Veni, Vidi, Vinci - Franco Fagioli, Il Pomo d'Oro, Deutsche

Pagina creata da Gabriele Pavan
 
CONTINUA A LEGGERE
Veni, Vidi, Vinci – Franco
Fagioli,   Il  Pomo  d’Oro,
Zefira   Valova   (Deutsche
Grammophon CD)
Dopo l’omaggio a Händel, con l’album che raduna alcune delle
più note arie tratte da opere del “Caro Sassone”, la Deutsche
Grammophon pubblica un nuovo cd (la data di uscita è
annunciata per l’8 maggio prossimo venturo) dedicato a
Leonardo Vinci, intitolato “Veni, Vidi, Vinci”: una collana di
arie, molte di esse in prima registrazione assoluta, che fanno
luce sulla produzione operistica di uno dei massimi
compositori della cosiddetta Scuola Napoletana del Settecento.
Lo affida ancora al controtenore Franco Fagioli, la cui
notorietà è ormai un dato di fatto. Il cd, prima ancora che
per la qualità esecutiva, si segnala per la volontà di far
ricerca analitica sulle fonti che confermano come la
migrazione di arie da un’opera all’altra fosse consuetudine
assodata nell’opera seria settecentesca, con quella ben nota
interscambiabilità che non arrivava mai a compromettere il
filo della narrazione essendo alle arie demandato il compito
di fermare l’azione per far luce su un sentimento o uno stato
d’animo di ciascun personaggio, approdo espressivo interiore
di un intreccio portato invece avanti dai recitativi. Vinci,
impostosi come autore di commedie per musica passò poi
all’opera seria; in essa fece valere la gradevolezza di una
fluente vena melodica applicata all’arte della fioritura
vocale e sposò l’estetica della metafora barocca in tutte le
sue sfumature. Ampio fu poi il suo ricorso ai libretti più
utilizzati di quel tempo, quelli di Pietro Metastasio, alcuni
dei quali musicati per la prima volta proprio da lui, come
avvenne per il leggendario Artaserse, l’ultima sua opera.
Permise ai cantanti dell’epoca, che fossero essi castrati,
prime donne o tenori, di mostrare il meglio delle loro
possibilità vocali.

Questo cd lo attesta perché raduna diverse pagine che, appena
intonate da determinate voci, subito migrarono in altre opere
affidate a nuovi divi, anche di diverso registro vocale. Si
parte dalle arie “Sembro quell’usignolo”* e “Più non so finger
sdegni”* da Il trionfo di Camilla, la prima cantata dalla
celeberrima Faustina Bordoni, la seconda sempre dalla Bordoni,
per poi passare all’altrettanto famosa rivale Francesca
Cuzzoni quando l’aria finì nell’Elpidia. Lo stesso avvenne per
“Sorge talora fosca l’aurora” da L’Ernelinda, cantata in prima
battuta da Carlo Scalzi, castrato che per cinque anni
collaborò spesso con Vinci per poi divenire al King’s Theatre
di Londra uno dei cantanti favoriti da Händel e poi (anche se
senza il recitativo, “Ove corri? Ove vai?”, che la precede)
alla Bordoni quando l’aria si ascoltò ne Il trionfo di
Camilla. Così avvenne ancora per l’aria “Nube di denso
orrore”* che, cantata da Scalzi ne L’Ernelinda, passò poi al
castrato Giacinto Fontana, detto il “Farfallino”, per i panni
femminili di Cunegonda in Gismondo re di Polonia, dalla quale
opera si ascolta anche “Quell’usignolo ch’è innamorato”*
affidata al castrato Filippo Balatri e “Nave altera, che in
mezzo all’onde”, quest’ultima cantata dal tenore Antonio
Barbieri ma poi accolta nel pasticcio L’abbandono di Armida e
interpretata dal soprano Caterina Giorgi. Al tenore Giovanni
Paita fu affidata l’aria “Gelido in ogni vena” da Siroe re di
Persia, anche se le note di copertina del cd, firmate da
Roberto Scoccimarro, ricordano che il manoscritto utilizzato
per questa pagina sia scritto in chiave di soprano, così da
non escludere l’utilizzo che in altre occasioni fu fatto della
stessa per voce di castrato, mentre l’aria “Barbara mi
schernisci”, inizialmente cantata da Carlo Scalzi ne La
Rosmira fedele fu reimpiegata nel pasticcio di Händel Elpidia
e questa volta cantata dal celebre castrato Francesco
Bernardi, detto “Il Senesino”. Dopo aver citato le arie
“Sull’ali del suo amor”*, ancora da L’Ernelinda e l’acrobatica
aria con tromba obbligata “Vil trofeo d’un’alma imbelle”* da
Alessandro nell’Indie, affidata al contralto castrato Raffaele
Signorini, talvolta definito anche soprano, il cd si completa
con due arie, tratte dal dramma per musica Medo, che Vinci
scrisse per il leggendario castrato Farinelli: la prima
“Scherzo dell’onda instabile”* (che Farinelli si portò come
aria di baule quando eseguì il Catone in Utica di Leonardo
Leo) e “Sento due fiamme in petto”.

Un bel florilegio belcantistico che ci pone dinanzi
all’evidenza di quanto assai poco contasse nel Settecento il
rapporto timbro ruolo e di quanto invece, all’opposto, fosse
importante far vivere la magia virtuosistica che una stessa
aria poteva mantenere passando da un’opera all’altra, o da una
voce all’altra anche quando non necessariamente appartenente
allo stesso registro. Franco Fagioli, che è un virtuoso
assoluto, e qui ancora una volta lo conferma, esegue tutte le
arie, che siano esse per castrato, soprano, contralto o
tenore, con il puntuale e morbido accompagnamento del
complesso strumentale Il Pomo d’Oro, guidato da Zefira Valova
senza eccedere in frenesia ritmica “baroque rock” ma anche con
grande attenzione ai colori nelle pagine di risvolto patetico.
Il grande controtenore argentino subito si impone per
quell’arte di fiorire la linea vocale con trilli, nei quali
credo nessun controtenore al mondo oggi lo eguagli, e con
quella funambolica sicurezza nel gestire la voce nei salti di
registro che hanno sempre contraddistinto una vocalità
dall’estensione particolarmente ampia, dall’acuto al grave e
viceversa, con quella tinta brunita che dona alle note gravi
una timbratura all’occorrenza imperiosa. La dizione, invero,
non è mai stata il suo forte, ma sul versante puramente
virtuosistico arie come “Nave altera, che in mezzo all’onde”,
“Sull’ali del suo amor”, “Vil trofeo d’un’alma imbelle” e
“Scherzo dell’onda instabile” lo vedono vincente in ornamenti
d’ogni genere: trilli, passaggi vocalizzati, note ribattute,
scale discendenti e ascendenti e tutto ciò che contribuisce a
stupire con un virtuosismo che fa a gara, in termini di
acrobatismo e fantasia espressiva, con quello di Cecilia
Bartoli.

Se l’avvento di Franco Fagioli ha contribuito a donare alla
figura del controtenore un volto completamente rinnovato, ciò
è avvenuto grazie a una nuova consapevolezza nell’utilizzare
il proprio registro di testa, donandogli, se non omogeneità
d’emissione in senso assoluto nel dosaggio tra i diversi
registri, almeno una carnosità di suono e una ricerca di
proiezione dello stesso che fino a pochi anni or sono erano
impensabili a voci di controtenore utilizzate in parti pensate
per voce di castrato. Ancora oggi – sia detto con chiarezza in
tempi che hanno definitivamente e non sempre opportunamente
sdoganato l’utilizzo dei controtenori in questo ambito,
preferendoli spesso e volentieri a un più opportuno utilizzo
di mezzosoprani e contralti – non tutti sanno, come lui, cosa
significhi possedere gli strumenti vocali necessari per
plasmare a regola d’arte un’emissione che ha finito per
vincere i limiti stessi del falsetto. Fagioli lo ha fatto
ricercando soluzioni assolutamente nuove sul piano di un canto
che, pur apparendo costruito con una forza di volontà ferrea e
una consapevolezza tecnico-stilistica che rasenta il
prodigioso per voci come la sua, non appare mai esile, quindi
lontano dai languori angelicati dei falsettisti anglosassoni o
dalle filigranature adolescenziali di certi sopranisti di
scuola francofona che oggi vanno per la maggiore. Sentire come
la sua voce giochi con le note, ammirare i funambolici salti
di ottava, sentir sgranare agilità con arcate di fiato da
primato e bearsi delle minute fioriture con cui inghirlanda le
pagine che maggiormente insistono sulla pittura della parola,
vedasi l’aria “Quell’usignolo ch’è innamorato” con due flauti
obbligati, o sul cullante incedere galante e soave di “Più non
so finger sdegni”, o ancora sull’incertezza sentimentale di un
animo, quello di Giasone, diviso fra due amori in “Sento due
fiamme in petto” (lunga aria farinelliana che chiude la
compilation), non fanno che confermare come il controtenorismo
moderno, grazie a lui e a ben pochi altri eletti abbia, oggi
più che mai, toccato vertici esecutivi tali da far addirittura
recuperare una visione stilisticamente attendibile di quello
che fu il canto dei cantori evirati settecenteschi, perduto
nel tempo ma recuperato in qualche modo a nuova vita.

Per altro merita ricordare che è proprio di Leonardo Vinci
l’aria di tempesta di Arbace “Vo solcando un mar crudele”
(video) scritta per un altro castrato leggendario, Giovanni
Carestini, e tratta da Artaserse, opera che Fagioli ha
registrato dal vivo in Cd come in Dvd in un fortunato
spettacolo dell’Opéra National de Lorraine a Nancy. Si vede
Fagioli in elegante giustacuore settecentesco, imparruccato e
con il viso incipriato come un aristocratico dell’età dei
lumi, che supera prodezze vocali inimmaginabili; su YouTube il
video ha superato di gran lunga il milione di visualizzazioni
e manda letteralmente in visibilio il pubblico, pronto a
tributargli al termine dell’aria un applauso che definire
trionfale è poco, mentre le ancelle che fin lì l’hanno
attorniato assistendo all’esternazione dei sentimenti tradotti
in belcanto lo coprono di coriandoli dorati. Davvero un bel
traguardo per un controtenore e, insieme, per la barocco
renaissance, che ormai annovera, piacciano o meno, i suoi
nuovi divi. [Rating:5/5]

                      VENI, VIDI, VINCI
                    Arie di Leonardo Vinci
                 Franco Fagioli, controtenore
                        Il Pomo d’Oro
           Zefira Valova, direttore e primo violino
                Etichetta: Deutsche Grammophon
                         Formato: CD
Registrazione effettuata a Villa San Fermo, Lonigo, marzo 2019
                *Prime registrazioni assolute
Puoi anche leggere