Impressioni d'Etiopia - CTG

Pagina creata da Cristian Ferrari
 
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Impressioni d'Etiopia - CTG
Impressioni d’Etiopia
Quanta gente in cammino dal mattino fino all’imbrunire!!

bambini ed adulti carichi di merci ( taniche per l’acqua, fascine di canne da
zucchero, sorgo, mais, legna etc…) camminano con disinvoltura tra carretti
trainati da asini e mandrie ( di zebù, pecore, capre ed asini) che occupano
disordinatamente la strada; taxi collettivi, corriere, Bajaj e camion
completano il traffico.
Bambini e ragazzi sorridenti imbracciando libri e quaderni si dirigono verso
le rispettive scuole.
Chissà, tutte queste persone, da dove vengono, quanta strada devono
percorrere quotidianamente per comperare o vendere?!

I nostri autisti sono sempre puntuali, cordiali e disponibili. Io viaggio
sulla jeep n°4, l’autista si chiama Muluken ( per gli amici Mule) ed è
bravissimo ad evitare le numerose buche sul percorso ed a fare lo slalom nel
convulso traffico della capitale. Inoltre è sempre pronto a segnalarci
qualcosa di significativo, specialmente i vari tipi di uccelli
illustrandoceli con l’ausilio di un bel libro a tema.

Le mani: quelle di chi ti invita a danzare che siano al villaggio etnia Dorze
od alla cena etnica ad Addis Abeba. Le mani, a volte invadenti, dei bambini
con il caratteristico richiamo “yu yu” chiedendo birr, pen o…altro ma anche
imparano a contare fino a 10 dall’amarico all’italiano alla festa del Meskel
mentre aspettiamo l’accensione del falò. La mano salda e gentile di Baru di
etnia Borana che mi aiuta nella discesa e risalita al cratere di El Sod e
canta una filastrocca per aiutare Maria Teresa a superare un momento di crisi
durante la risalita.

Penso a quanto strani possiamo sembrare noi quando visitiamo i villaggi delle
varie etnie.
Qui siamo noi gli stranieri. Guardiamo e fotografiamo, curiosi, i Karo i
Konso gli Hammer.
Ma forse non ci rendiamo bene conto che anche noi abbiamo i nostri “riti” e
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modi per affermare la nostra appartenenza ad un “clan” ( piercing, tatuaggi,
ma anche abiti tradizionali, divise, inni e processioni…).

                                                                      Tiziana

Viaggio in Etiopia
La valle dell’Omo

Breve riflessione

Oggi riguardavo le foto e mi sono detta : “Sto rivedendo il nostro album di
famiglia” perché noi veniamo da lì, da quelle terre dove è stata ritrovata
Lucy ed altri ominidi, tutti nostri parenti evolutivi.
Ed è dalla Rift Valley che è iniziata la migrazione che continua e continuerà
perché l’uomo è “migrante” per sua natura.

Ma quante differenze!!!!!!

“Noi siamo più evoluti” questa è l’affermazione ricorrente.

Ma più evoluti in che cosa?

    nel voler possedere sempre di più
    nell’usare in maniera indiscriminata i beni che la natura ci elargisce
    nel rifiuto del diverso
    nell’essere sempre in “affanno”

Abbiamo visitato vari villaggi, etnie diverse, ma una cosa li accomunava: la
serenità, la tranquillità, ma soprattutto il loro vivere in comunità, la
condivisione.
Da noi a volte non si conosce nemmeno chi abita nello stesso condominio.
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Quindi due considerazioni conclusive:

    abbiamo le stesse radici
    nonostante ci riteniamo più evoluti, dobbiamo riconoscere che gli altri
    possono darci molto.

                                                                 Luisa Fasolo

Etiopia 2018
La nostra grande avventura nella Valle dell’Omo

LORO
“Popoli della Valle dell’Omo, dove tutto è iniziato” recitava il titolo del
viaggio in Etiopia. Io dico: dove tutto è rimasto lì nella notte dei tempi.
Dal canto mio credo di aver scoperto il “buco nero” dell’Africa. In tutti i
sensi. Un buco dal quale quelle popolazioni faticano ad uscire perché legate
a tradizioni ancestrali condite con un intruglio di magia, religiosità e
tradizioni varie; un buco dove si frustano le donne forse per puro predominio
maschile e dove queste vittime si beano di ferite sanguinanti e di piaghe
virulente che esibiscono con chissà quale orgoglio anche quando diventano
orribili cicatrici sulla schiena; un buco dove il giovane maschio è
sottoposto a iniziazione col rischio di essere espulso a vita dalla società
se non riesce a saltare su un palcoscenico fatto di schiene di tori, anzi di
zebù, frastornati da chiassosi balli e schiamazzi tribali; un buco dove le
donne per essere più belle si massacrano il labbro per inserirvi un piattello
sempre più grande e sempre più pesante.

Avevo già visitato l’Etiopia nella regione del Tigray e dello Scioa e ne ero
rimasta impressionata profondamente sia per il livello di povertà di quel
popolo che cammina e sia per la bellezza delle chiese rupestri e per la
maestosità dei picchi montuosi. Ma stavolta a colpirmi è stata l’arretratezza
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in termine assoluto. Si dirà: siamo sicuri che il progresso sia la forma
migliore del vivere? Forse non lo siamo. Ma constatare che al mercato vendono
persino la pietra levigata e il sasso per frantumare i semi per farne farina,
beh… la cosa la dice lunga. Credo che non ci voglia molto per costruire un
seppur rudimentale macinino. D’altronde se per arare trascinano ancora un
bastone di legno per fendere le zolle, significa che siamo ben lontani dal
mettere in moto una qualsivoglia inventiva per migliorare lo stato del
vivere.
Deludenti, secondo me, sono state le guide locali Michelangelo e Andrea,
scoordinate e confusionarie nelle rare spiegazioni al gruppo riunito, ma
talvolta date a gruppetti estemporanei: chi c’era c’era e gli altri dovevano
accontentarsi del passa parola. Soprattutto la prima guida si limitava a dare
sfoggio di cultura generale sull’origine delle etnie, ma con gravi lacune nel
riferire – o con volontà di mascherare – realtà evidenti che ancora isolano
il Paese in un mondo che corre.

NOI
Ma tralasciamo i miei ragionamenti personalissimi sulla qualità della vita
nel sud dell’Etiopia e veniamo a noi 26 del Ctg partiti belli e pimpanti e
ritornati impolverati e stremati. Ma felici, almeno per quanto mi riguarda.
Sulla schiena ormai a pezzi avevamo chilometri e chilometri, ben 2500, sui
fuoristrada in continuo sussulto e “schivanelle” per evitare non solo le
voragini lungo il percorso (asfalto con solo tre anni di vita!), ma per non
fare stragi di esseri viventi quali greggi, mandrie, uomini e bambini
danzanti in mezzo alla strada.
Come detto, abbiamo visto davvero cose dell’altro mondo nella nostra grande
avventura nella Rift Valley guidati da Anacleto. Una volta giunti in Africa –
a parte l’inconveniente del museo di Addis Abeba senza energia elettrica – i
più sono partiti subito alla grande con la calata nella bocca di un antico
vulcano che forma il lago nero El Sod da cui si estrae il sale. Tutto bene in
discesa, ma problemi in salita: se Maria Teresa era emersa dal cratere
paonazza, Loredana era simil-cadavere. In una ipotetica gara al femminile la
vittoria è stata conquistata da Loretta, tallonata da Bruna. Mentre la
scalatrice Clara non si è potuta esprimere: a lei il compito di “scopa”. Tra
i maschi non c’è stata storia: i soliti Leonildo, Elio, Lorenzo… dai muscoli
di ferro.

A parte la parentesi “poverella” al Borana Lodge di Yabelo dove per rifare i
letti – meglio dire giacigli – è bastato che tirassero su le coperte, siamo
stati alloggiati abbastanza bene. Indimenticabile è stata la sfarzosa e
affascinante Festa del Meskel a Jinka. La cerimonia per noi è stata ancor più
coinvolgente dal momento che il nostro super operatore Efrem è stato invitato
dalle troupe televisive locali a collaborare con loro e a salire sul palco
principale per fare le riprese.
Intanto il viaggio nella Valle dell’Omo proseguiva tra popolazioni primitive
e abbastanza ostili, che si ammorbidivano e si mettevano in mostra in cambio
di una manciata di birr (pochi centesimi di euro). E così si susseguivano
molte altre situazioni da zoo che francamente facevano stringere il cuore, o
quanto meno riflettere. Eppure tutti noi, con i nostri rimorsi, lì ostinati a
scattare le foto e magari a brontolare se qualcuno si metteva entro il nostro
mirino.
Col passare dei giorni nei 7 fuoristrada della nostra carovana i singoli
equipaggi rinsaldavano amicizie e ne creavano di nuove per poi ritrovarsi
tutti insieme la sera nei lodge. Ma qui il bello – si fa per dire – era che
ognuno stava per proprio conto a smanettare con gli smartphone che però il
più delle volte non si connettevano con casa. Non solo i più giovani, a dire
il vero di young c’era solo Verena, ma anche i più attempati non tiravano su
lo sguardo dal display fino a quando immancabilmente non mancava la corrente.
Il bello di questi viaggi impegnativi è che i partecipanti sono un po’
Moschettieri: “tutti per uno e uno per tutti”. Se qualcuno non si sente bene
ecco che scendono in campo gli “esperti”. E noi avevamo addirittura tre
medici: Enrichetta, Laura ed Emanuele; e due super infermiere: Tiziana e
Loredana. Non mancavano i consigli di Edda, il dinamismo di Ines, il sempre
presente buon senso di Ivette, le battute pronte di Loris o il sorriso
accomodante di Elena. Poi c’erano le professioniste del clic Bianca e Laura.
A completare il gruppo numeroso, ma tutto sommato compatto, c’erano i meno
“casinisti” Paola, Patrizia, Luisa e Alberto. Insomma nella Rift Valley
etiope eravamo davvero una bella comitiva.

                                                               Maria Zampieri
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