LO SPORT NELL'INTEGRAZIONE SOCIALE DELLE PERSONE DISABILI

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LO SPORT NELL’INTEGRAZIONE SOCIALE DELLE PERSONE DISABILI

                      Sandro Porru ( Consigliere Nazionale Federazione Italiana Sport Disabili)

Per parlare dello sport in carrozzina è necessario fare un minimo di cronistoria per capire l'origine
di uno sport che negli anni è sempre più salito alla ribalta, anche se nelle risapute difficoltà,
soprattutto di carattere culturale.
Lo sport per disabili nacque immediatamente dopo la fine della 2/ guerra mondiale, in Inghilterra,
grazie alle intuizioni del Dottor Ludwig Guttmann, allorché si ritrovò con un considerevole numero
di persone che avevano subito handicap di varia natura a causa della guerra.
         Tra le tante vittime vi era una categoria di disabili che in quel periodo incontrava serie
difficoltà di sopravvivenza, si trattava di coloro che avevano subito una lesione alla colonna
vertebrale e al midollo spinale: i paratetraplegici.
          Dottor Guttmann capì subito che i paratetraplegici non potevano essere curati con i metodi
tradizionali di allora, ma che occorreva realizzare una struttura specializzata che intervenisse
specificamente sulla materia. Nacque così a Stoke Mandeville, nei pressi di Londra, la prima unità
spinale unipolare a livello mondiale.
Immediatamente dopo il Dottor Guttman capì che alle cure prestate dal centro specializzato di
Stoke Mandeville poteva essere integrato un ulteriore elemento che poteva incidere in maniera
determinante sull’aspetto fisico e psicologico dei pazienti: lo sport.
Lo scopo fondamentale di Guttmann era quello di riuscire tramite gli stimoli dello sport a
sviluppare in modo ottimale le capacità residue del disabile ed a recuperare un buon stato
psicologico del neo traumatizzato al fine di raggiungere la massima autonomia possibile ed una
dignitosa qualità di vita.
         Nel giro di qualche anno da questa geniale intuizione cominciò a diffondersi in tutta
l’Europa occidentale e nelle Americhe un nuovo modello riabilitativo che coniugava nello stesso
tempo il recupero psicofisico e dell’autonomia, soprattutto con l’integrazione sociale.
         Le discipline sportive allora praticate dovevano tenere conto di alcuni fattori che dovevano
in qualche modo favorirne la pratica stessa: accessibilità degli impianti, disponibilità di ausili,
possibilità di trovare nello stesso ambiente un discreto numero di utenti.
In ragione di questo lo sport poteva essere praticato solamente nei centri di riabilitazione che
disponevano almeno di una palestra, di una piscina e di uno spazio per le discipline all’aperto.
         Tennis da tavolo, scherma, basket, lanci del disco, peso e giavellotto, nuoto, tiro con l'arco,
erano queste le principali discipline sportive che potevano essere praticate cinquant’anni fa.
         Pur essendo attualmente la disciplina più praticata al mondo, appare singolare che la corsa
in carrozzina non compaia tra le discipline appena citate, questo perché all’epoca le carrozzine
erano concepite senza tener conto del peso e della praticità, non solo, il giro di pista, il mezzo fondo
e il fondo erano pianeti ancora sconosciuti per gli atleti in carrozzina. Si può dire che la vera
evoluzione della corsa in carrozzina ebbe luogo a seguito dell’invenzione della famosa crociera
“Everest Jennings” che rivoluzionò il concetto d’uso della carrozzina: non più carrozzine tipo
poltrona ma ausili di autonomia pieghevoli e funzionali che, seppur pesanti, consentivano,
perlomeno a chi aveva delle braccia forti, di essere caricate in macchina.
         In seguito, queste carrozzine cominciarono a perdere peso e gli atleti cominciarono scoprire
le gare su pista, e mano a mano che le carrozzine divenivano più leggere, grazie anche all’uso di
nuovi materiali, aumentavano le distanze dei percorsi di gara.
Anche le strutture e le posizioni cambiarono continuamente nel tempo, fino ad arrivare al giorno
d’oggi a prestazioni più vicine al ciclismo che alla corsa a piedi. Gli stessi atleti tetraplegici, che
fino alla metà degli anni settanta non potevano percorrere distanze non superiori ai sessanta metri,
partecipano attualmente a tutte le discipline Paraolimpiche, maratona compresa.
         La disponibilità di carrozzine sempre più leggere e manovrabili favorì, negli anni sessanta
l’introduzione di una nuova disciplina sportiva che doveva servire a sviluppare la destrezza nell’uso
della carrozzina: lo Slalom, si trattava di seguire un percorso obbligatorio, nel minor tempo
possibile, fatto di passaggi stretti in avanti e in retromarcia, salite, discese, piroette, gradini in salita
e in discesa senza compiere alcuna penalità. Questa disciplina venne praticata per poco più di venti
anni, fu inserita per l’ultima volta nel programma delle Paraolimpiadi di Seoul nel 1988, per essere
poi abolita definitivamente dalle discipline Olimpiche.

         Anche l’Italia può essere considerata tra i paesi antesignani dello sport per disabili, grazie
all’allora direttore del centro paraplegici INAIL di Ostia: il professor Manlio, il quale grazie alla
profonda amicizia che lo legava al dottor Guttman trasferì i suoi metodi in Italia già dagli anni
cinquanta.
         Occorre precisare che a praticare lo sport in quel periodo erano quasi esclusivamente i
paraplegici, poiché chi afferiva nei centri di riabilitazione erano coloro che subivano un trauma alla
colonna vertebrale. A conferma di questo è bene ricordare che prima che si costituisse la F.I.S.Ha.
(Federazione Italiana Sport Handicappati) e successivamente la F.I.S.D. (Federazione Italiana Sport
Disabili), venne costituita, nel 1975, l’A.N.S.P.I. (Associazione Nazionale Sport Paraplegici
Italiani). La presidenza dell’A.N.S.P.I. fu attribuita a Giovanni Pische, un ex avio-telegrafista di
Santulussurgiu, diventato paraplegico in un combattimento aereo durante la seconda guerra
mondiale.
         Anche Giovanni Pische è da considerarsi tra i pilastri dello sport per disabili in Italia,
poiché, benché sia oggi poco ricordato, nella sua vita da disabile ha dedicato tutte le sue energie per
contribuire alla crescita e all’emancipazione del disabile nello sport, prima come atleta di vertice
internazionale e poi come dirigente nazionale.
Dopo questa parentesi sulle origini ci addentriamo a parlare nello specifico degli sport in
carrozzina, cercando di quantificare il movimento ed i tipi di discipline sino ad oggi praticate.

Il grosso boom dello sport disabili, in termini numerici si ebbe sicuramente negli anni ottanta, sino
all'apice che si registrò in occasione delle Paraolimpiadi di Seoul, periodo nel quale gli sport
praticati sulla carrozzina aumentarono repentinamente.
Sicuramente l'atletica leggera è stata la disciplina più pratica dagli atleti in carrozzina, seguita dal
basket, il ping-pong e il tiro con l'arco. Tutte queste discipline in qualche modo hanno dovuto
modificare l'assetto tecnico e dinamico della carrozzina stessa; l'atletica leggera e il basket, nel
tempo, sono diventate delle discipline che hanno richiesto una specifica carrozzina da destinare alla
sola attività sportiva, mentre il ping-pong e l'arco si sono limitate a piccoli accorgimenti sulle
singole carrozzine da passeggio, come appoggi o semplicemente dei cuscini più rigidi che
permettessero una postura più adatta.
Nell'andare avanti negli anni, sempre grazie all'aiuto della tecnologia, si sono create delle nuove
opportunità che hanno permesso la pratica di nuovi sport come il tennis, il rugby, l'handy-bike e
l'hockey. Ci si è infine sbilanciati anche in altri sport, che per il settore si possono definire estremi,
quali il tracking e il parapendio.

Le discipline olimpiche sono sempre in continuo aumento anche se, purtroppo, il numero degli
atleti è sempre in calo. Questo potrebbe essere un dato statistico confortante se ciò si riscontrasse
con la diminuzione dei disabili nella popolazione mondiale; ma cosi purtroppo non è.
Infatti il numero dei disabili è in notevole aumento soprattutto quelli di origine traumatica. Solo qui
in Sardegna si registrano circa 30 nuovi casi all'anno di neo paratetraplegici.
  Il dato riscontrato dall'O.M.S., nei primi anni novanta, che indicava nel 7% della popolazione
mondiale coinvolta in problemi di disabilità, non sembra affatto in diminuzione e ciò nonostante si
sia investito parecchio nella ricerca e nella prevenzione.
Ma se i disabili sono in aumento, come mai registriamo questo deciso calo nei praticanti lo sport?
I fattori principali sono due:
§      Le classificazioni.
§      L'ambito culturale.

CLASSIFICAZIONI

Sino ad ora non ho parlato volutamente di classificazioni in quanto credo che ne relazionino in
merito coloro che seguiranno dopo il mio intervento. Ma per comprendere le motivazioni che
condizionano la pratica sportiva è necessario fare almeno un accenno generale.
Perché un disabile possa praticare uno sport è necessario che egli si possa confrontare con un'atleta
che abbia una potenzialità psichica, fisica motoria o sensoriale il più paritaria possibile.
Da questo concetto nasce la necessità di creare un certo numero di categorie, che per semplicità
potremmo accostare al criterio della Boxe, la quale tiene come riferimento di valutazione il peso,
mentre nello sport disabili questo riferimento è la capacità residua.
La classificazione di un'atleta si effettua con una valutazione di carattere medico (forza e
articolazione) e una di carattere funzionale (gesto atletico).
Sino a Seoul 1988 le classificazioni venivano assegnate in base alla sola valutazione medica,
attraverso la quale si attribuiva un punteggio ad ogni singolo movimento (mani, braccia, tronco,
glutei, gambe e piede) e dalla somma di detti punteggi si individuava, in base ad una tabella, una
categoria.
Esse si identificavano in:
!       3 categorie teraplegici (1A, 1B e 1C);
!       5 classi pararaplegici (dalla P2 alla P6);
!       8 classi cerebrolesi (dalla CP1 alla CP8)
!       9 classi amputati (dalla A1 alla A9)
!       6 classi les autres (dalla L1 alla L6)
!       3 classi non vedenti (dalla B1 alla B3)
!
Durante le Paraolimpiadi di Seoul ci fu una riunione delle varie Federazioni Internazionali (IBSA -
Ciechi , ISOD - Amputati, CP-ISRA - Cerebrolesi e ISMWSF- Paratetraplegici) che oltre a
manifestare l'intenzione di istituire un unico comitato internazionale (l'attuale International
Paraolimpic Comitate ) decretarono l'intenzione la diminuzione drastica del numero delle categorie.
Si iniziò con l'unificazione parziale tra i para e gli amputati e tra gli amputati e i Les autres,
continuando successivamente con l'eliminazione della categoria 1B dei teraplegici per arrivare ad
oggi con:
!       2 categorie tetra (T51 - T52)
!       2 para (T53 - T54)
!       5 amputati (T 42 - T46 e T40 i nani)
!       8 cerebrolesi (T31 - T38)
!       3 non vedenti. (T11 - T13)

In sostanza da 34 categorie siamo arrivati a 20. Queste restrizioni delle categorie hanno comportato
l'allontanamento di alcune patologie che pian piano stanno sparendo dallo scenario sportivo, come i
tetraplegici e i non vedenti totali. Sicuramente ciò che si evidenzia maggiormente è che,
involontariamente o meno, vengono emarginate proprio quelle patologie più gravi che
paradossalmente hanno maggiore necessità di praticare lo sport.
Questo è il prezzo che, a mio modestissimo parere, si sta pagando per raggiungere una ipotetica e
utopistica unificazione delle paraolimpiadi con le olimpiadi. Tanto è vero che in occasione
dell'ultima assemblea IPC, in occasione dei Mondiali di Atletica leggera “Lille 2002”, si è
manifestata la volontà di accorpare ancor di più le categorie, in modo da arrivare ad Atene 2004 con
massimo 2000 atleti.
È chiaro che questa politica continuerà a discriminare fortemente le patologie più gravi, ma inciderà
notevolmente sul numero dei praticanti, per i quali sarà sempre più faticoso emergere, ma non
perché manchi la propensione al sacrificio fisico, ma semplicemente perché per le reali capacità
residue dei singoli sarà umanamente impossibile raggiungere determinati livelli atletici e tecnici.

AMBITO CULTURALE

Sappiamo e conosciamo molto bene la strada faticosa e irta che abbiamo percorso, dal dopo guerra
ad oggi, (per non rievocare tempi ancora più remoti) in tema di valorizzazione, tutela ed
integrazione della persona disabile.
Siamo partiti da un principio di assistenza e tutela per arrivare ai giorni nostri al faticoso processo
di integrazione.
Inizialmente il disabile era pressoché sinonimo di incapace, in quanto non solo era considerato
come una persona da accudire ed assistere a spese della comunità, ma, paradossalmente, nella
valutazione della persona si quantificava solamente l'entità dell'incapacità: è invalido al …..%, è
inabile al lavoro, è incapace a deambulare, ecc….
Questo modo di affrontare il problema disabilità ha accelerato un processo di ghettizzazione di
massa in istituti, centri di recupero, scuole speciali ecc.. Anche nei posti di lavoro, per quei pochi
che avevano la fortuna di essere obbligatoriamente assunti, spesso si creavano dei veri e propri
ghetti dove i disabili venivano di fatto emarginati dal ciclo produttivo. Tutto ciò perché il punto di
partenza che sanciva il diritto era unicamente l'incapacità.
Dal momento in cui, ai principi degli anni 90, con la ormai famosa Legge quadro nazionale
sull'handicap 104/92, veniva completamente rovesciato il concetto di disabilità e della valutazione
di essa, si è invertito anche il processo di recupero del disabile che vedeva finalmente aperte le
porte dell'integrazione.
Questo preambolo sulla nostra cultura della disabilità è necessario per capire che sino agli anni
ottanta e novanta il processo di integrazione era ancora in fase primordiale e pertanto il disabile era
difficilmente accolto nell'ambito sociale.

  Lo sport è stato un veicolo di integrazione
che spesso veniva intrapreso per il semplice
fatto di sfruttare un'occasione per uscire dalla
routine delle quatto mura che di sovente
limitavano la vita del disabile. Al giorno
d'oggi le opportunità di relazione ed
integrazione, senza voler nascondere le
difficoltà esistenti, sono notevolmente
migliorate. Esiste un percorso di integrazione
scolastica e lavorativa, la mobilità è
sicuramente migliorata         e tutto questo,
assieme a tanti altri fattori culturali, hanno
aperto nuovi orizzonti di integrazione.
  Tutto quanto sopra esposto è servito per arrivare al concetto che al giorno d'oggi, viva Dio, il
disabile si trova nella totale libertà di scegliere di fare sport. Si è pertanto passati da un contesto che
praticare lo sport era forse l'unica opportunità di uscire da casa ad un nuovo concetto per il quale,
pratica lo sport colui che decide di impegnare in questo modo il proprio tempo libero.

Per concludere vorrei evidenziare il grande valore dello sport che non deve mai essere sottomesso o
strumentalizzato per altri fini che non hanno nulla a che fare con la dignità e la crescita della
persona.
Sono convinto che lo sport sia veramente, come spesso si dice, una scuola di vita, veridicità che ho
tastato con la mia stessa vita comprendendo la sua profonda importanza, soprattutto per il grande
aiuto che offre a coloro che hanno necessità riscoprire le proprie capacità e potenzialità. Da questo
nasce l'accettazione piena della propria persona, trampolino di lancio per una vita che si può
realizzare al di là di quell'handicap, che la gente comune tende ancora ad esorcizzare, ma che
talvolta si rivela la più importante risorsa di un uomo.
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