere il capello più lucido - risponde la professoressa -. Oppure le creme di ishpingo, un albero che produce foglie e calici fiorali ricchi di oli essenziali con proprietà anti- batteriche e anti-fungine, conosciuti anche come cannella amazzonica.” I nomi scientifici sono Oenocarpus bataua e Ocotea quixos, e gli studenti della Universidad Estatal Amazonica lo sanno bene. Nell’ateneo, nella città di Puyo, i due italiani sono di ruolo e hanno incarichi di docenza e ricerca. “L’università pubblica qui sta crescendo e l’idea tradizionale di un nord che aiuta un sud ormai non ha più senso”, riprende Radice. “Il nostro impegno, insieme con gli esperti ecuadoriani, è catalogare le piante sulla base della composizione chimica e degli estratti: trasmettere questo tipo di conoscenze ha un valore sul mercato, perché oggi i consumatori vogliono sapere cosa acquistano”.
Rassegna Stampa
DATA 22 novembre 2019
TESTATA La difesa del popolo
REDAZIONE Settimanale/web
Acque avvelenate da 68 miliardi di litri di scarti del petrolio sversati in 880 piscine tossiche, nere e viscide,
sulle quali si può anche camminare. Le fiamme dei “mecheros” (camini attraverso i quali si brucia il gas che
esce quando si estrae petrolio) che si sollevano verso l’alto e producono temperature fino a 100 gradi
centigradi, che distruggono la vita tutto intorno. Popoli indigeni che si estinguono perché si è interrotto il
legame vitale con la natura. Una terra di foreste e di fiumi nell’Amazzonia ecuadoriana è oggetto di
devastazione da 26 anni a causa dell’estrazione del petrolio da parte della Chevron Texaco, la multinazionale
del petrolio. La storia e la lunga vicenda giudiziaria sono note e dibattute, tant’è che nel 2001 una sentenza
ecuadoriana ha condannato la compagnia petrolifera a risarcire le vittime con 9 miliardi e mezzo di dollari.
Una corte arbitrale dell’Aja ha intimato alle autorità di Quito di compensare il colosso americano per
violazioni di un accordo sugli investimenti sottoscritto negli anni ’90 con gli Stati Uniti. Poi il presidente
dell’Ecuador Lenin Moreno ha chiesto ai tribunali di Argentina e Canada di bloccare l’omologazione all’estero
della sentenza ecuadoriana che condanna la Chevron. Ora le organizzazioni indigene, difese dall’avvocato
Pablo Fajardo, stanno tentando difficili negoziati all’Onu a Ginevra, per chiedere uno strumento giuridico
vincolante che restituisca giustizia alle vittime di disastri naturali provocati dalle grandi corporazioni. “Nella
prima riunione l’Unione europea è uscita dalla sala – ha riferito Fajardo –. Dice che non c’è bisogno di un
trattato ma sono sufficienti i principi del diritto internazionale. Ma i diritti della natura, dei contadini o dei
popoli non sono vincolanti per gli Stati, al contrario dei diritti economici e commerciali. Perciò ci chiediamo:
cosa deve prevalere nel mondo? La vita umana o il denaro?”.
26 anni di processi e ancora non c’è giustizia. “In questi 26 anni di processi contro Chevron – ha detto Fajardo
in un incontro a Roma presso l’agenzia Dire – ci siamo resi conto che non esiste accesso alla giustizia quando
le vittime sono i popoli indigeni, le donne, i contadini. Non esiste una corte di giustizia internazionale dove
poter chiamare in causa le multinazionali.Rassegna Stampa È giusto che le aziende continuino a fare soldi, ma sempre nel rispetto delle comunità”. I coordinamenti che riuniscono 18 popoli indigeni di 15 nazionalità e 10.000 comunità di base in Ecuador hanno anche inviato il 21 ottobre una lettera al Fondo monetario internazionale per chiedere il rispetto dei diritti, la dignità e la sovranità dei popoli. Il popolo Cofan, da 15.000 a 1.200 persone. Il popolo Cofan, rappresentato da William Lucitante, leader dell’associazione delle vittime Union de afectados por Chevron Texaco (Udapt), si è drasticamente ridotto passando da 15.000 a circa 1.200 persone. “Non sono andati via, sono morti – ha precisato –. L’imposizione di forme di vita diverse, lo sfruttamento della natura e l’inquinamento ci hanno costretti a cambiare. Non possiamo più curarci con le nostre medicine tradizionali, l’acqua è inquinata”. “È importante che il mondo sappia cosa succede in Ecuador – ha affermato –: la sentenza che abbiamo vinto è stato un passo in avanti ma non è sufficiente. Per questo abbiamo deciso di estendere la lotta a livello globale. È importante che tutti conoscano la visione dei popoli indigeni e capiscano perché lottiamo”. “Oggi le comunità si aiutano da sole, noi amplifichiamo solo la loro voce”, ha precisato Gianni Del Bufalo, presidente di Volontari nel mondo- Focsiv, anche lui presente all’incontro. Le conseguenze dei gas bruciati nei”mecheros”. Nelle provincie di Orellana e Sucumbios più colpite dalla presenza della Chevron Texaco l’Università di Padova ha portato avanti un progetto di ricerca per verificare l’impatto dei fuochi legati all’estrattivismo: i gas flaring o “mecheros” in spagnolo. Dal 2012 al 2018 sono stati stimati 7.000 milioni di metri cubi di gas bruciato, con un aumento del 15% e 34 nuovi siti aperti. Ogni anno vengono bruciati 140 miliardi di gas. In una area di 5 chilometri con 120 scuole e 158 comunità locali “le persone sono costrette a respirare questi gas”, ha raccontato Salvatore Pappalardo dell’Università di Padova. La ricerca studia il fenomeno con immagini satellitari e il coinvolgimento diretto delle popolazioni locali: “L’isola di calore che può arrivare a 100 gradi centigradi crea anomalie termiche al suolo, altera la produttività locale, provoca il fenomeno delle piogge acide e impatta sulla salute”. Ecuador, “vogliono disarticolare il movimento indigeno”. Le scelte del governo ecuadoriano e le manifestazioni popolari dei giorni scorsi sono state ai margini dell’incontro romano. All’indomani dell’accordo tra il governo e la Conaie, la confederazione che rappresenta gli indigeni, in Ecuador, “è iniziata una campagna mediatica di diffamazione – ha precisato Fajardo, rispondendo ai giornalisti –. Il 14 ottobre sono state presentate denunce penali da parte del governo contro i dirigenti indigeni, il 15 ottobre il governo ha sostituito tutti i capi militari perché chi stava nel precedente comando non aveva accettato l’ordine di sparare alla popolazione. Hanno messo nuovi comandanti, sicuramente più accondiscendenti nell’obbedire agli ordini del governo”. “Vogliono disarticolare il movimento indigeno e sociale in modo che non sia in grado di mobilitarsi nuovamente – ha aggiunto -. Temo che il governo si stia preparando per una repressione ancora maggiore rispetto a quella di ottobre”. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty international, ha osservato: “Purtroppo oggi ci troviamo di fronte ad uno stesso format. Misure impopolari dei governi, proteste e repressione. Poi dopo un paio di settimane di stato di emergenza arriva un messaggio riconciliatorio. Le piazze di tutto il mondo ribollono”.
Rassegna Stampa
DATA 25 ottobre 2019
TESTATA AgenSIR
REDAZIONE Web
Acque avvelenate da 68 miliardi di litri di scarti del petrolio sversati in 880 piscine tossiche, nere e viscide,
sulle quali si può anche camminare. Le fiamme dei “mecheros” (camini attraverso i quali si brucia il gas che
esce quando si estrae petrolio) che si sollevano verso l’alto e producono temperature fino a 100 gradi
centigradi, che distruggono la vita tutto intorno. Popoli indigeni che si estinguono perché si è interrotto il
legame vitale con la natura. Una terra di foreste e di fiumi nell’Amazzonia ecuadoriana è oggetto di
devastazione da 26 anni a causa dell’estrazione del petrolio da parte della Chevron Texaco, la multinazionale
del petrolio. La storia e la lunga vicenda giudiziaria sono note e dibattute, tant’è che nel 2001 una sentenza
ecuadoriana ha condannato la compagnia petrolifera a risarcire le vittime con 9 miliardi e mezzo di dollari.
Una corte arbitrale dell’Aja ha intimato alle autorità di Quito di compensare il colosso americano per
violazioni di un accordo sugli investimenti sottoscritto negli anni ’90 con gli Stati Uniti. Poi il presidente
dell’Ecuador Lenin Moreno ha chiesto ai tribunali di Argentina e Canada di bloccare l’omologazione all’estero
della sentenza ecuadoriana che condanna la Chevron. Ora le organizzazioni indigene, difese dall’avvocato
Pablo Fajardo, stanno tentando difficili negoziati all’Onu a Ginevra, per chiedere uno strumento giuridico
vincolante che restituisca giustizia alle vittime di disastri naturali provocati dalle grandi corporazioni. “Nella
prima riunione l’Unione europea è uscita dalla sala – ha riferito Fajardo –. Dice che non c’è bisogno di un
trattato ma sono sufficienti i principi del diritto internazionale. Ma i diritti della natura, dei contadini o dei
popoli non sono vincolanti per gli Stati, al contrario dei diritti economici e commerciali. Perciò ci chiediamo:
cosa deve prevalere nel mondo? La vita umana o il denaro?”.Rassegna Stampa 26 anni di processi e ancora non c’è giustizia. “In questi 26 anni di processi contro Chevron – ha detto Fajardo in un incontro a Roma presso l’agenzia Dire – ci siamo resi conto che non esiste accesso alla giustizia quando le vittime sono i popoli indigeni, le donne, i contadini. Non esiste una corte di giustizia internazionale dove poter chiamare in causa le multinazionali. È giusto che le aziende continuino a fare soldi, ma sempre nel rispetto delle comunità”. I coordinamenti che riuniscono 18 popoli indigeni di 15 nazionalità e 10.000 comunità di base in Ecuador hanno anche inviato il 21 ottobre una lettera al Fondo monetario internazionale per chiedere il rispetto dei diritti, la dignità e la sovranità dei popoli. Il popolo Cofan, da 15.000 a 1.200 persone. Il popolo Cofan, rappresentato da William Lucitante, leader dell’associazione delle vittime Union de afectados por Chevron Texaco (Udapt), si è drasticamente ridotto passando da 15.000 a circa 1.200 persone. “Non sono andati via, sono morti – ha precisato –. L’imposizione di forme di vita diverse, lo sfruttamento della natura e l’inquinamento ci hanno costretti a cambiare. Non possiamo più curarci con le nostre medicine tradizionali, l’acqua è inquinata”. “È importante che il mondo sappia cosa succede in Ecuador – ha affermato –: la sentenza che abbiamo vinto è stato un passo in avanti ma non è sufficiente. Per questo abbiamo deciso di estendere la lotta a livello globale. È importante che tutti conoscano la visione dei popoli indigeni e capiscano perché lottiamo”. “Oggi le comunità si aiutano da sole, noi amplifichiamo solo la loro voce”, ha precisato Gianni Del Bufalo, presidente di Volontari nel mondo-Focsiv, anche lui presente all’incontro. Le conseguenze dei gas bruciati nei”mecheros”. Nelle provincie di Orellana e Sucumbios più colpite dalla presenza della Chevron Texaco l’Università di Padova ha portato avanti un progetto di ricerca per verificare l’impatto dei fuochi legati all’estrattivismo: i gas flaring o “mecheros” in spagnolo. Dal 2012 al 2018 sono stati stimati 7.000 milioni di metri cubi di gas bruciato, con un aumento del 15% e 34 nuovi siti aperti. Ogni anno vengono bruciati 140 miliardi di gas. In una area di 5 chilometri con 120 scuole e 158 comunità locali “le persone sono costrette a respirare questi gas”, ha raccontato Salvatore Pappalardo dell’Università di Padova. La ricerca studia il fenomeno con immagini satellitari e il coinvolgimento diretto delle popolazioni locali: “L’isola di calore che può arrivare a 100 gradi centigradi crea anomalie termiche al suolo, altera la produttività locale, provoca il fenomeno delle piogge acide e impatta sulla salute”. Ecuador, “vogliono disarticolare il movimento indigeno”. Le scelte del governo ecuadoriano e le manifestazioni popolari dei giorni scorsi sono state ai margini dell’incontro romano. All’indomani dell’accordo tra il governo e la Conaie, la confederazione che rappresenta gli indigeni, in Ecuador, “è iniziata una campagna mediatica di diffamazione – ha precisato Fajardo, rispondendo ai giornalisti –. Il 14 ottobre sono state presentate denunce penali da parte del governo contro i dirigenti indigeni, il 15 ottobre il governo ha sostituito tutti i capi militari perché chi stava nel precedente comando non aveva accettato l’ordine di sparare alla popolazione. Hanno messo nuovi comandanti, sicuramente più accondiscendenti nell’obbedire agli ordini del governo”. “Vogliono disarticolare il movimento indigeno e sociale in modo che non sia in grado di mobilitarsi nuovamente – ha aggiunto -. Temo che il governo si stia preparando per una repressione ancora maggiore rispetto a quella di ottobre”. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty international, ha osservato: “Purtroppo oggi ci troviamo di fronte ad uno stesso format. Misure impopolari dei governi, proteste e repressione. Poi dopo un paio di settimane di stato di emergenza arriva un messaggio riconciliatorio. Le piazze di tutto il mondo ribollono”.
Rassegna Stampa
DATA 24 ottobre 2019
TESTATA TV 2000
REDAZIONE TG2000
AMAZZONIA, LA STORIA DEI KOFAN. GLI INDIGENI NOMADI TORNATI SULLE TERRE
Reportage Tg2000. L'inviato Massimiliano Cochi è andato in Amazzonia per dar voce a una delle popolazioni
indigene costrette ad abbandonare il territorio in seguito alle perforazioni petrolifere. Si tratta della piccola
comunità dei Kofàn.Rassegna Stampa
DATA 23 ottobre 2019
TESTATA Redattore Sociale/DIRE
REDAZIONE Web
Amazzonia, Lucitante (Udapt): "Noi, nativi Cofàn decimati dal petrolio"
Il coordinatore dell'organizzazione Union de los afectados por Chevron Texaco:"Prima che iniziasse
l'estrazione petrolifera, il nostro popolo contava 15 mila persone, ora solo 1200" ROMA - "Se non
continuiamo a combattere per i nostri diritti, le nostre vite, le nostre comunità si estingueranno": a parlare è
William Lucitante, coordinatore dell'organizzazione Union de los afectados por Chevron Texaco (Udapt)
nonché attivista del popolo Cofan, nell'Amazzonia ecuadoriana, intervenuto nel corso dell'incontro
'Guardiani d'Amazzonià nella sede dell'agenzia Dire. "Prima che iniziasse l'estrazione petrolifera, il nostro
popolo contava 15mila persone, ora solo 1200" denuncia Lucitante. "Siamo molto preoccupati. Per questo
esigiamo che il governo nazionale intervenga nei confronti delle imprese transnazionali, affinché rispettino i
diritti umani. È importante capire anche in che modo vivono i nostri popoli indigeni. Viviamo nella foresta,
l'acqua è molto importante per le nostre vite, e ora è stata contaminata".
(DIRE) © Copyright Redattore SocialeRassegna Stampa
DATA 23 ottobre 2019
TESTATA Redattore Sociale/DIRE
REDAZIONE Web
Diritti, Fajardo: L’Unione Europea si batta contro l’impunità delle multinazionali
Appello dell'avvocato delle 30 mila vittime del disastro causato dal colosso del petrolio Chevron Texaco
nell'Amazzonia ecuadoriana ROMA - "L'Europa non ha rivelato gli orientamenti dei singoli Paesi, ma ha
presentata una posizione comune. E ha fatto muro alle nostre richieste. La doppia morale non va bene: se
l'Ue tiene al rispetto dei diritti umani in Europa, deve scegliere in modo che vengano tutelati anche nel resto
del mondo". È l'appello di Pablo Fajardo, avvocato delle 30mila vittime del disastro causato dal colosso del
petrolio Chevron Texaco nell'Amazzonia ecuadoriana. Le vittime, dopo anni di battaglia legale, sono riuscite
a ottenere una sentenza in Ecuador che impone risarcimenti miliardari. L'applicazione della sentenza ha però
incontrato mille ostacoli, compresa la decisione di una corte arbitrale all'Aja che ha dato ragione al colosso
petrolifero per violazioni di un trattato sugli investimenti firmato dal governo di Quito negli anni '90. Per
questo la scorsa settimana Fajardo, assieme all'Union dos Afectados por Chevron Texaco (Udapt) e ad altre
associazioni, ha partecipato al quinto incontro del gruppo di lavoro per negoziare un trattato che vincoli le
multinazionali al rispetto dei diritti umani. Oggi Fajardo è stato protagonista di un incontro nella sede romana
dell'agenzia di stampa 'Dire', 'Guardiani d'Amazzonia', organizzato in collaborazione con l'Udapt, la
federazione del volontariato cattolico Focsiv, Amnesty International e l'Università di Padova. "Siamo arrivati
alla quinta riunione del gruppo di lavoro a Ginevra e questo è importante" dice Fajardo. Che spiega: "Oggi
esistono corti di giustizia internazionali che permettono di fare causa contro singoli individui o governi per
violazioni o crimini contro l'umanità, mentre non è possibile portare in tribunale le multinazionali. Da un
punto di vista giuridico, infatti, non esiste la responsabilità diretta delle aziende multinazionali in tema di
diritti umani. è previsto che sia lo Stato ad assumersi il ruolo di dettare le regole e vegliare sul loro rispetto.
Ma tutti sappiamo che i governi sono ostaggio delle multinazionali o di organismi finanziari come il Fondo
monetario, quindi non abbiamo garanzie". Fajardo, che nella causa contro il colosso statunitense del petrolio
ha rappresentato i diritti di 30mila persone, evidenzia l'importanza di arrivare a stabilire a livello giuridico la
responsabilità diretta delle imprese transnazionali. "Le Nazioni Unite non stanno capendo l'importanza di
questo punto o fanno finta di non capirlo" aggiunge l'attivista. "Queste imprese stanno governando il pianeta.
Se sommiamo i guadagni delle dieci multinazionali più grandi è possibile che superino le economie dei dieci
Paesi più ricchi. Non dico che le imprese non debbano fare profitti, ma nel 2019 deve finire il regime di
impunità di cui godono". In Ecuador, denunciano gli attivisti di Udapt, in 26 anni Chevron-Texaco ha sversato
68 miliardi di litri di scarti petroliferi, solventi chimici e acque tossiche, contaminando un'area vasta 450mila
ettari. "Nelle due regioni colpite - denuncia Fajardo - si registrano almeno 200 nuovi casi di tumore ogni anno.
E il 70% sono donne: sono loro le principali vittime di questi crimini ambientali". L'attivista conclude con un
nuovo appello all'Europa: "Deve assumersi le proprie responsabilità, spingendo gli Stati membri a
responsabilizzare le aziende petrolifere, come per il caso dell'Italia verso i disastri di Eni in Nigeria o della
Francia con Total o l'Olanda con Shell".
(DIRE) © Copyright Redattore SocialeRassegna Stampa
DATA 23 ottobre 2019
TESTATA Redattore Sociale/DIRE
REDAZIONE Web
Amazzonia, Del Bufalo (Focsiv): basta abusi, è la nostra casa comune
ROMA - "Siamo sulla stessa zattera. È un tema enorme, quello dell'inquinamento e delle ingiustizie subite dai
'pueblos' dell'Amazzonia ecuadoriana da parte di Chevron Texaco. È il sintomo di come questo cammino sia
assolutamente squilibrato, di come, se un percorso non è condiviso dall'inizio con tutti ma qualcuno impone
i suoi privilegi sugli altri, quello che ne risulta è estremamente dannoso per la casa comune". A dichiararlo è
Gianni Del Bufalo della federazione del volontariato cattolico Focsiv, intervenuto oggi nell'ambito della
conferenza 'Guardiani d'Amazzonia' tenutasi nella sede dell'agenzia Dire. "Focsiv in Ecuador è presente dal
2002 - ha aggiunto Del Bufalo - ma le organizzazioni che ne fanno parte sono lì dalla fine degli anni '60".
(DIRE) © Copyright Redattore SocialeRassegna Stampa
DATA 23 ottobre 2019
TESTATA Redattore Sociale/DIRE
REDAZIONE Web
Amazzonia, Fajardo: ora uno strumento Onu contro gli abusi delle multinazionali
Iniziativa delle vittime di Chevron Texaco e di altri 250 collettivi per ottenere uno strumento politico
vincolante che garantisca l'accesso alla giustizia dei popoli contro le multinazionali ROMA -"Il caso Chevron
riflette il grande vuoto legale per cui ai popoli viene spesso negato l'accesso alla giustizia quando subiscono
abusi da grandi aziende. Come Udapt (Union de los afectados por Chevron Texaco) ci siamo uniti alla
campagna internazionale per ottenere uno strumento politico vincolante che garantisca l'accesso alla
giustizia dei popoli contro le multinazionali". Lo dichiara Pablo Fajardo, l'avvocato che in Ecuador difende le
vittime di Chevron Texaco, nel corso di un incontro all'agenzia Dire. "Abbiamo fatto un documento insieme
ad altri 250 collettivi sociali, una proposta alle Nazioni Unite affinché questo strumento venga costituito"
spiega Fajardo, reduce dalla quinta riunione sul trattato, tenutasi a Ginevra la scorsa settimana. "Chiediamo
solidarietà ai popoli, le aziende continuino pure a fare soldi nei nostri territori, ma rispettino le comunità,
senza sacrificare la vita dei villaggi". Ancora Fajardo: "In questi 26 anni di processo contro Chevron abbiamo
scoperto che, in tutto il mondo, non c'è accesso alla giustizia: non quando le vittime sono donne, popolazioni
indigene, contadini e dall'altra parte c'è una grande azienda come Chevron".
(DIRE) © Copyright Redattore SocialeRassegna Stampa
DATA 23 ottobre 2019
TESTATA TV2000
REDAZIONE Siamo noi
SINODO AMAZZONICO, IL NUOVO SGUARDO DELLA CHIESA
Siamo Noi, programma pomeridiano di Tv2000 in diretta alle 15.20, torna a parlare di Sinodo, l’Assemblea
dei vescovi voluta da Papa Francesco dedicata all’Amazzonia. Intervengono in studio: Suor Alessandra
Smerilli, docente di Economia Politica alla Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione “Auxilium” di Roma;
Pablo Fajardo Mendoza, avvocato e attivista ecuadoriano; Domenico Gaudioso, uditore del Sinodo; Gianni
del Bufalo, direttore generale della FOCSIV, Federazione degli Organismi Cristiani Servizio Internazionale
Volontario.Rassegna Stampa
DATA 23 ottobre 2019
TESTATA RAI 1
REDAZIONE UNOMattina
L’avvocato Pablo Fajardo di UDAPT, l’Associazione delle vittime della Chevron Texaco, in studio con Filippo
Di Girolamo, sacerdote e giornalista.Rassegna Stampa
DATA 21 ottobre 2019
TESTATA Pressenza.com
REDAZIONE Web
Dibattito con legale 30 mila vittime Ecuador in lotta con Chevron
Far sì che Chevron Texaco risponda dei crimini commessi nell’Amazzonia ecuadoriana, terra di foreste e di
fiumi avvelenata da 68 miliardi di litri di scarti petroliferi, solventi chimici e acque tossiche: è l’impegno di
Pablo Fajardo, avvocato e attivista che rappresenta circa 30mila vittime del colosso statunitense.
Di questa lotta e dei tanti ostacoli sulla via della giustizia Fajardo discuterà nella redazione dell’agenzia Dire
mercoledì, alle ore 11, in un incontro aperto al pubblico.
A partecipare e a intervenire insieme con lui William Lucitante, dell’associazione delle vittime Unión de
Afectados por Chevron-Texaco (Udapt), Gianni Del Bufalo, della federazione del volontariato cattolico Focsiv,
Riccardo Noury, dell’ong Amnesty International, e Salvatore Pappalardo, dell’Università di Padova, coinvolta
in nuovi studi sull’inquinamento da idrocarburi in Ecuador.
Durante l’incontro, collegato alle iniziative e ai dibattiti di ‘Amazzonia: casa comune’, un’iniziativa che
accompagna il Sinodo speciale in corso in Vaticano fino al 27 ottobre, saranno ripercorse le tappe di una
battaglia giudiziaria cominciata ben 26 anni fa.
Dalla sentenza ecuadoriana che nel 2011 ha condannato Chevron Texaco a risarcimenti per nove miliardi e
mezzo di dollari fino al verdetto di una corte arbitrale dell’Aja che ha intimato alle autorità di Quito di
compensare il colosso nordamericano per violazioni di un accordo sugli investimenti sottoscritto con gli Stati
Uniti negli anni ’90.
Al centro del dibattito, moderato dal giornalista Vincenzo Giardina, anche le scelte del nuovo governo
dell’Ecuador. “Il presidente Lenin Moreno ha chiesto ai tribunali di Argentina e Canada di bloccare
l’omologazione all’estero della sentenza ecuadoriana che condanna Chevron” denuncia Fajardo. “Nel nome
di una nuova alleanza con gli Stati Uniti e il Fondo monetario internazionale, si afferma il primato del diritto
commerciale sui diritti umani”.Rassegna Stampa
DATA 21 ottobre 2019
TESTATA Agenzia DIRE
REDAZIONE Web
ROMA – Far si’ che Chevron Texaco risponda dei crimini commessi nell’Amazzonia ecuadoriana, terra di
foreste e di fiumi avvelenata da 68 miliardi di litri di scarti petroliferi, solventi chimici e acque tossiche: e’
l’impegno di Pablo Fajardo, avvocato e attivista che rappresenta circa 30mila vittime del colosso statunitense.
Di questa lotta e dei tanti ostacoli sulla via della giustizia Fajardo discuterà nella redazione dell’agenzia Dire
mercoledi’ 23 ottobre, alle ore 11, in un incontro aperto al pubblico. A partecipare e a intervenire insieme
con lui William Lucitante, dell’associazione delle vittime Unión de Afectados por Chevron-Texaco (Udapt),
Gianni Del Bufalo, della federazione del volontariato cattolico Focsiv, Riccardo Noury, dell’ong Amnesty
International, e Salvatore Pappalardo, dell’Universita’ di Padova, coinvolta in nuovi studi sull’inquinamento
da idrocarburi in Ecuador.
Durante l’incontro, collegato alle iniziative e ai dibattiti di ‘Amazzonia: casa comune’, un’iniziativa che
accompagna il Sinodo speciale in corso in Vaticano fino al 27 ottobre, saranno ripercorse le tappe di una
battaglia giudiziaria cominciata ben 26 anni fa. Dalla sentenza ecuadoriana che nel 2011 ha condannato
Chevron Texaco a risarcimenti per nove miliardi e mezzo di dollari fino al verdetto di una corte arbitrale
dell’Aja che ha intimato alle autorita’ di Quito di compensare il colosso nordamericano per violazioni di un
accordo sugli investimenti sottoscritto con gli Stati Uniti negli anni ’90.
Al centro del dibattito, moderato dal giornalista Vincenzo Giardina, anche le scelte del nuovo governo
dell’Ecuador. ‘Il presidente Lenin Moreno ha chiesto ai tribunali di Argentina e Canada di bloccare
l’omologazione all’estero della sentenza ecuadoriana che condanna Chevron” denuncia Fajardo. ‘Nel nome
di una nuova alleanza con gli Stati Uniti e il Fondo monetario internazionale, si afferma il primato del diritto
commerciale sui diritti umani’.Rassegna Stampa
DATA 16 ottobre 2019
TESTATA Famiglia Cristiana
REDAZIONE Web
MIGRANTI IN AMERICA LATINA:L’ECUADOR DELLA RUTA ANDINA
16/10/2019 Storie "in cammino" di difficoltà e coraggio dall'Ecuador, terra di passaggio: dai colombiani in
fuga nel 2000 al collasso economico del Venezuela, un flusso quasi ininterrotto fino ai giorni nostri.
La storia di Medardo: «Io, in fuga dagli uomini che hanno ucciso mio padre»
«Mi sento solo. Mio padre è stato ucciso dagli stessi che hanno minacciato di morte anche me. Avevo un
negozio a Bogotà, i gruppi paramilitari mi chiedevano il pizzo, i primi tempi riuscivo a pagare poi gli affari
sono andati male. L'ultima richiesta a dicembre 2018. Non ce la facevo più, sono scappato. Ho una cugina,
ma abita ad un'ora e mezza da qui, per me è lontano. Un altro cugino è in Colombia, ma là non posso tornare.
E mia sorella vive negli Stati Uniti». Nonostante questo, Medardo Gomez, 64 anni, rifugiato in Ecuador da
maggio 2019, si trova bene. Sa che non potrà mai tornare a casa, perché «il processo di pace non è positivo»,
spiega. «L'accordo prevedeva cinque senatori fissi per le Farc, indipendentemente dal risultato elettorale.
Queste persone, che erano diventate parte del Congresso colombiano, hanno deciso di uscire. Chiaro segnale
che l'accordo è fallito. I guerriglieri stanno tornando sulle montagne per riprendere in mano i fucili».
Medardo lavora come gelataio a Lago Agrio, è assistito dalla Caritas ed è in possesso della “tarjeta de
comida”, una tessera alimentare rivolta a rifugiati e migranti, finanziata dal Programma Alimentare Mondiale
(WFP) degli Stati Uniti, attraverso USAID: 25 dollari al mese per ricevere cibo.
Ecuador ed emigrazione, dai colombiani ai venezuelani: monsignor Celmo Lazzari parla dell'emergenza in
America Latina
«Questa è veramente una terra di emigrazione», dice mons. Celmo Lazzari, giuseppino del Murialdo, pure lui
immigrato perché di origini brasiliane, vescovo del vicariato apostolico di Sucumbíos, la provincia
maggiormente interessata dall'emigrazione perché vicina alla frontiera con la Colombia, dalla quale è
separata dal fiume San Miguel.Rassegna Stampa
«Negli anni Settanta c'erano tre popolazioni: i Cofanes, o Siones e i Secoyas. Poi, da altre province, sono
arrivati i Kichwas e gli Shuars, ai quali il governo dell’Ecuador regalava 50 ettari di terra affinché disboscassero
e fornissero braccia all’industria nascente del petrolio. Nel 1971 è stato scavato il primo pozzo; è allora che è
nata Lago Agrio. Che è stato il loro “bene”, se intendiamo che ha incrementato l'occupazione, ma soprattutto
il loro male, perché la zona è totalmente inquinata: suolo, acqua e aria. La città si è formata proprio con i
migranti. L'emigrazione forzata però è un'altra cosa, ed è un'altra emergenza per la nostra Chiesa, l'Ecuador
e le nazioni vicine».
Negli anni 2000 sono arrivati i colombiani, che vivevano la fase acuta della guerra civile, con l’aviazione
militare che distruggeva le piantagioni di coca e la gente non sapeva più come vivere; nel 2013 il loro flusso
si era un po' calmato. Ma, da due anni, l'Ecuador è interessato da un flusso costante di venezuelani che
scappano da un Paese al collasso economico; hanno raggiunto i 300mila. «Anche se la maggior parte dei
venezuelani non arriva qui, perché transita altrove e finisce a Ipiales-Tulcan, i numeri all'inizio, ci hanno
comunque trovati impreparati e abbiamo dovuto improvvisare: pasti caldi, materassi. Poi abbiamo cercato
di strutturarci, consapevoli che l'unica soluzione è la collaborazione nazionale e internazionale. Ci siamo
messi in contatto con altre città che ricevono migranti, ed è nata la “Red Clamor”, una rete di organizzazioni
della Chiesa cattolica di America Latina e Caraibi, che si occupa di immigrazione su iniziativa delle Caritas
diocesane nazionali e dei vicariati. Al momento sono attive in tutto il sud America oltre 500 istituzioni
(alberghi, mense, servizi di consulenza giuridica e sanitaria), che si occupano di accoglienza ed integrazione.
C'è una collaborazione che fa sì che quando una persona parte verso un'altra città o un altro Paese, sa già
dove andare. Nel nostro vicariato abbiamo aperto la Casa del Migrante “Buon Samaritano”, che offre vitto
alloggio ad un massimo di 45 persone, per un’accoglienza temporanea di 3-5 giorni; un'altra mensa “Cinco
Panes” è sostenuta dalle congregazioni religiose presenti nel vicariato. Ma i flussi non sono mai costanti, ci
sono giorni in cui aumentano, altri in cui diminuiscono».
La media è di circa 200 arrivi al mese; fuggono dal loro Paese a causa dello scontro tra il governo di Nicolas
Maduro e l’opposizione, ma soprattutto per il deteriorarsi della situazione economica», spiega Matteo
Faregna, in servizio civile alla Caritas di Sucumbíos per conto della federazione di Ong cattoliche, Focsiv.
Un giorno eccezionale è stato il 25 agosto con un flusso inarrestabile: «Questo è accaduto perché molti si
sono precipitati sapendo che il giorno successivo - 26 agosto 2019 - sarebbe entrata in vigore la legge con la
quale lo Stato ecuadoriano ha reso obbligatorio per chi entra avere già un visto umanitario, in un'ottica di
contenimento degli arrivi. Una politica già intrapresa da Cile e Perù», dice Davide Muradore, altro volontario
Focsiv. «Si vede e si sente da parte dei governi latino-americani un progressivo chiudersi», aggiunge mons.
Lazzari. «Tuttavia, ci sono 500 chilometri di frontiera con la Colombia, di notte i controlli sono più blandi, chi
vorrà arrivare, arriverà, solo che sarà clandestino».
«Secondo i dati del Ministerio de Relaciones Exteriores y Movilidad Humana dell’Ecuador, nel mese di aprile
2019 sono entrati nella sola provincia di Sucumbíos, quasi 6.000 venezuelani», riprende Davide. «In tutto il
2017 il numero degli ingressi non era arrivato neanche a 1000. Questo incremento esponenziale degli arrivi
è dovuto al peggioramento della crisi in Venezuela e al fatto che l’Ecuador si trovi nel mezzo della Ruta andina,
quella rotta migratoria che venezuelani e colombiani seguono fino ad arrivare in Perù, Cile e Argentina, i
principali paesi di destinazione. Io mi occupo di progetti agricoli con Cefa, ma una volta a settimana vado a
dare una mano a Matteo in Caritas. Mentre prepariamo i pasti, entriamo in relazione con gli ospiti. C'è chi ci
chiede informazioni geografiche ("Dove mi trovo?"), chi un cellulare per mandare un messaggio whatsapp o
fare una chiamata; i bambini hanno voglia di giocare e distrarsi, gli adulti di ritrovare momenti di tranquillità
prima di ripartire. Così, mentre diamo lezioni di italiano improvvisate ad una mamma diciassettenne,
parliamo con lei dei suoi sogni per il futuro. Oppure ci capita di rimanere affascinati dalla determinazione di
una nonna di 58 anni, che nell’insegnarci tutti i trucchi per cucinare delle arepas (tipiche focaccine
venezuelane) perfette, ci parla dei suoi tre nipoti con cui è in viaggio da sola».Puoi anche leggere