Pane e carbone. L'emigrazione italiana in Belgio nel decennio 1946-1956 - Novecento.org

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Pane e carbone. L’emigrazione
italiana   in   Belgio    nel
decennio 1946-1956
 La rampa della miniera al Bois du Caizeir (Marcinelle) il giorno dopo
 l’incidente in cui morirono 262 minatori, di cui 136 italiani. Foto di
                        Wim van Rossem / Anefo –
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 INDICE

     1.   Testo esperto con bibliografia
     2.   Testo per gli allievi
     3.   Dossier
     4.   Attività didattica

              Testo esperto con bibliografia

Ricostruzione ed «emigrazione assistita» nel secondo
dopoguerra
Imparate una lingua e andate all’estero[1]. Anche senza questa
ben nota raccomandazione di Alcide De Gasperi, la ripresa
dell’emigrazione italiana nel secondo dopoguerra si sarebbe
imposta come una «necessità vitale» per un paese uscito dalla
guerra sconfitto ed economicamente in ginocchio. La prima
grande ondata migratoria dell’Italia contemporanea – la
cosiddetta «grande emigrazione» (1880-1930) – si era svolta al
di fuori di un’organizzazione istituzionalizzata ed era stata
contrassegnata, almeno nella prima fase, da una certa libertà
di movimento. I flussi migratori che riprendono dopo la fine
del secondo conflitto avvengono invece in un contesto
fortemente dirigista e in un quadro di accordi bilaterali che
tendono ad una rigida pianificazione degli spostamenti della
forza lavoro. È lo stesso governo italiano che nel 1948, nel
presentare il programma economico di ricostruzione secondo gli
obiettivi del Piano Marshall, decide di puntare
sull’esportazione di manodopera come misura di contenimento
della disoccupazione, allora molto alta, e come ammortizzatore
della conflittualità sociale del paese [Franzina 2001, 403;
Colucci 2008, 231]. Il governo, e segnatamente l’esecutivo
democristiano a guida De Gasperi, considerava l’emigrazione
come la principale leva economica della ricostruzione, come si
evince dall’intervento conclusivo tenuto dallo stesso De
Gasperi al III° Congresso nazionale della DC nel giugno del
1949: in questa assemblea lo statista si spinge a dire di
essere pronto a rinunciare agli aiuti degli americani in
cambio della libertà di far emigrare i disoccupati italiani,
perché i soldi delle rimesse sarebbero arrivati subito, mentre
i piani di sviluppo del Piano Marshall avrebbero dato dei
benefici economici in tempi molto più lunghi. L’allora Primo
ministro «auspica a questo fine una collaborazione
internazionale che apra ai lavoratori italiani i mercati del
lavoro esteri» [Morandi 2011, 46]. All’esubero di manodopera
italiana corrispondeva una carenza di lavoratori nei paesi di
immigrazione: proprio su questo bisogno di braccia a basso
costo da parte dei paesi d’oltralpe poggia la convinzione dei
governi italiani di poter esportare la forza lavoro
inutilizzata in patria laddove maggiore era la domanda, in
Svizzera, Francia, Gran Bretagna, e nel paese che qui ci
interessa, il Belgio.

Come quello verso le altre nazioni sopra menzionate, anche il
movimento di lavoratori verso il Belgio fu una migrazione
«assistita» le cui condizioni vengono stabilite da accordi
bilaterali tra l’Italia e il paese di destinazione.

L’accordo minatori – carbone
Il trattato con il Belgio, siglato nel giugno del 1946,
prevedeva che i lavoratori italiani venissero destinati al
lavoro nelle miniere di carbone e assicurava all’Italia una
determinata quantità di carbone per ogni minatore inviato in
Belgio. Questo aspetto dell’accordo «minatori vs carbone» – il
trattato parla testualmente di «accordo minatori-carbone» – è
fra i più controversi perché, equiparando i lavoratori ad una
merce, scambiata con altra merce, ha indotto molti minatori
italiani a definirsi «deportati economici, venduti dall’Italia
per qualche sacco di carbone» [Franzina 2002, 168]. Oltre a
questa questione il trattato si occupava di tutti gli altri
aspetti del reclutamento e regolava le procedure di
immigrazione fin nel dettaglio. Tanto da parte italiana quanto
da parte delle autorità belghe si preferiva tacere invece
sulle condizioni di vita che attendevano gli operai italiani
destinati all’industria estrattiva del Belgio, le cui
strutture erano ormai irrimediabilmente invecchiate.

La crisi dell’industria mineraria belga e la «battaglia
del carbone»
All’indomani della seconda guerra mondiale l’apparato
minerario della Vallonia (la regione industriale del Belgio
meridionale, dove avevano sede i principali bacini carboniferi
del paese), caratterizzato da strutture vecchie e pericolose e
non in grado di reggere la concorrenza dei paesi circostanti,
era ormai in declino e poteva sostenersi solo grazie agli
aiuti di Stato [Cumoli 2009, 3].

Nonostante la loro irreversibile crisi, gli impianti
estrattivi del Belgio si stavano preparando ad uno sforzo
produttivo senza precedenti. Almeno due fattori spiegano
questa apparente contraddizione: l’aumento della domanda di
carbone per sostenere i bisogni della ricostruzione
postbellica, in Belgio e in altri paesi europei, e la scelta
del governo belga di tenere basso il prezzo di vendita del
minerale, stimolandone ulteriormente la domanda. Così, sotto
la spinta di una richiesta di combustibile in aumento, gli
industriali del carbone avevano preferito rinviare la
modernizzazione e il rinnovamento delle miniere, mantenendo in
attività i vecchi impianti, sebbene logori e arretrati.

Nonostante la «battaglia del carbone», lanciata nel 1945 dal
Primo ministro belga con l’intento di convincere i suoi
concittadini a tornare in miniera, i belgi non erano più
disposti a scendere nelle viscere della terra e si erano
rivolti verso lavori meno duri e pericolosi.

La carenza di manodopera autoctona aveva spinto il governo
belga a tentare diverse soluzioni: scartata l’ipotesi di
utilizzare i prigionieri di guerra tedeschi, ci si rivolse al
reclutamento di lavoratori da paesi stranieri, in primo luogo
dall’Italia. Con il nostro paese venne firmato il già
ricordato accordo bilaterale del 1946, anno in cui si apre
ufficialmente l’emigrazione italiana verso il Belgio nel
dopoguerra.

Il reclutamento degli aspiranti minatori
Le pratiche del reclutamento esplicitamente previste
nell’accordo non sono diverse da quelle dei protocolli firmati
con altri paesi: il fabbisogno       di manodopera italiana
nell’industria mineraria belga       era fissato in 50.000
lavoratori (da trasferire in Belgio in numero di 2.000 alla
settimana), con un’età massima di 35 anni e in buono stato di
salute. Ufficialmente la «filiera» del reclutamento era la
seguente: i datori di lavoro belgi inviavano le offerte di
impiego al Ministero del lavoro italiano che le trasmetteva
agli uffici di collocamento dei comuni. Qui le offerte di
lavoro erano pubblicizzate da allettanti manifesti, affissi
sulle piazze e nei bar di tutta la Penisola, che invitavano a
partire per le miniere del Belgio e prospettavano al futuro
emigrante favorevoli condizioni di lavoro e di alloggio. Una
volta individuato il candidato, iniziava la trafila delle
visite mediche: la prima presso l’Ufficio sanitario del comune
di residenza, da dove i futuri migranti erano poi inviati
presso l’Ufficio provinciale del lavoro per un’ulteriore
visita di controllo. I candidati ritenuti idonei erano
trasferiti al Centro per l’emigrazione in Belgio di Milano,
situato nei locali di un’ex caserma a Piazza Sant’Ambrogio,
dove erano sottoposti alla selezione definitiva da parte della
Commissione belga per l’immigrazione e al controllo incrociato
della polizia belga e italiana. Proprio quest’ultima selezione
rappresentava una questione particolarmente delicata, che
evidenzia lo squilibrio su cui erano costruiti gli accordi
bilaterali, a svantaggio del paese d’emigrazione e dei suoi
lavoratori. Se teoricamente la polizia belga non poteva
operare nessuna selezione tra le file dei candidati, nella
realtà molti braccianti che avevano partecipato alle lotte
agrarie e all’occupazione delle terre vennero respinti come
«indesiderabili» [Franzina 2002, 166]; allo stesso modo,
almeno fino a una certa data, la Fédéchar (Federazione delle
compagnie belghe del carbone) continuò a preferire i
lavoratori dell’Italia settentrionale, considerati, secondo
triti stereotipi, «più assidui, più laboriosi, più
disciplinati» rispetto ai colleghi meridionali [Cumoli 2009,
10]. Dato che queste pratiche di selezione non erano previste
dagli accordi ed erano sopportate dalle autorità italiane «a
denti stretti per non mettere a repentaglio tutta
l’emigrazione» [Morandi 2011, 57], a questo reclutamento
«istituzionale» si affiancò presto un sistema parallelo di
ingaggio, organizzato direttamente dalle singole miniere. Le
compagnie carbonifere reclutavano la forza lavoro a loro più
congeniale – candidati politicamente inoffensivi ed originari
di regioni precise – direttamente nei comuni, attraverso il
filtro delle reti parrocchiali e una rete di trafficanti di
migranti. Quale che fosse stato il metodo di ingaggio, una
volta superata la selezione al Centro di emigrazione di
Milano, gli emigranti erano accompagnati sui treni diretti in
Belgio, alla stazione di Namur, nel cuore dei bacini
carboniferi del paese. Una volta arrivati alla miniera loro
destinata, i nuovi immigrati erano sottoposti ad un ultimo
esame da parte del responsabile medico della miniera e, se
dichiarati inadatti al lavoro sotterraneo, venivano destinati
ad altri settori o, più spesso, rimpatriati. Agli idonei
veniva invece rilasciato un permesso di lavoro – della durata
di un anno, rinnovabile – che vincolava il lavoratore a cinque
anni di attività ininterrotta nel settore minerario, pena
l’espulsione.

Le difficili condizioni di vita e di lavoro dei
minatori
Se le traversie per essere assunti nei distretti carboniferi
erano lunghe e accidentate, non meno traumatico era per molti
lavoratori l’impatto con la miniera, con il «lavoro di fondo»
talvolta a più di mille metri di profondità. L’inesperienza,
la mancanza di un periodo di formazione e l’ignoranza delle
reali condizioni in cui avrebbero dovuto lavorare rendevano
particolarmente traumatica la prima discesa al fondo, tanto
che non erano pochi quelli che si rifiutavano di scendere[2].
Anche il salario era nettamente inferiore a quello sperato e
promesso nell’accordo bilaterale, perché una parte era legata
al lavoro a cottimo, il che tra l’altro, costringendo i
minatori a risparmiare tempo, li spingeva a tralasciare le
procedure di sicurezza e ad esporsi al rischio di
incidenti[3]. La mancata osservanza di quanto previsto e
promesso dagli accordi bilaterali fu all’origine di un numero
molto alto di rimpatri [De Clementi 2010, 155].

Anche per quanto riguarda le condizioni di vita dei
lavoratori, le promesse di «convenienti alloggi» propagandate
dagli accordi rimasero deluse: gli immigrati vennero ospitati
nelle baracche di ex campi di concentramento, prive di
elettricità e con i servizi igienici all’aperto.

La tragedia di Marcinelle, una miniera obsoleta e
pericolosa
Le difficili condizioni di lavoro e l’assenza di adeguate
misure di sicurezza provocarono moltissimi incidenti e veri e
propri disastri. Il più grave avvenne nella miniera di carbone
del Bois du Cazier, nel bacino carbonifero di Charleroi, nei
pressi della cittadina belga di Marcinelle. Come gran parte
delle miniere della Vallonia, anche quella di Marcinelle
presentava strutture vecchie e malandate, tanto che già dagli
anni Venti si discuteva di una possibile chiusura del sito.
L’aumento della domanda di carbone e l’arrivo di manodopera
straniera a basso costo consigliarono agli industriali di
sfruttare al massimo gli impianti, rinviando ad altro tempo il
loro ammodernamento e la loro messa in sicurezza. All’epoca
dell’incidente le armature del Bois du Cazier erano ancora in
legno, i cavi elettrici erano collocati in punti pericolosi,
mancavano i mezzi estintori e non esistevano né vie di fuga né
porte stagne.

In questa struttura obsoleta l’incendio, scoppiato l’8 agosto
1956, divampò inarrestabile e non lasciò scampo: morirono 262
operai di dodici nazionalità, tra cui 136 italiani. La
tragedia di Marcinelle segnò la fine dell’emigrazione
ufficiale dall’Italia e le potenti società minerarie belghe
rivolsero ad altri la loro offerta di «condizioni
particolarmente vantaggiose», spingendo il governo a stipulare
accordi con paesi economicamente ancora più deboli del nostro,
la Spagna, la Grecia, il Marocco, la Turchia.

Lo stillicidio di incidenti mortali e il rischio
silicosi
La catastrofe di Marcinelle fu di dimensioni eccezionali, ma
gli incidenti mortali erano assai frequenti nell’ambiente
delle miniere: si calcola che prima di Marcinelle, nel
decennio 1946-1956, fossero già morti in Belgio ben 520
lavoratori italiani e questa lunga sequela di morti aveva reso
ben consapevoli i minatori della pericolosità del loro lavoro
[Colucci 2008, 12]. Ben pochi invece furono coscienti che
respirare per anni l’aria intrisa di polvere di carbone
esponeva al rischio di contrarre la silicosi, una malattia
professionale particolarmente grave che può rimanere latente
anche per molto tempo e dalla prognosi spesso infausta
[Franzina 2002, 166, 169].
Macaronì, uno stereotipo sugli immigrati italiani
Non mancò da parte dell’opinione pubblica belga un certo
disprezzo nei confronti degli italiani, a cui fu inflitta
l’etichetta dispregiativa di macaronì (così come, qualche
decennio dopo, agli immigrati italiani nei paesi di lingua
tedesca fu attribuita quella di Spaghettifresser). Questo
preconcetto nei confronti dell’emigrazione italiana venne
parzialmente superato dopo l’8 agosto del 1956, giorno della
strage di Marcinelle: in una tragedia nella quale famiglie
italiane e belghe si trovarono accomunate dallo stesso lutto,
ci si rese improvvisamente conto che lo sviluppo economico di
un intero paese poggiava anche sul lavoro di moltissimi
italiani, veri e propri «schiavi del carbone».

Bibliografia essenziale

     Bevilacqua P., De Clementi A. e Franzina E. (acd) 2001,
     Storia dell’emigrazione italiana, I, Partenze, Roma:
     Donzelli
     Bevilacqua P., De Clementi A. e Franzina E. (acd) 2002,
     Storia dell’emigrazione italiana, II, Arrivi, Roma:
     Donzelli
     Colucci M. 2008, Lavoro in movimento. L’emigrazione
     italiana in Europa, 1945-1957, Roma: Donzelli
     Cumoli F. 2009, Dai campi al sottosuolo. Reclutamento e
     strategie di adattamento al lavoro dei minatori italiani
     in Belgio, «Storicamente», 5, no. 6
     De Clementi A. 2010, Il prezzo della ricostruzione.
     L’emigrazione italiana nel secondo dopoguerra, Roma-
     Bari: Laterza
     Di Stefano P. 2008, La catastròfa. Marcinelle 8 agosto
     1956, Milano: Corriere della Sera
     Morandi E. 2011, Governare l’emigrazione. Lavoratori
     italiani verso la Germania nel secondo dopoguerra,
     Torino: Rosenberg & Sellier
     Ricciardi T. 2016, Marcinelle 1956. Quando la vita
     valeva meno del carbone, Roma: Donzelli
Sitografia essenziale

     Accordo           italo-belga           del         1946
     [http://legislature.camera.it/_dati/costituente/lavori/d
     dl/42nc.pdf]
     Manifesto     per   il   reclutamento     di   minatori
     [http://www.laricerca.loescher.it/storia-e-geografia/167
     8-uomini-per-carbone-l-emigrazione-dall-italia-al-
     belgio-nel-dopoguerra.html]
     Intervista a Lucio Parrotto, minatore in Belgio, Rai3,
     La Grande Storia, 29.1.2018, Italiani con la valigia
     [https://www.raiplay.it/video/2018/01/La-Grande-Storia—I
     taliani-con-la-valigia-c8e341da-f705-4a0f-baff-
     beb73c412d6b.html]
     Intervista      allo     storico     Toni     Ricciardi
     [http://www.radiopopolare.it/2016/08/toni-ricciardi-marc
     inelle-60-anni-fa-minatori-italiani-in-belgio-in-cambio-
     di-carb]
     Intervento di De Gasperi al III° Congresso nazionale
     della                                                  DC
     [http://www.storiadc.it/doc/1949_03congr_degasperi.html]

                  Testo per gli allievi

Pane e carbone: l’emigrazione italiana in Belgio nel
decennio 1946-1956
L’Italia, uscita sconfitta dalla guerra, nel 1946 era un paese
semidistrutto e con un tasso di disoccupazione molto alto. Gli
italiani andavano via, a cercare lavoro. Svizzera, Francia,
Gran Bretagna erano le mete preferite. Anche il Belgio era una
meta dell’emigrazione italiana. Qui c’erano miniere di
carbone, e questo è un combustibile indispensabile per la
ricostruzione postbellica. La sua estrazione avveniva in
impianti obsoleti e pericolosi. Gli operai belgi non erano più
disposti a scendere in miniera. Il Belgio, dunque, aveva
bisogno di importare manodopera dall’estero.
Il governo italiano concordò con il Belgio le modalità di
questa emigrazione. Pianificò i flussi: 50 mila lavoratori in
tutto, al ritmo di duemila la settimana. Stabilì – sempre in
accordo col Belgio – una procedura rigorosa, per reclutare la
forza lavoro. In cambio, il Belgio si impegnava a fornire
all’Italia un certo quantitativo di carbone (in realtà questa
promessa non venne mantenuta). Non era, dunque, una migrazione
spontanea: era una «migrazione assistita». All’Italia
conveniva. Da una parte, dava lavoro a tanti italiani;
dall’altra, le rimesse (cioè il denaro che gli emigranti
mandavano alle loro famiglie) giungevano subito in Italia, a
differenza – per esempio – degli aiuti del Piano Marshall, con
il quale gli americani cercavano di far ripartire le economie
dei paesi occidentali, distrutte dalla guerra.

Al momento del reclutamento agli aspiranti minatori non
venivano spiegate per bene le reali condizioni di lavoro.
Inoltre, una volta arrivati in Belgio, non era previsto alcun
periodo di formazione. Molti operai, perciò, dopo lo shock
della prima discesa in miniera, a mille metri di profondità,
si rifiutavano di scendere ancora e chiedevano di essere
rimpatriati. All’operaio che stracciava il contratto veniva
riservato lo stesso trattamento dei prigionieri di guerra.
Veniva trattenuto in carcere per giorni; era privato dei suoi
effetti personali; poi era caricato sul treno speciale con
foglio di via (=ordine di rimpatrio con divieto di ritornare).
Così, al flusso continuo di arrivi nei distretti carboniferi
belgi corrispondeva un numero abbastanza elevato di rimpatri.
E di ciò le autorità belghe si lamentarono più volte con il
governo italiano.

I minatori e le rispettive famiglie vivevano nelle baracche di
ex campi di concentramento, in condizioni molto diverse da
quelle promesse dalle campagne di reclutamento, senza acqua,
gas ed elettricità, e in molti casi circondati da colline di
carbone, discariche a cielo aperto dei detriti e dei resti del
materiale scavato. I belgi manifestavano una certa diffidenza
nei confronti degli italiani. Li chiamavano con disprezzo
macaronì, dalla pasta che gli italiani erano abituati a
mangiare (e che i belgi allora non conoscevano).

Nel ‘51 il Belgio entrò nella CECA[4]. Perciò, l’industria
mineraria belga dovette affrontare la concorrenza diretta del
carbone proveniente dall’estero. Questo fatto, insieme alla
crescita della domanda di altri combustibili fossili, come il
petrolio, determinò il declino dell’attività estrattiva belga
e un rapido calo delle partenze di operai dall’Italia. Queste
terminarono dopo l’incendio scoppiato nella miniera di Bois du
Cazier, nel bacino carbonifero di Charleroi, nei pressi della
cittadina di Marcinelle, l’8 agosto del 1956. Una tragedia che
costò la vita a 262 lavoratori di dodici nazionalità, tra cui
136 italiani. Marcinelle segnò la fine dell’emigrazione
assistita verso il Belgio. Gli accordi furono sospesi e da
allora gli italiani emigrarono in Belgio esclusivamente per
iniziativa personale.

                          Dossier

 Documento 1
 Accordo italo-belga del 1946

 La Conferenza che ha riunito a Roma i Delegati del Governo
 italiano e del Governo belga per trattare del trasferimento
 di 50.000 lavoratori nelle miniere belghe, è giunta alle
 seguenti conclusioni:

    1) Il Governo italiano, nella convinzione che il buon
    esito dell’operazione possa stabilire rapporti sempre
    più cordiali col Governo belga e dare la dimostrazione
    al mondo della volontà dell’Italia di contribuire alla
    ripresa economica dell’Europa, farà tutto il possibile
    per la riuscita del piano in progetto. […]

    2) Il Governo belga mantiene integralmente i termini
dell’«accordo        minatori-carbone»          firmato
  precedentemente.Esso affretterà, per quanto è possibile,
  l’invio in Italia delle quantità di carbone previste
  dall’accordo.

  3) Il governo belga curerà che le aziende carbonifere
  garantiscano ai lavoratori italiani convenienti alloggi
  in conformità delle prescrizioni dell’art. 9 del
  contratto tipo di lavoro; un vitto rispondente, per
  quanto possibile, alle loro abitudini alimentari nel
  quadro del razionamento belga; condizioni di lavoro,
  provvidenze sociali e salari sulle medesime basi di
  quelle stabilite per i minatori belgi. […]

  5)   Il Governo italiano si adoprerà a che gli aspiranti
  all’espatrio in qualità di minatori siano, nel miglior
  modo, edotti di quanto li concerne, attirando, in
  particolar modo, la loro attenzione sul fatto che essi
  saranno destinati ad un lavoro di profondità nelle
  miniere, pel quale sono necessarie un’età relativamente
  ancor giovane (35 al massimo) e un buono stato di
  salute.

  6) La durata del contratto è riportata a 12 mesi. […]

  11) Il Governo italiano farà tutto il possibile per
  inviare in Belgio 2.000 lavoratori la settimana.

Fonte: Assemblea Costituente, Disegno di Legge n.
42/1946http://legislature.camera.it/_dati/costituente/lavor
i/ddl/42nc.pdf

Documento 2
Stralcio del rapporto dell’ambasciata d’Italia in Bruxelles
I piroscafi che noi mandiamo ad Anversa restano all’ancora
15 o 20 giorni e poi talvolta ripartono senza aver potuto
caricare. Il colmo di questa situazione è che una buona
parte del carbone belga viene estratto proprio da operai
italiani.Se la manodopera italiana è indispensabile
all’economia belga, il carbone e il rame belgi sono
indispensabili all’economia italiana e non vi è ragione che
la nostra fornitura di manodopera non venga posta su un
piano di reciprocità con le forniture belghe all’Italia.

Fonte: Ricciardi T. 2016, Marcinelle 1956. Quando la vita
valeva meno del carbone, Roma: Donzelli, 162

Documento 3
Manifesto per il reclutamento di minatori
Fonte: Labbate M. 2018, Uomini per carbone, «La ricerca»,
11 gennaio,

http://www.laricerca.loescher.it/storia-e-geografia/1678-uo
mini-per-carbone-l-emigrazione-dall-italia-al-belgio-nel-
dopoguerra.html

Documento 4
I vantaggi dell’emigrazione per l’Italia

La Direzione per l’emigrazione del Ministero degli Esteri –
stimando che il surplus strutturale di manodopera
s’aggirasse intorno ai 4 milioni (2 milioni di sottoccupati
oltre ai 2 milioni di disoccupati ufficiali) – riteneva
indispensabile un’emigrazione «di portata la più vasta
possibile», e comunque ben al di là delle previsioni
correnti. La sua urgenza era messa in relazione non solo
all’importanza finanziaria delle rimesse per l’equilibrio
di bilancio, ma, ben più estesamente, alla «viabilità»
dell’assetto     politico-sociale      (*):   una   minore
disoccupazione e un più alto tenore di vita avrebbero
diminuito i conflitti sociali e stabilizzato il consenso
politico.

Fonte: Bevilacqua P., De Clementi A. e Franzina E. (acd)
2001, Storia dell’emigrazione italiana, I, Partenze, Roma:
Donzelli, 403

(*) viabilità: qui indica la tenuta dell’assetto politico-sociale,
la   necessità   di   ridurre   il   disagio   socio-economico   perché
diminuissero i conflitti e le tensioni sociali.
Documento 5
Intervista ad un minatore italiano in Belgio

1.

Ho lavorato trent’anni nelle miniere di carbone. Cioè
abbiamo lavorato per trent’anni insieme ai topi, perché
sotto la miniera era pieno di topi, però nello stesso tempo
era proibito ammazzare i topi, perché gli ingegneri, i
direttori ci avevano spiegato direttamente che in caso di
pericolo, in caso di grisù, di gas, il topo scappava via, e
il topo scappava via, andava sempre nella parte dove c’è un
po’ di aria. E allora ci avevano spiegato gli ingegneri che
noi dovevamo seguire i topi.

2.

Io mi ricordo benissimo che avevo vent’anni quando son
partito. A Milano nella Caserma Sant’Ambrogio, là erano
presenti i dottori italiani e i dottori belgi; siamo
rimasti per tre giorni e due notti nella Caserma
Sant’Ambrogio a Milano per passare le visite. Io ho visto
tanti di quei miei compagni piangere perché non erano stati
idonei al duro lavoro delle miniere e dovevano tornare
indietro, malgrado che in quei tempi qualcuno avesse
venduto anche i lenzuoli e le coperte per poter affrontare
quel viaggio della disperazione.

3.

Il primo giorno che siamo scesi sottoterra francamente c’è
stato un po’ di brivido, specialmente quando siamo entrati
nell’ascensore. Io mi ricordo ci stava un friulano e ha
chiesto all’ingegnere:

– Io devo entrare lì dentro?
Ha detto – Sì.
– E quella corda quanto è lunga?
– Quella corda è lunga 1.500 metri

Ha preso la lampa, l’ha consegnata all’ingegnere e ha
detto:
– Tieni, se vuoi scendere scendi te, che io non scendo.

Fonte: intervista a Lucio Parrotto, minatore in Belgio,
Rai3, La Grande Storia, 29.1.2018, Italiani con la valigia,

https://www.raiplay.it/video/2018/01/La-Grande-Storia—Itali
ani-con-la-valigia-c8e341da-f705-4a0f-baff-
beb73c412d6b.html

Documento 6
Il problema dei rimpatri

a.

Complessivamente, dall’aprile del 1946 al 30 giugno 1950,
dal centro emigrazione di Milano partirono 83.012 minatori,
ai quali vanno aggiunti 21.426 familiari, per un totale di
104.438 persone. Nello stesso periodo si registrarono –
solo per quelli transitati e controllati dal centro – quasi
30.000 rimpatri.

b.

Da parte italiana fu fatto rilevare come i rimpatri fossero
composti da un terzo di ammalati, un terzo di scarti
durante l’ultima visita appena giunti in Belgio e un terzo
di scontenti. Il nodo era il duro lavoro nel fondo della
miniera che in molti si rifiutavano di fare.
c.

Dopo le prime ore in fondo alla mina, in media 250-500
minatori – un quarto, se non a volte la metà dell’intero
contingente arrivato – stracciavano il contratto chiedendo
a tutti i costi di essere destinati ad altra occupazione se
non addirittura di essere rimpatriati immediatamente.

Per esempio, un gruppo di sette operai provenienti dalla
provincia di Chieti, nel febbraio del 1952, dopo aver preso
visione solo in superficie della miniera, dichiarò di non
voler nemmeno scendere nel fondo e chiese di essere
rimpatriato in Italia. Il delegato che li accompagnava
provò in tutti i modi a persuaderli, ma non ci fu verso. I
sette dichiararono all’ufficio provinciale di Chieti che
nessuno aveva detto loro che dovevano lavorare in fondo
alla miniera, né aveva spiegato in cosa consistesse il
lavoro.

[…] divenne prassi, non prevista in nessuno degli accordi –
e le strutture organizzative italiane si guardarono bene
dal diffonderne notizia -, quella di fare «soggiornare» in
carcere quanti si rifiutavano di scendere in fondo alla
mina […] Infine, trascorsi i dieci o più giorni, chi,
nonostante il trattamento rieducativo, continuava a
rifiutarsi di ritornare in fondo a scavare carbone veniva
scortato in un convoglio per detenuti in una delle stazioni
di Bruxelles e, dopo aver rilevato le impronte digitali,
era caricato sul treno speciale con tanto di foglio di via.

Fonte: Ricciardi T. 2016, Marcinelle 1956. Quando la vita
valeva meno del carbone, Roma: Donzelli, 56, 76, 82-84
Documento 7
Intervista allo storico Toni Ricciardi

Per molto tempo la storiografia ha raccontato il fatto che
l’Italia avesse necessità di carbone per la ricostruzione.
In realtà fu la geopolitica a determinare quella direttrice
[lo scambio minatori-carbone]: già nell’immediato
dopoguerra era chiaro a tutti che il carbone belga era di
qualità scarsa e il rapporto qualità-prezzo era molto più
sfavorevole rispetto a quello del carbone statunitense che
con il Piano Marshall inonderà i mercati europei. Questa
scelta geopolitica doveva in qualche modo dare
soddisfazione ad un governo, quello belga, uscito
vittorioso dalla guerra e dall’altra parte si avverte una
sorta di prima punizione nei confronti dell’Italia […]
L’Italia mette in piedi a partire dal ’46 il più grande
sistema di esportazione di braccia che la storia
occidentale ricordi, e questo è uno dei tanti paradossi
della questione emigrazione: un paese che deve
ricostruirsi, e che ha bisogno ovviamente di braccia per
ricostruirsi, investe ingenti risorse per far sì che i suoi
lavoratori lascino il territorio nazionale. Si può fare
l’esempio del Centro per l’emigrazione di Napoli, uno dei
principali, per costruire il quale si spesero nel 1955 un
miliardo di lire dell’epoca, questo dà la dimensione di
quale fu lo sforzo economico per indurre ad emigrare, tanto
che negli anni ’46-’47 più della metà dei maschi italiani
dichiarava, in uno dei primi sondaggi dell’epoca, di essere
propensa ad emigrare.

Fonte:
http://www.radiopopolare.it/2016/08/toni-ricciardi-marcinel
le-60-anni-fa-minatori-italiani-in-belgio-in-cambio-di-carb
Documento 8
Intervento di Alcide De Gasperi al III° Congresso della DC
(Democrazia Cristiana)

Sono arrivato a dire ai rappresentanti dell’America che
avremmo rinunciato al Piano Marshall purché ci dessero il
modo di finanziare una parte almeno della nostra
emigrazione, perché il Piano Marshall è lento e non arriva
che dopo molto tempo ad assorbire mano d’opera.

Fonte: III° Congresso nazionale della DC, Venezia, 2-5
giugno 1949, intervento di Alcide De Gasperi

http://www.storiadc.it/doc/1949_03congr_degasperi.html

Documento 9
Le baracche del campo Saint Nicolas a Marcinelle

Fonte: Ricciardi T. 2016, Marcinelle 1956. Quando la vita
valeva meno del carbone, Roma: Donzelli, illustrazione n.
10

Documento 10
Baracche come alloggi

Il minatore crede che la baracca sia una sistemazione
provvisoria e invece un giorno si sorprende ad appiccicarvi
le cartoline illustrate dei suoi paesi col campanile in
mezzo e la campagna intorno, si sorprende a fare queste
cose e allora capisce che la baracca è la sua casa, che
dalla baracca o dalla «cantina» (abitazione per i minatori,
in muratura, suddivisa in stanzette a due letti, umide e
grigie) non si esce più. La nebbia scende sul Belgio, quel
giorno, e il minatore non troverà gran differenza fra il
cunicolo cinquecento metri sotterra e la baracca […]. In
una baracca dentro la quale ci piove, in una baracca dove
da settembre a marzo ammuffisce tutto, abita la signora
Pagnan, il cui marito è morto tempo fa nella miniera «Maria
José», due mesi dopo che era arrivato in Belgio […]. «Mi
hanno preso il marito» diceva la donna «e adesso mi fanno
lavorare un figlio di quattordici anni che chissà se
reggerà».

Fonte: Sampietro N., Un italiano frutta al Belgio 390.000
lire al mese, «Epoca», 29 settembre 1951, (in Ricciardi
2016, 99-101)

Documento 11
La diffidenza verso i macaronì
Io modestamente ero un bel ragazzo alto che tutte le
femmine del Belgio si voltavano modestamente a guardarmi, e
dopo cinque anni che stavo qui mi sono fidanzato con una
belga diciassettenne Giosefina, un pezzo di figliola da
perderci la testa […]. Due mesi di fidanzamento e mi porta
da suo padre, che era poliziotto a Marcinelle, e gli dice:
ti presento Mariò il mio fidanzato. Il papà gli dice: Non
c’erano abbastanza giovanotti belgi che sei andata a
sceglierti un macaronì?

Fonte: Di Stefano P. 2008, La catastròfa. Marcinelle 8
agosto 1956, Milano: Corriere della Sera, 26

Documento 12
Il Bois du Cazier, una miniera obsoleta e pericolosa

Molte di quelle miniere sono in agonia; il loro
sfruttamento potrà durare ancora qualche anno. In tali
condizioni, perché si dovrebbero rinnovar gli impianti
complicati e costosi? E così i lavoratori delle miniere
dovevano operare in situazioni spaventose, costretti a
respirare per otto ore di seguito un’atmosfera intrisa di
polvere di carbone impalpabile, invisibile, micidiale per
gli occhi, per i polmoni e per il fegato e in grado di
trasformarsi a lungo andare in un veleno che corrode e
stronca i più robusti organismi. […] [Nel Bois du Cazier]
dove venivano ancora impiegati i cavalli per il traino dei
vagoncini del carbone, dove gli ascensori erano antiquati,
i cavi della corrente non sufficientemente protetti e
collocati in punti pericolosi, le porte che interrompevano
il flusso dell’aria in legno e non in ferro.

Fonte: Ricciardi T. 2016, Marcinelle 1956. Quando la vita
valeva meno del carbone, Roma: Donzelli, 111, 112
Documento 13
Il racconto della catastrofe di Marcinelle (**)

Corriamo, corriamo e in brevissimo tempo arriviamo al
Cazier. La folla è tanta, non si passa, il cancello della
miniera è sbarrato ed al suo interno ci sono dei gendarmi e
altra gente. Con forza arriviamo ad aggrapparci al cancello
per guardare meglio all’interno del piazzale. Tanti corri
corri, nessuno parla mentre il cielo, ora nero, piano piano
si tinge di fuoco.

Arriva anche mia zia Addolorata che è stata allertata da
altre persone del Sart Saint-Nicolas (il campo dove lei
abita) e dal suo arrivo non fa altro che urlare, urlare e
svenire: «Mode’, Mode’, arvì alla case, ariemecene
all’Italia, meje pane e cipolle che puzze de carbone»
[Modesto, Modesto, torna a casa, torniamocene in Italia,
meglio pane e cipolla che puzza di carbone]. Passano tante
ore, nessuno parla mentre il cielo ci regala una pioggia
nera e puzzolente. Tre giorni davanti al cancello, poi a
casa sfinito, e dalla finestra guardo la miniera che arde
ancora […] Dopo quasi una settimana arriva a casa una
signorina accompagnata da un altro signore…confabula con
mio zio Raffaele che intanto è venuto dalla Francia per
stare a confortarci e poi entra e bacia mia mamma: «courage
madame…».

Mamma sviene, la signorina gli dà uno schiaffo poi un altro
e mamma rinviene e si avventa alla signorina.

Non c’è più nulla da sperare, papà Emidio non c’è più, è
morto al Bois du Cazier di Marcinelle.

Fonte: Il quaderno di Nino Di Pietrantonio (in Ricciardi T.
2016, Marcinelle 1956. Quando la vita valeva meno del
 carbone, Roma: Donzelli, 121-123)

 (**) Il padre di Nino Di Pietrantonio, Emidio, era emigrato in
 Belgio, da solo, da un poverissimo paese dell’Abruzzo. Era il 1947.
 Dopo sei anni di permanenza aveva potuto ricongiungersi alla
 famiglia, richiamando dall’Italia la moglie e i figli. Morì a
 Marcinelle, l’8 agosto del 1956. Al momento della sciagura Nino
 aveva dieci anni. Dopo la morte di Emidio, la sua famiglia tornò in
 Italia. Qui Nino imparò l’italiano ed iniziò a trascrivere in un
 quaderno i ricordi legati ai fatti di Marcinelle. Dalle pagine del
 suo quaderno è tratta la testimonianza qui riportata.

                      Attività didattica

CONTESTUALIZZAZIONE
L’emigrazione in Belgio nel secondo dopoguerra fa parte di un
processo di trasferimento all’estero che si è ripresentato a
più riprese nella storia italiana. Con l’aiuto del manuale,
cerca i riferimenti ai flussi migratori dall’unità d’Italia in
poi. In quali periodi si attivano maggiormente e cos’è che li
scatena? C’è qualcuno che gestisce questi flussi? Ci sono
momenti di rallentamento e da cosa sono determinati? Quali
sono le proporzioni numeriche e quali i paesi preferiti di
destinazione?

Cerca sul manuale gli eventi più importanti del decennio
1946-1956 in Italia e in Europa e costruisci una linea del
tempo, avendo cura di inserire anche i due fatti citati nel
testo, il Piano Marshall e l’istituzione della CECA.

L’istituzione della CECA rappresenta il primo passo verso la
costruzione della attuale Unione europea. Cerca sul manuale e
costruisci una sequenza dei momenti fondamentali di questo
processo. Secondo te perché si è partiti dalla libera
circolazione di carbone e acciaio? Quand’è che si passa dalla
libera circolazione delle merci a quella delle persone?

RAPPORTO FRA TESTO E DOCUMENTI
Nel testo si afferma che gli operai belgi non erano più
disposti a scendere in miniera, data la pericolosità del
lavoro: individua i documenti che forniscono informazioni su
questo problema.

Nel testo si parla di «shock della prima discesa»: rintraccia
e sottolinea nella documentazione gli elementi che spiegano
questa affermazione.

Nel testo si afferma che la “migrazione assistita” era
vantaggiosa per l’Italia. Individua quali sono questi vantaggi
e sottolineali con un colore a tua scolta. Cerca poi i
documenti in cui si fa esplicito riferimento ad essi e
sottolinea i passaggi che li confermano con lo stesso colore.

Nel documento 2 si afferma che talvolta i piroscafi “ripartono
senza aver potuto caricare” il carbone. Quale delle
affermazioni del testo viene confermata da questo documento?

Nel testo si afferma che ai lavoratori non venivano spiegate
le reali condizioni di lavoro. Ci sono documenti nel dossier
che confermano questa affermazione? Se sì, quali?

Il testo fa riferimento ad un evento luttuoso che ha posto
fine alla “migrazione assistita” verso il Belgio. Individua il
passaggio e cerca il documento che fa riferimento ad esso.

Nel testo si parla di diffidenza dei belgi verso i lavoratori
italiani. Ci sono documenti che comprovino questa
affermazione? Quali?

LAVORO SUI DOCUMENTI
Scorri i documenti e segna con un asterisco quelli
contemporanei alle vicende raccontate nel testo (decennio
1946-1956). Che tipo di documenti sono? Da chi sono stati
scritti?

Chi può aver stampato il manifesto riportato nel documento 3?
Fai delle ipotesi sul mittente di questo messaggio e sui suoi
destinatari.

Esamina il documento 1 ed individua quali condizioni, oltre a
quelle riportate nel testo base, erano esplicitamente previste
dall’Accordo italo-belga del 1946.

Dalla lettura del testo e dall’analisi dei documenti ricava
quali condizioni di lavoro e di ospitalità, esplicitamente
previste dall’Accordo, non erano invece rispettate.

In un breve testo descrivi le condizioni di vita e di lavoro
vissute dagli operai italiani in Belgio, utilizzando le
informazioni ricavate dai documenti forniti.

I documenti 4 e 7 fanno riferimento a motivazioni non
economiche che hanno spinto il governo italiano a favorire i
flussi di lavoratori italiani verso il Belgio. Quali furono
queste motivazioni?

In quale documento lo sforzo del governo per indurre i
lavoratori italiani ad espatriare è definito «paradossale»?
Individualo e prova a spiegare perché lo storico lo definisca
così.

INTREGRAZIONE DEL TESTO
Le modalità dell’invio di minatori in Belgio hanno fatto
parlare di «accordo-deportazione», con il quale l’Italia
avrebbe «venduto» i suoi operai in cambio di carbone: alla
luce dei documenti da te esaminati, ritieni condivisibile
questa interpretazione? Motiva la tua risposta in un breve
testo.

Inserisci, nel testo, al posto giusto, una nota che faccia
riferimento al documento che comprova l’affermazione che le
rimesse dei migranti erano preferibili agli aiuti del piano
Marshall.

Nel testo sono accennati alcuni aspetti della migrazione, che
con l’aiuto dei documenti puoi descrivere distesamente:

   1. I rapporti fra Belgio e Italia
   2. Le procedure di selezione dei lavoratori
   3. Le condizioni di vita dei migranti

Costruisci un testo tuo che descriva questi aspetti.

Note
[1] Nel suo intervento al III° Congresso nazionale della DC De
Gasperi invitava gli italiani ad emigrare con queste parole:
“bisogna fare uno sforzo per far studiare le lingue […]
adattare a questa emigrazione le nostre scuole, i nostri corsi
di perfezionamento […] bisogna tentare, in uno sforzo che il
Governo dovrà favorire, di riprendere le vie del mondo”.

[2] I manifesti della Fédéchar pubblicizzavano il «lavoro
sotterraneo nelle miniere» senza specificarne i dettagli,
anche se gli accordi bilaterali prevedevano esplicitamente che
i lavoratori venissero informati del fatto che sarebbero stati
«destinati ad un lavoro di profondità nelle miniere» (doc. n.
3 e doc. n. 1, 5).

[3] Il punto 3 dell’accordo impegnava il Governo belga a
garantire che le aziende carbonifere assicurassero salari pari
a quelli dei minatori belgi (doc. n. 1, 3).

[4] La CECA (Comunità europea del carbone e dell’acciaio) era
un’alleanza con la quale i sei Paesi che vi aderirono –
Italia, Francia, Germania Ovest, Belgio, Lussemburgo e Paesi
Bassi – si impegnarono ad instaurare un mercato comune del
carbone e dell’acciaio, abolendo i dazi doganali e ogni altro
ostacolo alla libera circolazione di queste due materie prime
all’interno della Comunità. La creazione della CECA favorì la
ripresa economica dei Paesi membri e rappresentò il primo
passo del progetto di costruzione dell’Unione Europea.
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